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Autore: admin

Insegnare, verbo al plurale

di Paola Magi

Sono un’insegnante di Storia dell’Arte. Nel corso degli ultimi dieci anni ho lavorato nei licei artistici della Lombardia, e mi è accaduto di avere in classe alunni con difficoltà di vario genere, fisiche o psichiche. Vorrei parlare, in particolare, della mia esperienza rispetto a quelli con handicap uditivo.
Ne ho avuti, in tutto, cinque, nel corso degli anni: due maschi e tre femmine, e ho seguito ciascuno di essi per la durata di un anno scolastico.
Tutti avevano una protesi auricolare, e tutti seguivano un metodo oralista, ma in realtà ciascuno di essi presentava caratteristiche molto diverse, sia in rapporto allo studio e alla relazione col docente, che al confronto con i compagni di classe.

Le storie
Chiamerò, per comodità, con nomi fittizi i ragazzi:
1-Luca, 2-Giovanni, 3-Erica, 4-Nadia, 5-Susanna.
Luca era perfettamente autonomo: quasi non mi accorgevo del suo problema. Aveva una buona pronuncia, badava lui stesso a mettersi al primo banco; probabilmente aveva un buon residuo uditivo, perché seguiva le lezioni e non ho dovuto utilizzare strategie particolari per coinvolgerlo. Non aveva insegnante di sostegno, almeno non nelle mie ore.
Giovanni, al contrario, aveva tanti e gravi problemi. Il suo handicap infatti non era solo uditivo ma anche cognitivo; la difficoltà di accettazione dei suoi problemi da parte della famiglia lo avevano reso un soggetto difficile da inserire nel gruppo classe e soprattutto da avvicinare alla espressione verbale, alla concettualizzazione e all’apprendimento.
Erica era in piena crisi adolescenziale: molto autonoma, con una pronuncia piuttosto buona, non accettava il suo handicap. Rifiutava l’insegnante di sostegno, che pure le era stato assegnato, stava sempre seduta in fondo all’aula, e si rifugiava nel rapporto con le sue amiche, con cui parlava in continuazione. Era come se sfidasse il mondo a ogni passo, senza avere davvero la forza di reggere questa sfida. La famiglia era presente, positiva, con un buon grado di accettazione del problema della figlia; la classe però non era particolarmente unita.
Nadia era di famiglia benestante, i genitori, separati, provvedevano con dovizia di mezzi alla figlia; ma in realtà la ragazza sembrava un po’ abbandonata a se stessa. Era come se desse per scontato che tutto le sarebbe arrivato, senza impegno né sforzo da parte sua. Arrivava sempre in ritardo, pur abitando vicino a alla scuola, poi sedeva in disparte, isolandosi rispetto alla classe.
Susanna era una ragazzina timida e dolce, molto ben organizzata tecnicamente: appena arrivavo in classe, mi dava subito il registratore, e mi faceva mettere il microfono collegato al suo apparecchio auricolare; voleva sempre avere accanto l’insegnante di sostegno, alla quale si affidava molto. La sua caratteristica era quella di avere sviluppato un rapporto di estrema fiducia verso le figure adulte, mentre invece, rispetto ai coetanei, risultava piuttosto isolata. Non la vedevo quasi mai parlare con i suoi compagni.

Aspettative, problemi, necessità diversi
Nei confronti di questi alunni, non ho adottato comportamenti standardizzati: infatti ciascuno di essi aveva aspettative, problemi e necessità diversi.
Nel caso di Luca ho fatto davvero poco: non aveva bisogno di strategie ad hoc. Semplicemente, badavo a restare sempre ben visibile quando spiegavo.
Nei confronti di Giovanni, al contrario, ho cercato in tutti i modi di creare le condizioni perché potesse seguire le spiegazioni. Anche lui, inizialmente, rifiutava l’insegnante di sostegno.
Ripetendo l’anno, si era ritrovato in una classe nuova, con compagni nuovi che lo avevano accettato, e con i quali ha stabilito dei rapporti di complicità e di comunicazione, per quanto elementare, molto importante per lui, tanto che ha cominciato a parlare. Male, in modo quasi incomprensibile, ma parlava. Essendo stato sempre iper-seguito e iper-protetto, però, non aveva alcuna autonomia rispetto all’attività scolastica. Si sedeva sempre in seconda fila, e stava a leggere fumetti o a guardare giornaletti illustrati mentre l’insegnante di sostegno prendeva appunti.
Da subito ho preso l’abitudine di piazzarmi di fronte a lui, durante la spiegazione. Gli facevo aprire il libro, gli indicavo le immagini e le didascalie, ogni tanto gli facevo scrivere qualche parola a matita sul libro. Cercavo sempre di cogliere il suo sguardo, e quando lo vedevo distrarsi gli lanciavo un piccolo richiamo, riportandolo a seguire il discorso. Alla fine dell’ora, spesso dedicavo gli ultimi minuti a riepilogare con lui le cose dette, mentre i compagni ascoltavano, profittando anche loro di questo piccolo riassunto finale. Cercavo sempre di coinvolgerlo, anche in modo minimo, per esempio facendogli leggere le didascalie delle immagini ad alta voce, o facendogli esprimere piccole osservazioni sulle opere che stavamo analizzando. Storia dell’Arte gli piaceva molto, per via delle immagini che riusciva a controllare bene, e perché il suo acuto senso di osservazione gli permetteva di cogliere dettagli che sfuggivano ai suoi compagni.
Erica si chiudeva come un riccio nella sua corazza di lottatrice solitaria, e tutto quello che potevo fare era accettare la sfida: non le ho fatto sconti. Con lei, era inutile cercare di avvicinarsi, almeno nel momento della lezione; poteva se mai capitare di scambiare qualche parola nei corridoi all’intervallo, in compagnia delle sue inseparabili compagne. In classe, sembrava sempre pronta a drizzare gli aculei. E’ per lei che ho iniziato a pensare a un incontro con Martina Gerosa, quello che poi è maturato nel progetto Comunic-abilità. Purtroppo Erica non è riuscita a usufruirne: infatti è fuggita, ha cambiato scuola.
Con Nadia ho messo a punto alcune strategie che si sono rivelate utili. Poiché i ragazzi erano pochi, e l’aula lo permetteva, li facevo sedere tutti in un’unica fila, di fronte alla cattedra; quando Nadia arrivava, come sempre in ritardo, doveva inserirsi anche lei fra i compagni. Le ho dato una piccola responsabilità: d’accordo con la collega di sostegno, che poi a casa trascriveva la registrazione, all’inizio delle mie lezioni Nadia doveva andare in sala professori a prendere il registratore e portarmelo in classe. Anche con lei, niente sconti: Nadia aveva bisogno di scoprire la gioia di conquistarsi da sola i suoi successi, e soprattutto di capire che ci si aspettava qualcosa da lei. La collega di sostegno, d’intesa con me, aveva accettato di non portare mai fuori dalla classe Nadia, durante le mie lezioni, tranne che in alcuni momenti concordati, per attività di ripasso nelle quali venivano sempre coinvolti anche altri alunni. Durante le spiegazioni cercavo sempre di mantenere con lei un contatto di sguardi, e mi assicuravo, come del resto con gli altri ragazzi non udenti, che potesse guardarmi bene in faccia mentre parlavo. Direi che Nadia, alla fine, è quella che ha avuto i risultati migliori: si è ben inserita nel gruppo classe, si è messa a studiare con un certo impegno.
Susanna: con lei non ho dovuto fare sforzi particolari per farle seguire le lezioni, era perfettamente in grado di cavarsela da sola. Piuttosto, ho cercato il modo per inserirla nel gruppo, ma devo dire che purtroppo la classe non era particolarmente favorevole: molto eterogenea, con parecchi elementi fortemente inclini all’indisciplina, divisa in gruppetti ostili fra loro. Con lei ho cercato di conversare a tu per tu, ma erano conversazioni faticose, in cui mi trovavo a fare continuamente domande che ottenevano risposte monosillabiche. Susanna, con il suo carattere dolce e sereno, è riuscita, alla fine, ad allacciare qualche relazione di amicizia con alcune sue compagne. In questa classe, come anche in quella di Giovanni, ho cercato di stimolare gli alunni all’aiuto reciproco, promuovendo il tutoring, ovvero riconoscendo un bonus di punteggio aggiuntivo a chi riusciva a far raggiungere la sufficienza a un compagno in difficoltà. Questa strategia ha consentito di creare un’atmosfera più collaborativa fra i ragazzi, e la stessa Susanna ha potuto rivelarsi una presenza positiva per tutti: le sue lezioni registrate e le relative trascrizioni ad opera della collega di sostegno sono servite anche ai suoi compagni, e questo ha fornito a Susanna un certo prestigio agli occhi degli altri.

Una didattica migliore per tutti
Da queste esperienze ho tratto alcune osservazioni.
La prima è che, per un ragazzo con difficoltà uditive, gli alleati naturali sono i suoi compagni. Possono aiutarlo sul piano pratico, a prendere appunti per esempio; ma la cosa più significativa, per un ragazzo in età adolescenziale, è la spinta alla comunicazione che gli può venire offerta dai suoi coetanei. Per questo motivo è molto utile stimolare il più possibile l’istinto alla solidarietà, attraverso strategie plurime, fra le quali ho riscontrato avere buon successo quelle di tutoring.
Un ottimo risultato possono offrirlo anche altre iniziative di sensibilizzazione ai problemi della diversità, come quella dell’incontro con Claudio Imprudente organizzata al Liceo di Brera.
Una seconda osservazione è che l’insegnante di sostegno non va considerato, come invece di fatto spesso accade, una sorta di accessorio personale per il ragazzo, ma un consulente che può aiutare il docente curricolare a stabilire le opportune modalità di approccio e di comportamento nei confronti della classe, oltre che nei confronti dell’alunno con disabilità. Per me, le colleghe di sostegno sono state un punto di riferimento prezioso, con loro ho messo a fuoco i vari problemi e definito le opportune strategie. La loro competenza e la loro esperienza mi hanno fornito indicazioni fondamentali per ottenere dei buoni risultati; il fine era, paradossalmente, quello di renderle ‘inutili’ per il ragazzo disabile, creando le condizioni per la sua autonomia. Abbiamo sempre cercato di sottolineare come la loro presenza fosse ‘per la classe’. A tale scopo, ho offerto ai colleghi di sostegno l’opportunità di tenere una o più lezioni su argomenti di loro competenza disciplinare, relazionati al contenuto della programmazione di Storia dell’Arte in corso di svolgimento. Questo è servito sia a rendere chiaro agli allievi che un insegnante di sostegno è un docente a tutti gli effetti, sia a stabilire un rapporto più confidenziale e collaborativo fra docente di sostegno e docente curricolare; oltre naturalmente ad avere una ricaduta positiva sull’attività didattica in sé, fornendo occasioni di approccio multidisciplinare agli argomenti affrontati.
In relazione alla precedente osservazione, ho trovato molto positiva la strategia di mantenere sempre le attività di ripasso, gestite dai colleghi di sostegno nella loro aula, come attività di gruppo, fruibili da tutti gli allievi in difficoltà. Questo ha permesso infatti agli alunni con disabilità di restare sempre a contatto con i compagni, agli occhi dei quali acquisivano anche una sorta di prestigio dovuto al fatto di essere visti come la fonte di una risorsa supplementare che altrimenti la classe non avrebbe potuto avere.
Un’ultima osservazione è che la presenza di un allievo in difficoltà può creare, con opportune strategie e adeguati accorgimenti da parte degli insegnanti, un clima di coesione e di solidarietà tutto particolare, e molto positivo per tutti.

Docente di storia dell’arte

 

 

L’inserimento che va oltre le parole

di Nicla Lattanzio

Conoscere il bambino
Inserire un bambino ipoacusico al Nido, significa predisporre i pensieri, le emozioni e di conseguenza l’organizzazione per “fare spazio” a nuove possibili esperienze, a nuovi meravigliosi incontri. Poter pensare e poter predisporre ambienti adeguati e tempi atti a dare la possibilità al bambino con deficit uditivo di entrare in contatto con un contesto inusuale ed extracasalingo, significa poter stabilire nuove attese e prendersene adeguatamente cura.
Il tempo dell’inserimento è di notevole importanza sia per le educatrici che stanno per concepirsi come “tramite” della nuova realtà originale del Nido, sia per il bambino stesso, il quale verrà accolto con la propria individualità irripetibile, la sua storia, le sue abitudini, il suo bagaglio socio – culturale, il suo contesto familiare.… sempre in relazione alla situazione concreta di partenza del bambino deficitario dell’udito: ogni bambino porta con sé differenti modalità interattive (che quindi differiscono da soggetto a soggetto) proprio in base al grado del suo deficit sensoriale e la possibilità di inserimento nel contesto Nido deve fare “affidamento” su questo “codice” per impostare e attuare un progetto.
E’ alquanto complesso operare facendo generalizzazioni, in quanto ogni persona sorda è veramente un individuo a sé stante, con il suo vissuto e le sue possibilità di relazionarsi; ragion per cui l’analisi della situazione di partenza rappresenta il momento più delicato del processo di inserimento, sicché deve essere ampia ed esatta.
Lavorare sulla raccolta dei dati consente alle educatrici che costruiscono l’ambiente dell’inserimento, di avere una visione il più possibile precisa su quanto è già stato fatto e su quanto è ancora da fare: partendo da quest’ottica, è più facile evitare di esporre il bambino a una condizione di insuccesso e l’educatrice a un senso di inadeguatezza.
Il reperimento delle notizie riguardanti la diagnosi del deficit, le abilità e le competenze del bambino, gli interventi riabilitativi e quant’altro, è facilitato senz’altro dalla costituzione di un gruppo di lavoro formato da tutti i soggetti ruotanti il protagonista da inserire, quindi dalla famiglia anzitutto, dal collegio degli educatori, dagli educatori, dagli operatori sanitari, dall’interprete LIS (richiesta dalla famiglia stessa, propensa all’uso dei segni) o dall’educatore di sostegno.
Ogni piccola informazione riguardante il bambino e il suo deficit uditivo, sono da prendere in seria considerazione per essere poi valutate in relazione ad una programmazione di inserimento discreta: notizie sulla sordità (grado, comparsa, causa, possibilità di recupero), sull’ambiente sociale e comunicativo (stimoli e aiuti intra ed extra familiari), sulle abitudini di vita (interessi, grado di autonomia, comportamento alimentare, ecc.). Il bambino sordo non deve risultare una vittima del sistema del Nido di infanzia; non deve essere costretto ad arginare la propria voglia di scoprire, di capire, di sapere. La cultura dell’Asilo di intervenire per promuovere l’autonomia, la ricerca di modi espressivi personali, di aprire la mente a nuove esperienze, non può mortificarsi all’utilizzo di inutili modalità stereotipate di espressione, precludendo lo sfruttamento delle capacità spontanee, della curiosità naturale del bambino sordo: l’assistenzialismo pressappochista non scalfisce i disagi subiti ma anzi ne favorisce il propagarsi.

Il ruolo di una “buona” educatrice per un inserimento riuscito
La professionalità dell’educatrice nella gestione della fase dell’inserimento, trova la sua massima espressione nella capacità che ha di facilitare approccio tra il bambino audioleso e il nuovo ambiente sociale del Nido, valorizzando occasioni di crescita psicoaffettive e cognitive assolutamente significative. Tuttavia il processo d’inserimento del bambino con problemi di udito non avviene mai in modo indolore, infatti l’esperienza del Nido può assumere aspetti assai complessi tali da suscitare negli operatori stati d’animo carichi di ansia, rispetto ai quali possono sentirsi inadatti. Orbene, si potrebbe invitare le educatrici a rispondere a una sorta di questionario per ottenere soprattutto diverse indicazioni sull’evento “inserimento del bambino sordo”; di seguito qualche esempio di intervista – questionario:
Educatori intervistati n. …
Di età compresa …
Sesso …
Preparazione scolastica in rapporto all’handicap …
… corsi e/o semirai sul tema
… scuola di specializzazione su area psicologica e psicopedagogica
… preparazione medica

Domanda n. 1
Per quanti bambini sordi ha dato vita ad un processo educativo di inserimento nel corso del suo lavoro al Nido?

Domanda n. 2
Per Lei cosa significa inserimento del bambino sordo?

1. l’inserimento consiste nella socializzazione con gli altri
2. l’inserimento significa non isolare il bambino sordo dal resto del contesto Nido, garantendo appoggio costante e dare possibilità al bambino di esprimere al massimo le sue capacità
3. l’inserimento è un rapporto con il contesto (bambini, educatrici, materiali, ecc.), è esperienza emotiva da offrire al bambino sordo
4. l’inserimento come opportunità di essere stimolato
5. l’inserimento è sentirsi integrati in un contesto, sentirsi a proprio agio; livellare la difficoltà di integrazione per sentirsi parte integrante di un gruppo
6. inserire un bambino sordo in un posto dove sono tutti udenti.

L’approccio all’evento inserimento da parte dell’educatrice è di svariato genere. Alcune sottolineano l’importanza della socializzazione con gli altri bambini; altre indicano la priorità dell’esperienza relazionale e del contesto emozionale da creare intorno al bambino sordo. Altre credono nell’inserimento al Nido come possibilità di offrire o creare strumenti utili per integrazione e contatto con gli adulti, coetanei ed ambiente sociorelazionale;

Domanda n. 3
Secondo Lei è sempre possibile l’inserimento del bambino sordo?
No…
Si…
Non sa dirlo prima…

Domanda n. 4
Quando l’inserimento, secondo Lei, non è possibile?

1. quando il bambino è troppo grave e non ha possibilità di integrarsi
2. quando l’inserimento è forzato, non voluto dal bambino
3. quando il bambino è deriso dai compagni, dagli altri genitori, dagli operatori
4. quando non si è creato un lavoro di équipe per fronteggiare i problemi del bambino sordo.

L’incontro con la sordità infantile è denso di implicazioni emotive conflittuali dinanzi alle quali l’educatore può sentirsi impreparato, poiché il silenzio, l’assenza di parole, evoca sentimenti di inquietudine, di imbarazzo e turbamento; il disagio nel creare un rapporto di relazione spesso porta “l’architetto” dell’inserimento a non continuare il proprio lavoro o a svolgerlo senza implicazioni emotive, riducendo il tutto ad una semplice immissione dell’individuo in un contesto che non gli è proprio. L’educatrice che si appresta ad inserire al nido un bambino minorato dell’udito deve pertanto prendere coscienza del deficit ma non soffermarsi solo su di esso (sarebbe molto riduttivo e motivo di disorientamenti, ansie e timori) quanto invece relazionarlo al potenziale del bambino, che è il vero “elemento” da inserire: elemento che sa osservare, che vuole apprendere, che desidera mettersi in relazione.
Conoscere il bambino col suo handicap, globalmente, significa accoglierlo come persona che non sente dalle orecchie e non nel cuore e nella mente e significa anche accogliere le capacità realmente possedute, le quali aiutano ad evitare che egli possa utilizzare la propria “situazione” per ottenere le risposte da lui desiderate. Deve essergli ostacolata l’idea che tutto gli è dovuto in nome della sua menomazione fisica: chi lavora con e per lui perché possa essere inserito al Nido, ha bisogno di sapere i limiti reali del bambino causati dalla mancanza dell’udito, per evitare che possano generarsi sentimenti di pena e atteggiamenti di accondiscendenza, in una relazione “prepotente”, in cui tutto è permesso e preteso; non di rado succede, infatti, che il bambino sordo venga “graziato” da rimproveri facendo leva sul suo deficit. La mancanza di una preparazione professionale che verte su più ambiti, molto spesso mette in crisi l’educatore, il quale invece deve partire proprio dalle potenzialità e dalle capacità integre del piccolo, per evitare tanti errori che rendono ancora più gravoso il processo di inserimento.

