1. Meno stato più solidarietà
- Autore: Fabio Casadei
- Anno e numero: 1996/54
a cura di Fabio Casadei
La riforma dello Stato sociale è, di questi tempi, al centro di un intenso dibattito che coinvolge politici, imprenditori e sindacati. Ecco come il prof. Stefano Zamagni, preside della Facoltà di Economia dell’Università di Bologna, pensa che dovrà essere ridisegnato il modello italiano di Wefare State.
Professor Zamagni, quale concezione di Stato sociale ha in mente e chisono i più deboli nella società di oggi?
I più deboli sono i nuovi poveri. La nuova povertà non è dovuta a una povertà di risorse, ma a una povertà di diritti. I nuovi poveri sono coloro aiquali non viene riconosciuto accesso ai diritti di cittadinanza. Da ciò si ricava che lo Stato sociale non può più essere quello di un tempo, cioè uno Stato che si limitava alla ridistribuzione delle risorse, ma deve tendere ad allargare le sfere di inclusione. In altre parole lo Stato deve farsi carico dell’attribuzione di diritti quali, in particolare, quello di cittadinanza, quello alla salute, quello all’istruzione, quello, soprattutto, alla copertura dal rischi (tema della previdenza). A differenza del passato, la concessione di questi diritti non passa più attraverso la semplice ridistribuzione di genere odi reddito, ma attraverso un’azione tendente alla liberazione. Non basta che ilsistema di previdenza dia più soldi: bisogna mettere le persone in condizione di pensare ai propri bisogni durante l’intero corso di vita, agendo con un tipo di educazione permanente. Si tratta, cioè, di garantire quell’accesso allenuove tecnologie senza il quale l’elargizione di più soldi non potrà maiconsentire, a chi continua a essere tenuto nell’ignoranza, di uscire dalla propria condizione di emarginazione.
L’attuale modello di Welfare State italiano instaura un collegamento trabenessere e lavoro perché‚ si preoccupa di tutelare, principalmente, coloro che sviluppano diritti in virtù del loro nesso col salario e della loropartecipazione alla vita lavorativa. Crede sia giunto il momento, quindi, dipassare ad un’allocazione delle risorse ai cittadini fatta sulla base di criteri universalistici e non legati alla posizione sul mercato del lavoro?
Il vecchio modello di Wefare è strutturato sulle esigenze di una societàfordista, dove il cittadino è automaticamente un lavoratore. La novità della società post-fordista è che si è rotto il legame tra il posto di lavoro e l’attività lavorativa: il lavoratore, cioè, non è più identificato dal posto di lavoro che occupa. Continuare con la vecchia impostazione fordista, pertanto, rischia di lasciare ai margini intere fasce di cittadini che, non avendo un posto fisso di lavoro pur svolgendo attività di lavoro, non vedono garantito loro un trattamento adeguato a fini previdenziali. Il risultato è l’attuale drammatica bipartizione tra gente supertutelata da un lato e gente non tutelata dall’altro.
Pensa, quindi, che possa divenire attuabile la previsione di specifiche indennità a favore, per esempio, di giovani in cerca di prima occupazione, figli naturali e persone in stato di disagio? In questo caso la via per reperirele risorse necessarie passerebbe più per il riequilibramento del sistema previdenziale o per l’aumento del grado di flessibilità del mercato del lavoro?
La flessibilità del mercato del lavoro è indispensabile: il problema, però, è come realizzarla. Pur essendo il mercato del lavoro italiano tra i più flessibili d’Europa, tale flessibilità si dimostra inadeguata. La vera flessibilità ha altri scopi rispetto a quelli del licenziamento odell’assunzione: rendere possibile un’alternanza tra periodi lavorativi e periodi di formazione. Una flessibilità intertemporale, insomma, che consenta atutti di formarsi in maniera continuativa. L’ipotesi del reddito minimo di cittadinanza consiste nell’abbandonare la situazione attuale, a cominciare dal contratti di formazione-lavoro, per dare a tutti i cittadini un reddito minimoche sostituisca ogni altra forma di indennizzo. È sicuramente il punto d’arrivo, ma ci vorrà ancora un po’ di tempo prima che si arrivi a riconoscere a ogni soggetto, nel momento in cui arriva alla maggior età, la titolarità di un reddito minimo che serva al suo sostegno. Penso a una cifra base, peresempio, di 600.000 lire mensili esentasse, la cui erogazione verrebbe sospesa nel momento in cui il soggetto trovasse lavoro e riassegnata nel momento del suo eventuale licenziamento, in luogo dell’attuale ricorso alla cassa integrazione. In questo modo lo stesso ruolo della famiglia si rafforzerebbe, dal momento che tutti i fruitori di un reddito minimo verrebbero incentivati ad aggregarsi dalla convenienza a dividere le spese.
Quale ruolo potrà assumere il non profit nel ridisegnare il nuovo modello di Stato sociale?
Il non profit avrà un ruolo fondamentale nella misura in cui rappresenterà l’elemento portante del modello di economia civile. È indispensabile, infatti, creare una forte economia civile in grado di complementizzare, affiancandola, l’economia privata. Il non profit rappresenta l’espressione, sul fronte economico, della capacità di organizzazione della società civile. Esso costituisce, quindi, quella sfera che dovrà ereditare e occupare gli spazi rimasti vuoti in seguito al ridimensionamento dell’intervento dello Stato.
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