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Autore: admin

La stimolazione contro l’invecchiamento?

Come devono comportarsi gli operatori sociali di un centro diurno con gli utenti che invecchiano, cosa devono modificare nel loro rapporto educativo? E ancora, come devono essere organizzati i servizi in questa prospettiva? Per rispondere a queste domande è partita una ricerca nella regione Marche a cura del Centro socio-educativo “Francesca”; ne parliamo con il professor Cottini, responsabile del progetto.

Domanda. Che cosa vi ha spinto a fare questa ricerca?
Risposta. Secondo gli studi epidemiologici è fortemente aumentata la vita media dei disabili; i dati dicono che i disabili mentali vent’anni fa vivevano in media 30-35 anni oggi invece per il 60% arrivano ai 60 anni. Naturalmente questo cambiamento pone nuovi problemi.

D. Per alcuni l’invecchiamento dei disabili mentali comporta anche un aggravamento delle condizioni; condivide queste affermazioni?
R. Si assiste ad un deterioramento delle funzioni intellettive però è difficile fare delle generalizzazioni; questi cambiamenti sono lenti e non avvengono all’improvviso quando si raggiunge una certa età. Noi pensiamo, ed è questa una delle motivazioni delle ricerca, che è possibile contenere questo peggioramento delle funzioni intellettive stimolando dal punto di vista cognitivo i soggetti in età avanzata; certo se continuiamo a pensare a strutture per questi soggetti rette solo da personale infermieristico e sanitario non si risolve il problema.

D. Sempre a proposito della ricerca, quali sono gli obiettivi e i tempi di realizzazione che vi siete proposti?
R. La ricerca, che è realizzata dal Centro socio-educativo "Francesca" in collaborazione con l’università di Urbino e l’istituto di Medicina Sociale, ha un preciso fine operativo e non vuol essere una ricerca staccata dalla realtà. Vogliamo suggerire agli operatori e a coloro che dovrebbero organizzare questo tipo di servizi, come dovrebbero funzionare delle strutture che hanno come utenti dei disabili che invecchiano o già lo sono. Per quanto riguarda gli operatori il nostro obiettivo è quello di proporre modalità di intervento gestite dall’operatore, programmi che l’educatore stesso può utilizzare senza dover ricorrere ad altre figure specialistiche. Per quanto riguarda le modalità e i tempi di realizzazione vogliamo condurre la ricerca presso alcuni centri italiani dell’Anffas (Associazione Nazionale Famiglie Fanciulli e Adulti Subnormali); la ricerca dovrebbe durare un paio di anni.

D. In pratica che tipo di intervento dovrebbe compiere l’educatore?
R. Ad esempio programmi di stimolazione percettiva e discriminatoria (l’uguale e il diverso), di stimolazione della memoria e dell’attenzione. Si tratta quindi di puntare più sull’aspetto educativo rispetto a quello assistenziale.

D. Che apporto può dare il campo geriatrico nel caso del disabile che invecchia?
R. Naturalmente non si può pensare di fare uno studio in questo settore ignorando quello che è già stato fatto in campo geriatrico. L’invecchiamento della persona disabile pone però questioni differenti, più specifiche e la risposta non può quindi essere solo sanitaria o ricreativa. In questo caso occorre un’integrazione di competenze.

“Anche l’assistente di base è un educatore”

Lavorare per anni con uno stesso disabile che invecchia; la “strana” differenza tra l’educatore e l’assistente, l’importanza di una rete di servizi sociali. Intervista a Massimo Manferdini, educatore in un centro diurno di Bologna.

Domanda. Lavorare per anni con le stesse persone e trovarsi di fronte al problema che una persona, un utente, prima sa fare e poi non sa più fare; le abilità, le competenze che cambiano ma in negativo. Come vive questo aspetto un educatore, addetto invece al cambiamento in positivo?
Risposta. Questa è una domanda che si apre ad altri quesiti. Quando ci dobbiamo prendere cura di persone che non danno appigli comunicativi, quando il deficit è molto grave o ci ritroviamo di fronte a persone adulte, che hanno già parecchi anni, come muta la relazione pedagogica, come va strutturata, qual _ il senso e come lo inquadriamo dal punto di vista epistemologico? E’ ancora sensata la dimensione delle abilità, delle competenze e delle autonomie? Diventa un lavoro che ha a che fare con il versante di cura più materno, ma che materno non può essere per persone di 50 anni. E’ qualcosa che ha a che fare con un’alterità radicale che molte volte non siamo proprio in grado di sostenere. Sei portato a contatto con un piano di esistenza primordiale, che è vero che appartiene ad ognuno, ma che alcune volte diventa anche insostenibile, proprio dal punto vista della "presa in carico". Questo tipo di lavoro ci pone in una logica per cui si ha un contatto con una persona di questo tipo un paio di mattine la settimana per poi dedicare un certo tempo alla rielaborazione: in questo modo la cosa è sostenibile. Se invece la dimensione è quella della vita di tutti i giorni diviene insostenibile. La dimensione della rielaborazione, della ricerca, sono le uniche che ti possono permettere di fare questo lavoro per molti anni.

D. La degenerazione o il peggioramento delle competenze della persona disabile potrebbe essere semplicemente considerata come una evoluzione, una occasione di cambiamento…
R. Diciamo evoluzione. Che sia un peggioramento è certo. Ma tutti peggioriamo e tutti ci riadattiamo e non mi sembra che questo faccia eccezione per una persona handicappata. Se il peggioramento è più vistoso si faranno degli adattamenti più vistosi. Il problema è semmai per un educatore che si trova a dovere passare ancora altri anni con questa persona dopo averne magari già trascorsi dieci o dodici.

D. Spesso gli educatori si trovano davanti a utenti di 60 anni per cui il centro per gravi non va più bene e la domanda è: vale la pena di spendere la risorsa "educatore" per lavorare con una persona di quella età o è meglio utilizzare altre figure come ad esempio l’assistente di base?
R. Effettivamente c’è nei nostri servizi una curiosa consuetudine per cui quando gli handicappati diventano anziani non si sa più cosa sono, cioè non si riesce più ad identificare cosa sono perché si sovrappongono due problemi.
Preliminarmente dovrei dire che questa differenza tra educazione ed assistenza è una divisione sulla quale bisognerebbe ragionare, nel senso che non c’è giustificazione al dire che l’assistenza è di grado inferiore all’educazione anche perché bisognerebbe prima definire i vari campi: cosa è l’assistenza? Cos’è l’educazione? L’assistenza viene identificata con l’insieme di mansioni che sono relative, così come di solito si dice, alla cura della persona, alle autonomie di base, all’andare in bagno, lavarsi mangiare e così via. Questo però, con persone che hanno una vita di relazione legata solo a quei momenti, è a tutti gli effetti un livello educativo di relazione. Quindi non capisco perché l’educatore debba essere messo in antagonismo con l’assistente; semmai l’assistenza potrebbe essere una parte specifica, un tipo specifico di relazione dell’universo educativo, non però di grado inferiore. Eventualmente di grado superiore nel senso che tutto quello che riguarda la sfera intima del proprio corpo non credo che rappresenti un tipo di relazione più semplice, bensì più complesso, più delicato. L’altro luogo comune, simmetrico, è che più il deficit diventa grave e più è sufficiente che ci sia una persona che tutto sommato fa il "badante". Invece è proprio il contrario: più il deficit è grave e più è richiesta competenza. Ne segue quindi che la figura dell’assistente di base viene ad essere una specie di artificio non motivabile in termini pedagogici ed epistemologici, ma motivabile in termini di risparmio economico. L’assistente di base infatti viene ad essere sostanzialmente un educatore pagato di meno e che non ha responsabilità di progetto. Se fosse pagato di più sarebbe comprensibile vista la specializzazione in "assistenza", ma essendo pagato meno la distinzione a mio avviso non è più chiara.

D. Il livello di qualità dei servizi per persone handicappate ha creato forti attese rispetto ai bisogni legati all’handicap e alla terza età. Che giudizio dai della situazione attuale dei servizi?
R. Adesso tutti parlano di rete ma c’è una grande ambiguità di fondo: se la rete viene organizzata mantenendo i servizi solo come capacità di accoglienza non c’è rete in realtà ma c’è semplicemente un inventarsi i progetti sugli utenti che rimarranno sempre lì "fino a che morte non ci separi"; la discriminante invece dovrebbe essere l’offerta di prestazioni. In questo modo gli utenti possono cambiare: perché ad un certo punto può darsi che un utente non voglia più fare un tipo di attività oppure che questa non sia adatta a lui/lei. In questo senso anche il problema del lavorare per tanto tempo con gli stessi utenti subisce una certa modificazione proprio a partire da un cambiamento di logica di gestione dei servizi sociali.
Il più delle volte i servizi sociali non sono organizzati con una logica di rete: in questo modo i centri diurni e i vari servizi vengono a configurarsi come isolette o binari morti dove non c’è una prospettiva di percorso, diciamo di "progetto personalizzato".
Se si pensano i servizi sociali in termini di accoglienza, per cui ogni servizio si configura per la sua capacità di accogliere utenti, allora i servizi diventano più o meno piccole isole che tendono a saturarsi. Se si ragiona sul tipo di utenza con cui ci si trova a lavorare allora vengono ritagliati, inventati dei progetti facendo affidamento sulla creatività e la professionalità degli educatori, sulla loro capacità di non frustrarsi. L’altra prospettiva potrebbe vedere i servizi configurarsi per le prestazioni, per quello che offrono: ad esempio il tal centro giovanile si è specializzato sul cinema o sull’arte, un altro centro fa lavori di falegnameria, all’interno di un centro per anziani si è organizzata una attività connessa al ballo ecc. Allora chi ha compiti di gestione dei servizi si trova ad avere di fronte un menù, una mappa di opportunità con cui l’equipe – che dovrebbe esserci – può organizzare un progetto individualizzato inventandosi degli itinerari flessibili.
In questo modo non avremmo più strutture dove per quindici anni ci sono gli stessi utenti; in questo modo la vita degli utenti assomiglierà maggiormente a quella di tutte le persone che passano da una istituzione all’altra, senza essere assorbite da un unico luogo per sette od otto ore al giorno.

Ma quando un disabile diventa vecchio?

Gli anni passano, il bambino diventa ragazzo e poi adulto, l’invecchiamento continua senza sosta; è normale. Ma quando questo capita alla persona disabile allora si pongono dei problemi specifici ed anche alcuni rischi.

Il tema può essere visto da punti di vista differenti; quello del servizio sociale che deve pensare ad una organizzazione opportuna, quello dell’educatore (là dove ce n’è bisogno) che deve saper modificare il suo rapporto, quello della famiglia e delle associazioni e infine quello dello stesso disabile.
Sono livelli di osservazione diversi ma tutti necessari per ricomporre, attorno al disabile che invecchia, un tema che altrimenti rischia di essere affrontato in modo frammentato e con logiche diverse (la razionalità, l’emozione, l’economicità, l’ideologia…).
Intanto bisogna chiedersi perché parlare di questo tema adesso e i rischi che può comportare.

I disabili intellettivi vivono e vivranno più a lungo

Per quanto riguarda il primo aspetto bisogna dire che si tratta essenzialmente di una questione di numeri; in tutti i paesi europei e, presumibilmente in tutti quelli occidentali, il numero di persone handicappate mentali con più di 50 anni raddoppierà nell’arco dei prossimi 10 anni. Questo comporterà dei problemi nuovi che i normali servizi sociali non sono sicuramente attrezzati ad affrontare; le stesse famiglie poi vedono allungarsi il "periodo di accudimento" che tende a proiettarsi oltre la vita degli stessi genitori (è il tema del "dopo di noi").
Secondo Anna Contardi dell’Associazione Italiana Persone Down, "Il problema dell’invecchiamento delle persone Down è diventato molto grosso dato l’allungamento della vita; i servizi che funzionano solo su alcuni aspetti, come l’inserimento lavorativo, lasciando scoperto tutto il resto. Questo naturalmente là dove per fortuna esiste un servizio per l’handicap adulto".
Per Wilma Cavallazzi, presidente dell’Anffas (Associazione Italiana Famiglie Fanciulli e Adulti Subnormali) di Bologna, _Questo problema investe fortemente i genitori che hanno paura di morire prima dei loro figli. Il compito delle associazioni di genitori diventa a questo punto quello di sollecitare gli Enti Pubblici a progettare. Una risposta possono essere le RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali); oggi molti disabili finiscono semplicemente nei ricoveri per anziani ma queste sono risposte improprie a persone che anziane non sono".
I rischi invece possono essere diversi; innanzitutto c’è il pericolo di generalizzare. Una cosa è parlare di invecchiamento per un handicappato mentale o per una persona affetta da una malattia degenerativa e un’altra cosa è parlare di invecchiamento per i disabili fisici.

Semplice invecchiamento o invecchiamento precoce?

