Skip to main content

Autore: admin

2. Il progetto di “SOTTOSOPRA”

di Stefania Scarlatti

Un luogo ricreativo può spezzare i pregiudizi sulla tossicodipendenza? E poi, come bisogna intendere il “reinserimento”? Breve ma intensa storia del Centro di San Giovanni in Persiceto
Il fenomeno della tossicodipendenza penso sia uno di quelli che porta con sé il maggior numero di stereotipi: il tossicodipendente è trasandato, cammina ciondoloni, ruba gli stereo e i cellulari, chiede le 100 lire per strada, non lavora, deve andare in Comunità…
L’esperienza che presenteremo in questo articolo romperà, mi auguro, molti di questi stereotipi.
Il SERT di San Giovanni in Persiceto, A.USL Bo.Nord, grazie ai finanziamenti ai sensi dell’art. 127 del D.P.R. 309/90, ha avviato, a partire da marzo ’98, una struttura intermedia a bassa soglia per il reinserimento di soggetti tossicodipendenti, molto più semplicemente: Centro Serale SottoSopra.
Se tutti hanno più o meno idea di cosa siano le Comunità terapeutiche, in pochi forse avranno sentito parlare dei Centri Diurni. Ma che cos’è un Centro Serale?
Il nome SottoSopra è già un chiaro invito a rompere gli schemi, a guardare le cose da diversi punti di vista.
Nel territorio in cui opera il nostro SERT, “l’identikit” del tossicodipendente è ben lontano dagli stereotipi ricordati sopra. Qui il tossicodipendente lavora regolarmente (a volte fa anche carriera), è ben vestito, vive rigorosamente in famiglia, è più che integrato ma, soprattutto, è invisibile.
Quando si è invisibili uno dei problemi più grossi che ci si trova ad affrontare è la solitudine; soprattutto alla sera, quando, dopo una giornata di lavoro, cala il buio, da queste parti anche la nebbia, e il rischio è di trovare come unica compagna l’eroina.
Ecco perché un Centro Serale che apre le sue porte proprio in questa grigia ora della serata, offrendo con il suo arredamento colorato, caldo e accogliente un’oasi sicura in cui trascorrere il tempo libero. SottoSopra è infatti un luogo che anziché chiudere i tossicodipendenti al suo interno, apre le porte e costruisce un ponte con il fuori.
Uno dei concetti alla base di questo progetto è infatti quello di intermediarietà. Il termine “struttura intermedia”, per quanto riguarda SottoSopra, acquista diversi significati: piace pensare al centro serale come un’altra stanza del SERT; in questo senso, la struttura sarebbe intermedia fra SERT e utenti. Il Centro è stato infatti il ponte che ha permesso di agganciare e coinvolgere in attività coloro che, all’interno dell’ambulatorio SERT, erano diffidenti a un qualunque tipo di relazione altro da quello sanitario. Incontrarsi per fare qualcosa (il giornale, la cena, il corso internet…) è risultato sicuramente più allettante di un colloquio, ed è stato proprio attraverso il fare che è stato possibile instaurare una relazione educativa di sostegno, contenimento, guida, che risulta a pieno titolo parte integrante del progetto terapeutico SERT.
Possiamo dare un altro significato all’essere struttura intermedia. Prima di attivare concretamente il Centro, i supervisori hanno invitato a una riflessione: “Che identità diamo alla struttura? Vogliamo che sia un punto di mantenimento, di cura, con una tutela della riservatezza fino all’anonimato, o vogliamo che sia un punto di rottura, un centro di incontro visibile, con un’osmosi dentro/fuori che eviti la ghettizzazione?”. La scelta fatta dall’equipe del SERT è andata decisamente verso la seconda direzione, per cui oggi è possibile dire che il Centro serale Sotto Sopra è, prima di tutto, un punto di riferimento intermedio fra SERT e territorio.
Punto di riferimento, prima di tutto, per i tossicodipendenti del territorio, già in carico e non, che percepiscono il Centro come un posto dove possono andare sicuri di essere accolti. Intermedio, perché può diventare una porta di servizio per accedere al SERT, qualora fosse difficoltoso l’accesso diretto al Servizio.
Ma si è voluto essere ambiziosi: se davvero volevamo fare di SottoSopra un punto di rottura, era necessario rompere alcuni stereotipi, per questo si è pensato al Centro come punto di riferimento culturale per il territorio, e di conseguenza, i tossicodipendenti come individui portatori di cultura. Questo processo era già cominciato con la redazione del giornale “l’urlo”, che aveva restituito ai redattori la possibilità di farsi sentire, di esprimere opinioni, di dare informazioni. SottoSopra permette di dimostrare che i tossicodipendenti sono, prima di qualunque altra cosa, persone, spesso ricche di esperienze di vita, di cultura, di istruzione, di opinioni. Per questo il Centro propone degli eventi di informazione, scambio, cultura, aperti alla cittadinanza.
Infine vi è un altro aspetto di intermediarietà che si vive all’interno del Centro, e cioè l’incontro fra alta e bassa soglia di tossicodipendenza.
Prima di approfondire questo concetto è forse bene chiarire qual è la tipologia di utenza che frequenta SottoSopra, in particolare è bene specificare cosa si intende per bassa soglia in questo territorio, ben diverso dal contesto metropolitano.
1. Bassa soglia come riduzione del danno: cioè utenti che non hanno intenzione di sottoporsi a disintossicazione, per i quali il SERT mette in atto una strategia tendente a limitare il danno fisico e sociale, a ridurre il rischio di devianza, di overdose; un progetto quindi che prevede interventi primari di bassa soglia (metadone a mantenimento, informazioni, fornitura di presidi sanitari, ecc.). Rispetto a questa prima tipologia SottoSopra sta realizzando interventi quali la distribuzione di fiale di narcan, preservativi e, in prospettiva, siringhe sterili.
2. Bassa soglia come presa in carico unicamente ambulatoriale: cioè utenti che non accettano comunque alcun tipo di relazione che vada oltre gli aspetti farmacologici, che non hanno quindi maturato una consapevolezza della tossicodipendenza come problema non solo organico ma anche psicologico-relazionale, o, pur essendone consapevoli non intendono affrontarlo in questi termini. Sebbene nel SERT di San Giovanni in Persiceto sia stato dato ampio spazio alla riflessione sull’Accoglienza, a come rendere flessibili gli spazi dell’ambulatorio in modo da consentire comunque un approccio informale, non strutturato, resta il fatto che si lavora non in strada ma in una Istituzione. Questo spesso non facilita un contatto significativo con queste persone, che vivono gli uffici di educatore, assistente sociale e psicologo, come troppo strutturati, non attraenti, non significativi. Sembra importante quanto Don Luigi Ciotti, del Gruppo Abele di Torino, dice a proposito del lavoro delle unità di strada: “…andare incontro alle persone. Non possiamo solo – e troppe realtà l’hanno fatto per troppo tempo – restare ad aspettare nei nostri recinti, nei nostri servizi, nei nostri ambulatori.”
3. Bassa/Media soglia come permanere di un uso periodico di sostanze pesanti: cioè utenti che, pur avendo attivato programmi articolati che prevedono anche spazi di rielaborazione, non riescono a mantenersi “drug-free”. Sia nel caso precedente che in questo, l’essere struttura a bassa soglia permette agli utenti di accedere, anche se sotto l’effetto di sostanze purché non impediscano lo svolgimento della vita quotidiana, all’interno del Centro.
4. Bassa soglia come mancanza o povertà di una rete sociale significativa: poiché secondo l’equipe il livello di intossicazione o uso/abuso di sostanze non può essere l’unico indicatore che determina la bassa soglia, si è pensato di inserire anche questa fascia di utenti, che probabilmente in altri contesti sarebbero considerati ad alta soglia. Utenti quindi che potrebbero essere anche in una situazione drug-free, ma che mantengono legami di dipendenza con la famiglia, con il lavoro, tali da impedire comunque un percorso di autonomia e reinserimento. Come già detto, per alcuni degli utenti di SottoSopra la vita ruota unicamente attorno a casa, lavoro, sostanze. Nel momento in cui si tolgono le sostanze però nulla si sostituisce a queste, con il forte rischio di un isolamento e di un incistamento all’interno della famiglia non meno pericolosi della dipendenza “tossica”.
Il termine “bassa soglia” offre un’altra analisi, indipendente da utenza e sostanze, una riflessione riferita invece alla soglia/ingresso del Centro, quindi bassa soglia come ingresso/soglia facile da varcare. Vediamo allora quali sono le modalità di accesso alla struttura. Questa è una delle cose che con il tempo si sono molto modificate, superando l’accoglienza prevista inizialmente, strutturata diversamente a seconda delle diverse soglie di utenza: molto strutturata per l’alta soglia, fino ad un accesso libero per la bassa soglia,
L’obiettivo che il SERT e il Centro si prefiggono è che l’arrivo a SottoSopra sia il più tutelante e accogliente possibile per la persona che si intende inviare. Per questo non ha più significato prevedere colloqui più o meno strutturati al SERT, ma si privilegia l’eventuale accompagnamento al Centro da parte dell’operatore di riferimento, una conoscenza presso il SERT degli educatori di SottoSopra, in particolare grazie alla presenza degli operatori del Centro al SERT al sabato mattina. Se il Centro Serale è considerato un’altra stanza del SERT, il momento del sabato mattina costituisce il corridoio fra le due strutture. Questo tempo vede partecipi anche i ragazzi che già frequentano il Centro, che finiscono per avere un ruolo importante con una duplice valenza.
Da un lato rafforza la relazione fra questi e le operatrici del Centro. Può essere infatti il contesto in cui, stimolati dall’essere al SERT per la terapia farmacologica, diventa più semplice parlare e confrontarsi sul proprio percorso terapeutico. È questo un aspetto che difficilmente riesce ad essere affrontato durante le attività serali a SottoSopra.
Dall’altro facilita l’aggancio fra Centro e nuovi utenti, in quanto l’invito a fermarsi a chiacchierare con le operatrici, o il racconto su ciò che viene fatto a Sant’Agata, ha una valenza diversa se fatto anche dai pari e non solo dagli educatori.
Se invece un nuovo utente arriva al Centro prima che al SERT, dopo un iniziale periodo di accoglienza/osservazione, viene proposto un incontro al Servizio con la coordinatrice del Centro con l’obiettivo di illustrare oltre all’organizzazione del Centro anche la strutturazione del Servizio.
Dopo aver visto chi frequenta il Centro e come vi può arrivare, vediamo cosa si fa, come e perché a SottoSopra.
La compresenza delle diverse soglie aumenta la complessità del lavoro educativo al Centro; gli operatori sono chiamati a modulare il loro intervento passando spesso da un’ottica di mantenimento, richiesta dalla bassa soglia, ad un’ottica di cambiamento, richiesta dalla media/alta soglia.
In ogni caso il ruolo degli operatori non è terapeutico ma educativo; le caratteristiche del Centro richiedono di lavorare con e nell’informalità, avendo sempre come principale obiettivo quello di instaurare con l’utenza una relazione significativa e di fiducia. L’informalità, tipica di SottoSopra, non deve far pensare ad una situazione semplice né tantomeno casuale, significa anzi avere:
• capacità di ascolto e contenimento attivo,
• saper cogliere i segnali,
• essere diretti,
• “provocare”, nella relazione, un’apertura nei ragazzi in modo che possano raccontarsi,
• saper lavorare nel gruppo facendone emergere le risorse,
• saper stare nel mantenimento,
• mostrare prospettive,
• stimolare e profilare cambiamenti.
In ogni caso si tratta di lavorare per microobiettivi, dimostrando grande flessibilità rispetto a questi.
Lavorare contemporaneamente per il mantenimento e per il cambiamento richiede un delicato equilibrio che non faccia prevaricare un aspetto sull’altro. Lo strumento che l’equipe ha individuato a questo scopo è la contrattazione. Contrattazione significa cercare un terreno di incontro fra le tre diverse “etnie” che in questo momento abitano il Centro (operatori, bassa soglia, media/alta soglia), riguardo gli aspetti più importanti della vita del Centro quali le regole, le attività, il clima.
La ricerca di questo incontro avviene soprattutto quotidianamente, nell’informalità; è previsto anche uno spazio istituzionalizzato, di assemblea, in cui si sancisce il punto di arrivo di questo percorso.
Il possibile incontro delle tre “etnie” presuppone un lavoro educativo sulle diverse culture che ognuna porta. È così possibile ridare significato anche al termine reinserimento a SottoSopra. Solitamente inteso come parte conclusiva del progetto terapeutico, il reinserimento rischia di essere finalizzato solo al ritrovare un lavoro, un’abitazione autonoma, un equilibrio nella gestione della quotidianità sia in termini concreti che relazionali. Può dare l’idea di un inserire di nuovo un soggetto in una società che è sempre quella, che non è mai tenuta a mettersi in discussione. Il tossicodipendente si cura ,”si ripulisce” allora, e solo allora, può rientrare.
Reinserirsi attraverso SottoSopra, per un tossicodipendente, significa prima di tutto: reinserirsi nel gruppo dei pari, cioè frequentare le stesse persone della “piazza”, con un comune obiettivo di benessere, questa volta “sano” e non “tossico”. Questo significa riformulare i codici di comunicazione, che non possono più basarsi sull’omertà e su un piacere che, anche se agito con gli altri, resta però individuale, sulla completa assenza di regole, sulla trasgressione, con lo scopo di creare al Centro un clima accogliente e vivibile per tutti.
SottoSopra offre la possibilità di reinserirsi in un territorio non più come singolo tossicodipendente che in un qualche modo chiede riscatto, ma come gruppo che, insieme, impara ad utilizzare le risorse che il territorio offre (in termini di tempo libero, ma non solo), chiedendo anche alla società di porsi delle domande e a non restare più ad aspettare passivamente che i tossicodipendenti “rientrino”, questo presuppone tutto il lavoro di rete e di promozione culturale che il Centro offre all’intera comunità locale.
Ma quali sono più nello specifico gli obiettivi che questo progetto si pone, come si cerca di realizzarli?
L’esperienza di questi anni ci ha spinto a mettere sempre più al centro della progettualità la RELAZIONE, come obiettivo generale da perseguire. Relazione intesa come luogo di svago e stimolo, spazio dove poter rispettare i tempi della bassa soglia, momento dove poter contrattare e amalgamare i tempi tra le differenti soglie, modalità di rispetto delle libertà dei tempi e dell’agire di ognuno nell’utilizzo degli spazi e delle diverse situazioni.
Questo obiettivo generale diviene premessa necessaria ad altri obiettivi quali:
• Accoglimento e accettazione dell’utente e dei suoi bisogni così come si presentano
• Contenimento delle problematiche personali correlate allo stato di dipendenza dalle sostanze
• Acquisizione della consapevolezza della propria identità sociale adulta
• Reinserimento sociale
• Ampliamento delle risorse personali e relazionali
• Visibilità del Centro e apertura di questo al territorio come risorsa culturale e ricreativa.
Gli obiettivi più specifici e già in gran parte raggiunti in questi tre anni di lavoro, sono:
• aggancio di utenti a bassa soglia che non trovavano nel SERT opportunità di relazione altra dai contatti con l’ambulatorio;
• offrire uno spazio di benessere e di riscoperta di un piacere altro rispetto all’uso di sostanze;
• il costituirsi di un gruppo di utenti stabile all’interno del Centro;
• mantenere agganci con l’utenza più grave anche al di là della reale frequentazione del Centro, connotando la struttura come punto di riferimento relazionale significativo anche nei momenti di ricaduta;
• possibilità di utilizzo del Centro anche da parte di ex utenti SERT, in un’ottica di prevenzione delle ricadute;
• contatto con l’utenza sommersa che, passando prima dal Centro, accede poi al SERT per avviare un percorso di cura;
• apertura all’esterno del Centro (frequentazione di amici, volontari, iniziative aperte alla popolazione), in un’ottica di intervento di rete che eviti la sua ghettizzazione.

Questi obiettivi delineano in maniera sempre più chiara come a SottoSopra l’intervento è fortemente educativo, il benessere e la cura passano attraverso il fare. Nella riprogettazione delle attività, abbiamo pensato di tenere cosa ha funzionato nel passato e di individuare i punti critici ripensando gli obiettivi generali e specifici del centro.
Riguardando la storia del Centro si può vedere come le prime attività svolte siano state proprio l’apertura del Centro: comprare gli arredi, arredare gli spazi, discutendo e scegliendo insieme, operatori e ragazzi, l’utilizzo dei medesimi. La partecipazione a tale “attività” era dunque dettata dal bisogno del momento. Per lungo tempo le attività svolte all’interno del Centro cadevano in quella categoria scritta nel progetto come attività quotidiane/informali (cene, ascolto musica, lettura, visione tv/film): serviva, infatti, avere TEMPO e MODO per creare una relazione allora inesistente tra operatori-utenti-Centro come spazio legittimato, lasciando a DOPO la strutturazione delle attività che rispondessero agli obiettivi generali e specifici esplicitati nel progetto del Centro.
Oggi, invece, ci troviamo di fronte ad una doppia esigenza: da un lato è necessario mantenere la relazione già esistente ed in continua evoluzione; dall’altro sviluppare attività che permettano di compiere un salto qualitativo rispetto al gruppo, alla capacità di presentarsi all’esterno, di stimolare le loro risorse. Il primo aspetto viene garantito dalle attività informali:
• Cene, caffè, ascolto musica, lettura, visione TV e film, uscite di tempo libero.
• Attività di gestione della casa (ridefinizione degli spazi, abbonamenti riviste)
• Attività di vacanza, week-end in barca o in campeggio, fino ad arrivare ad una vera e propria vacanza di almeno una settimana.
Il secondo aspetto dalle attività strutturate:
• Attività corsuali (videoripresa, computer, internet, cucina)
• Attività corporee (sport, shiatsu, yoga, animazione)
• Attività gruppali (gruppo redazionale “L’URLO”, gruppi tematici, gruppo genitori)
• Attività informative (giornate seminariali su tematiche legate alla tossicodipendenza, anche aperte al pubblico)
• Attività di visibilità del Centro (progettazione e realizzazione di materiale informativo sul centro)
• Attività di apertura del Centro alla cittadinanza (cene, Cineforum, ecc.)
• Attività di laboratorio ( murales, musica).
• Assemblea, a cadenza bimestrale o a richiesta degli utenti, con l’obiettivo di dare voce ai ragazzi sulla vita del centro e sperimentare una dimensione istituzionale e democratica.

BIBLIOGRAFIA
A.A.V.V., La riduzione del danno, Ed. Gruppo Abele, Torino, 1994.
MONTECCHI L., GROSSI L. (a cura di), Intermedia Centri Diurni. Strutture intermedie per la psichiatria, le tossicodipendenze e l’handicap, Pitagora Editrice, Bologna,1997.

RIVISTE
A.A.V.V., L’intervento di rete. Concetti e linee di azione, in Quaderni di Animazione e Formazione, Collana a cura di Animazione Sociale università della strada, Ed. Gruppo Abele, TO, 1995.
CAMARLINGHI R. (a cura di) Intervista a GROSSO L., Le nuove frontiere della riduzione del danno, in Animazione Sociale, Ed. Gruppo Abele, Torino, 2000.
DEMETRIO D., Adulti che ascoltano, adulti che si ascoltano, in Animazione Sociale,
n. 8/9, 1996
ITACA, Unità di strada e riduzione del danno, Maggio-Agosto 1997, Anno 1, n.2
ITACA, La presa in carico del tossicodipendente, Settembre-Dicembre 1997,
Anno 1, n. 3

DOCUMENTAZIONE VARIA
CIOTTI Don Luigi, Conclusioni degli “Atti dell’incontro nazionale degli operatori delle unità di strada”, Bologna, 15-16 Marzo 1999, Regione Emilia Romagna.
SCARLATTI S., Tesi di Laurea “DROGA, LAVORO E FAMIGLIA: L’ANORMALITA’ DELLA NORMALITA'”, Università degli studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Servizio Sociale.

LEGISLAZIONE
D.P.R. 309/90, Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza.

10. Il lavoro educativo nelle Comunità Terapeutiche: considerazioni su una piccola ricerca

di Davide Rambaldi

HP in collaborazione con il CNCA ha distribuito agli operatori di alcune Comunità dell’Emilia Romagna un questionario sull’intervento educativo nelle tossicodipendenze.
L’interesse comune di questa ricerca non ha i termini della scientificità sociologica, ma vuole semplicemente essere un indicatore della consapevolezza e del carattere degli interventi educativi nell’ambito delle dipendenze patologiche specificamente nel contesto istituzionale delle comunità terapeutiche, un contesto diverso dai Ser.T. per molti aspetti, il primo dei quali risiede nella differenza tra residenzialità e non.

Trentasei questionari per conoscere gli educatori di comunità
Abbiamo letto 36 questionari provenienti dalle seguenti Comunità:
Il Sorriso di Imola (BO), La Rupe di Sasso Marconi (BO), Il Quadrifoglio (BO), Centro Sociale Papa Giovanni XXIII di Reggio Emilia, Coop Sociale Il Piolo di Reggio Emilia, Ass. Nefesh di S. Faustino di Rubiera (RE).
Le domande, aperte, erano:
1. Hai la qualifica professionale? Se sì, quale?
2. Qual è il tuo ruolo di lavoro?
3. Qual è la tua anzianità di servizio nel settore della tossicodipendenza?
4. Lavorare con le persone tossicodipendenti: Come si sei arrivato? Ti piace? Perchè?
5. Sapresti esprimere il senso del lavoro educativo nelle tossicodipendenze?
6. Sapresti esprimere la differenza o la continuità tra intervento terapeutico e intervento educativo?
7. Il lavoro educativo si qualifica come un fare/stare con la persona: in cosa si concretizza questo concetto nella tua esperienza?
8. Com’è il rapporto con altri ruoli professionali?
9. Come affronti il tema del fallimento terapeutico?
10. Sapresti indicare i principali bisogni formativi dell’intervento educativo con persone tossicodipendenti?

Un buon livello di qualificazione
Dalle risposte ricevute possono essere svolte molte riflessioni, di cui in questo articolo solo alcune troveranno rilevanza lasciando ad altri se lo vorranno ulteriori approfondimenti..
In primo luogo una considerazione sui dati. Su 36 intervistati la metà ha la qualifica di educatore professionale o laurea in Pedagogia/Scienze dell’Educazione, la restante metà ha una netta prevalenza di psicologi e solo una piccola parte (una decina) non hanno qualifiche professionali del settore. Ciò segna una globale formazione nell’ambito istituzionale – almeno di queste comunità – e se pensiamo che di quella decina senza titolo la maggioranza sono operatori con una esperienza più che decennale alle spalle ne esce un quadro di forte competenza professionale, almeno sulla carta. In questo in senso è ulteriormente interessante il dato sull'”anzianità di servizio” nel settore delle tossicodipendenze (nella stessa comunità o in altre): 4 anni e mezzo di media per operatore, con punte non rare di 13, 15 anni.

Il lavoro educativo: una scelta prima di tutto per noi stessi 
Entrando nel merito dei contenuti e affrontando la questione delle motivazioni, emerge con forza un dato che accomuna tutti coloro, in particolare gli educatori, che lavorano nel campo della relazione di aiuto: il piacere della relazione come potente spinta motivazionale alla scelta del lavoro, in questo caso con le persone tossicodipendenti. Se molti provengono dal volontariato o da esperienze di obiezione di coscienza, la motivazione principale è la bellezza o la sfida, del lavoro di relazione. Pochissime risposte hanno un carattere idealistico, quale: “lo faccio per aiutare gli altri”; la consapevolezza che il lavoro educativo o di aiuto è certamente una scelta civile ma in primo luogo una scelta per sé, una risposta a bisogni o desideri più o meno inconsci, accomuna quasi tutte le risposte. Non potrebbe essere altrimenti: la motivazione ideale, ricca di istanze morali e cognitive, ha la necessità di reggere il confronto con le istanze affettive ed emotive del corpo che desidera o non desidera stare in rapporto con l’altro, col piacere relazionale che alimenta il rinnovarsi del desiderio e compensa la fatica e l’ansia del contenimento della sofferenza altrui.
Per quanto riguarda i contenuti specifici del lavoro educativo, anche qui vi sono sostanziali concordanze nell’identificare l’intervento educativo come un accompagnamento e un sostegno per un pezzo di vita di una persona in difficoltà, per cercare di mobilizzare le sue risorse e consentirgli di vivere meglio. I classici poli della riflessione pedagogica tra crescita dell’individuo e dimensione culturale (norme valori stili di vita) è potentemente presente nelle risposte, sancendo a volte non una dialettica ma una antinomia. Da chi parla di accompagnamento fondato per far trovare all’individuo la sua strada, compresa quella della riduzione del danno, a chi parla della ristrutturazione della personalità (evidentemente modellata su valori, norme, modi di chi ha potere e sa qual è la giusta via) la forbice è grande. La maggioranza cerca però una dialettica tra i due poli, in maniera variegata e a volte confusa, in cui sostanzialmente l’idea è che l’individuo tossicodipendente, per guarire dalla sua patologia, debba da una parte acquisire o riacquisire fiducia in sé stesso e valorizzare le sua risorse, dall’altra sviluppare relazioni adattandosi o aderendo a vincoli sociali e culturali che gli possano consentire di muoversi nel mondo affrontando il disagio e la fatica che comunque la vita sempre pone.

