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Autore: admin

Viaggiare: come costruire la propria libertà

Per una persona disabile nelle condizioni fisiche di estrema gravità come le mie, soprattutto per quanto riguarda la comunicazione verbale, viaggiare ha rappresentato una tappa fondamentale; una fonte inesauribile di scoperte e di infinite sensazioni di benessere, di amore e di rispetto per la vita.
Nei miei numerosi viaggi, soprattutto all’estero, ho constatato l’importanza di essere persona in mezzo ad altre persone, non più solo un disabile in mezzo alle persone ma una persona vera e propria in carne e ossa in continuo confronto con me stesso e con gli altri.
Grazie a questo confronto ho potuto assaporare le meraviglie della vita, come quando mi sono trovato di fronte a Parigi, dopo un lungo viaggio su una vecchia Renault 4 con il mio amico Andrea di Modena. Ricordo un episodio molto buffo e divertente: durante il viaggio, mentre stavamo risalendo una strada ripida verso la Francia, ha incominciato a uscire fumo dal motore della macchina. Io e Andrea ci siamo detti: “Vuoi vedere che ci tocca andare a Parigi a piedi?” Per fortuna mancava solo l’acqua nel motore e, una volta messa l’acqua,  abbiamo potuto continuare il nostro avventuroso viaggio verso Parigi.

Parigi, città di straordinaria bellezza e di intenso profumo settecentesco, con i suoi palazzi maestosi ma allo stesso tempo dal clima quasi familiare. Una caratteristica preziosa, secondo me, di Parigi  è di essere città multirazziale e multiculturale, dove possono coesistere diverse identità religiose, sociali e culturali e dove ogni cultura ha una propria dignità, e nessuna cerca di opprimere il pensiero degli altri. Ti accorgi che quello che conta veramente è solo l’identità di ogni singola persona. Sono rimasto entusiasta nel visitare  i suoi stupendi monumenti come la Tour Eiffel, che ho scalato fino all’ultimo gradino raggiungendo la cima, vedendo tutta Parigi ai miei piedi, anzi, alle mie ruote, sentendomi libero; il Museo del Louvre, scendendo sotto alla piramide di vetro e visitando la storia dell’umanità attraverso i suoi preziosi tesori e le stupende opere d’arte. Gli occhi faticavano a trovare spazio sul viso per aprirsi di fronte alla meraviglia delle meraviglie. Con la nostra Renault 4 siamo passati sotto l’Arco di Trionfo; siamo andati a visitare il Globo, il Museo della Scienza e della Tecnica vicino a Parigi. All’uscita dal Globo è successo un evento molto importante: io e Andrea abbiamo incominciato a dialogare nel giardino del Museo; è stato un dialogo profondo come veri amici, mi sentivo veramente partecipe della vita in quel momento, perché ho potuto esprimere, attraverso l’ausilio dell’alfabetiere trasparente (l’Etran), le mie opinioni, le mie sensazioni e il mio stupore di fronte alla  vita che mi stava mostrando tutte le vie d’uscita dalla mia condizione fisica. L’atmosfera di quel dialogo mi ha dato l’impressione di essere considerato, da parte di Andrea, una persona vera e propria, capace di ascoltarlo, di capire le sue problematiche e di sapermi confrontare con lui. Questo ha fatto crescere la mia autostima, facendomi gioire e divertire ancora di più i  restanti giorni di permanenza a Parigi.

Ricordo le incantevoli serate parigine, odoranti di intensi profumi di una tarda primavera, passate a passeggiare lungo la Senna, ammirando lo spettacolo di fusione di luci del tramonto con quelle della città; l’emozione era tanta che mi veniva il nodo in gola di fronte a tanta bellezza della natura e dell’ingegno dell’uomo. Avevo la sensazione che il mio corpo fosse diventato talmente leggero, come una piuma, da permettermi di volare nei cieli della libertà.
Questa sensazione di libertà era resa più palpabile dalla gentilezza dei francesi, a partire dall’albergatore, che ha predisposto una camera a piano terra munita di un bagno abbastanza spazioso; l’unico inconveniente dell’albergo era che per far colazione si doveva scendere una rampa di scale non attrezzata; dovevano portarmi con le braccia l’albergatore, il mio amico e alcune  cameriere, ma senza farmi sentire a disagio. Non mi sono sentito a disagio neanche durante il nostro itinerario tra vari ristoranti francesi per degustare le loro specialità; non mi sentivo addosso gli occhi giudicanti della gente e dei ristoratori, ma venivo considerato come una qualsiasi persona; l’unico disagio che ho provato in questi ristoranti è stata la sensazione di avere ancora la pancia vuota anche dopo essermi abbuffato delle loro specialità, per il semplice fatto che mancava la benedetta pastasciutta italiana. Nei miei viaggi successivi ho constatato, purtroppo, che questa carenza esiste anche nel resto d’Europa.

Ho potuto constatare la gentilezza dei francesi anche durante il viaggio di ritorno da Parigi, quando ci siamo fermati a Lione per dormire. Durante la cena in un piccolo e grazioso ristorante, una cameriera si è accorta della mia difficoltà a masticare la carne e si è offerta di tritarla; è ritornata dalla cucina con la carne tutta tritata, forse anche troppo, ma il suo gesto ha significato molto per me, mi sentivo considerato, rispettato e amato in quel momento.
Purtroppo, quando siamo usciti dal traforo del Monte Bianco, ci siamo accorti di essere in Italia e che il nostro avventuroso viaggio a Parigi stava giungendo al termine. Il mio cuore era colmo di gioia e di  tristezza: di gioia perché avevo vissuto un’esperienza indimenticabile, piena di pathos, di indescrivibili sensazioni interiori e di forte partecipazione alla vita tanto da farmi provare un senso di libertà che andava al di là delle mie gravi condizioni fisiche; mi frullavano tante idee e tanti progetti per il futuro, insomma mi sentivo veramente vivo. Allo stesso tempo provai molta tristezza perché quel meraviglioso viaggio era giunto alla fine e io dovevo ritornare alla mia solita routine quotidiana, cosa che mi metteva un po’ di  amaro in bocca.
Nei giorni successivi al ritorno dal viaggio a Parigi, la mia condizione quotidiana di disabile mi andava stretta, mi sentivo a disagio dentro alle quattro mura di casa e sognavo di viaggiare per assaporare ancora la sublime dolcezza della libertà.

Questo sogno di libertà si è avverato negli anni successivi all’esperienza di Parigi. Infatti, sempre con il mio amico Andrea, sono volato ad Amsterdam più volte dagli aeroporti di Linate (Milano) e di Bologna, dopo una faticosissima ricerca di un parcheggio per disabili. Chissà perché, negli aeroporti italiani, la segnaletica  per i parcheggi disabili è sempre ben nascosta, forse per scoraggiare i disabili a volare?

Un’altra situazione imbarazzante negli aeroporti italiani si verifica quando, ai check in, mi chiedevano di firmare una dichiarazione di non responsabilità e certe volte mi chiedevano  anche di allegare un certificato medico come fossi  un malato e non una persona che vuole solo viaggiare per godersi la vita.

Nonostante questi intoppi negli aeroporti italiani, mi sono ritrovato ad Amsterdam a vivere nuove esperienze che si sarebbero rivelate importanti per la conoscenza di me stesso, ma soprattutto ho scoperto di saper fare delle cose che non mi sarei mai immaginato  di poter fare.
Il clima di assoluta libertà di Amsterdam è stato complice del mio primo bacio sulla bocca di una donna. Una sorpresa straordinamente rivelatrice, non mi aveva mai baciato una donna, ma soprattutto non sapevo se ero capace di farlo, e invece sì, ero stato capace di baciare una donna e questo sconvolse il mio più intimo animo di persona al di là delle mie condizioni fisiche di disabile. La vita avrebbe potuto mettermi infiniti ostacoli di fronte, ma li avrei superati tutti  con un solo battito di ciglia, realizzando il sogno di libertà. È stata una sensazione bellissima quella vissuta sotto il cielo di Amsterdam, sembrava che Van Gogh l’avesse dipinto per me.

I vissuti di queste mie esperienze di viaggi mi hanno insegnato a costruire la mia libertà anche dentro casa, stimolando la grande voglia di autonomia. Infatti, ora so fare delle cose che prima non sapevo fare, come, ad esempio, amare, stare da solo e sapere svolgere tutti quei  piccoli compiti quotidiani che mi fanno sentire vivo anche in condizioni fisiche di estrema gravità. Io, oggi che non viaggio più frequentemente, amo la mia casa e amo stare con i miei familiari perché sto riuscendo a esercitare la mia libertà nelle decisioni essenziali per la mia vita presente e, spero, anche futura.
Attraverso il viaggio ho imparato a conoscere me stesso e cercare di superare i limiti della mia condizioni fisica. Ho trovato, sì, numerosi ostacoli durante i miei viaggi ma li ho tutti superati grazie alla mia volontà, grazie alla voglia di mettere in gioco tutto me stesso e scoprire inimmaginabili capacità di adattamento alle diverse realtà, costruendo la mia libertà attraverso la partecipazione attiva alla vita. Viaggiare ha rappresentato un’iniziazione di questa mia partecipazione attiva, un punto di rottura nella vita di disabile, con tutti i suoi stereopi, per approdare a una vita in cui ero e sono protagonista in tutti i sensi, sia in positivo che in negativo; mai mangiata la “pappa” già pronta, ho tentato di preparamela sempre da solo: è più gustosa!

 

Relazione presentata al Convegno “Dire, fare, viaggiare, quando il turismo… incontra l’handicap”,
2 aprile 2004, Adria (Rovigo) 