Per quanto riguarda la precocità dell’invecchiamento la questione è delicata: in che termini e con quale sicurezza si può parlare di precocità?
Qui le opinioni sono differenti. "Io non credo all’invecchiamento precoce dell’handicappato; per alcune categorie può essere vero, ma l’affermazione non può essere totalizzante; -afferma Fausto Ameli, coordinatore del Polo Handicap Adulto Azienda USL Città di Bologna- La stessa espressione "l’handicappato che invecchia " va rivista, bisogna pensare alla persona disabile nelle varie età della vita e comunque rimane un problema di integrazione. Se perseguiamo una politica di integrazione per il bambino handicappato così deve essere per l’handicappato che invecchia. Il rischio fondamentale è quello di un ritorno alla medicalizzazione che è in parte condiviso dagli anziani e in parte è il tipico modo di concepire l’handicap come una malattia".
Dice Laura Maccherini, coordinatrice del Centro residenziale "casa Paderno" dell’Aias (Associazione Italiana Assistenza agli Spastici) di Bologna:"Dopo i 40 L’invecchiamento è precocissimo. Le esigenze sanitarie e assistenziali diventano predominanti e superano quelle educative. Questo vale in parziale misura anche per i disabili fisici. A questo punto il problema educativo è quello di sfruttare al meglio il tempo rimasto libero dalle esigenze sanitarie e assistenziali".

Se l’infermiere subentra all’educatore

Dalle testimonianze ora riportate emergono altri rischi. L’invecchiamento (più o meno precoce) può diventare un alibi per non affrontare più la questione dell’integrazione (nella famiglia, nel lavoro, nella vita sociale…) e nella peggiore dell’ipotesi (come è il caso delle case di riposo per anziani) può spianare la strada all’istituzionalizzazione.
A questo punto bisogna distinguere e precisare l’apporto che possono dare le strutture sanitarie e quelle sociali; infatti il sociale e la geriatria rispondono a logiche e ad intenti ben diversi. Mentre per il primo vale il discorso dell’educabilità, del progresso e dell’integrazione a vari livelli, per il secondo vale un discorso di mantenimento, fin dove è possibile, di capacità fisiche e mentali che stanno scemando.
E il discorso non si ferma al confronto di competenze fra l’educatore e l’infermiere o l’assistente di base, ma va all’interno della stessa professionalità dell’educatore ponendo nuovi quesiti.
"C’è anche il rischio – conferma Fausto Ameli – di un approccio educativo ad oltranza; in alcuni centri diurni si continua ad insegnare per anni ad un disabile oramai di una certa età a leggere , ad esempio, l’orologio; ma se questa persona non lo ha imparato a quarant’anni certo non lo imparerà più. L’approccio educativo molto spesso non è preparato ad affrontare questi cambiamenti e a volte si arriva all’errore di trattare come un bambino una persona che non lo è più. Faccio un altro esempio; l’inserimento lavorativo è importante ma può non esserlo più per una persona di 55 anni; allora – conclude Ameli – qui non ci deve essere un "accanimento pedagogico-educativo", ma bisogna riorientare tutto l’intervento a partire dalla persona".

Davanti allo specchio

L’immagine più ricorrente riferita dalle persone handicappate è quella della frattura. La ferita fisica rimane un dato inevitabile; è in ogni caso un’immagine specifica che porta in sé l’idea di un corpo spezzato, rotto, oggetto di rifiuto e rivendicazione. Il corpo è percepito come luogo di sentimenti ambivalenti perché luogo della propria diversità, rappresentazione di una parte di sé che non risponde ai propri desideri, sia di ordine funzionale che relazionale."Mi risulta difficile fare un discorso sul rapporto tra me e il mio corpo, anche perché non è un rapporto fisso ma in continuo cambiamento.Posso dire che ho raggiunto un discreto grado di convivenza".
"Non è tanto il rapporto con il proprio corpo, ma piuttosto la diversità che è intrinseca al corpo, quella che può crearmi problemi".
"Il corpo è espressione di ciò che noi siamo per cui, se il corpo non rispetta ciò che c’è nella persona, si crea una sorta di schizofrenia".
"Facendo riferimento ad un mio vissuto, il discorso della divisione tra corpo e mente si può sintetizzare in questo modo: una svalutazione del corpo e forse una eccessiva valutazione delle capacità intellettive".
"Le persone con handicap possono avere possibilità intellettive e di sensibilità forse maggiori, ma bisogna stare attenti perché si rischia di fare un discorso di sopravalutazione: com’è bravo e sensibile, com’è umano, com’è dotato".
"Si rischia di fare la figura del sano tra gli handicappati: molto spesso noi handicappati privilegiamo la mente rispetto al corpo, oppure neghiamo il nostro corpo".
"In una persona con handicap strettamente fisico può aggiungersi un handicap psicologico; ad esempio un giorno una signora mi ha detto che sarei stato un bel ragazzo se non avessi avuto quei movimenti bruschi. Allora qual è il mio corpo? Quello teso o quello rilassato?"
"Prima di dire "gli altri" bisogna pensare a se stessi, a come noi handicappati ci percepiamo"
"Una cosa possibile, che non era ancora venuta fuori, è una fuga reciproca, una reazione di paura; tutti e due si vedono come diversi".

La lesione reale e quella fantasmatica

Tener conto di questi passaggi può permettere il capovolgimento dialettico di molte rappresentazioni e quindi rendere più consapevole il corpo che deve essere riparato. Occorre riconoscere la necessità di un sentimento di lutto nei confronti di ciò che è stato perso, permettendo il riconoscimento e l’accettazione, da parte del bambino, delle proprie difficoltà, riaffrontando in un certo senso gli effetti della lesione sulla propria immagine, anche in chiave simbolica: riconoscimento e accettazione del corpo leso, ferito. In definitiva permette di affrontare la contraddizione tra lesione reale e lesione fantasmatica, collegata strettamente all’immaginario di chi vive a contatto con l’handicap, indipendentemente dal ruolo che riveste.
Le esperienze percettive, motorie e affettive, così strettamente connesse, possono essere proposte attraverso il corpo piuttosto che nonostante il corpo.
Il cerchio si può allora chiudere proprio tenendo conto dello strumento di relazione che il corpo, l’immagine di sé, il movimento, rappresentano, contrapposti alla "reazione a catena" che parte dall’assimilazione di corpo e handicap in un’unica dimensione, passa attraverso il diniego dell’handicap e può arrivare alla negazione della corporeità.
Credo che l’immagine corporea, la rappresentazione di sé possa essere descritta come un mosaico che via via si completa di tasselli sempre nuovi e diversi, nell’arco di un’intera esistenza. Come spesso accade, esiste uno sfondo nel progetto che guida la scelta e l’accostamento di ogni singola tessera di quel mosaico, così come nelle aspettative di un genitore che attenda la nascita del figlio si confondono e contemporaneamente si delineano immagini ideali e fantasmi che trovano poi una collocazione nell’incontro che madre, padre e bambino hanno al momento della nascita.
Il termine "incontro" volutamente sottolinea come la nascita sia in effetti il momento in cui, per la prima volta dall’inizio della gravidanza, madre e bambino si trovano uno di fronte all’altra e la loro relazione si arricchisce di rappresentazioni che rendono reale alla madre l’immagine del proprio bambino atteso. Comprendere la violenza della delusione e il senso di fallimento ed impotenza che la donna sperimenta alla nascita di un bambino con handicap diventa punto determinante per lo sviluppo, da parte della madre, della capacità di accettare il nuovo bambino che è totalmente dipendente da lei.

Il lavoro riabilitativo

Si comprende come il sostegno di questa parte del vissuto personale possa essere fortemente amplificato in ambito riabilitativo: il contatto e lo scambio corporeo sono al tempo stesso luogo del non corrispondente, ma anche paradossalmente luogo del possibile riscatto.
In fondo penso che il lavoro riabilitativo comporta la progressiva reciproca scoperta dei possibili successi e dei possibili limiti senza che uno dei due aspetti implichi inevitabilmente l’esclusione dell’altro. Questo richiede il riconoscimento di una forte carica ambivalente che tale comunicazione porta con sé, per la famiglia, per il bambino, per l’operatore.
Credo che tener conto di questo favorisca la possibilità di un processo di autostima e di identificazione costruttiva come basi fondanti di un lavoro che comunque muove i fili di una "storia" personale, di un’identità possibile anche se spesso difficilmente immaginabile e prevedibile per la persona handicappata perché priva di consueti modelli positivi e codificati da prendere come riferimento. Costruire, da parte del bambino, la propria immagine, la propria storia, in questi termini è un po’ come dipingere il proprio autoritratto senza potersi guardare allo specchio.
La storia di molte persone handicappate, ora adulte, è fatta di tanti _stai dritto, stai su, solleva i piedi, manda giù, appoggia bene la mano.." di tante cinghie per stare in piedi legati ai tavoli di statica, di scarponi come ferri da stiro, di tutori, di docce, di busti, di cuciture sulla pelle per trovare un modo per camminare, o comunque per qualcosa che più da vicino assomigli allo stare in piedi, o almeno seduti. E’ fatto di tanti anni passati in letti di ospedali, di centri di riabilitazione in cui il sabato e la domenica si riconoscevano perché non si faceva ginnastica, non si mettevano le docce; di angoli propri veramente pochi, di nascondigli, di giochi lo stesso, ma i giochi erano anche far fare ginnastica alla bambola, fare la terapista o il dottore (si gioca lo stesso al dottore!). Difficile invece capire come gioco la paura del vuoto, del cadere e dello stare in piedi, del non tenersi stretto, dello stare sdraiati su un tavolino imbottito, del male per stare con le ginocchia distese o le braccia giù.
Questa la vita di tante persone per anni, decenni, l’unica vita vissuta e da vivere; fuori, la vita del mondo, la vita degli altri. Forse una specie di imprinting che poi rende comprensibile, anche se inutile, il rifiuto di occuparsi del proprio corpo, del suo modo di muoversi e di essere, della sua capacità di calamitare gli sguardi e di allontanarli con la stessa velocissima alternanza.

Lavorare stanca

Un’organizzazione del servizio non ottimale e un’inadeguato trattamento economico; sono questi i due motivi che spiegano lo stato di esaurimento psichico e fisico in cui si vengono a trovare gli operatori sociali dopo alcuni anni di lavoro. E’ quanto emerge da una ricerca fatta dal Labos (Laboratorio per le politiche sociali).
Una formazione di base, poi continuata nel tempo, può essere molto utile a prevenire e a reagire alle situazioni di stress a cui chi opera nel sociale può andare incontro.

L’indagine è stata realizzata l’anno passato ed è stata commissionata al Labos dal ministero del Lavoro. "Avevamo già fatto delle ricerche nel comparto sociale e avevamo subito rilevato l’alto grado di turn over fra gli operatori – afferma Pasquale Gigante, sociologo e coordinatore della ricerca. In questo caso si è trattato di una ricerca di sfondo per capire un fenomeno di cui si conosce ben poco e rispetto al quale si ha uno scarso controllo delle variabili che intervengono nel processo; siamo andati a "grattare" il fenomeno stesso per vedere ciò che c’era".
La ricerca ha coinvolto 290 operatori sociali distribuiti nei servizi pubblici e privati (comunità, cooperative…) equamente ripartiti fra tre settori particolarmente esposti; quello delle tossicodipendenze, della salute mentale e dell’Aids.

Un operatore su tre mostra segni di disagio

"Abbiamo utilizzato il Maslachburnout inventory, una scala per la rilevazione del burnout lavorativo; il soggetto, di fronte a sette affermazioni graduate, deve esprimere il grado in cui si trova nella scala. Questo dà luogo a tre dimensioni che spiegano l’esaurimento energetico di un operatore: la mancata realizzazione lavorativa, con la caduta dell’autostima e un senso forte di inadeguatezza al lavoro; l’esaurimento emotivo, ovvero la sensazione di non avere più riserve psicologiche da offrire; la depersonalizzazione, che si esplica con atteggiamenti di presa di distanza od ostili nei confronti delle persone per le quali si lavora. Un apposito questionario – conclude Pasquale Gigante – ha messo in luce che per tre operatori su dieci si manifestano segni di malessere o di grave disagio".
Questo dato emerge anche se, come rilevano gli stessi ricercatori, gli operatori tendono a minimizzare il problema.
La ricerca individua le fonti di stress degli operatori sociali in: il carico eccessivo di lavoro (65% degli intervistati), la remunerazione economica (64%), l’attuale organizzazione del servizio (62,8%), l’assenza di adeguati momenti di recupero (59,9%). Di rimando i fattori protettivi contro lo stress secondo gli stessi operatori risultano essere invece: un buon clima all’interno dell’equipe (85,5%), un’organizzazione più adeguata del servizio (85,5%), corresponsabilità terapeutica interna equipe (81,2%), aggiornamento permanente (80,9%), remunerazione economica più adeguata (73,9%).
"Considerando però le ragioni possibili di affaticamento proposte dal questionario – spiega Pasquale Gigante – si possono riformulare i dati in gruppi fattoriali maggiori da cui risulta che l’inadeguatezza della remunerazione economica, il sovraccarico di lavoro, il rischio di morte degli utenti, l’assenza di un buon clima all’interno dell’equipe sono i motivi principali".