L’occasione data dalla quotidianità 
La misura e lo strumento principale dell’intervento educativo è la quotidianità, riconosciuta da tutti gli operatori delle comunità: quotidianità come allenamento a relazioni costruttive, come prova di sé, come occasione di elaborazione, come lento adattamento ai ritmi e agli stili della normalità sociale, come luogo di incontro, scontro e superamento dei conflitti, come luogo del fare per cambiare. Essa rappresenta il “setting” specifico dell’intervento educativo, strumento privilegiato per perseguire il cambiamento, spazio e tempo della strutturazione di norme, ruoli, modi di comunicazione ed elaborazione funzionali alla crescita del soggetto tossicodipendente e all’abbandono di pratiche di vita e risposte personali al disagio che lo hanno messo in forte difficoltà. Per contro, nessuna risposta ha messo in evidenza altri aspetti metodologici, quali ad esempio il progetto come strumento di intenzionalità e valutazione del lavoro. Probabilmente le due domande sul senso dell’intervento e sul fare hanno indirizzato le risposte sugli obiettivi e sulla praticità e non globalmente sugli strumenti. Peccato, perché sarebbe stato interessante sapere quanto le comunità terapeutiche lavorano per progetti, quali strumenti di osservazione, analisi del bisogno e valutazione per definire la qualità dei loro interventi.
Potente è l’accento sulla necessità di competenze relazionali come fondamento dell’intervento educativo: l’ascolto, la lettura dei bisogni, fondare la fiducia, l’appartenenza, la partecipazione come modalità centrali della relazione educativa.

L’educatore di fronte ai saperi forti
La domanda relativa alla differenza tra intervento psicoterapeutico ed intervento educativo ha trovato impreparati gli intervistati: nessuno si è arrischiato – se non alcuni in maniera un po’ confusa – ad analizzare teoricamente la differenza; molti non hanno risposto, oppure in modo molto generico hanno sottolineato una continuità che non chiarisce nulla in quanto non si capisce rispetto a quali ambiti e quali contenuti differenti tale continuità si sostanzi. In realtà la confusione è grande sotto il cielo del lavoro sociale e vi sono ambiguità profonde sui significati dell’intervento di aiuto e che riguardano in primo luogo le rappresentazioni istituzionali e culturali di ciò che è educativo o terapeutico. Non è una novità la debolezza culturale, epistemologica e sociale, dell’educazione, una debolezza che è spesso patrimonio comune anche di chi per mestiere fa l’educatore, che confonde rispetto ai propri presupposti teorici e rispetto al confronto con altri saperi più forti. E’ forse più facile per tutti discriminare tra gli strumenti piuttosto che tra i contenuti, nel senso che i “setting” di intervento sono facilmente distinguibili e rigidamente differenziati, per cui se è vero che entrambi gli interventi lavorano sul cambiamento, psichico e relazionale, della persona – cambiamento inteso come miglioramento delle sue condizioni esistenziali – e quindi sulle difficoltà del soggetto nel suo rapporto con sé stesso e la realtà, lo psicoterapeuta lo fa attraverso una significativa relazione con il paziente centrata sulla costante elaborazione delle rappresentazioni e dei significati interni che questi produce nella relazione e utilizzando il linguaggio verbale come strumento privilegiato di intervento; l’educatore gioca il processo di cambiamento su altri piani, in primo luogo cercando di rispondere a bisogni fondamentali della persona (identità, autostima, autonomia, appartenenza, socialità, rassicurazione) costruendo contesti normativi e relazionali non esclusivamente centrati sul linguaggio ma spesso sul “fare” che intervengono nell’organizzazione interna del soggetto a prescindere dalla consapevolezza o dall’elaborazione dei significati e dalle rappresentazioni che egli si dà, offrendogli modelli, stili, opportunità di vita che di fatto modificano i significati e le rappresentazioni che egli ha di sé. L’ambiguità tra i due interventi risiede nel concetto di cura, che appartiene ad entrambi gli ambiti, ma se è chiaro che l’intervento terapeutico cerca di guarire o comunque ristabilire un compromesso rapporto del soggetto con la realtà, tale che gli ha dato un forte disagio, l’intervento educativo certamente non guarisce ma, quando è interpellato nel campo dei servizi di aiuto, ugualmente cerca di ristabilire anch’esso, con altri strumenti , un equilibrio accettabile della persona in difficoltà. Certamente l’intervento educativo è un lavoro sporco, per i setting meno strutturati, per i rischi di coinvolgimento emotivo (lavorare ore e ore insieme agli utenti – quello che a volte viene definito “maternage”), per le inconscie implicazioni ideologiche e culturali degli operatori , dei gruppi , delle istituzioni nelle quali gli educatori sono invischiati e che rischiano di non essere affatto controllate e gestite nelle relazioni asimmetriche – di potere – con gli utenti. Ma qualcuno lo dovrà pur fare.
La domanda circa i rapporti con gli altri ruoli ha trovato una pressoché unanime risposta positiva e forse, vista la sostanziale omogeneità dell’équipe in senso psicosociale (educatori e psicologi) poteva essere un dato scontato. E’ più facile infatti riscontrare conflitti, nell’ambito delle dipendenze patologiche, tra il settore sanitario e quello psicosociale che non all’interno delle singole appartenenze epistemologiche. La positività dello stato delle relazioni tra i ruoli nelle comunità terapeutiche non oscura però la complessità del lavoro di équipe, individuato come uno dei bisogni formativi primari per gli operatori.

Il problema del fallimento
Il tema del fallimento ha visto in assoluto la più completa eterogeneità di risposte: da chi se lo vive come un esclusivo problema personale (dell’operatore) a chi lo riversa completamente sull’utente a chi lo giudica come una questione istituzionale e d’équipe. Qui sembra emergere, proprio per la varietà di risposte, una insufficiente elaborazione istituzionale del problema del fallimento, nel senso che nel contesto delle tossicodipendenze i servizi hanno un compito imprescindibile di non lasciar soli gli utenti e gli operatori di fronte al fallimento degli interventi terapeutici. La valutazione di una ricaduta, di un abbandono di un programma, è sempre una questione istituzionale e tutti gli operatori devono averne consapevolezza. Riguarda infatti la validità o meno degli approcci relazionali, degli impianti normativi, delle risposte terapeutiche che un servizio mette in atto per aiutare una persona in difficoltà e dunque non può mai essere un esclusivo problema dell’utente, che sappiamo per definizione resistente alla cura, né tantomeno dell’operatore, che pure può sbagliare, od essere insufficientemente preparato ad una relazione che può essere faticosa e frustrante.
Come accennato, tra i bisogni formativi quello che di gran lunga viene identificato come una necessità forte è l’approfondimento dei processi e delle dinamiche di gruppo e dei relativi corollari della gestione dei conflitti, della conduzione dei gruppi e della leadership. E’ comunque molto variegata la richiesta dei bisogni formativi e spazia da aspetti di approfondimento della relazione educativa e terapeutica a questioni legate specificamente alla dipendenza patologica, quali il tema della doppia diagnosi, le nuove droghe, l’alcol e il gioco d’azzardo.

Non esiste una risposta valida per tutti gli utenti 
Per fare qualche considerazione conclusiva, da operatore che lavora in un Ser.T. e quindi con le comunità terapeutiche lavora quotidianamente e non può certamente avere uno sguardo oggettivo su quanto ha letto, la sensazione è che queste comunità abbiano degli operatori globalmente preparati, a un discreto livello di consapevolezza della complessità e dell’impegno che necessita per affrontare un materia articolata e difficile come la dipendenza patologica e infine sufficientemente attrezzati per affrontare la diversità dei bisogni individuali che gli utenti pongono e i cambiamenti che sta attraversando il consumo di sostanze nella società. Il valore dell’intervento educativo nelle tossicodipendenze credo risieda proprio nella capacità di adattare e costruire risposte diversificate a seconda dei bisogni del soggetto: non tutti sono malati, non tutti guariscono, non tutti possono accogliere valori norme stili della normalità sociale. Chi crede di avere una risposta valida per tutti coloro che nella loro esistenza hanno incontrato i maniera distruttiva le sostanze credo si sbagli di grosso e finisca per alimentare una società manichea in cui vi è posto solo per i normali e per chi vuole o riesce a guarire; per gli altri rimane solo esclusione e morte.

9. Il servizio mobile di strada del comune di Bologna

di Monica Brandoli

Teoria e prassi del lavoro di strada, in un’esperienza bolognese non limitata alla tossicodipendenza (D.R)

Una premessa teorico-metodologica
Dagli anni ’80, per tentare di arginare la diffusione del virus HIV, si è tentata una nuova strategia per affrontare il fenomeno della tossicodipendenza : la “riduzione del danno”. Tale strategia si è poi sviluppata anche in seguito alla considerazione del fatto che, nonostante gli innumerevoli sforzi fatti per contrastare l’abuso di sostanze, tale tendenza non presenta una regressione significativa. In questo senso non si perde di vista il cambiamento del tossicodipendente, ma si affronta la realtà per quella che è, dal momento che esistono situazioni nelle quali non è possibile offrire un intervento ponendo sull’altro piatto della bilancia la condizione della totale astinenza dalle sostanze.
Ecco allora che la persona viene accolta per quello che porta in sé in quel momento preciso, anche la condizione più degradata, nella convinzione di doverci essere (in quanto servizio) non foss’altro che per riconoscergli la sua dignità, il diritto ad esprimere il suo bisogno, sapendo che in ogni istante questo potrà cambiare, evolvere ed aprirsi ad un progetto di vita.
È evidente quanta importanza abbia in questo contesto la relazione operatore-tossicodipendente; in particolare, nel servizio “di strada”, non è il tossicodipendente che va al servizio ma sono gli operatori stessi che si muovono verso di lui, nel tentativo di “agganciarlo” là dove questi è.
“Aggancio” è un termine che non mi piace perché me ne evoca un altro che ha assonanza con il “raggiro”; preferisco contatto, perché di fatto sulla strada si entra in contatto, senza appuntamenti, senza il “primo colloquio”, senza “alleanza terapeutica”, senza motivazioni. L’unica motivazione per cui l’operatore ed il tossicodipendente entrano in relazione è che l’operatore ha qualche cosa da offrire.
Credo che il tipo di offerta non possa essere se non qualcosa di utile alla vita che in quel momento, proprio lì, sulla strada, la persona ha deciso di fare; il fatto che ad “offrire” quel qualcosa sia un’altra persona, un operatore, è il dato che rende l’approccio carico di significato seppur nell’informalità-normalità del gesto.
L’operatore di strada ha il difficile compito di porsi come una figura di riferimento, di rappresentare un modello di relazione alternativo rispetto a quelli usuali del tossicodipendente, nel rispetto delle regole, delle norme, dovendo però agire in un contesto dove è alto il rischio di essere fraintesi, di colludere con le regole della strada.
Inoltre, se da un lato si è sottoposti ad una potente carica di frustrazione poiché non si segue il percorso terapeutico delle persone, dall’altro il fatto di poter rispondere ai problemi degli “utenti” con soluzioni immediate, semplici, percorribili, espone al rischio di sentirsi indispensabili.
In realtà, se è vero che questo tipo d’intervento riduce i rischi e migliora la vita delle persone, è anche vero che è finalizzato a far sì che le persone tossicodipendenti percepiscano i propri bisogni, formulino domande, possano cambiare. É in sostanza un intervento educativo.
Esiste anche un altro obiettivo: il consenso sociale, il far sì che anche la comunità locale capisca il valore di questo intervento, ne comprenda la ricaduta positiva su di sé e cooperi con esso.
L’azione del servizio ha come obiettivi privilegiati:
– l’aiuto alla persona, inteso come stimolo al miglioramento della qualità della vita, riconoscendo la persona non come “oggetto” dell’intervento, ma come “soggetto” attivo del cambiamento, riconoscendole altresì la complessità del disagio e l’irriducibilità ad una sola componente;
– il potenziamento delle capacità positive individuali;
– la prevenzione dei rischi che minano la salvaguardia e la tutela della salute nonché la dignità della persona;
– il miglioramento della qualità della vita della comunità nel suo complesso, sia per quanto riguarda il diritto alla salute e la tutela dell’ambiente, sia per quanto riguarda la sicurezza di ogni cittadino;
– il consolidamento del lavoro di rete, per un’azione efficace ed integrata della rete dei servizi che si curano delle problematiche degli adulti in difficoltà.

Il target del Servizio
• Cittadini residenti a Bologna in particolari condizioni di difficoltà socio-economica e psicologica;
• Cittadini italiani non residenti a Bologna senza fissa dimora;
• Ospiti dei centri di accoglienza notturna del Comune di Bologna;
• Persone tossicodipendenti presenti in strada, tra le quali rientrano anche i punkabestia;
• Cittadini immigrati regolarmente presenti sul territorio, in grave stato di emarginazione sociale;
• Persone non comunitarie irregolarmente presenti sul territorio, in stato di grave disagio sociale;
• Persone in carico ai servizi (Ser.T. / S.S.A.) che per diverse ragioni hanno interrotto i percorsi riabilitativi.

L’articolazione degli interventi
Il “Servizio mobile di strada” prevede tre aree di attività distinte ed integrate:
a) unità di strada, b) sportello Sociale e delle Opportunità (Centro Diurno) di via del Porto, c) coordinamento Servizi Sociali di Viale Vicini.

Le unità di strada
Sono previste 7 uscite di unità di strada con la presenza di due operatori (sulla base di una turnazione programmata).
Gli operatori sono impegnati nel fornire alle persone di strada, un primo sostegno, a partire dalla distribuzione di generi di conforto (caffè, biscotti, succhi di frutta, acqua minerale), laddove l’impegno principale resta quello di prendere contatto con le suddette persone (anche a partire dalle quattro chiacchiere intorno a un caffè), utilizzando diverse tecniche di colloquio e di “aggancio”, al fine di costruire una relazione significativa.
Alle persone contattate viene offerta un’occasione di immediata consulenza socio-sanitaria, informazioni utili sui rischi della condizione di “vita di strada”, come pure sui rischi legati all’uso e all’abuso di sostanze psicotrope.
Per quest’ultima tipologia di utenza (che comprende alcooldipendenti e tossicodipendenti) sono previste la distribuzione di materiale informativo specifico (sulle sostanze, sulle pratiche di assunzione e sui servizi che possono offrire supporto), un’attività di profilassi (siringhe e preservativi) e, in caso di overdose, l’offerta di un pronto soccorso.
Al centro delle attività stanno la presa di contatto e la relazione con le persone che, per diverse ragioni e necessità, fanno della strada il loro luogo e tempo di vita.
Questi contatti e queste relazioni permettono agli operatori di informarsi sulle problematiche e sulle difficoltà, nonché sulle risorse delle singole persone “contattate”, garantendo la costruzione di una mappatura dinamica, sia rispetto ai bisogni, emergenti e non, sia rispetto ai luoghi e alle modalità di aggregazione.
Gli operatori, a tale scopo, compilano quotidianamente una scheda delle attività svolte (siringhe scambiate, profilattici distribuiti, colloqui, invii) per ogni fermata e una scheda per contatto ad ogni persona che si avvale del servizio.
I dati, raccolti da un operatore del servizio in specifici programmi informatici, vengono inoltrati all’Osservatorio Epidemiologico dell’Az.U.S.L. Città di Bologna per una puntuale elaborazione.
Altra importante attività è quella di orientare le persone in relazione ai loro bisogni.
Da un lato verso i servizi del territorio più facilmente accessibili quali:
– strutture che offrono servizi per l’accoglienza diurna (ad es. il Centro Diurno),
– servizi alla persona (gestiti prevalentemente dal volontariato) quali mense, docce, lavanderia,
– servizi per l’assistenza sanitaria gratuita;
dall’altro, verso lo Sportello Sociale e delle Opportunità (Centro Diurno) di via del Porto, per l’approfondimento delle problematiche emerse.
Per quanto riguarda le persone immigrate, regolari e non, in grave stato di disagio sociale è previsto all’interno dell’équipe l’impiego di una figura con esperienza di mediazione interculturale, che apporta il proprio contributo anche ai tavoli di lavoro progettuali e operativi, al fine di elaborare strategie di intervento organiche ed efficaci.
In riferimento ai “Punkabestia”, prosegue la collaborazione con il progetto ad essi rivolto: progetto finanziato dal Settore Sicurezza Urbana del Comune di Bologna, che vede coinvolti in sinergia diversi attori del Servizio Pubblico e del Privato Sociale (Settore Coordinamento Servizi Sociali del Comune di Bologna, Az. U.S.L. Città di Bologna, settore veterinario, presidio medico, Corpo di Polizia Municipale, Centro Accoglienza La Rupe, Cooperativa La Strada, Cooperativa Sociale Nuova Sanità per il Servizio di Mediazione di Comunità).
Prosegue inoltre la collaborazione con il Servizio di Mediazione di Comunità, ormai esteso a tutti i quartieri della città.

Lo Sportello Sociale e delle Opportunità di via del Porto
È prevista la presenza di un operatore 4 giorni su 6 sulla base di una turnazione programmata.
Alla realizzazione delle attività dello Sportello collaborano diversi attori sia del Privato Sociale che dell’Associazionismo(Cooperativa Sociale Nuova Sanità, P.L.O.C.R.S. Centri Accoglienza “La Rupe”, Coopertiva Sociale La Strada, Associazione Amici di Piazza Grande).
Lo sportello svolge un ruolo strategico all’interno della rete dei servizi, un luogo e tempo per approfondire i contatti e rendere ancora più significative le relazioni, per conoscere meglio domande e bisogni degli adulti in difficoltà e per consolidare il lavoro di rete con i diversi servizi e le risorse del territorio.
Le principali finalità del servizio mirano alla promozione della salvaguardia del benessere e della dignità della persona, all’interruzione dei tempi e degli stili di vita di strada, alla sperimentazione e al monitoraggio di percorsi individuali di reinserimento, alla riduzione e cessazione dell’uso delle droghe attraverso uno scambio di informazioni (di saperi) sulle sostanze.
Le attività nelle quali sono impegnati gli operatori sono:
– accoglienza e ascolto
– analisi dei bisogni
– compilazione di una scheda informativa (nel rispetto del diritto alla privacy)
– segretariato sociale
– sostegno nella ricerca del lavoro
– attivazione di assistenza e consulenza legale gratuita
– promozione e gestione di gruppi di autoaiuto
– sostegno psicologico (counselling) sia alla persona che al suo sistema affettivo relazionale di riferimento (famiglia, compagna/o, amici)
– attivazione di laboratori con percorsi di borsa lavoro/formazione
– orientamento e sostegno per l’accesso alla rete dei servizi e ai percorsi terapeutici-riabilitativi
– promozione di attività ludico-ricreative
– accompagnamento ai servizi
– lavoro di rete con Servizi pubblici, Privato Sociale, Volontariato e Associazionismo
– aggiornamento della mappatura dei servizi e delle risorse presenti sul territorio

Il coordinamento Servizi Sociali di viale Vicini
Presso la sede di Viale Vicini 20 (Settore Coordinamento Servizi Sociali) vengono svolte le attività di coordinamento, organizzative e di programmazione tese al miglioramento dell’efficacia del servizio.

Il lavoro di rete
E’ importante consolidare la rete dei servizi di cui è parte integrante il “Servizio mobile di strada” con tutti i soggetti che a vario titolo si occupano di disagio sociale, per accrescere una collaborazione efficace e produttiva, nel rispetto degli specifici target di riferimento, al fine di elaborare una strategia di intervento, globale e condivisa, nella lotta all’esclusione sociale.
É inoltre indispensabile prestare attenzione alla percezione delle problematiche sociali della comunità locale, e in tal senso si mantiene uno stretto contatto con l’operato dei Mediatori di Comunità.
Questa rete è composta dai Servizi Pubblici, dal Privato Sociale, dal Volontariato e dall’Associazionismo.
L’integrazione, per questo tipo di interventi non è solo un obiettivo, ma anche la metodologia del nostro lavoro.

Il sistema di valutazione del servizio
Il sistema di valutazione del Servizio è realizzato sulla base delle riunioni d’équipe e delle attività tecnico-gestionali.
È previsto un incontro settimanale di équipe di 3 ore per la valutazione delle attività del Servizio.
Per quanto riguarda le attività tecnico-gestionali, l’équipe ha cura di rielaborare i dati raccolti (relazioni quotidiane delle attività e schede informative delle persone contattate), stendere periodiche rendicontazioni e produrre e aggiornare il materiale informativo.
L’elaborazione di questi dati ha una doppia valenza: da un lato è utile per valutare l’efficacia del Servizio, dall’altro serve per fini epidemiologici.
I reports riguardano:
– tipologia e quantità dell’utenza che afferisce al Servizio e modificazioni nell’arco di tempo considerato;
– tipologia e quantità dei bisogni dell’utenza;
– distribuzione dell’utenza e relativa corrispondenza con la scelta dei luoghi e degli orari di intervento;
– quantità degli invii, degli accompagnamenti e degli accessi alle strutture e ai Servizi di riferimento;
– monitoraggio del lavoro di rete.

8. L’esperienza nella “bassa soglia” d’accesso: un percorso tra professionale e personale

di Lucio Serio

Nelle storie di un operatore che ha attraversato tutte le modalità di contrasto della tossicodipendenza, una testimonianza (anche cruda) della necessità di superare gli steccati e le opzioni esclusive tra di esse
Non è mia abitudine scrivere e descrivere il lavoro che svolgo, se non attraverso le relazioni per i servizi, attraverso le presentazioni degli interventi, da riportare ai colleghi, e/o ad altri servizi. In ogni caso ci proverò. Ci proverò raccontando uno spaccato della mia esperienza professionale e personale intrisa d’emozioni, di ricordi vecchi e recenti, di volti e di storie, di gratificazioni e di sofferenze.

La comunità
La mia esperienza come educatore professionale sulla ”Strada” è recente. Ho infatti lavorato per molti anni in comunità terapeutica per il recupero di ragazzi e ragazze tossicodipendenti. Credo sia necessario partire da qui. Gli ospiti arrivavano (anzi continuano ad arrivare) in struttura dopo un percorso spesso impervio, come potete immaginare. Anch’io, infatti, immaginavo i loro percorsi spesso tortuosi e molto degradanti.
Attraverso i colloqui individuali e i lavori in gruppo ascoltavo le storie di vita, e le parole di chi si raccontava diventavano, spesso, immagini. Immagini che in ogni caso non rappresentavano mai (e non potevano rappresentare) fino in fondo la realtà, se non altro perché erano le loro storie, non la mia. Probabilmente perché le mie “identificazioni” (molte, vi assicuro) non “fotografavano” fino in fondo le disperazioni, le degradazioni, che si celavano dietro quei racconti, dietro quei volti che non sempre rispecchiavano alcuni racconti; sui quali non sempre era “stampata” l’immagine di una storia “pazzesca” di tipo sia personale che familiare. Non tutti infatti, e per fortuna, portavano sul viso i segni di questo pezzo di vita così degradante, che magari si erano “scelti”, o che, forse, non avevano avuto altra possibilità se non quella di scegliere (credo che per molti sia così… almeno… credo). Questi lunghi, spesso lunghissimi percorsi, che li portavano a “scegliere” la via della “guarigione”, io non li vedevo (forse per mia cecità), li immaginavo solo, ma poi ero troppo preso dalla quotidianità, ero troppo concentrato e centrato sul mio ruolo d’educatore (obiettivi, strumenti, progetti, verifiche) e spesso forse ho perso di vista la persona che avevo di fronte. Ovviamente non me ne faccio una colpa, è una considerazione. Loro erano lì, avevano chiesto una mano. Noi tentavamo di dargliela. Anzi, spesso, eravamo convinti (e non di rado loro con noi) che senza di noi non ce l’avrebbero mai fatta… senza tenere conto che erano arrivati fino lì… senza di noi… con le loro gambe e le loro storie…
Quando tre anni fa ho iniziato a lavorare sui progetti cosiddetti a Bassa Soglia d’accesso, ovviamente, mi sono “portato” con me alcune immagini, una determinata impostazione, chiare aspettative.
Le immagini che mi erano rimaste impresse erano legate al lavoro con i tossicodipendenti in comunità, ragazzi che in una qualche maniera più o meno consapevolmente e in maniera più o meno forzata avevano già deciso di tentare la via dell’emancipazione dalle sostanze: la via della “guarigione”. Queste immagini erano maturate attraverso i racconti dei ragazzi, le decisioni prese all’interno dell’équipe, le riflessioni maturate in supervisioni, la formazione, etc.
L’impostazione era sostanzialmente basata sul fatto che l’ospite (utente) è venuto in comunità a chiedere una mano e io educatore (noi, comunità) gliela do… le aspettative erano legate all’impostazione: noi (io educatore) ti aspettiamo, tu (utente) devi raggiungerci.
Non tutti purtroppo però arrivavano, raggiungevano e raggiungono le comunità….non tutti. Per svariati motivi: perché non “sanno”, perché non ce la fanno, perché non vogliono. Nel frattempo continuano il loro percorso. Si fanno le loro “storie”. Magari aggiungono alla loro storia overdose su overdose. Qualcuno si ammala. Oppure smettono da soli (pochi a dire il vero).

