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Autore: admin

Giorno 1 – la voce dei protagonisti di Monteveglio

La parola ai bambini

Sofia: A me è piaciuto molto perché impariamo delle culture nuove e il Marocco non l’ho mai visto.
Massi: E’ stato bello perché ho imparato un po’ l’arabo.
David: E’ stato bellissimo perché ho conosciuto persone nuove e mi sembra che le lingue un po’ si assomigliano e mi è piaciuto molto.
Mihaela. Mi è piaciuto imparare a pronunciare un po’ le parole arabe.
Gaia: Mi sono divertita per le parole nuove di un altro paese e perché c’erano i nostri compagni che parlavano nelle loro lingue.
Alice: Mi piace perché ci insegneranno a fare un pane che non conosciamo.
Giorgia: Mi è piaciuto perché le due signore hanno scritto nella loro lingue e perché Stefania e Lorella parlavano nel loro modo e noi abbiamo imparato a capirle.
Angelica: Mi è piaciuto perché ho imparato la parola Msemmen.
Manuel: Questo laboratorio mi è piaciuto perché ho visto le parole nuove e anche come si scrivevano.
Martina . Mi è piaciuto perché ho anche imparato delle cose nuove sui miei compagni
Francesca: Mi è piaciuto perché ho sia imparato qualcosa sui miei compagni che delle cose nuove.
Diana: Mi è piaciuto conoscere delle persone nuove e mi è piaciuto quando Stefania faceva la radio e noi dovevamo capirla.

Perché secondo voi questo laboratorio si chiama Calamaio?

Francesca: Perché Roberto ha detto che lascia delle macchie
Giulia: All’inizio mi sono chiesta perché non sono venute solo Sadia e Nora ma non so ancora la risposta.
Morgan: Secondo me perché le due signore non sanno bene l’italiano e avevano bisogno di qualcuno che lo sapesse.
Martha: Secondo me anche loro vogliono imparare come si fa il pane
Francesca:Io ero nel quadrato e ho visto Paola che accoglieva altre persone. Forse ognuno di loro sa una cosa diversa.
Sofia: A me ha stupito che Stefania giocasse a calcetto
Martina: Abbiamo anche imparato a conoscerci.

Giorno 1 – il diario di Monteveglio

Martedì 15 aprile 2011

di Stefania Mimmi

Il simpatico gruppetto del Calamaio rappresentato da Roberto, Emanuela, Stefania e Lorella ha deciso ieri mattina, per cambiare un po’ aria, di recarsi a Monteveglio per iniziare un nuovo progetto in collaborazione con Norah e Sadia che sono delle donne arabe del Semenzaio un progetto della Commissione Mosaico Pari Opportunità d’Insieme, per imparare e insegnare reciprocamente qualcosa di nuovo ad una classe 4° elementare di bambini molto svegli.
Mi sono accorta che erano recettivi dalle prime parole che ho detto, perchè di solito quando io parlo, se il mio interlocutore non è subito attento, non mi capisce facilmente. Di solito, inizialmente, parlo ‘arabo’ per chi non mi conosce quindi ieri mi sentivo nel mio ambiente!!!
L’accoglienza da parte della classe è stata buona, in un primo momento ho notato da parte dei bambini un po’ di insicurezza perché forse non ci conoscevano. Dopo invece, grazie anche al gioco di presentazione che abbiamo fatto, con le carte di identità i ragazzi hanno iniziato a cercare un modo creativo per entrare in relazione con noi.
Dopo una piccola conoscenza siamo entrati nel vivo dell’attività usando una lavagna luminosa dove, con un pennarello, Sadia e Norah hanno scritto le parole in arabo degli ingredienti della ricetta di un tipo di pane arabo, parole quali: “acqua”, “olio”, “farina”, “sale” e “burro” che sono gli elementi essenziali per la ricetta del “MSEMMEN”.
Sull’onda dell’entusiasmo alcuni ragazzi, di diversa nazionalità, hanno detto e scritto come era la parola “pane” nella loro lingua, cioè in rumeno, in cecoslovacco…
Il mio ruolo era quello di far capire la ricetta del pane arabo ai ragazzi tramite un gioco in cui io ero una radio che aveva molte interferenze e la sfida era quella di riuscire a capire tutti gli ingredienti necessari.
Alla fine ci siamo riusciti e la sfida è stata vinta! Premio finale è stata la ricetta completa per poter fare il “msemmen” al prossimo incontro.

Bambini di farina: laboratori di pani e diversità

Il progetto "Bambini di Farina" ha l’obbiettivo di creare opportunità di comunicazione e reciproca conoscenza tra cittadini stranieri e italiani valorizzando le differenze culturali. Il progetto propone un laboratorio del pane condotto da animatrici straniere del Progetto Semenzaio della Commissione Mosaico Pari Opportunità d’Insieme e animatori\animatrici disabili della Coop. Accaparlante in tre scuole del territorio provinciale di bologna.

Forte dell’esperienza ventennale del Progetto Calamaio del Centro Documentazione Handicap, questo modello laboratoriale del “comprendo meglio facendo” favorisce la realizzazione degli obiettivi del progetto attraverso il coinvolgimento della comunità locale e la valorizzazione delle rispettive risorse e diversità. L’esperienza concreta e sensoriale del “fare insieme tanti tipi di pane differenti” crea le condizioni per un incontro personale e diretto con la diversità che garantisce una reale conoscenza “dell’altro” e la costruzione di una nuova relazione integrata e inclusiva.

Valorizzare le differenze culturali come opportunità di momenti di contatto sensoriale con l’altro, inteso "l’altro" sia come persona che come cultura.

Per informazioni
roberto.parmeggiani@accaparlante.it

Cara integrazione ti rispondo…con inclusione e sostegno – Superabile, marzo 2011 – 2

I bambini disabili sono sempre discriminati a scuola? Qual è il vero ruolo degli insegnanti di sostegno nelle classi miste? Botta e risposta tra Claudio Imprudente e un maestro sul problema della scuola

Egregio sig. Claudio Imprudente, le scrivo perché ho avuto il (dis)piacere di leggere il suo articolo sul "Messaggero di Sant’Antonio" di gennaio. (…)Vorrei spiegarle perché, secondo me, la sua è una visione alquanto miope di quella che è davvero la realtà dei fatti. (…) Il campo dell’integrazione scolastica deve necessariamente prevedere interventi mirati, attraverso progetti e politiche quotidiane che coinvolgono tutto il personale operante nella scuola, ma anche gli Enti territoriali e le famiglie (…). Probabilmente la sua è una concezione datata del ruolo, secondo la quale il/la maestro/a di sostegno è una persona, più o meno preparata (…) che è pagata per assistere un solo bambino disabile al quale dovrà trasmettere una serie di acquisizioni di base; con modalità del tutto differenti rispetto a quelle utilizzate per il resto della classe; anzi meglio se lo faccia, concretamente, fuori dalla classe…Credo che questa non sia la sua visione d’insieme, ma, per scongiurare tali luoghi comuni, devo citare la legislazione scolastica che parla non di insegnante di sostegno del bambino, bensì di insegnante di sostegno della classe; della quale detiene la contitolarità con gli altri insegnanti. Insegnare ad apprendere, insegnare a vivere, insegnare a convivere: per raggiungere tali obiettivi la scuola è uno strumento determinante, ma non solo per chi è in difficoltà, in quanto questi sono obiettivi formativi di ogni essere umano e risultano più facilmente raggiungibili in presenza di una situazione di handicap, che rappresenta un’esperienza altamente formativa, che l’insegnante di sostegno si appresta a mediare, affinché la "diversità" non venga vissuta e interpretata come "differenza" ma come unicità!(…) La invito a visitare le mie classi, a seguire una mia giornata lavorativa: potrà capire veramente che per me il bambino con disabilità è, prima di tutto, un bambino, con gli stessi e identici bisogni e diritti di tutti gli altri. Solo dopo viene la sua disabilità! E che il mio non è un grigio rapporto con un semplice "utente" o addirittura con un anonimo "numero"…! Luigi Marchese

