4. “Al mattino quando arrivo al centro…”
- Autore: Alessandra Barulli
- Anno e numero: 2000/75
a cura di Alessandra Barulli
Stefania
Arrivo al CDH intorno alle nove del mattino e questo ormai da ben 12 anni e solitamente a quest’ora trovo poche persone perché molti arrivano più tardi.
Ma nonostante ciò il momento dell’accoglienza qui è sempre stato e continua ad essere molto positivo e piacevole e, sebbene venga qui per lavorare, il centro è un luogo di lavoro molto particolare caratterizzato da un clima informale e familiare.
Non nego però che molte volte il dover aspettare gli altri (avendo orari diversi) mi crea qualche disagio.
Vorrei riuscire a concretizzare di più nell’arco della giornata, questo mi darebbe maggiore soddisfazione. Comunque cerco di non far pesare troppo agli altri le mie pretese. Anzi per mettere a proprio agio le persone che mi circondano l’arma che uso sono sicuramente le coccole. E in questo sono molto esplicita, non uso mezzi termini, le attiro a me, accarezzandole e facendomi accarezzare. Tutto questo forse può sembrare strano in un mondo, soprattutto quello lavorativo dove questo spazio sembra quasi negato.
Oltre all’esperienza del CDH un’altra situazione che vivo come buona accoglienza è quella della Casa “Santa Chiara” dove vivo. Di certo questa situazione non si può propriamente paragonare all’accoglienza che avviene in una normale famiglia, dove la sera per esempio ci sono dei genitori che ti aspettano, a qualsiasi ora, a Casa Santa Chiara devi saper dire con esattezza l’orario del rientro e dell’uscita perché altrimenti potrebbe non esserci nessuno. Comunque il clima anche qui è molto sereno e devo ammettere che sono molto gentili con me.
Le uniche esperienze più critiche per me sul piano dell’accoglienza sono state quelle a livello scolastico. Anzi più che di accoglienza parlerei di non-accoglienza. A sette anni infatti mi iscrivono a scuola e qui subito il primo rifiuto; il direttore didattico non mi voleva inserire in nessuna classe perché secondo lui non avevo la testa per studiare e per fare tutte le cose come gli altri bambini. Alla fine dopo molte insistenze mi dettero una possibilità; un periodo di prova e poi un altro periodo di allontanamento (sebbene la prova non fosse andata poi così male). Alla fine, grazie all’insistenza delle insegnanti e dei bambini della scuola, potei ritornare l’anno successivo nella mia classe insieme ai miei compagni. Quella fu per me una grande vittoria anche se mi lascia tuttora dell’amaro in bocca.
Cinzia (manca nel file)
Stefania
La mattina arrivo al CDH col pulmino, in genere ad aspettarmi al centro c’è Manuela, la mia educatrice, dopo i saluti iniziali scambiamo qualche chiacchiera sul giorno precedente. I disagi nascono invece se Manuela non c’è (anche perché per contratto può ricoprire solo parte delle ore in cui io sto al centro), mi infastidisce infatti il dover dipendere da altre persone e, proprio per questo, cerco di chiamare o di chiedere delle cose il meno possibile. Il momento del pranzo diventa per me un momento importante per entrare più in confidenza e, il regalare qualche biscotto o qualche dolcetto diventa per me un modo per ringraziare le persone che mi circondano.Le cose che mi fanno sentire ben accolta all’interno del CDH e del Progetto Calamaio sono: le persone perché non ho con loro solo un rapporto di lavoro ma anche un rapporto amichevole, la loro disponibilità , la comprensione che hanno nei miei confronti, ma anche la responsabilità che mi viene data, il fatto di avere un mio lavoro da gestire.
Non nego che ci siano anche degli aspetti negativi, quali per esempio, qualche incomprensione che si può venire a creare e che si può ripercuotere nel lavoro.
Oltre all’esperienza del centro, una situazione che vivo come buona accoglienza è quella del gruppo parrocchiale che frequento. I ragazzi del gruppo sono impegnati giornalmente per aiutarmi e farmi sentire parte integrante ed attiva del gruppo; con loro mi sento bene, mi diverto e facciamo spesso anche delle uscite insieme.
Al contrario ho vissuto tempo fa un’esperienza molto negativa in un centro dove l’accoglienza si traduceva in realtà in noncuranza e menefreghismo. Passavo le mie giornate lì infatti, senza far nulla, lasciata a me stessa; le ore erano vuote e il pensiero di non poter fare qualcosa di utile mi irritava terribilmente. Ora per fortuna quel capitolo della mia vita si è chiuso e si è riaperto quello dell’attività (a volte anche troppo frenetica) del Progetto Calamaio.
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