Il Centro Osservazione e Diagnosi (COD)
Ho iniziato a lavorare dapprima in un COD (Centro Osservazione Diagnosi). L’impostazione era comunque comunitaria, residenziale. Gli ospiti che vi accedevano venivano lì, sostanzialmente, per disintossicarsi. Per prepararsi alla comunità. Alcuni erano ai primi approcci con i servizi, altri arrivavano dopo molti tentativi, spesso “fallimentari”, che si aggiungevano e si sovrapponevano uno all’altro.
Molti di loro non avevano ancora fatto la “scelta” della “guarigione”. Alcuni lo dicevano quasi spudoratamente ed in maniera quasi provocatoria: “….io sono qui per una ‘vacanza’ dalla sostanza…..”. Ma non solo, credo che la vacanza fosse anche da una vita sregolata, da un posto letto sistemato in una qualsiasi stazione di una qualche grande città, dall’astinenza del cibo, dalla mancata possibilità di farsi una doccia. Ma questo solo alcuni (pochi) te lo dicevano; i più “spudorati”, appunto. Forse i più “veri” o più semplicemente quelli che non avevano null’altro da perdere “…..tanto…peggio di così’…”. É una frase che spesso mi “risuona” nella memoria.
Ho in mente la difficoltà nello stare “vicino” ai ragazzi che erano agli sgoccioli con lo scalaggio di Metadone. E mentre stavo vicino a questi, con l’occhio vigile e la mente concentrata sul ragazzo che cominciava a dare i primi segnali, mi rendevo conto che forse avrebbe potuto farcela, che probabilmente la “vacanza” che si stava prendendo stava portando alcuni piccoli ed immaturi frutti. Forse, pensavo in quei momenti, Roberto sta iniziando a pensare alla comunità, ad una vita diversa a….…ma non mancava mai l’emergenza. “…Caazzzo (no, non è proprio professionale, ma in alcuni momenti è proprio così che pensi) Lucio (mi chiamano così) corri, Zaccaria si è tagliato….”. Lì ho toccato con mano quella che è ora definita doppia diagnosi. Ossia diagnosi di tossicomania accompagnata ed associata a qualche disturbo della personalità. Una bella bomba, che l’operatore spesso si trova a gestire senza gli strumenti (appunto) adeguati se non quelli legati all’esperienza, al buon senso e ad un po’ di sangue freddo.

“La Strada”
Beh… sì anch’io come tanti sono arrivato alla “strada”. Dopo due anni di lavoro al COD.
Mi è stato infatti chiesto di andare a lavorare sui progetti a Bassa soglia d’accesso con i tossicodipendenti ancora attivi all’uso di sostanze; si trattava di gestire una struttura di prima accoglienza notturna per persone S.F.D. (senza fissa dimora). Dimenticavo… a Bologna.
Il primo impatto, nonostante l’esperienza maturata al COD, è stato abbastanza forte. Mi piaceva molto l’idea, ma non riuscivo a cogliere appieno il senso. Là “giù”, per strada, non si parlava più, o così io mi immaginavo, di progetti, di setting, etc. Siringhe, preservativi, buco pulito. Si parlava di riduzione del danno, strategia utilizzata nei paesi anglosassoni per ridurre i danni dall’uso di sostanze. Strategia che, pian piano, ha negli ultimi anni preso piede anche in Italia. Più volte, nei primi mesi, mi sono chiesto che cosa ci stavo a fare… laggiù. Che senso avesse scambiare siringhe, distribuire profilattici. Mi chiedevo, e ne abbiamo discusso tanto in équipe, in supervisione, se questo potesse aiutare, servire…
All’inizio, per strada, la relazione con le persone, quasi paradossalmente, pareva venisse messa in secondo piano. Devo dire che ho ripensato molto al lavoro in comunità. E credo che questo mi abbia aiutato molto nel trovare il senso del “nuovo” lavoro. Ho ripensato ai percorsi dei ragazzi che erano arrivati in comunità. Percorsi che come dicevo prima mi immaginavo solo. Beh, lì li vedevo, li toccavo con mano. Scambiare siringhe poteva e doveva diventare, oltre che un modo per far evitare inutili contagi, uno strumento per creare relazione.
Mi pare possa, il lavoro in strada, quasi “chiudere” un cerchio. Quasi a sottolineare una complementarietà con il lavoro svolto in comunità, terapeutico. Per strada l’aggancio in comunità o altrove l’emancipazione dalla sostanza. Anche questo, devo dire, è molto rischioso. L’aspettativa generale credo continui ad essere quella che tutti per forza debbano “guarire”. In questi anni di lavoro per strada mi sono reso conto che forse non è possibile, che forse è un’aspettativa troppo alta, un’utopia. Credo che sia necessario fare i conti anche con la volontà e la possibilità dell’altro, di chi hai di fronte, con la richiesta che ti fa. Se ti chiede un panino perché ha fame non gli puoi certo dire che deve smettere di bucarsi. Forse gli puoi dare il panino e sperare (lavorarci sopra) che ritorni e che ti chieda un panino ed un letto……….
Armando 62 anni una sera di mezz’estate, un caldo afoso, dopo una mezza rissa (all’interno di una struttura d’accoglienza notturna) mi inizia a raccontare questa storia. Io non gli avevo chiesto nulla. Mi ero limitato a chiedergli come va?. D’altra parte A. l’avevo già incontrato decine e decine di volte. Uomo molto mite, riservato…ma quella sera….
“…avevo creato un <<impero>>. avevo fatto tutto da solo…Da un piccolo furgoncino ad una cooperativa di trasporti. Poi, dopo dieci anni di lavoro e sacrifici, abbiamo scoperto che il commercialista ci aveva imbrogliato….La finanza una mattina di maggio è venuta a bussare alla porta e ci ha lasciato solo i vestiti che avevamo addosso. Sono rimasto per strada con una famiglia da mantenere e da sostenere (moglie e tre figli)…fortuna che non mi sono tolto la vita…allora mi rimaneva solo quello….”
Durante e dopo questa dichiarazione più volte mi sono commosso (ovviamente come professionista non potevo farlo vedere…). Finito il racconto non ero certo se quello che mi aveva raccontato fosse vero, fonte d’immaginazione, se fosse in parte vero ed in parte costruito, immaginario…Chi lo sa ….Beh alcuni giorni dopo ho scoperto che corrispondeva a verità. Quell’uomo distrutto ma con una grande dignità, era stato truffato tanti anni fa dopo anni di duro lavoro….proprio come mi aveva raccontato lui…Ora era con tutta la sua famiglia per strada. O meglio era stato per strada ora vive presso un dormitorio…senza più nulla se non la sua famiglia , la sua dignità…..la sua essenza d’uomo.
Armando non si è mai drogato, forse ha bevuto, forse beve, chi lo sa. Ma continua a lavorare duramente, è sempre disponibile… ma è sulla strada, ai margini della nostra grande città, civiltà…
Nei primi mesi del 2001 si doveva partire con un progetto di intervento sulla “popolazione punkabestia” che bivaccava sul territorio di Bologna. L’avvio di questa iniziativa era complessa; ci si doveva inserire all’interno dei gruppi, riconoscere ed instaurare una relazione con i leader. Decidemmo di affidarci ai peer operator (ragazzi che ancora hanno uno stile di vita di piazza ma che …) Incontrai Roberto, tossicodipendente, lo conoscevamo già. O meglio i miei colleghi lo conoscevano già. Aveva dormito per un po’ di tempo all’interno di un Riparo notturno per persone S.F.D.. All’inizio l’approccio non è stato semplice. C’era molta diffidenza da parte sua: “…. Mi sa che dietro si nasconde il “pacco””…, mi continuava a ripetere. Poi un giorno lui ed un altro ragazzo che conoscevano molto bene i gruppi di punkabestia mi telefonarono: “guarda ci abbiamo pensato vorremmo collaborare…vediamoci in Piazza Verdi (Bologna) alle 23.00 di questa sera…”
Roberto 32 anni adesso vive in questa struttura per l’accoglienza dei punk. E’ il mediatore e punto di riferimento e per gli ospiti e per gli operatori. Non so se si fa ancora, forse un po’ meno. Ha iniziato a fare teatro è pagato per il lavoro che svolge… Non so se R. “guarirà”, se si emanciperà dall’uso di sostanze. So che ora lavora, ha un tetto, fa un’attività (che gli piace), ha nuove relazioni. Forse il suo stile di vita è un po’ migliorato e chissà magari un giorno……
Due storie (tre anzi, c’è anche la mia) molto diverse tra loro sia per le età dei due “ragazzi” sia per il tipo di percorso, sia ….
Mi pareva importante riportarle perché hanno segnato (insieme a tante altre) il mio percorso di operatore. Mi hanno fatto intravedere uno spiraglio. Mi hanno permesso, in un certa misura, di ricongiungere la mia esperienza iniziale (in comunità) a quest’ultima.
Non so se questo breve scritto sia esaustivo, completo e professionalmente accettabile (non ho volutamente parlato di strumenti, aspettative, obiettivi, etc..). É la mia esperienza di vita. Operativo ed esistenziale, professionale e personale

7. Il lavoro con genitori di tossicodipendenti: uno specchio da infrangere

di Stefania Scarlatti

Le difficoltà nella vita dei tossicodipendenti non possono che ripercuotersi sugli equilibri familiari, che rischiano di venire “schiacciati” sulla persona in maggiore disagio e, di conseguenza, di essere vissuti con vergogna. Come il dialogo può spezzare l’isolamento dei genitori

Lavoro come Assistente Sociale al SERT di San Giovanni in Persiceto, A.USL Bologna Nord, da dieci anni; da sempre ho dedicato particolare attenzione alle famiglie dei tossicodipendenti e ai colloqui di sostegno ai genitori.
Nel territorio in cui opera il nostro SERT, il fenomeno della tossicodipendenza sembra affondare le sue radici, più che su scontri ideologici o situazioni di degrado sociale, in un rapporto di dipendenza/vincolo con la famiglia di origine e i suoi valori.
Nel proporre progetti terapeutici non è possibile ignorare questo aspetto, e la presa in carico dell’intero nucleo familiare diventa d’obbligo. Inoltre, l’equipe del SERT di San Giovanni in Persiceto da sempre pensa che un modello di intervento eccessivamente medico-burocratico non può rispondere a pieno al malessere che spesso paralizza le famiglie che vivono l’esperienza della tossicodipendenza. Tale malessere nasce spesso da un profondo senso di colpa e di vergogna che crea un isolamento intorno alla famiglia, la quale non osa più chiedere aiuto, tentando sempre più di mimetizzare il problema anziché esplicitarlo.
Le dinamiche di dipendenza e vincolo, che possono essere causa della patologia o essere riattivate da questa, impediscono una corretta comunicazione nella famiglia ed ostacolano la capacità di farsi carico di un percorso di reale autonomia del figlio.
L’idea di attivare un gruppo genitori nasce quindi con un duplice obiettivo: da un lato mettere in rete le famiglie portatrici del problema tossicodipendenza, al fine di offrire un sostegno che faccia uscire dall’isolamento e dall’impotenza; dall’altro creare una maggiore consapevolezza e una migliore comunicazione, all’interno di ogni nucleo familiare, come ulteriore risorsa nella cura della tossicodipendenza.
Inoltre è evidente come ogni colloquio di sostegno ai genitori sia sempre caratterizzato dalle stesse paure, dubbi, rabbia, senso di colpa, smarrimento. Soprattutto una frase, ripetuta sistematicamente dai familiari, mi lasciava perplessa e impotente: “È inutile, queste cose le può capire solo chi le ha provate”. Ed effettivamente, al di là della formazione, della professionalità e disponibilità, ci si può rendere conto facilmente che il “sapere” è cosa ben diversa dall’”esserci dentro”. Perché allora non far parlare queste persone fra loro? Incontrarsi allo stesso livello con persone che vivono la stessa esperienza?
Ma il passaggio dall’idea e dalla prima proposta, fatta nel 1993, alla sua concreta realizzazione nel 1996, non è stato così semplice e veloce, per almeno due motivi:
– la fatica nel reperire uno spazio adatto,
– la scarsissima adesione e interesse da parte dei genitori (nel ‘93 accettò solo una coppia, il cui figlio era prossimo alla dimissione).
L’individuazione dello spazio è stato sicuramente un’emergenza di questa esperienza, fin dal suo inizio. Quando nel ’93, all’interno del servizio, maturò l’idea di proporre un gruppo genitori, non fu possibile trovare un luogo adatto. Il SERT non aveva locali propri da mettere a disposizione, e sembrava avere un significato simbolico riunire il gruppo fuori dal Servizio, per alleggerire un senso di vergogna e di stigmatizzazione già così pesante, e anche per restituire al territorio una problematica che non può essere solo di un servizio specialistico. In tutta San Giovanni non si trovò una sala che permettesse di mettere in cerchio 15 sedie.
Nel ’96, il Comune diede a disposizione un’aula in una ex scuola superiore. Era necessario salire tre piani di scale faticose, per ritrovarsi in locali vuoti, abbandonati, in attesa di ristrutturazione, unico arredamento le sedie, raccattate a fatica. Sebbene il luogo fosse decisamente poco accogliente, i genitori capirono l’importanza dello spazio, non solo fisico, che gli veniva offerto, e dopo alcuni mesi, mossero mari e monti per ottenere/rivendicare un luogo più adatto. La loro voce fu più forte di quella di noi operatori e ottennero, sempre dal Comune, l’utilizzo di una saletta più accessibile e molto più accogliente.
Quando, nell’aprile ’98, ripresero gli incontri del gruppo, dopo un periodo di sospensione, quella stessa saletta si presentò nuovamente vuota, fredda e triste. Ma poiché nel frattempo il SERT si era dotato di spazi più ampi, dopo pochi mesi si decise di spostare il gruppo dentro le mura del Servizio.
È importante sottolineare questo, perché è molto significativo quale spazio fisico contiene uno spazio mentale; in questa esperienza la conquista del luogo è andata di pari passo con la conquista di un forte contenuto emotivo, ma al tempo stesso è fallita l’idea di poter uscire dal servizio specialistico e di utilizzare risorse più neutre per creare spazi di ascolto.
Oltre alla difficoltà di reperire uno spazio adatto, anche la scarsa adesione dei genitori fu uno dei problemi che nel ‘93 rese inattuabile il progetto. Nel ’96, quando esso fu riproposto, i tempi erano decisamente più maturi. Era uscito da un po’ di tempo il giornale L’URLO, redatto dai tossicodipendenti in cura al SERT, che cominciavano così a rendersi visibili in paese in maniera nuova, positiva e propositiva. Era stato abbattuto un primo muro di vergogna; questo probabilmente ha inciso nel dare un po’ più di coraggio anche ai genitori. Il gruppo ha lavorato da maggio a dicembre ’96, ha ripreso ad aprile ’98 ed è tuttora in corso.
Gli obiettivi che questo strumento terapeutico si pone sono:
– offrire uno spazio di confronto/comprensione fra persone che vivono lo stesso problema (“chi non ha provato queste cose non può capire”);
– riflettere sul ruolo genitoriale e su come questo influisca in maniera significativa nel percorso di cura della tossicodipendenza, restituendo al genitore una propria identità;
– superare il senso di colpa e di vergogna;
– stare meno male;
– creare nuove relazioni.
La metodologia da me proposta faceva riferimento inizialmente alla concezione operativa di gruppo della Scuola Psico Sociale Analitica argentina (Bauleo, Pichon Riviere), che vede costituirsi il gruppo intorno ai quattro cardini del setting: spazio, tempo, ruolo, compito.
Riguardo al tempo, il gruppo si è incontrato inizialmente tutte le settimane per un’ora e mezza; da oltre un anno gli incontri sono divenuti quindicinali. Solitamente l’estate è l’interruzione che permette un momento di bilancio e di progettazione per la ripresa autunnale. I ruoli inizialmente erano ben chiari e vedevano me come coordinatore, con il compito quindi di aiutare il gruppo a lavorare sul compito proposto, rilevando le resistenze, aiutando a superare gli ostacoli, facilitando la comunicazione gruppale attraverso delle segnalazioni, delle sottolineature (il ruolo del coordinatore non è quindi di dare consigli, soluzioni pronte, né parlare dei singoli casi).
Il compito che avevo proposto ai partecipanti del primo gruppo era stato “parlate delle problematiche che vivete come genitori di tossicodipendenti”. La riflessione fatta al termine dell’esperienza fu che questa consegna non aveva permesso di uscire da quella logica di etichettamento tipica delle istituzioni sanitarie, che identificano la persona con la sua malattia. Fu molto faticoso spostare l’attenzione dai loro figli a loro stessi; emersero molte problematiche legate alla tossicodipendenza ma i singoli membri uscirono poco allo scoperto, non riuscirono a esprimere completamente il loro personale malessere. Per questo, quando riproposi il gruppo, decisi di lasciare un compito più generico: “parlate di quelli che pensate siano i vostri problemi, e di ogni altra cosa riteniate opportuna”. Il non fare diretto riferimento alla patologia ha permesso di uscire sempre più dall’idea di essere solo genitori di tossicodipendenti.
Fare una precisa scelta metodologica mi ha permesso di gestire con strumenti chiari questa esperienza, non ha impedito però di raccogliere le esigenze e le aspettative che, il gruppo da un lato e il SERT dall’altro, stavano sempre più depositando su questa esperienza.
Mantenere un setting molto rigido, continuare ad accentrare sull’operatore il compito di gestire il gruppo, avrebbe offerto uno strumento terapeutico importante, ma probabilmente avrebbe reso più difficoltosa una graduale impostazione del gruppo in termini di auto/mutuoaiuto, desiderio che sembrava nascere nel gruppo.
Il mio ruolo è stato inizialmente molto attivo, dovendo continuamente sollecitare la discussione e riportando sul compito la conversazione che rischiava di diventare chiacchiera banale pur di non affrontare argomenti senz’altro dolorosi. Pian piano sono passata ad un ruolo di ascoltatore; chi frequentava il gruppo da più tempo era sempre più in grado di farsi carico degli ultimi arrivati, di creare un clima sereno, accogliente ma non superficiale. Il mio ruolo è diventato sempre più quello di stimolare ulteriori passi avanti, di dare strumenti concreti per tradurre i loro bisogni. Ad esempio, la proposta di un brainstorming sui desideri legati al gruppo ha fatto emergere il bisogno di avere informazioni, ma anche momenti piacevoli.
Mi sono quindi incaricata di chiamare esperti sulle varie problematiche richieste e di stimolare nei genitori iniziative che mai il SERT potrebbe fornire, come trovarsi per mangiare una pizza, farsi una telefonata semplicemente per sentire come va.
Il gruppo genitori è stata quindi una concreta esperienza di incontro e integrazione fra formale e informale, fra tecnicismo e umanità, che ha permesso a chi ha partecipato di passare dalla paura, dalla diffidenza, dalla vergogna ad un clima di solidarietà, vicinanza, intimità. Ha permesso anche di passare da una inconsapevolezza, una confusione di ruoli, al riconoscere che, da un lato i figli dipendono dall’eroina, ma dall’altro i genitori dipendono dai figli. È stato possibile per alcuni ritrovare un’identità genitoriale, che ha permesso ad alcuni di scoprire quanto è importante, ma anche difficile a volte, dire no, porre delle distanze.
Il buon esito di questa esperienza, al di là di valutazioni tecniche e professionali, lo si può misurare anche da alcuni altri elementi più frivoli ma non meno importanti: dopo un po’ di tempo, il gruppo ha cominciato a concludersi con un piccolo rinfresco, iniziativa e realizzazione dei genitori stessi; se all’inizio, alle 18,45, si cominciavano a guardare gli orologi, ora alle 19,30 si è ancora spesso lì a chiacchierare; i genitori si telefonano per darsi appuntamenti anche esterni al gruppo creando così una rete sociale che può offrire un sostegno anche al di là del tempo del gruppo.
Per capire meglio l’importanza di questa esperienza, possiamo riprendere alcuni elementi che Paola Di Nicola sottolinea a proposito delle reti di auto/mutuoaiuto: il self help come forma di educazione di sè, come forma di aiuto che rende possibile contenere la propria sofferenza: “condividere il dolore, assumere il peso del dolore degli altri significa sentirsi momento di un dolore comune: si rovescia, si ribalta la logica della separazione che il dolore produce”.
Lo strumento attraverso cui si realizza l’autoaiuto è la parola: “La “dicibilità” del dolore presuppone la parola come mediazione. Nelle pratiche di auto/mutuoaiuto il “dire” è il presupposto per il fare, per il cambiare.”
La forza della parola permette anche di rompere il muro della privacy che, abbiamo detto più volte, nella tossicodipendenza è particolarmente forte.
Queste riflessioni possono essere la chiave di lettura di alcuni passaggi significativi del gruppo genitori del SERT di San Giovanni in Persiceto, che qui di seguito vengono presentati.
Come si è già detto, il problema della difficoltà a reperire una sede adeguata non ha aiutato il gruppo a sentirsi legittimato: ai primi incontri c’è un’aria un po’ carbonara, il senso di vergogna pesa ancora di più. Quando ad aprile ‘98 riprendono gli incontri, i partecipanti al precedente gruppo si siedono vicini, si guardano attorno, c’è un po’ di imbarazzo, bene o male tutti si conoscono o meglio si riconoscono; ma bisogna pur presentarsi: “Sono la mamma di…” “mio figlio è…”. L’unica risposta al compito dato: “parlate di quelli che pensate siano i vostri problemi, e ogni altra cosa riteniate opportuna”, sembra essere inizialmente: “l’unico nostro problema è la tossicodipendenza di nostro figlio”.
I primi incontri vengono spesi per parlare dei loro figli e della storia di tossicodipendenza; solo questi due aspetti sembrano dare loro un’identità in questo gruppo.
Una delle frasi più ricorrenti è “noi viviamo di riflesso; se i nostri figli vanno bene noi stiamo bene e viceversa”.
È subito evidente, e molto presto anche loro lo riconoscono, come la dipendenza dei genitori dai figli sia molto forte. Dipendenza che spesso confonde i ruoli e le responsabilità: i figli prendono le multe ma sono i genitori a pagarle, i carabinieri perquisiscono la casa, ma sono anche gli armadi dei genitori ad essere messi sotto sopra, i figli fanno una terapia farmacologica ma sono i genitori ad attivarsi nel rapporto con l’ambulatorio.
Così i genitori dimostrano anche una grande conoscenza del “mondo tossico” e ne tracciano una mappa ben precisa: quali sono i punti di spaccio, gli orari di incontro dei ragazzi per andare “in piazza”, l’organizzazione delle macchine ecc. E, ancora una volta, si ha l’impressione che stiano parlando i figli e non i genitori. Uno specchio sembra essere ciò che divide, confondendoli nei suoi riflessi, i genitori dai figli. Come infrangere questo specchio, per restituire loro un’identità, un ruolo, una funzione?
Qualcosa comincia a succedere quando iniziano a domandarsi dove abitano, finalmente emergono conoscenze comuni, punti di riferimento precedenti la tossicodipendenza dei figli. Finalmente cominciano a tracciare una mappa del loro “mondo sano”. I cambiamenti sembrano essere stati due: da un lato quello dal raggruppamento al gruppo, dall’altro quello da un gruppo di genitori di tossicodipendenti ad un gruppo di adulti genitori. Diventa infatti significativo il riscoprire come si era prima della tossicodipendenza, sia in senso temporale che in quello personale. Emergono quindi le loro storie: “sono rimasta orfana a sei anni…”,”con mio marito non c’è mai stato un vero rapporto…”, “ho anche degli altri figli….”,”mi è sempre piaciuto ballare…”.
Con le loro storie riemergono anche i loro desideri: il gruppo risponde bene a questo passaggio e il piacere di condividere diventa così forte che, di loro iniziativa, cominciano a portare dei dolci da mangiare al termine del gruppo.
Lo specchio sembra cominciare ad incrinarsi, anche se la frase “sto così bene perché adesso mio figlio sta bene… se dovesse ricadere non so neanche se verrei qui a parlarne…”, a turno viene pronunciata da tutti.
C’è però un evento significativo che evidenzia la capacità di tenuta del gruppo anche rispetto al fallimento: inaspettatamente, il figlio di una coppia ha una ricaduta, il padre ne parla in gruppo in termini completamente nuovi: “con questa ricaduta mio figlio ha voluto dirmi qualcosa…”. Forse per la prima volta parlano della tossicodipendenza dei loro figli non solo in toni distruttivi e, soprattutto, con una chiarezza di ruoli un po’ nuova, che stupisce loro stessi. Ed è un nuovo passaggio: il gruppo ha retto rispetto al piacere ma anche rispetto al dolore e al fallimento.
A questo punto avanzo una proposta: “forse questo gruppo può pensare di costruire un progetto…”. L’idea incuriosisce e spaventa: “certo avremmo molte cose da dire ad altri genitori… alle istituzioni… ma non sappiamo come fare”.
È necessario dare una nuova cornice al gruppo, che, una volta al mese, non ha più solo il compito di confronto e sostegno ma, più concretamente, quello di pensare a come realizzare un’idea per uscire un po’ allo scoperto. L’occasione di un convegno organizzato dal SERT è buona, e insieme si scrive una relazione da presentare in pubblico e da pubblicare su “l’urlo”. Ed ecco un ulteriore significativo passaggio: “chi leggerà in pubblico?”. La richiesta è che sia io a leggere per loro; non rifiuto, suggerisco una contraddizione su cui è importante riflettere: nella relazione scrivono che il gruppo li ha aiutati a capire che non si devono vergognare; è proprio vero?
Questo stimolo ha un buon effetto: infatti uno di loro, per la prima volta, legge in pubblico. Il gruppo, partito con stile “carbonaro”, si conclude ufficializzando e pubblicizzando la propria esistenza.
Al convegno “La cultura giovanile. Vizi e virtù”, organizzato dal SERT di San Giovanni in Persiceto, la relazione sul gruppo fu a due voci, e fu proprio uno di loro a leggere la parte che si riporta di seguito: “Per raccontare l’esperienza del nostro gruppo forse è meglio partire da quando il gruppo non esisteva ancora, partire dal momento in cui ognuno di noi ha scoperto la tossicodipendenza di suo figlio.
Quasi per tutti non è stato un fulmine a ciel sereno, si è dovuti passare dalla certezza che a nostro figlio non sarebbe mai successo, al dubbio, poi al sospetto e infine alla certezza che era capitato proprio a noi. Una certezza che sapevamo ma non volevamo ammettere e, chi per una telefonata anonima, chi per un provvedimento dei carabinieri, abbiamo dovuto affrontare il momento più difficile: la conferma diretta dei nostri figli. La sensazione è stata la stessa per tutti “È crollato il mondo”.
Poi l’illusione: basterà un ricovero, in sette giorni sarà già finito tutto. Non sapevamo quel che ci aspettava, non sapevamo che cosa fare. Abbiamo però presto capito che era una battaglia difficile. Sono iniziati innumerevoli tentativi, prima soli poi con l’aiuto del SERT, e ad un certo punto gli operatori ci hanno proposto di partecipare ad un gruppo per genitori.
Abbiamo accettato tutti con poco entusiasmo e con la stessa motivazione: “lo dobbiamo fare per i nostri figli, per dimostrare loro che anche noi facciamo la nostra parte, anche se ci costa fatica”. Perché è stato davvero faticoso superare la vergogna, la paura di essere riconosciuti, di scoprirsi di fronte ad altri. Noi che fino a quel momento c’eravamo ben guardati dal parlarne con chiunque, di farlo sapere anche solo ai nostri parenti.
C’era però anche qualche aspettativa di aiuto “ci diranno cosa dobbiamo fare con i nostri figli, ci sentiremo meno soli”.
Ognuno di noi aveva pensato ai primi incontri con un po’ di timore “chi ci sarà, ci conosceranno, di cosa dovremo parlare, potremo fidarci?”. Eravamo tutti pesci fuor d’acqua, spaesati, imbarazzati e anche un po’ delusi. Delusi perché nessuno, nemmeno l’operatrice, aveva una ricetta per la tossicodipendenza, una soluzione pronta ed efficace, delusi e angosciati dovendo ascoltare storie a volte più dolorose e faticose delle nostre, che anziché dare speranza deprimevano ancora di più.
Ma dopo i primi incontri è stato sempre più facile parlare, aprirsi, confidarsi; perché è vero, solo chi lo ha provato sa di cosa stiamo parlando.
Dopo diversi mesi di gruppo possiamo fare un bilancio e dire che le nostre aspettative iniziali sono state deluse solo in parte. Abbiamo scoperto molte altre cose: questo gruppo è servito prima di tutto a noi, a ritrovare noi stessi, l’interesse per la nostra salute, per i nostri desideri dimenticati da tempo, abbiamo costruito una rete di solidarietà, di comprensione, di consolazione. Una rete che ci ha permesso di mettere in comune i momenti duri delle ricadute, di poterci sostenere a vicenda. Per alcuni poi ha voluto dire trovare nel gruppo la forza per prendere e mantenere posizioni forti verso i figli e quindi aiutarli a guarire. Soprattutto ci siamo sentiti meno soli, e se oggi diciamo queste cose forse è perché ci siamo aiutati anche a vergognarci di meno.
L’invito che ci sentiamo di fare a chi come noi sta vivendo questo problema è di parlarne, di non restare isolati, di non pensare di farcela da soli. Trovare il metodo giusto per guarire dalla tossicodipendenza è difficile ma possibile, trovare un po’ di solidarietà è più facile di quanto sembri.”
Quando, a settembre, ripresero gli incontri, non fui più io a proporre ai genitori la frequenza del gruppo, ma loro stessi a promuovere questa iniziativa.
Passare da raggruppamento a gruppo, da gruppo di genitori di tossicodipendenti a gruppo di adulti, da gruppo nascosto a gruppo ufficiale, è quanto si è ottenuto finora. Il porre la relazione al centro di questo intervento ha senz’altro prodotto benessere per queste persone che, da tempo, non riuscivano a dedicare a sé stesse alcuna attenzione.
In un contesto come questo, dove l’assoluta “normalità” e l’apparente anonimato sembrano permeare qualunque cosa, rendere visibile un gruppo di genitori di tossicodipendenti può essere un interessante stimolo di cura “della comunità” e “nella comunità”..
In questa prospettiva ci si potrebbe augurare che non solo la patologia renda possibile esperienze di sostegno e confronto; pensando a quanti sono i momenti critici nel normale rapporto genitori/figli (la scuola, l’adolescenza, ecc.), a quanto sia il bisogno di momenti di confronto fra pari, è importante che chi si occupa di prevenzione e salute pubblica si interroghi su quanto spazio viene normalmente offerto per questo.