Egregio sig. Luigi Marchese,

sono pienamente d’accordo con quanto riporta nella sua lettera e non vedo una contraddizione insanabile tra il contenuto dei suoi pensieri e i miei. Conosco i dati legislativi ed esperienziali che lei mi ricorda; devo precisare, però, che sono il destinatario di tantissime lettere in cui viene messo in risalto il divario tra le prescrizioni normative e la realtà dei fatti, per cui quello che dovrebbe essere il ruolo dell’insegnante di sostegno non trova possibilità di applicazione pratica secondo quanto previsto dalla legge. Con tutto quello che questo gap comporta sia per l’insegnante di sostegno, sia per l’alunno e la classe "sostenuti". Stesso discorso per la collaborazione tra insegnanti, enti, famiglie: se questa fosse effettiva e diffusa, non ci sarebbe niente da dire, ma è certo che la situazione sia davvero questa? Come prima, dalle parole delle persone con cui mi capita di intrattenere rapporti epistolari e dagli incontri che la mia attività di formatore mi permette di avere, mi arrivano informazioni non proprio rassicuranti. Se sulle premesse e sul modo di intendere il ruolo dell’insegnante di sostegno siamo d’accordo, divergiamo su un punto, ovvero sul peso che diamo allo scarto tra realtà e "teoria", "legge". Quanto alla questione del "numero", nell’articolo non si intendeva dire che il rapporto dell’insegnante di sostegno con l’alunno disabile sia in genere distaccato, freddo, ma che esiste una differenza innata tra il rapporto extrascolastico e quello che può applicare l’istituzione al singolo, ancora prima che inizi la relazione tra alunno e docente. Infatti la sig.ra Trombetta non lamentava una relazione malsana tra sua figlia e l’insegnante, ma, ancor prima, la difficoltà a sottoporre all’attenzione istituzionale la sua richiesta. In tutto questo non c’entra niente la professionalità (e il ruolo previsto dalla legge) dell’insegnante di sostegno, né si intendeva sostenere che l’assegnazione di un insegnante di sostegno sia l’applicazione di un’etichetta sul bambino disabile o che porti all’oscuramento delle abilità e alla sottolineatura del deficit. La mia riflessione si esercitava sulla legittimità della richiesta della sig.ra Trombetta, sulle conseguenze che l’accettazione della stessa, e del principio che la sottende, comporterebbe e al miglioramento, in termini di integrazione, che potrebbe garantire.

Il confronto non si arresta: scrivete a claudio@accaparlante.it o sul mio profilo di Facebook.

Claudio Imprudente

Caro sig. Imprudente,

innanzitutto la ringrazio per l’attenzione e il tempo che mi sta dedicando e colgo l’occasione per scusarmi qualora il tono della mia lettera precedente le fosse sembrato un tantino "duro": non era quella la mia volontà; men che meno farlo verso chi, come lei, sulla tematica del rispetto della diversità non solo ha competenze, ma è un esempio di vita…! Se a volte mi spingo un po’ "sopra le righe" è perché sono veramente innamorato della mia professione e ogni giorno mi spendo affinché anche ai miei bambini arrivi forte il riflesso della mia intensa passione. Come lei ben saprà quella degli insegnanti è una categoria , purtroppo, spesso bistrattata e snobbata (di sicuro non da persone come lei) e questo mi addolora molto.
Al tempo stesso, tuttavia, devo ammettere che se ciò accade è anche un po’
colpa nostra, o meglio di tutto un cattivo funzionamento e raccordo tra diversi anelli amministrativi, di difficili coordinamenti tra vari enti ed istituzioni:
insomma concordo a pieno sulle sue perplessità sul divario tra "teoria" e "pratica". Potrei portarle tutta una serie di esempi di "mala gestione" di situazioni che orbitano attorno all’handicap: vedi i GLH (gruppi di lavoro per l’handicap) dove, durante l’anno scolastico, le varie componenti e tutte le figure educative che si occupano del bambino si incontrano e dovrebbero confrontarsi e delineare le strategie educativo-didattiche più idonee rispetto alla sua problematica. Uso il condizionale perché spesso le figure medico- professionali che intervengono (solitamente neuropsichiatri infantili o psicologi) anziché dare indicazioni più precise, con un taglio clinico della problematica e quindi suggerire all’insegnante metodologie da poter utilizzare, si limitano ad ascoltare le nostre relazioni sulle diverse situazioni, registrare gli "umori" della famiglia del bambino e andar via, senza fornirci strumenti concreti e spendibili nella nostra relazione con il fanciullo. O ancora la compilazione dei P.D.F. (profilo dinamico funzionale) un documento ove si registrano le difficoltà legate a ciascun area (sensoriale, psico-motorie, mnestica, linguistica, ecc.) e si indicano le strategie da adottare per il futuro. Tale documento, come sicuramente lei ben saprà, dovrebbe essere redatto (PER LEGGE!) da tutte le "parti in causa": genitori, insegnanti (di sostegno e non), specialista dell’ASL, operatori scolastici che eventualmente intervengono (assistenti educativi, ecc.), eventuali terapisti dell’extra scuola (logopedisti, psicomotricisti, ecc.). Ho usato nuovamente il condizionale, perché la trasposizione reale di tale situazione vede (quasi sistematicamente) solo ed esclusivamente l’insegnante di sostegno "relegato" a tale impegno nonostante, alla fine, tutti le componenti vi appongono la propria firma …! Personalmente non ho problemi e timori "reverenziali" a confrontarmi con documentazioni dove si approfondiscono molte tematiche quasi a livello medico, visto che (e non lo dico per falsa modestia ) ho una formazione, per così dire, abbastanza "robusta" che mi consente di avere conoscenze e di far fronte anche a situazioni che vanno al di là del campo strettamente professionale dell’insegnante di sostegno; ma molti colleghi che non posseggono tali acquisizioni (e non sono obbligati a farlo) si ritrovano in una situazione di difficoltà creata, a monte, dal mancato rispetto di una chiara norma legislativa.
Insomma, caro sig. Imprudente, questo nostro chiarimento ci ha fatto scoprire di convergere su molti punti; anche perché sarei un’ipocrita se dipingessi solo una realtà rosea e felice: questi problemi sono oggettivamente riscontrabili e sotto gli occhi di tutti. Però, come ormai avrà ben capito, mi piace evidenziare anche le "cose che funzionano", soprattutto quelle legate al lavoro dell’insegnante, e ritengo giusto farlo proprio per evitare che a far notizia siano solo le storture e le negatività, mentre non si dia rilievo a chi, ogni giorno fa (bene) il suo dovere.
E’ per questo che, prima di salutarla, le racconterò brevemente una storia personale che va annoverata di sicuro tra le cose belle e positive intrinseche al mondo della scuola.
L’anno (scolastico) scorso ebbi la fortuna di approdare in quella che è ancora oggi la mia attuale scuola (dico fortuna perché è davvero una bella realtà, dove si lavora bene anche grazie alle doti del nostro Dirigente). E’ un circolo didattico molto grande e comprende tre plessi diversi: io itinero su due. Uno di questi sorge in una zona della città considerata socialmente a rischio. La classe in cui avrei dovuto operare era una terza, composta da 19 alunni ognuno dei quali aveva alle spalle una situazione familiare delicatissima. Per loro la scuola era (ed è) il tempo e lo spazio in cui hanno e si riconoscono come identità: fuori di lì, nelle loro case, quei bambini devono far fronte, quotidianamente, a problematiche da adulti…!
Tanto era stato fatto, fin lì, dalle mie colleghe curriculari per creare un’ omogeneità e degli equilibri che spesso venivano minati dagli umori dei bambini per le difficoltà che lasciavano in famiglia prima di entrare a scuola la mattina. In questo contesto era stato segnalato (l’anno precedente) un caso di dislessia e disgrafia: dopo le visite dell’ASL locale e l’accettazione della problematica da parte dei genitori, ad Alex ( il nome del bambino che seguo) è stato concesso il sostegno. Il bambino aveva un attaccamento affettivo molto forte verso la figura materna, la quale, tra l’altro, non aveva "metabolizzato" a pieno la difficoltà del figlio: pur percependo che si trattasse solo di una problematica legata alla letto-scrittura, la viveva come una "macchia" che rendeva il suo bambino (intelligentissimo) "diverso" dagli altri. Prima dell’ inizio della scuola, perciò, convocai più volte i genitori di Alex, con i quali ebbi degli incontri a scopo "distensivo", per far sì che elaborassero (soprattutto la madre) al meglio la situazione del proprio figlio: spiegai loro che la dislessia non è un deficit ma un disordine qualitativo, che è una problematica che investe limitatamente alcune funzionalità, dalla quale si migliora (seppur non si "guarisce") e con la quale si convive tranquillamente, senza che essa vada ad inficiare aree cognitive particolari e soprattutto senza che (se affrontata con la giusta modalità) impedisca e comprometta un buon andamento scolastico e un’affermazione culturale e lavorativa del soggetto dislessico (d’altronde anche Einstein era dislessico…).
Se forse avevo portato a casa un primo risultato, e cioè quello di tranquillizzare i genitori (per lo meno la mamma aveva smesso di piangere quando pronunciava la parola "dislessia"…!), ora c’era da vincere la partita più importante: evitare che Alex soffrisse il peso di questa nuova figura che l’avrebbe dovuto accompagnare.
Lui è, infatti, un bambino molto sensibile, introverso, già cosciente delle sue difficoltà nella letto-scrittura e sofferente nel confronto con i compagni: capire di avere un insegnante di sostegno avrebbe avuto solo come risultato quello di una chiusura ulteriore in se stesso e con la sua problematica, accentuando ai suoi occhi il divario tra lui e i suoi compagni di classe. Se dai primi giorni di scuola, io mi fossi seduto costantemente affianco a lui, non avrei fatto altro che destabilizzarlo ulteriormente.
Per questo, in pieno accordo e sintonia con le colleghe di classe, sono stato presentato ai bambini come un nuovo maestro che era lì per aiutare e stare insieme a tutti gli alunni. Naturalmente, per confermare ai loro occhi tale impostazione, ho attivato una serie di strategie: ad esempio girare continuamente tra i banchi e soffermarmi su chiunque ne avesse bisogno; introdurre insieme alla collega di turno, argomenti di italiano, matematica, storia, ecc, o addirittura spiegare e interrogare solamente io in alcune circostanze; quando decidevo di dover fare dei lavori specifici e individuali per Alex, organizzavo dei piccoli lavori di gruppo o comunque lo portavo fuori dalla classe sempre insieme a qualche altro bambino; ecc.
Insomma, per non dilungarmi troppo, ancora oggi, dopo due anni, nessun bambino ha intuito o ha mai affermato che io sono l’insegnante di sostegno di Alex: tutti si sono legati tanto a me e mi ritengono il "loro maestro".
Alex, da par suo, è migliorato tantissimo, non solo dal punto di vista della letto-scrittura, ma anche sull’aspetto emotivo: si è aperto molto di più con compagni e insegnanti, soffrendo meno il suo disagio interiore.