L’importanza della formazione

Se l’organizzazione del servizio e il trattamento economico sono questioni ineludibili, uno strumento importante che può fornire agli operatori sociali dei mezzi per fronteggiare lo stress lavorativo è la formazione professionale.
"Se interpretiamo il burnout come l’incapacità di fare i conti con la propria esperienza lavorativa – spiega Emanuela Cocever, pedagogista – allora il modo in cui tu fai un monitoraggio costante del tuo lavoro è fondamentale; soprattutto i lavori di relazione si reggono solo se si riesce ad impostare una dimensione di ricerca sul proprio lavoro, ovvero di non spesa di se stessi totalmente nell’azione o nella relazione ma con frequenti momenti di osservazione e di riflessione. Questi momenti sono l’esito di una formazione in tutti i sensi, sia iniziale che quella che segue; una formazione che oltre a fornire le competenze, fornisce anche la capacità di una supervisione costante del percorso. Una formazione a tempo pieno con un periodo di tirocinio allora diventa un buon trampolino per superare questi ostacoli, mentre una formazione sono universitaria lascia più sguarniti in questo senso".
Secondo Raymond Ceccotto, responsabile dell’ARFIE (Association de Recherche et de Formation sur l’Insertion en Europe) "Il bournout può essere fronteggiato meglio in quei paesi che offrono diverse possibilità d’impiego per gli operatori sociali; in questo modo si può cambiare settore passando a un’utenza diversa. Ma là dove questa possibilità manca o è limitata (come è il caso dell’Italia), allora bisogna ricorrere agli strumenti offerti dalla formazione. La formazione e la supervisione devono preparare l’operatore sociale a sapersi mettere continuamente in discussione per non farlo adagiare in ruoli troppo rigidi che portano inevitabilmente a fenomeni di stress lavorativo".

Il corpo “recintato”

La “sregolatezza” che permette alla specie umana di essere svincolata da rigide oscillazioni biologiche (estro) e sposta su piani molto più complessi il desiderio e la disponibilità alla sessualità, ha infranto un ordine naturale; ordine che in quanto tale definiva limiti e gerarchie.
La sessualità è diventata così dis-ordine, tutt’ora lo rappresenta, soprattutto per quei suoi aspetti che la svincolano da quel primario bisogno di perpetuare la specie.

Varie ipotesi si sono succedute sui significati di questa evoluzione, proprio nel tentativo di trovare motivi che rendessero ragione di questo cambiamento. Al disordine si sono sovrapposti di volta in volta conflitti più o meno mascherati, vere e proprie lotte, per ripristinare un nuovo controllo sulla sessualità.
Svincolata da leggi fisiologiche, via via superate nei loro confini non immutabili, è diventata territorio di conquiste e censure. Il dato che la sessualità simbolizza e che più di altri è terreno di poteri che si affrontano, è quello che esprime comportamenti e creatività di rapporti e relazioni, non scanditi da orologi stagionali e ormonali.
Collocata in questo sfondo, la sessualità collegata al tema della disabilità, delle differenze e della malattia, sembra ripercorrere lo stesso scenario. A riprova di quanto spesso il bisogno di ulteriori informazioni e nozioni sulla sessualità delle persone handicappate nasconda l’implicito bisogno di controllo, la genitalità si propone come l’elemento discriminante e censurante.
Controllo non solo inteso come censura, più o meno velata, ma anche come inconsapevole necessità di ordinare qualcosa di inquietante, destabilizzante, portatore di antichi fantasmi risvegliati. Si può così ripensare al percorso del mondo femminile imbrigliato da quello maschile, impegnato a regolamentare le diversità, in una sorta di parallelo col mondo delle disabilità.

La sessualità in condizioni di cattività

Silvia Vegetti Finzi spiega con grande interesse molti passaggi e ipotesi che trattano dell’evoluzione della sessualità e riporta una prima traccia di riflessioni partendo proprio dalle osservazioni di un ricercatore su alcune specie di animali in cattività, disponibili a rapporti sessuali infecondi, al di fuori dei cicli di estro, proprio sembra a causa della loro condizione di segregazione.
Le analogie con il mondo della disabilità sono forti ma immediate se si considera che molte delle richieste di intervento e di consulenza fatte dagli operatori nel campo della sessualità, partono proprio dai comportamenti "non accettabili", di carattere sessuale, messi in atto da utenti handicappati in strutture e istituzioni, in contrapposizione alle attività e alle programmazioni dei progetti educativi in corso.
Probabilmente un raffronto così esplicito tra segregazione, cattività e disabilità è ancora troppo carente di approfondimenti specifici legati alla sessualità. Troppo si contrappone agli ideali di integrazione che tanti progetti educativi perseguono e che la sessualità d’improvviso scompagina. La sessualità diventa un "sintomo" da curare, scollegato dalla storia, dai tempi e dagli spazi in cui viene messa in atto.

La genitalità come elemento di comunicazione

Le occasioni di impegno e i tempi morti, le possibili incomunicabilità, non solo causate dalla presenza di un deficit, possono provocare "l’allarme sessualità", l’emergenza inaspettata che trascina con sé operatori, utenti e spesso le famiglie.
A volte tali aspetti sono un’occasione in più per tutto l’ambiente, di evoluzione anche in questo ambito, altre volte si evidenziano per il loro carico di isolamento, di protesta, di aggressioni o autoaggressioni nei confronti di un mondo relazionale carente o comunque in difficoltà, impossibilitato ad accogliere i bisogni profondi dell’altro.
Lo scambio sessuale, la genitalità come fase evolutiva avanzata, è un formidabile elemento di comunicazione e rappresentazione simbolica.
Il piacere, lo scambio, la creatività, il gioco sono aspetti ricorrenti nelle rappresentazioni della sessualità che gli operatori esprimono durante le esercitazioni proposte nell’ambito formativo. Attraverso le immagini, le parole e le spiegazioni dei propri argomenti emergono una miriade di contenuti legati alla sessualità e provenienti dal piacere della conoscenza reciproca, ma anche da sentimento di espansione e forza connessi ad una dimensione più soggettiva.
La genitalità definisce la propria individualità, partendo anche dalla consapevolezza della differenza e complementarietà delle capacità genitali e sessuali in genere, in fondo riconoscendo il limite che tale differenza esprime. Piacere, scambio, creatività, gioco sono tutti elementi potenziali di libertà, autonomia, di evoluzione.

Il controllo della sessualità dei disabili

Ma se già nel contrapporsi dei mondi femminile e maschile questi elementi sono più spesso stati occasione di prevaricazione e di chiusure, si rischia di scorgere la medesima, negata possibilità nel bisogno di controllo della sessualità "handicappata" delle persone disabili.
Si è disposto un ordine per dare una regola ad una sessualità che si è evoluta svincolandosi dalle "regole", cioè dal ciclo estrale; tale ordine ad esempio prevede un accordo sociale che fa rientrare la procreazione dentro l’istituzione famiglia. Se anche questo percorso è impedito dalla presenza di un handicap e l’evento riproduttivo è interdetto o inopportuno, la sessualità delle persone disabili ripropone paradossalmente il primo, più primitivo dei suoi significati, quello che esprime l’arbitrio del piacere e della minacciosa e potenziale promiscuità non legalizzata.
Ciò che riemerge con forza è così quell’aspetto della sessualità che esprime, attraverso la genitalità, desiderio, comunicazione e piacere della conoscenza e che, affiancato a handicap assume improvvisamente lo stigma di immaturità, svuotata di qualsiasi apporto positivo.
Due fantasmi si combinano in un’unione troppo scottante:
– quello dell’alterità che la diversità legata all’handicap impedisce di insabbiare e che richiama il senso di morte e di finitezza dell’essere umano;
– quello dell’indeterminatezza, quale spazio privilegiato che la sessualità lascia aperto all’invenzione, all’imprevedibilità.
La sessualità invece destabilizza ciò che è istituito e l’istituzione di ogni struttura sociale ha le proprie origini nella regolamentazione della sessualità.

Un corpo "guardato a vista"

Anche la storia delle persone handicappate, così come la storia di molte soggettività simbolo di differenza (la storia delle donne, di etnie diverse…), è quella di un corpo recintato, rinchiuso e "guardato a vista", invalidato di valori e significati condivisibili, oltre che invalido, inabile, dipendente…
Faticosa evoluzione quella che possa vedere convivere il piacere, il valore e il significato di ogni singola identità, nonostante la dipendenza, il bisogno di cure, la necessità di mediazioni. L’esistenza di una dimensione della sessualità che si concede al piacere del desiderio e del corpo, risulta indecente e inopportuna. La disabilità la ripropone invece come reale in tutti.
In questo senso diventa paradossale la necessità di una distinzione e differenziazione dei termini "sessualità" e "genitalità". Dall’intento lodevole di poter riconoscere in ogni persona per quanto disabile, ammalata, dipendente, la dimensione e l’identità sessuale, si può più nascostamente cadere in una rappresentazione scadente, svuotata di valore e a sua volta sintomo di ulteriore infermità.

Super normali

Prima arrivò Superman, l’uomo d’acciaio, mito contemporaneo della società di massa. Eroe su cui si proiettavano le aspirazioni e i desideri inconsci di un’intera comunità. Poi venne l’Uomo Ragno e tutti i supereroi con superproblemi, immagini di una società in forte trasformazione dove l’essere e l’apparire rimetteva in gioco il concetto stesso di identità individuale e collettiva. Infine, grazie alla spinta creativa dello scrittore Chris Claremont, una nuova genia di eroi conquistò la scena dell’universo Marvel: i Mutanti. Non più supereroi mutati a causa di un evento catastrofico esterno, ma individui corredati geneticamente con un “fattore X”, in grado di dotarli si poteri meravigliosi. Facoltà paranormali, telecinesi, capacità di trasformare e simulare ogni tipo di materia, fattori rigeneranti, un insieme di poteri che poneva i Mutanti al vertice di un nuovo gradino evolutivo, l’Homo Superior. Eroi in eterno conflitto con un’umanità che li vive come una minaccia. Metafora di un mondo “normale” incapace di accettare la diversità e di convivere con essa.