Bibliografia
Bleger J., Psicoigiene e Psicologia istituzionale, a cura di Rossetti M. e Petrilli M.E., Libreria Editrice Lauretana, Loreto, 1989.
Cirillo S., Benini R., Cambiaso G., Mazza R., La famiglia del tossicodipendente, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1996.
Secondulfo D. (a cura di), Trasformazioni sociali e nuove culture del benessere, Franco Angeli, Milano,2000.
Pichon Riviere E., Il Processo Gruppale. Dalla Psicoanalisi alla psicologia sociale, a cura di Fischetti R., Libreria Editrice Lauretana, Loreto, 1985.

Riviste:
A.A.V.V., I gruppi di auto aiuto, Quaderni di Animazione Sociale, Ed. Gruppo Abele, Torino, 1996.
Rigliano P., Come aiutarmi? Chi mi aiuta ad aiutarmi?, in Animazione Sociale, n. 4, 1999.

Documentazione varia:
Scarlatti S., Tesi di Laurea “Droga, lavoro e famiglia: l’anormalità della normalità”, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di scienze della Formazione, Corso di Laurea in Servizio Sociale.

6. Movimento musica e ricerca nelle diverse forme di prevenzione

di Beatrice Bassini

Per stabilire un rapporto proficuo con i ragazzi e con i tossicodipendenti, occorre innanzitutto instaurare un linguaggio comune, privo di paternalismi e moralismi. Il lavoro del Centro “In&Out” di Sant’Agata Bolognese

Di cosa parliamo?
Prevenire significa cercare di arrivare prima. Ma prima di cosa? Delle droghe? Della dipendenza? Dell’uso? Dell’abuso? Di un modo di usare la “merce” droga senza alcun criterio e consumisticamente?
Queste diverse prospettive del vedere la prevenzione riflettono modi diversi di concepirla e anche di attuarla.
Arrivare prima di droghe e dipendenza è nell’ordine della “missione impossibile” per un Ser.T.
Gli esercizi alla dipendenza solitamente cominciano presto, sono vari e articolati in varie forme, presenti nella quotidianità di una cultura e di un’educazione che ad esempio evita le frustrazioni o ci abitua a non pensare delegando il pensiero ad altri, nell’abitudine a funzionare per ricompense o punizioni, nel bisogno di sedarci dalle angosce attraverso consumi vari ed eventuali che vanno dagli oggetti ai farmaci e che non ci guida in una dimensione dove libertà o senso di responsabilità siano strettamente connessi.
La prevenzione ha anche questa prospettiva, più politica che sanitaria, più legata alla crescita di una società che alla salvezza di qualcuno.
I ragazzi che noi vediamo, dalle scuole, alla strada, ai centri giovanili, sono, come noi del resto e naturalmente meno di noi, assuefatti a molte cose: dal modo di percepire il divertimento al modo di percepire e curarsi il dolore. Possiedono “vizi e virtù”, esattamente come citava un convegno da noi (Ser.T. di S. Giovanni in Persiceto) organizzato nel ‘99, che presentava un “popolo” giovanile in parte condizionato fortemente dalla cultura dominante, per altri versi estremamente vivo, che ha ancora la forza di elaborare creativamente i condizionamenti e distanziarsi dal mondo adulto adottando linguaggi propri e indipendenti.
Come Ser.T. riteniamo di dover partire esattamente da questo “popolo” complesso e variegato, diversissimo dal nostro, per lavorare sulla prevenzione. Lavorare sul gap generazionale che si è creato in questi anni, malgrado gli adulti si vestano come i ragazzi, è uno dei nostri compiti.
Il nostro lavoro è innanzi tutto un lavoro su noi stessi, sui nostri pregiudizi e sulla nostra presunzione di aver “già vissuto” la loro età e, in secondo luogo, di crescita come adulti che si sintonizzano con i loro linguaggi senza scimmiottarli, con sincera meraviglia e curiosità, spianando la strada allo scambio e alla comunicazione.
Il lavoro di questi anni ci ha mostrato quanto il canale comunicativo con le nuove generazioni sia spesso stato intasato dai danni provocati da adulti giudicanti e paternalisti promossi da alcune agenzie educative quando non dai mass media, in particolare la televisione.
Dopo questo intervento primario, il lavoro successivo diventa quello di confermarsi adulti “credibili” che conoscono i contesti di consumo odierni, che conoscono le sostanze, i loro usi, i loro effetti e i loro danni, portatori, insomma di un “sapere” obiettivo, disponibile ad essere integrato con il loro “sapere”, dove non si intende spaventare né insegnare a nessuno, ma cercare di essere utili per saper come soccorrere un amico che sta male o capire quando si sta esagerando.
Proprio per questo motivo pensiamo che gli interventi di prevenzione riguardino tutti gli adulti coinvolti nel rapporto con i ragazzi, e per questo sollecitiamo spesso le scuole ad organizzare formazioni ad hoc per insegnanti e genitori, anche se a tutt’oggi gran parte del lavoro che ci viene richiesto e che ci troviamo a fare è soprattutto con i ragazzi.
L’ultimo punto riguarda gli strumenti che utilizziamo nei contesti della prevenzione, che sono spesso diversi e che rispecchiano la creatività del gruppo di lavoro impegnato nell’intervento: abbiamo realizzato, nel limite del possibile, progetti variegati e a volte stravaganti, utilizzando musica, telecamera, videoregistrazioni o mixaggi di varie forme comunicative.
Quest’ultimo punto, a nostro parere, è il più importante.
È indispensabile, per il successo di qualsiasi iniziativa che riguardi i giovani, nel rispetto di identità, gusti e scelte, riuscire a divertirsi insieme a loro, utilizzando spesso l’ironia e sfruttando alcune alchimie, in una simbolica “danza” che festeggi la vita e la morte.

Cammino e prospettive
La prevenzione dell’uso e dell’abuso di sostanze, di tutela della salute, di sostegno agli operatori che si occupano di pre- e adolescenti per noi, Ser.T. di S. Giovanni in Persiceto, inizia nel 1996.
Inizia con un corso di informazione per referenti alla salute delle scuole medie e superiori, prosegue con interventi nelle classi strutturati soprattutto nel promuovere informazioni corrette sulle sostanze, ma anche creatività, opportunità, ironia. Altri sono stati gli interventi con i docenti e ancora gli incontri all’interno di gruppi organizzati di giovani del nostro territorio.
Dal 1998 ideiamo il Progetto “Al di là del muro”, finanziato fino a oggi dalla Regione Emilia-Romagna, per offrire sul territorio una possibilità per i ragazzi di essere guidati o di trascinarci con loro nelle loro esplorazioni del mondo, comprese le droghe. Il nostro atteggiamento è accogliente, il più possibile in sintonia con il loro mondo, non giudicante ma anche non collusivo soprattutto per ciò che riguarda i comportamenti cosiddetti “a rischio”.
Il Centro di S. Agata denominato “In & Out” è solo una piccola stanza da reinventarsi, da allestire e arredare. Per questo lo slogan del luogo sarà “Reinventiamoci tutto ciò che non ci piace”. Opportunità di divertirsi, di costruire un punto di riferimento, di avere informazioni sulle droghe in termini di riduzione del danno (in un territorio di grandi consumatori).
Mentre l’anno 1998-99 è stato dedicato alla definizione dello spazio, dei tempi e dei compiti del Centro giovanile, a carattere ricreativo con spazi di consulenza-ascolto, sulla conoscenza degli strumenti e degli operatori, sulla costruzione degli angoli ricreativi e culturali, gli anni successivi sono dedicati invece ai contenuti specifici e caratteristici di quello spazio su quel territorio.
Per far questo abbiamo definito compiti e collaborazioni tra Servizio Sociale, Ser.T., Comune, Associazioni di volontariato del territorio, stabilendo gli orari e le fasce di età a cui ogni ente si rivolge.
Mentre gli spazi ludico-ricreativi aperti a tutti sono stati essenzialmente concentrati in 2 (in certi periodi anche 3 o 4) giornate in orario tardo pomeridiano e serale (17.30-23.00) con la presenza a turno di due educatori e 2 operatori della notte,lo spazio dedicato all’ascolto è stato collocato nella giornata del mercoledì pomeriggio a cadenza quindicinale; presente è la psicologa Ser.T., coordinatrice del progetto, ma viene dichiarata la disponibilità per appuntamenti in qualsivoglia altro orario telefonando in Servizio.
In suddetto spazio vengono convogliati dal nostro Servizio anche tutti gli invii per art. 121 e 75 (DPR 309/90) di soggetti sotto i 35 anni per sostanze diverse dall’eroina.
Tutti gli anni diamo la nostra partecipazione e il nostro contributo organizzativo a varie iniziative musicali organizzate sul nostro territorio dall’Associazione di volontariato “Attraverso” (almeno 3 ogni anno) e in particolare a “Sonica”, dove dal 1998 si allestisce uno spazio soft anche detto “chill out” con bibite analcoliche, massaggi, materiale informativo su sostanze e HIV.
Abbiamo realizzato 2 video, ma mentre nell’arco dell’anno 98-99 il lavoro documentato riguardava le interviste ai ragazzi e la realizzazione del centro giovanile ed è stato realizzato dall’agenzia Ethnos, in particolare da Sandra De Giuli, quest’anno il video è stato costruito in maniera più attiva dai videomaKer, Raffaele Ranni e MirKo Pellizzaro, e da un gruppo di ragazzi frequentatori del Centro giovanile.
La realizzazione di questo video si è perciò nutrita di una maggiore consapevolezza da parte dei ragazzi degli strumenti utilizzati e del loro possibile utilizzo, di una scelta più libera dei temi da affrontare e della loro esplorazione di altri spazi, di altre città e di altre realtà da comprendere più a fondo. È stato perciò definito come “Videopercorsi”.
È importante per noi sottolineare che gli stessi videomaker citati hanno realizzato i video-live-set nelle rassegne musicali e stanno collaborando al lavoro con le compagnie di strada su un progetto del Comune di S. Giovanni e del Servizio Sociale del nostro territorio. La scelta di strumenti di comunicazione comuni tra le entità del territorio per noi sta ad indicare l’avvio di un processo di avvicinamento al mondo giovanile che tiene conto delle innovazioni tecnologiche, dei nuovi linguaggi, ma anche di un atteggiamento più disincantato, meno paternalistico o pedante, più immediato e spontaneo da parte degli adulti e degli operatori che a vario titolo si occupano di giovani.
Abbiamo imparato moltissime cose tentando di raggiungere gli obiettivi che ci eravamo dati in termini di pensiero critico e costruttivo, uscita dalle logiche del consumo indiscriminato e della passività, maggiori informazioni corrette sugli argomenti “tabù” e contatto significativo con un popolo per lo più sconosciuto dalle istituzioni.
Dopo il ciclo di incontri tenutosi da febbraio a maggio ’99 denominato “La cultura giovanile: vizi e virtù”, a S. Agata abbiamo organizzato 5 incontri presso il Centro giovanile “In&Out” rivolti ad operatori o adulti che, a vario titolo, vogliono occuparsi delle nuove generazioni. Il titolo era “Per capire la metamorfosi”e i partecipanti sono stati 11.
Numerosi i contatti con il Gruppo Abele di Torino, che dalla nascita supervisiona il nostro lavoro, e con realtà che si muovono come noi alla ricerca di contatti con i più giovani e in termini di riduzione del danno.
Di Servizi “altri” c’è bisogno. La prospettiva futura è che il Comune si impegnerà, a partire dal prossimo anno, in questa direzione appropriandosi maggiormente del progetto.
Il coordinamento delle iniziative, delle attività e del Centro potrebbe essere affidato a un educatore-coordinatore del Comune, mentre al Ser.T. resterebbe il compito della disponibilità del resto del personale presente nella struttura, della formazione, della consulenza. La situazione che si andrebbe a configurare sarebbe così più consona ai nostri relativi compiti istituzionali.
L’approccio ludico, le modalità di comunicazione schiette e ironiche, l’uso di strumenti vari tecnologici e non, si è finora dimostrato produttivo in termini di frequenza (circa 30 ragazzi ogni sera) ma anche di partecipazione, di qualità del rapporto tra pari e con gli adulti, e soprattutto nei colloqui di consulenza-ascolto dove un atteggiamento non giudicante e non punitivo ma fermo e “pulito” ha permesso a molti ragazzi di trovare un punto di riferimento importante in quel territorio.
Pensiamo di continuare un lavoro di rete nazionale sui temi dell’adolescenza, i giovani, i comportamenti a rischio, gli abusi e soprattutto di dialogo e costruzione di nuove prospettive.
A questo proposito, il lavoro con le scuole è diventato di anno in anno sempre più impegnativo ma ha anche dato buone risposte, e speriamo in futuro di coinvolgere sempre più adulti anche tra gli insegnanti e i genitori che colmino i loro vuoti informativi rispetto a droghe e HIV, aiutandoci in un lavoro che a volte ci sembra titanico.

2. Fare festa

di Roberto Ghezzo

Immaginate un’aula affollata da una sessantina di persone provenienti dai paesi più vari… Si sentono voci mai sentite prima, ognuno veste in un modo diverso: ci sono quelli con maglioncini di fortuna sorpresi dall’aria fresca-freddina di ottobre, indiane con la pancia scoperta…Ad un certo punto, prima di iniziare i lavori della giornata, Sunil Deepak che è il moderatore di questo workshop voluto dall’AIFO, lancia sorridendo un invito: chi vuole può intonare un canto della propria terra. Per primo ci si butta un africano che inizia a cantare; è un po’ stonato (che stia usando una scala musicale che non conosco?), con un grande senso del ritmo, e canta in inglese (almeno mi sembra tale – curioso sentire i vari “inglesi” che il mondo propone: Meera Shiva, indiana, la frase “we think that disabled people” la pronuncia pari pari “vi tink tet disebl pipl”, ma ancor di più è l’inflessione, la musicalità della frase, con le improvvise accelerazioni e diverse cadenze, che stupisce). Il nero continua a cantare (si dice nero o negro? Non lo so più da quando in Brasile cercavo di spiegare, candidamente è il caso di dire, ad una infermiera che si autodefiniva negra che era forse meglio lei dicesse nera, preta: al che scotendo la testa ma con infinita pazienza ha preso in mano una borsetta e mettendoci il braccio vicino mi ha detto: “Questa borsetta è nera: la vedi la differenza?”) e continuando a cantare dall’inglese saltano fuori anche parole africane. Mentre canta inizia ad ondeggiare col corpo, e tutti sono presi dalla frenesia di battere le mani a ritmo: qualche asiatico ride soltanto, qualche altro si alza per danzare. Quando finisce con un inchino, tutti applaudono ma nel frattempo si è alzato un sacerdote brasiliano, che ho conosciuto il giorno prima. Padre João lavora con gli indios dell’Amazzonia, dal viso e dalla corporatura denota la sua provenienza dal nord est del suo paese. Ed esordisce così: “Mi sentivo un po’ imbarazzato quando avete chiesto di cantare qualcosa, ma dopo aver ascoltato il nostro amico dall’Africa, beh, ho pensato che non potevo fare tanto peggio di lui!”. Poi attacca con una vocina soave, intonatissima, una canzone che parla di un amore perduto, di un fiume, di una storia che si tramanda in generazioni, anzi prima di cantarla il padre la spiega, con un piglio proprio da padre, socchiudendo ogni tanto gli occhi e sollevando le braccia come se officiasse alla sua comunità, con voce ferma e calma. Da lui e da altri ho imparato a capire la lentezza, lo stile di comunicazione cui noi europei non siamo più abituati. Il padre, in uno dei due gruppi di lavoro ristretto di lingua portoghese (ce n’erano altri in inglese e in italiano) ci spiegava che se vuoi affrontare con uno yanomani un discorso, non bisogna iniziare subito da quell’argomento ma bisogna girarci intorno. Per il pensiero occidentale (in Brasile la convivenza di tre culture – la portoghese, l’africana e l’indigena – ha sempre visto dominante la prima), se si vuole congiungere due punti, la linea più veloce e pratica è quella retta: se voglio parlare di un particolare argomento lo affronto di petto, non per niente si dice “vai al nocciolo della questione”, o “vai al dunque” (come se l’argomentare sillogistico avesse automaticamente un valore in sé) è come se lo indicassi con una freccia. Per gli indios invece, quando bisogna arrivare ad un punto bisogna girarci intorno, lentamente, senza fretta, e mentre ci si passeggia intorno si parla di altro, ci si conosce, si fa festa, eccetera. Gli occidentali hanno una visione rettilinea del tempo, animata dal progresso, dalla tensione allo sviluppo (non mi ricordo più dove ho letto che la parola sviluppo nel pensiero buddista può significare anche peggioramento!). E’ relativamente da poco che, visti anche i danni causati dal cosiddetto progresso, si è diventati un po’ più cauti ad usare questa parola. Per i popoli ancora in simbiosi con la natura, quello che conta è il ciclo delle cose, delle trasformazioni, e qualsiasi cosa deve avere un ritmo lento, armonico. Girarci intorno, parlare anche d’altro: quanto fondamentale è questa semplice considerazione! Mentre Padre João parlava, riandavo ad una serie di cose che sapevo e che trovavano finalmente una sistemazione più ampia: ad esempio avevo letto che nel jazz, una delle espressioni della musicalità afro-americana, è fondamentale il gusto del dialogare, del girare intorno alla nota che si vuol suonare magari senza suonarla, come se la si volesse far emergere costruendole intorno la tazza che la contiene. Evocare una cosa, senza metterla violentemente sotto il riflettore, lasciarla emergere piano piano, tenendone i contorni sfumati, senza pretenderne una idea chiara e distinta (mi torna in mente Leopardi e la differenza tra Illuminismo e Romanticismo) rende molte volte giustizia alla sua bellezza e realtà. 

Niente di importante si fa senza la festa
Il workshop era suddiviso in tanti gruppi di lavoro, suddivisi per lingua: ce n’erano due in italiano, due in inglese e due in portoghese. Il sottogruppo di lavoro di cui ho fatto parte era composto da alcuni medici ed educatori dal Brasile, dall’Angola, dal Mozambico, dalla Guinea-Bissau; alcuni di loro erano italiani impegnati da tanti anni in questi paesi lusofoni. L’argomento della nostra ristretta sessione di lavoro era la comunicazione: come si può parlare alla comunità di educazione alla salute? Come si può arrivare anche ai più poveri di questa comunità? Come li si può coinvolgere nel processo di potenziamento ed autonomia della comunità? E’ un argomento importantissimo per chi vuole lavorare nel sud del mondo, dove spesso gli aiuti non arrivano alla destinazione per cui erano partiti e chi ne fa le spese sono proprio i più poveri, spesso emarginati dalla loro stessa comunità.
E la risposta inaspettata per me, quasi un fulmine a ciel sereno, ma che mi spiegava tutto era: fare festa. Suor Dionisia Kandeia poco dopo avrebbe detto: niente di importante in Africa inizia senza fare festa, niente di interessante si può fare, se prima non si chiamano con i tamburi tutti gli abitanti della zona, che ci impiegano sempre qualche ora per arrivare. Poi ad un certo punto si può anche mangiare qualcosa insieme, arriva il momento di dare due indicazioni sulle medicine, di vaccinare qualcuno, ma poi si ritorna alla festa, e quando è finita ognuno ritorna contento da dove è venuto. Ci ho pensato per un sacco di tempo e pian pianino le caselle si mettevano al posto giusto: ecco perché a Vila Esperança, la scuola che ho visitato a Goias Velho in Brasile, le lezioni iniziano sempre con dei canti attorno ad un palo tutto colorato, ecco perché ci sono così tante feste a Bahia…Fare festa vuol dire affermare che la comunità c’è, che tutto parte da una positività, dal fatto di appartenere a qualcosa di più grande e bello. Qui in Italia si riescono a fare convegni, anche su argomenti allegri, rigidamente bloccati dalle regole: Galeano invece sogna che la solennità cessi di essere una virtù. Nel nostro mondo chi sa qualcosa conta più degli altri; un professore universitario conta più di un genitore se si parla di educazione: e come al solito sapere è potere. Ma quanto è importante invece recuperare la dimensione dello scambio, dello stare insieme alla pari, dialogare veramente, ascoltandosi e dandosi lo spazio e i tempi giusti: in altre parole la dimensione della festa, dove non si è obbligati a presentarsi per quello che facciamo, o per dove lavoriamo, ma abbiamo la possibilità di presentarci per quello che siamo. Quante volte ai convegni ci si stiracchia perché è una barba, lì inchiodati alle sedie, come alle terribili feste di matrimonio, in cui per ore e ore si tengono le gambe sotto il tavolo. Festa vuol dire musica e musica vuol dire ballare: niente si fa di interessante se non ballando, danzando. E noi occidentali guardiamo queste manifestazioni di gioia e ci chiediamo: come fanno con tutti i problemi che hanno a ballare, a fare festa? Come se la festa fosse solo divertimento e non avesse invece un profondo significato di condivisione, e di risposta anche ai problemi. Riflessione: per dire noi spesso in Brasile si dice a gente. Quando sentivo dire:- “agora onde va a gente? A gente pensa que…”E io mi chiedevo la gente chi, gli altri? No, la gente siamo noi, non c’è l’io e gli altri, ma la gente, che siamo noi.