Né un eroe, né un vinto

Soggiorno elioterapico, Colonia marina SS. Apostoli Pietro e Paolo, Patronato di…”.
La targa faceva bella mostra di sé su una delle colonne del cancello esterno, una spiaggia qualsiasi della riviera romagnola, giugno (bassa stagione, ovviamente) dei primi anni ’60.
Circolavano le 600D e le 600 multiple, e gli altoparlanti in spiaggia diffondevano Maria Elena dei Marcellos Ferial.
Cappellini da marinaio blu, canottiere bianche, braccia magre, occhiate strabiche, ragazzi, uomini e donne per lo più con gravi disabilità motorie allineati nel cortile tra il blu e cromature delle carrozzelle.
Nell’aria il classico odore di minestrina in brodo che sarebbe arrivata puntualmente alle 19,30.
Passando dal bianco e nero al colore svanisce anche l’immagine dalla memoria. Di acqua ne è passata sotto i ponti e se prendiamo le vacanze come metro di paragone si può ben dire che la situazione si è capovolta, da “tanti in pochi posti” (l’Istituto che si trasferiva al mare) a “pochi in tanti posti”. Persone disabili che vanno in ferie da soli, con moglie e figli, con amici, con gruppi di volontariato, in vacanze organizzate dai Comuni e dalle associazioni per piccoli gruppi: dieci a Rimini, otto sulle Dolomiti, tre in Inghilterra…
Il Centro Fandango si è fatto in cinque anni Londra, Praga, Dublino, Lisbona e Copenaghen, all’estero, lontani da mamma e papà, a letto tutte le sere alle tre, anche un paio di sigarette e una birra di troppo. A sedici anni trasgredire è d’obbligo, dipende se oltre che disabile ti riconoscono anche come adolescente e te lo lasciano fare/vivere/essere.
Cambiano le vacanze sull’asse tanti/pochi, ma cambia anche il senso della vacanza che diventa come per tutti svago, divertimento, cambio di ritmi e si svincola da ogni orpello terapeutico o paraeducativo e soprattutto viene pensata e vissuta nei luoghi di tutti.
Tra luci e ombre
Tralasciamo un attimo la riflessione sulle vacanze, che ci ha permesso di introdurre il tema di questo articolo, e occupiamoci della riflessione che sta alle spalle delle vacanze, del tempo libero, dei viaggi, della vita sociale: la quotidianità.
È importante questo termine, per certi versi paradossalmente rivoluzionario se associato alla dimensione dell’handicap che spesso siamo culturalmente abituati invece a collocare o a veder collocata più nell’alveo della tragicità o della eccezionalità (il disabile come vinto o come eroe), quindi in categorie che in parte faticano a far rima con quotidianità.
Che si ragioni attorno a questo termine, come la birra di troppo a Copenaghen, è un altro segno di tempi che aprono spazi di “normalità” alle persone disabili. E non è un caso che normalità invece che in corsivo lo abbia scritto tra virgolette, appeso tra virgolette, segno che la strutturale ambiguità della dimensione della disabilità, ogni volta che si fa un passo in avanti, apre comunque nuove riflessioni, nuovi interrogativi; una “normalità” non come approdo, ma come per tutti itinerario che non finisce mai.
Disabilità e quotidianità non solo come evoluzione culturale dovuta al trentennale percorso di integrazione tra handicap e società, ma anche come prodotto dell’affacciarsi alla ribalta e nel mercato sociale da una quindicina di anni a questa parte di una nuova figura, il cosiddetto “disabile adulto” che ha terminato il suo ciclo vitale nel mondo dei servizi (la diagnosi, la riabilitazione, l’inserimento a scuola, l’eventuale percorso nella formazione professionale), che perde le tutele dell’essere bambino e le speranze di guarigione e si affaccia all’età adulta.
Una età adulta contrassegnata dalla drastica riduzione della offerta in termini di servizi socio-assistenziali, da una elaborazione culturale avvenuta in larga misura non più nella rete dei servizi pubblici (enti locali, scuola, aziende sanitarie), ma nel mondo associativo, da una famiglia che, paradossalmente, vive insieme una dimensione di nascita e morte al tempo stesso. Una nuova nascita perché, persi la terapista e l’insegnante di appoggio, è di nuovo la famiglia a farsi carico delle esigenze quotidiane di cura e assistenza tipiche dell’età infantile.
Morte perché l’adolescenza dei figli fa percepire ai genitori lo scorrere del tempo, il passare delle generazioni e quindi pone prepotentemente quello che comunemente viene definito il tema del “dopo di noi”. Ovvero cosa sarà di nostro figlio dopo che noi non ci saremo più?
Ricerca di autonomia
All’interno del tema “disabile adulto” e alla costruzione quindi di una dimensione di quotidianità, è necessario poi ricordare che le realtà della disabilità fisica e di quella intellettiva pongono ovviamente prospettive e interrogativi diversi tra loro, là dove la costruzione e la ricerca di quotidianità va di pari passo con la costruzione e ricerca di autonomia, non solo fisica, ma anche relazionale, emotiva, economica. E anche all’interno della disabilità fisica ovviamente alcune tipologie di deficit ad andamento evolutivo e a esito spesso infausto in età giovanile costringono a interrogarsi prepotentemente nel momento in cui si pensa a un progetto di vita, e ancora si può accennare alle disabilità acquisite in età giovanile o adulta come, ad esempio, le lesioni midollari da trauma stradale.
Un ultimo sintetico, e quindi inevitabilmente demagogico, accenno infine alle due grandi porte verso l’età adulta che sono la sessualità e il lavoro con i relativi percorsi che le sostengono. Molta è ancora la strada che in termini culturali deve essere fatta su questi terreni correlati alla disabilità; la cultura delle veline da una parte e i recenti propositi governativi di voler confinare il lavoro delle persone disabili soltanto nelle cooperative sociali dall’altra, ci fanno capire quanto le maniche le si debba tenere sempre rimboccate.
Se trent’anni di integrazione in Italia ci restituiscono anche le difficoltà e le contraddizioni appena citate è anche vero che ci restituiscono un’enorme evoluzione culturale e l’apertura di spazi e opportunità insperati una volta.
Il percorso da handicappato/malato/infermo/paziente/utente a persona disabile/cittadino è ampiamente in corso e non è un caso che i termini che il vocabolario dell’handicap ci restituisce in questi anni parlino di autonomia, vita indipendente, ausili e tecnologie, turismo, sport… e facciano evolvere, pur con alcuni aspetti di ambiguità, anche la stessa terminologia che non ci racconta solo di handicappati o disabili, ma anche di diversamente abili.
Non solo i velocisti
L’handicap come battaglia, come sfida ai limiti imposti da una natura matrigna, come attenzione ai disabili che sanno “scattare”. Il rischio è che, come nel ciclismo, il gruppo si sgrani e che le telecamere della politica e dell’informazione inquadrino solo i velocisti in testa, mentre il gruppo si allunga e rallenta sempre più.
Fondamentale quindi costruire una cultura delle diverse abilità che non finisca per negare il limite e il dolore che lo accompagna, e che privilegi le diverse abilità per una silenziosa quotidianità fatta di banalità ed eccezionalità al tempo stesso.
Non si può poi dimenticare che esistono tante persone con gravi e gravissime disabilità per le quali forse non è possibile individuare “diverse abilità” (… e forse non ha nemmeno senso cercarle) e che comunque hanno diritto di essere incluse come bisognose di cure e attenzioni all’interno di una quotidianità che sia il più possibile vissuta insieme agli altri. Questo non solo per il benessere delle persone a cui stiamo accennando, ma anche come antidoto a una quotidiana normalità in cui sempre più spesso si cerca illusoriamente di cancellare il dolore, la morte, tutto ciò che non è guaribile o vincente.
Tornando all’esempio della gara ciclistica sarebbe bello che le telecamere finissero per aspettare invano e si scoprisse che tutto il gruppo ha cambiato strada per passare il traguardo da un’altra parte, classificandosi tutti, primi e ultimi, come ci dicono i telecronisti, con lo stesso tempo.
Nuove soluzioni
Abbiamo già introdotto prima il tema del lavoro e di una sfera affettiva e sessuale autonoma; il tempo libero è quindi una ennesima categoria che si tinge di paradossale per tanta parte del mondo dell’handicap che parrebbe, al tempo stesso, avere sempre e mai tempo libero. Eppure, nonostante i (… anzi, meglio, grazie ai) paradossi e pur in una cultura delle persone disabili adulte in cui è necessario per larghi tratti navigare a vista, la riflessione su questi temi ci permette di cogliere nuovi aspetti delle realtà di vita delle persone disabili e delle loro famiglie.
Proviamo a enuclearne alcuni. Una prima riflessione salda il tema del tempo libero a quello delle adolescenze delle persone disabili. Un’età segnata dall’inizio di percorsi di separazione, fisica ed emotiva, dalla famiglia di origine e dalla coppia genitoriale e che invece per le persone disabili assume un segno spesso diametralmente opposto. Ne abbiamo già accennato e non ci ripetiamo.
Gli adulti devono essere estremamente attenti e capaci affinché i ragazzi e le ragazze disabili non si ritrovino, generalmente con la fine della scuola, in situazioni di isolamento e di traumatica separazione dal gruppo dei pari. Non possiamo né dobbiamo chiedere questa attenzione e capacità a ragazzini di 14 o 15 anni che vanno per la loro strada “dimenticandosi” del compagno di classe disabile. Peggio ancora sarebbe vincolare la vita di fratelli o parenti a un destino di accudimento.
Il tempo libero quindi come luogo privilegiato per ridefinire legami di amicizia e complicità; in questo le purtroppo poche “agenzie educative” tipiche dell’età (gruppi di volontariato territoriali, gruppi scout, progetti di tempo libero delle associazioni, gruppi parrocchiali) svolgono un ruolo insostituibile operando una mediazione tra le esigenze di chi ha e di chi non ha un deficit, non negando le legittime esigenze di separazione e favorendo le occasioni di incontro e di sviluppo di solidarietà.
Una seconda riflessione non può che sottolineare la positività delle tante iniziative per rendere il turismo e la vacanza accessibile anche alle famiglie con persone disabili. Un contesto, quello della vacanza, in cui sempre più la famiglia può optare tra varie soluzioni e affrontarle senza la mediazione dei servizi e delle associazioni, ma da sola, sperimentando una capacità autonoma di affrontare le eventuali situazioni di difficoltà in un contesto facilitante come quello estivo. Una spinta quindi a cercare soluzioni divertenti e appaganti per tutti, a progettare soprattutto, e non limitarsi a prospettive a corto raggio relative “al solito posto, che ci conoscono e non ci sono barriere”.
Ricordo personalmente di una famiglia che ringraziava per la guida turistica relativa ai sentieri accessibili nella zona di Cortina d’Ampezzo prodotta dal CDH di Bologna nel 1997 (Viviana Bussadori, Dolomiti per tutti, a cura di CDH Bologna e Coloplast, 1997; la guida segnala diversi itinerari accessibili anche in carrozzella) e che ci raccontava come per loro la montagna avesse sempre fatto rima con difficoltà, inaccessibilità e che quindi, automaticamente, avessero sempre escluso le montagne dalle loro mete di vacanza.
Una terza considerazione sottolinea il rapporto tra quotidianità e ausili, ovvero tutti quegli accorgimenti che possono facilitare la vita di tutti i giorni e rendere più indipendente la persona disabile nella cura di sé, nelle attività domestiche e di comunicazione. Dalla legge quadro sull’handicap n. 104 del 1992 molti passi si sono fatti su questo terreno, per favorire le persone disabili all’interno dei loro contesti quotidiani di vita.
Molte leggi regionali prevedono finanziamenti (www.handylex.org) per l’acquisto di tecnologie per il controllo ambientale o per la modifica di mobili o altro all’interno della casa, anche se esiste ancora una scarsa informazione di cosa offra il mercato e quindi l’utenza che accede a queste facilitazioni è ancora limitata.
Un’ultima annotazione infine a un altro evento correlato al tema della quotidianità. È di questi giorni l’iniziativa della Federazione italiana per il superamento dell’handicap (Fish) di promuovere l’“adozione” di alcune famiglie con un congiunto disabile da parte del presidente della Regione Emilia Romagna e dell’assessore alle politiche sociali. Un’adozione per condividere nel corso dell’anno alcuni momenti di quotidianità e di vita familiare, per “non perdersi di vista”, soprattutto tra persone, e avere un’angolatura diversa da cui guardare l’handicap, i suoi attori e le relazioni che in questo mondo si strutturano.
Si tratta di un altro piccolo segnale, sempre navigando rigorosamente a vista come i tempi ci consentono, per quella quotidianità anonima ed eccezionale al tempo stesso che possiamo ricercare sfuggendo alle sirene dell’eroe o del vinto.

Glossario

Accessibilità
Rappresenta l’insieme delle caratteristiche spaziali, distributive e organizzativo-gestionali dell’ambiente costruito che siano in grado di favorire la fruizione agevole, in condizioni di sicurezza e autonomia, dei luoghi e delle attrezzature della città, anche dalle persone con ridotte o impedite capacità motorie.

Barriera architettonica
Si intende per barriera architettonica:
ostacoli fisici che sono fonte di disagio per la mobilità di chiunque e in particolare di coloro che, per qualsiasi causa, hanno una capacità motoria ridotta o impedita in forma permanente o temporanea;
gli ostacoli che limitano o impediscono a chiunque la comoda e sicura utilizzazione di parti, attrezzature, componenti, mezzi;
la mancanza di accorgimenti e segnalazioni che permettono l’orientamento e la riconoscibilità dei luoghi e delle fonti di pericolo per chiunque e in particolare per i non vedenti, gli ipovedenti e i non udenti.

Mobilità
Rappresenta la possibilità dei diversi soggetti di spostarsi grazie all’azione coordinata degli organi attivi del corrispondente apparato (camminare), oppure utilizzando mezzi di trasporto (veicolo). La mobilità veicolare, infatti, riguarda il movimento di autoveicoli senza fermate di linea, in genere autoveicoli privati (autobus, filobus, tram urbani ed extraurbani), di autoveicoli collettivi con fermate di linea e la sosta di autoveicoli, in genere relativa alle autovetture private.

Sistema di trasporto
È costituito dall’insieme di mezzi, attrezzature, accorgimenti individuali, provvedimenti organizzativi ed espedienti gestionali che consentono alle persone il collegamento in modo accessibile (senza fonti di pericolo, di affaticamento o disagio e senza barriere architettoniche) tra una serie di segmenti di un determinato percorso, per il raggiungimento di specifiche finalità conseguenti a scelte individuali.

 

 

Glossario elaborato sui contributi apparsi sulla rivista “Paesaggio Urbano” dal gen./feb. 92 al mag/giu 02 e pubblicato sul materiale prodotto in occasione della Settimana Europea della Mobilità nel Forum: “La mobilità delle persone disabili. L’integrazione dei servizi può migliorare la fruibilità della città per le persone disabili?”, 16 settembre 2003.
Comune di Ferrara, Provincia di Ferrara, Agenda 21 Locale, Facoltà di Ingegneria – Università degli Studi di Ferrara.

Siti Web

L’importanza di essere informati e… aggiornati

www.superabile.it 
Il portale INAIL con sezioni dedicate al turismo per tutti

www.disabili.com
Portale con una sezione specifica sul viaggio e le vacanze

www.mobilita.com
Sito della rivista Mobilità

www.coinsociale.it/turismo
servizi per la mobilità delle persone disabili nel settore del turismo

www.milanopertutti.it
Turismo e tempo libero a Milano

www.romapertutti.it
Turismo e tempo libero a Roma

www.italiapertutti.it
Banca dati di strutture ricettive accessibili in Italia

www.touringclub.it/guide/scheda.asp?ID=713
Scheda della Guida “Turismo senza barriere” – Touring Club Italiano

http://cislcomo.ust.it/servizi/sportello%20H/doc/sportellovacanze.htm
Sportello vacanze disabili di Como

www.enjoy.it/aiaspiacenza/servizi.htm#sportellovacanze
Sportello vacanze disabili AIAS Piacenza

www.liberatutti.it
Web agency che realizza servizi per il terzo settore, ha una sezione sul turismo per tutti

www.disanet.org
Cooperativa sociale di Napoli

www.manoamano.it
Associazione pugliesedi genitori e familiari di persone disabili

www.percorsoverde.it
Fondazione del Movimento Apostolico Ciechi (Campania, Basilicata, Calabria)

www.agedi.it
Associazione Genitori di Bambini e Adulti disabili (Calabria)

www.grillohdelbelice.it
Sportello H (Sicilia)

www.futurosemplice.org 
Associazione, Sportello Informativo (Sicilia)
www.cooss.marche.it/turismosociale
Turismo sociale (Marche)

www.bus.it/disabili.htm
L’elenco nazionale delle aziende di noleggio specializzate nel trasporto disabili

www.nolimit.it
Portale con forum, un canale di rassegna stampa sul turismo accessibile e la sezione CercAbile

www.agriturismo.com/holidays_handicap.htm
Una sezione dedicata con motore di ricerca (regione – località) sugli agriturismi accessibili in Italia

www.sardiniapoint.it/77.html
Sezione dedicata all’accessibilità in Sardegna

www.aiascetraro.it/sportelloih/
Informa Handicap (Calabria)

www.handybo.it/Informahandicap/servizi_informahandicap.htm 
Elenco dei Servizi informahandicap dei Comuni italiani
Informazioni sulla accessibilità delle rispettive città

www.trenitalia.com/disabili/hodi.html 
Elenco e informazioni per il servizio viaggiatori disabili

www.superabile.it/Superabile/TempoLibero/Infopoint/Guide
Elenco di guide turistiche accessibili

www.disabili.com/content.asp?Subc=5205&L=1&idMen=289
Sezione dedicata alle agenzie di viaggio specializzate

http://cataloghi.ventaglio.com
Viaggi del ventaglio (catalogo dei villaggi turistici Ventaclub accessibili)

www.esrin.esa.it:8080/handy/om/distr/holidays/it_home.html
Numerose informazioni sul tema turismo nel sito della associazione Orsa Minore

www.accaparlante.it/cdh-bo/documentazione/pubblicazioni/guide/index.htm 
Guide Turismo per tutti (CDH Bologna)

www.getur.com
Cooperativa di Udine

www.laboratoriosipuo.net
Sito della associazione SiPuò, formata da professionisti impegnati nel tema del turismo accessibile

www.larosablu.com
Associazione di Padova, proposte per tempo libero e vacanze accessibili

www.romaccessibile.it
Portale informativo sul territorio del Comune di Roma.

www.comune.torino.it/itidisab
Itinerari accessibili Piemonte

www.hotel.bz.it
Alto Adige per tutti

www.comune.firenze.it/servizi_pubblici/turismo/visite/disabili.htm
Itinerari turistici accessibili Toscana

www.plainair.it
Per un camper accessibile
informazioni  Edizioni Plein Air, Michela Bagatella, tel. 06/663.26.28,
e-mail: m.bagatella@pleinair.it

www.parks.it
Schede sulla fruibilità dei Parchi nazionali

Corsi di vela per persone disabili

www.maldimare.org
www.nonsolovela.ge.it
www.navedicarta.it
www.homerus.it
www.velainsieme.it
www.coopatlante.com
www.mareaperto.org

