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Autore: admin

2. Il bambino disabile a scuola: famiglia ed istituzione a confronto

Come valutare l’impatto e l’integrazione dei bambini disabili nella scuola? E come indagare in che modo i genitori percepiscono e vivono il mondo della scuola in cui il figlio è inserito?
Una ricerca condotta in provincia di Padova tra i bambini disabili minori di 8 anni.
Il concetto di integrazione nasce già negli anni settanta determinando nella scuola la volontà di realizzare percorsi metodologici adattati ai bisogni di ciascuno.
Emergono e si impongono, grazie anche ad una serie di interventi legislativi, nuovi modelli socio-pedagogici, che mettono al centro del processo educativo lo sviluppo della personalità dell’allievo e la sua capacità di comunicare e di apprendere.
Nel clima di rinnovamento del sistema educativo italiano, determinato dal “Documento Falcucci” (CM 227/75), la legge 517 del 1977 rappresenta una pietra miliare, abolisce infatti le classi differenziali e le scuole speciali, definisce il ruolo dell’insegnante di sostegno e le forme di integrazione per i soggetti portatori di handicap.
La nuova realtà scolastica che viene così a delinearsi è molto complessa e diversificata in quanto richiede, oltre ad un rinforzo e affinamento della pratica didattica, un intervento qualificato di insegnamento “differenziato”.
Successivamente la legge quadro sull’handicap (L.104/92) pone come obiettivo dell’integrazione lo sviluppo delle potenzialità della persona disabile nell’apprendimento, nelle relazioni e nella socializzazione.
La normativa sottolinea l’importanza del coinvolgimento della famiglia nel processo educativo del bambino e della collaborazione tra scuola, USSL ed enti locali. Queste istituzioni concorrono insieme a fornire le risorse umane, tecnologiche ed economiche, necessarie per garantire la maggiore integrazione possibile.
La scuola diventa così un luogo di relazione tra le varie agenzie educative e tra le diverse persone che hanno preso in carico il soggetto con handicap.
Nella scuola il bambino entra in contatto con gli insegnanti e con la rete educativa, in cui esistono regole e rapporti non ancora sperimentati; socializza, trova la possibilità di sviluppare e approfondire relazioni trasversali con gli adulti e con i coetanei, in un nuovo contesto. C’è quindi una continuità tra funzione genitoriale e scolastica, una alleanza e una complementarietà che offre maggiori possibilità di sviluppo delle potenzialità di ciascun soggetto. La socializzazione del soggetto con handicap con i coetanei, sia all’interno, ma anche all’esterno dell’ambiente scolastico, offre ulteriori opportunità formative capaci di motivare, orientare e sostenere l’apprendimento e le relazioni.
Ogni bambino è unico ed irrepetibile, con un proprio stile cognitivo, strategia di apprendimento, forma espressiva e comunicativa. Quando si tratta di un bambino disabile l’unicità, quindi la diversità, è vissuta quasi esclusivamente nella sua accezione negativa.
La sua diversità è infatti molto più difficilmente contenibile in un modello standard di essere e soprattutto di apparire.
In generale le istituzioni reagiscono con difficoltà verso ciò che devia “dall’atteso comune”, perché richiede loro flessibilità, adattamento ed innovazione; tutte qualità che sono difficili da attuare nelle agenzie organizzate e da tempo strutturate.
Anche la famiglia spesso si rapporta con difficoltà all’unicità del proprio figlio disabile, proiettando al di fuori di sé sentimenti negativi e vivendo quindi momenti di difficoltà e di incomprensione verso l’istituzione scolastica che “non dà il supporto richiesto e non fa tutto quanto potrebbe”.
A volte i genitori possono essere sopraffatti da sentimenti di impotenza tendendo a delegare ogni responsabilità educativa; altre volte chiedono con insistenza attività inutili o impossibili, idealizzando le capacità del figlio e superando nelle aspettative ciò che è ragionevole attendersi (6, 18).
Da queste riflessioni è sorta l’esigenza, nell’ambito di uno studio di prevalenza sulla disabilità all’età di 8 anni nella Regione Veneto, di valutare l’impatto e l’integrazione dei bambini disabili nella scuola e indagare come i genitori percepiscono e vivono il “mondo della scuola” in cui il figlio è inserito.

Materiali e Metodi
Lo studio è stato condotto nella coorte dei nati nel 1988 nella provincia di Padova, seguiti dalla nascita fino agli 8 anni. Tale provincia poteva ritenersi ideale per la numerosità dei soggetti seguiti e rappresentativa della situazione demografica, culturale e sociale di tutta la Regione Veneto.
Sono stati inclusi nello studio i soggetti che abbiano presentato dalla nascita o successivamente ad essa, e comunque entro il 31/12/96, una o più menomazioni disabilitanti. Si sono considerate le disabilità con un danno funzionale di ordine medio-grave, tali da richiedere una presa in carico specifica da parte dei servizi socio-sanitari e/o una certificazione per la frequenza scolastica. Sono stati esclusi dallo studio i casi con patologia cronica, come ad esempio l’asma o l’epilessia ben compensata, e i casi di cosidetto “handicap sociale”, ovvero i soggetti che soffrono di una condizione di svantaggio dovuta a problematiche familiari di ordine sociale, ma che non presentano alcuna menomazione o disabilità. Questa decisione è stata assunta per poter ottenere un’area di studio più omogenea, anche se meno numerosa, che costituisce il nucleo centrale e più problematico della disabilità.
Per individuare e poter successivamente selezionare i casi si è seguito un approccio di tipo “multifonte”. Sono state cioè attivate contemporaneamente tre diverse fonti di informazione:
1. la rete dei Servizi socio-sanitari (compresi gli istituti/enti privati convenzionati);
2. la Scuola;
3. le Associazioni d’utenza.
Gli elenchi derivanti da queste tre fonti sono stati confrontati tra loro, con l’obiettivo di riuscire ad individuare tutti i bambini eleggibili per lo studio.
Si è indagato il vissuto delle famiglie con un bambino disabile attraverso un’intervista domiciliare utilizzando un questionario pre-codificato. Quest’ultimo era costituito da differenti parti, che andavano a sondare: la composizione della famiglia, il percorso diagnostico, terapeutico e riabilitativo, il grado di autonomia del bambino, la scuola e i problemi ad essa connessi. A conclusione dell’intervista i genitori erano invitati ad esprimere il loro accordo su una serie di affermazioni riguardanti l’utilizzo di strutture, istituti o scuole speciali per soggetti con handicap. A ciascuna proposizione poteva essere assegnato un punteggio da 1 a 10. Per l’analisi descrittiva dei dati ogni affermazione è stata associata ad una variabile dicotomica creata con il seguente criterio: un punteggio ³ 8 esprimeva concordanza dei genitori con l’affermazione, un valore <8 significava disaccordo o indecisione.
L’intervista è stata condotta da tirocinanti della Scuola per Educatori Professionali della Provincia di Padova appositamente formati. Durante tutto il periodo dello studio è rimasta attiva una finestra telefonica dedicata alle famiglie per qualsiasi tipo di informazione o delucidazione.
L’ultima fase dello studio è stata caratterizzata da una serie di “interviste a testimoni privilegiati”, interlocutori particolarmente attenti, preparati e strategici per il ruolo istituzionale ricoperto, al fine di conoscere i loro orientamenti e le loro tendenze sul problema. Sono state pertanto contattate diverse figure professionali che operano a contatto con l’handicap e che rappresentano tutte le istituzioni coinvolte. Del mondo della scuola sono stati intervistati: il provveditore agli studi, un direttore didattico, uno psicopedagogista, un insegnante di sostegno, un insegnante elementare. Tutte le interviste ai testimoni privilegiati, essendo state registrate, sono state integralmente trascritte e soggette ad una prima rilettura tendente ad evidenziare orientamenti, problemi e proposte.
Dei circa 10.000 nati nella provincia di Padova nel 1988, 202 erano “in carico” ai servizi per problemi riferibili ad una disabilità e/o handicap entro il compimento dell’ottavo anno di vita. Da questi ultimi sono stati selezionati i casi e stimata la prevalenza della disabilità medio-grave a 8 anni e alla nascita.
Successivamente i dati sono stati analizzati distinguendo i casi in 3 gruppi: soggetti con disabilità mentale (sindrome di Down, ritardo mentale associato ad altra patologia, come la paralisi cerebrale, autismo e altre psicosi), soggetti con problemi di apprendimento (disturbi specifici della lettura, della scrittura, del linguaggio e dell’apprendimento) e soggetti con altre patologie (deficit dell’udito, spina bifida e miopatie).

I risultati della ricerca
142 soggetti rispondono ai criteri di inclusione descritti sopra e quindi la prevalenza di disabilità medio-grave a 8 anni è risultata dell’1,5% (I.C. 1,14-1,86).
Le patologie dell’area mentale riguardano il 45% del totale dei casi e se a queste sommiamo quelle della comunicazione e dell’apprendimento, raggiungono il 68%.
Ad otto anni il 98% dei bambini frequenta la scuola; solo uno di questi è iscritto alla scuola speciale. Nella scuola il bambino disabile trova molte risorse a lui dedicate: dall’insegnante di sostegno all’operatore addetto all’assistenza fornito dal Comune o dall’Ulss, agli insegnanti di classe che lo seguono in modo individuale. Queste figure professionali sono assegnate secondo le necessità espresse dalle disabilità presenti (mentali, dell’apprendimento e fisiche) e sono assorbite quasi totalmente dall’area mentale, come appare dalla tabella 1.
L’integrazione nella classe in almeno metà dei casi non si traduce in una vera integrazione sociale.
Nelle tabelle 2 e 3 viene riportato come vive e cosa fa il bambino disabile a scuola e fuori da essa.
Solo metà dei bambini disabili infatti, rimangono sempre in classe, pur svolgendo attività specifiche, e solo un terzo svolge le medesime attività proposte ai compagni. Vengono seguiti al di fuori della classe (soprattutto) i soggetti più difficili e disturbanti, quelli con problemi psichici e/o con patologie nell’area mentale.
Se osserviamo i rapporti che si creano tra i genitori dei bambini con handicap e la scuola, notiamo che l’insegnante di sostegno è la persona che ottiene il maggior gradimento, infatti le famiglie di tutti e tre i gruppi hanno un rapporto positivo e di collaborazione con essa (75%). Le famiglie riferiscono di avere buoni rapporti con gli insegnanti della classe nel 49% dei casi, con il personale ausiliario della scuola e con la direzione nel 22-21% e con gli altri genitori nel 15%.
I difetti di apprendimento sono quelli che spingono le famiglie a giudizi più negativi sull’istituzione scolastica in tutte le sue componenti: insegnanti di sostegno e ordinari, direzione, altre famiglie.
Buoni rapporti con i propri compagni di classe vengono riportati dal 57% dei genitori, con una percentuale doppia tra i genitori di bambini con disabilità motoria o sensoriale rispetto a quelli con disabilità mentale. Il 3-5% di questi due gruppi di genitori afferma inoltre che il proprio figlio non è accettato dai compagni di classe.
Nonostante che i rapporti instaurati dai genitori con il mondo della scuola non siano molto soddisfacenti, se escludiamo l’insegnante di sostegno, solo un genitore su otto esprime il bisogno di una maggior collaborazione tra scuola e genitori.
Inoltre, in un contesto in cui le istituzioni si impegnano per raggiungere il maggior livello di integrazione possibile per il bambino disabile, un genitore su tre preferisce la scuola “speciale” a quella “normale”, sostenendo che “in una scuola speciale il bambino ha insegnanti che conoscono il suo problema e lo aiutano” e uno su quattro afferma che “per il futuro del bambino, è meglio stare in una comunità pronta ad accogliere le sue esigenze”, piuttosto che rimanere in famiglia.
Le interviste aperte ai testimoni privilegiati hanno evidenziato concordanza con le famiglie per quanto attiene i problemi della frammentazione e conflittualità tra servizi e operatori e per gli aspetti della carenza di informazione e comunicazione con la famiglia. Le interpretazioni delle istituzioni per gli altri punti critici e soprattutto per le soluzioni ritenute valide ed efficaci sono invece più lontane rispetto a quelle delle famiglie. Si ritiene, ad esempio, che una soluzione ottimale per affrontare i problemi delle famiglie e l’integrazione del bambino sia il coinvolgimento della famiglia stessa nel percorso riabilitativo e nella stesura del piano educativo individuale (cosa peraltro già prevista dalla normativa vigente). Altro aspetto riferito in ogni intervista è il problema della formazione degli operatori, al quale tutti i professionisti intervistati gli hanno assegnato un valore determinante.

Alcune considerazioni
La scuola, per perseguire l’integrazione dei bambini disabili, li inserisce nella classe con i propri coetanei, luogo ideale di relazione, al fine di stimolarne la crescita ed il processo formativo; inoltre destina loro parecchie risorse umane, anche se molte di queste sono assorbite dai soggetti con patologie dell’area mentale e dell’apprendimento.
All’interno della scuola comunque pare esserci un comparto a se stante, che interessa i bambini disabili e chi strettamente li segue nei loro percorsi educativi e formativi, tanto che l’insegnante di sostegno sembra perdere la sua funzione di risorsa specifica per l’inserimento e l’integrazione del bambino disabile e sembra diventare uno strumento alternativo alla classe.
Eppure, l’integrazione degli alunni con handicap dovrebbe favorire, secondo alcuni autori, la possibilità di esprimere ed ottimizzare al massimo la specificità esistenziale di ciascuno.
In particolare, notiamo che nel rapporto che il bambino disabile instaura con i compagni, l’integrazione risulta più difficile nelle menomazioni mentali, non solo nel gioco, ma anche nelle attività che svolgono insieme in classe. Anche l’inserimento scolastico si realizza più difficilmente quando l’handicap è mentale, disabilità che interessa quasi la metà dei bambini a quest’età.
Una valutazione negativa della scuola arriva comunque dalle famiglie con figli che presentano disturbi del comportamento o dell’apprendimento.
E’ comprensibile comunque che, in una situazione in cui il volontariato, le associazioni d’utenza e non da ultimi i servizi socio-sanitari sono attivi ma spesso lontani da queste famiglie, la scuola diventi un punto di riferimento indispensabile, e in qualche caso l’unico alleato dei genitori.
La scuola dovrà quindi sperimentare nuove strategie per coinvolgere maggiormente il bambino disabile, e chi lo segue, nelle attività di classe e con il raggiungimento dell’autonomia gestionale dovrà garantire un minor turnover di insegnanti, assicurando la continuità del processo educativo, condizione di maggior garanzia per gli interventi didattici.
La scuola però non può essere considerata esaustiva delle risposte ai bisogni d’integrazione dato che tutte le agenzie educative concorrono al processo formativo del bambino, ognuna per la parte che le compete, per dovere istituzionale o per scelta programmata.

Bibliografia
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D’Ambrosio C, Okely O. Famiglia e scuola: relazioni e funzioni nel progetto di crescita. Il bambino incompiuto 1994
De Anna L., “L’intégration scolaire des enfants handicapés en Italie”. The European Electronic Journal on Inclusive Education in Europe.
Cacioni M. La continuità educativa. Handicap Risposte 1999
AAVV. Unico e irripetibile. La diversità come base della cultura. Informazioni Handicap 1996
Samory M. Il bambino con handicap: l’evento familiare. Prospettive Sociali e Sanitarie 1996
Benciolini P. La legge 104/92 e il sistema dei servizi socio-sanitari per l’età evolutiva: condizioni istituzionali, organizzative e professionali. Servizi Sociali 1996
AAVV “L’intesa”, strumento basilare per l’integrazione scolastica. Servizi Sociali 1990
Canevaro A., “La maratona dell’integrazione. I significati profondi di un concetto.”, Integrazione 1997
Rollero P. L’integrazione scolastica degli handicappati a vent’anni dalla circolare Falcucci. Prospettive Assistenziali 1995
Legge 517 del 4/8/1977. Norme sulla valutazione degli alunni e sull’abolizione degli esami di riparazione nonché altre norme di modifica dell’ordinamento scolastico. G.U. n. 224 del 18/8/1977.
Legge n. 104 del 5/2/92. Legge quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate. Supplemento ordinario al G.U. n. 39 del 17/2/92.
D.P.R. 24/2/94. Atto di indirizzo e coordinamento relativo ai compiti delle unità sanitarie locali in materia di alunni portatori di handicap. G.U. n.87 del 15/4/94.
Circolare n. 33 del 20/10/1993. Indirizzi sull’integrazione scolastica e sociale della persona con handicap. B.U.R. Regione Veneto n. 91 del 29/10/93.
Canevaro A. La diversità necessaria. AccaParlante 1997
Nocera S. Il futuro dell’integrazione. Verso il duemila. Handicap Risposte 1999
European Agency for development in special needs education. Integration of handicapped pupils in the Mainstream School system. 28/11/1995
Nursey AD, Rohde JR, Farmer RDT. A study of doctors’ and parents’ attitudes to people with mental handicaps. Journal of Mental deficency research 1990

9. Vila Esperança

a cura di R. G.

Ho incontrato Pio Campo, italiano, in un caldo, invernale, pomeriggio di luglio a Goias Velho, vecchia capitale dello stato di Goias, vicino, si fa per dire, a Brasilia. Nel mio viaggio in Brasile questo è stato uno degli incontri più importantiChe cosa è Vila Esperança?
Da un punto di vista freddamente giuridico Vila Esperança è una associazione apolitica e senza fini lucrativi e religiosi. Il suo scopo è lavorare sul riscatto e sulla valorizzazione della cultura brasiliana e quindi sulle radici culturali indigene e africane, che sono i due ceppi che compongono, insieme alla razza bianca, questa mescolanza che è il popolo brasiliano. Vila Esperança già nelle costruzioni riflette l’influenza di queste culture perché volevamo che i bambini che la frequentano si abituassero ad avere stimoli visivi che ricordassero loro da dove vengono, qual è la loro storia. Questo perché in Brasile, come in tutti i paesi chiamati del “terzo mondo”, la storia che si studia a scuola è una storia ufficiale, bianca, vista come storia di conquista, di dominazione. Noi invece cerchiamo di presentare la storia con occhi latino americani, che guardano dal sud del mondo, e che quindi interpretano più criticamente la realtà, soprattutto in relazione a questi 500 anni (il Brasile è stato scoperto da Cabral nel 1500) che sono stati 500 anni di sterminio culturale in nome della cultura europea o nord americana. Il lavoro che facciamo è aiutare i bambini, ma anche gli adulti, a riscoprire il valore, la bellezza di queste culture, che sono scritti nel colore della pelle, nei tratti somatici, nelle usanze e nel modo di vivere che resiste, anche se faticosamente, a dispetto della propaganda delle telenovelas dove domina un mondo sempre bianco, europeo, uno stile di vita che non è quello di qua.

Prima di continuare ti volevo chiedere se il pavone attacca l’uomo.
Non preoccuparti: forse lo stiamo un po’ innervosendo, seduti qui vicino alla sua gabbia. Vedrai che adesso il pavone si calma perché va a dormire.

Quanti bambini ci sono?
Ci sono duecento bambini che frequentano assiduamente la Vila. Concretamente è organizzata così: c’è una scuola elementare che va dalla prima alla quarta elementare, i maestri sono del luogo. Forse lo sai già, ma le uniche scuole che funzionano in Brasile sono quelle private perché c’è una volontà chiara del governo di non investire nelle scuole pubbliche, che sono quelle frequentate dalla maggior parte della popolazione di un certo ceto sociale. Queste scuole non funzionano, è un po’ diverso dall’Italia dove le scuole private sono un po’ per chi non riesce a studiare; qui invece formano la classe dirigente. Un popolo, invece, che non ha cultura è più facile da governare e da dominare.

Quello che mi colpisce della Vila è il suo essere una scuola a cielo aperto, un labirinto di stradine e sentierini che collegano “l’aula di geometria” (una scalinata composta da figure tridimensionali) al tendone del circo, dalla sala cucina al teatro indigeno, e ad altri posti ancora, sempre immersi nella vegetazione, circondati da “totem” e da una grande varietà di animali. Mi ha colpito quando ci siamo fermati di fronte un’ aula scolastica, con i consueti banchi e io ti ho chiesto: “questa è la scuola?”. E tu: “No, è solo l’aula per imparare a scrivere. Tutto è la scuola”.
Vedi, questa scuola di Vila Esperança è rivolta alla classe povera, ai bambini che vivono nella favela. E’ una scuola che funziona bene e che ha una impronta ben specifica: abbiamo fatto un calendario scolastico che dà importanza alle date che sono fondamentali per la storia del popolo brasiliano. La programmazione culturale ha dei ritmi ben precisi: ad esempio per due mesi studiamo la cultura africana, altri due studiamo la cultura indigena, eccetera. L’anno inizia con un progetto che si chiama Ancestralità ed è dedicato alla riscoperta degli avi: si apre con attività della Vila nelle quali collaborano i nonni, che stanno qui con i loro nipoti, insegnando quello che hanno appreso nella loro vita e che son cose che si stanno perdendo. I nonni insegnano a tessere con il telaio a mano, l’arte della terracotta, insegnano i piatti di cucina che anche qui sono sempre più sostituiti da cose americane, di plastica. C’è poi un interessante progetto della medicina naturale, ricette fatte con le erbe, che hanno un potere curativo enorme.