Entrare al Nido giocando in “silenzio”
L’Asilo Nido quando accoglie e pensa a progetti di inserimento di bambini affetti da sordità, deve presentarsi particolarmente attrezzato, pur precisando che non è, e nemmeno deve diventarlo, un Asilo “speciale”; deve essere un Nido “comune” che, per dotazione di personale qualificato, di strutture, attrezzature idonee e per la prossimità di presidi sanitari o riabilitativi, favorisce la funzionale entrata del bambino sordo, in quanto facilitata da tecniche didattiche, da materiale specifico, da vari stimoli.
Il Nido deve pensare a momenti nell’inserimento durante i quali viene superato lo svantaggio uditivo e sociale del bambino sordo; momenti di pennarelli colorati, matite, cartoncini, marionette, trucchi… momenti dove fantasia, spirito di immaginazione e creatività si intrecciano tra loro, in un silenzio che non è penoso ma che si prende cura delle emozioni del piccolo non udente. Entrare al Nido giocando è un’esperienza tra le più entusiasmanti compiute nei primi anni di vita del bambino e pertanto pensare di poter stabilire relazioni ludiche è alquanto rafforzante per il processo di inserimento dell’infante sordo.
Vygotskij aveva fatto notare già oltre cinquant’anni fa che il bambino sordo è un soggetto diverso nell’acquisizione del codice della lingua perché il suo apparato cerebrale non è come quello dell’udente, modellato e predisposto sin dal periodo vissuto nella placenta materna ad accogliere i suoni, i rumori, le voci la sua acquisizione linguistica dovrà avvenire utilizzando propriamente i sensi vicari dell’udito; sensi che costituiscono il mondo attorno al quale gira tutto l’esistere del bambino sordo.
Per questo il suo linguaggio deve avere origine da quelle percezioni sensoriali che sono più forti e che sono capaci addirittura di preparare e coinvolgere tutto il corpo a raggiungere un livello di comunicazione efficace per esprimere idee, emozioni e pensieri. In condizioni di udito deficitario, la struttura corporea nella sua globalità diventa oggetto principale di comunicazione, o meglio soggetto dialogante in grado di liberare e far brillare l’espressività intrinseca del sordo: i sordi sono più “intonati” nella comunicazione corporea rispetto agli udenti perché per costoro il corpo diventa reale strumento attivo di reciprocità; le posture, le posizioni spaziali, gli sguardi, tutte le espressioni del volto costituiscono indicazioni precise per creare condizioni di scambio interazionali. Il bambino sordo con il suo corpo “pronuncia” le sue impressioni, manifesta la sua tristezza e i suoi turbamenti, le paure, il disgusto, le gioie e la rabbia, accoglie, domina, sospetta, ama e vive!
Quando egli è molto piccolo, utilizza il corpo come mezzo comunicativo e per potersi connettere sentimentalmente con l’altro: partendo da questo presupposto, si potrebbero organizzare giochi e attività nelle quali vengono investite le risonanze corporee del soggetto e per mezzo di queste si impara ad “ascoltare” e a vivere i suoni, a distinguerli con le vibrazioni crescenti, in un contesto di assoluta tranquillità, perché venga favorito un tono muscolare elastico che permetta poi al corpo vibrante la trasmissione delle onde sonore e la distinzione dei timbri sonori.
Questo tipo di gioco, dunque, richiede investimento di emozioni ma anche assoluta fiducia da parte del bambino; perciò potrebbe essere fatto con l’indispensabile presenza dei suoi genitori… presenza capace di rasserenare il bambino e di farlo rilassare nel corpo, nella mente e nel cuore.
Nel gioco anche il setting deve essere ben preparato: la location, grande quanto basta per l’attività e abbastanza raccolta per evitare la dispersione dell’attenzione, deve essere calda ed accogliente; gli strumenti musicali vibranti e i vari materiali che vengono utilizzati, devono poter essere visibili al bambino perché possa rendersi conto del percorso dell’attività.
Sempre sfruttando il corpo in maniera globale, sarebbe divertente dare vita a un inserimento basato sulla pratica di un’attività fisica e “sportiva” per favorire l’autonomia e l’integrazione del piccolo e potenziarne i sensi surrogati dell’udito. In questo gioco, infatti, il tatto oltre che la vista, sono i referenti principali tra la realtà e le emozioni interne.
Il progetto ludico richiederebbe da parte della struttura: temperatura giusta, attrezzatura e materiali adatti; nella saletta di psicomotricità, ad esempio, si potrebbe allestire una piscina gonfiabile (Ø 100 cm), con acqua regolata a temperatura ambiente, ideale per il raggiungimento di uno stato di rilassamento da parte dei bambini, accolti in piccolissimi gruppi (sordi e udenti): il gruppo molto ristretto risulterebbe piuttosto accessibile e contenuto per riuscire nell’intento di conoscenza rilassata.
I bambini avrebbero così una nuova coscienza del proprio corpo, data dalla stimolazione tattile e anche termica e dalla sensazione di avvolgimento, a loro forse insolita! L’acqua è un grandissimo amico del bambino perché per nove mesi ne è avvolto per il 90% ; il bambino si trova perfettamente a suo agio in acqua e inoltre questa ha proprietà biofisiche davvero eccezionali. Il bambino pertanto, supererebbe immediatamente il “fastidio” dell’acqua e della paura. Anche solo immergere i piedini, farli scalciare dal bordo, rappresenterebbe un primo proficuo approccio con l’acqua.
All’inizio sarebbe utile, direi obbligatoria, la presenza di almeno un genitore; superate le primissime fasi di difficoltà, si attuerebbero le attività ludiche vere e proprie (con le palline di varia grandezza e materiale, pupazzini galleggianti, pezze, colori…). Ma attenzione! non sarebbe come fare un corso di nuoto! La piscina dovrebbe essere piccolissima e con livello d’acqua ridotto… non è nuotare ma consentire un inserimento che riduca le distanze tra il Nido e il bambino sordo.

Bibliografia
AA. VV. (2003), dispensa Il gesto, l’immagine e la parola.
AA. VV. (1998), Infanzia e adolescenza, diritti e opportunità, Centro Nazionale di Documentazione ed Analisi sull’Infanzia e l’Adolescenza.
AA. VV. (2203), dossier Lo sviluppo sociale.
Bacchini D. – Valerio P. (2000), Le parole del silenzio, Edizioni Scientifiche Ma.Gi., Roma.
Bassa Poropat M. T. – Chicco L. (2004), Il nido come sistema complesso, Edizioni Junior, Bergamo.
Berry Brazelton T. (2003), Il bambino da zero a tre anni, RCS Libri, Milano.
Casale M. – Castellani P. – Saglio F. (1991), Il bambino handicappato e la scuola, Bollati Boringheri editore, Torino.
Marchetti P. (2002), dispensa Lo spazio pensato… mappe reali e ideali, Bologna.

Laureata in Scienze della Formazione a Bologna con una Tesi sull’inserimento al nido di bambini sordi e ipoacusici articolo estrapolato dalla tesi di laurea redatta insieme al prof.J.J.Chade.
e-mail: fenice82it@yahoo.it

Bibliografia sulla telematica sociale

Esistono pochi libri specifici sul tema della disabilita’ ed internet; per lo piu’ sono stati pubblicati degli articoli su riviste dedicate al sociale; oltre a questi vi proponiamo una serie di testi essenziali, non tanto per conoscere la telematica in generale – anche se questo discorso viene affrontato dalla maggior parte dei libri sottoriportati e con un ampia rassegna bibliografica – ma per scoprirne le sue potenzialita’ sociali e socializzanti e per conoscere quanto e’ gia’ stato fatto, in questo campo, in Italia e all’estero.

Associazione AREA (A cura di): Top Handicap – Guida ai siti Internet per la disabilità, s.l., 1998.
I siti, circa un centinaio sia di lingua italiana che inglese, sono descritti da una scheda che riporta anche dati sul grado di accessibilità e sulle disabilità specifitacamente trattate.

AA. VV.: Nubi all’orizzonteDiritto alla comunicazione nello scenario di fine millennio,Roma, Castelvecchi, 1996.
Un testo che raccoglie gli interventi di un convegno tenutosi a Prato sulla telematica amatoriale; un libro utile per conoscere i protagonisti e le tematiche centrali della comunicazione elettronica alternativa in Italia.

Banaudi, G.:
"Fra esigenza di norme e libertà del cyberspazio", «ASPE» 28.7.94.
Bacheca elettronica e handicap, «Gli Altri», ott.-dic. 1992.
Bacheca elettronica e handicap, «Gli Altri», gennaio-marzo 1993.
Bacheca elettronica e handicap, «Gli Altri», aprile-giugno 1993.
Telematica e handicap oggi in Italia, «Microcomputer», marzo 1994.
La bibbia del modem. Guida alla comunicazione attraverso il computer, Padova, Muzzio, 1994.
Per sapere tutto sul modem ecco un libro completo; ma il testo in questione non è solo questo, perché unisce agli argomenti tecnici quelli culturali facendo una storia della telematica di base in Italia e disegnando una mappa dell’utilizzo sociale delle nuove tecnologie di comunicazione.

Bosco, U.: Internet: appunti di viaggi, «Solidarietà», n. 24-25-26-27, 1996.
La rivista ha pubblicato quattro interventi sui siti che trattano di temi sociali (soprattutto sul tema dell’AIDS).

Bussadori, V.-Rabbi, N. (A cura di): Telematici sentimentali, «HP-Accaparlante» n. 38, febbraio 1995, pp. 13-26.
Numero speciale della rivista dedicata alle risorse informative sui disabili e all’informazione sociale in rete (soprattutto su Bbs).

Carlini, F.: Chips & Salsa – storie e culture del mondo digitale, Roma, Manifestolibri, 1995.
Un testo di base per conoscere le fondamenta della telematica e, soprattutto, una visione critica del futuro che ci attende.

D’Auria, M. – Marescotti, A.: Prendi il computer per fare la pace, «Avvenimenti» 2.12.92.

D’Auria, M.: Autostrade telematiche. Chi corre, chi paga, chi comanda, «Avvenimenti», 1995.

De Carli, L.: Internet – memoria e oblio, Torino, Bollati Boringhieri, 1997.
Un’articolata critica di cosa sia internet da cui emerge l’importanza che i gruppi di base, le associazioni, i cittadini riescano a servirsene a proprio vantaggio prima che qualcuno dall’alto decida per tutti.

Gubitosa, C. – Marcandalli, E. – Marescotti, A.: Telematica per la Pace, Milano, Apogeo 1996.
Come per il libro di Banaudi anche questo testo unisce le informazioni tecniche e quelle culturali cercando di portare avanti un discorso in cui, attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie non si perda mai di vista un fine, quello di un mondo più giusto e pacifico. Si narrano varie "storie telematiche di impegno civile e di volontariato" e in appendice vengono fornite molte indicazioni sulle risorse in rete.

Gubitosa, C.: Oltre internet. Consigli per una navigazione a misura d’uomo,Bologna-Milano, EMI-FCE, 1997.
Al di là delle mode che vedono internet come un vetrina da guardare, come un libro senza fine da sfogliare ricco di immagini, suoni ed effetti speciali, l’autore propone un utilizzo diverso del mezzo telematico. In particolare vengono trattati gli argomenti riguardanti il commercio equo e solidale, la controinformazione giornalistica e il rapporto nord-sud del mondo (per uno sviluppo sostenibile delle telecomunicazioni anche da parte di chi non ne ha i mezzi).

Hunke, H.: Navigare nella solidarietà, Roma, Asal-IDOC, 1996.
Informazione nord-sud, organizzazioni non governative (ong), cooperazione internazionale, volontariato…questi sono i temi trattati dal libro che riporta anche un’agenda ricca di indirizzi telematici di organizzazioni che si occupano o che operano nei paesi in via di sviluppo.

Levy, P.: L’intellligenza collettiva, Milano, Feltrinelli, 1996.
"L’intelligenza collettiva è distribuita dovunque c’è umanità – dice Levy – questa intelligenza può essere valorizzata al massimo mediante le nuove tecniche, mettendole in sinergia". In un mondo sempre più complesso la collaborazione in rete permetterà un aiuto reciproco tra le persone.

Marescotti, A.: Internet: tutto quello che non viene detto, «Avvenimenti», 22.3.95.

Negroponte, N.: Essere digitali, Milano, Sperling & Kupfer, 1995.
L’autore è uno dei padri della telematica; la sua è una visione eccessivamente ottimistica del futuro tutto tecnologico che spetterà all’umanità. In un paragrafo del libro parla anche dei benefici che la rivoluzione digitale porterà ai disabili.

Rabbi, N. (a cura di): Corso sulle reti telematiche e internet per chi opera nel sociale e nel volontariato, 1998.
L’Associazione Centro Documentazione Handicap di Bologna organizza regolarmente dei corsi di alfabetizzazione telematica finalizzata ad un suo uso sociale; il testo raccoglie una serie di interventi di diversi autori italiani e stranieri, che vanno dalla cultura e l’immaginario digitale al comportamento corretto in una mailing list, passando attraverso un’analisi critica delle nuove tecnologie di informazione.

Dello stesso autore:

Non solo internet, «TN-Tempi Nuovi» luglio/agosto 1997.
Caro amico ti scrivo…su web, «TN-Tempi Nuovi», marzo 1998.
I siti stranieri sull’handicap 1, «TN-Tempi Nuovi», maggio 1998.
I siti stranieri sull’handicap 2, «TN-Tempi Nuovi», giugno 1998.
Rubrica periodica sulla telematica sociale ospitata dal mensile dell’ANMIC (Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili). 

Rheingold, H.: Comunità virtuali, Milano, Sperling & Kupfer,1994.
Fondatore di una celebre comunità virtuale, The Well, Rheingold è il teorico più celebre dell’utilizzo della telematica a fini sociali, di come sia possibile impegnarsi socialmente e fare volontariato attraverso l’uso del computer o anche semplicemente creare nuove forme di socializzazione a distanza.

Turkle, S.: La vita sullo schermo, Milano, Apogeo, 1997.
Per una visione più ampia del rapporto tra l’uomo e la macchina, per capire come si stanno definendo nuove identità e relazioni sociali grazie all’utilizzo della telematica, ecco il resoconto di una nota "antropologa del cyberspazio" americana che da 20 anni studia il fenomeno.

www.mediamente.rai.it.
Il sito, versione in rete dell’omonima trasmissione televisiva sulle nuove tecnologie e sui new media, offre un’importante biblioteca virtuale su questi temi e su quelli sociali tramite decine di interviste ai maggiori specialisti e pensatori. In particolare vedi contributi di Richieri, Levy, Virilio, De Mauro, Eco…

Ma la telematica ai disabili serve?

 

Abbiamo cercato di rispondere a questa domanda attraverso due interviste, una ad Andrea Canevaro, direttore del Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università di Bologna, l’altra a John Fischetti, dell’ENIL Italia (Movimento per la vita indipendente).

L’ausilio complesso
Intervista ad Andrea Canevaro

Domanda: La telematica offre ai disabili e alle persone che vivono in situazione di svantaggio, nuove possibilita’ di comunicare e di conoscere: telematica e disabili dunque, cosa ti suggerisce questo binomio?

Risposta: Mi suggerisce due aspetti: il primo riguarda la possibilità di estendere le reti di partecipazione non solo ai disabili ma anche agli operatori, ai tecnici (penso anche ai medici); recentemente sulla rivista dell’Associazione Emofilici e Talassemici di Ravenna – Hemoex ho letto un articolo che si riferiva ai medici e ai giornalisti; stranamente ma giustamente associati, in quanto, se disinformati, diventano nemici pericolosi. Se un giornalista che deve trattare un caso di cronaca avesse l’attenzione di consultare una banca dati, ammesso che ci siano delle banche dati, ma ci sono già, e avesse modo di fare un piccolo excursus in Internet o avesse modo, insomma, di informarsi mediante sistemi che sono alla portata, eviterebbe di fare del sensazionalismo a sproposito, di usare linguaggi imprecisi che aprono speranze e poi delle volte, se le speranze sono infondate, è la premessa per arrivare ai drammi. Questo è un aspetto importante. L’altro aspetto, forse anche banale, è quello di ampliare le reti di partecipazione alla produzione culturale e alla produzione lavorativa, al telelavoro. Per quanto riguarda la produzione culturale, un buon esempio è rappresentato dalla Rete dei Centri di Documentazione per l’Integrazione dell’Emilia-Romagna dotati delle strutture tecnologiche adeguate e quindi in grado di avere banche dati e risorse on line non più legate ai singoli casi ma che vadano un po’ oltre.

D.: Si stanno diffondendo in rete i siti dedicati al tema della disabilità e dell’emarginazione e le nuove tecnologie vengono sempre più usate: dal tuo osservatorio, da un Dipartimento di Scienze della Formazione, ti sei accorto di alcuni cambiamenti? Tesi presentate, progetti che implicano questi mezzi…

R.: All’interno del Dipartimento di Scienze della Formazione impieghiamo sempre più le opportunità offerte da Internet nell’accrescimento delle competenze; recentemente abbiamo fatto delle prove con insegnanti che hanno avuto la specializzazione per l’handicap e una parte delle prove consisteva nel rintracciare notizie in Internet anche a proposito di alcune disabilità comuni e di altre più rare. Si corre anche il rischio di prestare meno attenzione ai contesti materiali rischiando che la conoscenza telematica abbia il sopravvento su una conoscenza basata su un coinvolgimento diretto; d’altra parte non mi va di contrapporre queste due conoscenze, in quanto le considero complementari.

D.: Anche da un punto di vista del processo di apprendimento le nuove tecnologie, attraverso la multimedialità, la formazione a distanza, comportano dei cambiamenti: riferendosi soprattutto a chi opera nel sociale e a chi vive in situazioni di svantaggio, cosa significa questo? Questo implica anche nuove competenze (tecnologiche)?

R.: Si, certo, ma vorrei leggermente allargare la risposta facendo riferimento al caso del lavoro multiculturale. Non bisogna rendere antagonisti il collegamento multiculturale e le attenzioni alle identità. Ti faccio un esempio diretto: se dobbiamo attivare una cooperazione, come abbiamo attivato, con paesi che escono da conflitti come la Bosnia o il Ruanda, la possibilità è quella di entrare in un contatto che preveda la possibilità di collegamenti telematici e quant’altro. Una operazione del genere è sicuramente più adeguata alle necessità, però è anche vero che un’operazione del genere può costruire delle false realtà, cancellando o meglio distruggendo. La cancellazione non lascia tracce, la distruzione lascia macerie, non so cosa è peggio, ma distruggendo tanti elementi culturali presenti in quelle realtà che solo la nostra ignoranza fa considerare deserte e prive di spessore, allora bisogna stare molto attenti a fare un’operazione che sia avanzata con le tecnologie e avanzata con il rispetto. Le due cose non si escludono affatto: come in altri settori vale la regola della cooperazione, quello che ci metto deve essere corrispondente a quello che ci metti tu, se io nella dotazione informatica ci metto cinquanta bisogna fare in modo che anche tu ci metta cinquanta.