Turismo all’Estero

www.egyptforall.com/
Proposte di viaggi accessibili – Egitto

www.accessibleurope.com
Proposte di viaggi, turismo accessibile

www.ftia.ch
Canton Ticino

www.ohnehandicap.tirol.at
Tirolo

www.turismforalla.se
Svezia

www.you-too.org
Accessibilità, turismo

L’Europa per le donne disabili

Il 1° maggio di quest’anno sono entrati a far parte dell’Unione Europea dieci nuovi Paesi, ovvero Lituania, Estonia, Lettonia, Polonia, Repubblica Ceca, Cipro, Ungheria, Malta, Slovacchia e Slovenia. Il trattato di Maastricht, che risale al 1992, è il capostipite della nascita dell’Unione Europea, almeno dal punto di vista dell’integrazione politica ed economica tra gli Stati membri, tra cui c’è anche l’Italia come ben sappiamo.
Nell’Unione Europea, secondo gli ultimi dati a disposizione, vivono 42 milioni di persone in situazione di deficit; sicuramente questo dato è aumentato, considerata l’entrata dei nuovi Paesi. Di questi 42 milioni, il 51% sono donne: questo dato è influenzato da diversi fattori, primo fra tutti la maggior longevità della popolazione femminile rispetto a quella maschile. Non è possibile però delineare un quadro generale della situazione di queste donne, in quanto essa varia molto a seconda degli Stati presi in considerazione: sommariamente è possibile affermare che coloro che abitano nei Paesi del Nord Europa vivono in condizioni migliori rispetto a coloro che vivono nei Paesi del Sud, così come  coloro che vivono negli Stati occidentali vivono meglio rispetto a coloro che vivono in quelli orientali. Infatti ancora oggi, a molte donne colpite da disabilità non vengono riconosciuti molti diritti primari, quali il diritto ad avere una famiglia propria (si pensi che alcuni Stati europei vietano alle donne disabili di avere figli e, se ciò dovesse accadere, glieli tolgono!), il diritto al lavoro, ecc. Proprio a causa di queste gravi mancanze, molte donne vengono abbandonate a se stesse e molte preferiscono la morte alla vita: infatti sono molti i casi riscontrati di eutanasia involontaria!
Ma cosa fa l’Europa per le persone disabili e, in particolare, per le donne con deficit?
Nel 1996/97 è sorto il “Forum europeo sulla disabilità” (EDF): esso è composto da organizzazioni che si occupano quotidianamente di disabilità e ha lo scopo di creare un organo consultivo e rappresentativo affinché anche presso l’Unione Europea venga considerata la situazione delle persone con deficit. Il Forum si propone come priorità quella di promuovere i diritti umani delle persone con disabilità; i suoi attuali obiettivi sono: la non discriminazione, l’integrazione della dichiarazione sul mercato unico, una chiara base giuridica per un programma d’azione sulla disabilità. Tali principi sono alla base del Trattato di Amsterdam: con questo la Comunità si impegna nel perseguire la promozione dell’occupazione, il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, una protezione sociale adeguata, il dialogo sociale, lo sviluppo delle risorse umane, la lotta contro l’emarginazione. Esso inoltre stabilisce che la Commissione Europea, prima di proporre una qualsiasi legislazione riguardante le persone con deficit, è tenuta a consultare le organizzazioni aderenti al suddetto Forum. 
All’interno del “Forum europeo sulla disabilità” è sorto il “Gruppo di lavoro sulle donne e la disabilità”, sostenuto sin da subito dalla Commissione europea nell’ambito del programma Helios II. Gli antecedenti alla nascita di questo Gruppo sono il “Seminario d’esperti delle Nazioni Unite sulle donne disabili”, tenutosi a Vienna nel 1990, e le “Norme standard delle Nazioni Unite sulle pari opportunità per le persone con disabilità”.  Questi due spunti rappresentano la base della  principale opera di questo gruppo, ovvero il “Manifesto delle donne disabili in Europa”, presentato a Bruxelles il 22 febbraio 1997. Come sostiene Lydia Zijdel, Presidente del Gruppo, “questo manifesto è una raccolta  di tutte le raccomandazioni per migliorare la vita di donne e ragazze con disabilità dell’Unione Europea. Lo scopo del Manifesto è quello di informare e far prendere coscienza le donne e le ragazze con problemi di disabilità circa la loro posizione, i loro diritti e le loro responsabilità. Ma è anche quello di informare e sensibilizzare la Commissione europea, il parlamento europeo, i singoli Stati membri e anche i movimenti europei sulla disabilità e i movimenti delle donne circa l’assenza di sensibilità riguardo le donne e ragazze disabili ma anche verso gli uomini e ragazzi”. Attraverso il Manifesto anche le donne con deficit hanno ottenuto il loro riconoscimento, oltre al potere decisionale; per la prima volta sono stati esaminati i bisogni e le situazioni specifiche, prendendo in considerazione anche le diverse culture, razze, religioni, preferenze sessuali, età e tipo di disabilità. Ovviamente i suoi principi base sono la non discriminazione, il rispetto dei diritti umani e delle pari opportunità.
Esaminiamo ora la struttura di tale Manifesto: innanzitutto, all’interno dell’introduzione, viene data la definizione di “donna disabile”: “Le ragazze e le donne con disabilità comprendono le donne con tutti i tipi di disabilità , donne con menomazioni fisiche, uditive, della vista o di altro tipo, comprese quelle affette da malattie mentali o con problemi di salute mentale, deficit intellettivi e malattie croniche come il diabete, le cardiopatie, malattie renali, epilessia, Hiv/AIDS, malattie che, prevalentemente, riguardano le donne come il tumore al seno, l’artrite, il lupus, la fibromialgia e l’osteoporosi”. Il Manifesto si propone altresì di attuare delle azioni di solidarietà o sostegno sia a favore delle stesse donne con deficit sia nei riguardi delle loro famiglie: questo non solo in Europa, ma in tutto il mondo.  All’interno del Manifesto viene principalmente utilizzato il termine “genere”, ben distinto dalla definizione di “sesso”: mentre il “sesso” si riferisce al fattore biologico, il “genere” fa riferimento alla costruzione sociale; inoltre viene incoraggiato un “modello sociale” della disabilità in contrapposizione al “modello medico”. In questo documento viene anche ribadito il concetto di “doppia emarginazione” che fa appunto riferimento alla situazione di molte donne disabili: “Le donne disabili possono subire discriminazioni rispetto a donne e uomini non disabili e anche rispetto a uomini disabili. La lotta per le pari opportunità va condotta pertanto, in maniera simultanea, a diversi livelli e in differenti settori”.
Dopodiché il Manifesto presenta le raccomandazioni relative alle diverse aree tematiche nelle quali esso viene diviso. Tali aree sono:
1. Diritti umani, etica
2. Legislazione nazionale ed europea
3. Convenzioni e altri strumenti giuridici internazionali
4. Istruzione
5. Occupazione, formazione professionale
6. Matrimonio, relazioni sociali, maternità, vita familiare
7. Violenza, abusi sessuali e sicurezza
8. Conferimento di potere, sviluppo dell’attitudine al comando, partecipazione al processo decisionale
9. Donne disabili con differente estrazione culturale
10. Sensibilizzazione, mezzi di comunicazione, comunicazione e informazione
11. Vita autonoma, assistenza personale, bisogni tecnici e assistenza, consulenza
12. Previdenza sociale, assistenza sanitaria e medica, riabilitazione
13. Edifici pubblici, alloggio, trasporti, ambiente
14. Cultura, attività ricreative, sport
15. Il punto focale nazionale sulle donne con disabilità
16. Punti focali internazionali
17. Attività regionali e infraregionali, finanziamento dei progetti
18. Informazione statistica, ricerca.
Inoltre, sempre in ambito europeo, è stato emanata la pianificazione europea riguardante le persone disabili. Tale trattato, stipulato a Siracusa il 18 aprile 1999, per quanto concerne la situazione delle donne con deficit stabilisce i seguenti punti programmatici:
1. Supportare la Conferenza europea delle donne programmata per l’autunno del 2000
2. Lavorare sul progetto di vita indipendente in modo tale da assicurare alle donne disabili l’assistenza personale e perseguire così una vita indipendente e autonoma
3. Sviluppare strategie per far aumentare la consapevolezza tra le donne disabili in modo tale da aumentare e rafforzare le reti
4.Sviluppare una campagna informativa ed educativa  sui temi della bioetica, sugli effetti discriminanti causati dalla sterilizzazione e dall’aborto selettivo, ma anche sul diritto alla vita
5. Assicurare il coinvolgimento delle donne disabili in tutti i programmi e progetti europei
6. Fare indagini sulle prospettive future del Gruppo delle Donne Disabili in Europa in modo tale da aumentare la sua importanza e attività
7. Definire modelli di buone prassi per attuare progetti con diverse reti
Nel 2000 le rappresentanti di diciassette Paesi Europei e di uno africano si sono incontrate in Calabria: in tale occasione è stata ribadita la situazione particolarmente svantaggiata delle donne con deficit, spesso colpite da maltrattamenti e azioni violente. Sono state individuate anche le cause di tale situazione particolarmente difficile: prima fra tutte le guerre, seguite dai pregiudizi sociali e dall’esclusione alla quale spesso tali persone vengono condannate.
Un altro momento importante è rappresentato dal “Congresso Internazionale delle Donne Disabili” tenutosi a Valencia (Spagna) dal 27 febbraio al 1 marzo 2003: in questa occasione è stata affrontata la situazione delle donne disabili considerata nei suoi diversi punti di vista: integrazione sociale, maternità, sessualità, famiglia, istruzione, lavoro, sport, salute. Grazie alla presentazione dei diversi progetti nazionali ed europei e alla discussione comune è stato accordato il seguente programma d’azione: l’abbattimento delle barriere conoscitive esistenti nei confronti delle donne disabili, il combattimento delle discriminazioni e la partecipazione attiva delle donne disabili nei diversi ambiti sociali, il raggiungimento dell’autonomia e dell’indipendenza. A conclusione di tale Congresso è stata assegnata fondamentale importanza alle Associazioni, le quali sono quotidianamente e direttamente impegnate sul campo e, grazie a ciò, esse devono creare una rete di esperienze che a sua volta rappresenterà un punto di partecipazione diretta per le donne con deficit.

Appunti sul Rapporto di Amnesty International 2004

Sud, est, ovest e nord: coordinate spaziali, fisse e immobili come trattini su una carta di geografia politica agitano la mente di governi intenti a ridisegnare a ogni latitudine il mondo, a propria immagine e somiglianza. I potenti della Terra preferiscono guardare al mondo tutto attraverso i buchi delle serrature delle loro stanze chiuse e ovattate dei loro palazzi, ma fatalmente il mondo è troppo grande per rientrarci, troppo misterioso e sconosciuto ai vari siliconati ormai sempre più impotenti a governarlo, troppo complesso che preferiscono ridurlo alle macerie della guerra, della fame, della precarietà e della paura, condita delle menzogne a cui loro stessi finiscono per credere, allontanandoli inesorabilmente dai miliardi di persone da cui cercano consenso. Dichiarano l’esistenza dell’Europa senza gli europei, s’inventano il “Grande Medio Oriente” dall’Afghanistan al Maghreb dopo aver massacrato qualche centinaia di migliaia di persone…
Est diventa ovest, che a sua volta è sud nel profondo nord: le coordinate saltano e si confondono continuamente, non si fermeranno. L’atlante politico non spiega più niente, la geografia umana di questo pianeta è in costante cambiamento, milioni di persone in questo momento si muovono, scappano, sperano una vita migliore affrontando viaggi interminabili senza la certezza di arrivare, e se arrivano le cose si complicano.
Le società del mondo si scompongono e ricompongono vorticosamente, riguarda tutti e ciascuno gli abitanti del globo terracqueo, in un incrocio senza pari nella nostra storia, tra minacce drammatiche, e apparentemente prevalenti, e promesse confuse che agitano le menti e i cuori delle autentiche maggioranze, che cercano pace. E siamo solo all’inizio. Sto esagerando? Le cose vanno meglio? Speriamo nella sinistra al governo? Proviamo un momento a guardare il pianeta dal punto di vista dei boatpeople, o chiederlo a qualche “extraterrestre” che si è appena trasferito sotto casa. Mi domando perché ci dicono che l’Occidente è un incubo nei loro Paesi, oppure un’illusione speranzosa subito infranta, dovremo rifletterci. Anche il Rapporto di Amnesty International 2004 drammaticamente ci conferma, attraverso ben settecentoquattro pagine, la tremenda disabilità dei Sud, e al tempo stesso ci mostra i Nord come un grave handicap per la ricerca di una vita migliore, o se preferite, sono pressoché tutti i governi e gli Stati a rappresentare un handicap per la crescita di società sempre più disabili: negazione delle libertà di associazione e espressione, negazione dei diritti di rifugiati e immigrati, torture e violenze varie in particolare verso donne e bambini e dulcis in fundo la pena di morte. Certamente dittature e organizzazioni terroriste sono giustamente additate tra i vari responsabili, ma è interessante il riferimento del Rapporto rispetto agli Stati democratici: “Dopo l’11 settembre del 2001, governi di tutto il mondo hanno portato avanti programmi di dichiarata repressione. […] In nome dell’ “antiterrorismo” sono state perpetrate uccisioni illegali”, e non ci possiamo scordare delle guerre guerreggiate in nome della democrazia, o la vicenda delle torture in Iraq. Ma il quadro si complica in relazione all’Africa Subsahariana, in cui i governi e gruppi armati impiegano “bambini-soldato per le guerre, e come schiavi sessuali”, o ancora “la violenza sulle donne ha continuato a essere accettabile e le donne si sono viste negare frequentemente e apertamente i diritti civili, politici, economici, sociali e culturali”. Un vero e proprio attacco contro l’umanità. Per non parlare dei disastri prodotti dalle mine antiuomo proprio nei paesi africani, che negli ultimi anni hanno visto incrementare fortemente il loro mercato nonostante le ripetute e illustri denunce, e inevitabilmente le mutilazioni a danno delle popolazioni civili crescono a dismisura. La disabilità nei Sud prende forme indicibili ai nostri occhi, di tutt’altra natura rispetto a quelle che comunemente conosciamo, soprattutto perché è una disabilità indotta, che ha nomi e cognomi di responsabili, di istituzioni e di bande armate. Il Mozambico, che è uno dei paesi più colpiti, nel ’97 ha addirittura firmato accordi per impedire il mercato delle mine antiuomo e programmi di bonifica del territorio… invano! Gli stessi governi occidentali, che risultano principali responsabili nel mercato di queste mine, finanziano le Organizzazioni Non-Governative che sono al lavoro per lenire dolori e deformazioni. Un circolo vizioso che non sembra avere fine, nonostante la buona fede nell’impegno di tantissime persone grazie a cui intere cittadine si sono trasformate in veri e propri centri medici, spesso sgangherati e arrangiati, ma dove la creatività per salvare la vita diventa soprattutto una spinta solidale a cercare che la vita migliori. Un impegno sociale che diventa lotta affermativa della vita. La stessa che spinge i milioni a emigrare, a sottrarsi e reagire alle violenze, non smettendo mai di sorridere mentre si raggiunge le nostre terre. La stessa lotta che è l’emozione che ci ha spinto a urlare pace nelle piazze perché ne sentiamo l’esigenza nella nostra vita tutta. Un’umanità irrequieta, non più normalizzabile in ogni senso, che può riconoscere quanti aspetti ha in comune come una premessa indispensabile per valorizzare la propria diversità. Stavolta, siamo disposti noi, “visi pallidi”, a imparare di più e cambiare in prima persona?

