di Andrea Canevaro
Anni fa, ho trascorso un periodo di vacanza con un gruppo di amici handicappati in un piccolo paese della campagna romagnola. Fu l’occasione per alcuni di loro per scoprirsi capaci di stare al mondo. Romano – indimenticabile amico, morto anni dopo – andò tutti i giorni dal barbiere del paese per farsi fare la barba.
Andammo al mare, e qualche volta a vedere la gente delle località più affollate di vacanzieri. Una sera andammo al cinema a Milano Marittima: ci perdemmo nella folla, e i vigili ci aiutarono a ritrovarci per buona parte della notte. Ma tutto in un clima fiducioso e tranquillo, senza sentirci troppo osservati e non incontrando ostilità ma gentilezza normale, con persone più aperte, cordiali e altre più desiderose di non legare. L’unico giorno infelice fu quando ci recammo in una città di cui non dirò il nome. A fatica riuscimmo a trovare un posto dove sederci per mangiare una pizza, invitati però a non trattenerci molto. E ci arrivammo dopo aver invano tentato in altri locali. Venivamo invitati ad uscire con modi bruschi, magari aggiungendo la scusa che tutto era prenotato. Tornando al nostro paese in Romagna, ci dicemmo che avevamo incontrato della povera gente, in quella giornata. Ma che era stata una giornata utile per capire la realtà, che è fatta anche di gente immiserita – non mi riferisco al conto in banca- e resa rozza dal meccanismo del guadagno. Parlando con quegli amici, capii che per loro, come per tutti noi, è importante conoscere la realtà, anche nelle sue parti sgradevoli. Come è importante non essere sopraffatti dalla grossolanità, dalla violenza del quotidiano, dall’arroganza dei piccoli e grandi prepotenti. Bisogna difendersi. E quella volta la nostra difesa fu cercare di capire insieme il perché di una gita nell’ostilità.
Accettazione e negazione
L’intreccio di ostilità e accoglimento, di legazione e solidarietà è nella realtà. Un handicappato ha bisogno di vivere la realtà, e sarebbe imbrogliatose ci sformassimo di fargli credere che l’ostilità e a negazione non esistono. Però sarebbe più che imbrogliato se incontrasse solo ostilità e negazione. Credo che in ciascuno ci sono, più o meno mescolate e confuse, le due dimensioni; e la mia pretesa che ci siano davvero tutt’e due, e non prevalga un sentimento tutto moralistico di accettazione indiscriminata, o – peggiore ma non troppo – la repulsione assoluta.
Qualcuno può provare un disagio che cercherò di comprendere. Supponiamo che sia partito dalla sua città per un luogo di villeggiatura, con lo scopo principale di riposarsi, divertirsi, cambiare abitudini per qualche tempo. Nel luogo di villeggiatura incontra un handicappato, o un gruppo di handicappati. Il disagio è probabilmente dovuto al fatto che, senza averlo voluto e previsto, si sta esponendo a informazioni che rischiano di impegnarlo su temi e problemi molto importanti, fondamentali. Il primo motivo di disagio è per questa “esposizione a informazioni”. Il timore, strettamente collegato a questo disagio, è che le informazioni a cui ci si espone mettano in discussione in qualche modo le opinioni consolidate, forse le abitudini. Questa persona può dunque reagire al disagio cercando di convincersi che la presenza di quell’handicappato o di quel gruppo di handicappati non sia giusta né opportuna, che esso o essi non abbiano nulla da guadagnare in un luogo di vacanza che “esige” una certa normalità per essere goduto; eche “ci devono essere” altri luoghi, attrezzati e pensati apposta, per gli handicappati.
Tale ricerca di autoconvinzione può rinforzarsi per il fatto che il nostro ipotetico personaggio ritiene di avere dei diritti in quanto ha lavorato, ha messo da parte dei soldi, e paga il periodo di ferie in vacanza. È un cliente che paga. E già dicendo questo, si capisce che potrebbe trovare alleanze e complicità in tutti coloro che da questo cliente, e da tanti come lui, traggono di che vivere. Ho cercato di comprendere questo disagio, ma non posso dire di approvarne le conseguenze che ho ipotizzato. Quindi non vorrei negare il disagio dovuto all’esposizione di un’informazione, o a molte informazioni, che nessuno aveva previsto; ma vorrei anche tentare di sviluppare un diverso modo di procedere e di elaborare il senso di disagio. Credo che, schematicamente, posso pensare a due altre prospettive. La prima è di tipo esclusivamente organizzativo, e consiste nel cercare di organizzare la situazione in modo che la vacanza possa essere goduta tanto dal nostro personaggio che dagli imprevisti handicappati. È una prospettiva simmetrica: cerco di star bene io vedendo di dare una mano perché stia bene anche l’altro. E tutto questo senza implicarsi o coinvolgersi troppo, senza dover stringere un’amicizia che non era prevista eche risulterebbe forzata. Non mi pare una prospettiva da condannare, e forse evita; atteggiamenti rischiosamente demagogici.