D.: Torniamo ai disabili, la natura del cyberspazio tende a rendere invisibili certe differenze, uno spastico in rete non si avverte come tale, così è possibile addirittura costruirsi nuove identità: queste novità cosa possono portare a chi vive in situazioni di svantaggio? A vari livelli, lavorativo, sociale e relazionale…

R.: Possono portare a una perdita di contatto con la realtà: la realtà è sempre multipla, un elemento artificiale, virtuale, che può essere governato a piacere con una logica di autoreferenzialità. Mi ricostruisco questa realtà e mi dimentico la parola “virtuale”, me la ricostruisco a mio piacere. La funzione dell’ausilio che dovrebbe essere quella di mediatore con la realtà può essere stravolta per diventare l’ausilio creatore di un realtà virtuale. Questo è un rischio che mi è capitato di notare in alcune situazioni. Comunque, piuttosto che cadere nella disperazione, può anche valere la pena, in certi casi, di correre questo rischio. I vantaggi grossi stanno nella possibilità di avere dei mediatori molto efficaci nel rapporto con la realtà, capace di permettere quello che la fisiologia non può permettere. Questa tecnologia oramai è diffusa anche nella quotidianità e non è impossibile pensare che ci sia una conversione della produzione di serie di numerosi oggetti che tenga più conto della diversità; certamente questa produzione non sarà mai capace di raggiungere davvero le necessità del singolo, per cui sarà sempre necessario fare del bricolage, dell’artigianato tecnologico per raggiungere questo scopo. Però ci saranno prodotti già più vicini a soddisfare le esigenze degli anziani, dei disabili.

D.: Diversità e differenza da un lato, omologazione dall’altro: Internet ha in sé questo duplice aspetto, di permettere ad ognuno, nella sua diversità, di esprimersi e rendere nello stesso tempo tutti più simili, perché il mezzo tende a uniformare, a semplificare nel virtuale una realtà ben più complessa, sfaccettata: cosa succederà secondo te? La diversità, nella sua accezione positiva, si svilupperà o rischierà di disperdersi? Come cambierà?

R.: È un po’ difficile rispondere ad una domanda così ampia: io credo che la diversità si potrà anche accentuare, sarà la diversità di chi ha la «dotazione» tecnologica e chi non la ha. La questione dei numeri gioca molto pesantemente a sfavore di una parte del mondo che è molto lontana dal poter accedere a queste risorse. E il numero degli handicappati in questa parte del mondo sono di una quantità enorme soprattutto là dove c’è la guerra, incrementata anche dal fenomeno delle mine antiuomo. L’uniformizzazione data dal mezzo telematico può accentuare anche i conflitti in quanto le diversità sono necessarie e non cancellabili. Un esempio tipico è rappresentato dal mondo islamico. I paesi poveri del mondo – che hanno anche, ripeto, il più alto numero dei disabili – sono quelli che hanno più interessi ad avere tecnologie. Subiranno un bombardamento di nuove tecnologie e questo sarà un elemento sconquassante; in un recente viaggio in Cambogia ho visitato una città come Phnom Penh, una città che non esiste più che è fatta di polvere e traffico; nelle sue vie ho visto delle scatoline tecnologiche, veri e proprie isole ritagliate nella polvere e nel traffico, dei negozietti di pochi metri quadrati; in una di questi mi sono fatto fare gli occhiali nuovi tramite una tecnologia molto sofisticata. La gente che lavora in questi posti quando torna a casa, torna di nuovo nella polvere e nel traffico, in tuguri senza acqua. Questi elementi così scombinati non possono stare insieme, questi scombinamenti portano ad altri scombinamenti, le cose non si aggiustano facilmente; la tecnologia può causare in questo senso disuguaglianze nuove e delle diversità feroci; disuguaglianze anche all’interno della stessa persona che vive una percentuale di vita immerso nell’alta tecnologia e una percentuale di vita di infimo livello, con dei salti difficili da sostenere.

D.: Internet pone al centro anche un’altra questione: la memoria e l’oblio. Tutto quello che non è sulla rete, digitalizzato, rischia di non essere conosciuto, ricordato, rischia, perciò, di non esistere per chi usa solamente la rete per i suoi bisogni di conoscenza (e questo accadrà sempre più in futuro). Questo pone parecchi problemi: cosa deve essere messo in rete, chi decide questo… Riferendoci ai temi della disabilità, non dico cosa metteresti on line, ma con quali criteri bisognerebbe utilizzare questa scelta (visto che tutto non sarà «ricordato», cosa che è già successa comunque)?

R.: Quando una persona anziana o una persona che all’improvviso ha perso l’udito viene protesizzata, se non c’è l’educazione alla protesi, una spiegazione anche semplice di come bisogna abituarsi ad averla, la protesi fa un effetto negativo, perché una persona che prima non sentiva risente di nuovo ma senza filtri, gli arrivano tutti i rumori senza riuscire a trascurare quelli di fondo. È quello che accade ai protesizzati che sentono tutto e non riescono a filtrare i rumori che a loro servono rispetto a quelli che creano solo disturbo, per cui occorre rieducarli all’uso di questi filtri. Con la «protesi» di Internet quello che ascoltiamo non è tutto, ma è quello a cui vogliamo fare attenzione e poi c’è il resto; se noi ci volessimo illudere che la realtà è solo in Internet qualcosa ci richiamerà alla ragione, magari solo attraverso uno scalino in cui s’inciampa.

Un’occasione di libertà
Intervista a John Fischetti

D.: Che cosa puo’ rappresentare la telematica per le persone che vivono in condizioni di svantaggio? L’enfasi eccessiva, in termini positivi, con cui se ne parla non rischia di trasformarsi in un motivo di delusione?

R.: Su questo tema sarebbe facile scrivere qualche migliaio di pagine. Un po’ più in sintesi, ritengo che l’aspetto più importante sia l’annullamento della necessità di deleghe. Un numero sempre maggiore di operazioni e attività potrà essere svolto con mezzi e strumenti telematici, liberando così le persone con disabilità dalla dipendenza e restituendo loro privacy e autosufficienza. Non esiste forma di disabilità, per quanto grave, che possa impedire del tutto l’uso dello strumento informatico e telematico. Occorre naturalmente analizzare ogni aspetto, per evitare di cadere nei facili trionfalismi alla Nicholas Negroponte o nei rischi di ulteriore emarginazione insiti ad esempio nel telelavoro, però le possibilità sono talmente numerose e importanti da rendere l’armamentario telematico probabilmente il più rivoluzionario strumento in termini di affermazione ed esercizio di libertà. Tali affermazioni possono apparire esagerate, soprattutto agli occhi di chi non ha gravi disabilità. Queste persone possono però facilmente comprendere l’importanza di quanto affermo se riflettono sulla semplicità con cui compiono gesti quotidiani che sono invece impossibili per chi ha gravi disabilità.

D.: Mi fa qualche esempio pratico di utilizzo telematico da parte di un disabile?

R.: Un esempio fra tanti: scegliere e sfogliare un libro o un giornale. Per molte persone con disabilità questo è diventato possibile soltanto grazie agli archivi, alle notizie e ai fornitori di informazioni raggiungibili per mezzo della rete. A questo proposito è necessario affrontare con determinazione i problemi causati alle persone con disabilità dal copyright e dalla protezione dei diritti d’autore. Il non poter rendere accessibili i testi in formato digitale a causa del rischio di duplicazione incontrollata causa grosse limitazioni all’accesso alla cultura da parte delle persone con gravi disabilità, e questo è certamente ingiusto. Ritengo che una soluzione tecnica adeguata possa essere sviluppata e, se questo non fosse possibile, ritengo comunque prevalenti i diritti di accesso ai testi da parte delle persone con disabilità rispetto alla protezione dei diritti d’autore.

D.: Quali sono le notizie essenziali che devono poter essere reperite in rete?

R.: Oltre alla cultura e alla letteratura scientifica è senza dubbio fondamentale l’accesso ad informazioni che di solito sono di difficile reperibilità e consultabilità anche per i cittadini «normodotati», cioè le leggi e, più in generale, informazioni sull’attività dello Stato e delle altre istituzioni. Non bisogna dimenticare che la conoscenza è potere, e che spesso la condizione di dipendenza delle persone con disabilità deriva anche dal fatto che queste persone sono costrette a seguire le indicazioni dei cosiddetti «esperti». Una prima fondamentale libertà offerta dalla telematica è quindi la libertà dall’ignoranza.

D.: Oltre alla libertà dall’ignoranza, la telematica permette anche alle persone che vivono in condizione di svantaggio di uscire dall’isolamento in cui spesso cadono.

R.: Sì, un’altra libertà molto importante è quella che consente di unire la riconquista della privacy con la fine dell’isolamento. Mediante la rete oggi si può comunicare quasi con chiunque. È possibile anche inviare messaggi a chi non è collegato alla rete, mediante i sistemi automatici di invio di fax o il postel. Inoltre è possibile scrivere una lettera e inviarla al destinatario senza coinvolgere altre persone. Fino a pochi anni fa era difficile scrivere in libertà a un amico una lettera sui rapporti con i propri genitori, quando a scrivere e spedire materialmente questa lettera avrebbe dovuto essere il padre o la madre. La libertà dall’isolamento si manifesta anche nella possibilità di partecipare a gruppi di discussione sui più svariati temi. Le conferenze telematiche, le mailing lists, i newsgroups sono formidabili veicoli di diffusione di idee ed esperienze. Da un lato possono contribuire alla conoscenza reciproca, alla messa in comune di idee e soluzioni, dall’altro consentono di sentirsi parte di una comunità, con la forza di esempio e di stimolo che questo può dare alle singole persone. Infine la comunità ha insite potenzialità di azione enormemente superiori: la comunicazione veloce e a basso costo consente di organizzare e organizzarsi, ed è uno strumento di lavoro di cui probabilmente non si è ancora compreso pienamente il valore. È ovvio che ignoranza e solitudine non si possono debellare solo con lo strumento telematico. I rapporti fisici, l’essere insieme e il crescere insieme sicuramente continuano ad essere basilari per ciascuna persona. In questo senso la telematica non deve assolutamente costituire un alibi per costringere le persone a rinunciare alla mobilità, la telematica non deve mai essere descritta come un sostitutivo degli incontri fisici, dei viaggi, dell’esplorazione del mondo. Può però costituire una ottima integrazione, e per chi oggi si vede preclusi gli incontri fisici, i viaggi e l’esplorazione del mondo, la telematica può costituire comunque un enorme passo avanti.

D.: E nella vita pratica di tutti i giorni cosa può significare l’uso di Internet per un disabile?

R.: II passaggio dai massimi sistemi, dal senso stesso dell’esistere, alla soluzione dei piccoli problemi della quotidianità non è troppo repentino o improprio. Spesso risolvere un problema solo apparentemente piccolo e risparmiarsi qualche fatica in più costituiscono un ottimo incentivo a meglio considerare il senso stesso della propria vita. Quindi argomenti come gli acquisti effettuati per mezzo della rete e di una carta di credito, l’autogestione del proprio conto corrente o la prenotazione di servizi sono forse aspetti banali ma non certamente disprezzabili o accantonabili. Ecco uno dei motivi per cui è necessario insistere sulle caratteristiche di accessibilità e fruibilità dei siti. Sarebbe davvero una beffa consentire finalmente a una persona con disabilità di accedere per via telematica al proprio conto corrente, e poi renderle impossibile operare a causa della conformazione del sito, ricco magari di immagini animate e di frames, ma mancante di una semplice paginetta solo testuale, indispensabile per chi usa i sistemi a sintesi vocale.

D.: Il lavoro infine: si è tanto parlato delle possibilità offerte dal telelavoro per chi abbia difficoltà, ad esempio a muoversi; cosa ne pensi?

R.: Secondo me l’aspetto su cui puntare, telematica o no, non è tanto la possibilità di avere un lavoro, qualunque esso sia, bensì l’opportunità di offrire dei servizi realmente interessanti e competitivi. Entrare nel mercato del lavoro dalla porta principale, insomma, e non da quella di servizio. Le quote riservate diventano, in questo contesto, un male necessario, una soluzione (ma forse non lo è neppure) per chi ha poco da offrire ma non per questo deve essere ulteriormente emarginato e respinto. Per chi invece ha voglia di «mettersi in gioco», la telematica offre opportunità numerose ed interessanti. Spesso, per una azienda che affida parte del proprio lavoro burocratico a personale esterno, connesso con postazioni di telelavoro, avere all’altro capo del filo una persona con disabilità costituisce un vantaggio e non un rischio. Altrettanto spesso, vista l’inesperienza nel settore, l’azienda questa cosa non la sa, non l’immagina neppure. Compito delle organizzazioni di persone con disabilità, quindi, diventa anche la promozione e la valorizzazione del lavoro che queste persone possono svolgere, se dotate di strumenti adatti. Per chi vuole impegnarsi più a fondo vi sono molte possibilità, di attività di tipo professionale, come la ricerca di informazioni, l’editoria in rete, la grafica, il settore pubblicitario, la gestione e manutenzione dei siti, le traduzioni, la programmazione, e molte altre. Quel che serve è un po’ di fiducia in se stessi, e aver chiaro in mente di non essere alla ricerca di un lavoro in termini di assistenza, bensì di aver qualcosa di importante da offrire, qualcosa di valore.

Mailing list e newsgroup

Newsgroup: un angolo per la discussione

it.sociale.handicap
it.sociale.volontariato

Internet non è solo Web, cioè quell’immenso reticolo di pagine graficamente più o meno pregevoli che possono essere sfogliate con l’ausilio di un mouse. Internet è anche un luogo virtuale in cui discutere, confrontarsi, chiedere informazioni, litigare o conoscersi. Mutuati dal mondo dei Bbs, i newsgroups, o gruppi di discussione, permettono tutto questo grazie a semplici programmi di consultazione. Benché l’attivazione di un newsgroup sia tutt’altro che agevole (soprattutto in Italia) ogni giorno ne vengono attivati di nuovi e altrettanti ne scompaiono; si dice che ce ne siano quasi 30.000 nel mondo: la maggioranza sono in lingua inglese ma molti, ormai, sono quelli in italiano. Il newsgroup è molto simile ad un club o ad un bar virtuale dove ci sono degli avventori abituali e degli altri assolutamente occasionali. In ognuno di questi «bar» si parla di argomenti diversi: musica, politica, sport, turismo, informatica, sesso, cultura … ma più spesso si affrontano sotto-argomenti molto particolari e «limitati»: innumerevoli sono, ad esempio, i newsgroup tenuti da fans di gruppi musicali anche poco noti. Va precisato che vi è una sostanziale differenza fra le mailing lists e i newsgroups; mentre alle prime ci si abbona sottoscrivendole, i secondi debbono essere consultati attraverso programmi specifici. Le mailing inoltre si ricevono direttamente in posta elettronica, opportunità non offerta dai newsgroups. Come tutti i club che si rispettino, anche i gruppi di discussione hanno le loro regole, alcune comuni (la famosa netiquette, cioè le regole di comportamento in rete), altre proprie del gruppo. Ogni newsgroup può scegliere, al momento di costituirsi, di avere un moderatore che indirizza ed eventualmente censura gli interventi «fuori misura» o non pertinenti. Molti sono, tuttavia, i gruppi che non sono moderati; sono spesso i più confusionari ma ugualmente ricchi di stimoli e trovate. Nel marzo del 1997 – anche in Italia – è stato attivato uno specifico newsgroup che vuole affrontare le tematiche relative alla disabilità; it.sociale.handicap è il nome adottato e che ha raccolto le 75 adesioni necessarie alla registrazione nel giro di pochissimi giorni. Il gruppo non è moderato; non a caso ha avuto un avvio un po’ stentato; ma dopo questa fase durata alcuni mesi, i messaggi sono aumentati esponenzialmente e così lo spessore della discussione.

Nel newsgroup non è infrequente trovare appelli come questo: "Ciao, mi chiamo Augusto, sono di Perugia ed ho una gamba completamente amputata. Cerco amici con lo stesso problema per scambiare impressioni e problemi in rapporto all’uso della protesi." Purtroppo non possiamo essere certi che Augusto abbia trovato le persone che cercava; probabilmente ha avuto una risposta «privata». Più spesso, invece, quando le risposte possono avere una utilità generale vengono «postate» anche sul newsgroup; un esempio. "Salve a tutti. Volevo chiedere se qualcuno sa darmi delle indicazioni dove cercare del software distribuibile gratuitamente rivolto a persone disabili, in particolare rivolto a bambini (età elementari e medie) con handicap di tipo motorio. Mi spiego: cerco soprattutto programmi che possano aiutare un bambino nello svolgere i compiti scolastici, ma sono graditi anche i giochini ed altro che possa aiutare un bambino a prendere confidenza con il computer".
Ecco la risposta: "Nell’ambito del software di ausilio per le disabilità motorie potrebbe esserti utile MAIA: www .elet.polimi.it/section/compeng/air/ihd/maia/
Tieni inoltre d’occhio le pagine www .elet.polimi.it/section/compeng/air/ihd/ dove appariranno anche sistemi a sfondo didattico (saremo inoltre presenti a SMAU CADD 98 a Milano a fine mese) e www .geocities.com/ResearchTriangle/Lab/5357/ handyres.html dove c’è una collezione piuttosto ricca di link sulla disabilità." Vi sono poi gli annunci di sapore marcatamente commerciale prevalentemente lasciati cadere nel silenzio. "Vendo orologi digitali con suoneria sia sonora che accentuatamente vibrante; peculiarità di sicuro ausilio per gli audiolesi. Il prezzo di vendita è di £.145.500 IVA incl.+spese di spedizione (£.13.500); Per minimo 5 orologi le spese di spedizione sono forfettizzate in £.20.000." E ancora: "Pensiamo di farVi cosa gradita informandovi che la nostra azienda realizza allestimenti per il trasporto di disabili e anziani su una vasta gamma d’autoveicoli con la possibilità di fornire direttamente anche l’autoveicolo base nuovo di fabbrica in base alle Vostre specifiche esigenze. In particolare porgiamo alla Vostra cortese attenzione il nostro sollevatore elettroidraulico […], frutto di un patrimonio di tecnica acquisito da una cinquantennale attività nell’ambito dell’allestimento di autoveicoli, che fino ad ora ha avuto riscontri molto positivi. […]" Più interesse e risposte raccolgono invece i richiami a fatti legati all’attualità: ricordate, ad esempio, le caustiche affermazioni fatte nel 1998 al Dopofestival dallo scrittore Aldo Busi a proposito di Annalisa Minetti, la cantante ipovedente che quell’anno vinse il Festival di Sanremo? Il newsgroup ne ha parlato immediatamente. Leggiamo il primo di alcuni interventi anche di segno opposto: "Trovo incredibile tutto questo sdegno provato dalla gente per la dichiarazione di Busi al Dopofestival (‘L’anno prossimo lo facciamo vincere ad un sordo’). Ora danno del "bruto" a Busi; forse lo è, ma il punto è un altro: vorrei che i loro animi sensibili (mi riferisco a chi si è scandalizzato) si turbassero anche… quando ad un disabile, tutti i giorni, vengono sbattute in faccia le porte di un locale pubblico «non attrezzato», … quando un disabile trova i marciapiedi pieni di auto, … quando un disabile chiede aiuto allo Stato e questi non risponde, e la lista potrebbe continuare all’infinito. Ma continua ad essere più offensivo Busi, vero? No, vi assicuro che le parole del caro Aldo mi hanno fatto solo sorridere! Invece, il dolore che provo a dover affrontare la brutalità della vita quotidiana è infinito." Di tutt’altra opinione Davide: "In realtà se non si punisse violentemente Busi si farebbe ancora una volta passare l’idea dell’handicappato «buono e mite» a cui è più facile sbattere porte in faccia. Certo Busi la farà franca e molti dopo di lui si sentiranno geniali solo perché faranno qualche battutina sugli handicappati…tanto… No. Quelli che in qualsiasi modo colpiscono fisicamente o moralmente un disabile devono essere sottoposti a durissima reazione, anche fisica. Altrimenti si distingue tra Busi e un oste …" Recentemente il dibattito si è acceso da quando qualcuno ha lanciato il tema del rapporto tra la sessualità e la disabilità: un argomento forte dove non sono mancate analisi e affermazioni estreme, ma dove tutti i partecipanti si sentono liberi di affermare liberamente ciò che realmente pensano, oppure assistono in silenzio – per ora – alla discussione. Consultate il newsgroup: la visita sarà più esaustiva di qualsiasi spiegazione scritta. Un’ultima notazione meritano alcuni aspetti tecnici; per consultare i newsgroups – come dicevamo all’inizio – è necessario disporre di specifici programmi dei quali Internet News è forse il più noto e diffuso visto che viene distribuito ad integrazione di Internet Explorer (Microsoft). Chi scrive preferisce di gran lunga il più pratico e meno pretenzioso News Xpress agevolmente prelevabile in rete. Anche in questo caso è più facile a farsi che a dirsi… Buon divertimento!