Molti ricorderanno il finale del film "L’invasione degli ultracorpi" quando Kevin Mc Carthy, nella parte del medico Miles Bennel, dopo essere fuggito anche dalla propria fidanzata, orinai trasformatasi nel suo doppio alieno, giunge sull’autostrada in tempo per accorgersi con orrore che l’invasione ha superato i confini della piccola Santa Mira e sta dilagando in tutta la California. Nella versione definitiva, la produzione impose un prologo e un epilogo che forniva un rassicurante happy end, mentre nelle intenzioni di Don Siegel il film doveva terminare con Mc Carthy che puntava il dito verso lo spettatore pronunciando l’agghiacciante, quanto disperata, frase "You’re next" ("Tu sei il prossimo"), emblema di una fobia che negli anni Cinquanta fornì molti spunti di fiction: il timore per l’alieno invasore, per l’altro diverso da sé comunque vissuto come un’entità esterna (spesso simbolicamente ricondotta al pericolo comunista) che minaccia la "comunità" e l’ordine costituito e, per estensione, la "civiltà". E’ il caso di pellicole come "Il giorno dei trifidi", "Ultimatum alla terra", "La guerra dei mondi".
Invasioni, queste, in cui l’alieno/nemico mantiene comunque una riconoscibilità assai elevata. Basti pensare all’altro capostipite di questa fantascienza postbellica, "La cosa da un altro mondo" di Niby e Hawks, in cui la minaccia è costituita da un’entità vegetale che si nutre di sangue ma che mantiene un aspetto umanoide. E’ in questo rapporto tra minaccia esterna e identificazione della medesima, e quindi dell’invasore, che il film di Siegel riveste un ruolo di grande anticipazione. Gli extraterrestri che invadono Santa Mira si sostituiscono, duplicandoli letteralmente, agli abitanti della cittadina californiana. Sono mostri che hanno perso ogni connotazione di diversità dagli umani e quindi ogni palese riconoscibilità morfologica. I mostri sono tra noi ma non siamo in grado di definirli e quindi di nominarli: questa la reale minaccia: l’invasione procede silenziosa dalle cantine di casa nostra!
Ma se "L’invasione degli ultracorpi" rappresenta il frutto di una fobia collettiva, espressione di una cultura permeata dalla Guerra Fredda, il suo valore emblematico può risultare utile a capire il vero tema di questa analisi, ovvero l’esplosione, nel panorama fumettistico americano, del fenomeno mutante. Una vera e propria "invasione" che ha costituito, negli anni Ottanta, una delle ridefinizioni più interessanti e nuove del fumetto supereroistico. (1) E’ in questo decennio che si assiste al proliferare di supereroi mutanti che non solo affiancano i più tradizionali Uomo Ragno, Capitan America, Devil ecc., ma che progressivamente riscuotono i favori del pubblico (2) e determinano una vera rivoluzione tematica e narrativa. Tutto ha inizio con la creazione del primo gruppo degli X-Men da parte del telepate professor Charles Xavier, conosciuto anche come professor X, che insegnò loro a sviluppare e controllare i poteri mutanti di cui erano in possesso finalizzandone l’uso a una convivenza pacifica con il genere umano. Di questo primo team facevano parte Ciclope, Marvel Girl, Angelo, la Bestia e l’Uomo Ghiaccio, ma ben presto si aggiunsero nuovi arrivi, per esempio Havok, mentre personaggi come la Bestia intrapresero un’attività solitaria. Ma la "saga mutante" era solo agli albori, e ciò che era iniziato come l’ennesima piccola variante dell’universo Marvel si trasformò in un fenomeno narrativo di notevoli dimensioni. Infatti, la misteriosa scomparsa degli X-Men, da cui si salvarono solamente Ciclope e Marvel Girl, divenne il pretesto per creare un nuovo gruppo. Nacquero così i nuovi X-Men: Wolverine, Colosso, Nightcrawler, Tempesta, Thunderbird e Banshee, più naturalmente Ciclope e Marvel Girl. Sono gli anni segnati dalla prolifica inventiva di Chris Claremont, gli anni della vera svolta mutante, a cui farà seguito una sempre maggiore crescita dei personaggi dall’inconfondibile Fattore X. Nasceranno così I Nuovi Mutanti, giovanissimi pupilli di Xavier addestrati per sostituire gli X-Men creduti morti; faranno la loro comparsa Kitty Pryde, Longshot, Dazzler, Rogue, Psylocke, si costituirà il britannico gruppo mutante di Excalibur, fino alla ricomposizione degli X-Men originari che con il nome di X-Factor aggiungeranno un nuovo capitolo a questa monumentale soap opera che ha avuto, tra l’altro, con DP7 (un gruppo di fuggiaschi paranormali), un prolungamento anche nel Nuovo Universo Marvel.
Ma procediamo con ordine, cercando di definire le caratteristiche del supereroe mutante. L’elemento fondamentale che lo contraddistingue è possedere nel patrimonio genetico il Fattore X, che costituisce la fonte primaria dei suoi superpoteri. Un potere che è totalmente interno al personaggio, già presente nella sua struttura e che inizia a manifestarsi con il passare del tempo. Ecco la prima distinzione che rende i mutanti sostanzialmente diversi dagli altri supereroi che potremmo definire "mutati" da qualche accadimento o fattore esterno: un esperimento di laboratorio (L’Uomo Ragno e Capitan America), l’assorbimento di radiazioni nucleari (I Fantastici Quattro e Hulk) oppure l’appartenenza a un universo mitologico o alieno, e quindi "esterno" per definizione alla sfera umana (Thor, Namor the Sub-Mariner, Capitan Marvel e Silver Surfer). Così il Fattore X diventa l’indicatore di una metamorfosi, di una trasformazione che è in atto, non più quindi il superpotere come testimonianza di un incidente accaduto, ma percepito come marca di un mutamento verso qualcosa che non è più umano e che sarà superumano (non a caso in alcuni episodi i mutanti vengono definiti "Homo Superior", un nuovo gradino nell’evoluzione della specie).
Ma il fattore mutageno non risulta l’unica caratteristica di questi supereroi. Alcuni di essi affiancano alle tradizionali doti atletiche e all’ormai "normale" capacità di volare (attitudine questa che non necessita più di giustificazioni), la conoscenza di arti magiche, facoltà divinatorie, poteri telepatici e telecinetici. E’ il caso di Scarlet Witch e Magik: la prima, come suggerisce lo stesso nome, è una strega, mentre la seconda è la regina del Limbo e possiede la capacità di controllare le creature delle tenebre; di Capitan Bretagna, leader di Excalibur che deve la manifestazione dei suoi poteri all’intervento del Mago Merlino e di sua figlia, la Dea dei Cieli del Nord (chiaro riferimento alla mitologia di Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda); o di Nightcrawler che non solo ha grandi capacità funamboliche, ma può "teleportarsi" da un luogo all’altro.
Le facoltà telepatiche sono variamente distribuite, ma con equità, in modo che un telepate possa sempre far parte dei vari gruppi, quasi a voler sottolineare una necessità di comunicazione extrasensoriale. Così abbiamo il Professor Xavier, fondatore degli X-Men oltre che tutore de I Nuovi Mutanti, Marvel Girl, e poi Fenice del gruppo Excalibur.
Un’altra particolarità che serve a definire l’universo mutante è la dimensione di gruppo che contraddistingue questi supereroi. Ovviamente possiamo ritrovare i vari personaggi protagonisti di avventure individuali, ma la loro esistenza è fondamentalmente collettiva, a differenza di altri famosi superteam, come I Vendicatori o I Difensori, i cui aderenti preesistono alla formazione occasionale del gruppo. E ciò non è casuale, poiché la figura del Professor Xavier e della sua Scuola per Giovani Dotati è centrale all’epopea di questi eroi: un rifugio e una palestra di vita per questi singolari handicappati che scoprono la loro diversità congenita e cercano di controllare, con fini naturalmente etici, i loro straordinari poteri. (3) Poteri "mutanti" la cui peculiarità è di rilevante importanza. Un elemento li definisce e li accomuna: la proprietà di trasformazione. Riferita sia al mutamento di stato dei personaggi che trasformano la loro condizione di normalità in quella di eroi "mutati" – Colosso muta letteralmente la pelle in acciaio, Wolfsbane subisce una metamorfosi da umano in licantropo, Iceman trasforma la propria struttura molecolare in ghiaccio, Magma si infiamma acquistando le caratteristiche della lava – sia alla capacità che questi poteri hanno di intervenire sulla struttura della stessa materia. E’ il caso di Kitty Pryde, in grado di alterare la densità del suo corpo fino a rendersi intangibile come l’aria oppure dura come il diamante, nonché di Meggan che camaleonticamente può acquisire le caratteristiche di chi la circonda.
Siamo così arrivati al punto centrale che ci riporta alla metafora degli "ultracorpi" di Don Siegel. I mutanti dell’universo Marvel rappresentano l’emblema di una diversità che non trova una facile integrazione in un mondo di "normali" che spesso li rifiuta o li vive come una minaccia, nonostante il loro dichiarato schierarsi dalla parte del Bene. Sono supereroi che soffrono a causa dei propri poteri, spesso devastanti, e che vivono in modo conflittuale il loro essere in apparenza normali ma in realtà mutanti, tappe di un’evoluzione verso qualcosa di ignoto. Da qui l’esigenza di mimetizzarsi, di rendersi indefiniti e irriconoscibili alla società. Non è un caso che gli X-Men preferiscano farsi credere morti o che X-Factor, Ciclope, la Bestia, Iceman, Marvel Girl e Angelo si spaccino per un’agenzia dedita alla caccia e al recupero dei mutanti. In un episodio di Excalibur, (4) un dialogo tra Nightcrawler e Meggan risulta a questo proposito illuminante:

Nightcrawler – …il tuo corpo reagisce al pericolo come un camaleonte… cercando salvezza mimetizzandosi nell’ambiente.
Meggan – Ma sono un essere umano! Non dovrei saper dire di no?
Nightcrawler – Come in ogni cosa, il controllo viene con la pratica.
Meggan – Spero. Lo fai sembrare così semplice. E’ facile per te essere sicuri. Tu sai chi sei, dentro e fuori. Io no!
Cambiare è così naturale… talvolta mi chiedo qual è la vera Meggan! C’è una Meggan davvero… o solo un piccolo camaleonte deluso…

Questa è la grande ridefinizione operata da Chris Claremont nel classico universo dei supereroi. Non più l’eroe come modello di riferimento, produttore di mitologie contemporanee (è il caso di Superman nell’età d’oro del fumetto americano), nemmeno l’eroe problematico e umanizzato che rimane pur sempre il simbolo della lotta tra il Bene e il Male (ricordiamo tra tutti L’Uomo Ragno di Stan Lee, prototipo del supereroe anni Sessanta in continuo conflitto tra il suo ruolo di paladino della giustizia e la propria dimensione psicologica e umana), ma la creazione di un insieme di personaggi che nonostante lo status eroico vengono accolti dall’umanità come una minaccia da combattere. E questa volta non più esterna e ben identificabile ma interna e di difficile definizione. Gli umani arrivano addirittura a contrapporre a questa presunta minaccia le Sentinelle, vere macchine da guerra ipertecnologiche, robot ipersofisticati che simboleggiano il livello massimo della ricerca umana: il progresso tecnico contro l’aberrazione genetica.
A questo punto diventa chiaro come i mutanti nel fumetto americano degli anni Ottanta acquistino una valenza mitologica: si configurano come veri e propri mostri contemporanei, incubi viventi che incarnano le paure del genere umano.
Se ripensiamo alla definizione che Leslie Fiedler diede dei freak (quei "bizzarri scherzi della natura" mirabilmente ritratti nell’omonimo film di Todd Browning) veniamo confortati in questa ipotesi:

L’autentico freak suscita… sia un terrore sovrannaturale sia una naturale simpatia, perché, a differenza dei mostri mitologici, è uno di noi, un figlio umano di genitori umani, trasformato però da forze che noi non comprendiamo bene in qualcosa di mitico e di misterioso come non lo è mai un semplice storpio. Incrociando l’uno o l’altro per la strada, possiamo essere contemporaneamente tentati a distogliere gli occhi e a guardare; ma nel caso dello storpio non percepiamo alcuna minaccia a quei limiti disperatamente difesi dai quali dipende qualunque definizione di equilibrio mentale. Solo il vero freak contesta i confini tradizionali tra maschio e femmina, sessuato e asessuato, animale e umano, grande e piccolo, io e altro, e quindi tra realtà e illusione, esperienza e fantasia, dato di fatto e mito. (5)
Ecco spiegato il senso profondo del grande successo di questo fenomeno, solo in apparenza relegato a una mera operazione editoriale. La rivoluzione dello scenario supereroistico condotta da Claremont risulta vincente, e di estremo interesse narrativo, perché interviene sulle strutture profonde del mito, riproponendo nella finzione a fumetti forme archetipiche e sedimenti dell’immaginario collettivo.
Ma i mostri, e i mutanti, a questo punto, non attengono solamente alla sfera teratologica: affondano le proprie radici nella tradizione, nel rito, riguardano anche il sovrannaturale, la dimensione sacra e quindi la teologia:

I livelli più arcaici della nostra mente fanno pensare che queste creature non soltanto non siano dei brutti scherzi, né tanto meno dei prodotti di casuali alterazioni chimiche dei nostri geni, come ci hanno recentemente convinti a credere, ma dei segni premonitori – come suggerisce la più antica parola usata in inglese per definirli. Monster (mostro) è antico quanto la lingua stessa, ed è il nome con il quale si sono più spesso indicati i freak dai tempi di Chaucer a quelli di Shakespeare e oltre. L’etimologia della parola è oscura: ma derivi essa da moneo, ammonisco, o da monstro, esibisco, il significato non cambia: le anormalità umane non derivano da un capriccio della natura, ma dal disegno della Provvidenza. (6)

Non sembri eccessivo ricorrere a simili paralleli, poiché gli stessi testi forniscono indizi assai illuminanti a riprova di quanto detto, quasi esistesse un’implicita consapevolezza da parte degli autori di queste storie. In due episodi dei Nuovi Mutanti (7) attraverso le parole di Rahne Sinclair (Wolfsbane) Claremont rende manifesto il senso di colpa di questi giovani mutanti consapevoli di un’umanità perduta a causa di una diversità "mostruosa" vissuta come una dannazione:

Rahne – …non sono che una ragazzina insignificante. E con tutto quello che ho fatto per esserlo sono destinata a finire all’inferno.
Oh, Signore. Sono davvero dannata?!
Non è colpa mia se sono così, perché devo essere punita? Perché sono un essere spregevole che fa del male a chi non l’ha mai danneggiata?
Rahne – Zitto, Sam. Lei può sentirti!
Sam – Chi, Illyana? E che mi farà?
Rahne – Sam, è una strega!
Sam – E tu un licantropo!
Rahne – Credi che non sappia ciò che sono? Io e lei siamo uguali… strega e licantropo… creature demoniache!
Sam – Calma piccola, non dire a me queste cose! Il primo libro che ho imparato a leggere è stato La Bibbia… andavo a catechismo molto prima che tu nascessi… e scommetto che la mia fede è forte quanto la tua. Se mi dici che sei cattiva solo per ciò che sei, questa è una balla!
Rahne – Il mio pastore disapproverebbe!
Sam – Lui che ne sa?
Rahne – Sam, non essere blasfemo!
Sam- E’ un essere umano, Rahne, come te e me! Non possiamo capire le azioni o i disegni divini. E’ impossibile. …Dio ci giudica con il suo metro… fino ad allora cerca di dare il meglio di te. Mutante è un marchio come una volta lo era "negro", ma ciò che importa è come vivi la tua vita.

Mostri quindi, oltre che supereroi votati a una nobile causa. Ma come abbiamo visto in precedenza sostanzialmente dissimili, nella loro caratterizzazione, sia dal classico eroe in calzamaglia con superpoteri, nonché dal classico mostro di fiction. La capacità mimetica e le facoltà di trasformazione che contraddistinguono i mutanti li inseriscono virtualmente in quella galleria di mostruosità che hanno popolato le pellicole cinematografiche dell’ultimo decennio. Una nuova generazione di mostri caratterizzati da una totale instabilità morfologica, forme informi in continua metamorfosi, non riconoscibili e quindi innominabili ("La Cosa" di John Carpenter è l’emblema del non-definito per eccellenza). Una contemporanea teratosfera la cui tipologia fornisce, guarda caso, il paradigma perfetto dell’universo mutante:

I nuovi mostri, lungi dall’adattarsi a qualsiasi omologazione delle categorie di valore, le sospendono, le annullano, le neutralizzano. Si presentano come forme che non si bloccano in nessun punto preciso dello schema, non si stabilizzano. Sono pertanto forme che propriamente non hanno forma, ma ne sono piuttosto alla ricerca. Il che fa riflettere sulla necessità di un nuovo capitolo da aggiungere alla storia della teratologia. Un capitolo sulla "naturale" instabilità e informità del mostro contemporaneo. (8)

Come Zelig, il camaleontico personaggio alleniano, i mutanti cercano di possedere una personalità che li faccia integrare nell’ambiente in cui vivono, ma il Fattore X, ingombrante fardello mutageno, rende manifesta la loro dimensione sovrumana e la loro mostruosità latente, ricordando all’umanità la potenziale minaccia che essi rappresentano.
E in questo conflitto, tra stabilità e trasformazione, tra desiderio di omologazione sociale e sostanziale rifiuto e discriminazione, risiede la chiave per un’ermeneutica del fenomeno mutante.
L’invasione sta dilagando, i mutanti sono proprio tra noi.