In tutto questo, la mia gratificazione più grande, oltre naturalmente ai progressi di Alex, è quella di poter espletare a pieno la vera natura e funzione del mio ruolo: essere l’insegnante di sostegno non del singolo bambino ma della classe!

Ringraziandola per il tempo e l’attenzione che vorrà dedicarmi e soprattutto per lo spazio che ha deciso di concedere già alla mia precedente lettera, le dico che, qualora avrà voglia di proseguire in qualche modo questa nostra corrispondenza, sarò lieto di raccontarle altre storie che, sicuramente, fanno bene alla realtà scolastica e danno giusto spessore e valore alla mia categoria.

Cari saluti.
Luigi Marchese

(Pubblicato su www.superabile.it il 18 marzo 2011)

La famiglia con disabilità: l’ABC ci insegna… l’abc – Superabile, Marzo 2011 – 1

Una insegnante, in un’interessante lettera di risposta ad un mio articolo, ha usato queste parole: «Il lavoro dell’insegnante di sostegno è il lavoro  della "solitudine" perché non abbiamo interlocutori sensibili…». Quello della solitudine, delle solitudini, perché ci sono tanti modi e tante ragioni di e per sentirsi soli, è un sentimento largamente diffuso tra chi si trova a vivere, fronteggiare, gestire una condizione di disabilità. Per questo motivo dalle lettere che ricevo emerge sempre un bisogno urgente di confronto, scambio reciproco, condivisione di esperienze: è una necessità facilmente comprensibile e alla quale il ricorso ad esperti del settore (o presunti tali) non sempre fornisce risposte soddisfacenti e credibili. Non faccio alcuna fatica ad annoverarmi tra i rappresentanti di questa "categoria"… ma, al tempo stesso, sono tra i primi ad auspicare (e tentare di stimolare) momenti di confronto, occasioni di dialogo tra chi, prima di riflettere, vive una data situazione. Sono, peraltro, in ottima compagnia, condivido questo percorso con tantissime persone, che forniscono quasi sempre stimoli "non accademici" di una verità, mi si passi il termine, eclatante, evidente, dalla quale non si può distogliere lo sguardo o la riflessione… e sono il primo a non distrarmi.

E’ per questa ragione che vorrei dedicare questo articolo alla "promozione" di un "libretto" (come affettuosamente e con molta modestia è stato definito da chi me lo ha presentato/sottoposto) prodotto dall’Associazione Bambini Cerebrolesi (ABC) Federazione Italiana e basato sull’esperienza delle famiglie dell’associazione e di altre conosciute dalla stessa nei suoi anni di attività. Il libro, che è stato consegnato ai Presidenti delle Commissioni parlamentari e regionali che si occupano di disabilità, tratta in maniera semplice (una semplicità complessa, però, in quanto frutto dell’esperienza) e piana di tutte le tematiche che riguardano la disabilità grave di un figlio "in famiglia" e i relativi rapporti con società, istituzioni e "resto del mondo".

Il testo è stato anche messo in rete a puntate su www.superando.it/content/view/6986/122 e l’edizione cartacea è gratuita e destinata agli uomini e alle donne delle istituzioni (alcuni dei quali e delle quali spesso parlano di disabilità senza aver la più pallida idea dell’argomento che trattano. Questa un’altra delle ragioni che hanno portato alla produzione di questo libro). L’assunto, ormai noto a tanti, quanto disatteso nella realizzazione pratica di politiche socio-assistenziali, è che tra disabilità ed handicap sussiste una differenza dalla quale non si può prescindere soprattutto nella fase di organizzazione e nell’approntamento di interventi concreti. Il secondo assunto è che, dal momento che le persone con disabilità grave vivono essenzialmente in famiglia (dal 70 al 90% dei casi, secondo le fonti), sembra quantomeno opportuno approfondire gli aspetti, le problematiche, le conoscenze che riguardano questo nucleo, questo attore sociale (a prescindere dalle forme che la famiglia può oggi assumere, anche se in Italia il problema… colpevolmente "non si pone"). Come si può leggere nella prefazione, «le interazioni tra disabilità e famiglia sono numerosissime ed investono in pratica tutti gli aspetti della vita familiare: da quello affettivo, a quello economico, dai rapporti tra i vari membri della famiglia a quelli con la società».

Il libro si compone di capitoli brevi, agevoli, che non hanno la velleità di risolvere alcun discorso, ma di fornire delle "regole" basilari, propedeutiche all’approfondimento o, quantomeno, funzionali alla creazione di un punto di partenza condiviso. Tra gli altri, cito «La comunicazione della diagnosi»; « I rapporti della famiglia con l’equipe riabilitativa: la pari dignità»; «I costi economici sopportati dalla famiglia con disabilità: la diminuita capacità di reddito e l’abbandono del lavoro»; «E dopo la scuola ? come trasformare l’integrazione scolastica in  inclusione sociale partecipata ed attiva»; «Vent’anni dopo: la fatica assistenziale, il logoramento fisico».

Mi sembra di cogliere un intento di fondo peraltro molto condivisibile, ovvero la ricerca di una "pari dignità" e di un equilibrio virtuoso e non statico tra i soggetti coinvolti nei vari ambiti e momenti di "gestione" della disabilità del figlio/bambino/ragazzo. Per cui viene dato risalto a quello che un attore può fare per l’altro e a quello che un attore può aspettarsi e "pretendere" dall’altro (si veda a tal proposito il cap. 8, nel quale le potenzialità, i limiti e gli ambiti di competenza di famiglie, associazioni, rappresentanti, mezzi di comunicazione, ecc. vengono spiegati molto bene).

Quindi, la famiglia "con disabilità" come motore non unico e soprattutto come motore "di serie", ma anche come "monitor sociale", riprendendo un’espressione che avevo coniato tempo fa, e delle dinamiche della famiglia stessa: «Trattando delle caratteristiche della famiglia con disabilità non vorremmo averne creato un mito. La famiglia con disabilità, in fin dei conti, è una famiglia come le altre. La nostra esperienza ci permette però di affermare che la disabilità funziona come un evidenziatore che rende più visibili, nel bene e nel male, virtù e vizi della famiglia».  E non solo, per fortuna, aggiungo io.

Da ultimo, un po’ come fanno le band emergenti a fine concerto, con modestia (vera o finta che sia) o imbarazzo, quando, indicando un tavolinetto all’angolo, dicono "se il concerto è piaciuto, ma anche se non è piaciuto, là trovate il nostro disco a 10 euro…", ecco, con lo stesso spirito vi lascio gli estremi per aiutare concretamente alcune famiglie con disabilità: potete effettuare un piccolo versamento a favore dell’Associazione Dopodomani Onlus, c/c postale 56978695, codice IBAN IT81 C076 0110 6000 0005 6978 695 per la realizzazione di "Villa Amico", casa-famiglia per persone con disabilità. Per info: abcliguria@gmail.com. Il testo, come già detto, verrà messo in rete a puntate su www.superando.it e l’edizione cartacea è gratuita e destinata agli uomini e alle donne delle istituzioni. Buona lettura e scrivete come sempre a claudio@accaparlante.it o sul mio profilo di Facebook. (Claudio Imprudente)

Il peso specifico dell’handicap – Il Messaggero di Sant’Antonio, Marzo 2011

Ho scritto più volte che il Vangelo ha un solo modo per continuare a respirare: essere letto, interpretato, penetrato. È qui che risiede la sua forza: nella capacità di resistere al e nel tempo, non «sempre uguale a se stesso». Il Vangelo apre inaspettati stimoli di riflessione capaci, in quanto tali, di «cambiare» in parte lo stesso testo di partenza rivelandone di volta in volta significati altri. Il Vangelo è contemporaneamente «fuori dalle nostre mani» e «nelle nostre mani», cioè nella disponibilità dei nostri ragionamenti… o pennelli. Mi spiego. Ho visitato poche settimane fa, presso la Raccolta Lercaro di Bologna, la mostra «Attraverso le tenebre. Goya, Battaglia, Samorì», riflessione attorno alla realtà del male. In particolare mi hanno colpito le opere di Samorì, una rivisitazione della Via Crucis. Se l’arte del pittore emiliano-romagnolo è abitualmente una sorta di «corpo a corpo» con il sacro, a prescindere dal fatto che egli sia credente o meno, in questo caso il confronto pare diretto, immediato, e il risultato è un potenziamento del «già letto», un suo aggiornamento anche emotivo.
 