Una mailing list sul disagio e l’handicap

La telematica non è solo quella che ci viene presentata dai mass media e dalla pubblicità, ma offre altre opportunità per chi voglia documentarsi, informarsi o semplicemente chiacchierare sui temi della disabilità. E, accanto ai newsgroups, uno degli strumenti più pratici per farlo sono le mailing lists. In Italia su internet esistono quattro liste dedicate all’handicap;

* Mailing list Volontariato
Iscrizione: digitare le parole subscribe nel subject/oggetto e indirizzarlo a
volontariato-request@Peacelink.it
*
Mailing list Didaweb
Specializzata sulla tematica didattica e disabilità.
L’iscrizione avviene tramite e-mail all’indirizzo:dw-handicap-subscribe@yahoogroups.com
Moderatori: Riccardo Celletti, e-mail:riccardo.celletti@istruzione.it
Elena Duccillo, e-mail: elena.duccillo@virgilio.it
* Lista Vista
Lista di discussione sull’uso degli strumenti informatici nella didattica dei minorati della vista.
Moderatore Flavio Fogarol, email:owner-listavista@ilary.keycomm.it

Che cosa sono

Le mailing lists sono dei gruppi di discussione che si sviluppano tramite la posta elettronica. Per poter partecipare occorre iscriversi mandando un messaggio ad un particolare indirizzo e scrivendo nel corpo del messaggio, nella maggior parte dei casi, la parola “subscribe”. Dal momento in cui uno si è iscritto riceve tutti i messaggi che gli altri iscritti mandano in lista e ogni suo messaggio (mandato ad un unico indirizzo, quello della lista) viene ricevuto da tutte le persone che in quel momento sono iscritte. Di solito a gestire automaticamente tutte queste operazioni è un particolare computer che può adottare programmi differenti (listserv, majordomo, listproc, smartlist…). Sempre grazie a questi computer è possibile eseguire altre operazioni, come la disiscrizione (“unsubscribe”) o la richiesta dell’elenco dei partecipanti (“who is”). Le operazioni che sono possibili dipendono da quali applicazioni usa il computer addetto e da altre scelte volute dall’operatore di sistema. L’informazione, nel caso delle liste, arriva direttamente alla persona, nella sua casella di posta elettronica e questo è un elemento da non sottovalutare, dato che l’utente non ricerca, ma riceve direttamente le notizie senza nessuno sforzo (se non quello successivo di rispondere o partecipare al dibattito). Come per i giornali e gli altri mass media tradizionali, le mailing lists sono lette da un numero di persone maggiore rispetto a quelle che intervengono direttamente nella discussione, anche se l’interattività (la possibilità, cioè, di partecipazione offerta dal mezzo telematico) è proporzionalmente superiore. Le dimensioni di una mailing list sono molto variabili; si può passare dai 100 iscritti ai 10.000, con un traffico variabile di messaggi settimanali da 5 a più di cento. Una mailing list può essere moderata da una persona che provvede sia per gli aspetti tecnici (owner) che per quelli redazionali e si preoccupa del rispetto del tema e delle regole.

La “netiquette” e la scrittura

Con “netiquette” s’intende una serie di regole di comportamento, una sorta di galateo telematico che chiunque frequenti una mailing list, deve ripettare. Rimando per un’approfondimento dell’argomento ad uno dei libri citati nella bibliografia finale (quasi tutti ne parlano); qui mi limiterò solo a spiegare le tre regole di comportamento più importanti ( almeno per la rete PeaceLink):

1. Evitare gli off topics (abbreviato OT, ovvero “fuori tema”). Ogni mailing list nasce per discutere un determinato argomento, e, con una certa elasticità, tutte le sfumature di significati e temi collegati a questo. Spesso, soprattutto gli utenti nuovi, sono portati a postare i propri contributi in qualsiasi area di discussione indipendentemente dal tema oppure in più aree diverse contemporaneamente (in gergo: crossposting). Questa è considerata una grave scorrettezza nei confronti degli altri. Dopo l’iscrizione, in genere si consiglia di seguire il dibattito tra i partecipanti prima di contribuire con le proprie idee, proprio per evitare queste situazioni.
2. Usare con parsimonia il quoting. Nei programmi che gestiscono la posta elettronica una particolare funzione chiamata reply permette di rispondere ad una persona riportando immediatamente tutto il messaggio da questa precedentemente scritto. In questi casi il messaggio riportato si distingue dal testo nuovo perché ogni inizio di riga è preceduto dal simbolo ">".Questo se da un lato serve per ricordare di cosa si sta parlando, dall’altro, se usato senza scrupolo, fa aumentare a dismisura i messaggi che si sommano l’uno con l’altro.
3. La terza regola è specifica della realtà di PeaceLink. Infatti il server che ne gestisce le mailing list attraverso internet, funziona anche da gateway (o “porta di comunicazione”) con la rete PeaceLink in tecnologia FidoNet (un modello di rete telematica amatoriale e di base, sorto nei primi anni ’80, connotato da un forte utilizzo politico ed impegnato, ed orientato alla diffusione popolare con bassi costi d’esercizio). Questo pone la limitazione, ad esempio, di dover convertire i caratteri accentati (es: "ì", "è", "ò", ecc.) non ASCII standard in combinazioni ASCII (es: "i`", "e`", "o`", ecc.) perché altrimenti non potendo essere interpretati dai computers legati ad una tecnologia datata, verrebbero sostituiti impropriamente creando seri problemi alla comprensione del testo da parte dei loro utenti. Quindi al posto dei caratteri "è", "é", "ì", "ò","à", "ù", bisogna scrivere i caratteri "e’", "e’", "i’", "o’", "a’", "u’". Per lo stesso motivo non si posso mandare file allegati ai messaggi (attachments) che attraverso il gateway diventerebbero dati inutilizzabili. Una fatto bizzarro è che il livello di scrittura nelle mailing lists e nella posta elettronica in generale, è più basso rispetto a quello su carta, sia per la correttezza ortografica che per lo stile; si tende a scrivere peggio, a essere più trascurati, forse perché si ha la sensazione – ma è solo un’ipotesi – che la scrittura in rete sia meno evidente, più «nascosta», meno importante di quella riportata dalla stampa. Ne viene fuori una scrittura infarcita di «parlato», di termini gergali (soprattutto tra gli addetti alla rete, il cosiddetto «telematichese») che spesso porta a conseguenze che vanno al di là della correttezza grammaticale: data la poca dimestichezza dell’utilizzo dello strumento comunicativo telematico si tende a sottovalutare anche le proprie espressioni, a non considerare l’effetto che possono avere sul nostro interlocutore, così capita di passare per maleducati senza avere avuto nessuna intenzione di offendere. In rete si litiga (in gergo: flame) a volte per malintesi che nei rapporti diretti (in cui il linguaggio verbale si intreccia con quello non verbale, gestuale) o in quelli mediati da altri mezzi (telefono, lettera…) non capitano. Una volta che si avrà acquisito una maggiore padronanza del mezzo, questi problemi saranno superati.

Che cos’è e cosa tratta la mailing list sul disagio

300 messaggi in un anno, una media di 5-6 messaggi a settimana, 75 messaggi scritti dal moderatore (1/4 dei messaggi), circa 50 persone che contribuiscono al dibattito con un centinaio di persone iscritte dal lato Internet e quasi altrettante dal lato BBS. Sono questi i numeri della mailing list ospitata da PeaceLink e di cui sono il moderatore dall’inizio del 1997. Fin dalle prime battute ho cercato di impostare un discorso di temi e di linguaggio abbastanza definito; esisteva già un’altra mailing list sull’handicap (Hmatica) caratterizzata da iscritti prevalentemete disabili che intervenivano soprattutto su argomenti relativi al software «speciale», alle novità legislative e alle richieste di aiuto di persone in difficoltà. Volevo caratterizzare diversamente la lista per poter offrire qualcosa di complementare e che fornisse informazioni e opinioni diverse. Il Centro Documentazione Handicap di Bologna (via Legnano 2, 40132, Bologna, tel. 051/641.50.05) dove lavoro, ha tra i suoi presupposti quello di fare un lavoro culturale (tramite la documentazione, l’informazione e la formazione) che coinvolge disabili e operatori sociali, utilizzando temi anche apparentemente lontani. Partendo da questo stile di lavoro ho scritto delle linee guida per la mailing list (in gergo si chiama policy: ogni mailing list ha una propria policy) in cui cercavo di definire il taglio della discussione. Quella che segue è la seconda versione modificata in base all’esperienza che mi sono fatto dopo un anno e mezzo di lavoro come moderatore. Ecco il testo.

La policy

1. L’argomento centrale della conferenza è la disabilità con le conseguenti difficoltà che essa comporta. QUESTA PERO’ NON VUOLE ESSERE UNA CONFERENZA PER disabili, MA È DIRETTA A CHI È A CONTATTO CON IL TEMA DELLA disabiliTA’, PER MOTIVI PERSONALI O DI LAVORO.
2. Bisogna cercare di non porre delle barriere tra chi è disabile e chi non lo è, tra chi è svantaggiato e chi non lo è, tra l’operatore e l’utente, cercare di fare delle considerazione che coinvolgono ambo le parti.
3. È utile sentire in questa lista anche la voce di chi lavora (l’operatore sociale) o di chi fa il volontario in questi campi. Parlare del lavoro dell’educatore (nel senso piu’ lato del termine).
4. Cercare di parlare di disagio in senso generale: anche se le situazioni dell’handicap rimangono centrali, i meccanismi di repressione, le fonti di ingiustizia, i pregiudizi e gli stereotipi valgono per i disabili come per i minori, per gli immigrati, per i carcerati, per i nomadi…in questo modo si evita di fare delle categorie, di richiudersi ognuno nel proprio orticello coltivando la propria particolare diversità.
5. Parlare di temi generali che hanno una relazione con il disagio (le politiche sociali, la solidarietà, il volontariato, obiezione di coscienza…) per non limitarsi al caso, all’effetto, ma alle sue cause.
6. Privilegiare il rapporto di confronto e scontro con i mass media: come vengono rappresentati i disabili e chi vive in condizione di disagio dai mass media (giornali, TV…)? Sarebbe interessante fare una sistematica segnalazione di casi di cattiva e di buona informazione. Queste alcune linee; rimangono importanti le altre come, le segnalazioni di casi, di appelli, di novità legislative, di fatti di cronaca, di libri, convegni, di risorse informative utili sui mass media tradizionali e su quelli telematici. Il materiale interessante di questo tipo che arrivera` al Centro di Documentazioe Handicap cercherò (tempo permettendo) di riversarlo nella mailing list. Viceversa quando il dibattito lo permette vorrei riportarlo sulla rivista (HP-Accaparlante) che editiamo, in modo che ci sia uno scambio. L’ultimo paragrafo è stato scritto nell’intenzione di convogliare questa «massa informativa» dalla rete al mondo reale; volevo riportare alcuni interventi sulla medesima rivista, un bimestrale che è diretto ad un pubblico di persone che operano nel sociale (volontari, educatori, disabili, genitori, amministratori…). Questa operazione si è verificata solo in rari casi a testimonianza del fatto che il numero di persone presente in rete e la capacità informativa da essi convogliata, è ancora scarsa, soprattutto in Italia, e che ogni azione di alfabetizzazione informatica e telematica diretta al normale cittadino è un requisito per una maggiore incisività del mezzo.

Su cosa si è scritto

Ma su cosa si discute, di che cosa si parla in questa lista dedicata al disagio e l’handicap? Da un lato abbiamo tutta una serie di informazioni e di richieste che riguardano strettamente chi è disabile e i loro familiari, ecco allora le richieste d’aiuto per malattie, le richieste di volontariato, le informazioni sulla patente di guida e le omologazioni auto per disabili, le richieste di software e di informazioni tecniche per superare problemi di accessibilità dovuti a deficit visivi, uditivi o motori (e naturalmente, in alcuni casi, anche delle risposte puntuali a questi interrogativi). Dall’altro lato delle notizie incentrate sempre sul tema della disabilità, ma che spaziano in vari campi e arrivano a toccare un pubblico di lettori e «scrittori» ben maggiori, coinvolgendo gli educatori professionali, gli operatori sociali, il mondo del volontariato, le associazioni, le cooperative sociali… Così in lista passano notizie che segnalano convegni, seminari, corsi, la recensione di libri, problemi di certe categorie professionali del sociale, novità legislative, il tema della scuola e dell’intergazione scolastica (insegnanti di sostegno).

Cerco un o.d.c.

Per capire il linguaggio e i toni di questi discorsi faccio un esempio pratico di scambi di corrispondenza tra iscritti alla mailing list. La prima email è di S. che vorrebbe avere informazioni su come poter avere un obiettore di coscienza per essere aiutato nella sua quotidianità: "Ciao a tutti! Sono un disabile fisico con invalidità totale. Vorrei sapere, se è possibile, dove trovare informazioni per poter ottenere un obiettore di coscienza, senza che mi sia assegnato da un Ente. Mi sarebbe inoltre utile, conoscere il modo in cui funziona l’«anno di volontariato», dato che in alternativa all’obiettore andrebbe bene. Ho bisogno di queste informazioni, perché necessito di un’assistenza continuata che al momento è sempre più dura averla in famiglia. Grazie in anticipo e a presto. Bye!" Dopo poche ore arriva questa prima risposta: "Ciao S., ti riferisco quello che mi ha detto mio figlio, che ha svolto servizio di o.d.c.:

1.
Sarà molto difficile ottenere qualcosa direttamente, senza il tramite di un ente…
2.
Se decidi di rivolgerti a un ente, e se non è quello al quale penso che tu sia associato in qualità di disabile, se sei universitario c’è l’I.DI.S.U.- Istituto per il Diritto allo Studio Universitario che penso abbia sedi in ogni città sede di università; a Roma in via C.de Lollis 24/B – 06/49.701. Oppure potresti rivolgerti alla Caritas della tua diocesi.
3.
Come consiglio del tutto personale: se hai un amico che stia per fare l’o.d.c., potrebbe richiedere espressamente di esserti destinato, mi sembra che negli ultimi tempi gli uffici militari siano un po’ più ben disposti a soddisfare le preferenze che vengono loro segnalate."

A distanza di pochi giorni arrivano altri due messaggi: "Ciao, sono un ingegnere e lavoro in un Istituto di ricerca (ICIE); in questo periodo stiamo lavorando ad un progetto di ricerca – FACILE – finanziato dalla Comunità Europea nell’ambito del programma… Il progetto prevede alla fine dei tre anni di ricerca (2000) la realizzazione di residenze «pre-dimissioni» collegate con le strutture ospedaliere dove l’utente anziano e disabile dimesso dall’ospedale, possa, prima di tornare nella propria abitazione, sperimentare una serie di servizi e ausili tecnici e telematici che consentano di migliorare l’autonomia domestica, quindi restando e vivendo il più a lungo possibile nella propria casa, adeguatamente attrezzata secondo le proprie esigenze… In bocca al lupo!" "Caro S., hai provato a rivolgerti all’Assessorato ai Servizi Sociali del tuo Comune, per chiedere l’assistenza domiciliare per avere piu` autonomia ed essere meno dipendente dai tuoi familiari? Dovrebbero assicurarti questo servizio secondo quanto stabilisce la legge 104/92. Altrimenti potresti chiedere, sempre all’assessorato l’elenco delle associazioni di volontariato, presenti sul territorio del tuo Comune e verificare se sono disponibili. Ciao G."

Questo è un tipico scambio di messaggi in una lista; quello soprariportato è un esempio però, felice, di una comunicazione che funziona. Capita anche che ad alcuni messaggi non venga risposto o che ci siano dei fraintendimenti, visto che il mezzo telematico non è semplice da assimilare e a volte ci si perde in questo groviglio di messaggi. Il più delle volte però la mancanza di risposte o la mancanza addirittura di messaggi per un certo periodo è da imputare alla scarsa diffusione del mezzo telematico e, andando a ricercare ancora più lontano la causa, ad un livello culturale nel campo dell’informatica, in Italia, veramente basso. Qui il compito di un moderatore diventa quello di un animatore che propone notizie e dibattiti; è quello che ho cercato di fare proponendo ad ogni uscita della rivista una serie di articoli e di temi ad essi correlati. Viceversa in redazione abbiamo realizzato alcune inchieste sull’emarginazione proprio partendo da alcuni messaggi che ci avevano stimolato: "Ho letto il lungo intervento di G. riguardo i disagi a cui stanno andando incontro gli utenti e gli operatori dei centri diurni del Comune di Milano. Mi ha stupito la somiglianza con quanto accade qui a Bologna. Dalla crisi dello stato sociale al taglio dei fondi per i servizi sociali il passo è breve. Bologna ha un’amministrazione di sinistra, ma certe cose si percepiscono anche qui. Quali cose? Centri diurni e servizi vari che vengono appaltati seguendo solo il requisito dell’economicità a discapito della qualità, cooperative che applicano condizioni contrattuali ai propri dipendenti vergognose, alcuni dirigenti pubblici di servizi sociali calati unicamente in un ruolo di manager aziendale… Mi piacerebbe raccogliere delle altre cronache simili, in città diverse, qualcuno ha qualcosa da raccontare?" Oppure abbiamo (in questo caso) cercato di scrivere parte della rivista con il contributo dei partecipanti alla mailing list, proponendo un tema e chiedendo un commento o ulteriori approfondimenti: "Cari amici, di seguito vi riporto un articolo pubblicato sulla rivista HP-Accaparlante; per il prossimo numero dedicheremo alcune riflessioni sull’argomento; c’è qualcuno in linea che ha da dire la sua? Se si rispondete al più presto.