Note

(1) In particolar modo faremo riferimento all’universo della Marvel poiché è qui che i personaggi mutanti hanno acquistato sempre maggiore importanza, divenendo in breve tempo un vero fenomeno editoriale. Questo sicuramente grazie a un autore come Chris Claremont che iniziò nel 1975 con la creazione dei nuovi X-Men per poi proseguire introducendo sempre nuove formazioni di supereroi in possesso del mutageno Fattore X.
(2) Basti ricordare che i comic book degli X-Men sono tuttora al vertice delle classifiche statunitensi.
(3) E’ interessante osservare come strutturalmente alla Scuola di Xavier si contrapponga, in opposizione dicotomica, un analogo istituto per mutanti "cattivi", il Club Infernale, guidato dalla telepate Regina Bianca che vanta un temibile gruppo mutante: gli Hellions.
(4) Gobling Night in Wolverine n. 8, Ed. Play Press, giugno 1990, pag. 41.
(5) Leslie Fiedler, Freaks, Milano, Garzanti, 1981.
(6) ibidem, pag. 16.
(7) Sun Stroke, in I Nuovi Mutanti n. 12, Ed. Play Press, maggio 1990; Scaredy Cat, in I Nuovi Mutanti n. 14, Ed. Play Press, maggio 1990, pagg. 20-21.
(8) Omar Calabrese, L’età neobarocca, Bari, Laterza, 1987, pagg. 99-100. E più in generale il cap. 5: "Instabilità e metamorfosi".

Educatori, santi e levrieri

Essere educatori è un lavoro difficile, faticoso. Certo non è l’unico ma rispetto ad altri presenta una particolarità che a prima vista può sembrare un vantaggio: chi conosce poco e nulla degli educatori ama rappresentarsi questa attività come un lavoro di pura dedizione e sacrificio, di sofferenza, silenzio e comprensione. “Bisogna proprio esserci portati” alzi la mano chi non se lo è mai sentito dire, assieme al corollario “Io non ce la farei”. Si è scambiati per missionari o idealisti, si ottiene all’istante una patente di “bontà e purezza” spendibile anche in altri settori.

Questo ha certo qualche lato utile, ma alla fine ci si ritrova racchiusi in uno stereotipo, santificati e quindi considerati "pronti al sacrificio".
Non sono solo gli educatori ad essere scambiati per santi. Jean Claude Schmitt ha ricostruito la storia di San Guinefort. La storia è quasi incredibile. Siamo nel dodicesimo secolo, all’interno di un "castrum" signorile. Un cane salva un bambino ancora in fasce che mentre dorme nella culla viene assalito da un serpente. All’arrivo del padrone, un nobile cavaliere, il cane viene scambiato per l’assalitore e ucciso all’istante a colpi di spada. Più tardi viene scoperto il corpo del serpente ed il padrone, colto da rimorso, seppellisce il cane con grandi onori.
Il luogo della sepoltura diviene in seguito luogo di guarigione per i bambini "scambiati", ammalati di malattie sconosciute, diversi dalla nascita. Questi venivano sottoposti ad alcune prove, quali l’immersione nell’acqua gelida del fiume o il "lancio" attraverso gli alberi. Si pensava infatti che quei bambini fossero stati "scambiati" da demoni maligni: se sopravvivevano venivano riconosciuti come i bambini reali, se morivano invece significava che i demoni se li erano ripresi. Alla leggenda, con il passare degli anni, si sostituì mano a mano il culto di San Guinefort, santo, martire, guaritore di bambini. Sette secoli dopo troviamo il cane rappresentato sotto sembianze umane e venerato come santo.
Il tema dei bambini scambiati, "changelins" è interessante. E’ facile riconoscere nei bambini scambiati dei bambini handicappati. E’ una figura che si presenta spesso anche nelle fiabe e che ci fa supporre che, durante il medioevo, il trattamento riservato ai bambini handicappati non fosse molto "tenero".
San Guinefort potremmo allora con un po’ di fantasia pensarlo come un educatore del medioevo: a lui ci si rivolgeva, un po’ come accade oggi, per la "diagnosi" del bambino e al tempo stesso per la "cura" che poteva solo avere esiti fausti o infausti, senza mediazioni.
Il mio parere è che le cose da allora siano cambiate di molto. Certamente ci si prende cura dei bambini handicappati in modo assai diverso, molto più civile e rispettoso. Ma allora come oggi c’è l’idea che solo santi-educatori possano e debbano pensare al problema. Uno dei modi per affrontarlo è "girare il mondo" alla ricerca di una magia miracolosa. Ai santi-educatori si chiede di far guarire…
Non è solo agli educatori che ci si rivolge, anzi di solito questo avviene solo dopo diversi tentativi. Si parte dai medici, ricercatori, psicologi, psichiatri, istituti, guaritori, persone che assicurano di avere trovato il metodo rivoluzionario che va bene per tutti. Gli educatori arrivano dopo e sono più spesso legati alle funzioni di custodia, di vita quotidiana, di apprendimento, magari scolastico. Vengono chiesti risultati valutabili, visibili, tangibili, per arrivare poi a dire di lui: "E’ così bravo… ha una gran pazienza… non so come faccia… si vede che c’è portato!".

Quando l’educatore si trasforma in assistente di base

Questo modello funziona bene con i bambini, quando la crescita e le aspettative di cambiamento che gli sono connesse vengono soddisfatte. Le competenze così sono riconoscibili, si riesce a capire quale è il lavoro che l’educatore svolge: aiuta il cambiamento. Ma poi, quando l’età adulta o la gravità nascondono i cambiamenti – che comunque ci sono – oppure con il sopraggiungere della vecchiaia l’educatore perde di significato. Si trasforma e nell’immaginario diventa "l’assistente" che pulisce a dà da mangiare. Il legame con la quotidianità resta, ma le mansioni riconosciute si riducono.
Da santi martiri che combattono per strappare un individuo a quell’oscura malattia a cui corrisponde il deficit si diventa addetti alla sussistenza fisica, annoiati esecutori di un lavoro che è pura manualità. Credo che anche dal tono delle mie parole si capisca che io non condivido – so di non essere il solo – questa lettura del problema che però non è propria solo dei "non addetti ai lavori". Mi sembra invece con profonde radici nella nostra cultura, quindi anche in quella degli stessi educatori.
La divisione delle competenze, ad esempio educatore-assistente di base; insegnante di classe-insegnante di sostegno-educatore ecc. è per molti un elemento indiscutibile, tanto da essere riconosciuto a livello legislativo. La persona diventa utente ed è sottoposto ad una serie di "trattamenti" da diverse persone: le competenze si separano. L’importante è il "trattamento", poca invece l’attenzione al progetto e alla sintonia tra i vari interventi. Quando poi l’utente è anziano o con un deficit grave l’attenzione è ancora più mirata sui "trattamenti", come ad esempio può accadere in alcune case di riposo, dove la persona vive perfettamente servita, pulita e riverita, avendo però attorno il deserto di relazioni umane. Si finisce cioè con lo spostare l’attenzione tutta sul fare, perdendo di vista la responsabilità verso l’individuo.

Responsabili per il contingente e per il progetto

Il lavoro in questo tipo di servizi è molto faticoso e difficile da sostenere per molto tempo. C’è il problema del ricambio frequente del personale, dei turni, del passaggio delle consegne, della fatica e "restare sensibili" in situazioni così difficili. La mia ipotesi è che la lettura del lavoro sociale "alla Guinefort" origini poi sia organizzazioni di questo tipo che i conseguenti problemi a viverle ed a lavorarci all’interno.
"Con ogni bambino che viene partorito, l’umanità ricomincia il suo cammino sotto il segno della mortalità; e in tal senso è in gioco qui anche la responsabilità per la sopravvivenza dell’umanità (…). All’insegna di quella responsabilità (di chi lo ha generato, nda) (…) sussisteva sì (supponiamo) il dovere di generare un bambino, ma non il è proprio a questo, nella sua unicità assolutamente contingente che si rivolge adesso la responsabilità" (Hans Jonas, 1994, p. 167).
Hans Jonas suggerisce il paradigma del lattante per comprendere la responsabilità: accudire, allevare un lattante comporta delle responsabilità che partono da un dover essere immediato, contingente. Il lattante ha bisogno di cure, da effettuare nel momento in cui sono richieste, che non possono attendere (la delibera, la malattia, le ferie, la finanziaria ecc.), altrimenti muore. La responsabilità del genitore è su due piani che tiene presente comunque: il piano del dover essere presente in quel momento e con quel bambino, suo figlio, condizione necessaria (ma non sufficiente) alla realizzazione del secondo piano, la crescita di un individuo adulto autonomo.
Per ottenere questo la presenza di "santi educatori" è poco utile, necessitano piuttosto tante, piccole e grandi, quotidiane e costanti assunzioni di responsabilità. Una presa in carico… col cuore che però non si deve limitare a fare le cose che sono migliori per il proprio "utente" rispetto al quotidiano. Questo è solo un piano dell’esempio, quello legato all’essere, al contingente. Oltre a quello c’è il piano del progetto. E’ un piano che riguarda entrambi, educatori e utenti. Facciamo un esempio: continuare a lavorare nelle condizioni precarie in cui tante volte ci troviamo costretti, subirle silenziosamente perché "tanto non cambia niente" mi sembra sia anche un segnale di poca responsabilità verso i propri "lattanti" costretti a vivere assistiti da "santi" ed insieme a loro relegati fuori dalla società vera, relegati al ruolo quasi di "icone", senza spessore e senza l’identità di persone.

Bibliografia

– Francoise Dolto, "Le parole dei bambini", Mondadori, Milano, 1988
– Hans Jonas, "Il principio di responsabilità", Einaudi, Torino, 1994
– Jean Claude Schmitt, "Il santo levriero", Einaudi, Torino, 1982

La cultura delle immagini

Sessualità, affettività e comunicazione, tre termini che riguardano intimità vissute e non ripetibili. Rispetto alla “scelta sessuale” occorrono coordinate antropologiche oltre che psicologiche; senza conoscere ciò che ci precede infatti non possiamo essere in grado di comprendere la nostra cultura e la nostra “scelta sessuale”.

La scrittura di un vissuto non è solo mettere in bella copia il proprio pensiero, ma rappresenta l’attività con cui ci si determina mentre ci si esprime, per quella capacità di soffermarsi a riflettere, istoriare un sentimento e fissarlo nel tempo, nella memoria. Le lettere di Eloisa e Abelardo e le innumerevoli sublimazioni della nostra cultura sessuale sono chiari esempi ora di libertà nella costrizione ora di costrizione nella apparente libertà.
Eloisa e Abelardo, entrambi religiosi chiusi in un convento di clausura, hanno avuto in passato un amore pieno e completo; una volta lontani, non potendo più vivere fisicamente il loro amore, ne parlano attraverso le lettere.
Avendo alle spalle questo vissuto rendono ancora più concrete, nell’amore, le loro espressioni. Si tratta di amore autentico e non di sublimazione perché c’è stato un antefatto, poi una scelta (forse più dura per Eloisa e meno per Abelardo però c’è stata), cosicché la lettera, sussurro d’amore, diventa la continuazione di quel dialogo e non già cosa sostitutiva. Sarebbe sublimazione se i "ti amo", "ti voglio bene" fossero frasi senza l’amplesso, senza quell’organizzazione affettiva (precedente) che ha portato due corpi a perdersi in una sintonia di piacere-esplosione di pulsioni.
Che la cultura sia sinteticamente una produzione di sublimazioni è anche vero, ma di varia natura: o come rinuncia al proprio essere o come mutamento di una qualità dell’essere, per cui può sussistere, in alcuni casi, una sessualità senza organo sessuale. La nostra è una cultura ancora manichea su questi temi, sia in campo religioso che in campo laico, per cui separa la sessualità dalla esperienza del sesso.
Essa identifica spesso l’atto sessuale col puro piacere fisico (aspetto "idraulico" lo definisce Cooper), escludendo il rapporto di comunicazione; oppure la sessualità diventa talmente sfumata da identificarsi con il puro affetto. La madre che teneramente stringe al seno il figlio è pulsione letta come mero affetto e non come sessualità. Queste forme di paravento non rappresentano una forma di pudore, bensì una "piega culturale" che trova le sue radici laddove alcuni comportamenti sono divenuti per certi aspetti teatro e per altri vita quotidiana.

Il sesso e la vista

Tra il VI e il V secolo a.C. c’è stata questa spaccatura filosofica, che è diventata spaccatura comportamentale, per cui nell’Olimpo gli dei potevano fare tutto ciò che volevano, mentre nella polis alcune cose erano lecite e altre no. E le pulsioni si sono tradotte in desiderio di mito.
Occorre riflettere anche su queste epoche che ci hanno segnati, per rivisitare quelle nostre capacità organizzative, perdute, ora non certo spoglie di incrostazioni culturali: ad esempio il tatto, l’udito, l’olfatto, o l’epidermide… dove sono andati a finire, ormai quasi assenti dalla nostra cultura sessuale? Il sesso, ora, si promuove in funzione soprattutto della vista, come se la nostra maggiore pulsione erotica fosse provocata tramite l’occhio.
Ci dirigiamo precipitosamente verso la cultura dell’occhio, dove l’estetica si sublima nell’immagine e non nella pulsione del piacere. Estetica, dalla radice greca, significa capacità di provare, quindi provare sensazioni di piacere totali. La cultura mediterranea dando prerogativa all’organo della vista esalta un modello consacrato di bella forma, la forma armonica o simmetrica, come bella copia di una parte della totalità dell’essere.
Da questa deformazione concettuale deriva paradossalmente la cosiddetta deformazione percettiva che diventa deformazione comportamentale. Questa deformazione in termini fotografici si chiama "occhio di pesce". Ciò significa che (come per il bambino quando si accorge del non io) l’adulto mette a fuoco col suo occhio, ingrandendolo, (sia fisico che mentale) un particolare aspetto della realtà, quello che più gli interessa.
In linguistica si chiama sineddoche percettiva, che un tempo ha fatto parte, naturalmente, del vissuto magico del bambino. Si tratta, una volta radicatasi, di una vera e propria stenografia del comportamento.