Una delle stazioni della Via Crucis racconta il passaggio della croce da Gesù a Simone di Cirene. I Vangeli non si dilungano molto su questa figura, non aggiungono dettagli salienti, né raccontano di un dialogo diretto o di un confronto tra Gesù e Simone. Anzi, quest’ultimo (descritto solo come «proveniente dalla campagna» e «padre di Alessandro e Rufo») non si propone in prima persona, viene «costretto» a portare la croce di Gesù. Ma noi, da credenti «ostinati», riusciamo a leggere nelle righe vuote e troviamo una volontà anche laddove essa non è esplicitata. Perché gli evangelisti fanno riferimento a questo personaggio senza inquadrare meglio la sua presenza? Perché raccontare che Gesù non è riuscito a trasportare fino al Gòlgota la sua croce da solo, trascurando poi ogni dettaglio della persona cui è stato imposto l’aiuto? Svista narrativa degli evangelisti? Scarsa attenzione di chi ha deciso che i Vangeli canonici dovessero essere quelli? Dubitando di queste interpretazioni minimaliste, il cenno a Simone serve a dare alla dimensione umana del divino un senso di condivisione, di partecipazione. Dio è con noi, ma non è una vicinanza «a costo zero», né Dio vuole che sia tale. Non è una concessione; è, piuttosto, un invito al cambiamento e alla crescita.
 
C’è poi un elemento in più: nel momento in cui di Gesù viene posta in risalto l’umanità, ecco che emerge con forza la necessità di condividere, di spartire il peso specifico delle cose. Di quale cosa, nel contesto in questione? Della croce, del destino, dell’handicap. Al di là dell’esattezza fisica del termine, mi è sempre piaciuto pensare che l’handicap (molto più del deficit) abbia un peso specifico e che questo sia variabile, non dato. Perché questo passaggio dal dato all’indefinito possa avvenire, occorre che la gravità sia distribuita. Non è solo un modo per condividere la fatica derivante da una situazione (la situazione di handicap), ma per condividerne il portato, le prospettive di consapevolezza che essa può aprire. Nel momento in cui divido il peso, ecco che aumento la capacità di «rivelare» le cose. Non condivido unicamente la fatica, ma la condizione in cui la fatica mi pone. Distribuire non ha solo l’obiettivo – egoistico o mosso dalla necessità – di alleggerire, quindi di sottrarre, ma anche quello di condividere in termini di crescita, di disvelamento. Si rinuncia a una parte di peso per distribuire la consapevolezza alla quale il peso porta. Si legano, così, azione e riflessione, condivisione e progresso, singolo e comunità. Scrivete a (e condividete con) claudio@accaparlante.it o al mio profilo di Facebook.
 

Il vegetale e i due complici – Il Messaggero di Sant’Antonio, febbraio 2011

L’Università di Bologna mi conferirà una laurea honoris causa per il ruolo educativo da me svolto in questi trent’anni di lavoro. È il riconoscimento accademico di un lavoro di squadra, che trova la sua origine nell’educazione lungimirante dei miei genitori. Occorre fare un salto indietro di cinquant’anni. «A quel tempo» la disabilità era davvero handicappante. Può esserlo ancora oggi, ma negli anni Sessanta l’ostinazione di quel meccanismo era pervasiva, sancita anche a livello legislativo e istituzionale e confermata a quello pedagogico; si rifletteva anche sulla qualità delle relazioni che potevano instaurarsi. Se oggi avere un figlio disabile è considerato come una sfortuna, al tempo poteva essere una vera e propria maledizione. C’è una bella differenza tra sfortuna e maledizione, quest’ultima è come caduta dall’alto e non lascia vie di fuga.
 
La famosa frase del dottore, pronunciata scuotendo la testa dopo avermi visitato, all’età di due anni, «Non c’è nulla da fare, sarà un vegetale», dai miei genitori è stata lì per lì subìta proprio come si subisce una maledizione. Da quel momento hanno dovuto cominciare un percorso solitario e al buio. Dapprima riconoscendo che io ero loro figlio, una bella creazione e, in quanto tale, cominciando a darmi fiducia. Ancor prima, costruendo un rapporto forte di fiducia reciproca tra di loro e il senso di un’intesa forte: «Io ci sono e anche tu ci sei». Fiducia mista a complicità. Questa, ed è un ricordo molto vivido, si traduceva anche nella creazione di ingranaggi dalla meccanica e dalla tempistica perfette e funzionali, ad esempio per l’espletamento delle attività domestiche di tutti i giorni: mio padre mi alzava dal letto, mi portava da mia madre con la quale facevo colazione, la quale mi riportava da mio padre che mi sciacquava la faccia e mi lavava. Fiducia e complicità come un primo mattone solido per costruire il «resto». E per darmi la sensazione certa di non essere di peso, di non «interferire» troppo nella vita dei miei genitori: questo ha aumentato anche la stima che provavo nei miei stessi confronti, perché già da piccolo potevo sentirmi come non del tutto dipendente o, almeno, potevo avvertire la mia dipendenza come non pienamente vincolante per gli altri e, di qui, per me stesso.
 
A quell’età si scoprono i primi spazi di autonomia e libertà, si impara a muoversi nell’ambiente e in rapporto agli altri che lo abitano, è un processo graduale che per una persona con deficit rischia di svilupparsi con molta lentezza, spesso con un ritardo significativo rispetto ai suoi coetanei e in modo incompleto. Ho avuto la fortuna, al contrario, di vivere quel «flusso» di esperienze e di crescita sin da piccolissimo e nonostante i deficit che indubbiamente avevo. Ribadisco che questo è merito della «scommessa» dei miei genitori, dell’investimento, magari rischioso, che hanno fatto sulla costruzione della mia libertà e della mia identità autonoma. E la stima verso me stesso è stata un primo elemento fondamentale per il futuro ruolo di educatore, perché è difficile educare altri alla stima senza provarla nei propri confronti. Ma è proprio su quel «resto» cui accennavo poco sopra, che dovremo tornare, perché riguarda la costruzione di un modello genitoriale, educativo e relazionale che, per ragioni ovvie, risponde appieno alla cultura del «fatto in casa» e che però, in seguito, si è rivelato pienamente trasferibile anche nel mio ambito lavorativo. Provando a riconoscere in che modo i miei genitori hanno agito come educatori, scopro anche i termini in cui io lo sono stato e gli ambiti nei quali ho provato a esercitare questa professione. Ma questa è un’altra storia… Scrivete come sempre a claudio@accaparlante.it o cercate il mio profilo su Facebook.

Pubblicato sul Messaggero di Sant’ Antonio, febbraio 2011

Insegnante di sostegno, diritto o dovere? – Superabile, febbraio 2011 – 1

A gennaio ho pubblicato un articolo su "Il Messaggero di Sant’Antonio", prendendo spunto dal contenuto di un’intensa corrsopondenza con Claudia, mamma di Irene. Là anticipavo che, se fossi riuscito, avrei pubblicato un contributo scritto direttamente da Claudia, saltando la mia "mediazione" giornalistica. Di seguito potete leggere la prima parte del suo articolo, che sarà presto seguita dalla seconda