Hans sotto la ruota

Hans seguitò a campare per qualche tempo ancora grazie a quello che aveva studiato in precedenza, come una marmotta con le provviste accumulate per l’inverno. Poi cominciò una vita di stenti, penosa, inframmezzata da brevi slanci privi di energia, la cui inanità appariva derisoria a lui stesso. La smise di faticare senza costrutto, lasciò perdere Omero e il Pentateuco, l’algebra e Senofonte  e assistette impassibile al graduale tramonto del suo prestigio agli occhi dei maestri, da ottimo a soddisfacente, da soddisfacente a mediocre e infine a insufficiente. Quando non aveva il mal di testa che costituiva di nuovo la regola, pensava a Hermann Heilner, si perdeva nei suoi sogni a occhi aperti e seguiva per ora il filo di pensieri appena abbozzati. Ai rimproveri sempre più fitti dei maestri rispondeva con un sorriso umile buono. L’istitutore Wiedrich giovane e cordiale era l’unico che provasse pietà di quel sorriso smarrito, l’unico che trattasse il ragazzo fuorviato con affettuosa comprensione. Gli altri insegnanti erano indignati lo punivano trascurandolo, o tentavano sporadicamente di risvegliare la sua ambizione assopita con lo stimolo dell’ironia.
“Se per caso in  questo momento non avesse voglia di dormire, potrei pregarla di leggere questo brano?”.
Il rettore lasciava trasparire una dignitosa  riprovazione. Vanitoso com’era confidava molto nella   potenza del suo sguardo e andava fuori di sé quando Giebenrath opponeva al suo  cipiglio regale e minaccioso il solito sorriso rassegnato pieno d’umanità, che a poco a poco finì con l’innervosirlo. “Non sorrida così stupidamente. Avrebbe di che piangere piuttosto”.
Maggior effetto ottenne una lettera di suo padre che lo supplicava spaventatissimo, di migliorare. Il rettore aveva scritto a Giebenrath padre, e questo era rimasto inorridito. La lettera che Hans ricevette era un compendio di tutte le esortazioni incoraggianti e di tutti gli appelli morali di cui il brav’uomo era capace, ma lasciava trasparire involontariamente un accoramento piagnucoloso che gli fece male.
Tutte queste guide della gioventù votate al dovere, dal rettore ai professori e agl’istitutori fino a Giebenrath padre, vedevano in Hans un ostacolo ai loro desideri, qualcosa  d’inceppato e di pigro ch’era necessario riportare a forza sulla buona strada. Nessuno, tolto forse quell’istitutore compassionevole, comprendeva che il sorriso smarrito dell’affilato volto giovanile celava la sofferenza di un’anima che stava affogando, e che si  guardava intorno con disperata angoscia.  E nessuno  pensava che la scuola e la barbarica vanagloria di un padre e di alcuni insegnanti  avevano spinto a tal punto la fragile creatura. Perché l’avevano costretto a lavorare quotidianamente fino a tarda sera, proprio negli anni così sensibili e pericolosi dell’adolescenza? Perché l’avevano privato dei suoi consigli, perché  l’avevano allontanato di proposito dai compagni di ginnasio, perché gli avevano proibito lo  svago della pesca, perché gli avevano iniettato il vacuo basso ideale d’una meschina, estenuante ambizione. Perché non gli avevano concesso neppure le  sudate vacanze dopo gli esami?
Ora il puledro affiancato dal gran correre si era accasciato al margine della strada, e non c’era più niente da fare per lui.
Verso l’inizio dell’estate il medico dichiarò di nuovo che si trattava d’una debolezza nervosa provocata soprattutto dallo sviluppo. Hans avrebbe dovuto seguire una buona cura durante le ferie estive, nutrirsi  in abbondanza e trascorrere le giornate nei boschi e sarebbe guarito  in breve tempo. Purtroppo non arrivò fino all’estate. Mancavano tre settimane alle vacanze quando Hans durante una lezione pomeridiana, si attirò una severa reprimenda dal professore. Mentre questi continuava a rimproverarlo, Hans si arrovesciò all’indietro nel banco scosso da un tremito d’angoscia, e scoppio in un pianto convulso che non finiva più e che mandò all’aria la lezione, lo fecero restare mezza giornata a letto.
Alcuni  giorni dopo, l’insegnante di matematica lo chiamò alla lavagna perché disegnasse una figura geometrica e dimostrasse un teorema. Uscì dal banco, ma davanti alla lavagna fu colto da una vertigine armeggiò con il gesso e con la squadra, tracciando linee senza senso li  lasciò cadere entrambi e come si chinò per raccattarli finì a terra in  ginocchio, incapace di rialzarsi.
Il medico era piuttosto irritato col paziente che gli giocava tiri simili. Non si pronunciò chiaramente sui sintomi, ordinò un periodo immediato di riposo e caldeggiò il consulto di uno specialista per le malattie nervose.
“C’è il pericolo che gli venga il ballo di san Vito” sussurrò al rettore, che accennò di sì  con la testa e giudicò opportuno di cambiare l’espressione accigliata e irosa del volto in una paternamente addolorata, che gli riusciva facile e gli si addiceva.
Sia lui sia il medico scrissero ciascuno una lettera al padre di Hans, la infilarono in tasca al ragazzo e lo spedirono a casa. La collera del rettore si era trasformata in una grave preoccupazione… che cos’avrebbero pensato le autorità scolastiche, ancora scombussolate per la faccenda di Heilner di questo nuovo guaio? (tratto dal romanzo Sotto la ruota di Hermann Hesse)

 

Siamo a cavallo tra Ottocento e Novecento, Hans Giebenrath è un giovane di belle speranze che abita nella provincia tedesca. Il padre, l’intera comunità in cui vive lo mandano in un famoso collegio per studiare; è il vanto di un’intera comunità, il suo successo è il successo un po’ di tutti. Ma Hans non è solamente un giovane dotato per gli studi; ospita dentro di sé un dissidio, lo stesso che ritroviamo in tanto protagonisti dei romanzi di Hermann Hesse. Cultura e natura, ragione e passione, rispetto dell’autorità e desiderio di libertà cozzano dentro di lui e lui stesso si scontra con il rigido ambiente del sistema scolastico di quei tempi. Il principio che guidava quel sistema (soprattutto di area protestante) era improntato alla Leistungsethik, all’etica del massimo rendimento; così doveva comportarsi ogni alunno, ogni studente pena la fuoriuscita dal sistema stesso con tutto il carico di sensi di colpa e di delusione che questo comporta. Così capita a Hans, viene schiacciato dalla ruota di questo sistema. Da sotto la ruota ne uscirà una persona nuova, “rotta” nello spirito e che non riuscirà più a integrarsi nella vita paesana. Hans Giebenrath morirà gettandosi (cadendo?) in un fiume.
I sistemi scolastici contemporanei non sono certo improntati alla Leistungethik, né gli insegnanti dei nostri giorni, nella maggior parte dei casi, riescono ad avere in aula quel controllo sulla classe come viene descritto in questo e in tanti romanzi simili. È anzi patrimonio culturale condiviso (anche se da qualcuno mal digerito) che un insegnante deve curare oltre all’aspetto didattico anche quello relazionale, educativo con l’allievo. Capitano ancora però, e i mass media sono sempre molto puntuali nel riportare la notizia, i casi di suicidio da scuola; adolescenti che si gettano da finestre o sotto i treni per paura di una bocciatura o di qualche debito formativo. Basterebbe così poco per evitarli, un cambio di scuola, un supporto psicologico o anche la fine del percorso scolastico e l’ingresso nel mondo del lavoro. Basterebbe far passare l’idea che loro sono ben altro che degli studenti scadenti, che la loro personalità, così “fresca”, così in divenire (e perciò ancora così ricca di possibilità) non si ferma in questo momento di crisi scolastica, ma andrà ben oltre. “Tu non sei solo questo – così si dovrebbe dire a questi ragazzi – altre cose ti aspettano: a un periodo di buio e di depressione ne verranno degli altri, più luminosi”. Ce la sentiamo di dire questo ai nostri allievi, ai nostri figli anche se ci deludono e ci irritano?

Serve una “pubblicità sociale” per parlare di sociale?

Si sente sempre dire che viviamo nell’era dell’informazione, che siamo circondati dall’informazione, che è impossibile sfuggire a essa. Si dovrebbe però aggiungere che la vera “realtà” cui non possiamo sottrarci è la pubblicità. In televisione, alla radio, al cinema, nei cartelloni per le vie delle città, sugli autobus, sui sacchetti per la spesa, in internet, sui giornali… ogni giorno riceviamo, anche non volendo e non cercandoli, tantissimi messaggi pubblicitari. Sull’importanza o la non importanza della pubblicità, sulle sue logiche, sul suo potere, sulla sua realizzazione (ormai è una vera e propria gara allo spot più spettacolare, meglio “girato”, più attraente), massmediologi, sociologi, psicologi e marketing managers dibattono costantemente. Non è mia pretesa inserirmi in questo dibattito, ma due pubblicità recenti hanno attirato la mia attenzione, e vale la pena provare a ricavarne qualche considerazione. Un po’ di mesi fa ricevetti il comunicato stampa che annunciava l’avvio di una nuova Pubblicità Progresso, questa volta sul tema della disabilità, cosa che non succedeva da anni (l’ultima Pubblicità Progresso su questa tematica risaliva al 1993). La nuova campagna di “pubblicità sociale”, intitolata “E allora?”, si presentava innanzitutto con un sito internet dedicato, www.eallora.org. Incuriosita, visitai subito il sito web: visi di persone disabili, con deficit intellettivi, apparivano sorridenti e ironici sullo schermo del pc, e una scritta a lato annunciava: “Io mi chiamo Alfonso… Io mi chiamo Ciccio… Io mi chiamo Stefania… E allora?”. Visi che guardavano e in qualche modo “sfidavano” lo spettatore, come a dire: “E allora? Non siamo forse uguali a te? Ti credi tanto diverso?”. Questa campagna si presentava come la più complessa e articolata di tutta la storia di Pubblicità Progresso, in quanto aveva coinvolto diversi media e diverse persone. Il cantautore bolognese Lucio Dalla aveva composto appositamente per la campagna  – e senza profitto – una canzone dal titolo “Per sempre presente”; con questa canzone era stato realizzato un videoclip in cui si mostrava la vita quotidiana e il lavoro delle persone disabili della cooperativa “Solidarietà”; si diceva che il videoclip sarebbe andato in onda nelle reti televisive e nei canali musicali; si prometteva che la pubblicità sarebbe stata diffusa anche in radio, con affissioni stradali, e soprattutto su internet per coinvolgere i più giovani; gli allievi del corso di narrativa del Centro Lab di Roma erano stati invitati a comporre racconti sul tema della disabilità; tutti i racconti erano stati pubblicati on line sul sito della campagna, e lì si poteva votare il racconto preferito e partecipare all’estrazione di premi… Il videoclip (scaricabile gratuitamente, così come anche il file della canzone) peccava un po’ di retorica, come succede spesso quando si vuole fare comunicazione sul sociale, e anche le frasi con cui veniva spiegata la campagna sul sito erano un po’ bordeline tra la ricerca di vera integrazione e il pietismo (sempre rischioso nelle Pubblicità Progresso): “La campagna di comunicazione sociale ‘E allora?’ nasce per sollecitare le persone a tutto ciò che è diverso, anche in senso apparentemente negativo. Scoprire la sensibilità dei disabili e le loro inaspettate capacità, ci insegna che le differenze ci sono, ma che sono i nostri pregiudizi a farle sembrare insormontabili. Comprendere il miracolo e il mistero della vita anche in chi è disabile o disagiato significa cancellare i pregiudizi e imparare a guardare alle persone con tutto il loro bagaglio di dignità e di legittimo desiderio di felicità. Quando capiremo che siamo tutti diversi, nessuno sarà più diverso”. Inaspettate capacità dei disabili? Miracolo e mistero della vita anche in chi è disabile? Non saranno le frasi migliori, ma tutto sommato questa campagna non era affatto male. In qualche modo mostrava la disabilità, ed è giusto mostrarla, perché è inutile continuare a costruire teorizzazioni  sull’integrazione delle persone con deficit senza mai mostrare concretamente ciò di cui si sta parlando. La disabilità nel mondo esiste, tanto vale guardarla, così forse un giorno ci avremo fatto l’abitudine e sapremo cosa fare per essa e come relazionarci con essa, come con qualsiasi altra realtà “normale”. La domanda ora è: vi siete tutti accorti che mesi fa è partita questa campagna di pubblicità sociale? Alcuni amici mi hanno riferito di averla vista al cinema, e personalmente ho visto un giorno un cartellone per le vie della città. Ma in televisione non mi è mai capitato di vederla, per radio non ne ho mai sentito parlare, e anche nei canali musicali non ho mai intravisto il videoclip di Lucio Dalla. Solo qualche portale internet che si occupa di disabilità ha parlato della campagna, o ha pubblicato il link al sito di “E allora?”. Senza tv, che resta comunque il medium di massa per eccellenza, e senza aver coinvolto davvero tutta la rete di internet, ma solo i siti già dedicati all’argomento disabilità, ci si domanda quante persone siano state davvero raggiunte dal messaggio di Pubblicità Progresso. 
Un messaggio che invece, sicuramente, ha raggiunto quasi la totalità degli italiani, è il nuovo spot di Telecom Italia. Per un minuto si vede un ragazzo che “parla” con il linguaggio dei segni delle persone sordo-mute: un minuto di silenzio per lo spettatore, solo le immagini di questo protagonista. Poi, all’improvviso, una voce fuori campo annuncia che il ragazzo sta parlando al telefono! È la nuova tecnologia di Telecom, il videotelefono. Lo spot, progettato dalla nota agenzia Leo Burnett (quella della pubblicità della Breil, tanto per fare un nome), è semplice, pulito, di grande impatto emotivo, bello insomma. In pochi istanti ti ricorda che non tutti riusciamo a comunicare nello stesso modo, che esistono altre forme di comunicazione, che queste forme possono essere integrate e aiutate dalle nuove tecnologie. Non c’è retorica e non si stimola pietà: si mostra solo uno dei casi in cui il videotelefono può essere molto utile. La disabilità, il deficit vengono inseriti in una pubblicità “normale”, non “dedicata a”. Certo, si può obiettare che i canali con cui Telecom può veicolare le sue pubblicità sono più potenti di quelli di Pubblicità Progresso, o sono più “legittimati” ad andare sempre in onda rispetto a un tipo di pubblicità più di nicchia. Si può anche obiettare che Telecom potrebbe aver “sfruttato” la disabilità per vendere di più. Però questo nuovo spot fa riflettere: serve necessariamente una “pubblicità sociale” per parlare di sociale?

Incontro diretto con la diversità

Gli operatori del Calamaio sono arrivati nella nostra classe in un pomeriggio di marzo, attesi dai bambini con grande curiosità ed entusiasmo. La presenza di personale diverso dalle insegnanti di classe, che negli anni ha proposto attività varie e molto diverse, non rappresenta una novità per i bambini, abituati a questo tipo di interventi fin dalla classe prima; il gruppo si è sempre dimostrato aperto e disponibile, attento e interessato alle proposte provenienti dall’esterno e dotato di un buon livello di coesione e autocontrollo, tali da permettere la realizzazione di attività alternative alla pratica didattica tradizionale senza problemi particolari, anzi con risultati molto soddisfacenti.
I bambini avevano già avuto modo di conoscere Roberto, uno degli animatori che insieme a Stefania e Sandra ha realizzato il percorso, poiché fin dal primo anno era intervenuto nella classe, proponendo attività ludiche senza alcuna finalità propriamente didattica, se non la reciproca conoscenza e l’opportunità di cantare e giocare insieme.
Come stabilito in sede di programmazione degli incontri, non avevo fornito ai bambini alcun dettaglio sull’intervento, tanto meno sulla presenza, all’interno del gruppo, di una ragazza disabile; li avevo informati che sarebbe venuto a trovarci Roberto insieme a due sue colleghe di lavoro per proporci alcune attività molto divertenti. La mia comunicazione era stata accolta da un’esplosione di gioia: i bambini erano impazienti di rivedere Roberto, di conoscere le sue colleghe e di sapere che cosa avremmo fatto insieme, non essendo riusciti a ottenere da me, nonostante le numerosissime richieste, alcuna informazione. Dopo pranzo avevo chiesto loro di spostare i banchi sul fondo dell’aula e di sistemare le sedie a semicerchio, in vista dell’arrivo dei nostri “nuovi amici”.
Al momento dell’arrivo ho fatto in modo che i bambini fossero tutti in classe, seduti in cerchio, e che non potessero vedere, prima del loro ingresso in aula, gli animatori del Calamaio. Seduta tra loro, faticavo non poco a tenerli tranquilli dopo averli informati che Roberto era arrivato nel parcheggio della scuola e stava per entrare nella nostra aula. Ma l’eccitazione generale si trasformò in un silenzio di tomba non appena Roberto entrò spingendo la carrozzella sulla quale si trovava Stefania; Sandra chiudeva il “corteo”, armata di chitarra, cartelloni e tutto il materiale occorrente per le attività programmate. I bambini si erano spontaneamente zittiti, cosa che accade molto di rado, guardavano in modo fisso Stefania e cercavano di mascherare in qualche modo il loro imbarazzo rispondendo ai saluti di Roberto, che in quel momento non costitutiva certo il loro principale interesse.
Dalla mia posizione privilegiata di osservatrice, ho potuto verificare come l’impatto determinato dall’arrivo in classe di Stefania sia stato davvero molto forte e abbia spiazzato tutti i bambini, nonostante la presenza, nella nostra scuola, di diversi bambini disabili, alcuni dei quali molto gravi, ma nessuno impossibilitato a camminare. Ho potuto osservare le reazioni, molto diverse tra loro ma tutte estremamente significative: una parte dei bambini ha esibito una certa indifferenza nei confronti di Stefania, concentrando gli sguardi e l’attenzione su Roberto e Sandra, che nel frattempo appoggiavano i materiali, scambiavano saluti e domande; altri invece, meno abili nel mascherare il proprio imbarazzo, mi rivolgevano sguardi interrogativi, non osando farmi, in quel momento, domande dirette; dai loro occhi traspariva disagio e stupore ma anche un atto di accusa nei miei confronti, che avevo organizzato questa imbarazzante situazione. Alcuni infine, nel caso specifico bambini che normalmente si distinguono per la loro sensibilità, per la disponibilità nei confronti degli altri e per l’ottimo livello di socializzazione conseguito, hanno iniziato a ridere in modo innaturale, eccessivo e smodato, segno evidente di un disagio che non riuscivano a gestire e contenere.
Le reazioni dei bambini a questo incontro diretto, non mediato e non preparato, con la diversità di chi è disabile, includono una vasta gamma di emozioni e sentimenti che vanno dalla paura alla diffidenza, dall’imbarazzo al disagio, dallo stupore al rifiuto, e hanno poi trovato un canale di espressione nei testi che essi hanno prodotto il giorno seguente, nei quali hanno raccontato il pomeriggio trascorso con il Calamaio. L’elaborazione scritta ha costituito il momento conclusivo di un lungo dialogo tenutosi in classe su quello che avevamo fatto insieme; si tratta di frasi semplici, brevi e molto dirette, nelle quali i bambini rendono conto però, in modo esplicito, dei loro sentimenti e delle loro emozioni; ho deciso di riportarne alcune, che mi sembrano molto significative, trascritte integralmente dai loro testi senza alcuna modifica o correzione da parte mia:

“Quando sono arrivati ho visto Roberto che veniva per primo, poi ho visto Stefania ma mi ha rattristato subito perché purtroppo era su una sedia a rotelle.” (Andrea)
“Ieri pomeriggio è venuto a trovarci Roberto con due sue colleghe, Sandra e Stefania. Stefania è disabile, all’inizio mi ha dato fastidio che ci fosse anche lei. ” (Sara)
“Stefania è su una sedia a rotelle e purtroppo è disabile. Quando è entrata mi sono un po’ stupita e ho provato un grande sentimento di tristezza nei suoi confronti.” (Chiara)
“Quel giorno ero molto curioso, a un certo punto vidi Roberto sbucare da dietro la porta e con lui c’era una persona in carrozzella. Io non sapevo come comportarmi con una disabile.” (Alan)
“Quando sono entrati in classe ho visto Stefania, una ragazza disabile che sta su una carrozzella e mi è dispiaciuto molto perché oltre a non poter camminare ha altri problemi.” (Najah)
“Prima che arrivassero ero molto felice e ansiosa di conoscerli, poi però quando sono entrati e ho visto una ragazza in carrozzella, mi sono dispiaciuta. Stefania, oltre a non poter camminare, non parla con facilità e non controlla il braccio destro e questo mi ha molto rattristato.” (Rita)

I primi momenti sono stati quindi caratterizzati da queste emozioni forti e contrastanti e la cosa più stupefacente, per me che conosco la classe da quattro anni, è stato il silenzio che si è automaticamente creato intorno alla loro presenza. Consapevoli di questo, nonché abituati a reazioni analoghe in ogni gruppo incontrato, gli animatori del Calamaio hanno finto di non accorgersene, hanno sistemato i materiali che portavano e si sono seduti insieme a noi nel cerchio: questa azione rappresenta, simbolicamente, il loro primo ingresso nel nostro mondo e promuove, sempre a livello simbolico, una richiesta di dialogo e di relazione.
A quel punto, dopo che Roberto aveva presentato le sue colleghe, sono intervenuta per ricordare ai bambini che avevamo preparato una sorpresa ai nostri amici, con la quale avremmo potuto presentarci e dire i nostri nomi in modo divertente e originale: si tratta di una presentazione metaforica, che avevamo preparato nei giorni precedenti e che avrebbe permesso agli operatori del Calamaio di stabilire così un primo contatto con il gruppo.
Dopo aver scelto un ambiente naturale che fungesse da sfondo, nel nostro caso il mare (ma avrebbe potuto trattarsi anche della foresta, della savana, del deserto o della montagna), avevo sollecitato ogni bambino a presentarsi trovando una similitudine tra sé e un elemento, naturale o artificiale, dell’ambiente che avevamo individuato. Come sempre, i bambini avevano dimostrato di essere dotati di una fantasia invidiabile e di una discreta consapevolezza delle loro caratteristiche, inventando delle presentazioni metaforiche belle ed efficaci. Ho pensato di riportarne alcune a titolo esemplificativo, anche se per comprenderle pienamente sarebbe necessario conoscere i bambini e le loro peculiarità:

“Io mi chiamo Andrea e sono un motoscafo perché mi piace molto correre, non sto fermo un attimo e amo la velocità.”
“Io sono Irene e sono una murena perché sono alta e magra, di solito sono tranquilla ma se mi disturbano posso diventare pericolosa.”
“Io mi chiamo Vincenzo e sono un gambero perché faccio sempre tutto al contrario degli altri e dico sempre di no.”
“Io mi chiamo Sara e sono un’acciuga perché sono piccola piccola e anch’io vorrei vivere in branco perché odio la solitudine.”
“Io sono Filippo e sono un faro perché sono molto alto e faccio di tutto per aiutare gli altri, poi una luce può sempre servire.”
“Io mi chiamo Cristina e sono un polipo perché riesco a fare sempre mille cose alla volta, come se avessi otto braccia.”
“Io sono Francesca e sono una stella marina perché sono molto timida e riservata, non sono scatenata e divento rossa per niente.”
“Io mi chiamo Sebastiano e sono un pellicano perché mi piace molto il pesce e vorrei poter volare.”

Terminata il giro delle presentazioni, alla quale ho preso parte anch’io, gli operatori del Calamaio si sono inseriti nel nostro ambiente, nel nostro mare, e hanno inventato una loro presentazione sul momento: Roberto si è paragonato a una balena, perché è molto grande e mangia tantissimo, Sandra a una foca e Stefania a un delfino, perché le piace giocare e ama la compagnia. Nella sua presentazione, Stefania ha specificato di aver scelto il delfino, che è un mammifero e non un pesce, e ha fornito alcune indicazioni sull’animale e sul suo stile di vita: queste precisazioni hanno colpito molto i bambini, a tal punto che il giorno dopo mi hanno detto che Stefania sa molte cose sulla natura e loro non lo avrebbero mai immaginato.
Con l’inserimento degli animatori del Calamaio nella presentazione metaforica, il ghiaccio, se non proprio rotto, ha cominciato quanto meno a sciogliersi ed è stato relativamente semplice proseguire l’incontro e passare alla fiaba del Re 33. Quando Stefania ha proposto ai bambini di drammatizzare una fiaba, chiedendo se avevano voglia di ascoltare e aiutarla, si è levato un entusiastico coro di “sì”.

L’approccio ludico nell’educazione alla diversità

Attraverso la conoscenza e l’incontro diretto con gli animatori disabili del Progetto Calamaio del Centro Documentazione Handicap di Bologna è possibile per i bambini e ragazzi delle scuole intraprendere un percorso che porti a considerare la diversità propria e altrui non come limite o minaccia ma come stimolo e ricchezza, a cui si unisca la consapevolezza che le difficoltà, gli handicap, non appartengono solo al disabile ma all’uomo in quanto tale. Le difficoltà che incontrano le persone disabili sono forse di natura diversa in quanto a forma ma non differiscono, nella sostanza, da quelle che ogni uomo e ogni donna si trova ad affrontare nel proprio percorso di vita, e che sono determinate dal contesto, dal proprio carattere e dalla personalità di ognuno, che si originano nelle relazioni sociali, nei rapporti con le istituzioni, nel confronto con le diversità di cui gli altri sono portatori.
Particolarmente interessante e significativa appare la metodologia con la quale gli educatori del Progetto Calamaio, disabili e normodotati, attuano tali percorsi nelle scuole: le attività proposte hanno un carattere ludico, si tratta di giochi – diversi a seconda del grado scolastico e quindi dell’età dei gruppi incontrati – che si pongono la finalità di fare e di conoscere insieme. Nel caso del Progetto Calamaio la scelta di dare una veste ludica alle attività proposte nelle classi non trova la sua motivazione soltanto nel dare una forma divertente e piacevole a specifici apprendimenti, come avviene generalmente quando scelte analoghe sono realizzate in ambito scolastico: la ragione essenziale risiede invece nello stimolare, attraverso il gioco, la reale ed effettiva partecipazione dei bambini e dei ragazzi ad attività che li impegnano non solo dal punto di vista cognitivo, ma anche e soprattutto emotivo, e che li coinvolgono costringendoli a “mettersi in gioco”, poiché nel gioco, il mondo del “come se”, non si può fingere di partecipare, non si può giocare a metà.
Nel gioco si entra in contatto semplice ma profondo con se stessi e con gli altri, si elaborano strategie, percorsi e scelte, e si sperimentano, in senso cognitivo, emozionale e affettivo, vissuti personali la cui influenza sulla formazione e sullo sviluppo è estremamente importante. Da questo punto di vista si può sostenere che: il gioco è importante per il giocatore, almeno nel momento in cui vi si applica; è implicante, sia affettivamente sia cognitivamente; è imprevedibile, costringe cioè a confrontarsi col nuovo e l’incerto poiché, senza una certa dose di imprevedibilità, il gioco diventa piatto e inconsistente.
Tra le varie tipologie d’esperienza che la scuola propone, quella ludica dovrebbe essere maggiormente utilizzata: il gioco si contrappone infatti alla fissità e alla sistematicità delle discipline curricolari, non rimanda a qualcosa di costrittivo e direttivo, ma contribuisce allo sviluppo delle molteplici dimensioni dell’individuo e al conseguimento degli obiettivi educativi e formativi che la scuola persegue. L’attività ludica può quindi correlarsi con quella istituzionalmente prevista e programmata, senza costituirne un ostacolo o una distrazione ma un significativo potenziamento: fondamentale in questo senso è la posizione degli alunni nei confronti del processo formativo che, nel caso del gioco, verrà vissuto come una libera scelta in termini di partecipazione e coinvolgimento.
Se nei Programmi della scuola elementare è possibile rintracciare i fondamenti pedagogici dell’educazione alla convivenza democratica, e la sua inevitabile connessione con il riconoscimento e il rispetto della diversità, il tema del rapporto con l’altro da sé si collega strettamente all’attività ludica, di cui costituisce uno dei tratti essenziali. A partire dalla categoria di giochi che lo psicologo Jean Piaget definisce giochi di esercizio, caratteristici dei primi stadi di sviluppo del bambino, tutta l’attività ludica ha intrinseca nella propria essenza una struttura dialogale: essa implica sempre un soggetto che si relaziona, attraverso le dinamiche di gioco, prioritariamente con se stesso e ulteriormente con gli altri.
La reciprocità rappresenta una categoria essenziale del gioco: qualsiasi attività ludica richiede la presenza, anche simbolica, di qualcosa d’altro, che non deve essere necessariamente una persona ma deve rispondere al movimento del giocatore. Il dialogo che si crea nella situazione ludica è unico e non è rintracciabile in altri contesti di vita: con esso il soggetto cresce, si forma e si educa senza subire imposizioni o prescrizioni esterne; affinché il dialogo con se stesso e con l’altro da sé sia costruttivo, è necessario che i soggetti abbiano scelto liberamente di partecipare poiché, in caso contrario, il gioco si trasformerebbe in un compito da adempiere, perdendo la peculiarità di implicare sempre la libertà di scelta.
Il fatto che la stessa attività ludica comporti un dialogo con se stessi e con gli altri denota la sua qualità formativa: se uno tra i compiti fondamentali dell’educazione è formare all’incontro, abituando ogni soggetto a utilizzare le sue capacità cognitive e relazionali nella dimensione del dialogo, l’attività ludica si propone come tramite per un rapporto interpersonale realmente formativo, caratterizzato da una reciprocità tra identità e differenza.
Non si tratta soltanto di acquisire coscienza e conoscenza di sé, ma anche di imparare a gestire componenti essenziali dei rapporti sociali quali la competitività, l’ansia, la frustrazione e il rispetto dell’altro. Sia che si presenti nella forma della collaborazione, o assuma invece la forma della competizione, la vita associativa presuppone comunque due condizioni fondamentali: il riferimento esplicito o implicito a un insieme di regole (e quindi anche ai valori che le ispirano e alle sanzioni previste per chi le viola) e la necessità che ogni membro del gruppo giunga a sapersi porre anche dal punto di vista degli altri. La comunicazione interpersonale si fonda, nel caso del gioco, su una partecipazione decisa autonomamente e perciò spontanea e autentica; se così caratterizzato, il dialogo comporta accettazione e fiducia nell’altro, nonché il rispetto della sua diversità.
Il gioco, infatti, comprende la diversità senza prevederla in termini discriminatori, poiché a esso può partecipare chiunque: tutti partono dallo stesso punto e hanno identiche possibilità di conseguire i medesimi risultati finali. Il gioco sostanzia valori personali in quanto permette a ognuno di esprimere il proprio sé liberamente e spontaneamente; la partecipazione ludica aiuta, in età infantile, a costruire la propria identità, a svilupparla durante l’adolescenza e a perfezionarla in età adulta.
Se nel gioco si realizza un dialogo con se stessi e con l’altro, se nell’attività ludica si entra in contatto con l’identità e l’alterità, proprio nel gioco con chi è “diverso” vengono sottolineati i valori essenziali dell’uomo, quelli che perdurano al di là di ogni differenza personale. La reciprocità del gioco e la sua struttura dialogale permettono a tutti i partecipanti di vivere, in prima persona, modalità essenziali e fondanti delle relazioni sociali quali la disponibilità, la fiducia, il rispetto, la sincerità e la comprensione; allo stesso tempo i momenti ludici sono continuamente attraversati da valori che permettono a chiunque giochi di entrare in contatto con la propria essenza e di stabilire, fra essa e l’alterità, un rapporto basato su analogie e differenze, in una continua compenetrazione di uguaglianza e diversità.
I percorsi educativi che il Progetto Calamaio propone portano con forza la diversità all’interno dei gruppi incontrati, che non è la diversità che differenzia ogni individuo da tutti gli altri ma quella, palese, esplicita, “senza scampo” del disabile. Il gioco con chi è diverso diviene così autenticamente formativo proprio per il suo carattere di assoluta evidenza. Con gli animatori disabili del Progetto i bambini hanno la possibilità di giocare: non sono obbligati a farlo, ma se lo scelgono liberamente, il gioco li proietta verso l’esterno, li spinge ad aprirsi e a entrare in una relazione nella quale l’altro, grazie all’accoglienza ludica, diventa il mio Tu; il bambino è così portato ad accettare un altro che, in questo caso, porta con sé, in modo palese ed evidente, la sua diversità.
Certo questa caratteristica del Calamaio, che ne costituisce la sua peculiarità e la sua forza, presenta il classico “rovescio della medaglia” e per molteplici ragioni. Innanzi tutto non è facile trovare persone disabili disponibili a fare gli animatori, disposte a mettersi in gioco per dimostrare come un deficit, evidente e innegabile, possa trasformarsi in una risorsa, utile e importante per tutti e non essere considerato soltanto un limite. E non è facile perché questa disponibilità nasce da una maturità e da un grado di accettazione di sé molto elevati, frutto di un lungo percorso che, superata la negazione del deficit e la tentazione del confronto con la “normalità”, abbia proceduto a una riappropriazione del deficit stesso attraverso la sua accettazione. Claudio Imprudente, fondatore del Progetto Calamaio e disabile grave, racconta così la sua esperienza di accettazione del limite: “L’attenta riflessione sull’esperienza mia e altrui condotta in questi anni mi ha portato alla persuasione che solo accogliendo il proprio limite si può riuscire a superarlo, trasformandolo da ostacolo in trampolino di lancio per la vita. Ma cosa significa accettare il limite, e soprattutto come si fa concretamente? Accogliere non è sinonimo di rassegnazione. Accogliere non è nemmeno sinonimo di fuga dal proprio limite. Accogliere significa percepirsi belli e amabili così come si è, senza doversi adattare a nessun modello ulteriore di normalità”.
Un altro rischio implicito in un approccio ludico realizzato da persone disabili è strettamente connesso alla loro potenza espressiva: molti anni di esperienza hanno dimostrato come le parole, le azioni, i comportamenti di un disabile abbiano un peso molto diverso da quelli di un normodotato ed è molto facile, per i bambini o i ragazzi, cadere nell’errore di una super valutazione del disabile stesso, al quale vengono attribuite caratteristiche eccezionali. La diffidenza e la paura iniziale vengono superate con un percorso positivo che non deve però trasformarsi in un “pregiudizio al contrario”. Anche in questo caso risulta di fondamentale importanza la competenza e le capacità dell’animatore disabile, che deve essere capace di porre l’accento sulla sua qualità di uomo o donna, diverso e uguale agli altri ma non necessariamente migliore degli altri.
Il Progetto Calamaio richiede inoltre un ottimo affiatamento tra gli educatori, un dialogo e un confronto aperto, sincero e costante, una condivisione delle scelte e delle modalità di lavoro per eludere un altro rischio determinato proprio dalla diversità degli educatori stessi. Quando entra in una classe una coppia di operatori del Calamaio, la prima impressione che i bambini hanno, ma spesso anche le insegnanti, è di trovarsi di fronte non a due colleghi di lavoro ma a un utente e il suo operatore, connotati il primo dal bisogno, il secondo dalla disponibilità. Se condotto correttamente, il percorso nelle classi dimostra invece la situazione paritaria esistente tra gli educatori, la necessità della loro compresenza che non si lega però all’aiuto, al rapporto di dipendenza di uno nei confronti dell’altro, ma all’efficacia del lavoro che viene svolto, rispetto al quale risultano entrambi insostituibili. Un percorso educativo che utilizza un approccio ludico per affrontare il tema della diversità, della conoscenza e dell’accettazione, e opera con animatori disabili e normodotati, può rivelarsi davvero efficace per contribuire allo sviluppo delle capacità cognitive, relazionali e sociali, per influire sulla formazione della personalità attraverso l’attivazione di percorsi originali, la sperimentazione di modalità d’azione inconsuete e innovative, di pensiero divergente, di ricorso alla creatività e all’intuito, ma perché ciò avvenga è necessario conoscerne le potenzialità, i limiti e i fattori di rischio del progetto.