Il miracolo della festa
Fare festa. Quanto può essere fertile questo concetto anche per le nostre associazioni italiane, per quelle che si chiedono: come faccio a coinvolgere i volontari? Siamo soli, siamo pochi. Il rischio è di fare la “festa dei disabili”: la gente che ci va magari fa un piccolo fioretto, lascia l’obolo, e se si diverte non se l’aspetta. Ci siamo così allontanati dal senso di comunità che il miracolo è quello di divertirsi insieme ad un disabile. “Chi non crede nei miracoli, magari quando avvengono veramente non se ne accorge”: vado a memoria, ma più o meno sono le parole dello straordinario protagonista del film Parla con lei di Almodovar. Non è che se ci credi allora i miracoli avvengono: ma se ci credi allora ti accorgi di quanti ne avvengono. Bisogna recuperare la dimensione della festa vera dove nemmeno il divertimento è un obbligo: è una dimensione aperta, non troppo piena di cose né troppo organizzata, è uno spazio che aspetta le cose e anche i miracoli accadere. Ascoltavo Roberto Farnè dell’Università di Bologna (durante il convegno Giocare insieme, giocare tutti, organizzato dall’AIAS di Bologna) riportare un interessante esperimento: alcuni ricercatori hanno verificato con quali criteri i bambini utilizzano gli spazi all’interno di un parco diviso in tre zone (una conteneva i campi da calcio e basket, l’altra era dedicata a giochi per bambini – con altalene, eccetera – e l’ultima era uno spazio aperto). Proprio questa area risultava la più utilizzata: i bambini giocano sperimentando, si divertono a codificare sempre nuove regole, si sporcano, scavano la terra, salgono sugli alberi… tutte cose che nei nostri parchi non si possono più fare. La festa quindi non è uno spazio tutto deciso, controllato e riempito di attività ma è uno spazio dove si gira, ci si incontra, non si sta fermi ma si sperimenta: che bello quel matrimonio dove si mangiava bene ma anche ci si muoveva, chi ballava, chi andava sulla mongolfiera, chi giocava a calcio, chi beveva birra…
Per coinvolgere e far partecipare la comunità bisogna partire da cose che interessano tutti, dallo sport per esempio. Non ha senso, non ha lo stesso risultato fare la festa dello sport per disabile, fare la giornata del disabile, fare gli “amici del disabile”, perché quello che interessa non è l’handicap, la difficoltà, il sale, ma la persona, il gioco, la minestra. L’handicap diventa interessante e il sale della vita quando riusciamo a connetterlo appunto alla vita. Nelle “feste dei disabili” partiamo già col piede sbagliato: bisogna fare feste dove conta la musica, il gioco, il mangiare: la gente verrà, noi ci andremo più volentieri. E poi quello che accade accade: l’incontro porta l’amicizia, salda la comunità, sono cose che nascono nel tempo, senza forzare il ritmo, con spontaneità. 

Stare bene

Mi chiedo quante volte noi europei facciamo festa, quante volte io faccio festa: una volta alla settimana in discoteca o a cena con gli amici? Una volta al mese, quando si va a fare i turisti da qualche parte? tutti i giorni? Eppure la giornata tipo è dominata dal lavoro, si lavora sempre. Abbiamo addirittura messo al lavoro i nostri bambini: l’altro ieri ho provato a cambiare l’orario delle lezioni di chitarra ad una mia alunna e quando le ho chiesto:- “e se facessimo venerdì pomeriggio?” – mi ha guardato come si guarda un marziano. Assolutamente no, non esistono buchi nella sua settimana, impegnata com’è a studiare, fare judo, nuoto, inglese, chitarra…Quand’ero piccolo io dalle tre alle sei del pomeriggio andavo nel parco e lì trovavo gli amici, e si stava lì, senza adulti intorno, giocando, scalando gli alberi, esplorando, inventandosi giochi. Alcune volte non facevamo niente, stavamo seduti a parlare.

Eppure abbiamo bisogno anche da adulti di queste cose! Da cosa dipende il benessere? Innanzitutto bisogna dormire bene (ho letto da poco un libro di seicento pagine, I segreti del sonno, di un tale che si chiama Dement, e una delle poche cose che ricordo di questo libro è: bisogna dormire di più!), e per dormire bene bisogna muoversi e mangiare adeguatamente. Questo individualmente uno lo può fare, ma nell’altrettanto essenziale dimensione collettiva bisogna anche fare festa, ridere, giocare. E quando abbiamo il tempo di fare questo? Abbiamo mediamente circa diecimila oggetti in casa. Passiamo la maggior parte del nostro tempo a lavorare per comprare cose (ovviamente già belle e fatte, dato che noi abbiamo disimparato a costruirle: adesso vendono addirittura la pastasciutta pronta): poi ci tocca spolverarle, aggiustarle o buttarle via, occuparci di loro… Un indigeno ha pochissimi oggetti e tutti essenziali: “La vita è quella che cosa che ci accade mentre siamo occupati a fare delle altre cose”, diceva Antony De Mello. 

Saude e alegria
Fare festa non è essere disimpegnati, ma è un modo di fare e anche di affrontare i problemi, utilizzando il riso, l’animazione, il circo. Il nome del progetto fondato dal dottore brasiliano Scannavino è Saude e alegria, salute ed allegria. Quando durante una conferenza gli hanno chiesto il perché di questo nome, lui ha risposto che in tutta fretta aveva dovuto riempire un modulo e quelle erano le prime parole che gli erano venute in mente. Allora una signora indigena, quella che definiremmo ignorante, povera, si è alzata e ha detto: “perché la salute è l’allegria del corpo e l’allegria è la salute dell’anima”. Scannavino è riuscito a incontrare  popolazioni disperse in Amazzonia, cercando di fare un po’ di educazione alla salute, partendo dal principio che il primo presidio sanitario non è l’ospedale ma l’individuo, e che bastano alcune regole base per debellare tantissime malattie. Per insegnare a fare il sapone ad esempio non ci vuole molto: basta poco per ottenere dei grandi risultati. Durante la sessione di lavoro un medico ha però detto: “Io ho spiegato ai contadini che dovevano lavarsi le mani prima di mangiare, di togliersi la terra dalle mani, ma loro mi hanno spiegato che era offensivo nei confronti della terra, Pachamama, la Grande Madre”. È lo stesso motivo per cui prima di bere si versa sempre un po’ del contenuto del bicchiere per terra per far bere prima la Grande Madre. Sono atti che interpellano noi europei profondamente.
In Europa la salute e l’allegria spesso stanno rigidamente separate, anzi quasi quasi non si può più ormai fare festa senza farsi del male, o non si può frequentare un ospedale senza provare quel senso di frustrazione e depressione a causa dell’asetticità delle cose o dell’incuria di muri grigi. Per fortuna che Patch Adams, il dottore inventore della clown therapy ha fatto proseliti con il suo: “Quando si cura la malattia si può vincere o perdere, quando si cura la persona si vince sempre”!
Sapete come Scannavino fa educazione sessuale? “Parto dal fatto che dovunque in Brasile, in qualsiasi villaggio, anche il più povero, c’è un campo da calcio. Allora si divide il gruppo in due squadre, si disegnano sul campo due enormi tube di Fallopio alle cui estremità ci sono due ragazze molto belle. Tutti gli uomini e ragazzi sono in fila ed al via devono correre per arrivare alle ragazze…quando gli spermatozoi sono arrivati, il gioco continua, fino alla nascita del bambino, e così via…è un modo divertente di spiegare l’educazione sessuale, in questo modo resta nella testa. Per convincere gli uomini spesso maneschi e con poco rispetto a usare il profilattico, abbiamo organizzato per le donne un corso di danza erotica utilizzando il preservativo”. Scannavino lavora in zone dove dominano i garimpeiros, i cercatori d’oro che terrorizzano le popolazioni indigene per farle lasciare i loro territori, favorendo così anche le multinazionali per lo sfruttamento dell’immenso patrimonio che è l’Amazzonia. Addirittura quando i garimpeiros scoprono una tribù che non è entrata mai in contatto con l’uomo bianco, portano un malato in modo che il morbo passi alla popolazione per sterminarla. Scannavino stesso quando visita i malati nella foresta utilizza una mascherina: sono popolazioni che ad esempio non conoscono le malattie ai denti. 

1. Percominciare

a cura di Roberto Ghezzo e Monica Tassoni

(…) il termine comunità si è sviluppato e diffuso (Tönnies, 1887) in contrapposizione a quello di società. Quest’ultima connota relazioni sociali basate sull’individualismo, l’utilitarismo e l’impersonalità mentre la “comunità” rimanda a relazioni affettive, familiari, in cui prevalgono gli interessi comuni. (pag. 84)
La comunità (…) è territorio, copresenza, rapporto faccia a faccia, trasparenza, democrazia, sicurezza. Anche da un punto di vista semantico del termine, la comunità può offrire più letture, sia che la si voglia leggere cum-moenia, ovvero territorio delimitato da mura, da confini; sia che si dia rilievo a quel munus (cum-munus) ovvero dono; dono di una parte di sé all’altro con il quale si stabilisce reciprocità di rapporto, fiducia, senso di appartenenza, sicurezza. (pag. 23)
La domanda di comunità può divenire una domanda di senso; il rischio però è quello di una eccessiva chiusura e sarà importante trovare un equilibrio fra il bisogno di mantenere un’identità locale e la necessità di apertura verso i cambiamenti e le trasformazioni. (pag. 91)
(…) permane il desiderio di comunità, di quella presunta casa naturale, di quel “cerchio caldo” e accogliente. Permane soprattutto il bisogno di sicurezza. (…) I vari attributi che sempre più spesso accompagnano il termine ne tradiscono la realtà surrogatoria:
– comunità “a tempo”, dove si ritrova chi vive sentimenti di incertezza, insicurezza, e che sente il bisogno di scambio (…)
– comunità “chiuse”, in cui si rifugia l’uomo affermato per staccarsi dalla caotica intimità della normale vita di città, per evitare gli “intrusi”. (…)
– comunità “ghetto”, ovvero quella nelle quale si organizzano coloro i quali hanno meno potere, quando non i marginali (…)
– comunità “gruccia”, gruccia sulla quale appendere le paure, le ansie vissute a livello individuale per riceverne una sorte di rassicurazione collettiva (…)
– comunità di gusto, basate su stili di vita, su affinità parziali, sul ritrovarsi insieme negli stessi spazi per fare le stesse cose – in una piazza, in un bar, in una discoteca (…) (pag. 31 e 32)
Secondo Sonn e Fisher (1998) le persone possiedono una comunità primaria, che sarebbe quella che provvede valori, norme, storie, miti e un senso di continuità storica. (pag. 97)
Sottovalutare l’importanza della comunità territoriale non è irrilevante e può portare a conseguenze negative: ad esempio dimenticarsi, nella pianificazione urbana, delle persone che hanno minor possibilità di spostamento (bambini, anziani, persone povere, disabili); non opporsi allo smantellamento delle reti ferroviarie locali per favorire i grandi spostamenti e l’alta velocità, certamente più redditizia; favorire l’apertura di grandi centri commerciali a scapiti dei negozi di quartiere. (pag. 99 e 100)
La pratica della democrazia per diventare effettiva, e non pura formalità, ha bisogno del coinvolgimento, della partecipazione, di un senso di responsabilità sociale e del senso del “noi”. (pag. 85)
La maggior parte delle persone ancor oggi vive per molti anni nella medesima comunità. (pag. 86)

Le citazioni sono tratte da: AAVV, Comunità, rete, arcipelago. Metafore del vivere sociale, a cura di Bianca R. Gelli, Carocci editore, Roma, 2002. In particolare quelle riportare dalle pagg. 23, 31 e 32 sono tratte dal capitolo Comunità: dalla metafora al concetto, di Bianca R. Gelli; le rimanenti sono tratte dal capitolo “L’importanza della comunità territoriale e il senso della comunità”, di Miretta Prezza.

11. La comunità che cambia

di Davide Rambaldi

Intervista a Teresa Marzocchi, responsabile della comunità di accoglienza “La rupe” di Sasso Marconi (Bo)

L’occasione dell’intervista è la costruzione di un numero di HP sull’intervento educativo nelle tossicodipendenze. Abbiamo pensato a te perché La Rupe rappresenta una istituzione comunitaria storica nel contesto bolognese e non solo e attualmente ancora molto attiva nel trattamento terapeutico delle persone con problemi di dipendenza.
La prima cosa che vorrei chiederti è se è cambiato, e se sì, come e perché, l’intervento comunitario nei confronti dei tossicodipendenti. Com’è il panorama delle comunità?
Ci sono 2 filoni di cambiamento da quando abbiamo iniziato a lavorare in comunità. Adesso non si dice più comunità quanto trattamento residenziale. I cambiamenti sono avvenuti con una normale evoluzione: c’è stata un’evoluzione del fenomeno, un’evoluzione delle caratteristiche dell’utenza ed un’evoluzione propria di chi fa comunità, quindi educatori, operatori, responsabili, sia chi lo fa a livello politico che tecnico. E’ un’evoluzione di crescita professionale, di saperi e conoscenze.
Le comunità sono iniziate con un trattamento molto semplice e i cambiamenti sono avvenuti perché si è cominciato a capire come incontrare e lavorare con queste persone, a riflettere su quello che si faceva; ci si è resi conto che gli interventi proposti non erano sufficienti, ci voleva dell’altro, per cui l’evoluzione è normale. Se anche non fosse cambiato il fenomeno, l’evoluzione ci sarebbe stata ugualmente, perché se ti impegni seriamente se sei comunque in un’ ottica di miglioramento…
Adesso, secondo me, il trattamento residenziale è un trattamento conosciuto, consolidato e sperimentato soprattutto perché si è in grado di conoscere e a leggere l’esperienza che si è fatta.
Ripensando a quello che si è fatto si può dire, a mio parere, che ci sono due tipi di trattamenti residenziali di base che sono:
– Un trattamento con caratteristiche prevalentemente pedagogico-riabilitativo, noi le chiamiamo le comunità di vita, perché sono quelle più vicine al modo con cui abbiamo iniziato a fare comunità; all’utenza che va in queste strutture viene offerta la condivisione, l’ascolto, spesso l’esperienza lavorativa anche di formazione, con un approccio relazionale prevalentemente educativo.
– Un trattamento con caratteristiche prevalentemente terapeutico-riabilitative dove serve, spesso oltre alle caratteristiche della precedente proposta, una preparazione professionale più approfondita, dove si possono fare interventi individualizzati; i contenuti della proposta comunitaria hanno anche carattere psicologico, tecnico, specializzato per le diverse necessità dell’utenza (doppia diagnosi, mamme con bambini, trattamenti farmacologici).
Il cambiamento avvenuto nell’esperienza è stato complessivo: consapevolezza della necessità di professionalità in aggiunta alla motivazione personale, consapevolezza di non poter risolvere tutti i problemi, accettazione di fallimento dell’intervento. Si è poi acquisita anche l’accettazione dell’evidenza che il tossicodipendente può anche non guarire, o che non tutti possono guarire allo stesso modo……e questo è stato un gran passo rispetto alla metodologia di lavoro.
Quindi, tu dici che le prime comunità coltivavano davvero l’idea assoluta della guarigione?
Quando noi abbiamo iniziato nell’83, la nostra convinzione era che tutti dovevano guarire dalla tossicodipendenza e che tutti erano guariti se assumevano anche un certo stile di vita! Noi abbiamo impiegato degli anni a capire che il percorso di trattamento doveva essere sempre e comunque una proposta di miglioramento delle condizioni di vita della persona e che non potevamo pretendere però che si rispettassero i nostri tempi o gli stessi tempi per tutti. Abbiamo poi acquisito la capacità di rispettare le scelte delle persone rispetto alle diverse modalità del reinserimento sociale.
Visto che voi vi occupate anche di riduzione del danno, era impensabile anni fa che una comunità si occupasse non più di guarigione?
Premetto che fare riduzione del danno non significa escludere la possibilità di “guarigione”. Quando abbiamo iniziato non pensavamo nemmeno lontanamente di andare ad incontrare le persone che ancora usavano le sostanze, ci sembrava di avvalorare la loro scelta! Il nostro atteggiamento era quello di aspettarli quando ritenevamo avessero la motivazione a smettere di drogarsi; il tempo, i fallimenti, le numerose vittime ci hanno poi fatto capire che questo atteggiamento non bastava, era selettivo e stavamo lasciando fuori, proprio noi con una certo tipo di motivazione, lo persone che maggiormente stavano male. Così abbiamo iniziato, sicuramente in ritardo rispetto ai servizi, ma bisogna tener conto che gli interventi di riduzione del danno erano prevalentemente non residenziali e noi allora ci occupavamo quasi esclusivamente di residenzialità.
Quante comunità ci sono adesso che si occupano di riduzione del danno?
Le nostre al 70%.
Del CNCA, intendi.
Sì. Le comunità del Cnca al 70% accettano di trattare pazienti anche con metadone. La maggior parte solo per il trattamento scalare, altre anche tempi più lunghi; il fatto però di accogliere insieme persone a trattamento metadonico ed altre no è diventata una condizione normale. Il cambiamento grosso ha riguardato sì l’uso del farmaco, ma soprattutto la convinzione che era meglio intervenire prima che le persone si rovinassero a volte irrimediabilmente. Ho ben presente che per nel periodo iniziale abbiamo consigliato alle famiglie, indifferentemente, di chiudere fuori di casa i figli.
Io mi ritrovo, in maniera analoga, nel sostenere la famiglia nel gesto di chiudere la porta in faccia al proprio figlio, ma soltanto a patto di una valutazione globale del soggetto e del contesto familiare. Non si possono correre certi rischi.
Vi è nel nostro settore una grande diversità di vedute. L’approccio ideologico di alcune comunità è che tutti devono guarire per forza, altrimenti legittimi la tossicodipendenza, e il tossicodipendente viene visto come cattivo perché tossico; mentre altre dicono che non è cattivo, ma ha dei problemi e per questo deve ricevere aiuto.
Che è malato.
Non ho detto malato perchè poi si dice che tutti i tossici sono malati e si sanitarizza la problematica. Dico che bisogna pensare a risposte diverse a seconda di chi si ha di fronte. Il nostro approccio prevede tempi anche molto lunghi, fare riduzione del danno è anche questo, bisognerebbe riuscire a trasmettere l’informazione che fare riduzione del danno non significa tout-court aderire o legittimare la dipendenza.
Non conniviamo con la dipendenza.
Però stiamo con loro, nelle loro dipendenze fin che loro vogliono, rispettando la legalità, i principi di coerenza…
Nel rispetto civile
E sempre con l’ottica del miglioramento, noi siamo per fare incessantemente proposte verso l’emancipazione dalla dipendenza, senza però fare violenza, rispettando i tempi delle persone, mirando nell’immediato al miglioramento delle condizioni di vita.
E’ quel concetto di attesa che mi piace molto, intanto tu stai nella relazione, ci sei, però non da connivente.
Io sono io, tu sei tu, io ti dico come la penso, tu mi dici come la pensi, stiamo insieme, andiamo avanti, però non nella connivenza. Questo è un approccio che non è condivisibile da tutta l’area delle comunità, però questo è l’approccio delle comunità del CNCA, ma non solo. La cosa bellissima è che da tempo questo è l’approccio condiviso da tutte le realtà della provincia di Bologna sia private che pubbliche. Vorrei poi sottolineare il fatto che, purtroppo, molti non hanno accolto l’uso del metadone come strumento perché è stato purtroppo usato da diversi servizi pubblici non con un approccio soggettivo; spesso il metadone è stato dato più di quanto si doveva dare, per tanti motivi, alcuni di carattere ideologico ed altri no, a volte anche perché non c’erano nei servizi le forze necessarie per offrire e gestire altro. Quello che a noi dispiace è che spesso, anche quando si poteva fare altro, è stato fatto solo quello, senza accompagnare l’adeguato sostegno psicologico o sociale. Questa situazione ha svalorizzato complessivamente la proposta di utilizzo del farmaco.
E’ chiaro che è un bilico sottile, poiché le politiche della riduzione del danno rischiano di confermare la dipendenza. E’ vero anche che se il farmaco è ben utilizzato e se la differenziazione
tra l’universo psicologico-culturale esistenziale del soggetto e quello del terapeuta o educatore, è ribadita, nel sostegno e nell’accompagnamento ad un certo punto succede qualcosa, poiché le relazioni producono qualcosa. Quindi io sono d’accordo sul fatto che non bisogna essere conniventi alla dipendenza; che significa che io ti accompagno, non ti posso forzare, sono qui però ti dico che hai altre possibilità, dopodiché fai tu. A un certo punto, può anche darsi che tu mi chiedi qualcosa, e a quel punto io te la posso dare e può essere qualcosa che con il metadone e con la dipendenza c’entra meno. Ti posso fare delle altre offerte.
Ti faccio un esempio. Dalla nostra esperienza ci sembra di poter dire, riferito al discorso fatto prima di evoluzione degli interventi, che si possono prevedere tre macroaree di intervento residenziale:
– trattamento volto alle cure di riabilitazione, dove si mira all’emancipazione dalle sostanze;
– trattamento di pausa, di riduzione del danno, dove una persona può prendere fiato;
– comunità di accompagno, dove le persone vengono accolte in un percorso che può richiedere tempi molto lunghi e senza obiettivi specifici nell’immediato se non la condivisione, la vicinanza.
Il trattamento residenziale è da concepirsi sempre più individualizzato, ma ogni singolo deve essere coinvolto nella condivisione dei problemi della comunità. Ogni tossicodipendente ha il suo programma, ma deve essere inserito nel trattamento comunitario: ciò significa non perdere, nel trattamento individualizzato, la matrice di fondo dell’uscire dai problemi insieme ad altri, con l’aiuto e lo strumento del gruppo.
Che è la grossa complessità del trattamento, credo, nel vostro contesto e che riguarda il rapporto tra individuo e gruppo.
In questa dimensione anche regole e tempi di permanenza sono cambiati, non sono più uguali per tutti, anche all’interno della stessa comunità. Questo è possibile soltanto se si mantiene il nocciolo duro del trattamento comunitario; quando questo non avviene, è bene fare un trattamento altrove, non residenziale altrimenti la comunità viene snaturata e diventa un contenitore e basta.
L’altra riflessione sul trattamento residenziale è che ormai l’offerta comunitaria è molto diversificata. Ci sono interventi diversi a seconda del target (mamma bambino, doppia diagnosi, coppie…), del numero di ospiti (appartamenti terapeutici, moduli specialistici in comunità “normali”…), del tempo di permanenza. La grande chance è questa! Poi di fianco alla comunità ci vuole anche altro: prima, dopo e a volte anche durante.
Una diversificazione della risposta
Proprio così.
Com’è il rapporto con i SERT?
E’ vario! Rispetto al passato è molto migliorato. Dire poi che l’esperienza emiliano-romagnola è particolare; non ci sono pregiudizi di fondo, c’è un idea generale di integrazione, ci sono provvedimenti normativi che sostengono questo da tempo, molto prima che le normative nazionali lo prevedessero. Nella maggior parte dei servizi Emiliano-Romagnoli c’ è, sia da parte del pubblico che del privato, una grande tensione all’ integrazione; ovviamente ci sono anche difficoltà spesso legate alle politiche del momento (negli corso degli anni ci si è avvicendati nel ruolo di protagonismo rispetto al fenomeno). Le possibilità di integrazione sono poi fortemente condizionate dalle persone che operano concretamente nei servizi. Penso però che si possa dire che nelle comunità c’è maggior senso di appartenenza, condivisione dello stile di intervento, l’operatore della Rupe si sente tale e porta la filosofia della Rupe; nei SERT questo è meno sentito. Ci sono SERT che sono anche “gruppo”, altri sembra lo siano molto meno, l’identità è meno forte forse anche a causa delle continue modifiche istituzionali a cui sono stati sottoposti in questi anni.
E’ valutabile l’esito degli interventi nelle comunità?
Sì valutabilissimo.
Quando si esce e si perdono i contatti, è possibile calcolare l’incidenza delle ricadute?
Questo sarebbe un nostro grande desiderio, ma non è mai stato fatto seriamente, né per i privati, le comunità, né per i SERT. Per i SERT poi mi sembra ancora più difficile perché è meno definito quando finisce il trattamento. L’intervento comunitario invece si sa quando inizia e quando termina, ci sono più possibilità di riferimenti.
Questo è un fatto, ma noi abbiamo un idea di chi torna, di chi è guarito, dell’ incidenza del trattamento.
Nel progetto nazionale di valutazione, quello dei SERT si è concluso, in quello del privato nonostante tutto ci sono state più difficoltà per mancanza di disponibilità a farsi valutare, per scarsità di dati. Della nostra comunità abbiamo tutti i dati, dall’inizio a oggi, con un monitoraggio annuale sugli andamenti. Non li abbiamo mai comunicati ufficialmente perché non abbiamo avuto le risorse per farli validare da un esterno e garantirne così la veridicità.
Però è un lavoro che fate? Il problema dei dati, da questo punto di vista, è molto interessante, poiché lo stereotipo è: l’ intervento in comunità guarisce. Tutti i dati che riguardano la ricaduta e all’ esterno non ci sono. Noi, come SERT, raccogliamo tutti i fallimenti comunitari che, però, all’ opinione pubblica non arrivano.
I dati dovrebbero essere letti sia dal punto di vista vostro che delle comunità. Il problema è che bisognerebbe farlo in fretta perché i trattamenti residenziali stanno cambiando e cambieranno anche i parametri di valutazione. Noi avevamo chiesto alla Regione di finanziare il nostro progetto, occorrevano risorse per avere la copertura di esperti, in proporzione questi interventi costano davvero tanto anche se fatti su piccoli numeri.
Immagino ci siano parecchie resistenze nella raccolta dei dati.
Si, si sono state per il passato ma un investimento in questo senso sarebbe davvero necessario e credo che ora le comunità sarebbero più disponibili e più strutturate per sostenere lo sforzo che nella nostra esperienza è stato davvero utilissimo anche per adeguare la nostra modalità di lavorare.
Una domanda politica: gli attuali orientamenti sulle tossicodipendenze. Sembra si sia molto portati all’ investimento su progetti di comunità, piuttosto che ai trattamenti pubblici dei SERT. Vi sentite più garantiti oppure no? E che ricaduta ha sulle comunità?
Ho letto un articolo che parlava della grossa enfasi su poche comunità che non hanno a che fare con il pubblico, mentre c’è un ostile silenzio sul 90% delle altre comunità, che tra l’altro collaborano con i SERT. Tu come vivi questo momento?
Aspetto che passi perché spesso il nostro settore è sottoposto alle molte parole della politica e dei media. Le politiche delle tossicodipendenze non hanno mai condizionato più di tanto chi operava ogni giorno nel settore. La cosa che mi fa paura è la valorizzazione che questo governo fa degli interventi comunitari che ghettizzano i tossicodipendenti. Mentre non valorizzano il sistema integrato che ormai è consolidato, valorizzano il privato che, ora come una volta, rinchiude i tossici, li toglie dalle strade dalla vista di tutti e così si può non affrontare veramente il problema.
La classica politica dell’esclusione.
Io sono molto preoccupata per tutto il nostro settore, non solo per gli ambiti della tossicodipendenza, in egual modo è affrontato il problema dell’ immigrazione, teniamo le colf perché fanno comodo, teniamo solo gli immigrati che lavorano e per quando lavorano . Il resto non ci interessa, la loro vita, le loro famiglie…. La scelta che si è fatta è di sostenere coloro che hanno la minima di pensione ma per quelli che non hanno nemmeno quella non c’è un pensiero…esistono solo se sono funzionali. Poi la sussidiarietà si propone non ci trova d’accordo: l’intento è quello di delegare completamente al privato, ed in particolare al terzo settore, tutto il mondo dell’emarginazione che quindi non è più un problema di chi ha la responsabilità politica di governo. Questa delega non ci piace, noi vorremmo interagire ognuno mantenendo il suo ruolo. La dichiarazione fatta circa le comunità che dovrebbero essere autonome ed autosostenersi con il lavoro degli ospiti fa molta paura: allora il trattamento si riduce a far lavorare i tossicodipendenti. Sembra quasi che il nostro ruolo di educatori si stia emancipando verso la managerialità, una managerialità tra l’altro molto particolare che prevede l’utilizzo di manodopera gratuita. Se andiamo avanti così dovremo di nuovo ricorrere alle beneficenze per poter aiutare chi è in situazione di difficoltà!
Sai, viviamo in una società fondata sul lavoro. Il vero e unico valore che in questa società non viene messo in discussione è il lavoro. Nel momento in cui qualcuno lavora è incluso, tutti quelli che non possono lavorare sono esclusi e sono a rischio di emarginazione. Questa è la norma di questa società. Il lavoro normalizza, riabilita, guarisce.
Noi alla Rupe pensiamo che il lavoro sia importantissimo; non rifiutiamo il concetto di far lavorare gli ospiti anzi, ma questo deve essere orientato alla ergoterapia, alla formazione professionale e ci deve anche essere lo spazio per fare altro, molto altro. Il lavoro è uno strumento terapeutico, spesso è subito, vissuto dagli ospiti come punizione ma certamente si può uscire da questa situazione mortificante.
Ti faccio una domanda provocatoria. A volte, certi programmi classici delle comunità sembra lavorino per ristrutturare la personalità deviante del tossicodipendente secondo il modello normativo, valoriale dei gestori. Certamente questo può consentire al soggetto di uscire da una condizione che l’ ha portato a fare della sua vita qualcosa di rovinoso, ma a volte significa anche appiccicargli addosso un cappotto che non è suo. Tu come la vedi questa cosa? E’ un rischio che le comunità continuano a produrre oppure no? Oppure davvero in questa diversificazione di risposte, che è il tentativo di far trovare ad ognuno il suo vestito e la sua modalità di muoversi nel mondo, le comunità si sono un po’ affrancate anche da un modello valoriale che è : bisogna essere così per poter vivere nella società, per poter essere brave persone, per fare qualcosa di buono nella propria vita?
Secondo me, la situazione politica attuale può farci tornare indietro rispetto al percorso che è stato fatto; 80% delle reti trattamento residenziale garantisce la ricerca del proprio vestito; l’ altro 20% costruisce il vestito e dice che il vestito è uno solo.
Io sono convinta che per alcune persone è indispensabile accompagnare anche ad una scelta particolare di vita ma la maggior parte dei nostri ospiti hanno la possibilità di scegliere il loro futuro di reinserirsi sociale.
Per certe persone che hanno un’ identità che li ha portati nel vuoto e nella disperazione ed hanno un’ identità così fragile, mettergli addosso un vestito che non sarà neanche il suo, ma almeno è uno gli consente di rifarsi una vita ..Ma non si può concepire un mondo in cui c’ è un vestito unico per tutti. Quello che noi vediamo è che a volte quel vestito va bene solo se sta in un determinato contesto, dove tutti rinforzano quell’ identità lì. Nel momento in cui tu esci fuori con l’ offerta della varietà di identità con cui tutti noi giochiamo, uno poi si spezza.
Sono d’accordo.
Avevo un’ altra domanda sulle famiglie: quanto si riesce a prendere in carico le famiglie nei trattamenti residenziali?
Innanzitutto bisogna dire che le famiglie, ora, non ci sono più. Le persone che arrivano in comunità hanno circa 30 anni, hanno vissuto ormai lontani dalla famiglia per del tempo, molti dei nostri alla Rupe sono loro stessi famiglia. Tieni conto che abbiamo lavorato tanti anni con le famiglie, investendo moltissimo e ci siamo accorti che non si può lavorare con tutte le famiglie, bisogna prevedere investimenti mirati, con quelle che ci vogliono o ci riescono a stare, in altri casi bisogna avere il coraggio di dire che si lavora a prescindere dalla famiglia. Chi fa trattamento comunitario difficilmente può assumersi completamente anche le problematiche della famiglia. Ci si riesce se c’è bisogno di poco, se sono sul territorio….; per gli interventi complessi bisogna fare l’invio ad altri (i loro Sert ad es). Io credo che oggi, per la maggior parte, convenga trattare il tossicodipendente, che è un adulto, e creargli una situazione di emancipazione e affrancamento dalla famiglia.
Si, al limite lavori sui vincoli interni, non tanto su quelli esterni
C’è da tener conto che influisce anche il fatto che noi ora abbiamo meno chances con le famiglie, all’ inizio eravamo vissuti come dei salvatori, c’ era molto pathos da parte delle famiglie nei confronti di chi gestiva le comunità; adesso siamo vissuti come una casa di cura, siamo professionisti, si vive più distacco anche nelle situazioni in cui le situazioni iniziali non sono cambiate (alcuni responsabili vivono ancora in comunità con le loro famiglie ma l’immaginario è comunque cambiato).
C’è meno senso di appartenenza?
Sì. Noi adesso per molte famiglie siamo come un SERT. Ovviamente questo non è squalificante per il servizio pubblico ma, in molti casi, non tiene conto della scelta motivazionale e di condivisione che in alcune comunità è ancora ben presente.
Bene Teresa, ho finito le domande. E’ stato un piacere questa chiacchierata. Ci vediamo la prossima settimana al CTT della riduzione del danno.
Vieni a bere un caffè su in Comunità?