Sono la mamma di una bimba con Sindrome di Down, Irene.
Irene ha quasi due anni e mezzo, è una bimba gioiosa e furbetta, divertente e riflessiva. Ora cammina in modo deciso alla scoperta del mondo ed inizia a pronunciare le prime parole, spinta da un forte desiderio di farsi capire. A noi piace moltissimo guardarla nelle sue esplorazioni, nei suoi sorrisi, nel suo modo di comunicare, anche nella sua goffaggine nel camminare!
Da settembre 2010 frequenta il nido comunale, in un gruppo di pari età, dove si è inserita con facilità e partecipa felice alla vita "sociale", anche grazie all’intelligenza ed alla disponibilità della sua maestra Patrizia e del resto del personale, capaci di accogliere Irene con attenzione e leggerezza al tempo stesso. In questo contesto aperto ed accogliente, Irene riesce a regalare giorno dopo giorno, sia a noi cha alla maestra, la gioia e la sorpresa di continui apprendimenti.
Tutto sta quindi procedendo al meglio, ma… Una nuova "sfida" si affaccia alla nostra porta: l’imminente iscrizione alla Scuola d’Infanzia. La questione è così semplice e così complessa al tempo stesso: continuo a sorprendermi di quanto una cosa così semplice possa diventare così incredibilmente complicata!
Mi spiego. Da quando ho inziato ad attivarmi per l’iscrizione, mi sono scontrata con l’idea che il diritto all’inclusione scolastica coincide con il diritto all’insegnante di sostegno. Sento fastidioso questo abbinamento automatico: perché le due cose si sono così sovrapposte!? Non è questo che dice la legge sull’integrazione. Non è questo che dicono alcune circolari ministeriali. Non è questo che dicono molti esperti. E non è questo ciò che penso serva alla mia Irene!
La richiesta dell’insegnante di sostegno sembra ormai essere l’esito di un processo acritico ed automatico, una prassi ormai consolidata ma poco "pensata": diritto all’inclusione uguale diagnosi funzionale uguale insegnante di sostegno. La scuola lo dà per scontato. I servizi lo danno per scontato. Le famiglie pure. L’ipotesi di non richiederlo sembra assurda: com’è pensabile rinunciare ad un diritto così importante?
Io invece sento il bisogno di fermare la corsa burocratica e pensarci un attimo: davvero l’insegnante di sostegno sarebbe un’opportunità per mia figlia in questo momento? Penso di no. I motivi sono tanti. Ne cito solo alcuni.
Primo, stiamo parlando della Scuola dell’Infanzia.
Poi ho un’idea radicata: le cosidette "professioni d’aiuto" vanno usate con attenzione e moderazione (e lo dico da psicologa): se da una parte offrono aiuto, dall’altra possono etichettare, trasmettere messaggi di deficit ed inadeguatezza, molto pericolosi in età evolutiva.
Un pò come l’utilissimo antibiotico: sappiamo bene che se ne abusiamo, l’inefficacia non tarderà a comparire. L’idea " più ne usi meglio è" (spesso diffusa negli interventi riabilitativi, terapeutici, di sostegno), può essere molto pericolosa.
Quindi mi chiedo: serve proprio a Irene l’insegnante di sostegno alla Scuola d’Infanzia ove la didattica ha un ruolo ancora limitato? O la sua presenza rischia di etichettarla già come inadeguata, incapace, deficitaria in un momento della sua vita in cui non è poi così vero nè necessario? Perchè devo già sottolineare le sue differenze come se fossero differenze negative, mancanti, problematiche tanto da necessitare una adulto tutto per lei per "normalizzarla" il più possibile? Ne trarrebbe giovamento la sua autostima? E la sua autonomia? L’avere un adulto "tutto per sè" non rischia di "infantilizzarla" più del dovuto e di ostacolare processi di autonomizzazione che potrebbero invece più facilmente svilupparsi se lei potesse essere trattata come tutti gli altri bimbi?
Spesso si sente dire che i bambini con disabilità sono innanzitutto bambini: posso capire che chi non ha avuto la fortuna di crescere per due anni e mezzo con una bimba come Irene possa fare più fatica a cogliere la veridicità di questa affermazione. Come mamma però sento profondamente che è così: innanzittutto una bambina, con bisogni, desideri e modi simili a qualsiasi bambino.
Che ci siano dei limiti, questo è innegabile. Non dobbiamo neanche negare, però, che spesso ipervalutiamo i limiti, perchè ciò che è diverso ci spaventa e ci mette a disagio. Sopravvalutiamo il limite per avere la sensazione che, definendolo, lo possiamo gestire meglio.
Forse allora può essere utile fermarsi un attimo, bloccare le prassi consolidate e gli automatismi interventistici.
Senza attese miracolistiche, con la consapevolezza che l’ inclusione scolastica sarà un obiettivo mai raggiunto completamente e che dobbiamo fare tutti insieme un passo dietro l’altro.
L’inizio, per me, per noi, per quello che può fare la nostra famiglia per contribuire a questo processo, è questo: dare fiducia alla nostra bimba, dare fiducia alle insegnanti che l’accoglieranno, alla scuola, a noi come famiglia. Puntare sulle potenzialità di tutti e sperimentare un percorso scolastico alla scuola materna ove siano presenti le insegnanti curriculari in prima linea, la mia Irene, la nostra famiglia, le associazioni, i professionisti che sapranno aiutarci e sostenerci.
Un modo per iniziare può essere, dunque, questo: sfidare i nostri pregiudizi e le nostre paure e vedere l’ingresso di Irene alla scuola materna come un’opportunità per tutti oltre che come un impegno ed una fatica in più. Iniziare concretamente, con questa scelta di rinunciare ad un diritto, quello all’insegnante di sostegno, che sembra essere diventato un dovere.

Claudia Trombetta

Il mio articolo su "Il Messaggero di Sant’Antonio" potete leggerlo cliccando qui http://www.messaggerosantantonio.it/messaggero/pagina_articolo.asp?R=Vivere insieme&ID=2082.

Scrivete come sempre a claudio@accaparlante.it o sul mio profilo di Facebook oppure scrivete direttamente a Claudia: ctrombetta@inwind.it

Claudio Imprudente

(Pubblicato su www.superabile.it, il 18 febbraio 2011)

Organismi esistenti e organismi viventi – Superabile, Gennaio 2011 – 2

Il 13 dicembre scorso è caduto l’anniversario dell’approvazione, nel 2006 da parte delle Nazioni Unite, della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, ratificata definitivamente dall’Italia nel febbraio 2009. Pochi giorni prima, il 3, si è festeggiata, invece, la Giornata Internazionale dei Diritti delle persone con disabilità, una scadenza in vista della quale si preparano e presentano numerose iniziative, momenti di riflessione e di informazione. Insomma, una ricorrenza che consente di fare cultura con una visibilità tendenzialmente maggiore rispetto alla media annuale… Comunque, ogni "Giornata" si risolve appunto in "una giornata" e, come tale, ha vita breve: pur riconoscendone il valore non solo simbolico, non credo che meriti grande attenzione, al di là di quella che le dedicano anche i mass media più distratti…senza sottovalutare o ignorare ciò che di interessante i vari soggetti più o meno istituzionali organizzano in quella data.

Di ben altra portata è, invece, il peso politico e sociale della Convenzione delle Nazioni Unite. So benissimo che anche il ruolo dell’O.N.U. è da anni oggetto di discussione (necessaria) sui suoi meccanismi decisionali, sul peso attualmente non riconosciuto a nazioni e ad intere aree geografiche del mondo; di un mondo sempre più multipolare e la cui assenza di un centro definito necessita di un forma di governo super partes ad esso adeguata. Senza contare che spesso i documenti e le risoluzioni approvati dalle Nazioni Unite stesse non riescono ad essere vincolanti per chi dovrebbe sottoporsi ed adeguarsi ad essi. So altrettanto bene che riconoscersi attorno a diritti universali è un’operazione semplice solo a livello ideale, perché le basi culturali e di diritto non sono comuni a tutti: ed è un "salto" quantomeno illegittimo ritenere che le nostre siano a priori le più adeguate.

Ma, al di là di questo, l’importanza di un documento come quello approvato quattro anni fa e attorno al quale si era creato un consenso molto ampio è innegabile. Scrivere "nero su bianco" diritti e doveri delle persone disabili, recependo le legislazioni più avanzate in materia e non limitandosi ad una soluzione di basso profilo, è sempre un atto forte che può far crescere la cultura sul tema. Per alcuni, davvero, una base di partenza per sviluppare politiche ancora sconosciute.

A livello mondiale esiste una disomogeneità enorme nelle politiche "per" la disabilità; già a livello europeo è riscontrabile una varietà di approcci significativa. La Convenzione può essere, quindi, di grande aiuto in questo senso: rappresenta un cambio di paradigma, di cultura e di impostazione verso la condizione delle persone con disabilità che forse noi, dal nostro punto d’osservazione privilegiato, non possiamo apprezzare appieno, ma che altrove può assumere un rilievo sostanziale.

Come riportato proprio da www.superabile.it, peraltro, iIl Protocollo aggiuntivo prevede che a presentare segnalazioni e denunce al Comitato dei diritti possano essere anche persone singole o gruppi non nominati dagli Stati firmatari. Una forma di controllo "dal basso", da parte della società civile, assai apprezzata dalle associazioni dei disabili, che sottolineano la possibilità di sottrarre i ricorsi agli eventuali calcoli di tipo politico».