Una società che non capisce le differenze

La nostra società, quindi, così com’è non è crudele, è logica e coerente alla sua impostazione, non può capire l’handicap perché non comprende le differenze, perché la sua condizione amorfa le impedisce la capacità di lettura proprio come struttura costituzionale. Le gerarchie del sociale e l’uso del sociale hanno confermato altrettante gerarchie di valori con i concetti di estetica ed i relativi modelli, (basta pensare ai mass-media e alle soluzioni per gli handicappati e per le devianze) per cui non è realistico aspettarsi risposte adeguate da questo agglomerato statico che ingoia tutto senza modificarsi, appellandosi alla già pronta gamma dei diritti.
Il diritto all’uguaglianza è diventato ormai simbolo di ipocrisia, mentre il diritto alla diversità è un concetto più strategico che capovolge il primo: io sono uguale a te nel diritto di essere diverso.
L’infinita varietà delle scelte sessuali anche delle persone emarginate è riconducibile a quegli unici modelli vigenti, perché unico e totale è il modello di cultura dominante da cui raramente e isolatamente partono prove alternative.
Risalendo all’epoca classica della cultura greca è possibile rintracciare il bivio dell’estetica. In Occidente ha prevalso una canonica della forma dove il buono è l’accettabile e quindi il prescelto, mentre in Oriente ha prevalso il piacere come unica finalità dove appunto la bontà e la bellezza diventano legittime conseguenze.
Le forme di solitudine sessuale e di solitudine affettiva partono nella maggior parte dei casi da questi presupposti inconsci di scelte preintenzionali. Chi rompe con questo modello, rompe anche con un modo di vita e con certi modelli economici culturali e comportamentali.
Allora, più capisci e accetti la diversità del diverso e più assapori la bellezza delle sue diversità e la possibilità rinnovatrice nell’atto d’amore.
La non apertura all’altro è la chiusura anche nei confronti di se stessi. Molti corpi sono bloccati e rigidi perché hanno paura di sentirsi e si aprono come fiori al primo sole quando donano il loro affetto amoroso. Sono le diversità dell’altro che fanno da specchio alla conoscenza di sé, e più ricca è la diversità dell’altro e più possibilità di ricchezza offre il tuo corpo che si apre in questo dialogo.

Una malattia della modernità

Depressione, aggressioni verbali, minacce da parte degli utenti sono alcuni dei rischi a cui sono esposti quanti lavorano nelle “frontiere del sociale”: educatori, medici, infermieri, assistenti sociali e psicologi a contatto con tossicodipendenti, sofferenti mentali, malati di Aids e altre categorie del disagio sociale. Siamo di fronte ad eventi che possono minare seriamente e profondamente la qualità della vita degli operatori.
Ne parliamo con Mario Massarenti, psichiatra, operatore del Sert dell’Azienda Usl Città di Bologna.

Domanda. Un operatore sociale affronta una quotidianità a volte veramente difficile e non sempre il rapporto con l’utenza è facile. Ci sono realmente rischi legati a questo tipo di professione e quali sono?
Risposta. Sì. Esiste una minacciosità ed è legata, io credo, a due condizioni della realtà: di tipo strutturale e di specificità dell’ambiente in cui si opera. Strutturale se il servizio è esageratamente burocratico e quindi non capisce e non recepisce i bisogni dell’utente; di specificità dell’ambiente perché alcuni utenti continuano a sopravvivere in ambito delinquenziale.
Il tossicodipendente manifesta continui tentativi di resistenza alla cura e questo è un fenomeno psicologicamente normale, ma questa resistenza è anche dovuta all’abitudine a sopravvivere in gruppi asociali legati da interessi economici microdelinquenziali. Quindi se non viene rispettato a fondo un luogo, sufficientemente attrezzato e preparato, dove il dominio della sanità si possa esercitare (un luogo di riparo, poiché il ruolo dell’operatore e delle strutture sanitarie di accoglienza e cura è quello di offrire un porto ove ormeggiare e sospendere il tempo, ove la società concede alla persona di riposarsi un attimo e l’utente vi si affida completamente), finisce che questo luogo, viene assalito dal monopolio del piccolo mercato, del piccolo traffico.
Allora se non c’è o se non è possibile una sufficiente offerta di riparo e controllo da parte degli operatori sanitari si scatena la riconquista del mercato da parte della piccola delinquenza. Ciò porta ad aggressioni, minacce e violenze nei confronti degli operatori vissuti come deboli. Poiché si parla spesso di lavoro di frontiera, è possibile prendere ad esempio la sanità di guerra: se si ha l’impressione che l’ospedale riesca a riparare le persone, tendenzialmente si mantiene il rispetto della nobiltà del lavoro sanitario anche da parte dei belligeranti, da chi è con o contro la società. Ma se la struttura sanitaria ad un certo punto non viene rispettata nemmeno dalla stessa amministrazione, come spesso succede per i servizi ai tossicodipendenti, diventa davvero terreno di battaglie dalla conseguenze imprevedibili. Ho riscontrato spesso nella mia attività che il degrado dell’offerta (dei suoi strumenti, dei suoi luoghi e della qualità delle relazioni) aumenta la pericolosità di esposizione dell’operatore.

D. Come far fronte a questa pericolosità, quali le risorse da mettere in campo affinché tutte queste tensioni non vadano ad invadere il privato degli operatori?
R. Riparare dalle esposizioni l’operatore significa avere sicuramente un gruppo di operatori forte e capace e che investa molto sulla complementarietà delle diverse discipline, in uno spirito di collaborazione e di integrazione delle esperienze e conoscenze. Dovrebbe essere l’integrazione, non la lotta corporativa fra le diverse categorie, che a volte è veramente una peste terribile. La collaborazione e la pari dignità di tutti gli approcci sono assolutamente fondamentali e possono portare successivamente ad una corsa entusiasmante a costruire una cultura scientifica adeguata. Quando si rallenta o non si è capaci di questa corsa, si espone enormemente l’operatore, che si trova ad agire in prima persona, da solo, di fronte ad una serie enorme di contraddizioni vissute dall’utente.
Con l’Aids inoltre la situazione ha assunto proporzioni ancora più drammatiche ed è sorto un nuovo difficilissimo problema per l’operatore.
Si celebrano lutti, uno dopo l’altro, e non si sa più nemmeno come celebrare questo lutto; spesso si condivide con chi si sente giovane ormai morente anche il dolore per il morto recente. A questo punto ci vuole una capacità che non è più tecnica, ma diventa umana e ci vuole un servizio fortemente capace di maturare in valori umani.
Un servizio di questo tipo non brucia soltanto, ma dà consapevolezza, gratitudine e finanche gratificazioni, offre forza e livelli elevati di crescita culturale che altri servizi non hanno. Gli operatori che giungono in servizi come questi o in altri servizi per tossicodipendenti sono spesso più uniti fra loro, ma anche più affezionati agli utenti con forti legami di solidarietà, di empatia, di simpatia. Ma vi sono alti costi e alti rischi perché non si è molto aiutati nel compiere questo percorso.
Occorre uscire dall’opinionismo in questo campo ed entrare in un confronto che valorizzi veramente le acquisizioni e le conoscenze scientifiche e le stabilizzi. Bisognerebbe, ad esempio, ammettere che chi diviene davvero dipendente da droghe sviluppa uno stato grave e complesso di malattia, aggravato sempre dal decadimento sociale e dal disagio psicorelazionale, e che ha bisogno di una seria valutazione e di un trattamento medico completo. Ogni parte del problema ha dunque una sua dignità e richiede interazioni e progetti condotti con metodo.
Quindi a livello operativo significa organizzare servizi che rispettano la pari dignità delle aree (medica, sociale, relazionale) ed attenuare le disparità di trattamento economico e giuridico degli operatori. Non si può pensare per esempio che l’assistente sociale guadagni più o meno
niente e chi ha studiato allo stesso modo, magari le stesse materie guadagni il doppio o il triplo. Oppure che l’amministrazione consideri importanti i sanitari e meno importanti i non sanitari. Tutto ciò umilia la dignità degli operatori e priva dei giusti riconoscimenti giuridici e di titolarità le diverse competenze che sono indispensabili allo stesso modo.

D. Possiamo considerare il burnout una malattia della modernità?
R. Sì, perché sta mutando ciò che si chiede al terapeuta. Andiamo verso tempi strani, verso una società ove ancora ci si illude che con la tecnica si possa risolvere tutto e di conseguenza che non ci sarà più bisogno di pazienza, di tolleranza e di solidarietà. L’area della sanità invece è lavoro sul pezzo mal riuscito, sul pezzo che in quel momento è in stato di stress, è lavoro di riparazione, che dà valore all’insuccesso ed alla tolleranza.
A un certo punto cresce una contraddizione, si parla di terapie ma non si pensa più all’area sanitaria e ci si riempie di figure che non hanno nemmeno un training deontologico. Si sta radicando una deontologia della produzione e della guarigione, ma questa non è propria dell’area terapeutica. E’ da riaffermare, invece, una deontologia della pietà, del non accanimento terapeutico, della pazienza, ma anche della rinuncia al risultato assoluto e della valorizzazione del più malridotto. Per esempio il disabile, tanto più lo si cura, tanto più lo si integra, tanto meglio sta, ma non guarirà mai. Se guarisce bene, crediamo anche nel miracolo, ma non è quello della tecnica bensì è il miracolo della tolleranza, dell’amore per l’uomo anche malato, anche a disagio. Non è l’amore della perfezione ma è amore anche dell’imperfezione.

D. Ci sono responsabilità delle istituzioni sul burnout? E quali risorse mobilitare per far fronte ai problemi?
R. Credo che la sanità pubblica, in quanto tale, sia un valore che non è del comunismo, del capitalismo o altro, è un valore civile in quanto pubblico. La Croce Rossa, per esempio, ha un valore e una funzione così grandi per le società che in nessun caso deve essere smobilitata. La funzione sanitaria dello stregone è nata con le prime società. Il medico probabilmente c’è sempre stato e la sua funzione è stata sempre pubblica, corpo separato dal potere politico istituzionale.
Oggi invece è in atto il tentativo di smantellare la sanità, l’assistenza pubblica e di diffondere e realizzare un ritorno a una sanità privata ove per ogni malattia (e sicuramente solo per quelle che hanno maggior probabilità di guarigione e non le altre) sarà possibile aprire una polizza assicurativa. Tutto questo crea non pochi conflitti all’interno (tra chi esercita queste funzioni e quindi conseguenze) e tensioni anche gravi verso l’esterno, tra gli utenti. Anche per questo, forse, possiamo considerare il burnout come una malattia della modernità.

Il burnout raccontato dagli educatori

Un logoramento costante, un forte senso di delusione e di impotenza e alla fine il sentirsi bruciati. Una condizione questa, osservata con sempre maggior frequenza e diffusa tra i molti operatori sociali che svolgono attività con disabili gravi.

Il Centro Zanichelli, e così tante altre realtà simili, accoglie circa quindici disabili gravi, già abbastanza adulti, alcuni di età oltre i 50 anni. Un’utenza stabile, sempre le stesse persone per molti anni. All’educatore è chiesto un lavoro che coinvolge, che tocca l’emotività, gli aspetti più profondi della persona. Richiede una capacità di relazionare e di considerare l’altro che passa attraverso l’affettività, che coinvolge e spesso arricchisce.
Più difficile è agire sul contesto, mantenere un clima di armonia nel gruppo, creare un buon rapporto con i colleghi, con l’amministrazione agendo così sulla qualità e organizzazione del servizio.
Se il lavoro di gruppo degli educatori, il confronto, il lavoro con il supervisore non prendono in considerazione le dinamiche di lavoro, i conflitti e il malessere che le gravi patologie possono mettere in circolo, c’è il grosso rischio che questo malessere venga fatto proprio dagli educatori, amplificato fino a diventare un ostacolo che limita la comunicazione ed anche il riconoscimento delle reali condizioni e dei reali bisogni dell’handicappato grave.
Si è a contatto quotidianamente con la sofferenza, il dolore, la morte, il senso di impotenza, di inutilità. Tutto ciò amplifica la necessità di trovare un senso, un significato condivisibile con i colleghi sul proprio lavoro, su perché lo si fa e come. Se questo non avviene, e spesso può accadere, ci si trova in balia dello stress o della stessa sindrome del burnout: un senso di svuotamento e di apatia che incide sulla qualità del lavoro e sulla vita privata.
In questi periodi si azzera la lucidità sulla realtà e ne viene messa in risalto solo la parte problematica. Questa ottica riduttiva e anche mistificatrice non rende giustizia né al lavoro che si è svolto fino ad allora (spesso con zelo ed ardore), né all’importanza che si continui a farlo, né all’immagine o idea dell’handicappato grave e adulto che rischia di essere appiattita ad un’unica dimensione (dolore, negatività, sofferenza).