La seconda prospettiva parte dal punto di vista che l’esposizione a nuove informazioni può essere interessante: si possono apprendere, con il minimo sforzo, notizie sulla ricerca, sulla condizione dei servizi, sul rapporto fra salute e deficit, sulla bioingegneria, sullo sport e l’handicap, sulla storia… È la prospettiva secondo la quale, anziché essere esposti passivamente alle informazioni inattese, si può positivamente accoglierle e capirne l’utilità. A prima vista, quest’ultima prospettiva sembra idealistica. Ho constatato che è reale, e che la sua concretezza si appoggia al diffuso senso di insoddisfazione che molti provano nei luoghi di vacanza per ilvuoto in cui si trovano a vivere. Non dirò che la presenza imprevista di un villeggiante handicappato diventa un motivo per trasformare la vacanza da insulsa a vacanza di qualità: ma può essere una scoperta di qualche importanza, tale da consentire di saperne di più su molte cose.
Quali sono i colpevoli?
Sicuramente vi sono atteggiamenti che devono essere chiamati con il loro nome, che è razzismo. Esiste purtroppo anche questa realtà, ma è la realtà da cambiare, da trasfomare al più presto. Andre Gide diceva che meno il bianco è intelligente e più il nero gli sembra bestia. C’è del vero. Ma è altrettanto vero che a volte i veri colpevoli sono defilati e lontani, e gli scontri si svolgono fra coloro che vivono realtà molto simili, tanto da far parlare di “guerre” tra poveri per contendersi una miseria, mentre altri possono sprecare indisturbati ricchezze che sono di tutti.
Un handicappato può essere vittima di razzismo. E può dunque essere uno dei protagonisti dell’impegno contro il razzismo e le sue cause. Ho conosciuto un esempio positivo di questo impegno, e mi sembra utile proporlo in queste note di riflessioni che riguardano le vacanze. A Montreal ho conosciuto Luciana Soave, madre di un giovane handicappato “spina bifida”. La signora Soave ha fondato l’associazione multi- etnica per l’integrazione degli handicappati del Québec (A.M.E.I.P.H.Q. – 91, rue St. Zotique est – Montreal, Québec, H2S1K7). Quando, poco più di dieci anni fa, Luciana Soave e la sua famiglia si trasferirono dall’Italia al Québec, avvertirono immediatamente come le difficoltà che ogni emigrato vive si moltiplicano per la presenza di unhandicappato: difficoltà a farsi comprendere ed a capire, difficoltà nel conoscere e nel servirsi delle opportunità che il nuovo paese offre, e tante altre difficoltà immaginabili. Montreal è una grande città popolata da tante comunità etniche: gli italiani, i greci, la comunità di lingua spagnola (di molti paesi del mondo, ma molti latinoamericani, e fra questi molti cileni), la comunità portogese (anche qui molti latino-americani), la comunità vietnamita e quella cinese … Il primo obiettivo dell’associazione – di cui Luciana Soave è direttrice – è l’informazione. E non solo informazione sul paese che accoglie, ma anche informazioni sui paesi di provenienza. Per molti emigrati vi è una totale ignoranza di quelle che sono le condizioni sociali ed istituzionali del paese d’origine, e vi può quindi essere la convinzione che un eventuale ritorno possa essere la perdita di qualsiasi aiuto e di qualsiasi diritto. Chi aveva progettato di godersi la pensione, una volta raggiunta l’età, ritornando al paese d,’origine, ritiene di essere stato sopraffatto dalla presènza dell’handicap, e di dover rinunciare al proprio progetto. Avere informazioni può voler dire decidere con maggiore libertà: forse considerare che un ragazzo cresciuto in un ambiente potrebbe perdere qualcosa a lasciarlo, sia pure per andare a vivere nel paese dei suoi nonni e dei suoi genitori. Ma una buona informazione permette una scelta ragionata. Vi è un altro importanteaspetto che l’associazione deve considerare. Nella stessa associazione vi sono gruppi che avrebbero buone ragioni per non incontrarsi o per scontrarsi. Pensiamo soltanto ai cileni, fuoriusciti perché comunisti o presunti tali, e dai vietnamiti, fuoriusciti per motivi opposti. Fra loro nell’associazione, deve svilupparsi una capacità di reciproco rispetto e di convivenza. Si potrebbe pensare che la valorizzazione della diversità è l’impegno fondamentale dell’associazione, e che l’identità di ciascuno non deve sentirsi minacciata da quella degli altri.