Inoltre (ed è la ragione per cui proponiamo oggi questo contributo e non in occasione dell’anniversario vero e proprio della Convenzione), pur con un anno e mezzo di ritardo dalla data prevista, a metà dicembre 2010 si è riunito per la prima volta l’Osservatorio nazionale sulle condizioni delle persone con disabilità. Si è trattato di un incontro prevedibilmente interlocutorio e preparatorio, ma, ricordiamolo, all’Osservatorio sono attribuiti compiti importanti, quali la promozione dell’attuazione della Convenzione O.NU.; la predisposizione di un programma di azione biennale per la promozione dei diritti e l’integrazione delle persone disabili; la raccolta di dati statistici; la stesura di una relazione sullo stato di attuazione delle politiche sulla disabilità. Quindi? Il documento c’è, gli strumenti ci sono, le leggi ci sono…ma poi, e qui stiamo parlando anche della nostra nazione, le risorse per promuovere politiche degne di questo nome sono sempre le prime ad essere messe in discussione (restando ai casi recenti più eclatanti, al di là degli esiti finali, l’aumento della percentuale di invalidità per la pensione e il taglio indiscriminato di insegnanti di sostegno a fronte di un aumento pesante degli alunni disabili); l’inserimento nel mondo del lavoro è ancora occasionale e non assume mai i connotati di un meccanismo funzionante; l’accessibilità alla cultura e all’arte viene considerata quantomeno un aspetto marginale.

Come ha scritto un utente del sito www.disabili.com commentando l’ultimo Rapporto Istat sulla disabilità in Italia, «fa poco ben sperare nel Rapporto proprio lo scarto tra la consapevolezza teorica della dimensione sociale della disabilità e l’incapacità pratica di lettura del bisogno di soluzioni strutturali e non assistenziali e di strumenti e ausili per l’autonomia, la produttività, il benessere fisico e relazionale di cittadini che non vogliono essere né sentirsi "di peso"». Questo per dire che il dato legale, formale, va sempre misurato con le sue traduzioni concrete; anzi, direi che trova il suo senso solo nel momento in cui viene tradotto e trova la sua effettività, quando cioè porta ad un cambiamento tangibile. E’ alla luce di ciò che è davvero reale che si possono valutare la qualità e l’attualità della Convenzione. Quantomeno, da circa un mese, l’Osservatorio non è più una previsione di legge, ma un organismo esistente. E speriamo "vivente". Scrivete a claudio@accaparlante.it. (Claudio Imprudente)
 

Meno sostegno più inclusione – Il Messaggero di Sant’Antonio, gennaio 2011

Di questi tempi, quando scarico la posta, vengo giustamente bersagliato da comunicati stampa sulla carenza di insegnanti di sostegno e sulla ritrosia dei docenti a svolgere questo ruolo. Più volte io stesso mi sono espresso sull’argomento.
Oggi, però, mi vorrei soffermare su un aspetto complementare, non ponendomi in un rapporto oppositivo. L’idea era quella di pubblicare le lettere della mamma di una bimba Down in procinto di iscriversi alla scuola dell’infanzia, con la quale ho intrapreso una corrispondenza molto intensa, ma la difficoltà a estrapolare delle parti sacrificandone altre mi impedisce di farlo. La questione ruota attorno all’eccessivo automatismo col quale si avvia l’ingranaggio «inclusione-necessità dell’insegnante di sostegno» in qualsiasi ordine di studi.
 
È indubbio che tra l’esperienza, la conoscenza e la frequentazione assidua, concreta delle cose e delle persone e la presa in carico da parte di un’istituzione (scolastica, sanitaria…) c’è uno scarto incolmabile. Senza voler offendere la professionalità e l’umanità di nessuno, man mano che ci spostiamo dall’ambito genitoriale-famigliare a quello sanitario-istituzionale ci si avvia su un piano inclinato che scivola dal rapporto con una persona al rapporto con un utente, se non con un numero.
Questi meccanismi sono per certi versi naturali, in particolare se pensati in relazione al funzionamento di strutture complesse come la scuola e la sanità. Ma la «necessaria» semplificazione comporta anche la mancanza di un’analisi sottile e davvero ritagliata sulla persona. Ammettiamolo pure: violato il meccanismo una volta, il pericolo è quello del caos, anche nel caso di eventuali eccezioni nei confronti di uno studente con disabilità: il timore, oltre a derivare dal rapporto col diverso, deriva cioè dal rischio (vero o presunto) che, se si apre una breccia, niente poi sarà gestibile, riconoscibile, affidabile. Peraltro le cose sono difficilmente gestibili, o vengono maneggiate con poca professionalità e/o con pochi mezzi e risorse, già in questo contesto di leggi, analisi, teorie.
 
In relazione ad alcune tipologie di deficit, è assurdo che già alla scuola dell’infanzia venga considerata imprescindibile per il bambino una figura di sostegno. In quell’ordine scolastico si lavora su aspetti e funzioni tali che, salvo alcuni casi, davvero non si vede perché aggiungere un insegnante che, anche involontariamente, forse per il semplice fatto di essere lì, determina un disequilibrio e, cosa più grave, un distacco sensibile tra un bambino con disabilità e i suoi compagni. Proprio in un periodo in cui le eventuali differenze «funzionali» non si manifestano in modo così evidente e in cui i compagni di classe normodotati saranno molto più sereni con (e utili a) quello disabile di quanto possa fare qualsiasi figura adulta. Onnipresente o discreta. Infatti, ogni professione d’aiuto se da una parte sostiene, dall’altra rischia di etichettare e trasmettere messaggi di deficit e inadeguatezza: una sintesi tra i due è difficile da realizzare. Occorrerebbe una maggiore attenzione al contesto e una minor attenzione al «testo» (che sarebbe il bimbo disabile): è un lavoro più lungo e complesso della «reazione» assistenziale, medica e di sostegno; ma, ripeto, teniamo sempre presente che è con un’istituzione che si ha a che fare, di necessità più rigida. Sono «discorsi tetraedrici» che andrebbero affrontati «una faccia alla volta», senza per questo perdere la visione d’insieme. Sarebbe molto importante far circolare le idee, senza che nessuno – perché non ce ne sarebbe ragione – si senta offeso o chiamato in causa o sminuito nel suo ruolo. Come sempre, potete utilizzare la mia mail (claudio@accaparlante.it) o il mio profilo di Facebook per condividere esperienze, riflessioni, dubbi, certezze.
 
 

La nebbia si dissolve – Superabile, gennaio 2011 – 1

Questo è un articolo di auguri per il nuovo anno. Auguri che faccio attraverso la lucidità e l’intelligenza "calda" (non distaccata o altezzosa) che mamma Elisa ha voluto condividere prima con me e poi, tramite me, con voi. Allo stesso tempo, questo articolo può essere letto come una sorta di promessa che tacitamente potremmo farci. Più avanti capirete il perché. Ora lascio spazio alle parole di Elisa e al suo ragionamento che trovo davvero lucido, con dosi "pericolose" di verità.

"Gentilissimo Claudio, ho avuto il piacere di conoscerla in occasione del Suo intervento al Forum del terzo settore a Leno… è stato illuminante per la mia situazione personale il fatto che sarebbe più logico, ovvio e produttivo agire sui vari contesti di vita piuttosto che "accanirsi per sanare" la disabilità. Questo concetto, così semplice, ma così sottaciuto da molti -anche addetti ai lavori- è stato un vento che ha spazzato quel velo di nebbia che mi impediva di vedere chiaramente… Mi spiego con un esempio personale. Sono madre di tre bambini, e l’ultimo, S. che ora ha sei anni, ha un ritardo globale di sviluppo, senza una precisa diagnosi eziologica, che comporta un ritardo grosso e fine motorio di grado modesto e la quasi totale assenza di linguaggio (ogni tanto dice qualche parola, contestualizzandola), ma non di comunicazione, avendo lui sviluppato una serie notevole di gesti. Spesso mi trovo a discutere con i terapisti di S. perché mi "invitano" ad ignorare la sua gestualità per obbligarlo ad utilizzare la tabella di Comunicazione Aumentativa Alternativa; pensi, per esempio, se gli sto facendo la doccia e lui vuole "raccontarmi" qualcosa: dovrei andare a prendere la sua tabella, far finta di non capire quello che mi vuole dire, fargli usare la tabella con le mani insaponate e rispondergli io stessa con il rinforzo della tabella. Se fossi mio figlio mi passerebbe la voglia di comunicare!!! Ho fatto un esempio estremamente banale, ma volevo rinforzare il concetto che, se il contesto (nel caso il microcontesto) non è facilitante, anche lo strumento terapeutico (la tabella di CAA) diventa faticoso ed aumentativo della disabilità (anche per la mamma). Generalizzando, questo mi fa riflettere che spesso l’approccio alla disabilità non è verso una reale integrazione, ma piuttosto, attraverso (quando le cose funzionano) un attivismo riabilitativo, verso il maggiore avvicinamento possibile alla -mi passi il termine – "condizione normale". Non sono una totale idealista, e sono perfettamente conscia che le terapie riabilitative sono spesso essenziali per una qualità della vita dignitosa; d’altra parte mi pare che gli interventi sui contesti (materiali e non) siano estremamente ridotti… Quindi mi chiedo: il netto sbilanciamento a favore delle terapie piuttosto che l’equilibrio con l’azione sui contesti, è solo frutto di ignoranza e superficialità o ci stanno/ci stiamo prendendo per il naso sull’integrazione?".