Ho visto che la stessa medicina ufficiale (l’ho constatato ad esempio nell’ospedale di Ceres, nell’interno dello stato di Goias, che ha un vero e proprio settore di produzione) punta molto sulle medicine naturali a base di erbe e minerali.
E questo è solo un aspetto di una cultura ricchissima. Questi nonni sono discendenti diretti degli indios e dei negri, hanno un bagaglio culturale che discende dalla cultura indigena e africana, anche per quanto riguarda lo stile di vita. Lo sforzo della Vila è di lavorare per dare una coscienza del valore della tradizione: a partire da qui si può fare un anche lavoro sociale per riallacciare i legami familiari che sono abbastanza difficili…hai una nuvola di zanzare addosso, pazienza…del resto siamo in Brasile. No…cambiamo posto… meglio…
(Ci spostiamo nel tendone del Circo, uno dei tanti luoghi di questa magica Vila…)
Ti dicevo, come in tutte le situazioni di miseria anche le relazioni familiari si sfibrano: uno dei nostri obiettivi è di riallacciare, di rendere più umani i legami familiari. Tutta la programmazione degli eventi si conclude con una festa che raggruppa tutte le famiglie: si lavora insieme uno-due mesi e alla fine, con danze e canti, i bambini fanno vedere ai genitori quello che hanno imparato. Da un lato si fa conoscere questa cultura alla gente e dall’altro l’obiettivo educativo e affettivo è di ricollegare quello che sta facendo il bambino ai genitori. C’è anche una ludoteca, frequentata dai 120 bambini che vengono al pomeriggio, divisi in gruppi di venti: l’obiettivo è di giocare, rendere accessibile un mondo che purtroppo loro vedono solo in televisione. Qui hanno tutti i giocattoli che vogliono, presentiamo un mondo ludico che è quello nel quale dovrebbero vivere tutti i bambini.

Da quanti anni è attiva la Vila?
Da 9 anni: da quest’anno abbiamo aperto un memoriale indigeno-africano, che illustra alcuni aspetti della loro arte. I pezzi provengono sia da questa parte del Brasile che da altre; alcuni provengono dalle zone africane, da cui sono venuti gli schiavi. Essere indio o negro, nonostante si faccia finta che non esista il razzismo, è sempre un motivo di difficoltà, forse è come essere uno del sud in Italia. E’ una cosa sedimentata dentro alle persone, ed è per questo che anche noi troviamo difficoltà nell’aiutare il recupero di queste radici. A me sembra che dopo un po’ di anni stia nascendo un certo orgoglio di far parte di queste culture, che hanno una loro ricchezza e bellezza valide tanto quanto, se non di più, della nostra europea. I bambini che frequentano la scuola, a me sembra di poter dire, assumono
una postura diversa nei confronti della vita, di orgoglio di essere quello che sono per affrontarla a testa alta. In termini affettivi potremmo dire che ricevono qua una buona dose di ottimismo nei confronti della vita umana. Le feste, ad esempio: sono manifestazioni ricche e allegre, sono momenti importanti che aumentano la loro autostima. Qui a scuola, come dappertutto, imparano a leggere, scrivere e a fare di conto, ma sempre con la nostra impostazione culturale ben specifica. Tant’è che qui non studiano inglese ma hanno le nozioni basiche di una lingua africana, lo yorubà.

Ci sono bambini disabili?
Ci sono due bambini con difficoltà motoria, un altro è muto… Diciamo che le difficoltà spesso dipendono dalla violenza familiare. Qui alla Vila i disabili sono ben inseriti, aiutati in un senso positivo, c’è un’accettazione spontanea da parte dei loro compagni.

Come vi sovvenzionate?
Lo spazio è stato fondato da tre persone, io, Robson (brasiliano di Belo Horizonte) e Lucia, anche lei come me italiana. Quando ci siamo incontrati avevamo l’aspirazione di creare un piccolo mondo nel quale ci fossero relazioni più umane, di rispetto della diversità. Per realizzarlo abbiamo messo insieme quello che avevamo, abbiamo venduto le nostre case (chi aveva la casa) e abbiamo comperato questo terreno. Ci siamo messi a costruire piano piano tutto. Siamo anche un gruppo di teatro, e ci manteniamo facendo ogni due anni una tournée in Italia. La Rete Radiè Resch finanzia una parte del progetto, poi l’associazione Amici di Vila Esperança e infine l’AIFO, che in questi ultimi due anni ha finanziato il progetto Salute per un lavoro di prevenzione. Io, Robson e Lucia siamo gli unici volontari e ci chiamiamo Gruppo Circo.

Domanda da educatore. Avevo letto un documento interessante fatto da voi ma che mi ha lasciato perplesso: voi affermavate che Vila Esperança è la vostra vita. Non siete preoccupati di tenere distinti la vita e il lavoro? Voi come fate ad evitare il famoso “burn out”, ovvero, detto in altri termini, flippar via, cioccare?
Quello che succede è che Vila Esperança è anche la nostra casa. Proteggersi ogni tanto, isolarsi, è importante: ognuno si ritaglia il suo spazio, la sua casa. E’ un momento di ricarica, perché a volte è faticoso: nel periodo di “ferie”, quando i bambini non sono a scuola, in realtà lavoriamo il triplo. Non ci si può assentare, mai: unico strappo alla regola è ogni due anni una tournée in Italia. Stiamo via un mese e mezzo, la Rete Radiè Resch organizza per noi una serie di spettacoli che teniamo in tutta Italia. E’ vero, a volte è difficile ma non possiamo mai fermarci: la villa è quello che noi sognavamo e i sogni hanno una parte romantica e una faticosa. Quando qualcuno ha qualche problema si ritaglia spazi, per stare un po’ da solo.

Accanto alla Vila sorge un monastero che ospita Marcelo Barros, uno dei più importanti teologi della liberazione brasiliani. Avete collaborazioni col monastero?
Di buon vicinato: la teologia della liberazione, è nella stessa linea di lotta nella quale noi siamo. Come ti dicevo il nostro progetto non ha una impronta religiosa se non nel rispetto delle varie religioni. Uno dei progetti è di allestire un giorno la Casa delle religioni, attraverso stimoli visivi, odori magari, perché i bambini abbiano la possibilità di scegliere. Anche la religione cattolica è quella degli invasori si è imposta in un modo poco umano: il candomblè, la religione africana che celebra il culto degli Orixas, è stato perseguitato dalla polizia per vari anni, ha dovuto nascondersi. Il culto di molti santi della chiesa cattolica in realtà nasconde il culto di queste divinità africane. Il candomblè è estremamente presente ma ancora non ha il coraggio di uscire.

Altri progetti nel cassetto?
Completare gli spazi fisici della Vila (manca il collegamento dell’acqua potabile). Un progetto molto attraente è il Carrozzone Ambulante: arrivare, un po’ come saltimbanchi lì dove il teatro e la ludoteca non possono arrivare. Siamo riusciti a comprare un camion della seconda guerra mondiale per raggiungere i posti più sfigati, per farlo diventare della terza pacifica. Ci serve solo da metterlo a posto…

Secondo te è ripetibile una esperienza come questa?
Parli di altre Vila Esperança? Guarda, c’è una ragazza che ha lavorato da noi, che poi si è sposata, e che ha creato una ludoteca più o meno con lo stesso spirito di qui. L’importante è creare ambiti umani: poi ogni ambito ha la sua caratteristica.

Penso che la tua sia una formazione soprattutto artistica. Ho visto che nel tuo lavoro utilizzi molto la danza.
La danzaterapia è nata con Maria Fux, che vede la danza non come una serie di passi stereotipati ma come qualcosa che nasce dall’essere umanao e dal desiderio di superare i limiti che ognuno di noi si porta dentro. E’ una danza che nasce dai sentimenti e dall’emozioni che la persona ha: è importante stabilire con il proprio corpo una relazione intima, riscoprire le potenzialità che il corpo ha in una relazione creativa. Utilizzando tutto il proprio essere, testa, sesso, braccia, gambe…Questo metodo si applica a qualsiasi tipo di persona, anche a persone che hanno difficoltà a livello fisico: nella danza terapia si parte da quello che una persona è, anche se non è come Carla Fracci. Non c’è una normalità ma ognuno con le sue caratteristiche, con i suoi limiti e la sua capacità di rompere questi limiti, recuperando la capacità creativa anche al di là della sedia a rotelle. Da due anni faccio una esperienza di lavoro in un ospizio, dove ci sono persone rifiutate dalle famiglie per i più svariati motivi, persone anche molto anziane. Ero arrivato lì tutto tranquillo, con la mia cassettina di musica da far ascoltare, e la suora mi fa: “Sa, sono tutti i sordi”. In un primo momento non sapevo cosa fare. Poi mi sono accorto che lo stesso avveniva il riconoscimento, tramite la gestualità, della musica. E’ stata ed è una esperienza bellissima e che mi ha insegnato molto. I ricoverati hanno avuto una felicità enorme di capire che cosa era la musica e di vedere che erano capaci di esprimersi. Abbiamo anche realizzato uno spettacolo presso il teatro di Goias: gli “scemi del paese” hanno potuto danzare in uno spazio solitamente destinato a ben altri generi di spettacolo. E’ stato un momento molto forte. Attualmente lavoro una ora alla settimana: la danza terapia non ha un approccio massiccio, non è una danza qualsiasi.

(Ci mettiamo insieme a guardare la registrazione dello spettacolo. I sordi, anziani e ingobbiti, danzano armoniosi al suono della musica che non sentono, mentre una voce recita il verso: “il mio corpo è la mia casa e io amo la mia casa”.)

8. Dove appare la cura: tra eccezionale e quotidiano

di Cristina Calmieri

Se la cura educativa è individuata in alcuni attimi, che abbiamo visto condensarsi attorno ad alcuni elementi, è importante chiedersi dove appare: in quali luoghi, in quali contesti, in quali spazi, in quali tempi, attraverso o dentro quali oggetti. E’ importante chiedersi in quali confini essa si mostri, oltre che come. Perché qui, forse, si coglie appieno la sua materialità, il suo essere iscritta in azioni “incarnate” oltre che nelle intenzioni, il suo essere di fatto ciò che quel muri, quegli oggetti, quel tempi, quegli spazi consentono che sia. Perché anche i muri, l’organizzazione dell’ambiente e l’articolazione del tempo veicolano un’immagine di cura e influiscono sulla pratica, forse in maniera silente, ma non per questo meno significativa.
La nostra ricerca della cura nell’esperienza educativa prosegue quasi ricostruendo una mappa dei luoghi in cui essa si dà. Una mappa non lineare, dal momento che si tratterà di entrare in questi luoghi, per comprendere come sono fatti, e di cosa. Una mappa non certo precisa, sicuramente non definitiva, ma che pone in contatto con l’eccezionalità contenuta nella quotidianità dei luoghi educativi, sicuramente di quelli da noi esplorati.
Se la scuola – con le sue aule, i suoi atri, la sua mensa, il suo giardino, i suoi confini – e la comunità – con le sue camere da letto, la sala da pranzo, la cucina, l’ufficio e quant’altro – costituiscono il contesto lato in cui si educa, si insegna, si lavora, la cura appare all’interno di esso in luoghi precisi. Li abbiamo chiamati “nicchie”, quasi a significare delle insenature, dei ripiegamenti, degli spazi a parte in cui avviene qualcosa di diverso, che merita attenzione. Spazi separati, anche solo simbolicamente, che appartengono ad un contesto più ampio, da cui hanno origine e per cui esistono, ma che, nel momento in cui appaiono, sembrano godere di vita propria. Sono innanzitutto spazi di uso quotidiano, luoghi in cui ci si cura di sé, luoghi di intimità, come la camera da letto, la cucina, la casa dei genitori di un ospite, il bagno deserto della scuola. La cura si dà uno spazio circoscritto, che traccia confini simbolici rispetto alla che recupera la quotidianità in una dimensione di raccoglimento e di relazione che consente uno scambio, un dialogo, un abbraccio, in cui, lontani dal rumore, dalla chiacchiera, direbbe Heidegger, dalle consuete occupazioni, ci si possa prendere cura di sé, ri-prendere in mano, vedersi, distanziarsi, comprendersi e riprogettarsi all’interno di una relazione intima con un altra persona, con se stessi.
Lo spazio in cui si dà la cura definisce una cornice, istituisce uno stacco e consente a chi in questo spazio si trova coinvolto di riprendere contatto con sé, di calmarsi, di chiedere aiuto, di confidarsi, di raccontare una storia, di cercare un senso per la propria sofferenza. E non c’è bisogno che la cornice sia quella di una porta che si chiude: può essere anche un «confine invisibile», una linea, un cerchio tracciato con un gesso intorno ai piedi di un bambino.
Un bambino ipercinetico, difficile, aggressivo e prepotente con i compagni. A volte, ma proprio a volte, dolcissimo. L’incubo delle nostre giornate (mie e della mia collega), e nei momenti di insonnia delle mie notti … L’incubo del bambino continua: io urlo, lui urla, lui mi abbraccia, io lo coccolo. t lui che conduce il gioco. Poi un giorno lui è in piedi al centro della classe dopo averne fatte tante ai suoi compagni. Io ho in mano un pezzo di gesso e d’impulso gli traccio un cerchio intorno ai piedi. Lui piange, urla, ma non si muove dal cerchio. Per lui che vive in assoluta confusione, mi spiega lo psicologo che lo segue, è stato terapeutico potersi fermare per riposare e organizzarsi (11 confine invisibile, scuola materna).
Il confine invisibile istituisce uno spazio altro, dal sapore iniziatico e transizionale: quello spazio da cui si può uscire diversi, pur essendo sempre se stessi. Qui la cura non passa attraverso le parole, ma attraverso un dialogo tacito e corporeo che legittima uno spazio in cui il tempo e il corpo si fermano, ed è possibile prendersi cura di sé. Ed è forse proprio perché si dà all’interno di quel dialogo che il gesto assume un valore curativo, e non costrittivo, o, per usare una parola forte, violento.
Ma la cura può avvenire anche in spazi aperti, al riparo di un grande albero, si è visto, nel giardino di una comunità. Anche questi si pongono come spazi altri, attigui a quelli in cui si educa, si lavora. Sembrano spazi di contorno, o a lato, forse marginali. Sono quegli spazi in cui è possibile avere una relazione diversa con i bambini o con le persone ospiti in comunità: sono spazi non contrassegnati da ruoli o da posizioni, o meglio in cui ruoli e posizioni reciproche si danno, si sanno, ma sembrano essere sfumate, sembrano poter esser allontanate come lontana è la scuola, la comunità. In essi si respira una certa libertà; distanza e vicinanza sono determinate da una situazione che si sottrae a regole di comportamento più o meno rigide: vi sono altre regole altre, tacite, in funzione delle quali si può vivere quella «sospensione del giudizio», di un sapere teorico o pregiudiziale, grazie alla quale diminuisce il rischio che la relazione di cura precipiti in una relazione di conoscenza oggettivante (Bertolini, 1988, Sichel, 1998). Da questi spazi può scaturire una parola che cura. Purché siano salvaguardati: la loro cornice va legittimata all’interno del più ampio contesto educativo in cui si situano, pena il mancato riconoscimento e l’oblio di quanto in essi è successo. Come dire che perché la nicchia funzioni come luogo di cura, la continuità di essa con il contesto da cui si ritaglia dev’essere palpabile, la sua appartenenza sentita. Questo sembra implicare la tematizzazione di un passaggio da un luogo ad un altro differente ma non così distante da essere fuori dal contesto: il riconoscimento di una transizione, di uno spostamento che prima di essere locale è esistenziale, ponendo le persone in situazioni, in mondi diversi, in posizioni diverse.
Quando questo passaggio viene in qualche modo riconosciuto e forse anche protetto, si può dare cura anche in luoghi meno liberi da vincoli e da regole: all’interno di spazi istituzionalmente significativi, come l’ufficio della scuola o della comunità, o la comunità stessa. Gli stessi ruoli, quando servono per imporre e garantire spazi e tempi in cui sia possibile «occuparsi dell’altro», del suo progetto esistenziale, ponendo le condizioni perché in tal modo egli arrivi ad occuparsi di sé, diventano allora importanti.
Lavoro in un centro di reinserimento, dove gli utenti devono fare i conti prima o poi con l’uscita dalla comunità ed affrontare la vita esterna… Ultimamente ho stabilito con l’utente dei tempi precisi da rispettare come scadenze improrogabili con se stesso e con la comunità per l’uscita… Ho strutturato con lui degli incontri nel mio ufficio durante i quali ho cercato di fargli capire come e dove fosse più utile indirizzare la ricerca di un alloggio, non perché non lo ritenessi capace di farlo, ma semplicemente per rimandargli il fatto che per lui era giunto il momento di sperimentarsi nella realtà ordinaria non solo dal punto di vista lavorativo ma anche nel quotidiano, di confrontarsi con la solitudine, la noia, con la gestione del tempo libero e che il contenimento della comunità non poteva e non doveva durare in eterno. Gli ho anche detto che in qualunque momento, dopo l’uscita, poteva fare riferimento alla comunità e venire per riportare le sue impressioni, i suoi timori e i suoi progressi. Nei giorni successivi è stato puntualissimo nel riferirmi della sua ricerca di un alloggio, rinfrancato forse dal fatto di essere seguito con attenzione; la sua ricerca ha dato esisto positivo in pochi giorni (Intuizione, comunità).
Qui la cura educativa avviene in comunità, e le stesse regole della comunità istituiscono uno spazio di dialogo in cui è possibile vedere un disagio e rispondere alla richiesta di aiuto sottesa. La comunità stessa si pone come luogo di transizione tra un dentro, che si è imparato a conoscere e che forse è in qualche modo diventato il nuovo mondo delle persone qui ospitate, e un fuori che fa paura, che può respingere, cui si sente di appartenere poco, se non per niente. Ritagliando dei momenti e delle situazioni in cui cominciare a occuparsi di questo fuori, o meglio di questo passaggio da un luogo ad un altro, la comunità sembra diventare lo spazio in cui si può modulare la transizione, tollerarne la fatica e rendere sensato il dolore del distacco. La comunità si comporta come una nicchia aperta rispetto al fuori: un luogo che protegge ma che non trattiene; semmai appare un rifugio in cui fermarsi, riflettere, riprendersi per poter poi uscire.
Perché ciò sia possibile sembra essenziale la consapevolezza delle cornici, dei confini, di quella membrana che separando un dentro da un fuori consente un rapporto tra dentro e fuori, e un rapporto mediato, in grado di esporre ma non troppo e di proteggere, ma non troppo, chi deve compiere questa transizione. E questo pare valere per ogni nicchia in cui si dia cura. Lo spazio della cura sembra allora riecheggiare quello spazio potenziale in cui si dà possibilità di formazione, di apprendimento (Mottana, 1993, p. 1125); quell’area in cui sia possibile, protetti da una cornice stabile, chiara, sicura, vedere la propria fatica esistenziale, semplicemente esprimere il proprio bisogno, il proprio dolore, riappropriarsene grazie alla presenza di altri, al cui mondo si sente di appartenere, lasciarsi andare, lasciarsi destrutturare per poi potersi ricomporre, e andare oltre. In questo senso, lo spazio della cura richiede di essere visto, pensato e progettato pedagogicamente.

Tratto da C. Calmieri, “La cura educativa”, Franco Angeli Editore, MI, 2000

7. Il gioco delle parti tra affetti e conflitti

di C. Capello e M. T. Fenoglio

La corporeità del rapporto educatrice-bambino può implicare dinamiche complesse e suscitare la gelosia e la rabbia del piccolo gruppo dei bambini esclusi: il «privilegio» della relazione a due si accompagna al piacere del possesso e del contatto e a profonde, reciproche emozioni.
Spesso le operatrici intuiscono il vissuto ansioso delle madri, sentono che possono essere gelose del nido e di loro, che per tutto il giorno le hanno sostituite accanto al proprio figlio in un modo sicuramente non neutro: i bambini infatti mostrano senza pudore il proprio attaccamento affettivo all’educatrice, anche di fronte alla madre.
«Come si sveglia, Giovanni chiama Letizia e vuole andare al nido» diceva alla direttrice una madre, con espressione soddisfatta per il buon inserimento nel nuovo ambiente: « Ci viene volentieri!… » «Forse fin troppo » commentano spesso tra loro le educatrici e pensano a certi bambini.
Alcuni infatti vengono recapitati o ritirati senza effusioni, o addirittura a volte senza saluti… La madre forse è imbarazzata a mostrare affetto, si difende dalle emozioni connesse alla separazione, e l’operatrice, lì, tra i due, fa da terzo, con funzioni riparative e compensative («Saluta la mamma che va a lavorare!», «Andiamo incontro a mamma che torna») oppure di complicità con la donna, per proteggere il bambino dalla gelosia e dall’invidia (il bambino dice a una educatrice: «Mamma non va a lavorare: è a casa col fratellino»).
Chi è il terzo escluso, tra i tre? Sovente è l’educatrice che deve rimanere o tornare nello sfondo. Ma in altri casi è la madre a notare gli atteggiamenti affettuosi e docili del proprio figlio nei confronti dell’educatrice: «A casa non lo fa!… Con me tante volte è più testone, non mi ascolta mai ». A volte la madre scopre momenti di intimità tra il bambino e l’educatrice.
La reazione può essere impercettibile, ma spesso l’imbarazzo è maggiore in chi è stato sorpreso a dare e prendere affetto dal bambino: quasi fosse un tradimento o un furto. L’intimità mette in luce una reciprocità di affetti: la donna che cambiando i pannolini a un bambino gli parla e lo vezzeggia ricorda troppo la vera madre, e così quando tiene in braccio un bambino che si appoggia al suo viso, come se lo cercasse. Sono momenti in cu la relazione professionale si contamina di troppo affetto per non provare piacere misto a imbarazzo. La madre, se è presente tende a riprendere il suo ruolo, incoraggiata spesso proprio dal l’altra donna che le cede il posto, quasi per rassicurare entrambe.
A volte l’educatrice intuisce che il bambino gioca la sua strategia, che è attivo nelle sue proposte affettive, che è lui a tirar i fili della relazione: vuole farsi chiamare, rincorrere, cercare dalla madre, vuol farla aspettare e ingelosire, forse per farle provare quello che ha provato lui nell’essere lasciato. Le madri sovente stanno al gioco, ma altre volte cercano di controllare la situazione che, per qualche aspetto, sfugge loro: prescrivono allora al bambino le affettuosità di rito per il commiato della sera: «Dà il bacio a Rosina e agli altri bimbi». A volte è il bambino il terzo escluso. La mamma si rivolge solo all’educatrice per le informazioni sulla giornata oppure per parlare di tutt’altro, di cose sue, come se cercasse un momento di sfogo, tutto per sé, con una persona sentita come disponibile. Il bambino continua a giocare oppure cerca di attirare l’attenzione di una del due. La madre che tarda a riprendere in consegna il suo bambino, perché ha bisogno lei stessa di essere ascoltata, mette l’educatrice in una posizione limite: l’altra segue con lo sguardo bambino, aspettando discreta che la mamma lo possa riprendere in tutti ì sensi, proprio come sulla porta conserva la responsabilità per quel che accade dentro e si attarda tra il dentro il fuori della relazione professionale col bambino e la madre.
L’educatrice sa bene, forse per averlo vissuto lei stessa, che la donna che lavora si sente sempre un po’ in colpa nel lascia il proprio figlio, specialmente all’asilo nido, e che per questo vive quasi sempre sentimenti di inadeguatezza, invidia e gelosia nei confronti delle educatrici. L’attaccamento al bambino c’è ma è molto difficile mettersi in contatto con lui dopo una giornata di lavoro, sapendo che a casa c’è altro lavoro da fare, c’è un marito e a volte un altro figlio.
Anche l’educatrice può sentire il peso di una giornata di lavoro con i bambini e conoscendo gli orari di lavoro delle madri tende a vivere ogni ritardo come disinteresse per il bambino, che in effetti è già in attesa, magari da ore. Qualche volta questa diffidenza nei confronti della madre viene fatta pesare sul bambino. Oppure succede che il bambino rimanga ultimo e da solo per molti minuti. La madre giunge desiderosa di trovare un figlio sereno, sorridente e affettuoso, che le vada incontro felice, che si lasci vestire senza fare storie. Il più delle volte non è così: fughe, abbracci disperati alla educatrice di turno, pianti per farsi vestire, lotte per portarsi a casa un giochino del nido, per poter continuare un’attività, ancora un bicchier d’acqua, il bombo, una corsa…
Se la cura educativa è individuata in alcuni attimi, che abbiamo visto condensarsi attorno ad alcuni elementi, è importante chiedersi dove appare: in quali luoghi, in quali contesti, in quali spazi, in quali tempi, attraverso o dentro quali oggetti. t importante chiedersi in quali confini essa si mostri, oltre che come. Perché qui, forse, si coglie appieno la sua materialità, il suo essere iscritta in azioni “incarnate” oltre che nelle intenzioni, il suo essere di fatto ciò che quel muri, quegli oggetti, quel tempi, quegli spazi consentono che sia. Perché anche i muri, l’organizzazione dell’ambiente e l’articolazione del tempo veicolano un’immagine di cura e influiscono sulla pratica, forse in maniera silente, ma non per questo meno significativa.