Sicuramente in luogo di vacanza si realizza rincontro di diversità (culturali, di abitudini, di gusti, di opinioni, di professioni, di provenienze, ecc.), fortemente attenuato dalla tendenza a selezionare i luoghi di vacanza secondo l’appartenenza ad un gruppo sociale. Ma le diversità esistono, e l’esempio dell’associazione può essere un interessante motivo di riflessione, un motivo positivonell’impegno contro i razzismi che riguardano anche gli handicappati ma non solo gli handicappati.
Non dire “normale” se pensi “handicappato”?
Mi ha sempre colpito la vicenda di un giovane trisomico, o mongoloide, così come è raccontata attraverso le conversazioni con suo padre (B. ÉCHAVIDRE, Débile toi-méme, Fleurus, Paris, 1979). Benoìt ha ventuno anni e, al momento in cui vengono svolte le interviste che compongono il volume, lavora da circa dieci mesi in un posto di ristorazione, in cucina. Fino a diciannove anni ha trascorso in un centro professionale isolato, in campagna, a quindici chilometri dalla sua città. Il padre ricorda quel periodo dicendo che Benoìt dava l’impressione di vivere due vite senza alcun rapporto fra loro e la cui giustapposizione lo disorientava: una vita normale, nei fine settimana infamiglia; e una vita da handicappato durante la settimana. Nel luglio 1976,la famiglia si è informata, facendo una piccola inchiesta, su situazioni di integrazione, cercando di capire cosa accade in un altro paese, la Danimarca. E questo ha convinto che almeno un terzo, se non i due terzi di coloro che sono concentrati in luoghi segregati e isolati rispetto al resto della società, potrebbero essere inseriti nella vita normale. Nelle interviste emergono i temi dell’amore, della solitudine, della morte, del divertimento ballando,dell’autonomia, dello scoutismo che ha vissuto positivamente, della poesia (a Benoìt piacciono molto le poesie di Prévert). Benoìt ha messo alla prova l’autonomia in una maniera particolare: un sabato sera non è rientrato a casa, ed ha dormito in un albergo. Ha ripetuto altre volte l’esperienza, quasi per verificare se il suo stato di persona adulta e capace di scegliere autonomamente gli venisse riconosciuto. Ha potuto constatare che andando in un hotel era considerato come ogni altro cliente, e questo lo ha certamente gratificato.
Vorrei riferire una breve conversazione fra Benoìt e suo padre, come conclusione di queste note. Credo che si capisca molto bene, senza annoiare con commenti, la ragione della citazione (che io traduco per comodità) in rapporto con il tema delle vacanze, e forse del tempo libero in generale.
Pierre (il padre): Preferisci le cameriere. Perché? non ti piacciono gli altri?
Benoìt: Mi piacciono gli altri, ma non tutti. Non posso amarli tutti. In gruppo, viaggiando, è lo stesso.
P.: In Corsica? (in vacanza)
B.: Si.
P.: Si. Ti dispiace che siano … come? Cosa si dice? Che cosa si pensa di loro?
B.: Ve ne sono altri che sono handicappati. E altri che non lo sono. Questo mi secca..
P. E tu, tu sei handicappato?
B. Oh no, io no. Ma non tanto. Ma un pò .
P. Si dice che sei handicappato?
B. Non lo sono tanto, ma insomma … dicono no, ma pensano così.
P. Pensano che sei handicappato?
B. Si. Questo mi secca. Mi dispiace.
P. Ti dispiace che gli altri pensino che tu sei handicappato?
B. Vedi… non dicono niente davanti, ma pensano così dietro.
Forse Benoìt preferisce la cortesia che le cameriere rivolgono a tutti i clienti ed anche a lui, all’amicizia forzata in cui percepisce che si dice una cosa davanti pensandone un’altra dietro.