Non so se è un meccanismo inconscio, ma spesso trovo, nelle persone che si rivolgono alle mie rubriche e in quello che mi scrivono, una trasparenza ed una forza di ragionamento che a volte vorrei raggiungere anch’io. Quello sui contesti, come i lettori di lunga data sanno, è un discorso che porto avanti da tempo perché è un discorso chiave. Se ragionamento ed azione partissero più spesso dai contesti, assisteremmo come ad un cambio di paradigma. Non si tratta tanto, infatti, di contrastare una situazione di ignoranza e superficialità, quanto di tentare di sostituire un modello con un altro: non è una lotta alla mancanza di conoscenza, è il confronto con un altro modo di intendere e agire le cose. In questo senso, lo sforzo richiesto è anche maggiore.

Concludo tornando all’augurio-promessa dell’inizio, ora più chiaro, ovvero quello di impegnarci reciprocamente a contribuire a questo passaggio: da un approccio che chiama in causa sempre e solo l’ individuo "nella sua disabilità", ad uno che privilegia l’azione sull’ambiente, su noi tutti intesi come collettività. Scrivete a claudio@accaparlante.it o sul mio profilo di Facebook.

 

2011

Il Rapporto del Censis, il desiderio, la scuola – Superabile, dicembre 2010 – 2

Il 3 dicembre scorso il Censis ha diffuso il suo 44° Rapporto sulla situazione sociale del nostro Paese. A prescindere dalle personali opinioni riguardo alla credibilità ed alla capacità descrittiva e profetica delle scienze statistiche e sociologiche, il Censis, quantomeno negli ultimi anni, fornisce delle chiavi di lettura molto interessanti e, per certi versi, inquietanti. Spesso, però, l’inquietudine può essere un sentimento che spinge alla reazione, piuttosto che ad una stasi inerme. Ricordo che il Rapporto dello scorso anno aveva utilizzato l’immagine quasi dantesca della "mucillagine" per raccontare in modo vivido la condizione dell’Italia e degli italiani. Chi ha esperienze della materia non farà difficoltà a capire il senso metaforico di quella associazione applicato ad un organismo sociale, statuale, economico e culturale. Il Rapporto 2010, che ricorre in modo evidente ad un linguaggio psicanalitico, ci descrive come una società «pericolosamente segnata dal vuoto», che produce ed è vittima di un «egoismo autoreferenziale e narcisistico», che ci ha resi insicuri, fiacchi e in preda a «pulsioni sregolate». Un popolo, ancora, statico, bloccato, «senza profondità di memoria e futuro».

Qualche dato e poi un passo indietro, verso un punto del Rapporto che mi ha colpito in modo particolare: sulle famiglie gravano sempre più compiti e costi assistenziali onerosi e impegnativi, in particolare rispetto alle situazioni di non autosufficienza e disabilità; quasi 2.500.000 giovani, tra i 15 e i 34 anni d’età, non studiano, non lavorano e nemmeno più cercano un impiego (un dato che, spero, stimoli una riflessione più profonda rispetto a quella, fatta propria anche da personalità politiche importanti e "autorevoli", per la quale questi sarebbero tutti bamboccioni viziati. Mi sembra che le cifre testimonino una difficoltà che è anche sistematica); il 40% dei nuclei familiari sostiene di non avere la capacità di produrre risparmi, impiegando tutto quello che guadagna per fronteggiare le spese correnti mensili; a fronte di un’economia al palo, che fa difficoltà a reinventarsi e soffre forse più che altrove le condizioni critiche mondiali, cresce abbondantemente (+5,2%) l’economia che si crea dall’evasione e dall’elusione fiscale, così come è in crescita anche il numero di Comuni che hanno visto e subìto l’infiltrazione di attività tipiche della criminalità organizzata (passano da 610 a 672 e raccolgono il 22,3% della popolazione italiana. In pratica è interessato al fenomeno, direttamente o indirettamente, quasi ¼ degli italiani). Da ultimo, il Censis individua una controtendenza positiva: «il 71% degli italiani ritiene che la scelta di dare più poteri al governo e/o al suo capo non sia adeguata per risolvere i problemi del Paese» e ritiene che «bisogna partire dal basso, accrescendo le capacità, la preparazione, la coscienza dei singoli», ma senza che questo si confonda con un soggettivismo di stampo berlusconiano. Piuttosto che assuma i tratti di una responsabilità diffusa.

Ma il punto molto significativo, a mio avviso, è che, secondo il Censis, «manca la materia prima su cui lavorare, il desiderio». Questa si conserverebbe in chi è più aperto al mondo e in chi è propenso a «fare comunità, nei borghi, nei paesi» (per quanto, come scriveva qualche giorno fa Andrea Bagni (Il Manifesto, 3 dicembre 2010), il termine "comunitario" comporti il rischio di «comunità chiuse, di appartenenze assolute, di guide gerarchiche, di religioni sacralizzate, separate dall’umano»). Ma per ricostruire la capacità di desiderare (il termine desiderio, peraltro, è di difficile gestione, passibile come è di interpretazioni assai contraddittorie e incompatibili, le derive più pericolose essendo la pretesa di un godimento immediato e il legame morboso ad oggetti in realtà mai, appunto, desiderati), ecco, per ricostruire la capacità di desiderare un ruolo fondamentale dovrebbero averlo e, in realtà ce lo hanno già e ancora, la scuola e l’educazione. E’ attraverso il sapere, in tutte le sue sfumature, che passa la capacità di immaginare, di costruire immaginari, di avvertire mancanze, di innovare, di sviluppare competenze (e non solo prestazioni) ed una capacità creativa, libera, desiderante, in grado di smarcarsi da appiattimento e appagamento, altre due caratteristiche nazionali evidenziate dal Censis. Insomma, un luogo dove il desiderio possa essere al tempo stesso "formato" e "alimentato". Ed è, la scuola, anche l’ambito in cui mantenere e potenziare una «politicità delle relazioni orizzontali», citando ancora il complesso e puntuale articolo di Bagni. Un aspetto da non sottovalutare se alla tensione desiderante si vuol dare, come sarebbe opportuno, una dimensione collettiva e un’attenzione costante all’altro da noi.

Sono giorni in cui su questi temi si sta giocando una partita importantissima, causa di tensioni (ahimè, anche strumentali) tra forze politiche e tra queste e soggetti esterni di vario tipo e che rivendicano cose diverse, non coincidenti (rettori, insegnanti e, soprattutto ricercatori e studenti). Segno che l’importanza della posta in gioco è riconosciuta da tutti. Ed ha un valore che va ben oltre quello dell’insegnamento scolastico e universitario, allargandosi all’idea che abbiamo del presente e del modello di società che auspichiamo per il futuro.

Scrivete come sempre a claudio@accaparlante.it o cercate il mio profilo su Facebook.

Claudio Imprudente

Insegnanti di sostegno al tempo della crisi

Tempo fa mi aveva colpito una notizia riportata dal quotidiano "La Repubblica" che così titolava "Mancano trenta prof di sostegno. Lacoppola: «Nessuno vuole farlo»" (23 ottobre u.s.). Ovvio che, sapendo in che modo vengono spesso utilizzati i titoli giornalistici, ovvero per colpire il lettore distratto o frettoloso o che, comunque, mai si azzarderebbe a perdere dieci minuti per arrivare alla fine del pezzo, piuttosto che per dare una sinossi efficacemente descrittiva, ho proseguito nella lettura, scoprendo che le cose in realtà erano più complesse di quanto sembrasse. Infatti, sembra che il virgolettato riferito al dirigente dell’ufficio scolastico della Provincia (U.S.P.) di Bari, il dott. Lacoppola, racconti solo una parte dei fatti, i quali compongono una trama piuttosto complessa, infittita dai gravi problemi economici, e di qui organizzativi e pedagogici, che la scuola italiana tutta deve affrontare. Dicevamo che le parole del dirigente forniscono una versione parziale dello stato delle cose nella provincia di Bari: questo non significa che non siano in parte veritiere.

Riporto altri passi dell’articolo:
[…"Sembra che nessuno voglia insegnare agli alunni che hanno difficoltà", scuote la testa il dirigente dell’U.s.p., Giovanni Lacoppola. L´anno scolastico a settembre è iniziato senza insegnanti per centinaia di studenti disabili: un´emergenza legata ai tagli ministeriali che ha spinto l´Angsa, l´associazione nazionale genitori soggetti autistici, a mettere in mora l´ufficio scolastico provinciale. Dall’ U.s.p. però è arrivata la nomina straordinaria di altri 188 docenti di sostegno: dal 12 ottobre sono iniziate le nomine. "Abbiamo proceduto immediatamente con le chiamate degli insegnanti, individuando i casi più gravi", spiega Lacoppola. Ma finora trenta posti non sono ancora stati assegnati: "i docenti contattati scorrendo la graduatoria fino agli ultimi posti, semplicemente, non hanno accettato o non si sono presentati in istituto". L´ultima chiamata è fissata al 25 ottobre: "dopo quella data – annuncia il dirigente – delegherò ai capi di istituto la ricerca"..].