Come si fa a rinunciare a un classico dell’ospitalità comunitaria?

6. La comunità e le persone svantaggiate

di Sunil Deepak, del dipartimento Medico-Scientifico AIFO

Gli ultimi cinquant’anni hanno visto un crescente interesse intorno al concetto di comunità e sul ruolo della comunità nel fornire servizi e sostegno alle persone bisognose al suo interno. Vi sono diverse ragioni che hanno spinto a questa riscoperta del valore della comunità:
a) La crescente urbanizzazione assieme ad altri fenomeni ad esso collegati, come famiglie mononucleari con pochi bambini, paure collegate all’inquinamento e alle nuove tecnologie come gli alimenti geneticamente modificati, il vivere autonomo e anonimo nelle città, tanto per fare alcuni esempi, hanno creato una visione romantica e nostalgica delle “comunità”, viste come luoghi ideali dove i rapporti interpersonali ed i rapporti con la natura sono armoniosi e senza conflitti. Lo sviluppo delle tecnologie collegate a internet aiutano la creazione di nuove comunità virtuali, dove gli abitanti delle metropoli affollate e le persone che si sentono isolate dalle barriere fisiche e sociali possono conoscersi virtualmente.
b) Il ventesimo secolo aveva visto lo sviluppo dei sistemi governativi, dove lo Stato assumeva un ruolo predominante per assicurare i servizi educativi, sanitari e sociali a tutti i cittadini, soprattutto quelli più vulnerabili e svantaggiati. Gli anni ottanta e novanta del ventesimo secolo hanno visto il graduale affermarsi delle politiche neo-liberali dove lo Stato non dovrebbe garantire niente se non la stabilità, all’interno della quale le forze private del mercato possono garantire tutti i servizi necessari. Ma questi cambiamenti, con la privatizzazione dei servizi sanitari e sociali, devono scontrarsi con resistenze popolari. Scoprire allora il ruolo delle comunità per prendere cura dei bisogni delle persone diventa un modo per camuffare e giustificare il taglio dei fondi governativi destinati alle spese sociali.
c) Il periodo dopo la seconda guerra mondiale ha visto la nascita dei grandi organismi internazionali delle Nazioni Unite e le grandi istituzioni finanziarie quali il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Nello stesso periodo sono nati grandi programmi di cooperazione bilaterali nei paesi più industrializzati. Alla base troviamo una concezione occidentale e neoliberale dello sviluppo, per cui si realizzano grandi opere per milioni di dollari. Piccole organizzazione popolari, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, hanno denunciato i danni causati da questa concezione dello sviluppo e hanno proposto dei modelli alternativi di sviluppo partecipativo, radicati nella comunità e soprattutto tra i gruppi più emarginati e svantaggiati.

Lo sviluppo partecipativo
Le radici dello sviluppo partecipativo affondano nelle filosofie di Gandhi e di Paulo Freire. Gli esperimenti di Gandhi per la creazione di piccole comunità autosufficienti (Sarvodaya) e lo sviluppo della teologia della liberazione in America latina, fanno parte di questo processo che ha portato alla dichiarazione di Alma Ata nel 1978 e lo sviluppo delle strategie di salute comunitaria e di riabilitazione su base comunitaria.
Nell’ambito di un’iniziativa congiunta tra l’unità della riabilitazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e AIFO /Bologna, nel 1995 è stato deciso di avviare alcuni progetti sperimentali nelle bidonville di diversi paesi del sud del mondo per studiare se le comunità povere delle bidonville erano disponibili a prendersi cura delle persone più vulnerabili e svantaggiate tra di loro. Questi progetti prevedevano attività a sostegno delle persone disabili, dei tossicodipendenti e dei bambini di strada tramite la formazione dei volontari provenienti dalle bidonville. Quest’iniziativa si è conclusa alla fine del 2001. Le raccomandazioni dei progetti che hanno partecipato a questa iniziativa, comprendevano le seguenti considerazioni.
Nelle bidonville un gran numero di persone sono costrette a vivere affollate in piccoli spazi. Per la maggior parte dei poveri, lo spazio residenziale è una struttura precaria di fango o cartone o lamiere… Queste aree non hanno accesso ai servizi pubblici come luce, acqua potabile, centri sanitari, scuole. Le persone possono appartenere a diversi gruppi etnici, tribali e religiosi e spesso sono inconsapevoli del loro numero collettivo, della loro identità e dei loro diritti come cittadini.
Le comunità all’interno delle bidonville possono prendersi cura delle persone più svantaggiate tra di loro, se sostenute da servizi sociali e sanitari locali. I genitori e le organizzazioni di base locali possono iniziare programmi di riabilitazione per le persone disabili, se le comunità li conoscono e hanno fiducia in loro. I “leaders” delle comunità locali, sia quelli formali che informali possono avere un ruolo fondamentale in questo processo. E’ importante che i beneficiari delle attività abbiano la possibilità di esprimere i propri bisogni e influenzare le strategie adottate e le attività svolte.

La coscienza dei limiti della comunità
Spesso quando si parla di comunità si tende a vedere tutta la popolazione in una determinata area geografica e si pensa ad una partecipazione di tutte le persone della comunità alle attività. Di fatto, tutte le persone di una comunità raramente si lasciano coinvolgere in tutte le attività. Il coinvolgimento della persona è determinato dal suo diretto interesse ad una certa attività e da altri fattori culturali, sociali, familiari e personali. Per cui sarebbe più logico ragionare sulla partecipazione della comunità come gruppi dinamici di persone che cambiano a seconda dell’attività. Per esempio per le attività legate alle persone disabili si può prevedere che la comunità coinvolta sarà composta soprattutto da genitori, parenti e amici delle famiglie delle persone disabili, alcuni insegnanti, paramedici, studenti, ecc.
In ogni caso le comunità non possono sostituire il ruolo delle istituzioni e le strutture governative. D’altra parte le istituzioni e le strutture governative devono essere consapevoli dell’importanza del ruolo della comunità e dovrebbero organizzare il proprio lavoro in un modo da valorizzare questo ruolo della comunità.

5. Movimento arcaico

di Massimo Mondini, collabora attivamente con atleti e società sportive come consulente sull’integrazione del movimento e delle rappresentazioni mentali. Tra i suoi interlocutori troviamo alcuni atleti olimpionici della nazionale italiana di sci e di canottaggio, numerosi agonisti di ogni sport; collabora inoltre col Centro Documentazione Handicap di Bologna e con la fondazione Alessio Tavecchio di Monza.

Ogni persona può stare meglio, ogni persona ha degli ampi margini di miglioramento
Ogni tanto, come provocazione, mi capita di sostenere che, rispetto alle abilità degli uomini primitivi, siamo tutti portatori di handicap: innanzitutto, per la rigidità muscolare che contraddistingue i “civilizzati”, potremmo essere definiti spastici in contrapposizione alla scioltezza di un corpo integrato; inoltre siamo fortemente ipovisivi: non dimentichiamo che i nostri dieci decimi sono quasi cecità rispetto alla vista dei Boscimani che a più di 600 metri identificano le tracce di un animale da un solo filo d’erba spezzato mentre magari stanno guardando da tutt’altra parte. Non parliamo poi del fatto che non riusciremmo a mantenere il loro passo nelle marce di trasferimento, nemmeno se disponiamo di un valido fondo atletico, a causa della nostra deambulazione scoordinata e inefficiente: potremmo considerarci deficitarii nelle abilità di spostamento…(si consideri poi che oltre a tali handicap fisici, rispetto alle popolazioni che mantengono uno stile di vita primitivo mostriamo una certa inclinazione alla nevrosi e alla psicosi) insomma probabilmente, se vivessimo con loro, essi istituirebbero la figura dell’assistente per noi.
Quale sarebbe la nostra reazione? Forse un po’ di scoraggiamento, forse vorremmo che ci venisse dato tempo e modo di apprendere le abilità necessarie… e le apprenderemmo perché in qualche modo “le abbiamo dentro”.

Cambiare paradigma
Le potenzialità intrinseche dell’essere umano mi hanno sempre affascinato, per me è avvincente pensare che record “impossibili” vengano battuti, che malattie inguaribili vengano superate, o anche solo che, col metodo adeguato, si possa apprendere con relativa facilità una lingua straniera o qualunque altra abilità. Da anni, dunque, il mio lavoro è centrato sullo sviluppo del potenziale umano: aiuto le persone a capire e a realizzare la loro reale e primitiva abilità d’apprendimento, sia sotto il profilo motorio che sotto quello emozionale/attitudinale: la percezione dell’essere arcaico che vive in ogni persona mi ha insegnato ad intendere ogni essere umano come un insieme di potenzialità e non come un insieme di patologie; tale approccio è ancora più vero nel mondo di ciò che generalmente chiamiamo handicap.
Chi ha subito un trauma o una malattia che ha lasciato delle conseguenze debilitanti più o meno gravi deve, prima di tutto, realizzare che molto del suo potenziale, che prima della crisi non era stato attivato, può ora venire utilizzato non solo per coadiuvare il processo di guarigione ma anche per apprendere nuove interessanti abilità. Il processo di crescita e maturazione personale è semplicemente “automatico”, dura tutta la vita ed avviene senza sforzo cosciente; il nostro sistema è calibrato per il continuo apprendimento e per l’evoluzione. Quando espongo tale concetto molti obiettano, facendomi presente che, se realmente fosse così, si starebbe tutti bene e saremmo tutti “buoni”, mentre sappiamo che in pratica non è vero. Il punto è che, molto più spesso di quanto crediamo, c’impediamo letteralmente di apprendere nuovi modelli di comportamento o ci blocchiamo, evitando di sperimentare risorse che poi si rivelerebbero utili: il tutto avviene a causa di interferenze presenti nell’ambiente che ci circonda e nell’ambiente che abbiamo dentro: una volta eliminata, o meglio, evoluta l’interferenza procediamo tranquilli verso un modo di esistere migliore e più funzionale.

Apprendimento, socialità e salute
Molti aspetti del processo di guarigione possono essere considerati come apprendimenti. Imparare nuove abilità è un aspetto fondamentale per il superamento di un momento difficile, come può essere la riabilitazione dopo un trauma. Ad esempio, se durante la riabilitazione di un arto impariamo, o meglio, re-impariamo, a respirare naturalmente, in maniera completa, utilizzando cioè al meglio la funzionalità degli organi preposti, tutto il nostro organismo ne avrà un beneficio tangibile: infatti i tanti processi organici collegati in qualche modo a tale funzione ne trarranno giovamento, anche i processi del pensiero. Quindi, un organismo che funziona meglio si riprenderà prima e meglio di come sarebbe avvenuto se fosse stato trattato solo l’arto in questione, poiché tutte le istruzioni inconsce che portano alla guarigione non trovano ostacoli di sorta.
Purtroppo la nostra naturale predisposizione all’apprendimento spesso si ritrova bloccata a causa di alcuni modelli comportamentali acquisiti nella famiglia d’origine o dal contesto sociale; comunque, sapendo come fare, non è poi così difficile oltrepassare tali ostacoli.
Come accennavo, il primo salto di qualità consiste nel ragionare in termini di opportunità e di risorse invece che di stasi e di ostacoli. Ad esempio potete pensare ad un vostro “punto debole” in due modi: il primo è quello standard tipo: “Sono un disastro in cucina” il secondo può essere: “in cucina ho ampi margini di miglioramento!” Ora pensate a un vostro punto debole e provate a ripetervi un po’ di volte la prima frase (naturalmente adattando il contenuto): percepite che emozione vi dà, che pensieri vi suggerisce ecc. Poi ripetetevi invece la seconda, sentite la reazione e notate le differenze. Esistono centinaia di modi per orientarci verso una percezione di noi stessi e degli altri più produttiva, questo è solo uno.
Una cosa che rilevo costantemente durante le mie consulenze è che non si può scindere l’integrazione corporea o psicofisica dall’integrazione sociale…. Sembrano due cose molto diverse ma non è così: se un nucleo sociale è “problematico”, è molto difficile che i suoi componenti siano in salute e gioiosi. La socialità e quindi la comunicazione, intesa come serena e continua interazione con gli altri, può considerarsi uno dei fattori basilari per la nostra salute; attraverso continue azioni, dirette e indirette l’ambiente esterno influenza e modifica l’ambiente interno.

Insieme
Il nostro modello culturale ci ha purtroppo condizionato ad un etichettamento delle persone in base a fattori esterni, identificando un essere umano attraverso un sostantivo riferito ad una condizione socio-economica, tribale, razziale, sessuale, sanitaria o relativa all’età. Non sostengo assolutamente che tali fattori siano da ignorare o che non abbiano peso sull’identità della gente; vorrei solo riflettere un attimo sul come essere etichettati o catalogati porti alla separazione, all’emarginazione. Non solo porta alla separazione “sociale” in classi o quant’altro, ma crea distacco anche all’interno di gruppi e di nuclei familiari.
L’esclusione è credo uno dei massimi motivi possibili di sofferenza per un essere umano. Lo è ancor più se chi viene, anche solo parzialmente, emarginato risente già di una condizione sotto certi aspetti deficitaria come ad esempio uno stato patologico o un handicap.
In un momento di sofferenza sentire l’appoggio di altre persone è forse la cosa più importante; lo stare assieme da sicurezza, avere amici e parenti vicino che cercano di comprendere la nostra situazione e di esserci di aiuto ha un valore inestimabile.
In momenti di non sofferenza, come appunto possono essere quelli ricreativi o di apprendimento, la condivisione è altrettanto importante: la comunicazione è un riscontro oggettivo fondamentale per l’evoluzione ed il proseguimento di uno stato emozionale positivo.
Pertanto, se si vuole ricercare una vera crescita e maturazione personale, è necessario intenderla in termini di apertura e condivisione con una comunità quanto più possibile ampia ed eterogenea.
Per concretizzare i concetti esposti non occorre altro che stimolare la nostra abilità di apprendimento con tecniche e modelli specifici nel contesto di una comunità formata da persone con storie ed esigenze differenti.

I fondamenti teorici
Il Movimento Arcaico vuole ripristinare l’originaria fusione mente-corpo, imparando a gestire il proprio organismo in modo da ottenere energia dall’attività invece che consumarne. Lo fa utilizzando un insieme di movimenti primitivi tipici della gestualità arcaica dell’essere umano, nati dall’osservazione degli uomini delle popolazioni primitive e dell’uomo comune una volta che trova la propria potenzialità ottimale di espressione psicofisica. Inoltre il metodo è completato da tecniche estrapolate – tra le altre – da Yoga, Qigong e Capoeira e basandosi sulle ricerche di alcuni geniali pensatori occidentali quali l’abate Knaipp, Moshe Feldenkrais, Ida P. Rolf e Richard Bandler.
È su queste basi che il Movimento Arcaico costruisce i suoi principi fondamentali del benessere:
Mente e corpo sono un unico sistema.
Ispirandosi a quest’imprescindibile principio, ogni esercizio corporeo è connesso ad una attitudine mentale. Non esistono esercizi solo fisici o solo emozionali: ad ognuno verrà insegnato come ottenere la massima sinergia mente-corpo.
Il movimento del corpo, se non strettamente funzionale alla sopravvivenza, deve essere piacevole e/o divertente.
Risulta infatti molto più produttivo, in termini di integrazione psicofisica, l’esercizio svolto per un obiettivo presente e immediatamente riscontrabile, rispetto ad uno sforzo cosciente praticato ai fini di un risultato futuro, sia esso in termini di salute, di estetica o di performance sportiva.
Tutti gli esercizi del sistema hanno come linea guida il piacere dell’esecuzione o l’approccio ludico.
L’entità e la durata dello sforzo devono essere calibrate sulle effettive possibilità della persona.
Ciò è importante non solo per rispettare il principio di ricercare il piacere nell’esecuzione, ma soprattutto per permettere all’organismo di apprendere nuove abilità in tutta sicurezza, senza accumulare microtraumi, nocivi al tono generale ed al rapporto mente corpo. Il nostro organismo percepisce come una violenza ogni richiesta di sforzi intensi non motivati: per questo il Movimento Arcaico insegna a trarre energia dal movimento e dal lavoro corporeo, non a consumarla. L’intensità e la durata degli esercizi aumenteranno costantemente e gradualmente proprio perché sarà il corpo stesso a chiederlo.