Tratto da C. Capello, M. T. Fenoglio, “Perché mai mi curo di te?”, Rosenberg & Sellier, TO, 1992

6. Dare forma al quotidiano. L’accoglienza nel Ser.T.

di Davide Rambaldi

Il processo di accoglienza in un Ser.T. è parte integrante e fondante il progetto terapeutico del servizio; esso caratterizza e qualifica il Ser.T. come istituzione pubblica di cura e aiuto ed imposta il modello terapeutico, teorico e pratico, da offrire all’utenza. Il processo di accoglienza definisce dunque il Ser.T. stesso, i propri modelli ideologici e teorici di riferimento, le pratiche e le modalità di relazione con l’utenza e tra gli operatori, i processi comunicativi informali e formali, il clima del servizio, la metodologia progettuale.

Quale spazio e clima “istituzionale”
La prima riflessione circa l’accoglienza in un Ser.T. riguarda il rapporto tra domanda e offerta. E’ noto come l’offerta condizioni la domanda – è un principio valido in qualsiasi ambito istituzionale e di mercato – ed è quindi estremamente significativo che tipo di organizzazione l’utente incontra quando entra nel servizio. In questo senso sono diversi gli elementi da considerare che riguardano l’intero setting istituzionale: come sono organizzati gli spazi e i tempi e come vengono giocati i ruoli sia tra gli operatori che tra gli operatori e gli utenti. E’ evidente che un servizio pubblico quale è il Ser.T., che ha l’obbligo della risposta e si deve predisporre ad accogliere una utenza in difficoltà e per specifiche caratteristiche spesso resistente alla cura, deve organizzare spazi e costruire un “clima” istituzionale per definizione accoglienti e in grado di non sviluppare emotivamente ulteriore resistenza; i tempi di ricevimento dovrebbero essere segnati da una certa flessibilità e i ruoli degli operatori tesi a una relazione aperta con l’utenza e non troppo rigidi tra loro (nella fase di accoglienza è importante che qualsiasi operatore incontri l’utenza abbia una coerenza comportamentale e metodologica comune a tutto il gruppo e ciò è possibile se i ruoli non sono irrigiditi nelle proprie funzioni).
Nell’ambito del rapporto tra domanda e offerta nelle istituzioni che si occupano della cura della patologia da dipendenza, vi è da considerare che nella maggioranza dei casi la persona tossicodipendente identifica il problema con il sintomo, ossia con la “dipendenza” alla quale sono correlati i problemi di astinenza e degrado esistenziale e sociale. Smettere l’assunzione e l’abuso di sostanze stupefacenti è nella fantasia di molti utenti collegato all’eliminazione dell’astinenza e alla riacquisizione di opportunità socio esistenziali. In altre parole è frequente nelle rappresentazioni degli utenti la sottovalutazione del problema, la presunzione del controllo e della gestione delle sostanze, la resistenza ad entrare in un rapporto terapeutico che affronti la complessità della questione nei termini di un’indagine degli aspetti critici e latenti della propria esistenza e della demolizione degli stereotipi psichici e comportamentali a monte della dipendenza.
Definita dall’OMS “sindrome biopsicosociale” (1981), la patologia da dipendenza necessita di un approccio terapeutico multidisciplinare che deve integrare risposte sanitarie e psicosociali. Da un punto di vista organizzativo, i Ser.T. si strutturano attorno a modelli terapeutici molto diversificati a seconda degli assetti (di potere) ideologici, epistemologici ed istituzionali.

Solo una richiesta sanitaria?
Nella maggioranza dei casi un utente che si presenta autonomamente presso il Ser.T. fa in primo luogo una richiesta sanitaria: eliminare i sintomi dell’astinenza fermando così il malessere fisico, l’emorragia di denaro, il degrado potenziale o in atto. E’ questa la prima fase dell’accoglienza: il medico incontra la persona che porta tale richiesta ed offre una risposta sanitaria che blocca l’assunzione sostanze stupefacenti e inizia un percorso di cura che può prevedere a seconda dei casi la disintossicazione, la prescrizione di metadone, controlli urinari e delle eventuali patologie correlate. Tornando al discorso iniziale, se la prima figura operativa che l’utente incontra quando entra in servizio è un medico, e questi non indirizza o non riesce a indirizzare la persona tossicodipendente a un’altro operatore dell’area relazionale, il percorso di accoglienza si ferma nella formalizzazione più o meno rigida di un rapporto terapeutico centrato sulla relazione duale medico-paziente e in cui gli infermieri dell’ambulatorio possono giocare un ruolo significativo nel processo di accoglienza, nel lavoro motivazionale, nella mediazione verso altre opportunità terapeutiche, a seconda dell’assetto più o meno sanitarizzato del servizio. Se il medico è anche psichiatra, egli potrà iniziare un’indagine diagnostica di tipo psichico ed acquisire ulteriori elementi necessari ad una più complessa e completa risposta terapeutica. Rimarrà il problema di una strutturazione del rapporto terapeutico centrato sulla pressoché totale sanitarizzazione della diagnosi e della risposta – questo certamente a patto che il medico voglia giocare esclusivamente questo tipo di vincolo. Questo tipo di rapporto è spesso simmetrico alle fantasie di cura degli utenti e funzionale al loro bisogno di dipendenza: di fatto continuano a ruotare attorno alle sostanze (metadone, farmaci, psicofarmaci) e a chi gliele dà. In un certo senso questo rapporto riproduce lo stereotipo della dipendenza ed è esattamente ciò che molte persone tossicodipendenti ricercano, “premendo” di conseguenza sui medici per non uscire da questa relazione ambulatoriale che non consente loro di costruire qualcosa di diverso da ciò che hanno sempre fatto e in definitiva di liberarsi sia dalla dipendenza da sostanze sia dal servizio, entrando in un perverso viaggio di andata e ritorno dal quale non escono più.
Se altrimenti la persona che entra al Ser.T. cercando aiuto incontra – in prima battuta oppure insieme al medico oppure immediatamente dopo – un operatore psicosociale, questi può offrire subito una risposta non speculare alla sua richiesta ed iniziare un rapporto terapeutico centrato sul soddisfacimento di altri bisogni e su altri modelli di relazione.
In particolare un operatore psicosociale cerca di dare risposte a bisogni in primo luogo di tipo affettivo, socialità e appartenenza, attraverso cui passano ulteriori risposte di rassicurazione e contenimento. E’ chiaro che la persona che arriva presso il Ser.T., soprattutto se in crisi di astinenza, non trova ciò che cerca, e pure se non è in crisi, egli è motivato a riprodurre i modelli che conosce e cercare il soddisfacimento del bisogno di dipendenza, ed è per tale motivo che l’operatore psicosociale trova difficoltà e resistenze nel rapporto. Si tratta di “agganciare” la persona al servizio vincendo la resistenza e motivando ad una relazione fondata sul riconoscimento di altri bisogni e su altri modelli di significazione, comportamento, comunicazione alternativi ai suoi stereotipi psicologici e culturali.

Il ruolo dell’educatore
L’educatore è probabilmente l’operatore più indicato a questo compito. Nella sua specifica professionalità stanno la costruzione e la gestione di setting educativi e terapeutici meno rigidi di altri, spesso fondati sulla formalità del quotidiano, ed insieme la capacità di proporre relazioni “empatiche” con l’utente, tali da ridurre di molto la distanza culturale e psicologica tra l’universo esistenziale del soggetto in difficoltà e l’istituzione che egli rappresenta. Attraverso questa specifica competenza l’educatore può consentire all’utente di poter usufruire della molteplicità delle risposte terapeutiche del servizio.
Il lavoro sulla motivazione al rapporto non può che passare attraverso un‘iniziale “seduzione” fondata sulla condivisione, sul piacere e sulla rassicurazione. Il soggetto deve “sentire” la partecipazione al suo problema; l’educatore deve saper accogliere il disagio restituendoglielo in una forma elaborata, accettabile e “altra” rispetto ai significati che la persona vi ha sempre attribuito; il soggetto deve trovare piacere nello stare a conversare con un estraneo, non sentirsi invaso né obbligato ma a proprio agio e rassicurato. Per dare un’idea di come un educatore può svolgere questo compito, mi sembra significativa l’esperienza del Ser.T. di *** nel quale l’educatore utilizza il caffè come strumento mediatore. In un angolo del suo ufficio un fornelletto elettrico gli permette di fare caffè con la moka: il gesto di offrirlo e consumarlo insieme ai colleghi, all’utente, a più utenti, senza l’obbligo di un formale colloquio ma costruendo una situazione di socialità che possa consentire al comunicazione ha costituito una modalità di accoglienza che ha permesso la fondazione di relazioni di cura con soggetti altrimenti restii a “fermarsi” in un ufficio che non fosse l’ambulatorio per la distribuzione dei farmaci. In questo senso, la stretta collaborazione tra infermieri ed educatore, la medesima offerta relazionale fondata sul dialogo informale che può strutturare un profondo e formale rapporto terapeutico, è stile condiviso di una metodologia istituzionale e di équipe.
La porta dell’ufficio aperta quando non vi sono colloqui in atto, una disponibilità fatta di attese tranquille e non forzature, battute e ironia, di piacevolezza, costituisce un primo stadio di relazione fondata sul bisogno e sul piacere della socialità e della appartenenza. Il percorso di cura parte dall’idea che il servizio dovrà essere un punto di riferimento per un pezzo dell’esistenza della persona in difficoltà e tale punto di riferimento deve essere organizzato sull’appartenenza e la rassicurazione come modalità diverse e alternative di dipendenza, cioè centrate sulla relazione e non sulle sostanze. Considerando che ogni progetto di autonomia passa attraverso dipendenze che potremmo definire “sane”, antitetiche a quelle “tossiche” che negano ogni opportunità, il modello offerto rappresenta l’impostazione di modalità di rottura rispetto agli stereotipi psicologici e comportamentali proposti dall’utente, consentendo di suggerirgli qualcosa di nuovo ai suoi ripetitivi schemi di riferimento. Il percorso dell’accoglienza definisce dunque uno stile, un clima, una modalità di comunicazione che riguardano l’intero servizio e sanciscono come quel servizio pensa il proprio progetto terapeutico. La costruzione della motivazione alla cura da un punto di vista relazionale e non esclusivamente sanitario è già un atto terapeutico in corso e consente di poter indagare la problematicità della storia della persona e pensare le risposte più adeguate ai suoi bisogni, ai suoi vincoli e alle sue risorse, cioè di fondare il progetto terapeutico vero e proprio.

I percorsi dell’accoglienza
Le situazioni che possono presentarsi nell’accoglienza in un Ser.T. sono molto diversificate, tanto quanto le condizioni fisiche, culturali, psicologiche e sociali della persona che si presenta. In linea di massima, se il servizio si organizza per offrire un’accoglienza integrata in risposta sanitaria e psicosociale, una volta che l’educatore si trova di fronte al soggetto dovrebbe tenere presente una metodologia di intervento funzionale ai due obiettivi principali sopra accennati:
motivare la persona a un percorso non esclusivamente sanitario;
iniziare una prima lettura del bisogno.
La metodologia può prevedere:
la costruzione di un setting del colloquio in cui lo spazio sancisca la strutturazione dei ruoli ma non ne definisca una distanza profonda (un ambiente caldo e poco “ospedaliero”, la scrivania sgombra di cose di modo che lo spazio interpersonale sia più vuoto possibile, un certo disordine che renda dinamico e vissuto l’ufficio, le sedie ad altezza simmetrica, possibilmente di medesima fattura, in cui si possa anche fumare ma con moderazione e con attenzioni – finestra aperta); in cui il tempo sia estensibile tra mezz’ora e un’ora a seconda degli esiti emotivi del colloquio; in cui tra i ruoli vi sia posto per il “tu” o per il “lei” reciproco a seconda delle consonanze relazionali dell’incontro (età/cultura dei soggetti in campo). In un certo senso il setting del primo colloquio tra educatore e utente deve avere alcuni spazi contrattuali che definiscano le regole del tipo di relazione che si instaura e non può essere rigidamente strutturato da una serie di norme istituzionali spesso implicite che spesso propongono un messaggio difensivo latente che allontana i potenziali utenti dalla relazione e dal servizio;
un atteggiamento dell’educatore teso ad accogliere non solo il disagio ma anche le istanze esistenziali dell’utente, un atteggiamento empatico che consente di non rimandare al mittente il dolore o la visione del mondo che questi deposita sull’educatore;
in base alla disponibilità del soggetto, al clima relazionale instaurato, l’educatore può più o meno spingersi oltre nella raccolta di informazioni necessarie ad una prima ipotesi diagnostica, e che riguardano la storia di dipendenza dalle sostanze, i significati che vi attribuisce, la storia familiare e sociale, le relazioni sentimentali e amicali, il lavoro, gli interessi, la rappresentazione di sé e degli altri, il sistema di idee che lo accompagna; insieme, lo informa sulle diverse opportunità terapeutiche del servizio e gli propone il percorso generale di accoglienza che prevede almeno un colloquio con lo psicologo e un altro che coinvolga il nucleo famigliare;
la restituzione al soggetto di un senso dell’incontro. E’ importante che la persona che racconta di sé non abbia la sensazione di aver buttato via tempo e cose sue a qualcuno non in grado di raccoglierle e restituirgliele in un certo senso modificate o ritradotte. L’atto di restituzione è un atto di rispetto e partecipazione alla vita della persona, offre un’opportunità di rassicurazione e a volte di proporre significati sui quali il soggetto può riflettere anche fuori dall’incontro; è in altre parole fondamentale per motivare la persona alla relazione terapeutica in quanto stabilisce l’occasione di una relazione significativa con il servizio e tra educatore e utente.
Ora, la cura della dipendenza patologica è un processo complesso e di difficile risoluzione. La dipendenza patologica è correlata alla dimensione psichica generale della dipendenza, una delle questioni più profonde e arcane della condizione umana. Gli stereotipi psichici e comportamentali che hanno strutturato le personalità e le azioni dei soggetti tossicodipendenti resistono alla loro demolizione e questo vale per chiunque al di là della tossicodipendenza: abbandonare le difese o gli schemi di riferimento che hanno più o meno bene costruito la nostra struttura psichica è un processo arduo e spaventoso, ha a che fare con il cambiamento e tutti sappiamo quanto costi. Chi si occupa di aiuto e cura di tale problema con serietà sa che ha a che fare con una grande complessità e non vi sono soluzioni facili o miracolose. I processi di cambiamento passano sempre attraverso dinamiche affettive profonde, raramente si riesce a cambiare da soli e si ha bisogno di relazioni significative che motivino e attivino meccanismi psichici importanti che consentono appunto la modificazione degli schemi di riferimento.
Il percorso dell’accoglienza sopra esposto descrive l’impostazione di un modello teorico e pratico di aiuto e cura di persone tossicodipendenti. L’idea di fondo è consentire alla persona che si presenta presso un Ser.T. di essere accompagnato in un pezzo della sua vita potendo usufruire di diverse opportunità terapeutiche, di poter affrontare gli aspetti critici della propria storia che lo hanno messo in quelle condizioni, di poter avere un sostegno affettivo nella difficoltà. Gli esiti non sono scontati: la persona può o non può uscire definitivamente dalla sua condizione, certamente potrà stare meno male e potrà migliorare la propria situazione. Se la salute non è assenza di malattia ma una globalità di condizioni fisiche, psicologiche e sociali, questo tipo di approccio cerca di motivare il soggetto ad un percorso di cura globale che integra diverse risposte terapeutiche.

5. Operatori, familiari e il lavoro di cura

a cura di Giovanna di Pasquale

Le pagine dedicate all’approfondimento sul tema del lavoro di cura sono, per questo numero di HP, pagine d’archivio trattandosi, infatti, di due contributi apparsi sulle testate “Animazione sociale” e “Servizi Sociali” negli ultimi anni.
Sono due contributi che abbiamo ripreso in nome della loro validità e della capacità di centrare un elemento spesso trascurato quando si affronta una riflessione su che cosa è la cura, su chi da e riceve aiuto: la trasversalità del prendersi cura, la sua universalità, il suo porsi come elemento caratterizzante la potenzialità dell’agire umano, al di là di ogni specialismo e categoria.
Nel rapporto quotidiano con la sofferenza e il disagio, i familiari e gli operatori si trovano accomunati dall’esposizione ad un forte carico emozionale che né le conoscenze tecniche né la consuetudine sono sufficienti ad affrontare. L’aspetto relazionale è quello che ‘sostiene” il senso di un accompagnamento che, con particolare rilevanza nelle situazioni di gravità, tocca le sfere più intime e profonde della cura di sé.
Diventa necessario, per tutti coloro che sono coinvolti in una relazione di aiuto e cura, trovare spazi e tempi per dare parola alle emozioni e alle dinamiche di coinvolgimento, sempre presenti seppure il più delle volte in modo sotterraneo ed inconsapevole per tentare una rilettura che aiuti a ridefinire in senso positivo e rispettoso il progetto di vita che si va ad elaborare e a porre in essere.