L’associazionismo ecologico e quello ambientale: operare nel sociale e operare nella difesa ambientale: i punti d’incontro e le differenze.

Ci capita spesso di trattare su questa rivista di argomenti che riguardano l’associazionismo e il volontariato. Così quando scriviamo sulle motivazioni che spingono, facciamo un esempio, una persona ad essere un volontario o quando cerchiamo di capire quali siano le logiche che muovono le diverse associazioni nel sociale, ci accorgiamo di sfiorare, in un percorso che è quasi sempre parallelo e che ha solo pochi momenti di contatto, un altro mondo, vasto e variegato come quello del sociale, e che opera invece nel campo ecologico."

Non sempre si hanno delle risposte, non sempre si riesce a portare avanti lavori di carattere più complesso come quello sopracitato; non sempre è facile lavorare e collaborare tramite il mezzo telematico, ma non bisogna lasciarsi scoraggiare, più aumenteranno il numero di persone che parteciperà a queste liste, più ci sarà la possibilità di conoscere, di passarsi informazioni, di trovare le risposte (o i consigli) che si cercano.

Le BBS, non solo internet

Storia e ruolo dei BBS nell’informazione in rete dedicata all’handicap

Interviste a Giorgio Banaudi (BBS I Care e conferenza su solidarietà e handicap "Human.Ita", rete FidoNet) e Marco del Dottore, BBS Area, specializzato anche nella raccolta di software per disabili.

Ti ricordi cos’erano i BBS?

La diffusione, per ora relativa, che la telematica ha avuto nei paesi avanzati tecnologicamente e dotati di risorse, è dovuto principalmente a delle tecnologie che, ad un prezzo abbordabile, permettono un uso immediato e facile del mezzo. Ma la telematica non è solo Internet, il grande conglomerato di reti che adottando un linguaggio comune possono connettersi e scambiarsi dati. Telematica significa anche BBS (Bulletin Board System), rete FidoNet, SysOp, Point e una serie innumerevole di termini che si riferiscono ad una fase della telematica, risalente agli inizi degli anni ’80, in cui le difficoltà tecniche da superare da parte dell’utente erano impegnative. Chi voleva servirsene doveva dotarsi di una certa competenza tecnica ed avere la pazienza di trascorrere un periodo di apprendistato dove il neofita veniva istruito dagli operatori più esperti. Questa situazione permetteva una certa selezione nell’utenza che necessariamente si sentiva anche un élite che per prima si serviva di un mezzo nuovo e potente come quello telematico. Le reti telematiche amatoriali (vengono chiamate anche in questo modo) sono contrassegnate da un un’interattività che spesso Internet, riducendosi per molti ad un serie di «vetrine» in cui vedere delle cose interessanti, non assicura. I rapporti tra gli utenti e gli scambi di informazioni e software sono molto ricchi e, altro elemento positivo, il discorso pubblicitario e commerciale è pressoché assente. Il fatto è che le nuove tecnologie introdotte con l’era di Internet sono destinate, a detta dei più, a far eclissare le reti telematiche amatoriali, soprattutto grazie all’immediatezza e la facilità d’uso e alle possibilità offerte dalla multimedialità (testo, immagini e suono) che i BBS non possono assicurare. È anche vero che questo sviluppo è determinato da precise scelte industriali, da multinazionali che dettano legge e standard. Come è anche vero che i paesi poveri ben difficilmente riusciranno a dotarsi in tempi utili delle tecnologie necessarie. Non vogliamo però discutere e criticare in questa sede le linee di sviluppo della telematica, come nemmeno vogliamo fare una rassegna di ciò che, anche tecnologicamente, le reti telematiche amatoriali possono fare in meglio rispetto ad Internet; vogliamo solo occuparci di quanto i BBS hanno fatto e fanno sul tema dell’handicap e del disagio. Prima di Internet alcuni BBS si sono occupati con competenza del tema della disabilità e per non dimenticare questo pezzo di storia abbiamo deciso di ricordarla attraverso delle interviste a due persone che si sono impegnate in questo settore: Giorgio Banaudi, responsabile del BBS I Care e moderatore della conferenza su solidarietà e handicap "Human.Ita" presente sulla rete FidoNet (una sorta di mailing list quindi invisibile da Internet) e Marco del Dottore, responsabile del BBS Area, specializzato, oltre alla naturale area messaggi, nella raccolta di software per disabili.

La conferenza Human.Ita
Intervista a Giorgio Banaudi

Domanda: Non esiste solo Internet, anche alcuni BBS hanno dedicato parte o tutta la loro attività al tema dell’handicap; ne parliamo con Giorgio Banaudi responsabile del BBS I Care.

Risposta: Il mondo della telematica ha bruciato così velocemente le sue tappe che i figli non riconoscono più nemmeno i vestiti che i loro genitori portavano da ragazzi; prima che modem e Internet diventassero termini da bar sport o salotto esisteva già un ricco sottobosco di persone appassionate che stavano mettendo le basi per l’evoluzione che oggi abbiamo sotto gli occhi. In Italia il fenomeno dei BBS inizia a farsi consistente intorno al 1985. Nascono i primi sistemi telematici amatoriali singoli e comincia a crescere anche la rete FidoNet, un’associazione di BBS che si scambiano automaticamente la posta, di notte, permettendo così scambi di messaggi personali e di conferenze tematiche sugli argomenti più svariati, con un occhio alla tecnologia nascente e l’altro… alla bolletta. Tra le molte conferenze spicca fin dagli albori quella dedicata ai temi dell’handicap, dello svantaggio, della solidarietà. Su FidoNet prende il nome di Humanitas. Per una serie di coincidenze in quell’epoca mi trovavo a Genova e frequentavo da buon curioso l’Istituto per le Tecnologie Didattiche; dalla curiosità sono poi passato alla collaborazione e, siccome i 2 principali filoni di attività di questo Istituto gravitavano proprio intorno alla didattica e all’handicap, era inevitabile che, una volta iniziata la frequentazione telematica, nascesse anche l’idea di realizzare qualcosa di specificamente dedicato a questi temi.

D.: In che periodo hanno cominciato a diffondersi i BBS in Italia e quali sono stati quelli che si sono dedicati al tema dell’handicap e dell’emarginazione?

R.: Il mondo telematico italiano ha cominciato ad uscire dall’ombra intorno al 1990: esistevano già numerose realtà, ma in quel momento ancora poco diffuse e conosciute solo da una ristretta cerchia di patiti «smanettoni». Quando all’ Itd si è pensato di sperimentare uno sportello telematico, ci si chiedeva se tale strumento poteva essere una risposta realistica a determinate attese. La convinzione che alcuni cambiamenti bisogna non solo immaginarli ma favorirli ci ha spinti ad iniziare, nonostante si sapesse già in partenza che non avremmo dovuto sgomitare tra folle oceaniche di utenti! Quando abbiamo iniziato, nel 1991, la frequentazione del nostro BBS era piuttosto ridotta; inizialmente le chiamate erano solo del bacino circostante (Genova, Liguria, persone che conoscevano l’Itd); con la decisione di agganciarci alla rete FidoNet è stato possibile allargare la cerchia dei contatti. I filoni conduttori erano essenzialmente due: didattica e handicap. Per quanto riguarda l’handicap potevamo contare sulla ricca dotazione di conoscenze, di informazioni e di software che faceva riferimento allo staff dell’ Itd. La disponibilità di persone, di tempo e di risorse garantiva una qualità invidiabile; comunque i contatti erano decisamente pochi. Avevo stabilito rapporti con diverse persone interessate, con esperti e con portatori di handicap di vario tipo (visivo, uditivo e motorio, essenzialmente). Per divulgare informazioni mi ero abbonato ad un paio di liste (soprattutto Handicap Digest) che circolavano su Internet (quando ancora Internet era fuori dalla portata dei comuni mortali!) e settimanalmente esportavo quelle che potevano essere informazioni e comunicati di un certo interesse. Si offriva la possibilità di ricercare nella banca dati di software per l’handicap. La banca dati era consultabile all’epoca tramite Videotel e tramite la rete Earn!; l’utente ci chiedeva se esisteva un software di un certo tipo e noi svolgevamo la ricerca in differita. Curavo anche i contatti con le altre realtà telematiche di cui venivo a conoscenza; così ho conosciuto l’Area di Torino, il BBS Bes di Bologna, che svolgeva una funzione di supporto per l’ASPHI (che aveva un rapporto di sviluppo software con l’ Itd), quindi, sempre a Bologna, l’Infoline, dell’Istituto Cavazza per i ciechi. Altre realtà significative erano rappresentate dal grande BBS Agorà, con un’area Handicap curata da John Fischetti e Raffaello Belli che abitualmente consultavo (per alcuni mesi abbiamo tentato un riversamento reciproco di messaggi interessanti, da Agorà a FidoNet e viceversa) e l’area Handicap di Mc-Link, altro fondamentale BBS storico per lo sviluppo della telematica italiana, sul quale era ed è presente un’area dedicata all’handicap.

D.: Cosa esiste oggi in Italia?

R.: Per forza di cose la frequentazione telematica si è concentrata e ridotta; attualmente sono ancora attivi l’Area di Torino e io proseguo nella gestione di I Care (anche se i miei tempi risultano sempre insufficienti per poter seguire e migliorare i materiali disponibili).

D.: Mi racconti la storia del tuo BBS? Quando è nato e come si è sviluppato?

R.: Come detto in precedenza la mia attività è nata con il Btd, nel 1991. Si trattava di una sperimentazione a tempo determinato. Nel 1994 si concluse questa fase con una riflessione sull’evoluzione del sistema, una ricerca statistica sulle chiamate, sul pubblico contattato, sui riscontri effettuati. Ne è venuto fuori un rapporto interno dell’Itd che ha messo in luce come la presenza di tale sistema, la sua diffusione, tramite contatti telematici, convegni e articoli, sia servita anche come esempio e stimolo per altre iniziative, per far crescere la domanda, per suscitare l’uso di risorse telematiche da parte di persone che in questi strumenti potevano trovare risposte decisamente più soddisfacenti dei mezzi tradizionali.

D.: Oggi come lavora e come è strutturato?

R.: Da un paio di anni mi sono fisicamente trasferito a nord di Milano ma ho proseguito nell’impegnativo hobby del SysOp, anche se per motivi di lavoro (sono attualmente preside di una scuola media libera) ho dovuto relegare questa cura ai ritagli di tempo. La prima cosa che ho potuto notare, cambiando contesto, è stata inevitabilmente un calo di chiamate; la densità telematica e le molteplici offerte sono necessariamente un limite con il quale fare i conti; se poi i materiali che si offrono sono particolarmente selezionati, l’utenza interessata risulta piuttosto ridotta. Non ho modificato in modo particolare la struttura; il software di gestione della BBS è sempre il «vecchio» Maximus (ora alla versione 3, che ha come unico plus la possibilità di strutturare i materiali – file e messaggi – in modo gerarchico, insomma, come le directory di un hard-disk).

D.: Che tipo di pubblico si rivolge al BBS e cosa chiede?

R.: I due fronti supportati da I Care sono quello didattico e quello relativo all’handicap. Per ciò che si riferisce all’handicap ora avverto un certo calo di partecipazione (ma, da parte mia, essenzialmente per motivi di tempo) e quindi l’attenzione consiste essenzialmente nel veicolare l’area FidoNet Humanitas.

D.: Si nota un progressivo cambiamento che vede la chiusura dei BBS e un loro spostamento su Internet: vedi questo processo come inevitabile?

R.: La marcia di Internet sembra inarrestabile, per molti aspetti può essere vista anche come un livellamento e un denominatore comune per quanto riguarda «la» telematica; ma, a conti fatti (conti anche economici), si tratta pur sempre di instaurare un rapporto economico con un provider, legarsi ad un certo contesto operativo (anche software) che non sempre è accessibile a chiunque. La telematica amatoriale è forse destinata a scomparire o vivere di interventi di appassionati interessati più al mezzo che ai contenuti, ma conserva la sua natura di entry-level e di sistema che non richiede contratti formali. Può sicuramente significare qualcosa di molto interessante per giovani che si misurano con la tecnologia e per chi non vuole o può indirizzarsi verso Internet. Credo che oggi la telematica orizzontale sia rappresentata in ampia misura da chi ha un accesso Internet. Per scelte tecnologiche e commerciali risulta l’approccio meno complesso. L’indiscusso vantaggio di aver fornito un’interfaccia grafica di sicuro impatto (i navigatori Web) e una modalità di collegamento standard e meno eterogenea (pensiamo alla connessione tramite Windows 95 che, se tutto funziona, richiede solo un paio di clic del mouse!) è sicuramente un elemento importante. Ma mettiamoci anche nei panni di chi trova ostico un simile approccio. Il mondo Web è ad esempio poco attento a chi deve interfacciarsi con sintetizzatori vocali, anche se le specifiche prevedono accessi facilitati; comunque i contenuti non sono certo pensati anche nell’ottica di un utilizzo da parte di non-vedenti. Nei casi di disabilità motoria le cose sono meno problematiche, anche se la tendenza ad utilizzare macchine sempre più potenti e sofisticate incide in maniera più pesante su chi fatica ad appropriarsi delle abitudini necessarie per un uso autonomo (nel giro di pochi anni sono decisamente cambiati i modi di effettuare le stesse operazioni, e ciò richiede una flessibilità che un disabile potrebbe dedicare a cose più vitali). Penso che la migrazione verso Internet debba tenere conto anche delle modifiche che la rete poco alla volta prenderà. Oggi la sua fisionomia è ancora apparentemente anarchica e adolescenziale, tutto sembra facile o consentito; ma non tarderanno a consolidarsi regole e modalità di accesso più controllate, standard e garantiste; non sono solo i BBS che tenderanno verso Internet, ma numerosi altri ambiti del nostro vivere quotidiano oggi: lo vediamo già dai giornali, dai fornitori di informazione, dai negozi che stanno già migrando in tale senso. Per alcuni versi è un trasferimento di sede abitativa che coinvolge molti, se non ancora tutti, e per chi vive nella disabilità questo può significare persino un notevole passo avanti verso una maggior integrazione, quasi una trasparenza del proprio stato. Ma non è ancora il caso di credere ingenuamente che sarà quello il mondo nel quale passeremo la maggior parte della nostra giornata. La vita reale ha bisogno anche di strumenti telematici, ma non può certo ridursi a questo tecnologico e limitato ambito della vita.

Area BBS
Intervista a Marco del Dottore

Domanda: I BBS hanno cominciato a diffondersi in Italia negli anni ’80; si sono subito indirizzati verso una telematica sociale o hanno avuto un percorso più articolato?

Risposta: Posso parlare del periodo in cui ho cominciato ad interessarmi di telecomunicazioni amatoriali, principalmente per l’interesse mio e di alcuni miei amici verso l’astronomia. La realtà dei BBS verso inizio-metà degli anni ’80 era chiaramente differente da quella di oggi. Nelle grandi città come la nostra (Torino) iniziavano a funzionare molti sistemi dedicati a determinati temi, come la programmazione su sistemi oramai «mitici» tipo lo ZX Spectrum o il Commodore 64, ed in generale il tipo di utenza era comunque caratterizzato da interessi tecnici piuttosto specifici. Noi, ad esempio, ci siamo avvicinati ai primi sistemi collegati alla rete FidoNet, di cui parleremo un po’ più avanti, proprio per seguire le prime aree di discussione legate al tema dell’astronomia. Non credo, secondo quello che posso ricordare, che fosse possibile immaginare una rapida estensione ad argomenti sociali della telematica per quel periodo, proprio per le attitudini troppo tecniche della maggior parte degli interessati.

D.: Come si è evoluto lo scenario con il passare del tempo?

R.: Il panorama è iniziato a cambiare in modo molto veloce mano a mano che la diffusione dei personal computer e dei modem (apparecchi essenziali per potersi collegare tramite linea telefonica) ha coinvolto sempre più persone grazie all’abbattimento dei loro costi e all’incredibile miglioramento delle prestazioni in termini di velocità di collegamento. In questa seconda fase, che grossolanamente possiamo identificare con la fine degli anni ’80, la realtà delle reti amatoriali è andata sempre più affermandosi e gli argomenti trattati sono di conseguenza aumentati, affiancandosi a quelli esclusivamente «tecnici». Quando è cominciato ad essere attivo il primo sistema in Area, a carattere sperimentale, erano già state attivate da tempo banche dati dedicate al problema dell’handicap. A Genova, ad esempio, era possibile accedere al BBS Btd-Bollettino delle Tecnologie Didattiche – che ora si chiama BBS I Care – di Giorgio Banaudi, il moderatore della conferenza della rete FidoNet Human.Ita dedicata ai temi della solidarietà e del disagio e una fra le persone più attive in questo campo. Fra gli altri sistemi più interessanti posso ricordare in quel periodo il BBS Tel&Ware di Cento (FE) e il sistema bolognese Infoline che collaborava con l’UIC dell’Istituto Cavazza. Nel frattempo si diffondeva in tutta Italia la rete amatoriale PeaceLink che, pur non trattando esclusivamente il problema dell’handicap, è ancora oggi la testimonianza più significativa per quello che riguarda l’interesse verso i temi della solidarietà e del volontariato. Oggi in Italia, non mi sembra ci sia stata una grande variazione nel numero dei sistemi dedicati a questi argomenti mentre invece sono cambiati molti modi di concepire i servizi e le possibilità di collegamento offerti agli utenti. Ad esempio alcuni sistemi hanno reso possibile lo scambio di informazioni con mailing lists (gruppi di discussione) di più grande portata residenti sulla rete Internet, coinvolgendo così un numero molto più ampio di partecipanti. Alcuni BBS (come ZnortLink a Torino) hanno inoltre portato avanti esperimenti come l’uso del software FirstClass, riguardanti l’utilizzo del BBS tramite un’interazione di tipo grafico (non più solo testuale) per rendere più intuitivo e semplice l’accesso da parte degli utenti.

D.: Come è nato Area BBS e come si è evoluto?

R.: L’idea iniziale ha avuto origine dalle richieste delle persone che abitualmente si rivolgevano al Centro di documentazione dell’Area. Proseguendo con il lavoro di analisi e catalogazione del software orientato alla disabilità abbiamo infatti considerato l’opportunità di formare una vera e propria biblioteca di applicazioni per i computer più diffusi. Si è così iniziato ad acquisire i prodotti distribuiti attraverso i canali commerciali tradizionali per installarli sui PC del Centro e avere così la possibilità di esaminare le soluzioni migliori per ogni singolo caso. Va però detto che, a differenza dei software di più grande diffusione, i programmi specifici per l’handicap hanno in genere una tiratura piuttosto limitata e questo spesso rende quasi impossibile affrontare i costi relativi alla loro distribuzione. Per questo motivo molti autori scelgono di mettere in circolazione i loro prodotti secondo la regola dello shareware: la versione messa a disposizione del pubblico, che è invitato a farne copie aggiuntive e distribuirle direttamente a propri amici e colleghi, è a disposizione per un periodo di valutazione. Terminato questo periodo si può decidere se continuare ad utilizzare il programma e inviare direttamente all’autore la cifra che lui stesso richiede nella documentazione del programma (in genere poche decine di dollari o di migliaia di lire). A volte è anche possibile, come avviene per alcuni programmi che abbiamo realizzato in Area, che gli autori decidano semplicemente di… regalare il proprio lavoro. In questo caso si parla comunemente di prodotti freeware, senza nessun costo a carico di chi vuole utilizzarli. In questo processo di distribuzione un sistema telematico come la BBS è subito risultata una soluzione ottima in quanto ci ha permesso di mettere a disposizione di tutti la nostra raccolta di software shareware e freeware abbattendo i limiti imposti dalla disponibilità del personale del Centro, in quanto il BBS è attivo 24 ore su 24. Si è poi eliminato il problema di dover raggiungere fisicamente la nostra sede per avere una copia del programma o della documentazione, difficoltà particolarmente sentita nel caso di portatori di handicap.