Non mi meraviglierebbe che, nonostante oggi la ricerca di un lavoro venga vissuta più come una questione di sopravvivenza, una necessità inderogabile (quando non una causa persa in partenza: aumenta, non a caso, il numero di coloro che non risultano disoccupati in senso tecnico e statistico, solo perché non cercano neanche più un lavoro) che una possibilità di realizzazione in un determinato campo, si possa innescare una dinamica che porti degli/delle insegnanti a rinunciare ad un incarico (e magari a retrocedere in graduatoria a causa di quel rifiuto) che preveda un ruolo di sostegno ad alunni con bisogni speciali.Non mi meraviglia, né mi scandalizza, non potendo tacciare quegli insegnanti "mancati" di insensibilità, di disaffezione al ruolo di educatori (in senso lato), di scarsa professionalità. Semmai il contrario, perché ne andrebbe riconosciuto l’"eccesso" di professionalità, includendo in questa anche la capacità di riconoscere i propri limiti. Cosa intendo dire? L’Italia, come si sa, ha una legislazione considerata all’avanguardia in tutto il mondo in materia di inclusione scolastica (alcuni vi vedono anche tratti utopici, per non dire ipocriti, resta il fatto che sono pochissime le nazioni al mondo in cui viga un modello simile), una legislazione a mio avviso meravigliosa, da difendere con le unghie, ma che necessita di un impegno, di un investimento forte perché possa funzionare e rivelarsi efficace (ed efficiente) non solo per l’alunno disabile, ma per l’intero gruppo classe. Il presupposto della legge, formidabile, è infatti che la presenza di un alunno con deficit si riveli una risorsa pedagogica e formativa per tutti gli altri e per gli insegnanti stessi, oltre ad essere un modo per far conoscere la "disabilità" in  modo non mediato e a partire dalla tenera età. Questo, ovviamente, riassumendo un po’ la questione. Le cose si complicano se agli insegnanti che devono fornire il sostegno mancano gli strumenti per farlo, una preparazione adeguata, il supporto dei colleghi curricolari, una formazione costante, le risorse materiali per avviare e proseguire una pratica educativa e di relazione che possa dare risultati. Nel "gran rifiuto" degli insegnanti segnalato dal dirigente vedo questo, il timore di intraprendere un’avventura di questo tipo "a mani nude". Un timore che va compreso e le cui ragioni vanno cercate altrove, non nelle propensioni caratteriali o nelle aspirazioni professionali degli insegnanti.

"Mi chiamo Annarita , sono un’insegnante di sostegno di Avellino, al quindicesimo anno di esperienza, ma ogni volta che devo affrontare un nuovo caso, tutta la mia esperienza sembra svanire forse perché più credi di sapere, più non sai. Quest’anno, in prima elementare, mi è stato affidato C., un alunno affetto da polimicrogiria. Non parla né cammina, ma credo capisca tutto ciò che gli capita intorno. Me ne accorgo dall’intensità del suo sguardo, dal suo sorriso che appare ogni volta che si sente amato.

Vorrei fare qualcosa, dargli un modo per comunicare, per capire il suo pensiero, deducibile, ora, solo da risate o da gridolini. Non vorrei ripetere quanto ha fatto per tre anni alla scuola dell’infanzia…Per caso, ho visto quella tavoletta di plexigas…Si è accesa in me una speranza, la mia mente ha cominciato a frullare strategie,ipotesi… Mi sento poco professionista in questo momento, ma mi piacerebbe sapere la tua storia di alunno, step by step, per sapere da come, da dove cominciare. Se vuoi, puoi anche rispondermi sulla tua rivista, ma dammi il tempo di iscrivermi domani, a nome di tutte quegli insegnanti di sostegno che, seppur tacciati di indifferenza, continuano a fare questo mestiere con dedizione,anche, se a volte, credimi, ci si sente abbandonati dalle istituzioni. Magari, ci sono in giro per l’Italia tante persone con gli stessi miei dubbi e non hanno lo stesso coraggio che mi è venuto, spinta dal bisogno di sapere non per curiosità, ma per amore del mio mestiere. Certa che per me avrai parole di incoraggiamento, aiutami a fare il mio dovere di insegnante, suggeriscimi le metodologie (…) più idonee, perché (…) anche io possa essere mediatrice di un’altra sfida, perché anche tu possa essere coprotagonista di una probabile vittoria. Al di là del riferimento al mio strumento di comunicazione, la lettera che mi ha scritto Annarita rende appieno la portata di quanto ho scritto sopra. Un invito, in particolare agli insegnanti di sostegno "in crisi": scrivete a claudio@accapaprlante.it o sul mio profilo di Facebook.

Claudio Imprudente

Pubblicato su www.superabile.it il 6 dicembre 2010

 

Il diritto di essere tristi – Il Messaggero di Sant’Antonio – Novembre 2010

Qualche tempo fa ho ricevuto una lettera molto intensa, (auto)ironica e diretta, da parte di Elena, lettrice con la quale capita spesso di scambiarsi opinioni epistolari: un commento a una citazione inserita all’interno di una bella monografia di «HP-Accaparlante» del 2001, dedicata alla sessualità delle persone disabili (Le passeggiate sono inutili, di Cristina Pesci e Donata Lenzi). Anzi, più precisamente, la lettera traeva origine da un estratto per raccontare qualcosa di più, secondo un formidabile meccanismo che la fruizione di un oggetto artistico, letterario, culturale riesce a innescare con grande facilità e per il quale da lettori «passivi» diventiamo produttori attivi di pensiero, idee, arte, cultura…
Per l’esattezza la citazione dalla quale Elena prendeva spunto era questa: «La mia follia è uno stato depressivo che tengo accuratamente nascosto agli altri. È una lotta perpetua per dimostrare loro che sono qui, e che ci sto bene. Così tutti i rapporti sono falsi, perché vita esteriore e vita interiore non corrispondono. (…) Mi sforzo di nascondere tutto quello che potrebbe sconvolgere gli altri». Era, la citazione in questione, tratta da Babette, handicappata cattiva di Elisabeth Auerbacher, Edizioni Dehoniane 1991, Bologna.
 
Elena, disabile-giovane-donna, a proposito di quella citazione scriveva: «Mi ritrovo molto in queste parole. Mi succede spesso di sentirmi dire dalle persone che mi vogliono bene: “Che brava che sei, io non ce la farei mai al posto tuo”. È un segno di affetto, di stima, ma palesa anche il fatto che forse non è così chiaro che non ho scelto io di stare male, anzi, se potessi scegliere, ne farei volentieri a meno, altro che brava! Oppure, parlando con chi fa volontariato a fianco di persone con disabilità, sento gli animatori o gli educatori dire quasi sempre che “loro (i disabili) sono più forti”, “loro sono più sensibili”, “loro sono meglio degli altri”… Non tutti i disabili sono più forti degli altri, non tutti sono sempre sereni e affrontano le difficoltà con il sorriso. (…) Anche loro hanno il diritto di piangere, di sfogarsi, di essere di cattivo umore, magari per una cavolata. Sembra quasi che dobbiamo giustificarci agli occhi del mondo se ogni tanto cadiamo… Sembra che dobbiamo giustificare la nostra stessa esistenza. Come se a noi fosse concesso di esserci solo a patto che dimostriamo di essere sempre meglio degli altri. È una fatica. Anche io soffro di depressione e nessuno lo sa, è un mostro che mi divora dentro senza che nessuno se ne accorga. Eppure anche quando mi sento morire sfoggio il mio splendido sorriso perché nessuno se ne accorga, perché a me (in quanto invalida, in quanto donna, in quanto giovane) non è concesso essere triste, mentre chi sta davvero bene, chi ha davvero tutto, non fa altro che lamentarsi, e senza nemmeno doversi giustificare per questo».
 
Forse vi ricorderete che il termine «persona» deriva etimologicamente dal greco prosopon, che significava «volto dell’individuo» ma anche «maschera», quella utilizzata dagli attori teatrali. Nel tempo, poi, questa parola ha assunto il significato e le sfumature che intendiamo oggi e che ci portano a distinguere profondamente i due termini. Invece, è come se alle persone disabili la parola «persona» venisse ancora attribuita nel significato di maschera, con un limite in più, ovvero che questa maschera deve avere sempre la stessa espressione e che esse sono pertanto costrette a recitare sempre la stessa parte. Se vogliamo confrontarci con delle vere persone disabili dobbiamo riconoscerne anche il «diritto a essere tristi». E poi imperfette, inaffidabili, impreparate, volgari… Ringraziando Elena per la sua lettera, vi ricordo che potete scrivermi a claudio@accaparlante.it o sul mio profilo di Facebook