4. Cappuccetto Rosso ha la nonna contro

di Cesare Padovani

La fiaba (giuridica) qui ricostruita, pur alludendo ad un fatto personale in cui l’autore è coinvolto, si propone di far riflettere amministratori, magistrati, tecnici, costruttori e quanti sono preposti a prendersi cura delle fasce deboli della società, sull’importanza di abbattere barriere, le quali assai spesso non sono semplicemente architettoniche ma che tali si erigono, ben più pericolosamente, con il cemento dell’indifferenza, della incomunicabilità e persino dell’ottusità per criteri con si applicano le leggi.Penso di essere, tra le persone handicappate, un “fortunato”: possiedo una certa intelligenza, una certa cultura, ho persone attorno a me che mi stimano e che mi vogliono bene, godo di un certo benessere, e, come dice Platone sia nella Apologia di Socrate sia nel Fedone, soprattutto “ho cura della mia anima”.
Aver cura della propria sfera emotiva, tuttavia, non vuol dire rimanere indifferenti o non soffrire per ingiustizie, soprusi e violenze silenziose perpetrate quotidianamente sia nei confronti del singolo sia nei confronti di una comunità, che rimangono impunite: la incivile volgarità di certi rumori che personalmente devo subire (vedi il “Corriere” 31 XII ’99) e l’arroganza con cui certi “urbanisti” stravolgono un “topos” a migliaia di cittadini con muri, sventramenti, abbattimenti (vedi “Chiamami città” n.357), tutto questo “non è reato perseguibile” perché la legge non lo prevede come reato. Come dire: sebbene ci siano buone ragioni, non esistono appigli sufficienti perché la legge venga applicata.
Ebbene, tra i vantaggi che mi sono concessi c’è quello di aver potuto comprare, assieme a mia moglie buttandovi tutti i risparmi, finalmente un appartamento (sessantadue anni è la bella età in cui si amano i porti e gli approdi), in via Fezzan 15, a due passi dal mare, in mezzo al verde…proprio come nelle fasi di “crescendo” iniziali in cui Vladimir Propp vede lo strutturarsi di una fiaba.
Ma… ed ecco il “ma” che preannuncia l’ostacolo (il lupo cattivo, il muro, la norma, il divieto): ed ecco che l’appartamento si trova al primo piano e Cappuccetto Rosso è handicappato a tal punto da non riuscire a salire le scale. La Nonna (nel caso nostro la proprietaria dell’altra metà della casa) pur aspettando il cestello delle fragole (un tornaconto), pone il veto a Cappuccetto Rosso di costruire un ascensore per salire al primo piano. Dopo aver mangiato il lupo, ne indossa la pelle e grida dalla finestra:
-Caro mio, peggio per te se non ce la fai a salire le scale, arrangiati.
Anche la Legge mi dà ragione: la proprietà è sacra, e anche se si tratta di utilizzare lo spazio di uso comune, per fare l’ascensore occorre comunque il mio consenso, e io non te lo do. E poi, gli affari sono affari: quale vantaggio potrei avere in cambio?
Fa osservare allora Cappuccetto Rosso che, stando così le cose, sarebbe meglio interpellare il Cacciatore che, da quando la favola esiste, ha sempre fatto giustizia.
Sennonché il Cacciatore (che per l’occasione è il responsabile dell’edilizia privata del Comune) ha i due organi principali nettamente separati: con il cuore e le parole è schierato per i diritti di Cappuccetto Rosso e con la testa e la ragione della legge “è costretto” a difendere i diritti della Nonna.
Carissimo Cappuccetto, tu sei bravo buono intelligente e persino colto, ma io non trovo più il lupo cattivo da ammazzare, e perciò ho le mani legate: nel tuo cestello di fragole ho trovato sì la legge 13 dell’89 che dice che il tuo diritto all’ascensore è prioritario su tutto, ma dalla finestra della Nonna una bandiera assai simile a quella di Forza Italia mostra trionfalmente che il Codice Civile e l’articolo7 della Costituzione dichiarano che la Proprietà Privata è sacra e inviolabile…
E quando la proprietà è in comune, e uno dei due proprietari dimostra la necessità (non il capriccio!) di un ascensore?
Spiacente, ma non trovo questa particolarità! Moralmente hai ragione tu, ma la Legge non ti prevede…
Sommessamente, Cappuccetto Rosso fa allora notare che, in caso di mancanza della specificità da parte della Legge, scatta il buon senso interpretativo (che traduce alla buona l’ubi ratio ibi dispositio). Ma la risposta è categorica: -Il latino è stato abolito…
A questo punto a Cappuccetto Rosso non rimane altra via d’uscita che invocare l’autore della Morfologia della fiaba perché introduca lì per lì una nuova funzione, facile da capirsi:
– Caro Propp, è inutile che io aspetti l’intervento magico, perché questo non arriverà mai; prestami piuttosto quel rompiscatole di Grillo dalla favola di Pinocchio perché, come avvocato, mi sembra un ottimo Azzeccagarbugli, e senz’altro troverà la soluzione…
Tuttavia il Grillo, manco farlo apposta, è depresso: si trova in crisi di identità perché non riesce più a distinguere ciò che è bene da ciò che è male, ciò che è giusto da ciò che è ingiusto, ciò che va difeso come bene privato e ciò che è bene comune.
E poi – aggiunge – caro mio, io devo sopravvivere: se io prendessi posizione a tuo favore perderei quel poco di reputazione che mi resta, e dovrei fare salti mortali per non essere schiacciato. IO sono sempre stato con quella maggioranza trasversale che considera “normale” chi ha gli stessi sogni e gli stessi bisogni degli altri. E l’ascensore è un simbolo trasgressivo. E poi, non vedi?: persino in politica le Sinistre (che dovrebbero difendere i deboli) si sbragano per essere in armonia con le Destre che stanno restaurando i loro modelli di normalità. La miglior soluzione, caro mio, è che tu diventi normale e così non avrai più bisogno dell’ascensore…
Cappuccetto Rosso, allora, non sa più che pesce pigliare, si sente stanco, appesantito, si chiudono le palpebre e comincia a sognare: riprende il sogno dal momento in cui sta raccogliendo le fragole nel bosco per portarle alla Nonna. Arrivato sotto la casa e trovata la Nonna vestita da lupo, ecco che, invece del Cacciatore, appaiono improvvisamente davanti, quali aiutanti, due figure diametralmente opposte tra loro: la Volpe di Fedro (quella della favola La volpe e l’uva) e Bud Spencer quell’omone dei film che ad ogni sentore di ingiustizia fa giustizia da sé e spacca il muso all’avversario prima ancora che intervengano gli uomini della Legge.
Qualche tempo dopo, dal lettino dello psicanalista Cappuccetto Rosso confesserà che fin da piccolissimo ha sempre avvertito in sé due pulsioni contrarie: l’una che invita al lasciar perdere (alla rinuncia, alla magra consolazione della Volpe: per ora questa casa non è adatta per me…), e l’altra che spinge a non mollare l’osso e a scaricare una valanga di cazzotti al Lupo, al Grillo, al Cacciatore e soprattutto e soprattutto a quella Nonnina vestita da lupo, ancora lucida e con la sindrome della dismorfobia, appunto quel sentirsi venir meno del modello mentale costruito su certezze simmetriche e consuete per cui alla minima modificazione si prova paura, angoscia, repulsione.
La favola che si rispetti a questo punto dovrebbe avere una soluzione, e possibilmente consolatoria: tutto questo però non accade quasi mai. Ed è più verosimile che, mentre Bud Spencer e la Volpe litigano e fanno a cazzotti con la Nonna, un Vecchio saggio barbuto, e anche canuto, inviti Cappuccetto Rosso a rileggere quel passo del Gorgia, dove si consiglia: contro la violenza della Ragione e contro la violenza del Diritto, è meglio subire l’ingiustizia che commetterla.

3. Un educatore professionale per minori in situazione di disagio

di Rita Saccani

“L’educatore professionale rappresenta, pertanto, un “nodo” rilevante, in quanto punto di incontro di diversi “fili”, della rete di relazioni in cui è coinvolto il minore che gli è stato affidato. La capacità di gestione di questa situazione è la sfida cui è chiamato a rispondere”. L’intervento a favore di minori in situazione di disagio implica necessariamente un articolato confronto fra realtà anche molto diverse tra loro quali famiglia, scuola, agenzie extrascolastiche, servizi territoriali, tutti contesti in cui è indispensabile coordinare e monitorare la rete di relazioni creatasi, onde evitare disfunzioni o incomprensioni fra i soggetti sociali coinvolti. È necessario dunque individuare persone che conoscano i vissuti dei minori e che, allo stesso tempo, sappiano dialogare con le realtà, istituzionali e non, presenti sul territorio.
Questo è l’ambito di intervento dell’educatore professionale che, operando in favore della persona, considerata nella sua globalità e non solo rispetto ad uno specifico “disturbo” o “patologia”, deve saper cogliere le possibilità di promozione del soggetto nei luoghi in cui si attua la vita di questi.
La professionalità del lavoro dell’operatore è garantita non solo dal ruolo che egli svolge all’interno di una particolare associazione, ente o servizio, ma soprattutto, come evidenzia Canevaro, dalle diverse committenze cui deve rendere conto: gli utenti e le loro famiglie; i diversi amministratori che supervisionano il suo operato; gli altri professionisti (psicologi, medici, assistenti sociali, insegnanti…) che intervengono sul caso.
L’educatore professionale rappresenta, pertanto, un “nodo” rilevante, in quanto punto di incontro di diversi “fili”, della rete di relazioni in cui è coinvolto il soggetto che gli è stato affidato. La capacità di gestione di questa situazione è la sfida cui è chiamato a rispondere.

La relazione educativa
Il minore che vive una situazione di sofferenza non sempre trova in se stesso le risorse attraverso cui superare la crisi che sta vivendo. Spesso, non riuscendo a spiegarsi razionalmente i sentimenti che prova, agisce le proprie emozioni esteriorizzandole nella condotta: tali atteggiamenti, in un qualche modo, gli consentono di affrontare i problemi da cui è afflitto, costituendo una risposta adattiva alla difficoltà incontrata.
La situazione si complica nel momento in cui l’adulto considera tali manifestazioni una componente intrinseca della personalità del minore, che viene così visto come “cattivo” o pigro “di natura” o come uno che “non ci arriva”.
Il circolo vizioso si completa nel momento in cui il soggetto, una volta interiorizzata l’identità negativa che gli viene attribuita dall’esterno, struttura uno stile relazionale congruente con quell’immagine.
Si comprende, pertanto, come la preoccupazione principale dell’educatore debba essere quella di promuovere un’azione capace di restituire al minore una visione positiva della propria persona, delle proprie attitudini e potenzialità. In particolare, la possibilità di questo cambiamento si definisce in rapporto alla qualità della relazione interpersonale instauratasi fra educatore ed educando.
Come afferma De Giacinto, “la relazione è ciò che costituisce il nucleo dell’educazione”: se infatti consideriamo l’educazione come “una trasmissione di apprendimenti selezionati, che aiuta il soggetto a svolgersi ed a svilupparsi”, allora tale trasmissione sarà tanto più efficace quanto più la relazione tra educatore ed educando sarà intensa e, per se stessa, ricca di significati. Questo perché l’educazione è essenzialmente “una relazione d’amore (…). È un’esplosione vitale compiuta dall’incontro tra due soggetti e, seppur in modo differente, generativa da ambo le parti”.
Di conseguenza, l’operatore dovrà disporre di strumenti teorici e metodologici che gli consentano di monitorare l’andamento della relazione, mutando, all’occorrenza, i propri stili comunicativi o le strategie di intervento.
Un dato che emerge con forza dalle riflessioni di molti studiosi, è la necessità di uscire da modelli incentrati sui problemi e sulle carenze del soggetto per promuovere, piuttosto, modelli di intervento centrati sulle risorse e sulla salute del soggetto. In particolare, Bertolini ritiene che la relazione educativa debba rappresentare lo strumento attraverso cui l’educatore può intervenire, non tanto sulle specifiche condizioni che influiscono sullo stato di malessere provato dal soggetto, quanto, piuttosto, sul sistema di significati che il minore ha attribuito a quelle difficoltà materiali e che lo hanno indotto a strutturare determinati comportamenti. Il fulcro del problema risiede nel tipo di lettura che la persona effettua della propria situazione, nei processi di attribuzione di senso con cui investe i propri vissuti. A questo livello deve incidere il rapporto privilegiato che il minore intrattiene con l’educatore: la relazione educativa deve costituire il contenitore sicuro entro cui si rende possibile, da parte del ragazzo, una rivisitazione della propria storia ed una ristrutturazione della propria personalità.
In questo contesto, il minore potrà prendere coscienza dei limiti e dei vincoli con cui deve confrontarsi giorno per giorno: tale consapevolezza, se sarà sorretta dall’attenta presenza dell’adulto, non condurrà ad un ripiegamento, ma rappresenterà quello sguardo critico che consentirà al ragazzo di conferire nuovi significati alla propria esistenza. Come afferma Canevaro, scopo ultimo della relazione è la strutturazione, nell’educando, di una “personalità integrata”, che riesca “a memorizzare, a far tesoro di tutte le informazioni, anche degli errori, per capire come evitarli, per organizzarli in un progetto e per costruirsi un codice condiviso, per avere (…) poche linee di coerenza, pochi punti importanti ben memorizzati, e non un labirinto di piccole regole che non si ricordano”. L’obiettivo è quello della responsabilità: si tratta di compiere il fatidico passaggio dall’educazione all’autoeducazione.
Bisogna tuttavia tenere presente che la credibilità della proposta educativa si gioca soprattutto sulla capacità dell’educatore di testimoniare che l’orizzonte di vita prospettato è concretamente attuabile e che il difficile cammino che conduce al miglioramento di se stessi è da tutti percorribile. Inoltre, la naturale diffidenza che manifesta chi, per vari motivi, ha sofferto, può essere superata solo se l’adulto dimostra sincero interesse per il bene del ragazzo, se è disposto ad accettarlo, a comprenderlo, a valorizzare le sue potenzialità.
Perché ciò avvenga, l’educatore deve necessariamente porsi di fronte al minore come adulto significativo che: ” interpreta la propria esistenza in modo interessante, e che – proprio perché ricco di valori e di interessi – è in grado di partecipare a quanti gli sono vicini questa sua personalità armonica. Incontrando adulti significativi il giovane può essere sollecitato verso orizzonti nuovi di riferimento, può individuare un modello concreto che gli indica la possibilità di comporre le proprie esigenze con un quadro ampio di riferimento”.
La relazione educativa, pertanto, si evidenzia come frutto di una delicata armonia di rapporti che si sostiene sulla volontà degli interlocutori di mettersi in gioco, di conoscersi e di aiutarsi vicendevolmente, ognuno secondo le proprie capacità ed il proprio ruolo. In questa dinamica, se, da una parte, l’educatore deve stare attento a non cadere in deliri di onnipotenza tendenti a guidare la volontà dell’educando entro parametri precostituiti, dall’altra dovrà porre pari attenzione a mantenere una certa salute mentale che gli consenta di avere uno sguardo critico sulla relazione e sulle proprie condotte. A questo proposito, E. Ducci fa notare come un’educazione che si trasformi in una dipendenza tale per cui l’altro non può fare a meno di noi non è altro che un’espressione di egoismo. Come afferma l’autrice: “la si potrebbe indicare come mancanza di fantasia, se non fosse la carenza più spaventevole nel rapporto umano: l’incapacità di accorgersi dell’originalità dell’altro e acconsentirvi (…). L’effetto che viene prodotto sull’altro è nell’ordine della libertà o, meglio, del soffocamento della libertà”.
Il discorso educativo autentico, al contrario, si attua soltanto attraverso una “dinamica edificante” in cui l’educatore lavora per aiutare l’educando a camminare con le proprie gambe, a farcela da solo: paradossalmente, il fine ultimo dell’educatore deve essere quello di fare in modo che la sua presenza non sia più necessaria. L’educatore deve saper modificare se stesso nella relazione, deve sapersi nascondere progressivamente, affinché il minore possa divenire protagonista della propria crescita. Solo così l’opera dell’educatore si connota come educazione all’autonomia, alla responsabilità, alla libertà.

Un ambito privilegiato di intervento: la famiglia
L’educatore professionale che opera nell’ambito del disagio minorile è forse la figura che più di altre può svolgere una funzione significativa anche rispetto alla famiglia del soggetto con cui è in relazione: sia perché il benessere del minore, la sua voglia di essere educato e di educarsi, dipendono anche dalla possibilità di rappacificarsi con il proprio passato, accettando le possibili cadute e sconfitte in cui i suoi familiari possono essere incorsi, sia perché, salvo situazioni particolari, il ragazzo è ancora sotto la tutela dei genitori, che rimangono, di conseguenza, i primi educatori cui deve fare riferimento.
Spetta perciò all’educatore l’attuazione di una delicata azione di mediazione che si svolga secondo una duplice direzione: da un lato dovrà favorire il dialogo fra il minore e la propria famiglia; dall’altro egli rappresenterà, a motivo delle sue stesse funzioni, il tramite fra la famiglia, i servizi e le istituzioni.
Di fronte ai problemi che un minore in situazione di disagio può manifestare, accade infatti che molti genitori provino un profondo senso di inadeguatezza. Un sentimento che è dovuto non solo alle carenze o alle disfunzioni proprie del nucleo familiare, ma anche al prevalere di una cultura che vede l’educazione come una questione per esperti e che quindi qualifica come genitore efficace quello il cui figlio cresce bene. Il problema è che spesso, davanti alle prime difficoltà del ragazzo la famiglia fa ricorso a specialisti, delegando a questi le proprie specifiche funzioni educative, senza ricercare in se stessa le risorse per affrontare le difficoltà.
È la difficile questione del “percorso fra sapienti e genitori” di cui parla Canevaro , in cui l’educatore è chiamato a svolgere un ruolo di intermediazione fra i due poli, in modo che il rapporto non sia a senso unico (il “sapiente”/specialista fornisce una prestazione e la famiglia la riceve), ma divenga una relazione biunivoca in cui entrambe le parti si arricchiscano vicendevolmente.
In particolare, secondo Fruggeri, la principale difficoltà che si incontra nell’interazione con le famiglie (anche quando l’intervento è rivolto ad un singolo componente) è quella di comprendere quali conseguenze produca questa nuova relazione in ambito domestico. Infatti, “la fruizione da parte di una famiglia delle risorse fornite dalla rete istituzionale delle agenzie sociali si configura come un evento che diviene parte della sua storia e che in quanto tale è influente nella determinazione del percorso che essa segue”.
Al contrario, molti operatori tendono a considerare la validità dell’intervento unicamente alla luce delle proprie interazioni con l’utente, senza pensare che, in realtà, l’incisività della loro azione dipende anche dal significato che essa assume per la famiglia e dal contesto relazionale entro cui si attua.
Nel tentativo di superare tali incongruenze, Fruggeri propone di adottare un’ottica di co-evoluzione: nella quale l’operatore valuta quali siano le ripercussioni del proprio intervento negli ambiti significativi per l’utente e come questi, a loro volta, producano sollecitazioni che influenzano la relazione che il soggetto intrattiene con il servizio. L’operatore, pertanto, deve avere la capacità di organizzare il proprio lavoro “non semplicemente sulla base di che cosa ritiene utile ed evolutivo per l’utente, ma sulla base di ciò che ritiene utile ed evolutivo per l’utente come componente di un sistema familiare”.
Questa prospettiva risulta significativa perché invita i servizi a valorizzare le risorse presenti nella rete di relazioni in cui l’utente è implicato, scongiurando il rischio di considerare il benessere del soggetto come esclusivo risultato dell’interazione con il professionista.
Infine, l’interesse di tale ottica deriva anche dal fatto che, “il modello co-evolutivo non riguarda tanto il livello tecnico dell’intervento, quanto quello relazionale. Esso rivolge cioè l’attenzione al livello della costruzione dei significati e dunque al valore che l’intervento espletato viene ad assumere nella vita delle persone. Il modello co-evolutivo si configura perciò come una cornice all’interno della quale può essere collocato ogni tipo di intervento tecnico”.

L’educatore professionale fra scuola ed extrascuola
La presa in carico di un minore in situazione di disagio richiede all’educatore professionale la capacità di relazionarsi con il soggetto e la sua famiglia entro un contesto complesso. Nella stragrande maggioranza dei casi, infatti, il lavoro dell’educatore si svolge in servizi, centri o agenzie educative, all’interno dei quali egli è chiamato a rapportarsi con più ragazzi, con altri educatori e a mantenere contatti con altre istituzioni.
Abbiamo visto quali potenzialità educative siano insite nel rapporto educatore-ragazzo e quale debba essere l’atteggiamento dell’adulto nella relazione ciò, tuttavia, non deve portarci a pensare che le “competenze relazionali specifiche” dell’educatore si esauriscano all’interno di un legame diadico esclusivo. Al contrario, spesso il lavoro dell’educatore si attua in riferimento ad un gruppo di minori o, addirittura, all’insieme degli utenti del servizio: per questi motivi, la sua professionalità si esprime soprattutto nella capacità di guidare e monitorare l’evoluzione comunitaria degli utenti intessendo, allo stesso tempo, un rapporto personale con ogni singolo soggetto.
L’educatore, pertanto, dovrà essere in grado di valutare l’andamento delle dinamiche di gruppo, di cogliere la strutturazione dei ruoli informali, di anticipare l’insorgere di meccanismi di esclusione, e dovrà padroneggiare tecniche relazionali e comunicative che gli consentano di rapportarsi con i ragazzi nel modo più efficace.
Dovrà inoltre possedere specifiche competenze di animazione, in quanto gli obiettivi educativi non possono essere semplicemente comunicati, ma devono essere trasmessi attraverso esperienze significative, capaci di mostrare al ragazzo una concreta attuazione dei principi cui l’educatore richiede di conformarsi. Bertolini sottolinea come sia significativo offrire ai minori l’opportunità di dilatare il proprio campo di esperienza attraverso proposte che li conducano a cogliere il bello che sostanzia la loro esistenza, perciò l’educatore è chiamato a guidare i ragazzi in una seria ricerca in questo senso, avendo il coraggio di uscire da attività edulcorate e preconfezionate, coinvolgendoli su grandi progetti, valorizzando le competenze e mobilitando le risorse di cui dispongono, lasciando che l’iniziativa si sviluppi secondo la creatività dei ragazzi, riservandosi, piuttosto, un ruolo di “regia”.
Continuando a considerare i contesti con i quali l’educatore dovrà entrare in relazione, è facile individuare nella scuola uno dei “nodi” più significativi della trama di relazioni che coinvolge il ragazzo, perciò dovrà conoscerlo quel mondo rispetto al quale la sua azione, per definizione, si differenzia ma con la quale, allo stesso tempo, si integra.
Per questi motivi, oltre a ricevere una specifica formazione sui problemi inerenti le dinamiche di insegnamento e di apprendimento e sull’organizzazione dell’istituzione, l’educatore deve avere la capacità di relazionarsi con gli insegnanti, attivando percorsi comuni e, quando necessario, progetti individualizzati. A tal proposito, egli deve essere consapevole del significato che gli insegnanti attribuiscono al proprio lavoro, tenendo presente l’esistenza di specifici bisogni psicosociali, che dipendono, ad esempio, dall’esigenza di riconoscimento del proprio impegno, dal clima relazionale instauratosi all’interno del gruppo dei docenti, dalle aspettative sociali che investono l’attività didattica, che possono indurli ad interpretare il proprio ruolo in un modo piuttosto che in un altro.
Dovrà anche considerare le eventuali resistenze che gli insegnanti possono avanzare di fronte ad una figura che, dall’esterno, pretenda di intervenire nelle questioni che riguardano la conduzione della classe o il rapporto con gli alunni. Tale diffidenza, come mostra efficacemente E. Damiano, sorge spesso da un malinteso rapporto fra specialisti ed insegnanti, secondo il quale i primi forniscono le conoscenze (attraverso pubblicazioni o corsi di aggiornamento), mentre spetta ai secondi “applicarle” e tradurle nella quotidiana prassi educativa. Accade così che gli uni e gli altri restino delusi in quanto le reciproche aspettative risultano spesso vanificate.
Al contrario, è necessario operare una riscoperta della professionalità dell’insegnante, la cui specialità risiede nella capacità di coniugare teoria e pratica in un sapere che si connota come “riflessione-in-azione” che: “si può definire come la capacità di ‘pensare ciò che si fa mentre lo si fa’, oppure, meglio, di ‘conversare’ con la situazione incerta attraverso le azioni che si compiono per cambiarla e per reagire in tempo reale ai risultati indotti dagli interventi stessi (…). La ‘riflessione-in-azione’ si può considerare, di fatto, una forma di ricerca e di sperimentazione sui generis, finalizzata a migliorare la pratica professionale mediante la elaborazione di teorie contestualizzate e personalizzate”.
Rispetto a tutto ciò l’educatore professionale extrascolastico riveste, nel dialogo con gli insegnanti, una posizione privilegiata rispetto ad altri specialisti, in quanto anche il suo stile professionale si caratterizza come “riflessione-in-azione”: l’educatore, come l’insegnante, è, infatti, un “pratico-riflessivo”, è depositario di “un sapere dell’azione, basata sulle strategie della complessità, della connessione multipla e della contestualizzazione ecologica”. Su questo piano, egli può pertanto entrare in relazione con i docenti in un quadro di reciproco arricchimento che tenda alla costruzione di progetti condivisi.
La familiarità con le strategie di rete, inoltre, consentiranno all’educatore di padroneggiare le tecniche del lavoro in équipe, nel quale la sua azione si collocherà in un più vasto contesto entro cui trovi significato e legittimazione.
Perché tutto ciò sia possibile l’educatore deve essere anche “ricercatore”: la complessità delle dimensioni implicate nel suo lavoro richiedono, infatti, non solo un continuo aggiornamento professionale, ma anche specifiche competenze che gli consentano di predisporre, attuare e verificare interventi educativi mirati.