Lavorare non solo con la mente ma anche con il corpo

Il primo passo verso il disabile grave è quello di creare una modalità di relazione, dove quella verbale rimane fondamentale ma molto spesso viene integrata da quella gestuale, corporea, affettiva. Quindi a seconda della persona che si ha di fronte si devono leggere e tradurre segni diversi.
All’educatore viene richiesto di lavorare totalmente non solo con la sua intelligenza, ma anche con la sua intuizione, la sensibilità, non solo con la mente, ma anche con il corpo. L’esposizione è totale poiché la base fondamentale per questo tipo di relazione è l’affettività. Lavorare allora vuol dire cercare un costante equilibrio tra un profondo rapporto di empatia e di partecipazione con il disabile e un distacco, per poter valutare continuamente il proprio operato. Un lavoro che chiama in causa non solo la professionalità ma anche la persona nella sua globalità. Un lavoro che espone totalmente l’operatore, a volte anche alle aggressioni fisiche e che diventa facilmente fonte di frustrazioni poiché spesso con i disabili gravi quello che si evidenzia non è tanto quello che si riesce a fare bensì ciò che non si riesce.
Di fatto la nostra è una professione che ha un alto corrispondente teorico rispetto all’operatività. Le tante e diverse difficoltà dell’utente richiedono un solido bagaglio teorico per poterle affrontare. Ecco allora la necessità di strumenti di crescita e di opportunità concrete affinché il gruppo di educatori possa riflettere, elaborare pensiero rispetto al proprio lavoro, produrre documenti validi per trasmettere la conoscenza acquisita attraverso l’esperienza lavorativa, il confronto e la riflessione di gruppo. Questo impegno, questo sforzo intellettuale dovrebbe essere riconosciuto e questo potrebbe in qualche maniera colmare le altre lacune.
Le risposte che singolarmente gli educatori possono dare sono limitate. Spesso è indispensabile agire sulla struttura togliendo i centri per gravi da un ambito separato e chiuso ma inserendoli all’interno di percorsi educativi e formativi più ampi. Evitare che un educatore rimanga per interi decenni a contatto con gli stessi problemi, le stesse situazioni, gli stessi utenti.
Diventa importante tentare, come è stato fatto in questi anni al Centro Zanichelli, soluzioni istituzionali capaci di garantire mobilità e vitalità ad un’attività sociale (apertura al territorio; utenza allargata e patologie meno gravi; utilizzo delle risorse umane, culturali, strutturali e organizzative da parte del Servizio Handicap Adulto; formazione ad altre strutture) in modo da evitare la fuga dell’educatore e quindi una perdita di ricchezza motivazionale e di esperienza professionale indispensabile per questo tipo di strutture e in generale per la crescita della cultura sull’handicap.

(*) il Centro Zanichelli si trova a S. Lazzaro di Savena (Bo)

La nuova Babele

All’inizio degli anni ottanta Lucio Lombardo Radice difendeva l’uso della calcolatrice nelle scuole medie: milioni di ragazzi avrebbero accelerato operazioni matematiche evitando (e scavalcando) così lunghissimi procedimenti manuali che, altrimenti, avrebbero ritardato nel tempo l’apprendimento logico.

Le ragioni di questa difesa sono ancora robuste e convincenti se concepite come autodifesa, soprattutto se si pensa che l’attuale progresso tecnologico ha messo già in moto un nuovo modello di discriminante sociale (e conseguente emarginazione): tra coloro che non posseggono e coloro che invece posseggono strumenti di comunicazione rapida.
Anzi, di comunicazione rapidissima, tale da annullare il tempo: per procedere verso un traguardo di "tempo nullo", per cui nell’istante stesso in cui parte una notizia, è già arrivata a destinazione. Appunto quel "tempo" che la matematica ha convenzionalmente definito nella formula "Ti con zero" scrivendola così "T0".
Sicchè, accettando l’equazione, più si utilizzano strumenti con questa rapidità d’informazione e più si evita l’emarginazione; ma anche, di conseguenza (preoccupante a dir il vero), più si hanno in mano tali mezzi sempre più rapidi e sofisticati, e più si acquisisce potere: un immenso potere controllato nel silenzio. Nessuno strumento, fino ad ora, rendeva possibile la trasmissione di un messaggio, sull’intera superficie del globo, simultaneamente fruibile da milioni di persone. Una notizia, la più banale o la più catastrofica, ora ha la possibilità di essere diffusa in tutto il mondo in tempo reale. Immagine o voce o scrittura che sia, nel momento stesso in cui viene emessa, è allo stesso tempo vista, ascoltata o letta da chi la riceve, anche se si trova a decine di migliaia di chilometri dalla fonte.
Il sogno di Marshall MacLuhan si realizza appunto quando la Babele del mondo diventa Villaggio Globale, in cui ogni uomo, grazie a potenti apparati di telecomunicazione, annulla lo spazio ed il tempo, e si ritrova vicino a tutti gli altri in qualsiasi punto della superficie terrestre egli si trovi e in qualunque lingua egli parli.
Ma chi dà la garanzia che simili potenti apparati vengano utilizzati a buon fine? E quale sarebbe il vantaggio? E quando c’è un vantaggio, quale prezzo comporta?
Primo dubbio. Una immensa banca di informazioni di qualunque genere, cui poter accedere in ogni momento del giorno, dà certamente sicurezza a milioni di cittadini: dal pronto soccorso alla consultazione di un testo, dalla viabilità stradale agli acquisiti al supermarket, dagli indici delle borse mondiali al terremoto "in diretta" in Giappone, al messaggio del Papa… tutto questo universo enormemente ravvicinato "a portata d’occhio" fa sì che ci sentiamo, in un certo senso, vicini l’un l’altro.
La telematica infatti, come espressione rapida della mente, ci tiene per mano in un girotondo ideale, in una solidarietà "artificiale", che la coscienza collettiva trova "vantaggioso" identificare come progresso. Non solo: la coscienza collettiva saluta la telematica persino come premessa alla pace universale; non tanto in quanto arricchimento della comunicazione (il silenzio di chi riceve non pone in discussione il messaggio dell’emittente), ma in quanto conquista silenziosa di quel dominio economico che dovrebbe "imporre" le tregue nei conflitti manovrando i conflitti stessi.
Di qui, l’equivoco sulla naturalità dello scambio (apparentemente ad "armi pari"): tra chi impone l’informazione, dichiarata "oggettiva" e "disinteressata", e chi la riceve o chi la cerca acriticamente e senza intervenire nel dialogo. D’altra parte il fruitore di queste notizie pre-parate, entra talmente nella logica del messaggio-tecnologico-avanzato come messaggio-giusto che accetta per buono tutto. Sia l’indice Mib che le previsioni del tempo, sia la autodichiarazione di innocenza di De Lorenzo che un’edizione critica della Bibbia, che la catastrofe in diretta del Giappone… entrano nel nostro sguardo tecnologico in modo così "vero" da non riuscire più a distinguere messaggio interessato da informazione utile, da valutare con lo stesso peso specifico i danni causati da un terremoto, i danni causati dalle opposizioni al Polo della libertà (le quali gli avrebbero impedito di lavorare), i danni della mafia e i danni provocati dall’incoraggiamento al pool "mani pulite" (che avrebbe sconvolto i vecchi equilibri del potere, potere corrotto ma che, tutto sommato, reggeva meglio).
L’equivoco si perpetua nel dormiveglia del comune buonsenso perché ogni messaggio è ricevuto standosene sempre seduti sulla stessa sedia. Non cambiando né la postura né la prospettiva mentale, ogni messaggio diventa notizia con la leggerezza di uno stesso peso specifico.
Secondo dubbio. Esistono due modalità nell’acquisire un concetto e nel fare: l’una legata ai tempi del progresso (dominati dalla freccia inesorabile del chrònos) e l’altra caratterizzata dal "tempo dovuto" (la scansione ritmica del kairòs, che corrisponde al tempo che occorre per qualsiasi riappropriazione). La coppia chrònos e kairòs mostra incompatibilità di carattere, e tutte le volte che si vuole vederli in armonica convivenza è perché le tecnocrazie del progresso identificano qualità dell’apprendimento con risparmio di tempo e, quindi, con velocità di trasmissione di un messaggio. Si confonde, in tal modo, l’efficacia del fulmineo intervento dei Vigili del Fuoco con la comoda rapidità con cui un pulsante può darci una soluzione immediata, evitandoci passaggi e procedimenti. Tutto diventa emergenza a scapito della pazienza che porta a maturazione un messaggio inviato o un messaggio appreso. Anche una lettera via fax può perdere così le sue prerogative: confezionata e letta immediatamente, annulla quel "tempo dovuto" che impone al mittente la previsione degli effetti distribuiti in un prossimo futuro sul destinatario, e a questo la memoria di quel lasso di tempo che la lettura della lettera lo separa dalla passata scrittura.
Terzo dubbio. Forse una nuova Babele sta profilandosi: un nuovo Villaggio Globale in cui, tutti, possibilmente seduti, con dita abilissime ed occhi ingigantiti, apprendono ogni cosa da tutto il mondo, ma dove anche non esiste risposta che modifichi (o commuova) la fonte del messaggio, come quel muto "rapporto" in vitro che pretende di rimpiazzare un semplice gesto d’amore.

Il villaggio globale dei volontari

E’ opinione diffusa che la telematica stia vivendo una piccola rivoluzione. Da una prevalente “utenza degli esperti” si sta passando via via ad una prevalente “utenza degli inesperti”. In questo quadro avanza quella società civile impegnata nel campo del volontariato e dell’informazione sociale. Perché? Non è difficile intuirlo: la telematica offre un’inedita capacità di socializzazione dei messaggi e di coordinamento delle iniziative.

Il mondo del volontariato è una sorta di "arcipelago" fatto di tante isole autogestite. Ed è avvertita la mancanza di un sistema informativo comune. Infatti per molti mass media il mondo del volontariato "non fa notizia" e dunque non se ne dà informazione o se ne dà pochissima. La telematica appare quindi un "medium alternativo", un mezzo che può raggiungere un target civico "speciale", costituito da attivisti, insegnanti, tecnici, operatori dell’informazione. Le BBS (le cosiddette "bacheche elettroniche"), con i loro sistemi di "computer conference", costituiscono una risposta telematica già disponibile e tutto sommato economica.

Dal fax al modem

Il disagio di non riuscire a comunicare tramite giornali e tv, sta spingendo il mondo del volontariato ad un "fai da te" della comunicazione: dall’uso massiccio dell’editoria da tavolo per realizzare bollettini al "bombardamento" via fax per gli annunci urgenti. Ma il fax è una risposta adeguata? Molti lo dubitano. Il fax è un mezzo della comunicazione uno-a-uno: lo riceve solo una persona per volta ed il costo è sostenuto da chi invia.
Nella telematica il sistema della computer conference è invece un mezzo della comunicazione molti-a-molti ed i costi sono ripartiti fra chi invia e chi riceve. Un messaggio può essere letto da decine, centinaia, migliaia di persone. Per chi è abituato alla "democrazia assembleare" (ed è il caso di molte associazioni di volontariato) la differenza balza agli occhi subito e c’è anche chi vede nelle tecnologie telematiche le opportunità di un ’68 elettronico.
Un rapido confronto sui costi della comunicazione via fax e via modem rivela anche qui la differenza: un messaggio telematico può costare 200 lire e può essere letto da 200 persone (una lira a testa) mentre 200 fax possono costare mille lire l’uno e quindi 200 mila lire in tutto.
Inoltre stiamo assistendo ad un crollo dei prezzi dei modem: con meno di 300 mila lire si può portare a casa un modem a 14.400 bit al secondo con funzione di fax ultrarapido. Tre anni fa i costi erano dieci volte superiori. Se a ciò sommiamo il fatto che ormai quasi in ogni città c’è una BBS (Bulletin Board System) a cui potersi collegare in tariffa telefonica urbana, il quadro è completo. Per le associazioni di volontariato più attente e attrezzate tutto ciò appare una straordinaria opportunità. Per chi oggi controlla i media tutto ciò appare un’insidiosa minaccia. Punti di vista.

Le bacheche elettroniche delle associazioni

Non è azzardato prevedere che da qui a poco alle bacheche murali delle associazioni di volontariato si affiancheranno sempre più le bacheche elettroniche: le BBS. Quello che sta avvenendo è qualcosa di ben più profondo rispetto a ciò che è derivato dall’introduzione dell’editoria da tavolo e dei database all’interno delle associazioni. Sta cioè mutando il profilo comunicativo del volontariato, la rete di rapporti fra centro e periferia.
Si diffondono realtà di coordinamento in sperduti paesi della provincia mentre prima Roma o Milano costituivano il fulcro di tutto.
PeaceLink è ad esempio una rete telematica nata a Taranto e le BBS centrale sta lì. Con le reti telematiche, mutando la nozione di centro e di periferia, cambia la percezione stessa delle iniziative e della loro portata: se l’attivismo per alcuni gruppi si limitava al quartiere, ora diventano possibili rapporti globali con quartieri di altre città, confronti di esperienze, scambi di solidarietà e risorse, collegamenti nazionali e internazionali prima impensati o improponibili.