Principi metodologici e operativi
Il metodo è costituito da un principio di ricerca che ne ha plasmato l’intima essenza e che ha impostato il principale insieme di pratiche; tale principio è la ricerca del gesto arcaico.
La pratica dei movimenti arcaici conferisce un’ingente somma di stimoli ai centri motori; essendo il corpo a contatto con un ambiente sempre morfologicamente diversificato si renderanno necessarie continue operazioni di adattamento, la maggior parte delle quali avvengono al di fuori del controllo cosciente.
Dato che la pratica di tali movimenti impegna già interamente le catene cinetiche, gli ulteriori stimoli, come i già citati ambientali, o altri appositamente introdotti, incrementano il livello di coordinazione richiesta tra le qualità atletiche portando il praticante ad una attivazione dell’apparato propriocettivo impensabile attraverso la pratica degli esercizi tradizionali.
Il presupposto teorico al quale facciamo riferimento è la capacità dell’essere umano di recuperare una serie di qualità motorie tipiche della sua specie che vengono mutilate o inibite dallo stile di vita moderno, impoverito da autocostrizioni fisiche e mentali.
Il mezzo attraverso il quale ci proponiamo l’ottenimento di questi obiettivi è costituito da un insieme di pratiche esplorative tra le quali spicca il ripristino del movimento arcaico.
L’esecuzione di una gestualità archetipica, nella quale il coinvolgimento delle catene cinetiche corporee è pressoché totale, attiva una serie di risposte di adattamento da parte dell’organismo che portano importanti risultati nei termini di integrazione psicofisica.
Per ottenere i risultati migliori e per evitare eventuali (improbabili) infortuni basta attenersi scrupolosamente sempre e comunque alle seguenti indicazioni

Giocate
Il gioco, inteso come moto spontaneo alla gioia ed al piacere, è la componente fondamentale di una vita equilibrata. Chi smette di giocare diviene presto triste o aggressivo, facile preda dello sconforto, dello stress e delle malattie. Quindi se volete praticare il movimento arcaico sotto forma di giochi campestri ne conseguirete ancora più gioia e salute.
Mantenete un atteggiamento sereno
Non è necessario confrontarsi né con altre persone, né con le vostre aspettative. Durante la pratica delle esperienze, ogni persona reagirà diversamente a seconda delle proprie condizioni attuali e della propria storia personale. Nel movimento arcaico non esiste competizione (a meno che non la vogliate). L’obiettivo più importante è il benessere. Giocate sempre molto serenamente.
Abbiate grande fiducia nella vostra capacità di apprendimento.
La vita è apprendimento! Tutti, nell’arco della nostra, vita abbiamo imparato, in maniera cosciente o meno, attitudini e abilità che, per chi non le possiede possono sembrare sovrumane. Quando veniamo alla luce impariamo a respirare, è una questione di contesto, ci adattiamo. Quando camminiamo in un bosco ottimizziamo il nostro modo di muoverci. L’apprendimento è un processo naturale.
Lasciate fluire le emozioni
Il termine emozione deriva dal latino: “e movere” (muovere da). Ciò già indica quindi un movimento: a me piace pensare alle emozioni come E-mozione, dove la E sta, come in fisica, per energia: quindi mozione, movimento di energia. L’energia non è fatta per star ferma, l’energia è fatta per scorrere, per trasformarsi; e così lo sono le emozioni. Le esperienze proposte, integrando gli aspetti corporei, mentali ed emozionali della persona, probabilmente smuoveranno qualche emozione; prendetene tranquillamente atto, non soffermatevi più di tanto ad analizzarle, lasciate invece che il vostro corpo le metabolizzi, le lasci evolvere e maturare proprio attraverso il movimento.
Considerate le vostre capacità arcaiche come un territorio da esplorare.
Noi tutti possediamo delle capacità che non siamo consci di avere: avviciniamoci a tali risorse con spirito indagatore, con curiosità. Attendete le sensazioni corporee e le emozioni che proverete con apertura mentale, siate pronti a lasciarvi stupire dallo sviluppo di nuove abilità. Esplorate con l’atteggiamento di chi, nei tempi andati, si recava in territori completamente sconosciuti per cercare nuove risorse, per tracciare nuove mappe o per vedere altre forme di vita, si trattasse di flora, fauna o altre genti. Paradossalmente ciò che non conosciamo, in questo caso, è il nostro potenziale; il viaggio è altrettanto affascinante e… le risorse ci sono sicuramente.
Fate sempre un po’ meno rispetto a quello che vi sentite di fare.
Scordatevi il motto no pain no gain (“niente dolore niente risultato”), che per anni ha forgiato la cultura dell’allenamento fisico, facendoci credere che un corpo piacevole e funzionante si potesse ottenere solo attraverso lo sforzo, il sacrificio e il dolore.
Tale forma di pensiero ha allontanato molte persone dalla pratica di discipline corporee o sportive, facendole sentire pigre, inadeguate e deboli di carattere. In realtà il movimento può e deve essere piacevole. La prime regola da osservare affinché sia così è riappropriarci del nostro istintivo senso della misura, imparando a riconoscere quando il piacere sta per divenire sforzo e fermandoci prima. Qualche pausa in più non vi allontanerà dai risultati, anzi acquisirete così un più alto stato di coscienza per ciò che riguarda le vostre possibilità e i vostri limiti, che poi, con la pratica, si sposteranno sempre più in là. Naturalmente, quando lo si desidera, si può affrontare anche l’esercizio impegnativo, ma ciò deve essere fatto per puro piacere, mai per “autoimposizione” e comunque rispettando attentamente i nostri limiti.
Nelle esperienze indicate come “esperienze morbide” eseguite ogni movimento lentamente cercando la massima consapevolezza.
I movimenti molto lenti e delicati sono una manna per la nostra intelligenza motoria, essa infatti in tal modo ha la possibilità di interrompere e modificare schemi di movimento abituali logoranti e dannosi, evolvendo in qualcosa di più economico elegante ed efficace. Per far ciò è sufficiente muoversi molto lentamente, in maniera da avere il tempo di portare la nostra coscienza su aspetti solitamente trascurati come ad esempio le risposte di altre parti del corpo non direttamente coinvolte o la respirazione, o ancora l’allineamento della schiena, ecc.
Rispettate la soggettività dell’apprendimento.
I movimenti arcaici c’insegnano che in quanto homo sapiens sapiens disponiamo di potenzialità straordinarie, tipiche esclusivamente della nostra specie. Ciò non deve però trarre in inganno inducendoci a pensare che la gestualità arcaica sia uguale per tutti. Non credo che esistano due uomini o due donne uguali su questo pianeta; per ciò, essendo il movimento una qualità che esprime e riflette le nostre caratteristiche corporee, mentali, vibrazionali, eccetera, ovviamente esse sarà differente da persona a persona. Vi è inoltre da aggiungere che ognuno ha un modo suo per imparare, una propria strategia inconscia di apprendimento; pertanto, anche se le qualità da ripristinare sono prototipiche, le molteplici strade per arrivarci differiscono da persona a persona.
Rispettare la propria soggettività può inoltre farci imparare a rispettare quella degli altri, aprendo così la nostra mente, rendendoci persona migliori, meno inclini al giudizio e più alla collaborazione.

Una volta acquisite le abilità di base, cercate di aumentare quanto più possibile la vostra creatività.
Il movimento arcaico, sotto certi aspetti, sembra essere più o meno il contrario della ginnastica comunemente intesa: infatti non ci si dovrebbe mai sforzare di far assomigliare un proprio gesto a un modello ideale predefinito, non vi è formalità; si ricerca invece la naturale espressione della fantasia propria del nostro corpo.

info@movimentoarcaico.org
Tel. 347-4865119

4. Salute, allegria del corpo. Allegria, salute dell’anima

di Eugenio Scannavino, medico. pioniere dei servizi sanitari in Amazzonia,è responsabile della Ong brasiliana “Saude e alegria” (www.saudeealegria.org.br), che usa l’arte circense e teatrale per raggiungere e sensibilizzare la gente. Scannavino lavora attualmente con 63 comunità di indios e caboclos. Il suo nome, scelto dall’agenzia World Media (“New York Times”, “Folha de Sao Paulo”), è stato inserito nell’elenco dei 21 Pionieri del XXI Secolo nella categoria “eco-militanti”.

Il Brasile è uno dei paesi che presentano maggiore disuguaglianza sociale; abbiamo tanta tecnologia da una parte e molta povertà dall’altra. Sono medico, lavoro da 18 anni nell’Amazzonia brasiliana, a Rio Tapajos, in comunità che vivono sulle sponde del fiume, in un progetto che si chiama Saude e Alegria, Salute e Allegria, ed è un progetto di sviluppo integrato che comprende aspetti legati alla salute, all’educazione, alla produzione agricola, all’ambiente. Abbiamo un programma diversificato, a seconda dei destinatari: con i più piccoli facciamo educazione sanitaria e ambientale, per gli adolescenti c’è la radio comunitaria, con gli uomini portiamo avanti un programma di formazione agricola e forestale sostenibile, mentre per le donne ci occupiamo del discorso legato alla maternità, alla procreazione. Facciamo varie campagne informative, visite domiciliari, monitoriamo malattie come il colera e la dissenteria, e per fare questo abbiamo creato il Circo Mocorongo di Salute e Allegria. Va detto che il circo lo facciamo tutti insieme: dottori, dentisti, tecnici sanitari e la comunità. Non è un circo per la gente, è la gente che lo fa e dà gli stimoli per organizzarlo. E vi partecipano tutte le fasce d’età.
Con una barca raggiungiamo le comunità, e le formiamo affinché possano svilupparsi autonomamente con le risorse e le capacità che hanno, migliorando il loro livello di organizzazione per prendere parte attiva alla società civile. Questi interventi interessano 20.000 persone, in una regione molto estesa di 136.000 Kmq. Le comunità distano tra le 5 e le 24 ore di viaggio in barca dal centro urbano. In quell’area, ad eccezione del nostro progetto, non esistono altri servizi sanitari.
Quando abbiamo avviato il progetto ci siamo accorti che i giovani si sentivano molto emarginati dalla comunità, volevano sapere più cose della cultura globale che stava arrivando attraverso i mezzi di comunicazione. Li abbiamo quindi aiutati ad avviare una televisione ed una radio chiamate O mocorongo (cioè casino, cosa mal organizzata) e così siamo riusciti a coinvolgerli nel processo di partecipazione comunitaria. Per noi è importante che si apprenda in modo allegro, attraverso progetti educativi che tengono conto dell’aspetto ludico. Un piccolo esempio: sull’ultimo numero del giornale O mocorongo, c’è la foto di un bambino sorridente, da poco vaccinato, in atto di parare l’attacco di un ipotetico avversario. E’ come se dicesse: ‘la malattia non mi tocca!’ Sempre sul giornale vengono pubblicati dei simpatici fumetti, realizzati direttamente dalla gente. Si organizzano anche tornei di calcio. Sono gli stessi giovani della comunità a preparare i programmi, intervistano gli anziani, ricercano le antiche tradizioni e, per essere inseriti nel sistema educativo, collaborano con le scuole locali. Utilizzando il mezzo ne hanno in qualche modo sfatato il fascino e lo usano per rafforzare l’identità della loro comunità. I giovani, specialmente i più emarginati, sono molto attratti da ciò che viene dalla grande città. In questo modo, però, si perdono le tradizioni. Alla tv nazionale abbiamo opposto la sfida di una tv locale, dove la produzione è fatta e gestita direttamente dalla gente.

Comunità protagoniste
Per quanto riguarda la salute, che è la parte più importante del nostro lavoro, realizziamo attività molto semplici come la clorazione dell’acqua. Con una pompa ed una placca ad energia solare, un litro di acqua ed un cucchiaino di sale realizziamo l’elettrolisi dell’acqua che produce ipoclorito di sodio già nella posologia certa di due gocce per litro di acqua trattata. E’ la comunità stessa che produce il cloro per purificare l’acqua e questo processo costa la bellezza di due centesimi di dollaro per famiglia al mese. Cioè, nulla. Eppure, è una pratica poco diffusa altrove.
Le malattie a trasmissione idrica sono una delle maggiori cause di mortalità di quell’area, la diarrea causava molta mortalità infantile e proveniva dall’acqua contaminata, per cui, con una semplice misura preventiva come il cloro, abbiamo risolto e modificato il profilo della mortalità infantile abbassandone il tasso d’incidenza da 65 per mille bambini nati vivi, fino al 23.3 per mille (lo stesso di San Paolo), e questo solo con l’uso del cloro ed azioni educative.
Un altro rimedio, importante come un farmaco, è il sapone che distribuiamo alla popolazione ed ai malati. Il sapone non viene mai considerato una medicina vera e propria, è invece ottimo per curare le ferite, per igienizzare, ed è un accorgimento davvero molto semplice.
Queste nozioni sono inserite in interventi educativi che stimolano la partecipazione a partire dalla propria comunità; così facciamo educazione orizzontale.
L’intento è creare un modello di sviluppo comunitario nel quale loro stessi siano i protagonisti, capaci di decidere la direzione del loro sviluppo. Il nostro progetto non vuole creare alcun tipo di dipendenza, di vincolo, di assistenza nelle comunità, vogliamo che si sviluppino per proprio conto, quindi noi forniamo strumenti e capacità utili a tale processo.
Risolviamo le emergenze sanitarie attraverso l’assistenza di base con alcuni strumenti molto semplici, lavorando molto sull’educazione, il senso di appartenenza alla cittadinanza e l’organizzazione, in modo che loro possano partecipare al sistema pubblico per le questioni assistenziali. Il progetto costa quaranta dollari per persona l’anno. Finora abbiamo raggiunto i risultati intermedi dell’intero programma. Disponiamo, comunque, di un modello di sviluppo già consolidato in Amazzonia e cerchiamo di esportarlo. Anzi, sono le stesse comunità che cercano di diffonderlo.

Giustizia e politiche sanitarie
La giustizia viene declinata in molti modi; giustizia può essere l’ingiustizia del potere economico e politico, perché in portoghese la politica sanitaria si riferisce alla sanità di base e tutto il sistema di salute si rivolge agli ospedali, alle malattie, le infermità, le medicazioni, agli aspetti lucrativi per il sistema di salute, che chiamerei un sistema di malattie e non un sistema di salute. In sostanza le comunità non ricevono educazione, il cloro di cui parlavo ha un costo di due centesimi di dollaro a famiglia per mese, eppure non è disponibile per le comunità, il sapone di cocco costa molto poco, ma neanche questo è disponibile, quindi non c’è alcun tipo di azione educativa nelle aree rurali.
Così le comunità si ammalano, e queste malattie si aggravano, per cui le persone sono costrette ad andare in ospedale, prosciugando le risorse fisiche dell’ospedale e generando un circolo vizioso nel quale gli ospedali non possono fornire i servizi adeguati a quei malati che ne avrebbero realmente bisogno. Così il governo è obbligato ad affidare ad enti privati la gestione di questa domanda. È un sistema alquanto lucrativo, ovvero, il sistema di malattie è lucrativo in tutto il mondo. Non so come sia nel Primo Mondo, perché voi avete già risolto la questione sanitaria, ma il fatto che il sistema sanitario non educhi la popolazione circa le malattie, circa le norme preventive, circa ciò che è realmente sano come, ad esempio, curare un’influenza in casa, usando una nebulizzazione casalinga, o come utilizzare un’alimentazione più nutritiva.
Il fatto che il cittadino comune non sia educato alla salute è un modo per mantenere la dipendenza verso un sistema di salute in fondo lucrativo.
A mio parere, un medico dovrebbe essere innanzitutto un educatore, tutti i medici, anche nei loro ambulatori, perché la maggiore arma terapeutica che noi abbiamo, e che è anche la maggiore arma di trasformazione di questo sistema, è la partecipazione di ciascuno, di ogni cittadino, alla sua cura ed alla cura della società.
La questione del diritto all’acqua e al cibo in Brasile non è dovuta alla scarsità di questi beni, al contrario noi abbiamo eccesso di acqua ed eccesso di cibo, abbiamo una delle maggiori riserve di acqua e abbiamo anche una grande possibilità di produzione di alimenti; è, invece, un problema di disuguaglianza.
La povertà, la mancanza di accesso al cibo e alle medicine è dovuta al nostro sistema neoliberale che consente l’accesso alle risorse solo a chi ha la possibilità di farlo. La maggior parte delle persone non ha questa possibilità, è disoccupata, non ha neanche l’educazione necessaria per poterlo fare, non ha una formazione professionale, sono persone escluse dal processo di sviluppo.

Creare partecipazione
Ciò che noi stiamo cercando di fare nel nostro progetto è sfruttare tutti i tipi di potenzialità che esistono nella comunità; i potenziali di leadership, di creatività personale, di inserimento personale alla partecipazione educativa, affinché si crei un movimento di crescita a partire dallo stimolo delle proprie capacità.
Il sistema crea sempre dipendenza, incapacità e non cerca di creare invece capacità, per cui noi stiamo tentando di invertire questa situazione. Nella misura in cui si crea un sistema di coscienza popolare delle proprie capacità, di capacità comunitaria, di rafforzamento di queste capacità, tale consapevolezza si moltiplica spontaneamente orizzontalmente, si crea il senso di appartenenza alla cittadinanza, in cui cittadinanza significa partecipazione, e partecipazione è l’unico cammino di trasformazione della società.
Con la partecipazione effettiva, delle comunità, delle popolazioni, nei meccanismi di governo, di gestione pubblica, di gestione sanitaria, noi possiamo forse cominciare a trasformare.
Se avessimo un sistema di promozione della salute, e non un sistema di malattia, la situazione sanitaria sarebbe migliore, la qualità del servizio sarebbe migliore, ma il nostro sistema di vita è molto “poco intelligente”. Uso questa definizione in contrapposizione ad un termine che ho ascoltato in questi giorni alla radio; si parlava del fatto che gli americani avevano lanciato bombe intelligenti sull’Afghanistan, e io meditavo su come una bomba possa essere intelligente. Che tipo di concetto è? È possibile una bomba intelligente? Eppure il cronista parlava di questo con tanta naturalezza, come se fosse molto facile da comprendere, ma io non capivo, mi sono chiesto: – in che mondo siamo? – In un mondo in cui le bombe sono intelligenti, è molto difficile riuscire a trasformare se non con azioni molto pratiche, di organizzazione, di partecipazione, per avere la certezza che chi fa le guerre è una percentuale molto piccola della popolazione, e che il 99% della popolazione vuole solo vivere in pace, con armonia e in salute, con una buona qualità di vita. Chi la pensa così purtroppo spesso non ha realmente accesso alla partecipazione, ecco perché per me la partecipazione è la sfida maggiore.
Vorrei chiudere con due frasi: una è di un grande pensatore della salute, che dice che la salute è il risultato finale del lavoro di tutta una società.
La seconda riguarda il “Progetto Salute e Allegria”. A chi chiedeva perché si chiamasse così, una persona della foresta rispose «Io lo so: è perché la salute è l’allegria del corpo, e l’allegria è la salute dell’anima».
Queste parole, dette da un indio, credo racchiudano una grande saggezza.

3. La comunità come risposta

di Renata Piccolo

Oramai da molti anni una delle tematiche legate all’handicap riguarda la possibilità di avere una vita indipendente anche per le persone disabili. Fortunatamente se ne parla molto, esistono anche delle leggi che lo vogliono garantire, ma poco o nulla è stato fatto: evidentemente le persone con qualche deficit sono degli extraterrestri che non possono godere di tale diritto, che tra l’altro per “i normodotati” è addirittura considerato come fondamentale!
Beh…cosa vogliamo di più? Vogliamo delle cure sanitarie gratuite, vogliamo gli ausili per l’indipendenza, vogliamo una famiglia che ci coccoli e ci accudisca, vogliamo le assistenti per alzarci dal letto, …e ora vogliamo anche una casa per essere “indipendenti”? Magari questa dovrebbe essere anche senza barriere architettoniche per poter spostarci liberamente e per uscire ogni qual volta lo desideriamo, non dovrebbe costare molto così le nostre esigue risorse economiche le sfruttiamo per andare ai Carabi l’estate, inoltre dovrebbe essere così e non cosà, eccetera. Quante pretese!
La ricerca di una casa accomuna tutti, abili e non: una volta giunti ad una determinata tappa della vita si decide o, talvolta, si è obbligati, a lasciare la famiglia ed iniziare il percorso della propria vita…Questa scelta personalmente l’ho compiuta cinque anni fa, quando la decisione di cambiare casa, ma soprattutto vita, è stata supportata dal fatto che volevo continuare l’Università e, quindi, in quanto studentessa di Scienze dell’Educazione, potevo usufruire dei posti alloggio garantiti dalle Aziende per il Diritto allo Studio Universitario. Ho scelto così di approdare a Bologna, dove il mio desiderio di indipendenza è stato soddisfatto dall’Arstud che mi ha garantito, fino alla fine dei miei studi, non solo l’assistenza ma anche un posto letto accessibile presso uno dei tanti Studentati presenti in città.
Fortunatamente, ma anche purtroppo, ad un certo punto l’Università termina! E dopo? Si ritorna al paesino, dove non solo non ci sono possibilità lavorative, ma nemmeno offerte culturali interessanti? Si ritorna in famiglia, dove sì hai tutto gratuitamente – assistenza continua, casa, …-ma dove comunque non puoi soddisfare un tuo diritto fondamentale: l’indipendenza e, quindi, l’autonomia, la libertà? Questo perché non ci sono alternative. O meglio le alternative esistono, ma non sono allettanti, almeno per coloro che pur essendo affetti da un deficit non risultano essere totalmente non autosufficienti.
Di fronte a questa personale esigenza, ho analizzato le possibilità esistenti per le persone inabili che aspirano ad una loro indipendenza.

Comunità con la C maiuscola
In Italia si è iniziato a parlare di Comunità fin dagli anni ’70; ciò in seguito allo sviluppo dell’idea di de-istituzionalizzazione: quest’ultima rappresenta propriamente il diritto di ciascuno di vivere in un contesto sociale “normale”. La Comunità nasce, quindi, con gli scopi di fornire servizi inerenti la riabilitazione psicologica e l’inserimento sociale della persona con deficit, oltre ad offrire alla stessa un’abitazione. Essa si sviluppa dall’idea di una vita comunitaria, dove cioè tutto viene diviso con gli altri membri: nel gruppo ciascuno ha la sua funzione e, per questo, la sua presenza è utile anche agli altri.
L’organizzazione della Comunità varia a seconda dei destinatari: persone anziane, bambini in situazione di disagio, disabili, tossicodipendenti, immigrati, …Le fondamenta di ciascuna Comunità sono rappresentate da alcuni principi ispiratori, quali:
– progetto terapeutico: offre un sostegno a quel soggetto che deve modificare il proprio stile di vita, sfruttando le proprie risorse e potenzialità (tossicodipendenti);
– progetto educativo: aiuta a raggiungere determinati obiettivi che, a causa di una possibile crisi esistenziale, possono risultare complicati da raggiungere (minori, disabili psichici);
– scelta esistenziale: si tratta sempre di realizzare dei progetti educativi, rivolti però all’intera esistenza della persona (prendere in affidamento un bambino);
– autogestione: un gruppo di persone decide di vivere insieme sfruttando le risorse pubbliche (anziani autosufficienti, disabili adulti).
A seconda dei principi sopraelencati, esistono diverse forme di Comunità a cui le persone in situazione di handicap possono ricorrere, ovvero:
– Centro Servizio di Pronta Accoglienza: offre tempestivamente ai suoi utenti –adolescenti e adulti- mantenimento e protezione; contemporaneamente si impegna nel cercare risoluzioni definitive alle problematiche emerse. Ad esempio esse si rivolgono ad immigrati da poco arrivati in Italia oppure a famiglie di disabili che ad un certo punto non possono assistere il proprio figlio per motivi di salute, stress psicologico, … Esso può rappresentare anche un momento di formazione e crescita personale del disabile.
– Comunità Alloggio: struttura educativa che sostituisce temporaneamente la famiglia, assicurando supporto psicologico, relazionale e sociale alla persona in situazione di disagio. Ciascuna Comunità Alloggio possiede un regolamento preciso che stabilisce la tipologia degli utenti, le modalità di ammissione, le finalità e i metodi educativi, i rapporti con l’esterno; viene gestita dalle ASL o da soggetti privati.
– Gruppo Famiglia: è una struttura educativo – assistenziale che prende in affido il minore –disabile, l’immigrato, in generale lo svantaggiato- assicurandogli un ambiente familiare idoneo, il mantenimento, l’educazione e l’istruzione. Spesso essi sono rappresentati da famiglie private che vengono sostenute economicamente dai servizi sociali.
– Gruppo Appartamento: è una comunità residenziale autogestita direttamente da disabili adulti in grado di organizzare autonomamente i propri spazi, tempi, assistenza, …
– Residenza Sanitaria Assistenziale (R.S.A.): fornisce accoglienza, prestazioni sanitarie e di recupero a persone non autosufficienti, prive di supporto familiare.
– Istituto Educativo Assistenziale: anch’esso si rivolge principalmente a minori abbandonati, anche con deficit, ai quali vengono offerti accoglienza, mantenimento, vigilanza, custodia, educazione ed istruzione. Esso rappresenta l’alternativa per quei casi che non possono essere dati in affidamento; tale opportunità può essere scelta dalla famiglia o, in casi estremi, dal Tribunale dei Minori;
– Comunità e Case di Cura: sono istituti privati che offrono vari tipi di servizi agli utenti: sostegno psicologico, riabilitazione fisica, assistenza fisica permanente, eccetera.