2. Gli educatori si raccontano

di Stefano Stiroli,Pedagogista , ex-educatore

Forte discrepanza tra le finalità che indirizzano il loro operato e i risultati raggiunti, attenzione rivolta più all’utenza che al contesto sociale, scetticismo verso la presunta volontà di integrazione da parte della società, questi alcuni dei risultati emersi da un questionario posto a 51 educatori che lavorano nella provincia di Bologna. “Normalità e diversità come regolatore sociale – problemi teorici e indagine empirica tra gli operatori sociali bolognesi”, in questo modo si chiamava la mia tesi, che vedeva come paziente relatore il Prof. Enzo Morgagni.
Questo lavoro comprendeva una ricerca condotta attraverso la somministrazione di un questionario a 51 educatori dei servizi per la psichiatria e handicap nel territorio dell’Azienda USL Città di Bologna.
Si trattava di una indagine qualitativa che voleva far riflettere gli intervistati sulle finalità alle quali tende il loro operato ed i conseguenti risultati raggiunti e altresì mettere in relazione questa riflessione con la ricaduta sociale dell’intervento di questi operatori sociali.
Il questionario era diviso in nove parti distinte :
Dati dell’intervistato
Finalità del proprio intervento
Prodotti della propria attività
Ruolo dell’educatore nel perseguimento delle finalità
Mandato sociale
Esperienze sociali : traguardi esistenziali nella vita degli utenti
Integrazione sociale
Fattori che appesantiscono il proprio operato
Miti dell’educatore
All’interno di ogni singola parte si potevano trovare una o più domande.
Il campione intervistato è risultato composto da educatori dipendenti della AzUSL e di enti, cooperative e associazioni in convenzione con l’azienda stessa.

I risultati della ricerca
Analizzerò ogni parte singolarmente ma, mettendo in relazione le risposte degli educatori nelle varie sezioni, cercherò alcuni spunti di riflessione per creare una valutazione sul lavoro degli educatori che superi in un qualche modo stereotipi, luoghi comuni e ideologie buoniste che coprono la realtà dei fatti.

Dati personali
Rispetto alle strutture ed agli operatori intervistati possiamo individuare la carriera di questi lavoratori come consolidata : una età media di 34 anni di cui 9 e mezzo impegnati nel lavoro educativo e circa 6 nel servizio in cui si trovavano al momento dell’intervista.
Altro dato interessante è quello che per 30 educatori su 51 intervistati il lavoro nel “sociale” è la prima occupazione. Questo ci dice come molti di loro non hanno la possibilità di paragonare la loro esperienza attuale con altre realtà lavorative da loro conosciute direttamente.

Finalità del proprio intervento
Gli educatori intervistati dovevano rispondere alla seguente domanda :
Quali ritieni le finalità principali e secondarie del tuo impegno lavorativo attuale?
Gli educatori potevano indicare massimo tre finalità principali e, per ognuna di esse due finalità secondarie che in qualche maniera concorressero al raggiungimento delle finalità primarie.
Gli educatori dovevano fare riferimento ad un tabella detta “delle finalità e dei prodotti” che offriva un consistente numero di items (50) divisi per gruppi omogenei di problematiche legate al lavoro educativo (es : autonomie e identità, cultura della diversità, rapporto educatore utente).
La finalità che ha trovato gradimento quasi unanime tra gli educatori è stata: ‘Il benessere degli utenti’ che è stata segnalata in 37 questionari su 51 e individuato come finalità principale in 31 casi.
La caratteristica che più mi colpisce di questa finalità è la sua vaghezza. Infatti all’interno del “benessere degli utenti” gli educatori possono immaginare una quantità illimitata di contenuti.
Ribadendo che non era lo scopo della ricerca di raccogliere dati quantitativi con cui fare speculazioni sull’intera popolazione degli educatori (esempio appunto che il 75% degli educatori perseguono il “benessere degli utenti”) ma cercare di leggere l’immaginario che muove l’impegno di questi operatori del sociale, possiamo leggere questa scelta preferenziale come “eticamente corrette”, ma che tende a dimostrare che le finalità del proprio lavoro rimangono sullo sfondo, e che il vero motore del proprio operato sia l’urgenza di cura del proprio assistito.
Questa vaghezza può anche essere sintomo di una difficoltà nel percorso di riconoscimento della identità vera delle persone che l’educatore ha il compito di cambiare e delle reali esigenze che queste persone esprimono.

Prodotti della propria attività
Dalle risposte alla domanda “Quali ritieni siano i reali prodotti del tuo lavoro?” ovvero “Quali risultati ottieni concretamente col tuo intervento e dalla interazione tra te e gli utenti?” Il dato interessante non è tanto quello relativo al tipo di risultati indicati dagli educatori ( ricordo che le indicazioni metodologiche erano le stesse per le finalità: tre prodotti principali massimi e sei secondari, facendo riferimento alla stessa tabella) ma è interessante come gli educatori abbiano segnalato una forte discrepanza tra le finalità che indirizzano il loro operato e i risultati raggiunti.
Nella tabella A vediamo come 15 educatori pensino che le finalità non si esplicano mai in un risultato raggiunto, e altri 10 individuano un solo prodotto del proprio lavoro come frutto di una finalizzazione precedente.

Tab. A Corrispondenza tra finalità e prodotti
15 questionari che non hanno individuato nessun prodotto con un corrispondente nelle finalità indicate10 questionari che hanno individuato 1 prodotto coerente con una finalità indicate
11 questionari che hanno individuato
2 prodotti coerenti con due finalità indicate
5 questionari che hanno individuato 3 prodotti coerenti con tre finalità indicate4 questionari che hanno individuato
4 prodotti coerenti con quattro finalità indicate
4 questionari che hanno individuato
5 prodotti coerenti con cinque finalità indicate1 questionari che hanno individuato
6 prodotti coerenti con sei finalità indicate0 questionari che hanno individuato più di
7 prodotti coerenti con sette finalità indicate
Si potrebbe pensare che questo sta nelle cose, nel rapporto tra idealità e realtà.
Ma se io, come educatore, penso di perseguire il benessere degli utenti posso immaginare di non raggiungere per loro il “nirvana” completo della felicità permanente cioè il massimo possibile, ma in ogni caso mi aspetto di raggiungere un grado di benessere ridotto rispetto alle aspettative ma sempre una qualche forma di benessere.
Pensate, per assurdo, se i vigili del fuoco arrivassero a casa vostra con l’intento di spegnere il fuoco, ma che alla fine del loro intervento avessero riparato le grondaie: lavoro importante ma non indispensabile in quel momento.
Per capire meglio questo dato bisogna segnalare che in media gli intervistati hanno indicato 5,61 prodotti del proprio operato. Risulta così che molti dei risultati del lavoro educativo non derivano da una finalizzazione precedente, non sono frutto di una intenzionalità.
Una seconda domanda di questa parte chiedeva agli educatori indicare se esistessero dei prodotti del loro lavoro che si indirizzassero alla collettività.
Le risposte a questo quesito hanno evidenziato due riflessione da parte degli educatori.
La prima è relativa al tipo di risultato che gli operatori bolognesi producono per la collettività; gli educatori hanno individuato, in molti casi prodotti specificamente indirizzati alla collettività (tabella B)

Tab.B Risultati per la collettività maggiormente indicati
n° scelte opzioni
13 Supportare la società nell’accettazione delle diversità (2,32)
13 Fare da cuscinetto tra le persone normale e i diversi (2,37)
11 Allargamento del concetto di normalità (2,31) 11 Diminuire l’allarme sociale (2,40)
9 Integrazione dell’utente nel contesto sociale di riferimento (2,15)
8 Benessere della famiglia (2,02)
8 Riconoscimento sociale (2,35)
5 Benessere degli utenti (2,01)
N.B Il dato del 2,01 è stato riportato anche se altre opzione avevano ottenuto più preferenze, essendo questa la finalità più segnalata

La scelta degli educatori sembra la più “naturale” ma è anche sintomo di una visione particolare della ricaduta sociale del proprio operato.
Per gli educatori il contesto sociale necessita di interventi ad hoc, mentre i risultati che sono frutto dell’intervento sugli utenti, come, per esempio, lo “sviluppo delle autonomie di base”, per molti operatori bolognesi non hanno una ricaduta diretta sulla collettività.
Se colleghiamo questa riflessione con il fatto che solo 16 educatori hanno indicato dei prodotti per la collettività segnalati anche nelle finalità del proprio lavoro, mentre altri 25 (la metà degli intervistati) hanno visto i prodotti per la collettività come non derivanti da una intenzionalità, ci troviamo di fronte ad operatori quantomeno disinteressati ad un rapporto fattivo col contesto sociale, che conferma come sia l’urgenza relazionale dell’utenza una delle principali motivazioni del lavoro educativo e non la ricaduta sociale.

Ruolo degli educatori
Gli intervistati dovevano rispondere alla seguente domanda :
All’interno della organizzazione che persegue insieme a te le finalità principali, quale ritieni sia il tuo ruolo rispetto alla altre figure professionali ?
Gli educatori dovevano optare per una sola risposta, ma più di un educatore mi ha chiesto di poter fare il contrario.

Tab.C Ruolo degli educatori
Ruolo   Risposte
centrale 15
importante, che necessita di collaborazione 65
in equilibrio con le altre figure professionali 55
marginale 3
insignificante 0
TOT. 138
Nota : Gli intervistati dovevano riportare le finalità indicate e a fianco il ruolo rispetto alle altre figure professionali

Come evidenzia la tabella C gli intervistati hanno dato la risposta più ovvia, quella “eticamente corretta”, rifacendosi ad una figura di educatore che, come dovrebbe essere, lavora in rete ed in equilibrio con le altre figure professionali.
La riflessione critica che ne deriva è che gli educatori, in questo modo, si defilano sempre dalle proprie responsabilità. A mio avviso gli educatori, anche se inseriti in una rete di opportunità e servizi, dovrebbero sentire il proprio ruolo come centrale nel perseguimento della propria parte di finalità e nella produzione dei propri risultati.
L’educatore essendo pronto a collaborare non può essere accusato di scarsa disponibilità, in questo modo può accusare le altre figure professionali, che questa disponibilità non dimostrano, di eventuali fallimenti.

Mandato sociale (ufficiale e ufficioso) degli educatori
Dalle risposte degli educatori risulta una visione della una società come “matrigna” che, sotto facciata ufficiale, nasconde una volontà ufficiosa tutt’altro che edificante.
La facciata ufficiale si riempie la bocca di buoni propositi, e di grandi ideali e delega agli educatori la loro messa in atto, ma dietro questa facciata è nascosta una volontà di separazione e controllo sociale che la società demanda alle strutture “sociali”.
Un dato che si è evidenziato è la differenza tra la visione degli educatori impegnati nei servizi psichiatrici e coloro che operano in strutture per l’handicap psichico.
I primi individuano la facciata “matrigna” già nel mandato ufficiale. Per gli educatori dell’area psichiatrica, gli organi preposti ad individuare i compiti di questi educatori hanno ben chiare le finalità di separazione. Più moderati gli educatori del settore handicap in cui il mandato ufficiale è legato a contenuti educativi “eticamente corretti” ma al di sotto di questi si nascondono compiti di controllo e separazione.
Una riflessione che però invito tutti a fare è relativa al fatto che gli educatori in fondo fanno parte di questa società “matrigna”. Infatti gli educatori sono perfettamente inseriti nei circuiti “normali” della società e ne possono e ne scelgono le opportunità che più gradiscono, a differenza degli utenti dei loro servizi il cui destino è legato alla volontà di altri.
Proviamo infatti ha mettere in relazione questo dato con le riflessioni riferite alla domanda seguente.

Traguardi esistenziali nella vita degli utenti
Se si analizzano le risposte degli intervistati il dato rilevante riguarda l’immaginario che gli educatori dell’area handicap esprimono rispetto alle possibilità esistenziali dei loro utenti. Questo è condizionato da un sorta di “democratico realismo” infatti questi operatori immaginano per i loro utenti una vita in cui vengono collocati nelle strutture ed esperienze “giuste” per loro e adeguate alle loro capacità.
Nella tabella D vediamo raccolti per gruppi omogenei i percorsi esistenziali che gli educatori immagino per i loro utenti
Rispetto agli items proposti gli educatori dovevano segnalare se il traguardo esistenziale indicato potesse essere raggiunto in modo autonomo o necessitasse di un sopporto esterno, o nella peggiore delle ipotesi fosse totalmente precluso.

Tab. D : Traguardi esistenziali raggiungibili in strutture sociali e gruppi organizzati secondo gli educatori dell’area handicap
Colonna A : Il traguardo esistenziale certamente raggiunto, e raggiunta attraverso un percorso non assistito
Colonna B : il traguardo esistenziale sarà probabilmente raggiunto, e nei casi previsti in maniera assistita.
Colonna C : il traguardo esistenziale è precluso
A  B  C
1- Scuola Formazione
Scuola obbligo 13 18 0 31
Istruzione supuriore 1 10 20 31
Università 0 0 31 31
Corsi post laurea 1 0 30 31
Corsi formazione 5 17 9 31

2-Lavoro
Sett. Primario 2 11 18 31
Sett. Secondario 2 14 15 31
Sett. Terziario 2 13 16 31
Sport proff. 0 0 31 31
Arti 1 2 28 31
Ruolo subalterno 7 12 12 31
Ruolo interno 2 1 28 31
Ruolo dirigenziale. 0 0 31 31
Ass. Coop. B 10 12 9 31
Borsa Lavoro 15 8 8 31
Altro 3 0 0 3

3- Strutture educative
Centro diurno 25 6 0 31
Gruppo appartamento 28 3 0 31
Laboratorio protetto 21 10 0 31
Gruppo tempo libero 29 2 0 31
Altro 1 0 0 1

4- Gruppi tempo libero
Gr.scout 13 10 8 31
Gr. parrocchiali 19 11 1 31
Circoli ricreativi 10 17 4 31
Circoli culturali 1 9 21 31
Soc. Sportive Semiproff. 1 3 27 31
Gr. spot amatoriale 7 14 10 31
Gr. Attivi socialmente 7 8 16 31
Gr. Eco-pacifisti 4 9 18 31
Gr. Musicali 5 8 18 31
Altro 2 0 0 2

5- Sfera affettivo-sessuale
Innamoramento 20 10 1 31
Rapporto coppia estemporaneo 9 13 9 31
Rapp. coppia stabile 1 13 17 31
Fidanzamento 2 16 13 31
Matrimonio 0 8 23 31
Adulterio 0 14 17 31
Att. sess.partner div. 3 14 14 31
Astin. sess. volont. 0 13 18 31
Astin. Sess. Contro volontà 6 15 10 31
Altro 5 4 0 9

6-Margilalità sociale
Stato indigenza 3 15 13 31
Occupazione saltuaria 1 17 13 31
Vagabondaggio 0 10 21 31
Tossicomania 0 9 22 31
Tossicodipendenza 0 7 24 31
Microcriminalità 1 11 19 31
Criminalità organizzata 0 1 30 31
Prostituzione 0 6 25 31
Altro 2 1 0 3
Tot 290 425 698 1413

Se analizziamo questi dato possiamo evidenziare quali siano le esperienze tabù per i portatori di handicap, e dove si pone il confine immaginario tra noi normali ed i portatori di handicap.
Se su un totale di 1413 risposte, 698 ( poco meno del 50%) risultano i percorsi preclusi a queste persone, credo sia difficile negare che esista un doppio binario esistenziale tra portatori di handicap e normodotati. Se anche gli educatori, in fondo, lo pensano non so se possano ritenersi estranei a quella società “matrigna” di cui si è accennato parlando del mandato sociale.

Integrazione sociale
In questa parte si chiedeva quali passi deve compiere ancora la società per integrare i sofferenti mentali ed i portatori di handicap (gli utenti dei servizi dove operano gli intervistati) e quali siano le strutture e le organizzazioni dove questa integrazione può avvenire.
Nella tabella E le risposte sono raccolte per gruppi omogenei

Tab. E Passi per l’integrazione sociale
risp1 risp2 tot TOT
integrazione scolastica 1 0
integrazione gruppo pari 0 1
inserimento lavorativo 7 1
inserimento senza mediatori 3 0 13
tolleranza – disponibilità 4 1
ridefinire il concetto di normalità 2 1
aumento disponibilità dell’esterno 2 1 11
inserimento gruppi esterni 7 1
lavoro di rete 6 0 14
formare gli operatori eterni 0 1
coinvolgere la società 2 0
farsi conoscere all’esterno 4 2
rendere fruibile la struttura 1 0 10 48

Utenti
sostegno psicologico 0 1
appoggio sociale 1 0 2
riconoscere pari dignità 1 0
famiglia crede nelle capacita dei figli 1 0 2
integrazione affettiva 0 1
immagine di sé 1 1
riconoscere i ruoli 1 0 4
formare famiglia 0 1 1 9

Attuali strutture di servizio
apertura centro diurno 1 0 1
conoscere la società 0 1 1
uscire dalla routine 0 1 1 3
ritengo il grado di integrazione della mia utenza sufficiente 2 0
ritengo che non siano possibili ulteriori passi in avanti 2 0 4 4
si ma non specifica nulla 4 0 4 4
totale 67
Nota : dati sono relativi a tutti gli intervistati, e la domanda era a risposta aperta con possibilità di indicare più di una risposta

Il dato che si coglie e che se pur si consideri l’integrazione delle categorie svantaggiate non ancora compiuta, gli ambiti sono estranei alle strutture dove lavorano gli educatori, anche in questo caso gli educatori si sentono di non dover inserire il loro operato in una valutazione critica sulla qualità dell’integrazione sociale nella realtà bolognese.
Si chiedeva agli educatori una ulteriore valutazione sulla disponibilità di alcune organizzazioni e strutture sociali ad integrare sofferenti mentali e portatori di handicap.
Gli educatori si sono affidati, molto spesso, ad una valutazione superficiale legata al sentire comune, più che affidarsi ad una profonda diagnosi delle modalità di integrazione .all’interno di queste strutture sociali.
Per esempio la Chiesa Cattolica è stata indicata come spazio disponibile all’integrazione da 44 educatori su 51. Quale tipo di integrazione si sta pensando ? L’accoglimento in strutture organizzate appositamente per accogliere gli “infelici”? Oppure l’inserimento nella gerarchia della chiesa ? Vedremo mai un prete down?
Lo stessa valutazione positiva è stata data per le strutture che accolgono istituzionalmente (cioè per forza) le persone in difficoltà come per esempio cooperative sociali o gruppi di volontariato. Bisognerebbe riflettere se questa integrazione avviene per un dovere istituzionale o per reali attrattive che il rapporto con queste persone suscita.

Fattori che appesantiscono il lavoro
I fattori che appesantiscono sono nella stragrande maggioranza dei casi esterni al rapporto educatore utente, questo può essere letto come una valutazione per cui si da per scontato che il rapporto con persone problematiche sia oneroso, ma questa fatica è intrinseca all’opera degli educatori.

Miti degli educatori
I miti sono i più disparati da Gianni Morandi alla fidanzata, ma primi a pari merito sono risultati Don Milani e Gesù Cristo.
Alla fine di questa ricerca credo di aver colto più che dati oggettivi, alcuni spunti di riflessione, spero interessanti.
Le critiche alle risposte degli educatori possono sembrare a volte feroci, come se le domande servissero solo a cogliere in fallo gli intervistati.
Credo però che siano molto più utile non nascondersi in una falsa imparzialità del ricercatore, e cercare di scalfire quel muro di risposte “giuste” dietro le quali si nascondono gli educatori, che ritengono il proprio intervento valido in ogni caso perché mosso verso persone reiette dalla società
Se vi siete sentiti toccati da queste critiche, se sentite di dover replicare, o volete ricevere altri dati della ricerca mandate un messaggio al seguente indirizzo di posta elettronica:
stsirol@tin.it

10. Italiani bona gente

a cura di R. G.

“Mi chiamo Deolinda, sono infermiera, lavoro nella Segreteria statale della salute dello stato di Goias, attualmente sono responsabile per il settore di Statistica della Vigilanza sanitaria statale. Per cinque anni ho coordinato il programma per la lebbra. Nella mia fase iniziale ho lavorato come infermiera in un ospedale nello stato di Parà.” Intervista a Deolinda Bittencourt SantanaPerché fai questo tipo di lavoro?
Mi piace molto lavorare nella lotta alla lebbra perché conosco l’ambiente paramedico, la realtà dei pazienti. Attualmente, avendo una famiglia da curare, ho scelto di lavorare maggiormente nella vigilanza sanitaria anche perché finanziariamente è migliore. Mi piace molto lavorare nella statistica perché si ha un’idea di a che punto si è con il lavoro, maggiore consapevolezza per direzionare gli sforzi.