Telematica calda

Il villaggio globale vive in questo momento l’esplorazione di una nuova opzione etica: quella dell’impegno per gli altri come conferimento di nuovi significati alla propria vita. La telematica sperimenta il passaggio dalla categoria dei media "freddi" a quella dei media "caldi", vissuti con partecipazione e trasporto umano.
Diverse realtà ispirate a questa opzione etica hanno scelto di creare un circuito telematico comune; è spettato alla rete telematica PeaceLink dare voce a questo fermento in un recente convegno dal titolo "La telematica dei cittadini, le idee per un volontariato dell’informazione, le azioni per una società solidale".
E’ stato infatti il primo convegno del genere in Italia e ad aderire e animare il dibattito c’erano giornalisti di settimanali noti (Avvenimenti, Il Salvagente), mensili antimafia (I Siciliani, fondato da Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia), giornali allo stato nascente e telematizzati (Sottovoce, Barbecue), realtà note dell’informazione eco-pacifista (Azione Nonviolenta, Guerre & Pace, Il Giornale della Natura, Qualevita), gruppi "storici" di impegno religioso (Pax Christi, Movimento Internazionale della Riconciliazione, Centro Interconfessionale per la Pace), reti telematiche (Italia Online, MC-Link), parlamentari, movimenti per i diritti telematici (ALCEI, Associazione per la Libertà nella Comunicazione Elettronica Interattiva), centri di ricerca e documentazione (osservatori per la riconversione dell’industria militare), ed ancora obiettori di coscienza, disabili, volontari per il Terzo Mondo e altre realtà ancora del poliedrico universo del volontariato e dell’impegno civile.
Nell’appello che apriva il convegno si leggeva: "Quest’uso alternativo ed indipendente della telematica rappresenta una realtà nel panorama fortemente concentrato dei mezzi d’informazione. La "telematica dei cittadini", gestita "dal basso", dà sicuramente fastidio, come ogni cosa indipendente e libera. Questa telematica è e sarà nel mirino di chi vorrebbe fermarla, toglierle voce, con qualsiasi mezzo e con qualsiasi scusa".

Diritti telematici: conto alla rovescia?

A conferma di tali preoccupazioni al convegno si è diffusa l’indiscrezione (avvalorata da un’intervista apparsa sulla stampa specializzata) secondo cui alcuni "tecnici governativi" starebbero approntando un provvedimento ad hoc per le reti telematiche in cui si attribuirebbe ai SysOp (i system operator che gestiscono le banche dati telematiche) la responsabilità penale e civile dei messaggi degli utenti.
Se ciò dovesse concretizzarsi saremmo di fronte ad un deliberato sovraccarico di responsabilità dei SysOp (quanti chiuderanno la propria BBS?) e ad una manovra di controllo (se non di vero e proprio soffocamento) della telematica sociale a tutto vantaggio della sola telematica commerciale. Ma è realistico questo ipotetico "contenimento" della telematica libera?
Fa riflettere ciò che ha scritto il giornalista americano Howard Rheingold: "Le bacheche elettroniche crescono dal basso, si propagano spontaneamente e sono difficili da sradicare: tutte le interreti ad alta velocità finanziate dai governi del mondo potrebbero sparire domani e le comunità delle bacheche elettroniche continuerebbero a crescere rigogliosamente".
Se negli Usa la telematica sociale sembra ormai avere una forza non più contenibile, qui da noi l’"altra Italia" – quella che lotta contro la mafia, il razzismo e la violenza, quella dei cittadini elettronici, quella dei SysOp libertari – sarà disposta a lasciarsi sfuggire di mano il modem e i propri diritti telematici?

Al servizio del cittadino?

L’hanno chiamato Iperbole (Internet PER BOlogna e L’Emilia romagna) ed è uno sportello a cui possono rivolgersi tutti i cittadini, provvisti naturalmente di computer e modem. E’ il primo esperimento in Italia di quella che è stata subito ribattezzata come “democrazia telematica” e nei prossimi mesi, lo sportello è attivo da pochi giorni, sapremo quanto e come il servizio funziona. Per ora possiamo solo tracciare qualche ipotesi sulla reale fruizione dei servizi “via modem” e cercare di capire chi ne sarà l’utente. Ecco le opinioni in proposito di Angelo Agostini, direttore dell’Istituto di Formazione al Giornalismo dell’Emilia Romagna ed esperto di comunicazione.

Domanda. Le reti telematiche possono configurarsi anche come servizio al cittadino? Possono insomma avere una utilità sociale?
Risposta. Non ho dubbi sull’utilità sociale delle reti telematiche ma con una precisazione indispensabile: le reti telematiche saranno tanto più utili quanto più si diffonderà nella società una cultura tecnologica.
Il Censis ha elaborato dei dati sulla diffusione del computer nelle famiglie italiane molto interessanti: si parla infatti di un 12% il che indica un uguale potenziale di fruitori per le reti telematiche.
Questo è un indicatore molto importante ad esempio per quegli enti, come il Comune di Bologna, che realizzano le cosiddette reti civiche. Oggi però la porzione di popolazione che utilizza questi mezzi è piuttosto limitata e qualunque enfasi posta su iniziative di questo tipo è totalmente inutile se parallelamente non vengono anche attuati dei grossi programmi di acculturazione tecnologica delle società locali. Non parlo certo di corsi gratuiti organizzati dal comune ma sicuramente penso ad investimenti economici e a una volontà politica che coinvolga filtri importanti quali le scuole e le associazioni del privato sociale.
Detto questo sono comunque fermamente convinto che le reti telematiche possano ricoprire un ruolo di primaria importanza.

D. Quali sono i punti di forza della telematica?
R. A mio avviso esistono almeno tre elementi da sottolineare. Innanzitutto la possibilità di accedere ad informazioni quantitativamente e qualitativamente impensabili con i mezzi tradizionali.
Secondariamente il grosso valore che i gruppi di discussione rappresentano come forme comunicative; siamo certamente di fronte all’equivalente tecnologico delle chiacchiere che si fanno al bar ma ciò nulla toglie al peso di questi gruppi in termini di veicoli di socializzazione.
Ultimo elemento è l’estrema accessibilità, sia dal punto di vista economico che da quello tecnologico, di questi mezzi.

D. Non c’è una contraddizione in un servizio che da un lato annulla tempi e distanze (e quindi amplia il campo dei suoi utenti) e dall’altro "seleziona", come spesso accade alla tecnologia, i suoi fruitori?
R. Credo che per certe categorie sociali, quelle troppo distanti culturalmente, non ci sarà mai un accesso diretto alle reti telematiche. Questo è da un lato nella logica di tutte le rivoluzioni tecnologiche, dall’altro trova una parziale soluzione negli elementi di mediazione quali associazioni, gruppi di volontariato, associazioni professionali.
Ribadisco però il concetto già espresso, che per me è di cruciale importanza: oggi non si può pensare ad una diffusione capillare di questi mezzi senza creare le condizioni materiali perché questa diffusione diventi possibile.

D. Cosa si modificherà invece per chi fa informazione in campo sociale?
R. Per chi è in grado di comunicare cambierà pressoché tutto; con questo non intendo dire che scomparirà la carta stampata, scompariranno i periodici, ma ci saranno grosse trasformazioni ad esempio nella diffusione, che con questi mezzi sta già toccando potenzialità altrimenti impensabili. Altre fondamentali mutazioni avverranno rispetto ai canoni di scrittura e di progettazione perché è chiaro che quelli tradizionali non possono reggere.
Presto saranno ancora più chiari gli enormi vantaggi di un sistema di comunicazione che proprio per i costi limitati non deve per forza gravitare attorno alle grandi imprese editoriali; in questo soprattutto risiedono le potenzialità della telematica.

L’handicap in rete 1

Le reti telematiche vengono di sovente paragonate a delle spaziose autostrade (elettroniche) dove corrono a velocità impensate una moltitudine di informazioni riguardanti i campi più disparati: da un paio d’anni su queste veloci autostrade passano anche informazioni riguardanti la disabilità.

Rispetto alla quantità di informazioni che transitano sulle reti telematiche, lo spazio dedicato all’handicap è molto limitato ma esistono già alcune esperienze che vale la pena di conoscere.
Sulla rete Agorà, una delle prime nate in Italia e che si occupa principalmente di problemi politici e sociali, esiste la banca dati "La mano sul cappello" rivolta espressamente all’handicap. "E’ nata nel marzo del ’93 – afferma John Fischetti, moderatore della BBS (Bulletin Board System, ovvero banca dati) – ed è divisa in tre parti; la conferenza, una vera e propria tavola rotonda telematica dove chiunque può leggere e scrivere dei brevi testi, l’archivio che raccoglie testi più lunghi come leggi o articoli inseriti dal moderatore e gli annunci che vengono prelevati dalla rete Internet e che sono per lo più in lingua inglese". Il compito del moderatore, come in ogni altra area, è quello di vivacizzare il dibattito e far rispettare agli utenti delle regole minime di comportamento. Se la gestione dell’archivio e degli annunci sono compito dei moderatori (sono due in questo caso) che ricercano testi nuovi e arricchiscono la banca dati, la conferenza è fatta dagli utenti. Nella conferenza de "La mano sul cappello" sono circa trenta gli interventi al mese, un numero piuttosto basso che indica un primo limite di questa tecnologia emergente.

Ma gli utenti ancora sono pochi

"Manca ancora una grossa utenza – spiega Giorgio Banaudi – mentre vi sono molti "giocherelloni" che si collegano in rete". Banaudi responsabile di "I care" bollettino sul software didattico tocca un punto delicato, quello della scarsa conoscenza del mezzo telematico che viene visto ancora come qualcosa di esoterico.
Le banche dati sull’handicap avrebbero un senso ben maggiore se fossero accessibili dalla gran parte della popolazione, soprattutto da parte dei diretti interessati. Inoltre a volte lo svantaggio coincide anche con quello culturale e se da una parte questa tecnologia può essere di grande aiuto per certe forme di handicap sensoriali, per altre sono necessarie delle mediazioni. In altre parole se per una persona che non vede o non sente, la telematica rappresenta il superamento del deficit e una grande occasione per comunicare e ricevere comunicazioni, per le persone con deficit intellettivi le reti telematiche possono avere delle ricadute positive solo indirette.
La BBS curata da Banaudi viaggia sulla rete Fidonet, la rete amatoriale più diffusa in Italia e nel mondo, ed è la prosecuzione del Bollettino sulle Tecnologie Didattiche (BDT) nato nel 1990. ""I care" – dice Banaudi – intende proseguire idealmente sulla stessa "pista" nel fornire informazioni, materiali e supporto software con particolare attenzione agli ambiti della didattica, della disabilità e dell’impatto sociale che le nuove tecnologie hanno nel settore dell’informazione".
La banca dati è suddivisa in tre parti; le aree file (che raccolgono articoli, testi, software per l’handicap, biblioteca elettronica di testi…), la documentazione On-line (per consultare l’archivio delle Biblioteca del Software didattico) e le aree messaggi condivise con altre realtà telematiche italiane ed estere. In quest’ultima area Banaudi, che è anche l’autore del libro "La Bibbia del modem", modera la conferenza Humanitas che riceve qualche decina di messaggi al mese. "Non siamo mai riusciti a superare la soglia dei cento messaggi al mese – dice Banaudi – però molte persone leggono senza intervenire; è difficile inoltre dire quanti disabili partecipano alla conferenza, perché il mezzo non permette nessuna identificazione".
Il mezzo telematico permette infatti all’utente di dire di sè solo ciò che vuole far sapere; in questo modo un disabile non è tenuto a dichiararsi e può presentarsi come vuole. E’ una situazione nuova per un disabile che può essere vissuta in diversi modi ma di cui è utile tenerne conto.

Software didattici e per i disabili

Un’altra area handicap è presente sulla rete MC-Link, BBS della rivista Microcomputer. "La rubrica è nata un anno e mezzo fa – dice Cesare Patara, moderatore dell’area – ed era orientata verso il settore educativo; oggi invece ha allargato il suo campo d’interessi. All’area sono iscritte circa 100 persone anche se poi quelle attive sono circa una trentina; di solito la gente cerca notizie sulle normative, sulle pensioni di invalidità, sui software".
Su Peacelink, una rete specializzata sui temi della pace e i diritti umani, esiste "Area-BBS", un’altro spazio dedicato all’handicap e alla riabilitazione espressione dell’Associazione Regionale Amici degli Handicappati (AREA) che ha sede a Torino.
"Il nostro gruppo esiste da sei anni – afferma Marco Del Dottore, curatore della banca dati. Ha anche un centro di documentazione, ma l’idea di organizzare una biblioteca è stata superata dalle possibilità offerte dalla rete telematica". L’Area-BBS fornisce soprattutto software di pubblico dominio e, a livello locale, gestisce una computer conference sempre sui temi della disabilità.
Sulla rete Fidonet vi sono altre due banche dati, la Tel&ware-BBS che ha sede a Cento in provincia di Ferrara e la Infoline-BBS espressione della UIC (Unione Italiana Ciechi) di Bologna; tutte e due forniscono informazioni e materiale su software utili per i disabili.
Questo è quanto esiste oggi sulle reti telematiche italiane in materia di disabilità; chi conosce l’inglese e vuole collegarsi a Internet, una rete praticamente mondiale, può però esplorare tra le migliaia di computer conference e di banche dati che raccoglie per trovare qualcos’altro sull’argomento: ad esempio in California viene curato l’"Handicap Digest", un riassunto di ciò che si pubblica nel mondo in materia di handicap.