Introduzione: gioco e “handicap”

Esistono due accezioni della parola handicap: una sicuramente negativa, tradotta con i termini svantaggio e ostacolo. In questa accezione l’handicap va per quanto possibile ridotto, va combattuto con tutta la creatività di cui siamo capaci.
Ma un’altra accezione della parola ha caratteristiche di positività e la traduciamo con la parola difficoltà. Positiva perché se noi riusciamo a connettere l’handicap/difficoltà a un gioco, allora scopriamo il valore dell’handicap, valore che non esiste in sé ma esiste in quanto inscritto in un sistema di regole, in un sistema di gioco. L’handicap è come il sale, elemento non affrontabile in sé ma fondamentale se si riesce a connettere ad altro, ai cibi: da ciò trae il suo valore. Già da tempo diciamo che dell’handicap in quanto tale non ci importa nulla semplicemente perché, in sé, l’handicap non ha senso. L’indifferenza, tanto combattuta e stigmatizzata, verso il cosiddetto “mondo dell’handicap” è giustificata, anche solo per il fatto che questo mondo non ha senso di esistere, o per meglio dire è disabitato.
Se la presenza di un deficit impedisce di giocare abitudinariamente un gioco, esistono alcune strade alternative. La prima è una non-strada, cioè si smette di giocare: lo svantaggio causato dal deficit è talmente aumentato che conviene non giocare. È una specie di suicidio del gioco stesso. Ciò avviene perché si assolutizza il gioco, ovvero si ritiene che non sia tanto importante chi gioca e la sua ricerca di piacere e di senso, ma sia importante il gioco stesso. L’altra strada è il gioco adattato, quindi giochiamo lo stesso gioco ma cambiando le regole, introducendo degli ausili che permettono comunque di giocare nel modo più simile al gioco originario. Un’ulteriore strada è il gioco speciale, cioè si inventa un gioco che una persona con deficit riesce a fare, un gioco completamente nuovo e originale. Sto riproponendo la classificazione delle discipline sportive per diversabili: le specialità degli sport adattati (ad esempio il basket in carrozzina); gli sport speciali (come il torball, giocato solo dai ciechi). Esiste una terza area: gli sport integrati, giocati sia da atleti normodotati che diversabili (ad esempio il calcio in carrozzina).
Ciò che alla fine è essenziale è il giocare, non l’insieme dei giochi storicamente esistenti. Giocare è sperimentare la bellezza nel gioco, chiamiamolo il piacere del gioco.
Nei giochi con regole il piacere è dato da un’equilibrata interazione tra handicap e regole, e l’handicap è determinato dalla connessione tra  le abilità/potenzialità e le regole (il limite). Se l’handicap aumenta troppo o diminuisce troppo non ci si diverte. Esempio: tra due giocatori di scacchi ci si diverte quando i giocatori hanno le stesse abilità visto che le potenzialità, nel senso dei pezzi in campo, sono uguali. Il divertimento nasce da un confronto possibile tra due giocatori, tra due abilità. Se un maestro di scacchi gioca con un dilettante può trar piacere per molti motivi, ma da un punto di vista strettamente scacchistico non si può più di tanto divertire perché vince facilmente. Per lo stesso motivo il dilettante si sente schiacciato dalla superiorità del maestro, e va incontro a un risultato scontato della partita. È interessante notare che se in questo caso attribuiamo un deficit al maestro, togliendogli una regina e privandolo così di forze “materiali”, allora forse questo riequilibra le sorti della partita, aumentando l’handicap-difficoltà del maestro e diminuendo l’handicap del dilettante. Paradossalmente in questo caso al deficit non corrisponde in realtà un handicap come svantaggio, ma un handicap più gestibile, meglio distribuito tra i giocatori. L’handicap aumenta il piacere della partita, perché il risultato non è più scontato.
L’approfondimento di questo numero di “HP-Accaparlante” è dedicato proprio alla possibilità di giocare a scuola: con cosa?  Proprio con l’handicap. La maestra Elisabetta Zanardi ci guiderà passo dopo passo nel racconto dell’incontro tra Stefania Baiesi, animatrice diversabile del Progetto Calamaio, e i bambini della sua classe. Questo percorso educativo e di animazione, costellato di giochi che sono assolutamente riproponibili in ogni classe, insegna che se si ha creatività e il coraggio dell’integrazione, il risultato non è più scontato… e vincono tutti!

Aspettando il Calamaio

La settimana trascorsa tra il primo e il secondo incontro con gli animatori del Progetto Calamaio è stata molto utile per riprendere, commentare e approfondire l’esperienza vissuta in quell’intenso pomeriggio. Il giorno immediatamente successivo ho rivisto l’intero percorso insieme ai bambini, abbiamo rielaborato oralmente la fiaba del Re 33 e abbiamo trascritto le risposte da loro fornite alla scommessa proposta da Stefania. I bambini mi hanno inoltre chiesto molte informazioni sulla sua vita, sulle sue esperienze, sulla nostra amicizia, cercando di colmare la curiosità che le domande fatte a Stefania e le sue risposte, per problemi di tempo, non erano riuscite a soddisfare.
Come spesso accade, i bambini tendevano a una sopravvalutazione di Stefania e delle sue qualità e il mio intervento, in questo caso, si è limitato a parlare di lei con molta franchezza e sincerità, cercando di far loro capire che si tratta di una persona come le altre, con pregi e difetti, capacità e limiti, la cui diversità, determinata dal deficit oggettivo di cui è portatrice, è solo una delle sue tante caratteristiche che non determina necessariamente un’intelligenza, una sensibilità o un coraggio superiori alla media.
Ho potuto verificare come un primo, importante obiettivo fosse stato raggiunto: i bambini avevano vissuto un’esperienza positiva, si erano divertiti, avevano partecipato in termini cognitivi e affettivi all’esperienza e serbavano, del pomeriggio trascorso insieme, un ricordo gioioso. Erano stati inoltre in grado di superare la paura e la diffidenza che l’impatto iniziale con Stefania avevano determinato e la consideravano, a tutti gli effetti, una nuova amica.
Nei giorni successivi ho ricordato ai bambini anche la proposta di approfondimento indicata da Roberto prima della conclusione dell’incontro: riflettere su come sarebbe un paese in cui tutte le persone siano uguali. Anche in questo caso il lavoro è stato molto interessante: i bambini hanno sviluppato significative considerazioni, abbiamo lungamente parlato delle caratteristiche di questo paese e dei suoi abitanti. Al termine della discussione orale, ho diviso la lavagna in due parti e ho scritto sotto al titolo suggerito dai bambini, “Il paese dei Tuttiuguali”, su due colonne, VANTAGGI e SVANTAGGI: ho quindi chiesto ai bambini di elencare, così come li ricordavano, gli elementi che avevamo individuato e che io trascrivevo, sotto loro dettatura, alla lavagna.
Il lavoro era già iniziato da tempo quando molti bambini hanno cominciato a osservare che gli svantaggi superavano numericamente, e di molto, i vantaggi. Ho suggerito loro di pensare bene ai vantaggi di una situazione del genere, affermando che forse stavano dimenticando qualcosa, ma nonostante le mie sollecitazioni, i vantaggi sembravano davvero minimi. Abbiamo così concluso che gli svantaggi superavano di gran lunga i vantaggi, che vivere in un simile paese non doveva essere poi tanto divertente; il discorso si è poi spostato sulla nostra realtà, sul gruppo classe, e molti di loro hanno considerato che il piacere derivante dallo stare insieme era legato anche alla diversità dei singoli bambini, ognuno in grado di portare un arricchimento al gruppo nel suo insieme.
Questo è l’elenco che hanno elaborato:

IL PAESE DEI TUTTIUGUALI

La scommessa: siamo uguali o diversi?

Dopo aver quindi stabilito che Re 33 ha superato la prova e non verrà privato di trenta dei trentatré bottoni d’oro che chiudono il suo mantello, Stefania chiede ai bambini:
“Quanti siete voi, in questa classe?”
“Venti!” rispondono in coro i bambini.
“Bene, secondo me – prosegue Stefania – qui ci sono venti Re 33 perché voi siete tutti come il re della fiaba.”
I bambini appaiono abbastanza contrariati, fanno cenno di no con la testa e parlano a bassa voce tra loro; Stefania li sfida nuovamente e a questo punto il coro di no si leva potente ma Stefania non si perde d’animo e avanza una proposta:
“Facciamo un gioco, anzi una scommessa, ci state?”
Ovviamente i bambini non se lo fanno ripetere due volte e raccolgono la sfida, certi peraltro di vincere senza alcuna difficoltà; Stefania spiega che farà una domanda e scommette che loro non indovineranno la risposta. Dopo lunghe contrattazioni relative al premio in caso di vincita, si decide di mettere in palio una torta: se Stefania vincerà la scommessa dovremo farle trovare, la prossima volta, una torta, mentre se saremo noi a vincere sarà lei a doverla portare.
L’accordo è stato raggiunto e i bambini fremono per sapere di quale domanda si tratta: sorrido tra me pensando cosa si aspetteranno, loro che seguono assiduamente i giochi a quiz trasmessi in televisione e ogni giorno mi dicono quali risposte hanno indovinato; poi Stefania, dopo aver sapientemente modulato l’attesa, rendendoli impazienti senza però irritarli chiede:
“Io sono uguale o diversa da voi?”
Come era accaduto nel momento in cui Stefania era entrata in classe per la prima volta, anche in questa occasione il silenzio scende immediatamente sul gruppo; i bambini che si erano sgolati fino a quel momento, partecipando alla scelta del premio da mettere in palio, che si erano almeno in parte rilassati dopo il forte impatto emotivo iniziale, vivono nuovamente una situazione di forte imbarazzo.
Sono infatti abbastanza “grandi” per vedere e capire che Stefania è indubbiamente diversa da loro ma sono anche sufficientemente condizionati da non sentirsi liberi di esprimere il loro giudizio; il condizionamento culturale opera in loro in modo già molto evidente, provocando autocensure e limitazioni: i bambini vedono chiaramente che Stefania è diversa da loro ma non vogliono dirlo, non hanno il coraggio di ammetterlo.
Così si guardano tra loro, gli sguardi si incrociano in un’atmosfera tesa, di evidente disagio e quando i loro occhi incontrano i miei non è difficile intuire un sincero rimprovero; ma il silenzio dura ben poco e, in modo quasi liberatorio, arriva la risposta corale alla domanda di Stefania:
“Uguale, uguale, uguale!!!”
Stefania sollecita i bambini a pensarci ancora, chiede loro, con la sicurezza propria di un presentatore televisivo, se quella è la loro ultima risposta e, dopo un’ennesima conferma, accetta la risposta.
Il percorso finora descritto risulta chiaramente dai testi scritti elaborati il giorno successivo all’incontro, nei quali i bambini, dopo una lunga discussione svoltasi in classe e alla luce delle considerazioni emerse nel seguito della scommessa con Stefania, hanno ammesso di essersi spontaneamente censurati adducendo quasi sempre la stessa motivazione: la loro principale preoccupazione era di offendere Stefania oppure darle un dispiacere.
Ne riporto alcuni brani a titolo esemplificativo, anche in questo caso trascritti fedelmente dai loro quaderni senza alcuna modifica:

“Quando Stefania ci ha chiesto: “Ma io sono uguale o diversa da voi?” io non ho avuto il coraggio di dire che lei è diversa da noi perché non può camminare e deve stare sulla carrozzella.” (Vincenzo)
“Quando ci ha chiesto se lei è uguale o diversa da noi, abbiamo risposto tutti: uguale! Io pensavo che se avessi detto diversa lei si sarebbe dispiaciuta della sua condizione. Così dicendo uguale abbiamo perso la scommessa.” (Irene)
“Quando Stefania ci ha chiesto se era uguale o diversa da noi, io ho detto uguale ma volevo dire diversa, però credevo di offenderla e non l’ho detto per non farle un dispiacere.” (Matteo)
“Stefania è una ragazza ma disabile. A me è dispiaciuta la sua situazione e per non farle dispiacere non osavo dire niente su di lei, per questo non ho nemmeno risposto alla domanda.” (Cristina)
Io mi vergognavo a dire che Stefania è diversa da noi perché non può camminare e sta su una carrozzella.” (Filippo)
“Stefania ci ha chiesto se lei è uguale o diversa da noi. Tutti hanno detto uguale ma io ho detto uguale solo per non farle dispiacere perché lei è disabile e si poteva offendere.” (Giulia)