Parlando con Giovanni è venuta fuori la questione del fatto che molte persone malate di hanseniasi, cioè lebbrose, lasciano la cura per una questione culturale.
Realmente è un problema culturale: penso che già la situazione si è evoluta abbastanza ma che ancora da parte del personale medico e paramedico ci sia del lavoro da fare per aumentare la collaborazione in questo senso. Sebbene nel servizio di salute molti lottino contro la lebbra, in realtà non c’è un coinvolgimento di tutto l’apparato del sistema sanitario. Solo alcune aree sono coinvolte, e anche la questione del reclutamento di risorse umane è difficile… tieni presente che normalmente nelle unità di salute pubblica ci sono poche persone per un lavoro invece molto grande. Allora anche la questione della lebbra diventa di secondo piano, perché è correlata anche ad altre questioni; le persone non hanno tempo per dedicarsi totalmente a questa lotta. Il trattamento diagnostico o di cura della lebbra, la prevenzione: normalmente non c’è tempo per questo. Oltretutto c’è anche il problema del livello di formazione delle persone che lavorano nell’ambito medico: nelle unità di salute dell’interno del paese non esistono infermiere con qualifica superiore, c’è personale di livello medio di istruzione, che ha frequentato corsi di tre o sei mesi di infermeria, non ha conoscenze scientifiche, e questo è già un motivo per non essere motivati a realizzare alcuna attività. C’è anche la questione del salario, che è molto basso generalmente: aggiungi a questo la grande quantità di compiti, il sovraccaricamento di obblighi, di doveri…

Qual è per te il punto di vista dei malati?
In primo luogo i malati sono isolati, intorno a loro c’è paura perché la società non ha corrette informazioni su di loro, perfino alcuni paramedici disconoscono il problema, c’è pregiudizio anche in loro. Non esiste un lavoro di base per la lotta contro questi pregiudizi.

Può essere questo un lavoro per l’AIFO, nel futuro?
Questa è sempre stata la filosofia dell’AIFO: cercare di aiutare la persona malata nel reinserimento nella società. Nei comuni dove è presente AIFO già si fa questo tipo di reintegrazione. AIFO da sempre è centrata nel diritto dei cittadini contro il pregiudizio verso chiunque: i lebbrosi, i malati di AIDS, i vecchi, i disoccupati, eccetera. Penso che con un grande lavoro, mirato, un giorno anche in Brasile si riuscirà a raggiungere l’integrazione dei malati.

Secondo te c’è una relazione tra deficienza e povertà?
La questione della deficienza non è relazionata con la povertà. La malattia sì, perché i poveri vivono in condizioni igieniche precarie: una stanza può ospitare dieci persone, le persone non hanno molto accesso alle unità di salute pubblica, per la distanza ma anche perché non hanno corrette informazioni e molti sono gli analfabeti. Ho lavorato per circa dieci anni nell’ambito della lebbra e devo dire che la questione dell’incapacità o della disabilità dipendeva molto dal vecchio trattamento della lebbra che non portava grandi risultati. Le persone rimanevano mutilate, non esisteva una cura, non c’era attenzione nella prevenzione: questo era la causa di un grande numero di deficientes (persone con deficit). Bisognerebbe lanciare una campagna di chiarimento ed informazione, lanciare una campagna nella televisione per esempio in un orario di punta per l’ascolto.

Tu pensi quindi che coinvolgere i mass-media è utile?
Certamente, ma per la questione della lebbra purtroppo non si riesce a trovare uno spazio nella televisione, la gente pensa che la lebbra non dia voti politici, mentre per esempio c’è massiccia una campagna per le vaccinazioni: “portate vostro figlio alla vaccinazione”, ma per la lebbra questo non si fa. Si pensa che la lebbra sia una malattia cronica, nella quale il governo non vede un ritorno immediato. E’ sicuramente una questione politica che questa campagna che informi le persone, le orienti, non venga realizzata.

Il popolo brasiliano è ottimista o pessimista?
Quello che penso è che il popolo brasiliano è un popolo che soffre molto e che vive di speranza. Quando la gente incontra un’idea politica nuova, che si pensa possa migliorare la situazione familiare, sociale, che si pensa dia una condizione di vita migliore per la famiglia, una migliore alimentazione, educazione, allora il popolo è ottimista. Ma quando vediamo che normalmente il denaro viene rubato dai politici, allora la tendenza è di non avere molta fiducia, di screditare la classe dirigente. C’è sicuramente la volontà di dare ai nostri figli una condizione migliore di quella che abbiamo vissuto noi, il popolo vive di speranza. Sono 110 anni che il popolo è uscito dal sistema schiavistico ma ancora manca una cultura politica, perché il popolo è stato sempre molto dominato. La gente reclama, ma reclamo io con te e tu con me e poi non c’è un effetto politico. Far capire ai politici che il paese non è loro, il paese è nostro, questo è importante: spero che la mia discendenza abbia un paese migliore, più eguale. Quello che viene stabilito la gente lo accetta: il nostro è un paese democratico, c’è un diritto per organizzare le rivendicazioni, ma culturalmente la gente sta indietro.

Tu sei originaria dell’Amazzonia, del Nordest che è la zona più povera rispetto a San Paolo ad altri stati. Com’è la situazione delle persone con deficienza in questi stati più poveri?
Non so esattamente, sono ormai 25 anni che manco da lì. Parà è una regione molto difficile e molti luoghi si raggiungono solo attraverso corsi d’acqua; tra l’altro la situazione politica è difficile anche lì. Ci sono molti casi di bambini che hanno contratto la lebbra e che già hanno arti mutilati a causa di questo male, io ne ho visti tanti e mi sono molto emozionata quando ho conosciuto questa situazione perché queste cose possono essere curate. Nello stato di Goias invece io non ho visto tanti bambini in questo stato, è migliore la situazione, qui le strade sono buone, la gente fa abbastanza formazione.

Tu sei in parte discendente di un francese, Bittencourt, e dall’altra di indigeni. Questa integrazione che c’è tra i brasiliani, che è molto positiva, può aiutare nell’integrazione di persone deficienti?
Da un punto di vista culturale è possibile, se tieni conto anche del senso di ospitalità molto presente da noi. Penso che però l’integrazione sia una questione personale, dipende anche dal carattere.

Una volta uno di Rio de Janeiro, un carioca, mi ha detto che quelli del nord non hanno voglia di lavorare. Che ne pensi?
(ride) Al nord la natura è molto magnanima, tutti i fiumi hanno pesci, un chilo di pesce costa un real e cinquanta, non come qui 12 reais. La gente è stanca per il caldo umido tutto il tempo, tutti i giorni e tutte le stagioni…

Sì, ho sentito che in Brasile ci sono due stagioni: il caldo freddo e il caldo caldo.
Esatto. Il Brasile è un paese naturalmente ricco ma purtroppo povero politicamente, un paese che dovrebbe esser più giusto, non dico uguale, ma giusto.

Diventerai responsabile dei progetti AIFO al posto di Giovanni..
Per me sarà una questione nuova, non ho paura, per me è una sfida, come tutta la mia vita. Conosco molto bene la situazione politica e lavorativa e sarà anche un po’ un lavoro diplomatico.

Che cosa può fare il popolo italiano per aiutare il popolo brasiliano?
Guarda, la mia esperienza di lavoro con italiani è stata sempre molto positiva. Senza AIFO il lavoro sarebbe stato difficile: se non fossi aiutata finanziariamente da AIFO io non avrei potuto realizzare i progetti nei quali abbiamo lavorato. Vorrei ringraziare il popolo italiano per il suo contributo: penso sia un popolo sensibile, che ha capacità di dividere un poco con gli altri quello che ha. Gli italiani che ho conosciuto hanno dimostrato una grande sensibilità, riescono a capire le problematiche del nostro paese. Come si dice qui: “italiani tutta bona gente”.

8. Più lento, più basso, più debole

di Roberto Ghezzo

Cosa c’entra l’handicap con i nuovi modelli di sviluppo sostenibile, con il consumo critico, con i paesi del sud del mondo? Povertà, sfruttamento dell’uomo sull’uomo, violenza sistematica e distruzione della nostra astronave spaziale, la madre terra: quale modello alternativo scaturisce dalla nuova cultura dell’handicap?Speriamo non sia sfuggito ai nostri più assidui lettori che Hp negli ultimi tempi sempre di più tocca temi relativi ai cosiddetti paesi in via di sviluppo e al sud del mondo. In questi tempi caldi anzi febbrili, di surriscaldamento climatico e di globalizzazione, cerchiamo redigendo una rivista come HP, dedicata a chi opera nel sociale, di applicare un’ottica mondiale, di partire da un punto di vista il più possibile consapevole della terra come organismo unico, come astronave (per citare un’immagine che è stata usata) nella quale ci sono passeggeri di prima classe (che però paradossalmente pagano meno di altri!) ma anche di seconda, terza, quarta… A seguire proponiamo in questo numero due articoli, inviatici dall’Africa e dall’America meridionale, ma che raccontano storie simili da disabili del Sud, storie fatte di orgoglio, lucida consapevolezza e lotta.
Ma ad HP non interessa sottolineare solo il dato umano. Sentiamo infatti che ci sia più di un aspetto da esplicitare che collega la nostra riflessione sulla cultura dell’handicap e la situazione di svantaggio e di impoverimento nella quale versano i tre quarti dell’umanità. Cercherò di proporre ad un primo approfondimento almeno due punti molto evidenti: da un lato la connessione tra fattori impoverenti e fattori handicappanti, dall’altro il recupero di un modello di sviluppo sostenibile e le sue affinità con il “modello culturale” proposto anche inconsapevolmente dalle persone con disabilità.

Effetto cartina tornasole
Gran parte del lavoro che stiamo svolgendo come Cdh e come HP è dedicato a diminuire l’handicap, lo svantaggio di chi ha un deficit, affrontando l’argomento da un punto di vista culturale, quindi il più ampio possibile, e facendo un lavoro di documentazione-informazione-formazione-educazione. L’handicap infatti (derivando dall’incontro-scontro tra la presenza di un deficit, di una mancanza oggettiva, e l’ambiente o il vissuto soggettivo del suo portatore) può essere ridotto, diminuito, essendo uno svantaggio colmabile o comunque affrontabile con l’utilizzo creativo di tutte le nostre intelligenze. Lottare contro l’handicap inteso come svantaggio-ostacolo significa di fatto lottare contro i fattori handicappanti, contro ciò che crea svantaggio traendo forza dalla presenza di un deficit: innanzi tutto la rigidezza di qualsiasi struttura sociale pensata per la medietà, per la “normalità”, e che fa fatica ad adattarsi alla novità, alla specificità di una persona più diversa dalle altre come lo è una persona con deficit.
Da sempre spostiamo quindi l’attenzione più che sul deficit specifico della singola persona (che spesso richiama più un modello medico-specialistico di approccio alla questione, sicuramente importantissimo ma troppo spesso l’unico) all’handicap ed ai fattori handicappanti, individuando come portatore di handicap non solo chi ha un deficit ma anche il normodotato (ad esempio l’insegnante che non vuole parlarne in classe per non affrontare il proprio imbarazzo e quello degli studenti) o la struttura (ad esempio la scuola che non è attrezzata a far fronte alla diversità dei suoi studenti). Il portatore di deficit, cioè chi ha una mancanza oggettiva (ad esempio la sordità), non necessariamente è un portatore di handicap.
La persona disabile di fatto è la cartina tornasole dello stato di maggiore o minore integrazione delle singole persone inserite nella società (si veda la lucida analisi dell’articolo relativo al Kenya). Per questo motivo la scommessa dell’handicap è così interessante e stimolante: perché non è solo di una categoria di persone, non è come a torto si crede un “problema” al quale basta creare una risposta speciale e specialistica, per risolverlo, senza fare i conti con la nostra singola situazione. Un mondo a misura di disabile è un mondo più comodo per tutti: ed è evidente che se ciò non avviene (constatando quanto una persona disabile soffra per questa non-integrazione, non rispetto della sua diversità) sono presenti dei meccanismi handicappanti, svantaggianti, che toccano tutti, chi più chi meno, ma tutti.

Denaro? No grazie
Ci sono dei fattori handicappanti ma anche dei fattori impoverenti. Mi ha molto colpito padre Alex Zanotelli (missionario a Korogocho, la favela di Nairobi), che ha rifiutato un premio di 500 milioni di lire come riconoscimento per la sua attività in questi anni a favore degli ultimi. Mi ha molto colpito perché da sempre padre Alex predica perché ci sia una piena conversione da una logica di semplice “carità” ad una logica di giustizia. Non servono i soldi, non bastano. Nel mondo dominato da quello che lui chiama Impero del denaro, tutto è ritenuto monetizzabile, perfino la stessa attività di amore e condivisione con i più poveri e disperati del pianeta. Facendo un atto scandaloso (“quante cose si potevano fare con quei 500 milioni!”) Alex Zanotelli ci obbliga a rivedere il nostro atteggiamento verso i poveri, soprattutto capendo che sono degli impoveriti, e chi li rende poveri siamo proprio noi del primo mondo, con la nostra logica della capitalizzazione selvaggia che non riusciamo più a controllare e che risulta sempre più dittatoriale perché ormai crediamo che sia l’unico sistema possibile. In quest’ottica 500 milioni sono una goccia nel mare, sono solo un piccolissimo atto di restituzione di qualcosa che già non era nostro, la giustizia è altra cosa. Giustizia è cambiare radicalmente il nostro modo di vivere su questo pianeta, partendo anche da atti quotidiani come andare a fare la spesa (“ogni volta che andate al supermercato, è come se andaste a votare”, dice padre Alex) e chiedendosi da consumatori critici e consapevoli come è stato fabbricato quel prodotto, chi lo ha fabbricato, esigendo informazioni sul rispetto dell’ambiente e dei diritti sindacali del lavoratore.
La logica che crea i portatori di povertà, i portatori di svantaggi sociali, ha caratteristiche simili alla logica che crea i portatori di handicap: un’ingiusta suddivisione delle ricchezze e delle risorse, una mancanza di condivisione a vantaggio della logica del profitto egoista, in ultima analisi una mancanza di rispetto e di creatività nell’adattare le strutture, che necessariamente presentano caratteristiche di rigidezza, alla diversità. Portatori di deficit o brasiliani (ad esempio) si nasce: handicappati o poveri si diventa. Se esistono persone handicappate allora esistono fattori handicappanti contro i quali bisogna combattere, se esistono poveri esistono fattori impoverenti, che purtroppo solo da poco abbiamo imparato a riconoscere connaturati al nostro sbagliato sistema di sviluppo.

Economia delle risorse
Il modello “citius altius fortius” (più veloce, più in alto e più forte) che pare aver caratterizzato l’euforia dello sviluppo del mondo occidentale, soprattutto a partire dalla rivoluzione industriale, sta lasciando il posto ad una riflessione più consapevole sui limiti delle risorse del pianeta e sugli effetti dell’inquinamento che il nostro sistema sta causando con grave danno per il sistema terra. E’ risaputo che se i cosiddetti paesi in via di sviluppo si sviluppassero veramente con le caratteristiche del primo mondo, in breve il congestionamento dovuto all’inquinamento e allo spreco metterebbe ko il nostro sistema. E’ necessario tornare ad uno sviluppo sostenibile, in armonia con le risorse del pianeta, valutando l’impatto ambientale che qualsiasi produzione comporta.
Da questo punto di vista la “cultura” della persona con deficit, intesa come insieme di atteggiamenti e di posture verso la realtà e la vita, molto spesso si pone come altro rispetto allo sviluppo del capitalismo liberale e selvaggio. La persona con deficit proprio perché non è la più veloce, la più in alto, la più forte, da sempre tende a mettere in crisi questo tipo di mentalità. Da un lato è vero che tutto un insieme di ausili rende la persona disabile oggi molto più produttiva, più “competitiva” rispetto solo a qualche decina d’anni fa. Ma la presenza di un limite personale oggettivamente più marcato (perché contrassegnato da un deficit) e di conseguenza purtroppo la molto probabile nascita di una situazione di handicap-svantaggio, rendono anche involontariamente la persona con deficit uno scandalo per il nostro sistema di valori. Non sto dicendo che il progresso non abbia portato dei vantaggi considerevoli anche a queste persone, ma che rispetto alla filosofia del più forte, la persona disabile tende ad essere altro. Mi fermo al “tende” e non dico “sempre sarà altro” (anche se ne sento la tentazione) perché evidentemente la mia analisi cerca di dare uno sguardo d’insieme: bisogna anche tener conto che la persona con deficit è una singola individualità e che, come tale, può anche essere più allineata con la mentalità capitalistica di un normodotato (un disabile non va mica per forza in paradiso!).
Pensiamo solo ai tempi di chi vive con una tetraparesi spastica: nell’epoca della celebrazione del fast food, della produttività spinta addirittura al limite della “ottimizzazione” anche dello spazio delle pause, tra una frenesia e l’altra, il disabile mangia il suo panino inesorabilmente piano, lentamente, con delle pause, ci mette mezz’ora. Nell’epoca dell’euforia di internet, la terza grande conquista umana nella comunicazione dopo l’invenzione della scrittura e del libro tipografico, dove abbiamo la possibilità di accedere e scambiare miliardi di informazioni, la persona disabile obbliga a fermarsi, a tornare anche a metodi artigianali di costruzione faticosa e paziente di un codice linguistico che non può prescindere da un incontro costante con l’altro. Nell’epoca in cui i più grandi spazi sembrano rimpicciolirsi perché oramai si è massificata la possibilità di percorrerli in aereo o alla velocità della luce via cavo, la carrozzina sullo sfondo si muove piano, lentamente, la mappa dei luoghi nella vita di un disabile tende a essere limitata. Eppure, come ricordava Giovanni Gazzoli nell’ultimo HP, è proprio la mentalità del caboclo, dell’indigeno amazzonico, ad essere mondiale, quella filosofia del qui ed ora che innanzitutto si prende cura del proprio corpo, della propria casa, del proprio ambiente più prossimo, creando un modello realmente armonico ed ecologico, rispettoso.

Diamoci una calmata
Come diceva Cartesio, gli stupidi si allontanano poco dalla linea della saggezza, quando invece gli intelligenti proprio perché più dotati, alcune volte se ne allontanano correndo. Potrà apparire paradossale affermare che è più ecologicamente sostenibile il modo di vita di tante persone disabili che quello dei normodotati. Nell’arco della giornata, il disabile fisico o intellettivo o psichico, senza distinzioni, sa di muoversi dentro un percorso con risorse molto limitate se confrontate a quello dei normodotati. Non voglio generalizzando semplificare troppo ma è indubbio che il disabile, più del normodotato, sa che deve confrontarsi con molteplici variabili che vanno soppesate sempre, vanno equilibrate alle risorse disponibili. Non sto dicendo che è meglio essere disabili, che è un loro merito essere più limitati di altri, ma che la debolezza non sempre è uno svantaggio (mentre la dittatura dell’impero del denaro vuol farci credere proprio questo), che l’andare più lenti non sempre corrisponde a non raggiungere gli obiettivi, come apparentemente potrebbe sembrare. Non per niente è nata da anni l’associazione Slow Food, in antitesi al concetto di fast food, che valorizza invece quella cultura gastronomica tipicamente italiana fatta di tempi e modi radicalmente opposti ad una cultura appiattita sulla produttività.
Ultimamente si sta parlando di disumanizzazione che questo sistema di sviluppo ha creato, perché un sistema che porta alla morte per fame milioni di persone ogni anno mentre in un’altra parte del pianeta ci si ammala per sovrappeso, evidentemente disumanizza, toglie umanità sia a chi impoverisce sia a chi è impoverito. Andare più piano magari in bicicletta o in carrozzina, stare più in basso familiarizzandosi con le qualità delle cose piccole, sperimentare i vantaggi della “debolezza” senza essere succubi della retorica della forza, è una ricetta di cui il mondo ha bisogno. Solo così ci potranno essere meno diseguaglianze, meno povertà, meno handicap.