D.: Come è nato Area BBS e come si è evoluto?

R.: La prima versione del BBS era basata su un software americano e realizzava quasi esclusivamente le funzioni di download service, ovvero di distributore di programmi e file di documentazione. Dopo un periodo sperimentale si è deciso di istituire delle «conferenze», ovvero delle aree messaggi dedicate a particolari temi per permettere lo scambio di esperienze e di punti di vista fra persone con interessi e necessità comuni.

D. E oggi come lavora e come è strutturato Area BBS?

R.: Un grande cambiamento, sia dal punto di vista della struttura del sistema che della qualità del servizio, si è verificato al momento in cui abbiamo deciso di integrare il nostro sistema all’interno di un network di BBS. Il problema delle conferenze definite localmente sul nostro sistema è rappresentato dal numero relativamente ristretto di partecipanti. Per motivi legati essenzialmente al costo delle chiamate telefoniche moltissimi utenti preferiscono infatti chiamare esclusivamente i sistemi localizzati all’interno della loro rete telefonica urbana. I network di BBS sono organizzazioni gerarchiche di sistemi, analoghi a quello Area e sempre di tipo amatoriale, che fanno circolare al loro interno una serie di conferenze dedicate ai temi più diversi. Mediante un sistema di collegamenti automatici ad orari predefiniti, in genere durante la notte, viene realizzato uno scambio reciproco dei nuovi messaggi inseriti su ogni singolo sistema. Dopo un breve periodo ogni singolo BBS «nodo» della rete riceve così i contributi che provengono da zone anche molto distanti limitando al minimo i costi. In questa maniera si realizza quindi uno scenario in cui ogni utente sceglie il sistema a lui più comodo (e più vicino) e può comunque prendere parte a discussioni che coinvolgono partecipanti da tutta Italia e oltre. Per quello che riguarda l’installazione vera e propria del sistema abbiamo cercato, nel tempo, di rendere sempre più… robusta la macchina dedicata alla BBS, in modo da garantire il più possibile una continuità del servizio. Attualmente siamo arrivati alla configurazione formata da un personal computer basato su Pentium con uno spazio su disco di 2 Gigabyte. Da pochi mesi ho inoltre installato un protocollo e una scheda di rete locale: in questo modo si può accedere agli archivi del BBS anche dagli altri PC del Centro Area durante gli incontri di consulenza senza interrompere o rallentare i collegamenti dall’esterno alla banca dati.

D.: Quali sono le reti di BBS a cui siete collegati?

R.: Di network amatoriali ne esistono oramai molti ed ognuno di essi ha delle particolari finalità o interessi specifici. Considerando il tipo di problemi di cui si occupa Area si è deciso di entrare a fare parte del network PeaceLink, che secondo noi rappresenta la realtà più importante per quello che riguarda oggi gli argomenti della solidarietà e della non-violenza, e FidoNet che è stata storicamente la…«mamma» di tutte le reti di BBS amatoriali attualmente attive e che conta probabilmente il maggior numero di sistemi collegati.

D.: Che tipo di pubblico si rivolge alla BBS e cosa chiede?

R.: Essendo un sistema aperto a tutti e senza particolari vincoli legati ai limiti di prelievo di file la nostra utenza è formata da persone che appartengono alle categorie più varie. Ovviamente tanti approdano alla BBS solo per curiosità, magari dopo aver letto il numero di telefono su una rivista di computer o dalle nodelists (la lista dei sistemi) di FidoNet e PeaceLink. I frequentatori più assidui sono invece persone che hanno un interesse più specialistico verso i problemi inerenti all’handicap, come ad esempio i tecnici della rieducazione (logopedisti, fisioterapisti) gli insegnanti e le famiglie o i conoscenti di portatori di handicap. Le loro richieste in genere vertono su informazioni relative al software disponibile per risolvere o aiutare a rendere meno onerose determinate situazioni legate a deficit motori o sensoriali. Riscuote un grande interesse anche il software dedicato all’aiuto, all’apprendimento ed in genere quello che riguarda l’ausilio in campo scolastico. Per quello che riguarda invece il lato più tecnico della mia attività di SysOp (in gergo… il responsabile tecnico del BBS) devo considerare che è molto importante a volte poter dare consigli agli utenti meno esperti, in modo da poterli aiutare ad utilizzare nel miglior modo possibile il nostro sistema e superare le naturali difficoltà che possono nascere durante la configurazione di modem e programmi di comunicazione.

D.: E invece… che cosa chiede il BBS a chi la utilizza ? Ovvero, cosa costa usufruire di un servizio del genere?

R.: Il BBS… non chiede niente, nel senso che i costi sono sostenuti dall’Area anche tramite la collaborazione del lavoro volontario come quello mio e dei miei colleghi del Centro. L’unica spesa a cui va incontro l’utilizzatore è rappresentata dal costo della comunicazione telefonica, che a tutti gli effetti è una normale telefonata…audio. È lasciata alla sensibilità e alle possibilità di ognuno la decisione su come eventualmente partecipare alla vita del sistema. Da questo punto di vista è molto significativo constatare come molti, spontaneamente, si occupino di inviarci programmi shareware o documentazione provenienti dalle fonti piu diverse (CD-ROM, ricerche su Internet, scambi con colleghi o specialisti) contribuendo così ad aumentare l’informazione disponibile a tutti gli altri utilizzatori. È forse questo uno degli elementi più importanti per provare a definire il vero successo di un servizio di questo tipo: da semplici utilizzatori di un sistema si passa alla partecipazione attiva quando effettivamente si pensa di contribuire a qualche cosa di utile e alla portata di altre persone che possono così trarne un vantaggio diretto.

D.: Quali sono gli aspetti piu’ significativi di questo tipo di comunicazione per quello che riguarda i portatori di handicap?

R.: Il fatto di aver messo a disposizione delle «aree di discussione» sul nostro sistema, oltre al semplice servizio di distribuzione di file, mi ha permesso di osservare dei particolari interessanti che riguardano il modo di comunicare per via elettronica. Uno fra gli aspetti che viene discusso con più frequenza, specialmente quando la stampa non specializzata si occupa di Internet e della telematica in genere, riguarda la possibilità di rimanere comunque anonimi o non riconoscibili da parte dei propri interlocutori. Ho notato che questo fattore, normalmente poco desiderabile quando utilizzato per scopi non utili, favorisce invece una partecipazione più serena da parte di persone affette da disabilità più o meno gravi, in quanto permette di non lasciare filtrare nessun indizio sulla propria condizione verso l’esterno. Inoltre l’utilizzo di periferiche specifiche, come tastiere o dispositivi di input speciali e i lettori di schermo, permette di superare i problemi dovuti a deficit motori o sensoriali che normalmente impediscono o rendono difficile la comunicazione interpersonale.

D.: Qual e’ secondo te la differenza tra una BBS dedicata all’handicap e un sito Internet dello stesso tipo?

R.: Il fattore tecnico è fondamentale per poter distinguere i due tipi di sistemi. Basta pensare che il nostro BBS è stato inizialmente installato su un «povero» 3.86 con poca memoria a disposizione. Un sistema collegato in rete con il protocollo TCP/IP può offrire la possibilità a molti utenti di accedere contemporaneamente alle risorse di una banca dati (files e informazioni ipertestuali) mentre il BBS è fatalmente legato al vincolo del numero di linee telefoniche installate. Due numeri di telefono già occupati, specialmente nelle ore serali, significano quasi invariabilmente che la coda di persone in attesa è destinata ad allungarsi. Inoltre le chiamate telefoniche dirette il BBS possono avere un costo tutt’altro che trascurabile, mentre l’accesso ad Internet tramite un provider nella propria città permette di consultare informazioni fisicamente residenti su sistemi a migliaia di chilometri di distanza al costo di una telefonata urbana. C’è poi da considerare che anche il contenuto del proprio sito Internet può essere organizzato in modo da offrire, tramite l’approccio ipertestuale della presentazione delle informazioni sulle pagine Web, un legame logico ad altri sistemi dedicati all’argomento corrente senza il bisogno di duplicare fisicamente le informazioni presso il proprio sistema. Un semplice esempio potrebbe essere il seguente: sul nostro BBS spesso inseriamo delle copie (intese come nuovi file memorizzati impegnando dello spazio sui nostri dischi) di testi e immagini provenienti d Internet per fare in modo che possano essere prelevate dagli interessati che non hanno accesso a questa rete. Per chi invece ha un accesso diretto al nostro sito è possibile offrire un collegamento diretto alla vera fonte dei dati inserendo il link (collegamento) logico nelle pagine Web al sistema di origine, garantendo così anche un aggiornamento delle informazioni più tempestivo. Per quello che riguarda lo scambio di opinioni e la partecipazione a gruppi di discussione non c’è praticamente paragone fra i due tipi di sistemi, in quanto i newsgroups e le mailing lists di Internet (tipi differenti di conferenze su temi specifici) hanno un potenziale di partecipanti distribuito su tutto il pianeta che è ben diverso dalle centinaia di persone raggiunte da un BBS amatoriale.

D.: La facilita’ con cui si puo’ usare Internet e la maggiore gradevolezza grafica porta ad un rapido declino dei BBS: cosa ne pensi?

R.: Sicuramente Internet offre vantaggi che fino a pochissimi anni fa non si potevano nemmeno sperare. La sua diffusione fra non specialisti porterà sicuramente dei problemi legati a fattori tecnici, come il sovraccarico della rete e la non disponibilità delle risorse in certe ore del giorno, ma rappresenta uno dei più importanti cambiamenti nel modo di comunicare dei nostri giorni. Accanto ai vantaggi si devono però considerare altri aspetti legati a realtà particolari, come per esempio quella dei disabili. La continua evoluzione dei programmi utilizzati per accedere ad Internet e dei dispositivi hardware come i modem, l’obbligo di utilizzare la lingua inglese in quasi tutti i contesti, i costi non sempre limitati degli abbonamenti ai fornitori del servizio, i lunghi tempi di risposta della rete, la presentazione quasi esclusivamente grafica delle informazioni che preclude l’utilizzo di lettori di schermo per non vedenti sono sicuramente alcuni fra i problemi più importanti che ho potuto rilevare fra coloro che frequentano già da tempo il nostro BBS e che rimangono comunque affezionati al loro primo «flirt» telematico. Penso quindi che sarà sempre importantissimo poter mantenere viva una realtà più accessibile e spontanea come quella dei sistemi amatoriali, soprattutto per poter avvicinare al mondo delle telecomunicazioni le persone che non hanno nessun interesse tecnico specifico ma solo la necessità di poter usufruire di un nuovo modo di comunicare, magari aiutati all’inizio da un SysOp (responsabile del BBS) armato di molta pazienza e riconoscibile, nella vita di tutti i giorni, dai tipici sintomi del debito di sonno arretrato.

La telematica sociale

Questo ipertesto si occupa delle risorse informative in lingua italiana sul tema della disabilità presenti in Internet. Parleremo soprattutto di Internet anche se con telematica si intende qualcosa di più vasto. Internet non è altro che un insieme di reti telematiche interconnesse, ma molte, per motivi diversi, ne rimangono ancora fuori.
È questo un modo per parlare anche di telematica sociale.

La telematica sociale assume le nuove tecnologie in modo critico e strettamente connesso alla particolare natura dei temi affrontati: pace, ecologia, emarginazione, volontariato, ma anche politica, economia, differenza nord-sud del mondo. Verso lo strumento tecnologico non vi è né innamoramento né valutazioni ingenuamente ottimistiche. L’attenzione ai «rischi» che l’innovazione – fatalmente – induce, è sempre alta e vigile: la democrazia telematica, il diritto alla privacy, il rispetto delle differenze e delle specificità, sono aspetti su cui molto si dibatte anche grazie all’impegno di chi opera nella telematica sociale. Di fronte ad una pubblicistica che veicola un’immagine spettacolare e piena di effetti speciali (e di paure) della telematica, questo testo, come altri citati nella bibliografia finale, tenta di ricondurre questa potentissima opportunità ad una dimensione dove l’aiuto reciproco, il libero scambio di informazioni e di conoscenze ad un fine comune (un pensatore francese, Pierre Levy, parla a questo proposito di “intelligenza collettiva”), sono posti in
primo piano.

No al «telematichese»

Questo ipertesto vuol essere un mezzo per sensibilizzare e informare le persone, già impegnate nel campo della disabilità e del sociale, rispetto alle potenzialità delle nuove tecnologie. Una particolare cura è stata posta nell’uso delle parole e del linguaggio: come ogni contesto specialistico (e in via di evoluzione veloce), il gergo telematico è imponente ed infarcito di tecnicismi e di parole inglesi che abbiamo tentato di evitare o di tradurre in termini più comprensibili. Il risultato è che alla fine del lavoro non abbiamo sentito il bisogno di fare un piccolo glossario (come capita quasi sempre nei testi come questo).
Il modo in cui è stato fatto questo lavoro è molto coerente con ciò di cui parla; i due autori si sono incontrati una sola volta «fisicamente» e hanno poi sviluppato il lavoro tramite la posta elettronica (e-mail) e i mezzi di comunicazione diretta offerti dalla rete (oltre all’uso indispensabile del telefono). Le stesse interviste realizzate ed altre informazioni sono state raccolte direttamente in rete, tramite la posta elettronica o la navigazione su Internet. In alcuni casi qualche capitolo è stato inviato ad un amico perché lo correggesse o lo integrasse. In questo senso siamo debitori a molti come sempre accade a chi fa un lavoro in rete, dove lo stesso concetto di “autore” di qualcosa comincia a declinare a favore del “gruppo”.

Cosa troverete in questo ipertesto

Che cosa si trova sul tema della disabilità in Internet in lingua italiana? Quanti e quali sono i siti che se ne occupano, come lo fanno, con quale stile, con quale linguaggio? Queste sono le domande che ci siamo posti all’inizio del nostro lavoro. Siamo, quindi, partiti operando una ricognizione di tutti i siti dedicati al tema dell’handicap che siamo riusciti a reperire tramite le indicazioni dei motori di ricerca di informazione presenti su Internet, tramite la navigazione passando da un collegamento (link) all’altro, oppure raccogliendo il suggerimento di un amico o di una delle tante persone che abbiamo incontrato in rete. Terminato il censimento (circa 120 siti), è stata avviata la selezione di quei siti che si presentano più ricchi di informazione e di intenzioni; fra questi – per motivi si spazio – ne abbiamo scelto solo una trentina. Su questi non era nostra intenzione proporre una veloce recensione del servizio informativo, ma volevamo ricostruirne la storia, le intenzioni, le modalità di rapporto con gli utenti, gli obiettivi informativi, le intenzioni di sviluppo futuro. Tutti i responsabili dei siti hanno risposto ben volentieri e in modo esaustivo al questionario che gli abbiamo sottoposto; anche sulla base delle loro informazioni e commenti è costruito il primo capitolo di questo testo. Nel capitolo successivo sono, per completezza, riportati tutti i i siti censiti suddivisi, per migliorare la consultazione, in aree di interesse. Nel terzo capitolo invece parliamo di Bbs (Bulletin Board System) che possiamo tradurre grossolanamente con la parola “Bacheca elettronica”, un servizio telematico amatoriale indipendente che ha preceduto “storicamente” lo sviluppo del WEB, ma che continua ad essere frequentato e animato. Alcuni Bbs italiani sono in parte o totalmente dedicati al tema della disabilità: ne abbiamo raccolto la storia e le problematiche attraverso alcune testimonianze. Gli aspetti più interattivi offerti dalla telematica (le mailing list e i newsgroup) sono proposti nel quarto capitolo sempre tenendo presente il tema della disabilità. Il libro termina con le interviste ad alcuni esperti in campi professionali diversi con domande riguardanti la rilevanza della telematica per le persone disabili.

Ma la telematica è accessibile a tutti i disabili?

Parleremo di risorse informative sul tema della disabilità ma non abbiamo approfondito l’aspetto delle barriere tecnologiche ed economiche che impediscono a chi è disabile di accedere a questa formidabile occasione di autonomia. Ne facciamo ora un breve accenno perché è una problematica comunque decisiva. Vi sono particolari tipi di disabilità per cui occorre trovare delle soluzioni per poter accedere all’uso di un computer, ma dice Roberto Mancin in un suo intervento sulle barriere telematiche, “Non esiste ormai alcun tipo di disabilità fisica o sensoriale che non possa essere ridotta tramite opportuni ausili prevenendo così ogni possibile situazione handicappante. Oggi è possibile leggere ascoltando, con la sintesi vocale e l’OCR (Optical Character Reader), scrivere parlando, grazie al riconoscimento vocale, viaggiare scrivendo con la telematica”. Il problema è che con lo sviluppo tecnologico e soprattutto lo sviluppo della multimedialità (l’uso contemporaneo di immagini, testo, suoni, filmati, animazioni…) nel campo della telematica, le cose si sono notevolmente complicate. Se prima un testo poteva essere letto da un cieco grazie allo screen reader che intercettava le parole scritte sul video traducendole nei suoni corrispettivi (tramite la sintesi vocale), ora con l’avvento della multimedialità questa tecnologia è rimasta arretrata e bisogna trovare nuove soluzioni tecniche per permettere ad un non vedente di poter interpretare una pagina con animazioni e filmati. Così accade anche per i sordi che con l’avvento di file sonori rischiano di perdere quel terreno, in termini di comunicazione, che avevano guadagnato grazie alla telematica “solo testo”. Le stesse pagine web, le pagine su Internet, vengono realizzate in modo sempre più sofisticato rendendo la vita difficile alle persone con difficoltà sensoriali. In un suo articolo apparso in rete il 13/8/97 e intitolato “Helping people with disabilities helps everybody”, Bill Gates, proprietario della Microsoft (l’uomo, tanto per intenderci, che decide più di tutti gli sviluppi e gli indirizzi tecnologici del nostro futuro), osservava che, nonostante l’avvento della multimedialità, i disabili non saranno emarginati dal processo tecnologico perché saranno sviluppate innovazioni hardware e software che faranno fronte ai nuovi problemi. È anche vero che queste innovazioni se verranno realizzate dovranno contare su di un fondamento economico cioè un mercato piuttosto ricco che le richiede. “Purtroppo quello degli utenti disabili – lamenta Carlo Gubitosa [Giornale della Natura – nov. 1996] – non è un mercato abbastanza ghiotto per spingere le industrie e le case produttrici di programmi a tener conto di chi non può usare un mouse o di chi non può usare gli elementi multimediali […] il computer e le reti telematiche si trovano ora su una linea di confine; da una parte c’è la telematica degli standard e del mercato, di ciò che si vende di più…dall’altra la telematica a misura d’uomo […]”. E descrivendo la situazione di molti disabili, annota: “Nelle case di molti disabili italiani ci sono computer più o meni nuovi, completamente inusati perché mancano le motivazioni e l’accessibilità: ad un disabile non basta dare un buon computer, ma è necessario che lui capisca perché dovrebbe usarlo e come potrebbe nonostante le sue menomazioni”. Un modo per superare i problemi che comporta la multimedialità è costituito da una serie di raccomandazioni, molto articolate, che riguardano la costruzione delle pagine web; i siti che seguono queste raccomandazioni, che cioè sono leggibili da tutti, si possono fregiare del marchio del web access (l’immagine del logo rappresenta una serratura in un mondo).