Le Comunità in Italia
Vediamo, quindi, alcuni casi in cui tali concetti sono stati applicati concretamente all’interno del territorio italiano. L’esempio più eclatante è rappresentato dalla Comunità di Capodarco: nel 1966 un gruppo di tredici persone handicappate, un giovane prete, don Franco Monterubbianesi, e alcuni volontari hanno deciso di vivere in una comunità situata in una vecchia villa abbandonata a Capodarco di Fermo nelle Marche. Oggi questa Comunità è presente in tredici regioni italiane ed è una delle organizzazioni del volontariato più impegnate nella lotta all’emarginazione sociale. I principi basilari condivisi da coloro che aderiscono a questa realtà sociale sono:
– il rifiuto dell’atteggiamento pietistico nei confronti di chi è in difficoltà e il superamento di ogni assistenzialismo;
– lo stile della condivisione, del coinvolgimento profondo con la storia dell’altro, del pagare di persona;
– la territorialità dell’intervento per evitare di chiudersi nella propria struttura ed aprirsi alle realtà circostanti;
– la quotidianità come spazio in cui tutti hanno la possibilità di crescere e di emanciparsi attraverso il lavoro, momenti di vita comune, attività di servizi sociali.
Un’altra realtà comunitaria presente nel Sud Italia è rappresentata dall’Agedi: essa è un organismo non lucrativo di utilità sociale, che si occupa di Self-Help, tra i Soci e, più in generale, tra le famiglie che condividono le problematiche della disabilità. L’Agedi assicura la tutela dei diritti dei disabili e delle loro famiglie attraverso lo Sportello Informativo Handicap, il Servizio di Assistenza e di Sostegno Educativo sfruttando il volontariato, l’Ausilioteca, la Comunità Famiglia: quest’ultima si occupa dell’accoglienza di minori in affidamento, con particolare riguardo ai bambini con gravi disabilità. Al momento sono attive due comunità, una a Sud e l’altra a Nord della città di Reggio Calabria. Ai bambini ospiti delle Comunità Famiglia dell’A.GE.DI. è garantita la fruizione di tutti gli spazi sociali, educativi e, se necessario, riabilitativi presenti sul territorio. L’Agedi ha inoltre costituito la Comunità Dopo di Noi: essa ospiterà quattro persone disabili adulte in situazione di gravità. Ultima esperienza a carico dell’A.Ge.DI. riguarda i Campi Estivi Autogestiti nei quali le famiglie, gli operatori e i volontari condividono un periodo di vacanza al mare.
Una realtà esemplare è situata a Milano, dove sorge la Comunità “Noi come gli altri” che fa capo al Progetto Gabbiano 2000: anche in questo caso l’obiettivo principale è quello di soddisfare le esigenze delle persone disabili e delle loro famiglie; ciò è stato perseguito attraverso:
– Ricerca di un ambiente ampio ed adatto per ospitare le seguenti iniziative.
– Una Comunità alloggio: essa vuole diventare un ambiente reale di vita quotidiana, intrattenendo relazioni col contesto sociale nel quale è localizzato;
– Un Centro diurno educativo polifunzionale: è rivolto a soggetti con handicap medio- grave ed è una struttura integrata non residenziale che accoglie giornalmente soggetti con notevole compromissione dell’autonomia. Propone spazi educativi e ricreativi diversificati il cui obiettivo è la crescita evolutiva dei soggetti e lo sviluppo delle loro capacità residue.
– Un Centro di ascolto per le famiglie. L’elenco delle Comunità e la loro descrizione potrebbe continuare: fortunatamente tali servizi esistono, ma purtroppo sono essenzialmente rivolti a soggetti con disabilità fisica grave oppure con deficit mentale o, infine, a coloro che rimangono privi di famiglia. Esistono ben poche realtà rappresentate da persone disabili adulte che vivono autonomamente, ricorrendo agli altri solo per l’assistenza di cui necessitano.

Comunità come riferimento
Durante una visita di padre Alex Zanotelli presso la Comunità di Capodarco, egli ha fatto notare come la Comunità rappresenti il seme dal quale partire per compiere azioni atte al miglioramento della vita di ciascun individuo: è proprio da questa, infatti, che bisogna partire per progettare gli interventi futuri. Contemporaneamente, però, egli fa notare come oggi il concetto di disabilità sia cambiato, come ha evidenziato recentemente l’OMS; esso inoltre varia anche a livello spazio-temporale: infatti se si considera il Sud del Mondo è importante notare la presenza di persone non necessariamente affette da deficit ma che comunque possono essere considerate come colpite da handicap: basti pensare ai ragazzi che sniffano la colla, alle bambine che si prostituiscono, ai poveri rinchiusi nelle baraccopoli, …Queste nuove forme di handicap debbono essere combattute affrontandole con mezzi diversi da quelle tradizionali, visto che gli utenti sono diversi; ma anche in tal caso, ogni progetto si potrebbe sviluppare dall’idea di Comunità: questa rappresenta il punto di riferimento nel quale avviene l’incontro di persone che possono trovare delle risorse loro utili e, contemporaneamente, sfruttare le proprie mettendole magari a disposizione degli altri.
Quest’ultimo principio è fondamentale per giungere a parlare dell’altra difficoltà che si presenta nel momento in cui il soggetto adulto in situazione di handicap decide di abitare da solo, cercando di migliorare la propria autonomia ed indipendenza: l’assistenza. Questa è sì fornita dai Servizi Sociali di ciascun Comune, ma spesso risulta essere insufficiente ed inadatta. L’alternativa è rappresentata dalle tante Cooperative sociali che offrono tali tipi di servizi: l’unico problema è che queste sono a pagamento, per cui diventano di difficile, se non impossibile, accesso. L’unica alternativa esistente e che sembra anche la più affabile è rappresentata dal volontariato. Il suo principio di base è molto buono, anche se purtroppo non sempre si riesce ad organizzarlo in maniera tale da sopperire alle esigenze delle persone che ne avvertono la necessità; inoltre esso non dovrebbe essere visto come una “prestazione di bontà”, anche perché ciò a lungo andare potrebbe provocare situazioni frustranti sia in chi aiuta sia in chi è aiutato, rischiando che la relazione si interrompa improvvisamente e che il soggetto disabile “rimanga a piedi”!

Ho fatto il mutuo della casa…alla banca del tempo!
Lancio una proposta. Negli ultimi anni in Italia si è iniziato a parlare di Banca del Tempo: è un istituto di credito molto particolare, dove si deposita la propria disponibilità per scambiare prestazioni con altri aderenti usando il tempo come unità di misura degli scambi: in tal modo le persone si ritrovano in una situazione di parità tra loro.
A ciascuno degli aderenti viene intestato un conto corrente e dato un libretto di assegni; l’adesione è volontaria e l’unico obbligo che ne deriva è quello di rendere il tempo ricevuto.
I bisogni e i piaceri depositati nella Banca del Tempo appartengono alla sfera delle relazioni di buon vicinato. Sono cioè azioni semplici di solidarietà tra individui che abitano nello stesso palazzo, nella stessa strada o piazza, nello stesso quartiere, i cui figli frequentano lo stesso asilo o la stessa scuola. Tra gli utenti, però, non sono previsti coloro che si possono trovare in una situazione di disagio: questo erroneamente, perché si ritiene che le persone in difficoltà non abbiano nulla da scambiare con gli altri, che essi cioè non posseggano alcun tipo di risorse che potrebbero essere utili agli altri; tale Banca, cioè, vuole restare libera da vincoli morali, etici o affettivi, instaurando però rapporti solidali e paritari. Penso che tale concetto sia sbagliato e che, anzi, tale metodologia debba essere sfruttata a maggior ragione con le persone a disagio, siano esse disabili, tossicodipendenti, immigrati. Infatti, sfruttando anche le loro capacità, le loro risorse, li si può far sentire importanti, meritevoli senza quindi creare situazioni frustranti o depressive. Tra l’altro questo dovrebbe essere, a mio avviso, il concetto basilare della Comunità che accoglie: colei che cioè offre un servizio agli altri i quali, a loro volta, offrono ulteriori favori. Si ricorda appunto che la Banca del Tempo parte dall’idea che è possibile uno scambio paritario fondato sul fatto che gli individui sono portatori di bisogni ma anche di risorse. I principali vincoli che incontra la banca sono culturali: la nostra società tende a legittimare determinati usi del tempo e non altri, ma anche a legittimare alcune persone e non altre.
In Italia le Banche del tempo avviate e funzionanti sono circa ottanta. La prima è nata nel 1992 a Parma, ma l’antesignana delle banche attualmente esistenti è nata nel 1995 su proposta del Comitato Pari Opportunità del Comune di Sant’Arcangelo di Romagna. Altre realtà hanno avviato il progetto: Milano, Perugia, Padova, Roma, Ivrea, Vercelli, Napoli, Novara, Venezia, Aosta,…

Ami il prossimo tuo…se gli stai vicino!
E’ importante tener presente che i luoghi in cui tali servizi sorgono sono importanti, in quanto tra loro ci può essere uno scambio continuo, di risorse appunto. Questo riguarda anche la Comunità, per tal motivo infatti è importante considerare bene anche l’ambiente fisico nel quale essa sorge: ci può essere cioè uno scambio anche tra l’ambiente e coloro che ci vivono e questo potrebbe arricchire entrambi.
Secondo il mio parere, un errore spesso commesso da coloro che decidono di aprire una Comunità d’accoglienza riguarda la scelta del luogo in cui questa viene situata: molto spesso, infatti, tali centri sorgono in luoghi piuttosto isolati, addirittura lontano dal centro della città. Se da un lato ciò risponde all’esigenza di avere degli spazi ampi, dove è possibile avere a disposizione diverse strutture che offrano i servizi di base – come ad esempio piscine, palestre, sale di ritrovo, cinema,…- dall’altro tale fenomeno porta ad isolare i residenti dal resto del mondo, dalla realtà quotidiana. Questo, non solo crea un distacco fisico, ma anche sociale e quindi, se da un lato rappresenta un beneficio – come quello della casa e dell’assistenza appunto – dall’altro crea uno svantaggio a livello socioculturale: abitando in questi posti isolati, diventerà ulteriormente più difficile andare a prendere un caffè con l’amico, andare a vedere un film al cinema, andare a fare spese, …Il rovescio della medaglia, però, potrebbe essere rappresentato dal fatto che, nel caso in cui tale Comunità sorga nei pressi di un paese, essa può comunque sfruttare le risorse messe a disposizione da quest’ultimo e con questo instaurare un rapporto di scambio reciproco, nel quale chi aiuta è anche chi è aiutato e viceversa. Comunque tali contesti “ristretti” possono ricrearsi anche nel caso in cui la Comunità sorga in città: essa, infatti, può essere dislocata in un determinato quartiere, all’interno del quale può creare una rete di relazioni basate proprio sul sostegno reciproco. Per questo motivo, nel momento in cui si decide di creare una Comunità che ospita, indipendentemente dalla tipologia di utenza, è importante tenere conto di tutta una serie di fattori che apparentemente potrebbero sembrare secondari, ma che in realtà rivestono un’importanza primaria, anche perché potrebbero in futuro trasformarsi in risorse vere e proprie.
Concludendo, si può affermare che alcune opportunità esistono, vanno ampliate, migliorate, sviluppate ma soprattutto messe in pratica. Per questo è necessario l’intervento delle istituzioni, dei Servizi Sociali, …Ricordiamoci che le richieste non sono molto diverse da quelle dei cosiddetti “normodotati”: sono necessarie solamente alcune accortezze in più e, ahimè, qualche soldo in più; ma, più la persona disabile sarà autonoma, minore sarà anche la spesa per il suo mantenimento.

Elenco dei siti Internet sulle Comunità:
1) Associazione di genitori di bambini e adulti disabili
www.agedi.it/chi.htm
2) Comunità religiosa che offre ospitalità e assistenza a persone disabili e bambini abbandonati
www.villaggiosantantonio.it

Comunità di Capodarco
La Comunità di Capodarco propone servizi sociali, sanitari e formativi ma anche cooperative di lavoro integrate che operano nel campo dell’elettronica, della ceramica, del riciclaggio della carta e del pezzame, delle ricerche sociologiche e statistiche. Tutto ciò è articolato in diversi modi: Comunità residenziali; Gruppi famiglia; Centri di riabilitazione; Centri di formazione professionale; Centri diurni; Cooperative; Laboratori; Centri Studi e servizi culturali.
Recentemente la Comunità si è allargata fuori dai confini nazionali, dando vita alla Comunità Inernazionale di Capodarco (CICa), un’organizzazione non governativa di solidarietà internazionale, che si propone di dare risposte ai problemi dei poveri e degli emarginati di tutti i continenti.
Elenco delle comunità di Capodarco:
Comunità di Rinascita Tolmezzo (UD)
Comunità Gruppo ’78 Volano (TN)
Comunità di Costo Arzignano (VI)
Comunità di Capodarco di Fermo Capodarco di Fermo (AP)
Centro Lavoro Cultura Gubbio (PG)
Comunità La Buona Novella Fabriano (AN)
Comunità Capodarco di Roma Roma
Comunità 21 marzo Terracina (LT)
Comunità La Roccia Aversa (CE)
Associazione Il Solco Lecce
Comunità Progetto Sud Lamezia Terme (CZ)
Comunità Progetto Sicilia Palermo
Comunità di San Giuseppe Linguaglossa (CT)
Comunità Il Seme Oristano
Centro Comunitario Jesus Resucitado Penipe Ecuador
Centro Comunitario Casaccia “Angelo Franco” Ibarra Ecuador
Comunità Internazionale di Capodarco Roma

12. Le capacità umane

di Stefania Prandi

Martha Nussbaum, filosofa politica americana che recentemente è stata in Italia per un ciclo di conferenze, ha elaborato negli ultimi anni una interessante teoria relativa al concetto di capacità umana. Le capacità umane sono un ampliamento del termine diritto, che spesso è troppo teorico e parziale. Si può, infatti, avere il diritto di fare o possedere qualcosa senza tuttavia avere la capacità reale di fare o possedere quella cosa. Per integrare le carenze del concetto di diritto, Martha Nussbaum, prendendo spunto dalle idee dell’eminente filosofo J.Rawls, ha introdotto il concetto di capacità.
La capacità è una specificazione del concetto di libertà; il suo obiettivo è di mettere le persone nella condizione di poter essere o fare ciò che dà dignità di esseri umani. Per vivere realmente e pienamente la propria esistenza non basta sopravvivere, ma bisogna riuscire a esplicare le proprie potenzialità, diventare, come dice Marx, veramente umani. L’analisi delle capacità prende in considerazione le condizioni di vita reale delle persone e permette di elaborare in modo chiaro i criteri necessari che si usano per fare in modo che tutti gli uomini e donne abbiano gli stessi diritti, impedendo che ci siano uomini e donne più uguali degli altri. Considerando il concetto di capacità ci si rende conto anche della necessità di finanziamenti di cui hanno bisogno i disagiati. Ad esempio se una persona deve usare la sedia a rotelle perché ha avuto un incidente, una malattia o semplicemente perché è anziana (e tutti un giorno potremmo trovarci in una situazione simile, se riusciremo a vivere abbastanza a lungo) dovrà affrontare spese maggiori rispetto a chi può camminare liberamente.
Se si considera ogni essere umano come fine in sé e non come mezzo per fini di altri uomini o donne, bisogna cercare di metterlo nelle capacità di condurre una vita dignitosa. Se si analizza la lista delle capacità, ci si rende conto che per soddisfare ogni singolo punto bisogna entrare nel merito dei casi specifici.
Col concetto di capacità viene introdotto anche quello di soglia delle capacità: ogni essere umano per vivere una vita dignitosa dovrà arrivare al raggiungimento della soglia minima delle capacità. Una società globale, come quella in cui ci sembra di vivere, dovrebbe considerare le capacità umane indipendentemente dai condizionamenti culturali, sociali o dalla ricchezza del Paese in cui le persone vivono.
Un elenco di queste capacità fondamentali è stato stilato dopo anni di discussioni e dibattiti, da un centinaio circa di intellettuali, medici, operatori, economisti, studiosi di tutto il mondo. Qui di seguito viene riportata la lista, che è sempre aperta ad eventuali modifiche e contributi.

Capacità funzionali umane fondamentali
1. VITA. Avere la possibilità di vivere fino alla fine una vita umana di normale durata; di non morire prematuramente, o prima che la propria vita sia stata limitata in modo tale da essere vissuta.
2. SALUTE FISICA. Poter godere di buona salute, compresa una sana riproduzione; poter essere adeguatamente nutriti; avere un’abitazione adeguata.
3. INTEGRITA’ FISICA. Essere in grado di muoversi liberamente da un luogo all’altro; di considerare inviolabili i confini del proprio corpo, cioè poter essere protetti contro le aggressioni, compresa l’aggressione sessuale, l’abuso sessuale infantile e la violenza domestica; avere la possibilità di godere del piacere sessuale e di scelta in campo riproduttivo.
4. SENSI, IMMAGINAZIONE E PENSIERO. Poter usare i propri sensi per immaginare, pensare e ragionare, avendo la possibilità di farlo in modo veramente umano, ossia in modo informato e coltivato da un’istruzione adeguata. Essere in grado di usare l’immaginazione e il pensiero in collegamento con l’esperienza e la produzione di opere di autoespressione, di eventi, scelti autonomamente, di natura religiosa, letteraria, musicale e così via. Poter usare la propria mente in modi protetti dalle garanzie della libertà.
Poter andare in cerca del significato ultimo dell’esistenza a modo proprio. Poter fare esperienze piacevoli ed evitare dolori inutili.
5. SENTIMENTI. Poter provare affetto per cose o persone oltre che per noi stessi, amare coloro che ci amano e che si curano di noi, soffrire per la loro assenza; in generale, amare, soffrire, provare desiderio, gratitudine, e ira giustificata. Non vedere il proprio sviluppo emotivo distrutto da ansie e paure eccessive, o da eventi traumatici di abuso e di abbandono. Sostenere forme di associazione umana che si possono rivelare cruciali nel loro sviluppo.
6. RAGION PRATICA. Essere in grado di formarsi una concezione di ciò che è bene e impegnarsi in una riflessione critica su come programmare la propria vita. Ciò comporta la protezione della libertà di coscienza.
7. APPARTENENZA. a) Poter vivere con gli altri e per gli altri, riconoscere l’umanità altrui e mostrarne preoccupazione, impegnarsi in varie forme di interazione sociale; essere in grado di capire le condizioni altrui e provare compassione; essere capace di giustizia e amicizia. Proteggere questa capacità significa proteggere istituzioni che fondano e alimentano queste forme di appartenenza e anche proteggere la libertà di parola e di associazione politica.
b) Avere le basi sociali per il rispetto di sé e per non essere umiliati; poter essere trattato come persona dignitosa il cui valore eguaglia quello altrui. Questo implica, al livello minimo, protezione contro la discriminazione in base a razza, sesso, tendenza sessuale, religione, casta, etnicità, origine nazionale.
Sul lavoro essere in grado di lavorare in modo degno di un essere umano esercitando la ragion pratica e stabilendo un rapporto significativo di mutuo riconoscimento con gli altri lavoratori.
8. ALTRE SPECIE. Essere in grado di vivere in relazione con gli animali, le piante e con il mondo della natura provando interesse per esso ed avendone cura.
9. GIOCO. Poter ridere, giocare e godere di attività ricreative.
10. CONTROLLO DEL PROPRIO AMBIENTE. a) Politico. Poter partecipare in modo efficace alle scelte politiche che governano la propria vita; godere del diritto di partecipazione politica,delle garanzie di libertà di parola e di associazione. b) MATERIALE. Godere dei diritti di proprietà in modo uguale agli altri; avere il diritto di cercare lavoro sulla stessa base degli altri;essere garantiti da perquisizioni o arresti non autorizzati.

Bibliografia
1) Martha C.Nussbaum “Coltivare l’umanità” Milano, Carrocci, 2001
2) Martha C. Nussbaum “Diventare persone”, Bologna, Il Mulino, 2001
3) Martha C. Nussbaum “Giustizia sociale e dignità umana”, Bologna, Il Mulino, 2002

11. Diritto al delirio

di Eduardo Galeano

(…) Nel 1948 e nel 1976 le Nazioni Unite proclamarono estese liste di diritti umani; però l’immensa maggioranza dell’umanità ha solo il diritto di vedere, udire e tacere. Che cosa ne dite di cominciare a esercitare il mai proclamato diritto di sognare? Che cosa ne dite di delirare un po’, per un attimo? Andiamo a fissare gli occhi più in là dell’infamia, per indovinare un altro mondo possibile:
l’aria sarà priva di qualunque veleno che non sia prodotto dalle paure umane e dalle umane passioni;
per le strade le automobili saranno calpestate dai cani;
la gente non sarà guidata dalla macchina, né programmata dal computer, né comprata dal supermercato, né guardata dal televisore;
il televisore smetterà di essere il membro più importante della famiglia e sarà trattato come il ferro da stiro o la lavatrice;
la gente lavorerà per vivere, invece di vivere per lavorare;
si aggiungerà ai codici penali il delitto della stupidità, commesso da chi vive per avere o per guadagnare, invece di vivere semplicemente per vivere, come l’uccello canta senza sapere di cantare o come il bambino gioca senza sapere di giocare;
in nessun paese verranno arrestati i ragazzi che si rifiutano di fare il servizio militare, bensì quelli che vogliono farlo;
gli economisti non chiameranno livello di vita il livello di consumo, né chiameranno qualità della vita la quantità delle cose;
i cuochi non crederanno che alle aragoste piaccia essere bollite vive;
gli storici non crederanno che ai paesi piaccia essere invasi;
i politici non crederanno che ai poveri piaccia mangiare promesse;
si smetterà di credere che la solennità sia una virtù, e nessuno prenderà sul serio nessuno che non sia capace di prendersi in giro;
la morte e il denaro perderanno i loro magici poteri, e né per decesso, né per fortuna la canaglia diventerà un virtuoso signore;
nessuno sarà considerato un eroe o uno stupido se farà ciò che ritiene giusto, invece di fare quello che più gli conviene;
il mondo non sarà in guerra contro i poveri, ma contro la povertà, e l’industria bellica non potrà che dichiarare bancarotta;
il nutrimento non sarà una merce, né la comunicazione un affare, perché il nutrimento e la comunicazione sono diritti umanai;
nessuno morirà di fame, perché nessuno morirà di indigestione;
i bambini di strada non saranno trattati come spazzatura, perché non ci saranno più bambini di strada;
i bambini ricchi non saranno trattati come denaro, perché non ci saranno più bambini ricchi;
l’istruzione non sarà privilegio di coloro che possono pagarla;
la polizia non sarà la maledizione di coloro che non possono comprarla;
la giustizia e la libertà, sorelle siamesi condannate a vivere separate, si riuniranno, ben appiccicate, schiena contro schiena;
una donna, nera, sarà il presidente del Brasile e un’altra donna, nera, sarà il presidente degli Stati uniti d’America. Una donna indigena governerà il Guatemala e un’altra il Perù;
in Argentina, le matte di Plaza de Mayo saranno un esempio di salute mentale, perché loro si rifiutarono di dimenticare ai tempi dell’amnesia obbligatoria;
la Santa Madre Chiesa correggerà alcuni errori delle tavole di Mosè, e il sesto comandamento ordinerà di celebrare il corpo;
la Chiesa, inoltre, detterà un altro comandamento, di cui il Signore si era dimenticato: “Amerai la natura di cui fai parte”;
saranno rimboschiti tutti i deserti del mondo e i deserti dell’anima;
i disperati saranno aspettati e i perduti saranno ritrovati, perché loro sono quelli che si disperarono per il troppo aspettare e quelli si persero per il troppo cercare;
saremo compatrioti e contemporanei di tutti coloro che abbiano volontà di giustizia e volontà di bellezza, ovunque siano nati e in qualunque tempo abbiano vissuto, senza che contino nemmeno un po’ le frontiere dello spazio e del tempo;
la perfezione continuerà ad essere l’annoiato privilegio degli dei; ma in questo mondo maldestro e fottuto, ogni notte sarà vissuta come se fosse l’ultima, e ogni giorno sarà vissuto come se fosse il primo.

Questo testo è tratto dal libro di Eduardo Galeano “A testa in giù. La scuola del mondo alla rovescia”, pubblicato la prima volta nel 1998 e in Italia edito da Sperling & Kupfer, Milano, 1999.