7. Il “vissuto” nella famiglia che si prende cura

di Pietro Benciolini

E’ tanto più difficile far parlare il “vissuto”, dargli ascolto, quanto più una persona è presa dall’impegno, urgente e continuativo, del fare. Ed è invece di grande importanza riuscire, anche in queste situazioni, a far parlare (e a dare ascolto) al mondo dei desideri, delle paure, delle fantasie, talora molto dolorosi e difficili da esprimere. Le persone impegnate nell’assistenza devono essere poste nelle condizioni di poter dare attenzione a se stesse e devono poter percepire che è loro riconosciuto il diritto di riservarsi spazi e tempi per vivere ed esprimere il proprio mondo interiore: solo in questo modo, oltretutto, saranno in grado di dare attenzione al mondo interno delle persone alle quali si stanno dedicando.
E’ certamente fuori luogo tentare di dare una visione organica ed esauriente di questo mondo interiore: meglio accennarne alcuni aspetti, per cogliere cosa significa dare attenzione e comprensione a queste realtà. Molto diverso è il vissuto se la persona di cui ci si prende cura è un bambino, una persona adulta o un anziano che hanno perso la loro autonomia, un malato terminale. Quali contenuti mentali possono farsi strada in queste diverse situazioni?
Pensiamo ad una coppia che alla nascita dei figlio riceve la comunicazione (data come?) che il piccolo è portatore di patologie che condizioneranno la sua esistenza e quella della sua famiglia: sindrome di Down, malformazioni importanti, esiti di patologie che hanno colpito la madre in gravidanza, ecc. (da notare che le modalità di questa comunicazione tendono spesso ad influenzare, anche nei tempi successivi, il vissuto dei genitori); pensiamo al contrasto sofferto fra il bambino sognato, atteso, e il bambino reale, che ci si trova davanti, un bambino sentito come «senza un suo futuro»; al fatto di percepire gli altri, gli amici, i parenti, in atteggiamento imbarazzato, timorosi di affrontare il problema, e di conseguenza lontani; al sentire dì dover rivedere, talora radicalmente, progetti a lungo coltivati, stili di vita, relazioni interpersonali.
Proviamo ad immedesimarci nella famiglia che ha visto un proprio membro adulto colpito da ictus con esiti gravemente invalidanti sul piano fisico, sul piano della comunicazione interpersonale (perdita dei linguaggio verbale), colpito, magari, nel momento della pienezza della propria vita sociale, familiare, lavorativa. Improvvisamente la famiglia si ritrova in una situazione di insicurezza, costretta a rivedere i propri progetti per il futuro ed anche l’articolazione dei rapporti intrafamiliari. Tanto più se questo adulto è il capofamiglia, la persona su cui tutto il nucleo si reggeva, che dava sicurezza, e non solo in senso economico! E qualcun altro deve prendere in mano la situazione!
Pensiamo alla famiglia che vede un suo membro in età giovanile colpito da malattie fatalmente evolutive, anche se in tempi relativamente lunghi, spesso precocemente invalidanti, ancora oggi senza speranza di remissione, ad esempio dall’aids, malattia alla quale è talora collegato un vissuto di colpa, di vergogna. C’è spesso, in queste situazioni, la consapevolezza, sia nell’ammalato, sia in chi si prende cura di lui, di un lento, progressivo morire, la percezione d perdita, giorno dopo giorno, di brandelli di vita.
Ma anche se il membro colpito è un anziano, per il quale è nell’ordine naturale prevedere una conclusione della vita in tempi relativamente brevi, l’evento invalidante o l’inarrestabile discesa verso la perdita della propria autonomia, suscitano, in chi gli è vicino, vissuti dolorosi. Ci presentano spesso figure di anziani sereni, attivi, in pieno possesso delle loro facoltà fisiche e mentali (possiamo pensare ad alcuni spot televisivi): e, per taluni, la situazione è davvero questa! Ma quando non lo è, diventa tanto più doloroso il dover constatare che le cose non sono come ce le avevano presentate, che quel quadro è ormai solo una fantasia del passato, e che il futuro sarà molto diverso. Ancora, nel vissuto di chi si prende cura dell’anziano, gioca spesso, in modo ambivalente, il tipo di rapporti che avevano caratterizzato la vita precedente e che tendono ora quasi fatalmente a riprodursi, con i ruoli scambiati, con il vecchio genitore che ridiventa bambino-figlio, e con il figlio, fatto adulto, che si assume le funzioni di genitore del proprio genitore.
Come già detto all’inizio, una delle maggiori difficoltà per il familiare che prende cura, è quella di riservarsi tempi liberi per sé: ne deriva, per un verso, sensazione di sentirsi «mangiato», sopraffatto dalle necessità impellenti, per un altro verso la tendenza ad investire le proprie energie in una unica direzione, realizzare una dedizione «totale», senza concedersi respiro, ad “amputare” altri interessi fino ad arrivare a condotte di tipo simbiotico con un progressivo, pericoloso impoverimento della propria vita, che fatalmente si ripercuote anche sul capacità di “farsi dono”. Gli “altri”, parenti o amici, sono talora sentiti, a ragione o a torto, non sufficientemente coinvolti e disponibili, lenti nel dare risposte, impreparati, e quindi non affidabili, veramente “altri” rispetto a sé e alla propria vita, ai problemi che l’impegno dell’assistenza pone.
Risultano particolarmente pesanti le situazioni in cui la comunicazione interpersonale è ridotta in misura grave, in cui sono presenti turbe psichiche importi, con mancato riconoscimento delle persone più familiari, con clamorosità, i disordini della condotta che possono assumere caratteristiche di aggressività verbale, o anche fisica. C’è spesso, in tali situazioni, anche la sofferenza per il non sentirsi riconosciuti nel proprio lavoro, per non veder espressa riconoscenza per quanto si fa. Oltre ai problemi legati alla fatica fisica, ci sono spesso promi legati al reggere alla fatica psicologica, alle preoccupazioni per la situazione finanziaria, tutt’altro che trascurabili anche per chi non vive in situazioni di indigenza. Possono farsi strada, nelle situazioni più compromesse, fantasie aggressive, mai espresse, neppure a se stessi, spesso camuffate (…ma quando finirà questo calvario … non ce la faccio più, io scoppio! … mai nessuno che si prenda finalmente cura anche di me!). Molto dolorosa è, in queste situazioni, la comparsa di sensi di colpa che costringono ad una dedizione ancora più totale, con l’instaurarsi di veri circoli viziosi.
Un altro vissuto doloroso è legato allo scontro con le esigenze della burocrazia: alle molteplici difficoltà che questa pone alla concessione di aiuti, anche di scarsa entità, alla rinuncia, che la burocrazia sembra voler imporre, alla riservatezza (“non si vorrebbe far sapere….comunque non ci dovrebbe sìesser bsìisogno dirle certe cose…dovrebbero accorgersene anche da soli…..”). Le prestazioni offerte dai Servizi rischiano di essere caratterizzate da una grande rigidità, quando invece sarebbe necessaria una grande elasticità per adeguarsi ai bisogni sempre mutevoli ed assolutamente personali presenti in queste situazioni.
Ma vanno segnalate anche le emozioni positive, che possono coesistere con gli aspetti di fatica: la serenità data dal sentire attorno a sé partecipazione, disponibilità, che permettono di realizzare delle rotazioni in un impegno che rischia di non avere alcuna pausa; la gioia per la riconoscenza manifestata da parte del familiare assistito, magari nei rari momenti in cui questi recupera qualche spazio di lucidità; la soddisfazione del sentirsi capace, adeguato, importante nel garantire qualche cosa di buono, di sentirsi riconosciuto in tutto questo, di seminare, comunque, cose buone, apparentemente piccole, ma di grande importanza per chi vive la propria vita entro confini via via più angusti (il piacere che dà il sentirsi curati nella propria persona, il vedere attorno a sé delle piccole attenzioni: i fiori, il cibo desiderato, il vestito pulito, curato… ). Va tenuta ben presente la differenza di significato che assumono talune «piccole cose» per chi ormai si è allontanato dalla vita delle persone sane, attive, efficienti, la serenità che può dare loro il vedere esauditi certi piccoli desideri, di cose magari non oggettivamente importanti.
Come l’operatore può davvero essere d’aiuto? Che fare, in queste situazioni?
Ascoltare chi dà cura, dargli spazio per parlare di sé, se lo desidera, di quanto gli passa dentro, e non solo della persona cui sta dando le proprie cure. Questo va fatto con grande attenzione e delicatezza: dare spazio non significa certo sollecitare a parlare, costringere, fare violenza, quasi che il parlare fosse automaticamente liberatorio! Ci sono spesso, in queste situazioni, equilibri psicologici fragili, costruiti con fatica, che non possiamo permetterci di frantumare con interventi maldestri! Non è semplice il lavoro dell’operatore dei servizi pubblici, in quanto, in questa come in altre situazioni, si trova spesso a dover mediare fra le esigenze delle persone in situazioni di bisogno, assolutamente individuali, mutevoli, e le normative dell’ente da cui dipende, a volte rigide ed impersonali. Ma proprio il fatto di trovarsi in tale situazione può dargli la possibilità di cogliere il vissuto della persona che si sta prodigando per il proprio familiare e che ha la sensazione di non essere ascoltata e compresa. Questa consapevolezza può aiutare l’operatore a cogliere la differenza fra il lavorare in base ad un proprio progetto precostituito ed il lavorare in base ad un vero, autentico entrare in rapporto con l’altro, a scoprire, giorno dopo giorno, ciò che davvero è importante nella vita di una persona, anche in una vita che si sta spegnendo.

Articolo tratto da “Servizi sociali” n. 2,1997

6. Affettività e cura

a cura di Paola Molinatto

Chiunque abbia vissuto personalmente o stando accanto a un’altra persona l’esperienza di una malattia, anche se breve e non grave, ha sperimentato come l’insinuarsi di un dolore o di un’infermità temporanea sconvolga in profondità il proprio modo di essere e di pensare, ma soprattutto comporti quasi un ritrarsi del mondo degli affetti* al quale si chiede di venire al più presto riconsegnati. Non è allora improprio ipotizzare che l’affettività sia un elemento costitutivo della cura anziché un fattore ad essa estraneo. Nell’inverno del 1974, Werner Herzog, regista di film bellissimi, visionari e allucinati, informato da un amico che Lotte Eisner, figura prestigiosa del cinema tedesco, era gravemente ammalata, decise di andare a piedi da Monaco a Parigi, nell’assoluta convinzione che, se ce l’avesse fatta, lei sarebbe rimasta in vita. Attraversare a piedi il cuore dell’Europa per un’amica malata non è solo il gesto tenero e irragionevole di un artista abituato a misurarsi con immagini mai viste, cariche di fisicità e di leggerezza. E’ invece la metafora di una modalità del prendersi cura che attiene in modo significativo alla sfera dei sentimenti e della immedesimazione nel destino di un altro quale offerta di pura solidarietà e condivisione. Non a caso, negli appunti conclusivi di quell’avventura nel corso della quale ha sperimentato su di sé qualcosa della spossatezza e dell’incedere tra sconforto e ripresa che caratterizza la malattia, Herzog pare aver colmato, più che la distanza tra le due città, la lontananza che lo separava dall’amica malata, fino a sbilanciare e a capovolgere il rapporto tra i due: è infatti Herzog, e non la Eisner, a essere, infine, dolente ed esausto, compreso e sollevato dal loro incontro. Il prendersi cura dell’altro sembra così alludere, in questo caso, alla capacità di collocarsi in una prossimità affettiva in grado di trasformare la relazione di aiuto in un’intesa fatta di un reciproco e gratuito scambio di esperienze, non esente da imbarazzi e solitudini, né dall’ostinazione a cercare immagini comuni del futuro. E’ sulla base dell’ipotesi di un nesso privilegiato tra affettività e cura che abbiamo incontrato Eugenio Borgna, che nei suoi libri parla della necessità di modalità di progettazione terapeutica che abbiano a configurarsi «come disponibilità infinita ad ascoltare e (anche) a immedesimarsi negli abissi di interiorità dolorosa delle pazienti e dei pazienti», chiedendogli di introdurci all’esperienza della cura e del prendersi cura. Eugenio Borgna insegna Clinica delle malattie nervose e mentali all’Università di Milano ed è responsabile del Servizio di psichiatria dell’Ospedale Maggiore di Novara. Tra i suoi libri più recenti, segnaliamo Malinconia e Come se finisse il mondo, entrambi editi da Feltrinelli.

Vorrei chiederle che cosa pensa del rapporto tra affettività e cura, soprattutto dal punto di vista di chi, per professione o per scelta, decide di dedicarsi all’assistenza di persone malate. Penso, per esempio, alle molte iniziative di volontariato che si rivolgono a persone colpite da malattie gravi, come il cancro o l’Aids, ma anche al personale sanitario che opera in queste situazioni estreme, segnate dal1’incombenza della morte. Quale spazio occupano e quale ruolo svolgono, nell’attività di cura, i sentimenti e gli stati d’animo che attraversano e scuotono chi si pone a confronto con una persona inalata? Lei ritiene che sia possibile curare senza affetti, prescindendo dal/c proprie emozioni, o ipotizzare una semplice distanza tra questi due ambiti?
L’attività di cura, soprattutto in ambito psichiatrico, implica strategie complesse, che devono essere tra loro integrate. In psichiatria, ma anche in altri campi della medicina, la cura non è mai riducibile a una semplice somministrazione farmacologica. Curare è un gioco raffinato e contraddittorio nel quale sono implicati gli stati d’animo di chi è medico, psicologo, infermiere, operatore e gli stati d’amnio di chi si pone, sia pure per il tramite di alcuni orizzonti comuni e non, come paziente, come interlocutore. Va da sé quindi che le connessioni tra affetti, emozioni, sentimenti e strategie di cura siano strettissime, soprattutto quando hanno luogo in un contesto scientifico e meta-scientifico precario, come quello della psichiatria, in cui la dimensione interpersonale condiziona la stessa efficacia terapeutica dei farmaci che si prescrivono. In realtà, la sfera dei sentimenti, delle emozioni e degli stati d’animo da una parte e i diversi modelli di cura dall’altra rappresentano una continuità storica, critica, culturale, pratica, un’unità epistemologica sempre indispensabile, anche se lo spirito dei tempo porta ad accelerare gli eventi, a contrassegnarli e a classificarli, svuotandoli di significato e di lentezza, sottraendo la componente interpersonale ai modi concreti di fare terapia.
Insomma, ciò che sta a fondamento dell’importanza di quanto è evocato da queste diverse forme metaforiche del linguaggio, sentimenti, affetti, emozioni, stati d’animo è il fatto che ogni sentimento, ogni stato d’animo significa apertura a qualcosa che è al di fuori di noi, mentre i processi razionali, che sono dominati dallo splendore solare della ragione, sono processi cartesianamente e spinozianamente individualistici, serrati, mummificati, imprigionati nel nostro io. Al contrario, ciò che rende la vita affettiva ed emozionale, l’indispensabile premessa a ogni cura e a ogni riflessione teorica è appunto il fatto che non c’è vita affettiva che abbia un senso che non sia sempre relazionale, costruzione, sia pure frammentaria, discutibile, fragile, di contatti, di ponti, di relazioni e di dialogo. Dunque: vita affettiva come vita interiore, come interiorità che si spalanca al mondo degli altri. Penso che Martiri Heidegger, su questo tema, sia pure nel suo linguaggio metaforico, complesso, a volte magari oscuro, ma sempre decifrabile, abbia detto cose estremamente importanti, ma soprattutto che la relazione, in quanto siamo esistenze già sempre gettate in un mondo, costituisce la struttura portante del nostro essere. Quindi la cura, qualunque cura, quando venga svolta da medici, ma anche da chi fa della semplice assistenza, è correlata al mondo degli affetti in modo essenziale. Tra l’altro, anche separare teoricamente, sofisticamente, cura da assistenza, o terapia da assistenza, mi sembra sia inaccettabile. Assistere una persona significa sistere ad, stare accanto a una persona nel tentativo di curarla mettendo in atto strategie terapeutiche, significa essere a servizio di qualcuno. Quindi anche la separazione, apparentemente così ovvia, tra la medicina e le diverse discipline a essa subalterne, tra medici e assistenti sociali, operatori oppure semplici volontari che si occupano dell’assistenza, è una separazione fasulla, che nasce da preconcetti cartesiani o comunque deformati nel senso di un cartesianesimo spesso anche malinteso.

A partire dalla sua esperienza di psichiatra, potrebbe darci una descrizione di quel complesso di atteggiamenti che possiamo definire come «cura»?

La premessa a ogni presenza umana che si occupi, che si preoccupi di un altro, sano o malato che sia, è indubbiamente la presenza di quell’attenzione su cui Simone Weil ha scritto cose straordinarie. Senza vivere in noi stessi questo tentativo continuo, oscuro, a volte difficile, a volte impossibile, di un’attenzione rivolta permanentemente a cogliere cosa si muove in noi per cercare di cogliere cosa si muove nell’altro, non si può fare psichiatria, non si può fare sociologia, né alcuna umana disciplina che implichi con un contratto con l’altro, come l’accompagnarsi per un tratto di strada con qualcuno che chieda aiuto. Senza attitudini, che si educano, ma che sono anche innate, a entrare in relazione con gli altri, sia che si insegni, sia che si faccia il medico radiologo, sia che si assistano persone malate di AIDS o di cancro, senza questa inclinazione a rivivere in fondo la tragedia della vita come intreccio di incontro e fallimento, di riuscita e scacco, le scienze umane sono certo fuori gioco, ma anche quelle scienze che a volte stanno in bilico tra le scienze umane e le scienze naturali, come la psichiatria o la medicina psicosomatica.

Una comunanza di destino
Schopenhauer ha scritto una volta che uno dei misteri più profondi e ontologicamente fondanti nella condizione umana è proprio l’esigenza, la speranza che nasce in noi, lo slancio vitale a sentire la sofferenza dell’altro come la nostra possibile sofferenza, e quindi a cogliere e a rivivere le speranze o la disperazione dell’altro come nostre possibili esperienze. In senso più tecnico, credo che il contributo più interessante a questo proposito sia stato offerto da von Gebsattel, un grandissimo psichiatra. Egli distingue, in ogni atto terapeutico inteso in senso lato, che vale per il medico come per l’assistente sociale o per l’operatore, tre passaggi, tre transizioni. Non si inizia nemmeno un atto terapeutico significativo, nessuna cura può avere inizio, a suo avviso, se prima non si compie quel gesto preliminare dell’entrare in relazione con l’altro sul piano della simpatia, cioè di un rapporto che prescinda da ogni professionalità, da ogni rigida articolazione tecnica. Quindi, il primo stadio di ogni cura è il saper cogliere che cosa c’è in uno sguardo, in un volto, in una semplice stretta di mano, che implica la capacità, in sostanza, di sentire immediatamente il destino di un altro come il proprio destino. Questa vicinanza al destino dell’altro è la premessa di ogni tentativo di accompagnarsi a una vita che entra in crisi o che si spegne, la premessa di ogni relazione di cura. A volte cogliamo dei salti, dei veri e propri esercizi acrobatici in medici assolutamente incapaci di comprendere l’altro, di accettare la propria debolezza, di fare i conti con la propria insicurezza, di produrre delle conoscenze con la partecipazione dell’altro. Recentemente, parlando a un pubblico di medici e operatori sanitari, ho sostenuto come il processo della conoscenza in psicanalisi, come in psichiatria e in medicina, non possa avere luogo se non in un colloquio dialettico, in un tentativo di creazione, di formazione e di educazione reciproca che coinvolga contemporaneamente medico e paziente. Affermazioni di questo tipo possono apparire scontate, ma proposte in un ambiente medico, talvolta producono tensioni e fratture non indifferenti. Però, chi assista un destino segnato dalla tossicodipendenza, dall’Aids o dalla sieropositività, deve coltivare in sé queste attitudini straordinarie e soprattutto la capacità di riscattare la negatività estrema della morte, che talvolta ha sguardi terribili, privi di ogni speranza. Anche se, certo, queste sono situazioni estreme. La psichiatria, per esempio, che pure si occupa di malinconia, di angoscia, di morte, di suicidio, in fondo tratta di eventi i cui confini sono indubbiamente più vicini a noi, più facili…
Realizzare una cura in senso fenomenologico significa partire da queste premesse. Il secondo momento che caratterizza l’attività di cura, secondo von Gebsattel, è quello freddamente diagnostico e pure indispensabile quando si tratta di elaborare un processo di cura che sottintenda un discorso clinico, farmacologico o psicoterapeutico in senso stretto. Tuttavia questa fase si realizza compiutamente solo a condizione che non venga assolutizzata e premessa a ogni altro gesto del prendersi cura dell’altro, ma che venga tenuta in stretta connessione con il primo momento della cura. Il terzo momento richiede il recupero, la restaurazione di una relazione interpersonale, segnata dalla trasformazione del rapporto tra medico e paziente connessa alla diagnosi, là dove è diventato più complesso trovare radici di contatto o di dialogo.
Vorrei però sottolineare che anche il momento diagnostico trova il suo significato e la sua dimensione umana, ma a patto che venga poi trasfigurato sul piano di una Partnerschaft, di una partecipazione che sia sostanziata su profondi valori umani giocati sempre sul piano della relazione interpersonale e della comunità. Si tratta di qualcosa di più di una semplice comunione affettiva ed emozionale che tenti di riscattare il secondo momento, che certo è fatto anche di necessaria freddezza diagnostica, di distacco dagli aspetti più propriamente umani e psicologici. In questo senso, ogni cura, non solo quella specificamente medica, ma soprattutto quella non tecnica, non medica, dovrebbe legare insieme il primo e il terzo momento, saltando fatalmente il secondo, che in fondo serve solo in determinate situazioni, che del resto non sono le più frequenti per chi vive e sente come proprio soprattutto il mistero più che gli aspetti tecnici specifici della condizione umana che soffre o che deraglia. Questa, secondo me, è una straordinaria articolazione che von Gebsattel propone, a partire anche dalla sua formazione psicoanalitica freudiana, grazie alla quale egli ha sottolineato tutta l’importanza che in questi casi assume la storia della vita di una persona. Quindi nel terzo momento avviene una comunità emozionale di destino. Un destino non più simmetrico, come all’inizio, in cui da una parte c’è la persona che soffre e dall’altra una persona che dovrebbe almeno avere presente di lenire la sofferenza. Nel terzo momento si giunge a una comunione di destino, impregnata di vita affettiva, perché senza emozioni si resta dei semplici diagnostici, dei radiologi o dei chirurghi, i quali fanno della tecnica pura, della tecnica applicata.
Il volontariato, se vogliamo usare una parola comprensiva, sintetica, in grado di esprimere l’insieme degli atteggiamenti appena descritti, ha quindi un enorme significato, ma soprattutto là dove è correlato alle proprie attitudini. Perché senza reali attitudini si possono fare tante cose, anche splendide, ma difficilmente si può realizzare una cura come capacità di assistere e di ascoltare l’altro. Attitudini che hanno bisogno di pazienza e di immedesimazione, cioè di disponibilità a cogliere nella sofferenza degli altri un valore essenziale della vita. Avere sofferto non passa mai, è un’esperienza che segna. Vivere, anche solo un giorno, a contatto con una vita che si sta spegnendo o comunque segnata dalla malattia, significa confrontarsi personalmente con la frattura della sofferenza. Per questo motivo nego il valore della professionalità quando questa abbia a che fare con situazioni estreme. La medicina e i medici, invece, troppo spesso sono prigionieri di una tecnica esasperata.