A questo punto Stefania ha chiesto se qualcuno dei bambini poteva aiutarla: alla richiesta di un volontario, la diffidenza si è trasformata in curiosità e, dopo qualche esitazione, un bambino si è offerto. Stefania gli ha detto di dividere la lavagna in due parti e di scrivere, in alto a sinistra, la parola UGUALE; poi ha chiesto ai bambini di dirle in che cosa è uguale a loro. 
Iniziare il confronto dalla risposta dei bambini, quindi dall’esplicitazione degli elementi che li accomunano a Stefania, non è una scelta casuale, in quanto permette di eludere, almeno per un po’, la tensione creatasi subito prima, quando il gruppo era stato messo di fronte alla sua evidente diversità.
Le risposte sono state molto varie e numerose e hanno preso in considerazione le diverse componenti della persona, in relazione alle sue caratteristiche funzionali e biologiche e alla dimensione cognitiva e affettiva; in alcuni casi i bambini hanno attinto alla loro personale esperienza, in altri hanno utilizzato i contenuti e le informazioni apprese a scuola, dimostrando una buona capacità di lettura della realtà e una profondità di analisi che, in alcuni casi, mi hanno sinceramente colpito.
Mentre i bambini, con le mani alzate, aspettavano che Stefania desse loro la parola, impazienti di esprimere la loro idea e di partecipare alla sfida, in un clima rilassato e abbastanza chiassoso, Stefania ha colto molte occasioni per farsi avvicinare dai bambini e stabilire con loro un contatto anche fisico. Quando un bambino ha affermato che anche lei “ha la pelle”, è stato invitato da Stefania ad andare a verificare che non fosse plastica; dopo qualche esitazione Sebastiano si è alzato, le è andato vicino, le ha toccato di sfuggita una mano e, tra le risate generali, ci ha confermato che si trattava veramente di pelle. Ci sono stati altri piccoli episodi, analoghi a questo, che hanno permesso di stabilire un primo contatto, di cominciare a scalfire il muro della paura e della diffidenza grazie sia alla bravura di Stefania, sia alla disponibilità del gruppo.
Terminato però questo elenco, Stefania ha detto di scrivere nell’altra parte della lavagna il termine DIVERSA e ha chiesto in che cosa loro si differenziano. Alla domanda è seguito il silenzio, i bambini erano nuovamente in difficoltà ma in misura minore rispetto a prima, al momento in cui Stefania era entrata in classe o aveva proposto la scommessa. Hanno quindi reagito più prontamente e hanno cominciato a elencare le cose più banali: tu sei adulta e noi siamo bambini, tu hai i capelli scuri, non abiti a Casalecchio… In breve hanno però esaurito i loro argomenti ed è nuovamente calato il silenzio:
“Siete sicuri di non dimenticare niente? Avete proprio pensato a tutto? Non ci sono altre cose in cui io sono diversa da voi?”
Alla domanda di Stefania, ho percepito come tutti i bambini stessero pensando alle differenze più profonde, alla carrozzella, alle sue caratteristiche fisiche, alla sua diversità ma nessuno sembrava intenzionato a parlare; poi, nel silenzio generale, Elena, diventando rossa come un gambero, ha detto che in effetti lei aveva in mente qualcosa ma non voleva dirlo. In questi casi ammiro Stefania per la sua sensibilità nel condurre questi dialoghi molto difficili, senza forzare i bambini ma aiutandoli a superare la paura e il disagio per dire quello che realmente pensano. Stefania non ha insistito ma ha detto a Elena di esprimersi liberamente, di dire sinceramente quello che pensava; dopo qualche esitazione Elena ha detto quello che tutti gli altri, in quel momento, stavano pensando:
“Tu sei diversa perché non puoi camminare, perché stai su una carrozzella.”
È stata, per tutto il gruppo, una vera e propria liberazione e all’affermazione di Elena quasi tutti hanno commentato, a bassa voce, che era la stessa cosa che stavano pensando. Stefania, con grande serietà, ha detto che stava aspettando che qualcuno lo dicesse, che le sembrava strano che nessuno avesse notato la sua carrozzella, che non c’era niente di cui vergognarsi e che questa è una cosa che deve essere detta perché è la verità. Da questo momento in poi l’atteggiamento dei bambini è profondamente cambiato: hanno guardato in faccia la loro paura e hanno scoperto che era possibile confrontarsi con essa e che, nell’andarle vicino, faceva sempre meno paura.
L’affermazione di Stefania li ha molto colpiti, hanno percepito la difficoltà che lei aveva dovuto vincere per accettarsi così com’è, alcuni di loro hanno giustamente dedotto che è una persona forte ed equilibrata. Si sono così lasciati andare e hanno elencato tutti gli elementi che differenziano Stefania da loro; poi, prima timidamente e dopo in modo sempre più esplicito, hanno cominciato a farle domande personali, a chiederle come fa a mangiare o a vestirsi, dove vive, dove lavora, se ha studiato, cosa le piace, cosa le fa paura e mille altre cose ancora.
Stefania ha risposto a tutte le loro domande, ha raccontato molti particolari della sua vita quotidiana, ha spiegato con un esempio molto efficace, in termini semplici e a loro comprensibili, le cause che hanno determinato il suo deficit, ha mostrato che non controlla il braccio destro, non riesce a stringere il pugno, mentre riesce a utilizzare il sinistro, col quale può scrivere e disegnare. Quando ha mostrato ai bambini i disegni incollati sui cartelloni che contengono i testi delle canzoni e ha detto loro che li ha fatti lei (sono davvero belli), i bambini hanno dimostrato apertamente il loro stupore e la loro ammirazione.
Si è trattato di un momento molto importante, in cui i bambini, grazie alla capacità di Stefania, sono entrati davvero in relazione con lei assumendola come persona e non limitandosi, come avevano fatto fino a quel momento, a vedere solo il suo deficit e a identificarla con esso. La loro è stata una scoperta così esaltante e la loro curiosità così insaziabile che avrebbero continuato per ore a farle domande e ad attendere, in religioso silenzio, le sue risposte. Osservare la situazione dall’esterno è stato per me altrettanto interessante, ho potuto verificare il trasformarsi delle loro reazioni, lo sviluppo delle emozioni e anche in questo caso mi sono stupita, conoscendo la loro esuberanza, del profondo interesse nei confronti di Stefania, testimoniato dall’attenzione con la quale la ascoltavano e dal silenzio nel quale le consentivano di esprimersi, capaci persino di attendere il loro turno e di rispettare le regole della comunicazione.
Nel frattempo, sulla lavagna erano rimaste scritte le risposte in ordine casuale che sono poi state riorganizzate dai bambini e trascritte sui quaderni; questo è l’elenco che hanno elaborato:

VANTAGGI

SVANTAGGI

sono tutti amici

tutti hanno le stesse idee, lo stesso carattere, gli stessi sentimenti

non ci sono guerre

tutti sanno le stesse cose: a scuola ci si annoia

non ci sono le classi sociali

nei giochi e negli sport non ci si diverte

tutti hanno le stesse cose

non ci sono segreti

non ci sono ladri.

nessuna scoperta

 

nessuna sorpresa

UGUALE

DIVERSA

è un essere umano

è in carrozzella

prova dei sentimenti

non controlla un braccio

ha una personalità

non può camminare

mangia, beve, dorme …

parla con difficoltà

ha i cinque organi di senso

è adulta

ha bisogno d’affetto

ha bisogno di aiuto per fare alcune cose

comunica

 

Non c’è stato nemmeno bisogno che Stefania riportasse l’attenzione dei bambini sulla scommessa non ancora conclusa: a un certo punto Cristina ha detto:
“Allora ho capito qual è la risposta esatta! Stefania è uguale a noi ma anche diversa.” Poi si è girata verso Stefania in cerca di conferma; Stefania ha annuito e ha spiegato che era sufficiente sostituire, nella domanda che aveva fatto, alla O una E: Stefania è uguale O diversa? Stefania è uguale E diversa.
I bambini hanno così capito di aver perso la scommessa e hanno ammesso che nessuno di loro avrebbe mai indovinato. A partire dall’affermazione di Stefania è stato poi semplice considerare come ogni persona, adulto o bambino, sia uguale e diversa dagli altri, come non esistano due persone identiche e come questo sia un vantaggio. Roberto ha chiesto ai bambini di provare a immaginare come sarebbe un paese in cui tutte le persone siano uguali tra loro, per caratteristiche fisiche, gusti, interessi e personalità e di riferire poi le nostre conclusioni la settimana successiva.
Purtroppo il tempo a nostra disposizione era terminato (l’incontro è durato più di due ore contro l’ora e mezza prevista) e ci siamo dovuti salutare con la promessa che avremmo pagato il nostro debito, la torta persa nel gioco della scommessa, la prossima volta che ci saremmo incontrati. I saluti si sono svolti in un clima molto festoso, i bambini erano dispiaciuti che l’incontro fosse già finito e gran parte della paura e della diffidenza iniziale erano state scalfite.
In questo modo hanno descritto, sui loro quaderni, la conclusione della scommessa e le loro emozioni:

“Dopo la scommessa, abbiamo fatto un elenco delle cose uguali e diverse tra noi e Stefania. A me era venuto in mente, tra le cose diverse, che lei è disabile ma non avevo il coraggio di dirlo perché credevo di darle un dispiacere. Alla fine ho trovato il coraggio e l’ho detto: Stefania ha commentato che questa era la verità e lei non era affatto dispiaciuta e io mi sono sentita meglio perché avevo paura di averla offesa. Ho capito che Stefania è una ragazza molto forte perché sono poche le persone che accettano serenamente di essere disabili. Quando se ne sono andati sono rimasta molto stupita per quanto è stato breve l’incontro: il tempo è proprio volato!” (Elena)
“Quando ci ha chiesto di dirle le cose diverse stavamo tutti zitti, nessuno voleva parlare. Poi Elena con molto coraggio le ha detto che lei era disabile e noi no e Stefania ha risposto che era vero e noi abbiamo capito che non le dispiaceva. In quel momento ho pensato che Stefania aveva un buon carattere ed era molto intelligente.” (Lorenzo)
“Prima che andassero via ho cambiato idea su Stefania e sono stato felice di averla conosciuta.” (Andrea)
“Durante la scommessa, quando le abbiamo detto che lei è disabile, Stefania non si è dispiaciuta di questo ma è stata contenta che noi lo avevamo detto. Quando sono andati via io provavo un sentimento di gioia e di allegria pensando a Stefania.” (Chiara)
“Abbiamo scritto alla lavagna le cose uguali e diverse tra noi e lei. Alcuni bambini volevano dire, tra le cose diverse, che lei è disabile ma non l’hanno detto per paura di offenderla. Stefania alla fine ha detto che questa cosa bisognava dirla perché è la verità, allora ho capito che lei ha un carattere molto forte. Mi sono divertita molto e non vedo l’ora che tornino a trovarci.” (Najah)
“Alla sua domanda abbiamo risposto tutti uguale perché credevamo che le dispiacesse sentirsi dire che è diversa ma lei ci ha detto che siamo un po’ tutti come Re 33. Dopo abbiamo fatto un elenco alla lavagna sulle cose che ci accomunano e sulle differenze tra noi e lei e ne abbiamo trovate molte. Così abbiamo capito che Stefania per certe cose è uguale a noi, per altre è diversa come tutti. Quando sono andati via, ho avuto un’impressione del tutto diversa di Stefania: ero quasi felice per lei.” (Rita)
Ho ammirato molto Stefania per la sua intelligenza e ho provato dispiacere e felicità contemporaneamente. Alla fine abbiamo cantato fin quasi a sgolarci e io mi sentivo al settimo cielo.” (Thomas)
“All’inizio mi dispiaceva che ci fosse anche Stefania dopo però mi sono accorta che è simpatica, molto intelligente e molto forte di carattere. Quando se ne sono andati ero un po’ triste perché mi ero molto divertita.” (Sara)

Il nostro primo incontro era terminato: i bambini hanno salutato Stefania, Sandra e Roberto, si sono fatti promettere che sarebbero tornati la settimana dopo e si sono offerti di aiutarli a trasportare i vari materiali (chitarra, costumi, cartelloni…) fino all’ingresso della scuola. A quel punto, senza nessuna sollecitazione esterna, alcuni di loro si sono spontaneamente avvicinati a Stefania e, incoraggiati da Sandra, l’hanno accompagnata fuori dell’aula, lungo il corridoio, spingendo la sua carrozzella. Questo avvenimento, che potrebbe sembrare davvero poca cosa, mi aveva molto colpito facendomi considerare come un primo, importante passo fosse stato già compiuto.

Ma il mio stupore è diventato ancora maggiore quando, prima di chiudere la porta della scuola e rientrare in classe, ho salutato Stefania, dandole un bacio sulla guancia, come faccio abitualmente; a quel punto, alcuni bambini che erano vicino a me e avevano osservato la scena, mi hanno chiesto se potevano dare un bacio a Stefania per salutarla: ho ovviamente risposto di sì, Stefania ha reagito con la dolcezza e la pacatezza che la contraddistinguono mentre io, un po’ in disparte, guardavo la scena con profonda e sincera soddisfazione.

La drammatizzazione della fiaba

La drammatizzazione della fiaba è un momento molto importante del percorso proposto nella classe durante il primo incontro: da un lato fornisce lo sfondo integratore di tutte le attività e veicola importanti contenuti, che saranno oggetto, in seguito, di riflessione e analisi; dall’altro costituisce quell’incontro simbolico con la diversità, mediata da un personaggio ingenuo e superficiale come Re 33, che i bambini vivono in modo piacevole e divertente, indossando i costumi, recitando e cantando. Si tratta di un momento utile e importante, necessario a stemperare la tensione creata dall’ingresso in classe dell’operatrice disabile e a entrare in relazione con lei in modo indiretto, all’interno del cerchio magico della favola, in un mondo segreto e illusorio, simile a quello del gioco, nel quale le relazioni e gli avvenimenti acquistano importanza e serietà e tutti i partecipanti sono chiamati a essere e agire in prima persona.
Re 33 è un re dotato di buone intenzioni ma non basta voler aiutare, voler creare la giustizia nel proprio paese (è questa la richiesta che gli fa il Sovrano dei Sovrani); bisogna saperlo fare.

C’era una volta un re che si chiamava Trentatré.
Un giorno Trentatre pensò che un re deve essere giusto con tutti. Chiamò Sberleffo, il buffone di corte:
“Io voglio  essere un re giusto” disse Trentatré al suo buffone “così sarò diverso dagli altri e sarò un bravo re”.
“Ottima idea maestà” rispose Sberleffo con uno sberleffo.
Contento dell’approvazione, il re lo congedò.
“Nel mio regno” pensò il re “tutti devono essere uguali e trattati allo stesso modo”.
In quel momento Trentatré decise di cominciare a creare l’uguaglianza nel suo palazzo reale.
Prese il canarino dalla gabbia d’argento e gli diede il volo fuori dalla finestra: il canarino ringraziò e sparì felice nel cielo.
Soddisfatto della decisione presa, Trentatrè afferrò il pesce rosso nella vasca di cristallo e fece altrettanto, ma il povero  pesce cadde nel vuoto e morì.
Il re si meravigliò molto e pensò: “Peggio per lui, forse non amava la giustizia”.  
Chiamò il buffone per discutere il fatto. Sberleffo ascoltò il racconto con molto rispetto, poi gli consigliò di cambiare tattica.
Trentatré allora prese le trote dalla fontana del suo giardino e le gettò nel fiume: le trote guizzarono felici. Poi prese il  merlo dalla gabbia d’oro e lo tuffò nel fiume, ma questa  volta fu il merlo a rimanere stecchito.
“Stupido merlo” pensò Trentatrè “non amava l’uguaglianza” e chiamò di nuovo il suo buffone Sberleffo per chiedergli  consiglio.    
“Ma  insomma!” gridò stizzito il re “come farò a trattare tutti allo stesso modo?”
“Maestà” disse Sberleffo “per trattare tutti allo stesso modo bisogna prima di tutto riconoscere che ciascuno è diverso dagli altri.
“La giustizia non è dare a tutti la stessa cosa, ma dare a ciascuno il suo”.