Comunic-abilità

Uno spazio-contenitore che raccoglie idee, contributi, esperienze, progetti sul tema della “comunicazione possibile”, delle sue molteplici forme in presenza di una disabilità o di un ostacolo.

Uno spazio che nasce collegato al numero di HP- Accaparlante “Come l’aria nei polmoni” n.4/2007, dedicato ai modi della comunicazione in presenza di deficit uditivo. Dalla ricerca condotta per l’elaborazione di questa monografia sono nati incontri e contatti, sono stati recuperati moltissimi materiali, alcuni dei quali non hanno potuto trovare posto nelle pagine della rivista e che qui mettiamo a disposizione certi che saranno utili a far conoscere interessanti e stimolanti pensieri e modalità di lavoro, anche fuori dai più tradizionali circuiti associativi.

Uno spazio aperto in cui ospitare ulteriori contributi di altri interessati a condividere e mettere in circolo le riflessioni e le pratiche di comunicazione rispettose delle persone e dei contesti. Per chi voglia contribuire, ecco l’indirizzo e-mail a cui mandare gli articoli: giovanna@accaparlante.it

2. Cinque anni di terzo settore

di Andrea Pancaldi

I cinque anni di tempo che separano l’entrata in vigore della legge quadro sul volontariato (legge 266 dell’agosto 1991) dall’approvazione dell’articolo dell’ultima legge finanziaria che delega il Governo a legiferare in materia di Enti non commerciali e Organizzazioni non lucrative di utilità sociale (novembre 1996) definiscono un “luogo” fatto di situazioni, temi, attori, non solo cronologico, ma anche e soprattutto politico e culturale, in cui le profonde trasformazioni in corso, e non solo in Italia, danno veramente prova tangibile di sé.
La storia in atto ha avuto i suoi epicentri, a seconda dei temi affrontati, ora nelle realtà locali, ora nelle stanze e nei corridoi romani.
Una storia, passati ormai sei anni, fatta di luci ed ombre e che sta attraversando un passaggio delicato nel momento in cui il binomio volontariato/solidarietà si trova ad essere intrecciato, e in parte sostituito, da quello di terzo settore/imprenditorialità (sociale).
La delicatezza del passaggio non sta tanto e solo nell’oggetto in questione (che terzo settore non faccia anche rima con occupazione, spesa pubblica, Masstricht e via dicendo è poco realistico pensarlo, al di la della concezione di fondo che si può avere circa queste dinamiche), quanto in una certa tendenza ad aderire acriticamente ad alcune parole/concetti chiave, basti pensare appunto a terzo settore o a società civile, che necessiterebbero non solo di percorsi e tempi di elaborazione spesso saltati a piè pari dal “correre” della politica e dell’informazione, ma di approcci non solo economici o politici, ma anche antropologici e relazionali.

Gruppo compatto, ma qualcuno è in rosa
Il terzo settore, intendendo il tema nel senso più lato possibile, è fatto anche da una corsa in atto all’interno di esso, dove l’importante spesso viene ritenuto il correre e non tanto il verso dove, il con chi, e il perché, ovviamente.
Questa tendenza a correre genera uno sgranarsi del gruppo che determina una situazione simile all’urbanistica di certe città americane, che si affacciano tutte lungo la stessa strada, ma da quartiere a quartiere passano distanze infinite.
E cosi nello stesso territorio, nella stessa città, nella stessa area culturale, o politica se preferite, esistono pezzi del terzo settore che devono ancora fare i conti con le leggi che li riguardano (volontariato, cooperazione sociale, statuti comunali, ecc..), che devono ancora cominciare percorsi di avvicinamento e collegamento con altri gruppi, e incontrare quindi altre culture, che devono ancora scoprire cosa centra la fantomatica società civile con il binomio pubblico/privato, che pensano ai libri di scuola quando sentono la parola sussidiarietà, e gruppi che dal niente, o da tradizioni di marcato collateralismo partitico, entrano direttamente nei forum del terzo settore o partecipano di progetti europei senza neanche conoscere un consigliere del loro comune.
Una situazione quindi ancora molto fluida, in cui la dinamica del terzo settore fa affacciare sulla scena nuovi protagonisti con continuità e in cui è necessario ricapitolare ogni mattina.
La difficoltà di raccontare le cose che accadono quotidianamente in questo spazio sta nel trovare l’elemento organizzatore del discorso, dando per scontato che prima o poi bisogna anche ragionare di cosa accade intorno a noi, nelle nostre storie e città, e non solo sedersi nelle pagine dei libri che vanno per la maggiore come quelli di Darendhorf o Rifkin, per altro letture, soprattutto la prima, interessantissime.
Tra le tante opzioni possibili per organizzare un discorso che centri il suo fuoco soprattutto attorno agli attori più scontati del terzo settore, quindi associazionismo, cooperazione sociale e, in una certa misura, volontariato, può essere utile a mio avviso ragionare attorno a due.
La prima può essere quella di segnalare alcuni nodi possibili di dibattito perché se ne possa tenere conto nelle relazioni e nella progettazione di ogni giorno.
La seconda opzione, più difficilmente praticabile dato che si scende nel terreno della cronaca, è di raccontare come sono nate, cosa fanno e che stile viene usato nelle sigle che più rappresentano in questo momento nei vari territori i luoghi di “ricomposizione” che sono l’elemento dominante di questa fase di vita del terzo settore. Mi riferisco in particolare alle conferenze/consulte provinciali del volontariato, alla esperienza dei Forum del terzo settore, ai nascenti Centri di servizio per il volontariato, alle varie agenzie di consulenza eprogettazione promosse da soggetti diversi (mondo dell’impresa, università, fondazioni, associazionismo e cooperazione).
Rimandando questa seconda ipotesi ad un altro possibile contributo, ci soffermiamo su alcuni nodi di carattere generale che rimangono ancora da sciogliere all’interno delle dinamiche delle varie componenti del terzo settore e nel rapporto di queste con gli enti locali e gli altri soggetti del territorio.

Il paradosso del confine
La prima riflessione da fare è quella che con l’apertura del dibattito sul terzo settore è come se si fosse assegnato una spazio di lavoro, una sorta di terra vergine, di nuova frontiera in cui, come nei film sul farwest, si avventurano carovane, spesso, come si diceva prima, lanciate in corsa sfrenata per occupare un pezzo di “territorio”.
Il limite, a mio modesto, modestissimo, avviso, è quello che si ragiona spesso solamente con lo sguardo volto all’interno di questo spazio, a ciò che di “nuovo”, o supposto tale, bisogna costruire. A mio modo di vedere le zone più interessanti del dibattito sono invece quelle di confine, i territori in cui si allarga o regredisce la zona di influenza del terzo settore nell’incontro/scontro con altre soggettività, culture, tematiche.
Il confine separa ma al tempo stesso connette ed è luogo inevitabile se si vuole costruire un sistema e non solo un settore.
La seconda e la terza riflessione sono già state accennate in precedenza e fanno riferimento alle contraddizioni determinate dallo “sgranarsi” del gruppo e dal limite di un linguaggio che interpreta il dibattito solo attraverso note politiche ed economiche. Questa ultima osservazione a mio avviso si avvalora ancor più in un periodo come l’attuale in cui si sono nuovamente chiusi gli spazi per una idea di politica che non coincida solo con i partiti e veda come valore il percorso e non solo il risultato e in cui la cronaca ci restituisce una politica appiattita quasi tutta sulla gestione.
A molti non sfugge il rischio che la partita che si sta giocando sul terreno dell’impegno sociale e del non profit obbedisca spesso a logiche concorrenziali tutte interne all’Ulivo, con buona pace della tanto decantata società civile e della sua autonomia.
Un’altra annotazione di carattere generale sottolinea come spesso nel “cono di luce” del dibattito siano illuminate le strutture del terzo settore, ma non sempre si intravedano sullo sfondo le persone (carcerati, tossicodipendenti, handicappati ecc) o i temi (ambiente, ecc) per cui queste strutture in larga misura esistono e si giustificano. Il pericolo che gran parte delle energie intellettuali e delle risorse si fermino al mantenimento, inteso non solo in termini economici, delle strutture e non si traducano in reale sviluppo è grande, a maggior ragione se il terzo settore sarà identificato e accetterà, rischio che corrono maggiormente le associazioni più grandi e più raccordate al mondo della politica, il ruolo di ammortizzatore sociale e non quello, soprattutto, di luogo di rinegoziazione di modelli, culture, rapporti.
Infine il terzo settore come luogo di costruzione di democrazia, di avvio di percorsi di alfabetizzazione alla politica e alla partecipazione. Le leggi 142 e 241 (statuti comunali e trasparenza), per usare uno dei possibili indicatori, sono certamente l’ultimo pensiero di tanta parte del non profit e delle amministrazioni locali. Le leggi di settore e la normativa fiscale relativa alle Onlus tengono banco. Detta in soldoni come si può pensare di partecipare come volontariato o associazioni se non sono garantiti i percorsi di partecipazione come cittadini? Come si può pensare di costruire un terzo sistema senza comprendere identità e ruolo della società civile? È questo un nodo ineludibile se si vuole costruire una identità autonoma del terzo settore attraverso percorsi di rinegoziazione dei rapporti tra cittadino e “volontario” e tra pubblico e privato.

4. La storia del Cavazza 2

Nel numero precedente di HP abbiamo pubblicato un articolo sull’istituto per ciechi Cavazza; parlava in termini critici dell’attuale gestione del noto centro. Pubblichiamo roa una replica a quell’intervento a cura del consiglio di amministrazione dell’istituto.

La produzione di libri in Braille
L’anno scolastico 1975/76 iniziò per l’istituto Cavazza con la presenza di quattro convittori, studenti delle Scuole Medie Superiori.
L’attività convittuale, da sempre riservata agli studenti ciechi delle scuole medie inferiori e superiori, dell’Università e del Conservatorio di Musica, era ormai al tramonto definitivo, per via del mutato atteggiamento politico e sociale riguardante l’integrazione scolastica.
Non più ghetti nei quali ricoverare i diversi, ma processi di integrazione che vedessero le persone con handicap sedute fianco a fianco degli altri ragazzi, nella scuola di tutti; che vedessero quelle stesse persone permanere nelle proprie famiglie di origine per trascorrervi la vita di tutti.
La Regione Emilia Romagna e gli Enti Locali del suo territorio, in prima fila nel sostenere questo nuovo credo pedagogico, che segnava un vero e proprio scatto di civiltà, aprì un rapporto di collaborazione con l’istituto Cavazza tendente a creare strumenti di sostegno da offrire alla scuola, alle famiglie, agli operatori, per favorire la politica di integrazione.
Da tale collaborazione nacque nel gennaio 1977 una importante convenzione che vedeva coinvolte oltre all’istituto e alla Regione, tutte le Province dell’ Emilia Romagna, il comune di Bologna, l’università degli Studi e l’Unione Italiana Ciechi.
Sorse una vera e propria attività di produzione di libri Braille per la scuola di libri parlati per gli studenti e per una vasta fascia di utenti ciechi.
Fu resa stabile una iniziativa avviata sperimentalmente da un gruppo di studenti ciechi bolognesi, provvedendo sistematicamente alla registrazione su cassette di due periodi settimanali tra i più diffusi sul territorio nazionale, attraverso il contatto diretto o il circuito delle biblioteche di pubblica lettura.
In questi anni, sono stati stampati e distribuiti oltre trecento libri Braille e circa seicento libri parlati che hanno raggiunto migliaia di utenti ciechi nella regione Emilia Romagna e su tutto il territorio nazionale.

La formazione dei ciechi e degli operatori
Nel 1979, con un’iniziativa coraggiosa e pionieristica, nasce la formazione professionale per ciechi, con l’avvio del primo corso per Programmatori Elettronici, svolto grazie alla feconda collaborazione con l’I.B.M. A tale corso, ne seguono negli anni altri 17, ai quali si affiancano 15 corsi annuali e due corsi biennali per centralinisti, tutti finanziati dalla Regione Emilia Romagna, tramite il Fondo Sociale Europeo.
L’insieme dei corsi ha consentito ad oltre quattrocento giovani ciechi di conseguire un titolo professionale e di ottenere un decoroso e produttivo inserimento nel lavoro, sia come centralinisti (il 100% dei diplomati), sia come programmatori (1’80% dei diplomati).
Parallelamente sono stati organizzati e svolti nove corsi annuali e biennali di Specializzazione tiflopedagogica per insegnanti e operatori della scuola, che hanno permesso di diplomare circa 700 persone, alcune delle quali sono state direttamente impegnate in attività di sostegno scolastico gestite dall’istituto.

Prodotti e tecnologie per ciechi
Dal 1982 ha preso il via l’attività di distribuzione di prodotti e ausili speciali ad uso dei ciechi che ha permesso a molti non vedenti di entrare in possesso di oggetti e prodotti spesso introvabili, prevalentemente importati dall’estero (registratori 4 tracce, dattilobraille, carte geografiche, strumenti per la casa, per la scuola, per il tempo libero ecc.).
Tale attività si è progressivamente specializzata e indirizzata verso dispositivi ad elevato contenuto tecnologico, legati prevalentemente alle apparecchiature informatiche. Così nel 1987 è stato realizzato il primo terminale Braille italiano per Personal Computer, MB 20, distribuito in un centinaio di esemplari, al di sotto del prezzo di costo, per promuovere la diffusione delle apparecchiature informatiche tra i ciechi. MB 20 ha avuto molte successive versioni, l’ultima delle quali, MB 408s consente agli utenti ciechi l’uso del personal computer in ambiente MS DOS ed MS WINDOWS.
L’attività tiflotecnica, coordinata con l’Unione Italiana Ciechi Nazionale, ha prodotto oggi show rooms permanenti, oltre che a Bologna, nelle città di Roma, Milano e Bari, mentre sono state organizzate numerose mostre itineranti in ogni regione d’Italia che hanno avvicinato le nuove tecnologie ad un gran numero di utenti.

Il Cavazza in Europa
L’attività dell’istituto Cavazza non si è fermata ai confini nazionali ma ha trovato validi sbocchi anche all’estero, tramite un’attiva presenza nell’ambito del progetto europeo Helios e l’organizzazione di azioni formative e di trasferimento tecnologico con l’associazione Panrussa dei ciechi e con l’associazione Panellenica dei ciechi.
A Mosca e ad Atene sono stati allestiti laboratori informatici a cura dell’istituto Cavazza ed è stata realizzata la formazione di insegnanti per la preparazione di programmatori non vedenti, grazie anche al supporto scientifico dell’A.S.P.H.I.

Risorse e patrimonio
Il patrimonio immobiliare dell’istituto è stato in questi anni parzialmente rinnovato e ristrutturato, assicurando oggi un livello di redditività molto soddisfacente, sebbene una quota rilevante degli alloggi venga riservata a non vedenti ex allievi dell’istituto, con una riduzione di canone del 25% rispetto ai fitti correnti.
Su 81 appartamenti di proprietà, 26 sono occupati da non vedenti, con un impegno finanziario per l’istituto stimabile in circa novanta milioni annui. Il bilancio generale dell’Ente risulta sostanzialmente in equilibrio, la situazione finanziaria e patrimoniale si presenta stabile e positiva, pur in presenza della contrazione dei pubblici finanziamenti e dei ritardi nella erogazione delle somme previste. Crediamo si possa affermare che l’istituto Cavazza è uno dei pochi enti da molto tempo disabituati ad accedere alle anticipazioni bancarie e a dover sopportare di conseguenza il pagamento di forti interessi passivi.

Progetti per il futuro
Molti avvenimenti si sono susseguiti negli ultimi venti anni; molte attività e iniziative dell’istituto sono nate, sono fiorite e si sono consumate, secondo quella dinamica di evoluzione della società che tutto brucia così rapidamente. Nel pensare al futuro, il Consiglio di Amministrazione dell’istituto ha ben presente tale dinamica ed è sorretto dalla convinzione che le attività da sviluppare debbano risultare organizzativamente flessibili e qualitativamente di contenuto elevato.
Il panorama nazionale della sicurezza sociale e delle politiche per la disabilita va mutando molto celermente: nuovi soggetti sociali e istituzionali si affacciano alla ribalta, nuove filosofie e nuovi modelli organizzativi vengono proposti per il dispiegamento delle attività che riguardano il settore. In questo quadro movimentato e fluido appare a noi presuntuoso e sterile enumerare le lunga elencazione dei bisogni, delle aspettative, delle iniziative che dovranno adottarsi.
La politica consiliare dei prossimi anni sarà uniformata ad alcuni principi basilari già concordati e adottati come criteri discriminanti dell’opera del consiglio:
1. Economicità delle iniziative, che dovranno svolgersi entro compatibilità finanziarie chiare e secondo progetti ben strutturati;
2. Razionalità dell’apparato organizzativo, che dovrà corrispondere alle esigenze di funzionalità delle iniziative svolte, senza dispersione di risorse e senza inutili sprechi;
3. Flessibilità nelle attività da svolgere, pronti ad adeguare strutture e professionalità alle richieste che provengono dall’utenza;
4. Qualità nelle prestazione erogate, che dovranno risultare di prim’ordine e soddisfare l’aspettativa dell’utenza;
5. Coordinamento della politica istituzionale con i principali obiettivi espressi in ambito locale e nazionale, in conformità con gli orientamenti politici e sociali più avanzati.

Gli interventi da attuare dovranno coprire, nella misura più ampia possibile, le esigenze degli utenti ciechi bolognesi e italiani: sostegno all’integrazione scolastica, formazione professionale e inserimento al lavoro, promozione culturale e aggiornamento professionale, riabilitazione dei ciechi adulti, attenzione per i pluriminorati e per le persone anziane.