Il linguaggio delle metafore
Mi ha colpito molto l’idea di una comunanza di destino tra chi cura e chi è malato. Ma è davvero possibile realizzarla con chi vive la prossimità con l’esperienza della morte? 0 meglio, si può condividere fino infondo l’esperienza di chi sente di non poter più fare progetti o avere speranze?
Senza speranza si muore. Naturalmente questo sguardo di angoscia che proviene da un’esistenza che si spegne, che si avvia verso la morte, è carico di un’angoscia mortale ed è un’esperienza ultima e sconvolgente. Come possiamo viverla noi, intanto, nel confronto con l’altro? Temo che senza una profonda incandescenza affettiva ed emozionale, senza una vita affettiva capace di generosità e di dedizione assoluta, molte cose non si riescano a fare. Aggiungerei, usando un’espressione teologica, senza speranza, senza una fede profonda, che può essere anche la fede di chi crede nel valore della relazione, e non solo della relazione che trascende un legame storico e temporaneo. Se non c’è dentro di noi una speranza che è contra spem, oltre la stessa speranza, e una fede, che insieme fondino il valore assoluto della relazione come sfondamento dei propri limiti e del proprio egoismo, non c’è apertura all’altro che consenta di accoglierlo, anche se necessariamente nei termini di una distanza, giacché non ci può essere un’identificazione piena. Forse in certe situazioni si è costitutivamente soli, però un’esistenza che muoia in relazione è senza dubbio un’esistenza che consente a chi sta morendo e a chi a esso si accompagna una reale forma, seppure misteriosa, di realizzazione.
Norbert Elias, un sociologo che si è occupato dell’isolamento del malato nelle società contemporanee, ha scritto che in fondo quando si muore, quando si è colpiti da una grave infermità, probabilmente il desiderio più intenso è che il proprio corpo sia anche solo accarezzato, che una mano venga accarezzata da un’altra mano, che uno sguardo legga ciò che è cambiato. Ma perché tali gesti abbiano significato occorre che non si sia sul piano della compassione né di un semplice formalismo. Poi esistono figure straordinarie come Teresa di Calcutta che senza aver magari letto Scheler, Heidegger, Pascal, Agostino, Simone Weil o Edith Stein, inceneriscono queste parole che noi cerchiamo di rivitalizzare, a volte forzandone anche il significato, nel tentativo di accedere a una realtà per definizione sfuggente. Non è raro sentire, ad esempio nei congressi di psichiatria, requisitorie spietate nei confronti di quegli psichiatri che inventano le parole, che ne distorcono il significato, che fanno uso di termini che non esistono neanche nel vocabolario. Con ciò non intendo sostenere che le mie parole abbiano chissà quale importanza, bensì che, come ha scritto Minkowski, il linguaggio delle metafore sia l’unica cosa che rimane a disposizione quando si tenti di tematizzare il destino di chi soffre. E’ solo con il linguaggio delle metafore che si possono imboccare sentieri, raggiungere radure boschive, abitare luoghi caratterizzati da un fitto intreccio di luce e oscurità, speranze e angosce. Certo, è inevitabile che esistano le divisioni di malattie infettive, di oncologia o di psichiatria, ma mi chiedo quanta reale capacità di contatto non tecnico, ma personale e umano, sappiano produrre, nonostante si tratti di reparti che pure affrontano problemi come quelli dell’Aids o del cancro. Oppure si pensi a taluni reparti di psichiatria: spesso ci sono muraglie, porte chiuse, letti di contenzione, elettroshock. E necessario allora uscire da queste logiche, per infrangere quella inavvicinabilità che spesso si stabilisce tra chi sta morendo e chi almeno ora è lontano dalla morte, per rendere tale distanza meno gigantesca, meno assoluta, e perché possa trasformarsi in un mistero che consenta però di aprire qualche breccia nel problema. Il mistero, infatti, non rimanda solo a ciò che è inaccessibile, ma permette di individuare alcune possibili aree di soluzione. Nel linguaggio mistico di Simone Weil, che ha vissuto la dura esperienza delle catene di montaggio della Renault, nel suo linguaggio creativo, geniale, rivoluzionario, ritroviamo questa sottolineatura estrema dell’ attenzione, dello slancio, della speranza, non della speranza?illusione, ma della speranza che, insieme ad altre costellazioni di senso, riesce a rendere meno incolmabile l’abisso che pure ci separa dall’altro. Rimarranno senza luce questi abissi ghiacciati del cuore? Rimarrà sempre isolata e abbandonata l’anima, che è il territorio in cui si esprimono i sentimenti, le emozioni, le grandi vicende della vita? Ancora una volta abbiamo bisogno del linguaggio che si lega alle metafore, per parlare di sofferenza, speranza, ragioni del cuore, memoria, inquietudine, scoramento, affetti.
Ma che cosa sono gli affetti? Da un certo punto di vista sembrerebbero indicare quel groviglio di emozioni e di sentimenti che divampando, anche senza venire del tutto purificati, prendono forma, passando dal femminile al maschile, dalle emozioni, dagli stati d’animo (che sono, più propriamente, stati dell’anima), per ricadere poi nell’universo maschile dei sentimenti e degli affetti. Per questo, probabilmente, gli affetti, almeno semanticamente, rinviano a una qualche inclinatura clinica, gli affetti perturbati, gli affetti incandescenti, gli affetti morbosi, gli affetti che consentono alla ragione di esplorare i cieli stellati; mentre invece l’espressione «vita affettiva» mi sembra più ricca e interessante. E’ all’originaria dimensione femminile della psyché che allude il mondo dell’affettività, degli stati dell’anima, delle emozioni. Mentre i sentimenti, sebbene siano «maschili», mantengono un sentire in fondo che ha già in sé una trascendenza, una spinta verso l’altro. Non a caso, tutta la fenomenologia, da Scheler a Kierkegaard a Heidegger, afferma che l’essere è al di fuori dei confini del proprio io e che dunque la trascendenza costituisce la struttura portante, ontologica, metafisica, esistenziale ed emozionale della vita.

Se l’insicurezza spegne l’onnipotenza
Lei ha sottolineato la necessità di colmare la distanza che ci separa da chi vive un’esperienza di sofferenza e di difficoltà. Questo è un compito che impegna ovviamente ogni essere umano. Ma occorrono particolari attitudini per accompagnarsi a un’esistenza che si spegne? E in che modo possiamo riconoscerle ed educarle?
Sì, certo, direi che sono necessarie delle attitudini. La capacità di dialogo innanzitutto, di un colloquio che non sopraffaccia l’altro, che non isoli nella propria interiorità. Ma soprattutto attitudine a cogliere il senso della vita, non solo della propria, ma anche di quella degli altri. Se non si dispone di quell’intuizione preliminare che induce a pensare che la vita abbia un senso solo se giocata in un contesto di interpersonalità, da sola questa componente finisce già con il bruciare ogni altra virtuale attitudine. Attitudine all’intuizione, cioè a quella forma di conoscenza e di pensiero che c’è in ciascuno di noi e che, come ha scritto Simone Weil, può anche essere esercitata e insegnata, grazie alla quale siamo in grado di cogliere, al di là di ogni studio psicologico, qual è la dimensione spirituale della persona con cui ci accompagnano, soprattutto se si tratta di una persona sofferente. Ma possiamo considerare le attitudini anche come portatrici di quella particolare forma di connotazione psicologica che è l’insicurezza. L’insicurezza è per lo più intesa come un segno di inadeguatezza, mentre in realtà l’insicurezza spegne l’onnipotenza, attenua e condiziona ciò che si presenta come certo e assoluto, mette in crisi ogni decisione, ogni dialogo, ogni affermazione. Il grande Hegel, a proposito della nozione di cultura, ha sostenuto, nella Fenomenologia dello spirito, che avere cultura significa trascendere la propria particolarità per divenire capaci di pensare i punti di vista dell’altro. Si tratta di una considerazione a un tempo banalissima e rivoluzionaria. Ma se sostituiamo il pensare con il sentire, se ci chiediamo che cosa significhi intraprendere e realizzare un’esperienza di condivisione, ci accorgiamo quanto sia importante essere dotati di antenne che ci permettano di sentire l’altro, gettare qualche ponte leggerissimo perché il fossato che da esso ci divide non si allarghi, lanciare qualche travicella, qualche filo di paglia che sia segno di un contatto, di una vicinanza. Cultura è la capacità di pensare i punti di vista dell’altro. Celebre per le sue definizioni sintetiche, Hegel, senza dubbio uno dei filosofi meno poetici e romantici, anche in questo caso ci ha fornito una sfolgorante chiave di lettura utile a comprendere chi siamo, che cosa possiamo fare, quanti punti di vista riusciamo a sentire come nostri (anche se Hegel, da parte sua, pretendeva di pensare tutti i possibili punti di vista della sua epoca). In questo senso, il pensare che diventi un verbo di riflessione, nel senso di Reflexion, di rispecchiamento e di riverberazione, è una dimensione essenziale della vita. Altri, certo, al mio posto avrebbero detto che per setacciare, selezionare, cogliere, individuare le reali attitudini di una persona a essere utile agli altri occorre un attento esame psicologico. Se abbiamo a che fare con uno psicologo con certi orientamenti professionali, ci sentiremo dire che se la persona è un po’ timida e insicura, occorre scoraggiarla, per carità, perché non è in grado di aiutare altri, perché ciò che conta non sono le sensazioni personali.

Articolo tratto da “Animazione sociale, n.3, 1998

Aspettando carosello

La comunicazione sociale, conosciuta in Italia soprattutto attraversol’operato di Pubblicità Progresso, è un settore in rapida ascesa. Solo nel1995 sono apparse 75 campagne di sensibilizzazione e di promozione sociale perun fatturato totale di 85 miliardi, che rappresenta però solamente il 3-4%degli investimenti che si fanno ogni anno nel campo delle comunicazioni. Questisono alcuni dei dati emersi da un convegno promosso dal Centro Studi PubblicitàProgresso, che si è svolto di recente alla I.U.L.M. (Istituto Universitario diLingue Moderne) di Milano.

Un Centro Studi per una pubblicità sociale più efficace

Il Centro Studi è stato istituito di recente proprio per supportare conl’approfondimento culturale e la ricerca le campagne di comunicazione nell’areasociale che spesso operano in mancanza di riscontri e che si affidano solamentealla intuizione dei creativi pubblicitari. "E’ una grandissimaresponsabilità – afferma Gianni Gottardo, presidente di Pubblicità Progresso -iniziare un’azione di sensibilizzazione a un tema sociale, senza averne fattouna verifica preventiva; l’eccessiva superficialità con cui a volte vengonoelaborati i messaggi può portare ad errori che sono dirompenti quando si fadella comunicazione sociale".
Oltre al pericolo di diffondere messaggi sbagliati, esiste anche il problemadella loro efficacia. La comunicazione sociale molte volte è un fatto episodicoche andrebbe accompagnato da azioni più articolate che vadano al di làdell’invito al ben operare. Per superare il problema, secondo Gottardo, occorre"che anche nella comunicazione non profit si instauri il principio delmarketing mix del sociale. Come per vendere un prodotto non si può prescinderedalla sua qualità, il suo confezionamento, il suo prezzo, la sua distribuzione,così anche chi opera nel sociale dovrebbe coordinare tutti gli elementi in mododa rendere più efficace la comunicazione".
Gottardo fa notare che le campagne di sensibilizzazione per la prevenzioni dellestragi del sabato sera hanno avuto approcci inefficaci, dal mieloso "nonucciderti" all’aggressione verbale (il "quattro pirla di meno" diOliviero Toscani). Un fenomeno così complesso deve essere affrontato non solocon uno spot che ne denunci la pericolosità, ma deve essere accompagnato ancheda altri mezzi. Supponiamo ad esempio che in Italia i taxisti decidano dipraticare uno sconto del 50% al sabato sera (come accade in Germania), questaopportunità unita all’informazione dei rischi penali a cui si va incontro puòformare un messaggio più efficace: "Allora sarà possibile ricorrere allapubblicità – dice Gottardo – che non dovrà andare a sollecitare o contrastaremotivazioni profonde, ma dovrà far conoscere l’esistenza di un determinatoservizio o strumento di repressione o prevenzione disponibile".

Non solo pubblicità: l’importanza della comunicazione allargata

Nella maggior parte dei casi lo strumento pubblicitario viene impiegato dasolo, senza il supporto di altri strumenti: anche questo ne diminuiscel’efficacia. "La comunicazione è tanto più potente – continua Gottardo -quanto più utilizza in modo integrato e organico i vari elementi dellacomunicazione allargata". In questo caso l’esempio della pubblicitàcommerciale insegna; oltre alle normali vie di pubblicità, ne vengono battutealtre per indurre all’acquisto di un prodotto. In questo modo è stata costruital’ultima campagna della Pubblicità Progresso per l’automiglioramento delcittadino. Oltre agli spot mandati in onda sono state organizzate una serie diiniziative tese al rafforzamento del messaggio; sono stati coinvolti cinque milaistituti secondari superiori per far discutere la cosa tra gli studenti che sonostati invitati anche a partecipare ad un concorso. I ragazzi che scriveranno imigliori dieci elaborati vinceranno una vacanza a Londra dove potranno visitareil Central Office of Information (COI). Infine è stato creato anche un evento:il prossimo 2 marzo sarà la giornata dedicata all’automiglioramento delcittadino che prevederà tutta una serie di iniziative.

Il linguaggio della pubblicità sociale

La comunicazione sociale ha un proprio linguaggio che non è completamentericonducibile a quello della comunicazione commerciale. Ma secondo GiovannaGadotti docente di Sociologia della comunicazione dell’Università di Trento,queste differenze non giustificano "La scelta stilistica dimessa esemplice, il tono doveristico proposto in termini di ingiunzione morale, divittimismo sentimentale o di vera e propria aggressione ricattatoria che sonopresenti nella pubblicità sociale".
Di fronte ad un pubblico abituato al linguaggio seduttivo, ricco disollecitazioni libidiche e alla spettacolarità delle pubblicità commerciali,quelle sociali rischiano di passare inosservate o addirittura di infastidire.Per Giovanna Gadotti invece "La pubblicità sociale dovrebbe usare queglistessi strumenti largamente usati dalla pubblicità commerciale. Non si puòfare a meno di quell’happy end che è una delle sue carte vincenti; il messaggiodeve sollecitare inoltre il passaggio all’atto come per i prodotticommerciali".

Il mondo patinato delle pubblicità commerciali

La comunicazione sociale, come viene suggerito da molti specialisti, perottenere migliori risultati dovrebbe impiegare le stesse tecniche dellacomunicazione commerciale; ma è anche vero che la pubblicità normale trasmettestereotipi e modelli di realtà che sono molto lontani da alcuni temi che lapubblicità sociale vorrebbe promuovere.
Gli interpreti degli spot sono persone fisicamente ineccepibili, anzi quasiperfette; con dei modelli di bellezza e di armonia così rigidi eirraggiungibili (se non, naturalmente, acquistando quel prodotto reclamizzato),qualsiasi discorso di relazione e di accettazione della diversità vienecompletamente escluso.
Anche le famiglie felici della pubblicità non sono certo rappresentative di unasocietà complessa e contraddittoria come la nostra, basata proprio sul consumoche la pubblicità commerciale tenta sempre di alimentare.
Fare della comunicazione sociale efficace, allora, non deve significare larinuncia alla critica di una società contraddittoria e disuguale a cui lapubblicità commerciale è funzionale.

9. Da assistita ad assistente

a cura dell’AIFO, associazione Amici di Roul Follerau

In Guyana (America meridionale) essere disabili è indubbiamente una sfida giornaliera, fra barriere architettoniche, mancanza di programmi scolastici adeguati e di formazione professionale, difficoltà di impiego e soprattutto povertà, che poi non è altro che la conseguenza naturale di tutto ciò. La testimonianza di Stacey Greaves-Britton, disabileMolte persone disabili, proprio per la mancanza di opportunità e di strutture, passano le giornate in casa, senza stimoli, speranze, prospettive. Sembra tutto troppo difficile persino per provare a combattere.
Poi un giorno incontri una persona come Stacey Greaves-Britton, 27 anni, sposata ed in attesa di un bambino, e capisci che c’è ancora speranza in questa nazione se al suo interno riescono a nascere e crescere persone splendide come lei. Stacey è nata con un danno permanente agli occhi, che le ha causato grossissimi problemi di vista fino all’età di nove anni, quando purtroppo è diventata completamente cieca: la sua vita è stata dedicata non solo a superare la sua disabilità, ma anche e soprattutto ad aiutare gli altri che, dice lei, “posso capire quanto soffrano, perché sono passata anch’io dalle stesse sofferenze e so cosa si prova in certi momenti”. Stacey si è diplomata il 28 aprile scorso al Corso per Assistenti di Riabilitazione gestito dal Ministero della Sanità della Guyana e co-finanziato da AIFO ed ha già iniziato a lavorare all’Ospedale Pubblico di Georgetown, dove ogni giorno tratta e cura pazienti con differenti tipi di disabilità, traumi, eccetera.

Come sei arrivata ad una decisione così forte, persona disabile che si prende cura di altre persone disabili, in un ambiente dove la mancanza di tante opportunità e strutture renderebbe più facile la scelta di pensare solo a se stessi e cercare di “sopravvivere” il meglio possibile?
Forse proprio perché sono disabile e capisco le difficoltà che ogni giorno ciascuno di noi deve affrontare e superare: probabilmente mi reputo un po’ più forte della media e cerco di mettere a disposizione la mia carica per altri che magari subiscono di più la propria disabilità.
D’altronde ho cominciato a fare queste esperienze già tempo fa: dopo aver finito la scuola avevo iniziato a lavorare come centralinista e poi impiegata, ma sentivo che non stavo facendo qualcosa di realmente utile per la comunità. Così ho lasciato tutto e sono andata ad insegnare per tre anni in una scuola speciale per ragazzi ciechi e con difficoltà di apprendimento: insegnavo cucina, igiene personale, pulizia della casa, insomma insegnavo ai ragazzi, che in media avevano fra i 18 ed i 20 anni, ad attendere alle normali attività quotidiane ed a prendersi cura di se stessi.

Frequentare il corso per Assistenti di Riabilitazione è stata la naturale evoluzione della tua storia?
In un certo senso sì, perché comunque volevo qualificarmi in un qualcosa di più specifico per rendermi ancora più utile alla comunità.

Come è stato l’approccio al Corso?
Difficile, lo ammetto. All’inizio ho trovato resistenze, capivo che non volevano accettare la mia iscrizione non perché mi volessero discriminare, ma solamente perché avevano paura di non essere in grado di gestirmi. Ma io ero determinata ed ho insistito e lottato, finché il giorno prima dell’avvio del Corso, dopo tante battaglie, ho finalmente ricevuto la lettera di accettazione della mia candidatura.

Durante il Corso hai trovato supporto da parte di tutti, insegnanti e studenti, per aiutarti?
A dire la verità, gli insegnanti non si sono mai abituati davvero alla mia presenza. Ogni tanto cercavano di trovare degli accorgimenti, ma alla fine l’abitudine prendeva il sopravvento e ricominciavano a scrivere alla lavagna ed usare altre metodologie che inevitabilmente mi escludevano. Sono stati alcuni compagni che mi hanno davvero supportato: a turno mi prendevano gli appunti, facevano i diagrammi per me, mi portavano a mangiare e mi accompagnavano a casa, spesso venivano a studiare a casa mia e comunque ero sempre libera di chiamarli a qualunque ora per chiedere spiegazioni. Senza di loro non ce l’avrei mai fatta. Con altri invece il rapporto è stato difficilissimo: penso non accettassero il fatto che una persona cieca potesse avere risultati pari o addirittura migliori dei loro, e quindi hanno iniziato a dire che io ricevevo favoritismi, che durante i compiti la persona incaricata di scrivere per me mi suggeriva tutto, eccetera. Sono stati momenti brutti, tanto che ho pensato di ritirarmi perché ero davvero scoraggiata e continuavo a piangere: poi ho riflettuto sul fatto che in quel momento, in fondo, stavo in un certo senso rappresentando tutte le persone con la mia stessa disabilità in Guyana e che, se io avessi rinunciato, tutti avrebbero detto: “Vedi, una persona disabile non è in grado fare un corso come questo, è fuori dalla sua portata”. La semplice idea di dare modo agli scettici di poter vedere confermate le proprie teorie è stata la benzina migliore per superare quel momento ed andare avanti.

Il Corso prevedeva anche un fase di tirocinio pratico, che tu hai svolto all’Ospedale Pubblico di Georgetown, dove poi sei stata assunta: come è stato il rapporto con i colleghi ed i pazienti?
Anche qui c’è stato da lottare all’inizio. La fisioterapista cui ero stata assegnata non mi faceva fare niente, delegava tutto alle altre. Un giorno le ho parlato e le ho detto che avevo il diritto di dimostrare le mie capacità e che lei non poteva dare per scontato che non fossi in grado di fare niente: mi doveva mettere alla prova. Da quel giorno le cose sono migliorate, ed ora spesso le mie colleghe vengono a chiedermi consigli.
Coi pazienti è stato diverso, per fortuna: in realtà molti di loro non si accorgono nemmeno che sono cieca ed io, se non richiesta, non glielo dico. Credo che ciò dipenda in gran parte dal mio approccio, che vuole essere molto professionale in modo che i pazienti si concentrino sul risultato finale e non sulla mia disabilità. Chiaramente, essendovi alcune piccole cose che non sono in grado di fare da sola, talora chiedo aiuto alle mie colleghe: in quel momento, quando i pazienti scoprono che sono cieca, rimangono davvero sorpresi! Per me è una soddisfazione, perché significa che la qualità dei miei trattamenti è allo stesso livello di quelli delle mie colleghe: addirittura ci sono pazienti che, pur consapevoli della mia disabilità, chiedono espressamente di essere trattati solo da me.

Cosa vedi nel tuo futuro?
Questo lavoro mi piace e mi gratifica molto, quindi mi piacerebbe continuarlo. Adesso ho tre anni di contratto con il Governo per il mio lavoro in Ospedale, poi vorrei qualificarmi ancora maggiormente, frequentando all’estero (in Guyana non esiste n.d.r.) un Corso per Fisioterapista della durata di tre anni: perché i bisogni delle persone sono sempre maggiori e bisogna essere ogni giorno più preparati per affrontarli con competenza.

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