Al termine della drammatizzazione (accompagnata anche dalle canzoni mimate dei personaggi), tolti i costumi e ritornati tutti a sedere in classe, è molto semplice sviluppare una riflessione sulla fiaba partendo proprio dall’interrogativo irrisolto. Stefania chiede ai bambini se, secondo loro, Re 33 ha imparato a governare con giustizia; nella discussione che segue, i bambini riconoscono che l’errore del Re era stato di trattare tutti allo stesso modo, di non tener conto delle diverse caratteristiche degli animali. Re 33 impara a essere giusto quando rinuncia ad applicare il proprio concetto astratto di giustizia e ascolta il suggerimento del suo buffone: esce così dal proprio schema mentale, secondo cui fare giustizia è trattare tutti allo stesso modo, e scopre che fare giustizia è dare a ciascuno ciò di cui ha bisogno, rispettando le caratteristiche e le peculiarità di ognuno.
La fiaba è molto semplice e non presenta alcun problema di comprensione per i bambini di quarta elementare: anche questo elemento è molto importante ai fini del percorso che il Calamaio propone perché i bambini, senza rendersene conto, attraverso l’analisi della fiaba, entrano in contatto con il tema della diversità in modo mediato e simbolico (la diversità del canarino e del pesce rosso, ad esempio) talmente evidente da sembrare loro banale, ma assai utile per preparare l’attività che segue, sempre di carattere ludico: una scommessa.

Stereotipi e pregiudizi: il gioco dell’associazione di idee

Stefania avrebbe pronunciato una parola e loro avrebbero dovuto dire, di getto e senza pensarci troppo, tutto quello che gli faceva venire in mente quel termine. Alcuni bambini hanno affermato che era un po’ come il gioco delle sillabe che facevamo in prima elementare, basato sulla velocità e sulla memoria, abbiamo concordato che era proprio così, poi Stefania, dopo aver chiesto un volontario che scrivesse alla lavagna, ha pronunciato la prima parola: bambino.
Dopo alcune affermazioni quali “Facile, facile!”, i bambini hanno cominciato a esprimere tutte le associazioni relative al primo termine; hanno elencato, in ordine sparso, caratteristiche fisiche e psicologiche, contesti di vita ed esperienze, attingendo ampiamente ai vissuti personali e quotidiani. Mentre il bambino che si era offerto volontario trascriveva i termini alla lavagna, aiutato da Sandra e Roberto, Stefania guidava il gioco facendo intervenire i bambini, evidenziando le ripetizioni o indicando le categorie che man mano si andavano costruendo. Quando le parole scritte erano già numerose e includevano molte delle dimensioni collegate al termine “bambino”, Stefania ha fermato il gioco; questo è l’elenco di parole scritte alla lavagna:

BAMBINO = gioco, studio, scuola, famiglia, allegria, movimento, affetto, felicità, intelligenza, giocattoli, caramelle, nascere, infanzia, piangere, essere umano, carne, cervello, occhi, mani, gambe, testa, simpatico, antipatico, giocoso, pulito, felice.

Stefania ha deciso di passare al secondo termine, i bambini si aspettavano che il gioco proseguisse perché Stefania aveva prima chiesto di dividere la lavagna in quattro parti e questo li induceva sicuramente a credere che le parole sarebbero state altrettante. Il clima, già molto rilassato, si è fatto ancora più festoso quando Stefania ha pronunciato la seconda parola: vacanze. Anche in questo caso, come per il primo termine, le associazioni hanno attinto ampiamente dalle esperienze di vita dei bambini. Ecco i termini elencati:

VACANZE = divertimento, tranquillità, riposo, niente scuola, estate, mare, montagna, sole, partenza, allegria, valigie, hotel, treno, aereo, gioco, nuovi amici, gelati, viaggi, relax, novità, ricordi, malinconia, fotografie, imprevisti, rischi.

Anche in questo caso Stefania ha fermato il gioco e senza soffermarsi troppo ad analizzare i termini trascritti, ha indicato la terza parola, in questo caso il nome di un gruppo musicale bolognese, idolo degli adolescenti ma conosciuto e apprezzato anche dai bambini più piccoli, i “Lunapop”. L’indicazione di Stefania è stata accolta da un’esplosione di entusiasmo generale e i bambini si sono sgolati per riuscire a intervenire e dire le loro idee. Ho potuto osservare che, fino a quel momento, anche i bambini e le bambine che abitualmente non partecipano con grande slancio alle attività, che intervengono solo se sollecitati direttamente e in modo molto sintetico, avevano contribuito attivamente allo svolgimento del gioco, ingegnandosi a farsi notare quando la velocità o l’entusiasmo degli altri finiva per prevaricarli.
Le parole che i bambini hanno evocato relativamente a questo termine attingono sia alla loro conoscenza diretta del gruppo e delle canzoni più famose, sia alla libera associazione compiuta con il mondo della musica e dello spettacolo; tutte le parole associate sono comunque connotate positivamente:

LUNAPOP = musica, dischi, canzoni, vespa 50, Bologna, successo, concerto, chitarra, batteria, Cesare, palcoscenico, microfoni, fans, rumore, allegria, intonazione, voce, divertimento, agitazione, ballare.

Rimaneva a questo punto un solo termine e i bambini, dopo la parentesi di euforia generata dall’aver chiamato in causa la band musicale, erano eccitati e rumorosi ed è stato necessario un mio intervento per riportare un po’ di calma. Quando Stefania ha pronunciato l’ultima parola, però, il silenzio si è imposto spontaneamente e il gruppo è rimasto spiazzato dalla presentazione di un termine inaspettato: handicappato. Inizialmente nessuno ha alzato la mano, l’atmosfera di imbarazzo era molto evidente e, come nell’incontro precedente durante la scommessa, i bambini si guardavano tra loro o mi rivolgevano sguardi interrogativi.
Stefania, per sollecitarli, ha ricordato loro che dovevano dire subito quello che gli veniva in mente, senza troppo starci a pensare, aggiungendo poi che potevano esprimersi liberamente. Quest’ultima parte del gioco si è svolta in silenzio, con molta pacatezza mentre fino a quel momento i bambini avevano riso e scherzato liberamente.
Dopo aver nominato direttamente anche Stefania, in un clima sempre abbastanza teso e imbarazzato, in un silenzio piuttosto innaturale, i bambini hanno cominciato a esprimere termini legati alla loro affettività e alle emozioni determinate dall’incontro con Stefania ma non solo da quello: la maggior parte di questi sentimenti si trovava probabilmente già radicata nel loro inconscio, frutto degli stereotipi collegati, a livello culturale, alla figura del disabile ma non verificati attraverso la conoscenza diretta e il vissuto personale. Le associazioni hanno tutte una connotazione negativa: tristezza, sfortuna, malinconia, dispiacere, problemi, aiuto, pena.
Più a fatica i bambini sono riusciti a dare voce al loro imbarazzo, al disagio provato in quello come negli altri momenti in cui la presenza del Calamaio li aveva costretti a un confronto diretto con la diversità. Anche in questo caso si sono censurati, non hanno avuto il coraggio di dare voce a quella parte di loro che avrebbe dovuto esprimere ansia, paura, chiusura; poche sono infatti le associazioni in questo senso: impressione, stupore, antipatia, rifiuto, fastidio.
Altre associazioni rendono conto invece della sopravvalutazione delle persone disabili che anche gli adulti fanno, che nasce dalla considerazione implicita che vede il disabile non come un diversamente abile ma come una persona “sfortunata”, meno dotata degli altri ma in grado di bilanciare, con qualità speciali, le sue numerose carenze: non parla ma è molto intelligente, non cammina ma ha molto coraggio, non è autosufficiente ma compensa la sua dipendenza dagli altri con la sensibilità e la disponibilità.
Questo ultimo tipo di associazione risulta numericamente più significativa con i ragazzi delle scuole superiori, segno evidente di un maggior condizionamento culturale e di una più sentita esigenza di mettere a tacere il proprio disagio senza però superarlo: l’attribuzione di doti speciali a una persona disabile è un’operazione compensatoria che non esce però dalla logica dell’emarginazione e del rifiuto poiché il disabile, seppur per nobili ragioni, viene comunque considerato solo nella sua evidente diversità. I bambini più piccoli sono in parte liberi da queste strategie, ma solo in parte, come dimostrano gli ultimi termini associati: gentilezza, bontà, coraggio, sensibilità, sentimenti.

HANDICAPPATO = Stefania, carrozzella, non cammina, non capisce, fatica a parlare, comportamenti strani, deficit, disabile, deformità, diversità, codice genetico, cervello, tristezza, sfortuna, malinconia, dispiacere, problemi, aiuto, antipatia, rifiuto, fastidio, impressione, stupore, pena, gentilezza, bontà, sentimenti.

Stefania in questo ha caso lasciato ai bambini più tempo per le libere associazioni e il gioco si è svolto con tempi e modalità del tutto diversi rispetto alle dinamiche evidenziate con le altre parole. Quando però l’elenco scritto alla lavagna era, come riportato, molto ricco e comprendeva una grande quantità di vocaboli relativi a idee, emozioni e sentimenti, frutto di un profondo condizionamento culturale e degli stereotipi che esso genera, Stefania ha fermato il gioco e ha chiesto ai bambini di osservare, per alcuni minuti, tutte le parole scritte alla lavagna e di comunicare le loro considerazioni.
L’intenzione di Stefania, a me molto chiara, di far emergere la negatività associata alla parola “handicappato” è stata quasi subito colta perché alcuni bambini, quasi contemporaneamente, hanno osservato come, all’ultimo termine del gioco fossero collegate quasi soltanto idee negative o, con le loro parole, “cose tristi”.
A partire da questa considerazione, Stefania ha condotto un dialogo con i bambini chiedendo loro se lei sembrava così triste e sfortunata come avevano detto delle persone disabili e quali erano le sensazioni che collegavano invece al loro incontro. Molti bambini hanno spontaneamente affermato che, nel caso di Stefania, le loro associazioni erano positive e hanno espresso termini come allegria, giochi, divertimento, ottimismo, intelligenza, felicità.
Stefania li ha stimolati a porle delle domande, a esprimerle dubbi e curiosità continuando così il dialogo interrotto nell’incontro precedente: in questo caso i bambini non si sono limitati a fare domande relative agli aspetti tecnici e materiali della vita di Stefania ma si sono spinti oltre, cercando di capire in che modo lei si rapporti alla vita, al suo deficit e alle difficoltà che esso determinano. Stimolati dalla disponibilità di Stefania, dalla sua pacatezza, dalla pazienza e dall’attenzione con la quale li ha ascoltati e ha risposto, i bambini hanno infranto il muro dell’imbarazzo, del disagio e hanno fatto domande molto esplicite e dirette, hanno cercato di soddisfare le loro curiosità e i loro dubbi. Ne riporto alcune, a titolo esemplificativo, tra quelle più significative:
Sei nata così? Hai una famiglia? Anche tua sorella è disabile? Da piccola quali giochi ti piaceva fare? Tua madre era dispiaciuta che fossi nata così? Come ti senti quando vedi gli altri camminare e tu non puoi? Ti diverti con i tuoi amici? Ti dispiace di essere diversa dagli altri? Ti fanno male le gambe? Ti capita spesso di essere triste? Hai fatto fatica a imparare le cose a scuola? Come ti senti quando ti osservano perché sei disabile? Ti piacerebbe poter fare le cose da sola? Quali sono i tuoi difetti?
Stefania, rispondendo a queste e ad altre domande, ha cercato di spiegare ai bambini, in termini semplici e a loro accessibili, di condurre una vita piena e serena, di vivere, come tutti, momenti tristi e momenti felici, di non considerarsi sfortunata ma, al contrario, molto fortunata: ha una famiglia, molti amici che le vogliono bene e la aiutano, un lavoro che le piace molto e tante idee da realizzare. Ha raccontato che le piace molto leggere e studiare, ha frequentato le scuole superiori con ottimi risultati, disegna molto bene e utilizza per lavoro il computer. Ha poi spiegato, con la semplicità e la delicatezza che la contraddistinguono, che non è dispiaciuta della sua condizione, che non le mancano le cose che non può fare perché non le conosce. In questo caso ha utilizzato un bellissimo esempio: a lei piacerebbe camminare come ai bambini piacerebbe volare ma, come loro non soffrono di non poterlo fare perché non l’hanno mai provato, lo stesso vale per lei e per tutte le cose che non può fare.
I bambini hanno ascoltato con grande attenzione le parole di Stefania, alternando gioia a stupore, commentando tra loro le sue affermazioni e comunicando esplicitamente quanto fossero sbagliate le loro idee sulle persone disabili. Ovviamente questo è il risultato più evidente della riflessione che ha seguito il gioco della associazione di idee, ma sarebbe semplicistico sostenere che questo incontro diretto con la realtà dei disabili sia sufficiente per superare i pregiudizi radicati nei bambini; certamente si è trattato di un primo importante passo in questa direzione, che non ha distrutto del tutto gli stereotipi ma ha sicuramente intaccato alcune delle loro convinzioni.
Il risultato credo più importante è la scoperta di come non tutto quello che si crede trova poi conferma nelle persone o nelle situazioni che erano state considerate, di come sia necessario imparare a rivedere le proprie idee accettando la verità che viene dall’altro, di come questo percorso arricchisce chi è disposto a intraprenderlo. Si tratta di obiettivi educativi non verificabili in termini oggettivi, con prove pratiche e sperimentali, ma lo stimolo offerto non è certo caduto nel vuoto, ha lasciato una traccia nelle loro personalità in formazione aiutandoli forse a sviluppare un atteggiamento mentale di apertura e disponibilità nei confronti della realtà, anche quella che, portatrice di diversità, genera timori e paure e spesso determina la chiusura e il rifiuto. Indubbiamente questa esperienza, che i bambini hanno vissuto in modo diretto e personale, ha permesso loro di compiere, grazie all’aiuto di Stefania, una riflessione sui propri sentimenti e sulle proprie convinzioni, i cui frutti necessitano di tempi assai lunghi, di molte cure e di altre sollecitazioni per giungere a un’effettiva maturazione.
Il riscontro più immediato è stata la diversa considerazione che essi hanno elaborato di Stefania e dei disabili in senso più ampio, hanno capito che la sua forza, la sua gioia, l’atteggiamento positivo nei confronti della vita nasce dall’accettazione di sé. Questo elemento, che era già emerso durante il primo incontro, si è indubbiamente consolidato ed è stato esplicitato nei testi che i bambini hanno prodotto il giorno dopo, dei quali riporto alcuni passi:

“Stefania mi ha fatto cambiare idea sugli handicappati, perché avevo sempre pensato che fossero persone tristi per i loro gravi problemi. Ho anche capito che possono lavorare e sono utili alla società.” (Cristina)
“Con il gioco che abbiamo fatto ho capito che quello che pensavo sugli handicappati era sbagliato. Stefania ha fatto bene a venire a scuola per spiegarci queste cose. Alla sera come ci aveva detto la maestra ne ho parlato con i miei genitori e ho scoperto che anche loro credevano che i disabili sono persone tristi e sfortunate.” (Andrea)
“Questa esperienza mi ha insegnato che anche le persone disabili hanno molto valore e apprezzano la vita più di noi.” (Vincenzo)
“Stefania è una ragazza che ha dei problemi, gira su una sedia a rotelle e io la consideravo una persona molto sfortunata. Quando ci ha detto che non è per niente triste, che vive felice con tanti amici, ho cambiato idea su di lei.” (Elisa)
“Stefania è su una carrozzella perché non può camminare. All’inizio ho provato dispiacere perché lei è handicappata. Ma poi Stefania ci ha raccontato che lei è una persona come noi, ogni tanto è triste ma non sempre, ha tanti amici ed è felice della sua vita. Se non l’avesse detto lei io non ci avrei mai creduto che una persona così poteva essere felice.” (Matteo)
“Stefania è una ragazza disabile ma quello che mi ha colpito di più è che ha ammesso di esserlo senza farne un dramma ma neanche facendo finta di niente: ha un carattere forte.” (Irene)
“All’inizio pensavo che Stefania era una persona che non sapeva fare niente invece lei ci ha detto che ha studiato e sa disegnare molto bene. Dopo ci ha detto che avevamo sbagliato perché lei non è triste, anzi è sempre allegra. Allora sono diventata più felice.” (Najah)