(vai al primo intervento)

2. La storia del Cavazza

di Pierluigi Giacomoni e Carlo Loiodice

L’istituto più aperto d’Italia
Fondato, come tanti istituti del genere, verso la fine del XIX secolo utilizzando una serie di donazioni e lasciti, l’istituto si è specializzato nella formazione e nell’istruzione di giovani non vedenti. In specie esso dal 1926 ha accolto ragazzi che dovevano frequentare le scuole medie e l’università oltre al conservatorio. Da sempre la cultura è uno dei suoi obiettivi trainanti e i dirigenti del tempo vollero immettere nella società non vedenti capaci di essere autonomi e dotati di solida preparazione. In quel periodo l’Istituto si configura come un convitto: il giovane mangia, dorme, svolge i compiti dentro, ma si reca a scuola fuori. Gli studenti di musica frequentano le lezioni internamente ma anche per loro sono previsti momenti di contatto con l’esterno.
Questo modello ne fa l’istituto più aperto d’Italia e per molti non vedenti esso è il miraggio da raggiungere perché si sa che al Cavazza c’è una libertà che altrove non esiste. Per chi è costretto a vivere in collegi chiusi dove si può solo uscire in casi eccezionali, il Cavazza e’ l’America.
Nei primi anni ’70 due fattori concorrono allo svuotamento del convitto: la contestazione interna e le nuove concezioni pedagogiche che si affermano nella società. I convittori contestano l’idea dell’istituto come comunità separata; i genitori e le amministrazioni locali iniziano a considerare praticabili altre forme di integrazione scolastica.
Al di là dei massimalismi dell’epoca, alcune delle questioni poste allora, conservano ancora oggi una loro validità, non essendo ancora del tutto superato il problema dell’inserimento di chi non vede nella società. Tuttavia la sorte dei convitti è segnata: verso la fine degli anni Settanta anche il Cavazza si vuota e si trasforma. Invece del vecchio collegio per non vedenti si impone l’idea di un centro regionale che offra dei servizi, pur mantenendo inalterate le finalità specificate nello statuto.
Vengono promossi corsi di qualificazione professionale, viene introdotta l’informatica, si producono vari ausili per l’uso autonomo del calcolatore elettronico anche per chi non vede.

Ritorno all’ente assistenziale?
Tutto sembra andare a meraviglia: giovani di varia provenienza affluiscono in via Castiglione per studiare come si programma col personal computer, altri cercano il modo di acquistare ausili che permettano loro di lavorare, leggere e scrivere con i nuovi mezzi, altri ancora frequentano corsi per divenire centralinisti. Sennonché il 22 febbraio scorso i dirigenti del “Cavazza” hanno indetto una pubblica assemblea con larga partecipazione di ciechi bolognesi, nella quale hanno dichiarato uno stato di crisi delle attività e hanno richiesto ai presenti un contributo di idee. In realtà ciò che veniva richiesto era l’assenso ad un progetto di “depubblicizzazione” dell’istituto che in pratica consiste in un ritorno alla situazione anteriore al 1926, a quando cioè il “Cavazza” non era ancora un Ente di Istruzione, bensì un Ente di Assistenza. Quali sono dunque le ragioni che farebbero venir meno la necessità di un impegno nel campo specifico dell’istruzione?
Un’analisi è stata fatta di recente ad opera di un Comitato di ex-allievi e Amici dell’Istituto “Cavazza”, il quale ha reso pubblico un documento in cui si denunciano alcuni fatti importanti:
– mancanza di una progettazione complessiva;
– mancato rinnovo delle convenzioni con la Regione Emilia-Romagna e le Unità sanitarie locali per l’assistenza ai non vedenti in età scolare;
– inefficienza nella stampa di materiali in Braille o nella registrazione su nastro di opere e testi necessari allo studio
– dispersione di una delle maggiori biblioteche in Braille esistenti in Italia;
– rinuncia ad ogni tentativo di aggiornare la convenzione con il Conservatorio “Martini” onde permettere ai ragazzi ciechi portati per le attività musicali di affrontare un corso regolare di studi nella mutata situazione di superamento del convitto;
– inaridimento dei progettati corsi per programmatori elettronici e per centralinisti telefonici (quest’anno ha funzionato un solo corso per diciotto centralinisti, mentre l’istituto paga lo stipendio a quattordici dipendenti);
– pressoché totale latitanza nell’assistenza agli ex allievi, prevista dallo statuto, eccettuati alcuni contratti di affitto di appartamenti di sua proprietà che l’amministrazione ha stipulato con non vedenti a condizioni favorevoli rispetto al mercato.

Comunque la si guardi, oggi la situazione del “Cavazza” appare paradossale: c’è una struttura, c’è un patrimonio immobiliare, c’è una memoria pedagogica ed esistenziale, non c’è invece traccia di una reale volontà di rinnovamento, se è vero, come è vero, che una apposita commissione nominata dal presidente della sezione di Bologna dell’Unione Italiana Ciechi, dopo essersi insediata il 23 maggio scorso, da un lato ha proceduto con audizioni di esperti, ma dall’altro si è arenata su una richiesta di documentazione (programmi, bilanci, convenzioni attivate e disattivate, ecc.) che al momento non è stata ancora esaudita, malgrado, o forse proprio per lo strettissimo intreccio di uomini e funzioni oggi esistente fra l’istituto e l’Unione.

Il domani, un centro di servizi
Ciò che il comitato degli ex allievi e degli amici dell’istituto “Cavazza” vuole realizzare è un Istituto regionale e nazionale per la documentazione, la ricerca, l’aggiornamento e la consulenza sull’istruzione dei minorati della vista. Al di là della pomposa denominazione si vorrebbe creare un centro di servizi rivolto in generale ai minorati della vista, quindi anche a coloro che pur non essendo veri e propri ciechi, hanno bisogno di sussidi per integrare le loro carenze visive. Un centro di servizi articolato in vari settori: la musica, la cultura e la produzione di testi, la documentazione specifica, gli ausili informatici, la prevenzione delle malattie dell’occhio e così via.
Si tratta di un progetto di ampio respiro che punta sul sostegno degli enti pubblici (anche in prospettiva europea), ma anche dell’esperienza di privati in un’ottica di flessibilità e di programmazione.
Si vorrebbe inoltre fare del Cavazza un centro di aggregazione culturale, un luogo dove sia possibile incontrarsi, ascoltare musica, assistere a conferenze, incontri e convegni.
Un sito plurisettoriale, in poche parole, che non interessa solo chi non ci vede ma tutta la nostra città. Via Castiglione è una strada stretta dove non passa nemmeno l’autobus ad un certo punto si allarga all’improvviso. Lo avrà voluto il caso ma l’istituto è proprio lì, dove circola più aria, dove passa più gente. Basta con le chiusure…

[…to be continued]

7. Gli ecosociali

Quali sono i punti di contatto e, viceversa, le differenze tra le associazioni che operano nel sociale e quelle impegnate nella difesa ambientale?
Come si confrontano su un tema come quello del lavoro (un modo di lavorare attento alle esigenze della persona, non teso solamente ad una sempre maggiore produzione). E che idee hanno sul tempo (diviso tra tempo occupato e tempo libero: da dedicare a chi, e per che cosa)?
Sono queste le domande da cui sarebbe interessante partire per cercare di fare un discorso che coinvolga le associazioni ecologiste e quelle che si occupano del sociale.
In questo numero di HP ci siamo occupati soprattutto del concetto di diversità, riferito alle persone (alla questione etnica) ma che trova un suo parallelo nella complessità ambientale che, a differenza di quella umana, non tende alla omogeneizzazione, alla semplificazione.

Un’azione politica comune?
Ma i punti in comune non valgono solo per le idee ma anche per le azioni politiche. A livello locale (di politica locale), ad esempio, vi sono parecchie iniziative che possono vedere coinvolti le associazioni ecologiste e quelle che operano nel sociale. Prendiamo un tema per tutti, quello della mobilità nelle città; qui l’interesse per il disabile o per l’anziano di potersi muovere senza barriere coincide con quello delle persone che vogliono un centro meno trafficato, i marciapiedi sgombri dalle macchine e dalle motociclette…Recentemente in occasione della settimana di mobilitazione per il rispetto del D.P.R. 503/1996, il decreto che rende obbligatoria l’accessibilità degli edifici e dei servizi pubblici, si è avuta una convergenza di iniziative tra la Federazione dei Verdi e varie associazioni impegnate sul tema della disabilità che in ben 90 città italiane hanno verificato l’accessibilità di strade e di edifici e il grado di applicazione delle leggi vigenti.
Il tema della mobilità è solo un esempio; ce ne possono essere altri. Così vale anche per il tema della salute; una città con l’aria e l’acqua più pulita significa anche una qualità di vita migliore, meno “invalidante”. Ma forse, ed è questo il punto, l’attenzione per l’altro e per l’ambiente, dovrebbero essere una cura per ogni cittadino e non solo per alcuni.

8. La diversità necessaria

di Andrea  Canevaro

Non è sensato che io consideri significativo unicamente ciò che è tale per me. È bene che io apprenda anche ciò che è significativo per gli altri… Con la tecnologia moderna l’uomo ha un eccesso di potere…e non può più pensare in termini narcisistici…ha bisogno delle diversità, di rapportarsi ad una realtà plurale”.

Riconoscere la realtà, che è fatta di diversità.
Traduco un testo di Albert Jacquard, e lo propongo come elogio della differenza; differenza che è inserita nella nostra realtà profonda e quotidiana. E’ una realtà talmente presente in noi, da rischiare di non essere avvertita come un elemento fondamentale della nostra vita.
Albert Jacquard scrive: “Quello che ho in comune con tutti gli altri è la possibilità, a partire da ciò che ho ricevuto, di partecipare alla mia propria creazione.Però bisogna che mi si lasci la possibilità.
Grazie, genitori, per l’ovulo e lo spermatozoide che contenevano tutte le indicazioni per costituire la sostanza che mi hanno formato.
Grazie, famiglia, per il cibo, il calore, l’affetto che mi hanno permesso di crescere e di strutturarmi.
Grazie a chi mi ha trasmesso con l’insegnamento le conoscenze lentamente accumulate dall’umanità da quando interroga l’universo.
Grazie a chi mi ha amato, per l’amore insostituibile.
Ma sono io che devo completare l’opera, tocca me posare il trave portante.
Dimenticate quello che avreste voluto che io fossi. Non devo realizzare il sogno che avete fatto per me; sarebbe tradire la mia natura umana. Perché io sia veramente umano, mi dovete un ultimo regalo: la libertà di divenire quello che ho scelto di essere”
(A. Jacquard, Moi et les autres: initiation à la génetique, Senil, Paris, 1983 p. 139)

Questo testo è semplice e profondo nello stesso tempo. Ma non può evitare la problematicità che inevitabilmente accompagna il tema.
La diversità è un intreccio di “dati” e di possibilità. I “dati” possono a loro volta essere combinati fra loro in molti modi. Ed è proprio il campo delle possibilità che è inevitabilmente problematico e irto di rischi.
Tutto è possibile? Evidentemente no ma è proprio evidente? A volte non sembra che lo sia, e certi comportamenti individuali e collettivi smentiscono che sia “evidente” ammettere e riconoscere i limiti alle proprie possibilità.
Da un altro versante, possiamo domandarci se proprio tutti hanno la possibilità di divenire quello che scelgono di essere.
Ci sono condizioni che impediscono le scelte.
E vi sono tante ragioni per temere che altrettante scelte siano falsate da condizionamenti tali da indurre a rinunciare ad ogni scelta originale per seguire l’indotto del consumismo.
Educare alla diversità è un compito difficile. Non bastano le dichiarazioni e l’espressioni di sentimenti e di emozioni. È un’educazione ecologica.Ma anche questa parola ha subito il logorio della moda, essendo interpretata in stravaganza massimalista e minimalista.

Come rendere un’apprendimento significativo.
Apprendimento non è necessariamente una parola che porta a scuola. E’ vero che a scuola si dovrebbe realizzare un progetto di apprendimento. Ma l’apprendimento dovrebbe accompagnare tutta la vita. Il passare degli anni vuole che un individuo impari, apprenda a usare diversamente la propria energia. L’alimentazione nelle diverse età e nelle diverse situazioni, esige apprendimento. Nuove tecnologie nei trasporti, nelle comunicazioni; comportano apprendimento.
Chiarito che parli di apprendimento in un senso ampio e non necessariamente scolastico – caso mai: anche scolastico -, mi domando come un apprendimento significativo sia possibile; e quindi come rendere significativo un apprendimento.
Vi è la tendenza a privilegiare una dimensione della significatività enfatizzando la soggettività, o l’oggettività. Apprendere unicamente ciò che è significativo per me. Oppure apprendere solo ciò che è significativo in sé.
Queste due dimensioni sono in antitesi fra loro, e infatti sembrano alternarsi come certe figurine di legno legate fra loro da un meccanismo per cui l’avanzata di una è collegata all’arretramento dell’altra. L’esaltazione delle soggettività è anche sottolineatura della motivazione individuale come fondamentale ragione dell’apprendimento. In questa interpretazione, chi insegna si rapporta esclusivamente alla dimensione del singolo che apprende. Al di là delle intenzioni, buone, vi è una riduzione nell’orizzonte alla relazione duale, con rischi di psicologismo nell’insegnamento – apprendimento, ma con rischi maggiori circa la riduzione narcisistica della realtà e della sua esplorazione. Se interrogo l’universo unicamente per ciò che io stesso ritengo significativo, implicitamente escludo ogni ragione che possa giungere da altri soggetti.
Da questa prospettiva esclusivamente soggettiva può scaturire una posizione che considero paradossale e contraddittoria. L’apprendimento sarebbe significativo in termini individuali; nello stesso tempo ogni individuo, come diversità singola, rappresenterebbe una garanzia di comunicazione, grazie al noto assioma secondo cui comunichiamo in virtù delle differenze, e non vi sarebbe comunicazione possibile se non vi fossero le differenze. Questo è un’assioma, e cioè un’affermazione che è talmente vera da non necessitare di prove dimostrative. Ma l’assunzione delle comunicazioni come elemento che valorizza le differenze non mi convince, perché non dice, non può dire nulla sulla qualità e quindi sui contenuti della comunicazione. Che il mezzo comunicativo sia messaggio è un altro assioma, questa volta d’autore (Mc Luhan): va interpretata come rischio riduttivo. Se il messaggio si riduce al mezzo (e non: è anche il mezzo), la comunicazione può diventare una scatola vuota.
Allora è bene domandarsi se la grande celebrazione della comunicazione possa lì per sé bastare a rendere significativo ogni evento comunicativo. E’una domanda falsamente ingenua. Con molta più furbizia tautologica, le tecniche ed i tecnici della comunicazione si adoperano perché un evento comunicativo sia certamente significativo proprio perché è tale, cioè è fabbricato come tale.
La coppia – costituita dall’assoluta soggettività significativa e dall’assoluta possibilità comunicativa garantita dalla pluralità differenziata dai soggetti – produce un danno ecologico di proporzioni considerevoli. Anche l’assoluta oggettività della significatività (o della significanza, se si preferisce) è dannosa. Posso essere più che convinto del significato oggettivo dell’apprendere a mangiare. Ma questo non basta a far superare una condizione di anoressia attraverso l’alimentazione forzata. Questo può costituire una risorsa per superare una drammatica fase di emergenza.
Ma non è la modalità che in sé favorisce l’apprendimento dell’alimentazione.
Tuttavia vi è qualcosa di utile sia nella significatività soggettiva che in quella oggettiva. Ciascuna deve scrollarsi di dosso la pretesa di rappresentare un valore assoluto ed autosufficiente.
Non è sensato che io consideri significativo unicamente ciò che è tale per me. È bene che io apprenda anche ciò che è significativo per altri. In questa prospettiva possono essere ricordati educatori ed educatrici. Cito solo Lorenzo Milani, che non ha mai considerato con troppa benevolenza gli atteggiamenti preoccupati eccessivamente dello stato emotivo di chi apprende e non del progetto. Progettare vuol dire prendere in seria considerazione ciò che è significativo per gli altri. Don Milani ha impegnato le sue energie di educatore sulle parole. E sulle parole, e non solo, lavorò Frainet.
Anche Paulo Freire che potrebbe essere considerato come l’educatore che indica con maggiore forza la necessità di superare la significatività soggettiva senza dimenticarla a favore di quella oggettiva. Paulo Freire è morto a San Paulo il 2 maggio 1997, all’età di 76 anni. I giornali italiani hanno taciuto questo lutto. E i giornali italiani sono molto occupati dalle notizie e dai molti commenti sul come si comunica; pochissimo su cosa si comunica. E’ quindi una conseguenza logica che una tale informazione, che per di più riguardava una tale personalità scientifica e culturale, non apparisse. Il narcisismo di cui è imbevuta gravemente la stampa e la televisione italiana riflette – purtroppo – un’analoga condizione di una società.
Per questo, l’educazione alla diversità – in una prospettiva ecologica – è tanto necessaria quanto difficile ed impegnativa.
E per questo è necessario cercare di individuare le ragioni profonde della diversità e della sua importanza per il futuro del mondo.

Perché il mondo ha bisogno di diversità
Hans Jones – il filosofo tedesco de Il principio responsabilità – ha affrontato il tema del rapporto fra etica e tecnologia moderna. La tecnologia attuale ha effetti a lungo termine, e nello stesso tempo esige da parte del soggetto umano poca energia, poca fatica fisica ed anche cerebrale. L’effetto a lungo termine può produrre un processo dal bene immediato al male risultante dall’accumulo, del “troppo”.
Un’altra caratteristica della tecnologia moderna, secondo Jones, è l’inevitabilità dell’applicazione. E questo perché una società come la nostra “ha basato l’intera organizzazione della sua vita, sia nel lavoro che nel tempo libero, sulla continua attualizzazione del suo potenziale tecnologico coordinandone le singole parti” (H. Jones, Tecnica, medicina ed etica. Prassi del principio responsabilità, Einaudi, Torino, 1997, p. 29; ediz. originale 1985). Questa impostazione trasforma le possibilità, e quindi le differenze, in coazione, in obbligo indotto a comportamenti previsti. Jonas considera questi comportamenti indotti assimilati a ciò che davvero è necessario, come lo è il respirare: non è una possibilità tra le altre. Allo stesso modo può venir percepito l’adeguamento tecnologico.
Oltre alle proporzioni globali nello spazio e nel tempo, che l’etica deve assumere in relazione alla tecnologia moderna, secondo Jones è necessario ripensare e superare l’antropocentrismo. E questo è, per la presente riflessione, un punto fondamentale.
“… se lo si intende in modo corretto, l’includere nel bene dell’uomo l’esistenza della verità in quanto tale, e di conseguenza il far rientrare fra i doveri dell’uomo la sua conservazione, va al di là di qualsiasi punto di vista antropocentrico e orientato all’utile. Questa visione ampliata collega il bene dell’uomo al problema della vita nel suo complesso, anziché contrapporlo a essa in modo ostile, e concede alla vita extraumana il suo proprio diritto” (idem, p. 32).
Accosto alle parole di Hans Jones questa riflessione, che dovrebbe essere approfondita: in Europa, all’inizio della diffusione della tecnologia applicata alla produzione e al lavoro come alla vita quotidiana, vi fu un interesse culturale e scientifico per le diversità e le varietà umane. E’ l’interesse per le altre culture. Ed è l’interesse per chi ha una condizione ed esigenze particolari – quelli che oggi chiamiamo handicappati -.
Le parole di Jones contengono le ragioni, da approfondire continuamente, che sostengono la necessità delle diversità. Schematicamente possiamo dire che in epoche pretecnologiche, tale varietà era assicurata dai processi naturali spontanei. Con la tecnologia moderna, il soggetto umano ha un eccesso di potere; e questo dovrebbe imporgli il dovere di una responsabilità cosmica. Pensare in termini che ho definito narcisistici, badando a un utile individuale, è oggi estremamente pericoloso. Abbiamo bisogno delle diversità, e abbiamo bisogno di apprendere a rapportarci ad una realtà plurale, diversificata. E questo è di una importanza vitale.