13. In questi 20 anni
di Alessandro Ancona
Ho fatto molti traslochi e non sono riuscito a ritrovare i dati del ’67/’68 di quando, cioè, ho cominciato la mia attività. Ho fatto a mente un elenco delle strutture. C’erano: Villa Torchi e Villa Amati per gli insufficienti mentali e per gli handicappati psichici, c’era Villa Getzemani per i Down; c’era Villa Serena ancora per handicappati psichici, c’era Villa Teresa per le paralisi cerebrali, c’era la scuola speciale del Lazzaretto per i caratteriali, c’erano due Istituti; a Bologna c’era un tessuto di istituzioni per l’intervento neiconfronti dei bambini e dei ragazzi con una serie di problemi. Quindi il punto di partenza, per quello di cui io posso essere testimone, è questa rete di istituzioni; il punto di arrivo provvisorio, nel senso che poi la storia continua è di scomparsa delle istituzioni speciali, di realizzazione di una politica di inserimento; ci sono dai nidi alla media, nella fascia da 0 a 14 anni circa, 512 bambini e ragazzi inseriti nelle strutture educative a Bologna; ci sono 105 persone nei Centri di formazione speciali, cisono 71 persone assistite nei Centri per gravi. In questi 20 anni ci sono state tante dispute ideologiche e tante cose fatte; è abbastanza difficile, secondo me, fare un bilancio, pesando sui due piatti le dispute da un lato e le cose fatte dall’altro; credo che il filo conduttore significativo, al di là delle diverse posizioni di ciascuno, sia stato quello di aver lavorato per rendere palese una condizione occulta. Credo che in questi 20 anni si sia messo in moto un processo che non ha certamente reso Bologna più accogliente ma certamente ha messo in moto gli handicappati, le loro famiglie, gli operatori dei servizi sanitari, gli operatori scolastici, quindi una parte dei ‘carciofi’, e tutti gli altri “carciofi” che non sono operatori; gli operatori sono una razza particolare di “carciofo” forse un più pungente perché abituata a difendersi. Si è messo in moto un processo materiale e culturale che ha implicato e continua ad implicare cambiamenti di condizione, comprese le condizioni materiali, e cambiamenti di mentalità.
Un processo non risolvibile soltanto sul piano dei servizi e delle modifiche strutturali, in quanto richiede anche un salto culturale che non si realizza una volta per tutte e che quindi va continuamente riconquistato.
Credo che in questo processo abbia svolto un ruolo fondamentale, come ruolo di protagonista in prima persona, un gruppo di portatori di handicap – che è quello a cui io sono più affezionato, perché appunto ho questo rapporto personale che dura da 20 anni il cui operato io valuto così rilevante non per ragioni emotive ma perché ritengo che con questo gruppo di handicappati, in cui l’handicap sostanzialmente consiste in un impedimento fisico, siamo costrettinon a discutere di “handicap”, sull’ “handicap”, ma a discutere con chi ha l’handicap. Abbiamo quindi spazi di fuga ideologica molto più ridotti, molto più circoscritti, perché in loro è pienamente consapevole la coscienza della propria soggettività come soggettività normale, e della propria oggettività come oggettività diversa.
Uno sponsor per l’handicap
Rispetto a tutto questo processo risulta determinante, alla fine, il ruolo del campo culturale: delle correnti culturali, delle tradizioni culturali che caratterizzano la scena su cui operiamo. In questo processo pesano, per un verso, la sensibilità, l’abitudine di tolleranza, la capacità di accettare il diverso e per altro verso, pesa la tendenza, invece, a privilegiare gli aspetti della massa normale e a dare espressione privilegiata, se volete, alle culture del conformismo. È un campo che permea le amministrazioni e chi ci opera a diverso titolo, le famiglie, gli operatori e gli stessi handicappati. È una articolazione del campo culturale che porta, per esempio, alcuni a sottolineare la socialità dell’handicap, l’handicap come fatto sociale; mentre porta altri, invece, ad accentuare il polo della privatezza e quindi a sottolineare come l’handicap sia un fatto personale, famigliare, lo penso che entrambe le proposizioni siano vere e che entrambe poi possano portare a trabocchetti ideologici per un verso assistenzialistici. Portare all’estremo la posizione “l’handicap è un fatto sociale” può implicare che competa solo alla società organizzata in quanto tale a dare risposte, e tutte le risposte e per altro verso a tipo chiusura, iperprotettività, chiusura nella privatezza.
Faccio adesso l’amministratore: e enuncio quelli che mi sembrano essere, oggi, i problemi più importanti sul tappeto; sono legato all’infanzia ed allora vedo di più, per deformazione professionale in questo caso, i problemi delle fasce più giovani, ma sono pienamente consapevole anche dei problemi delle fasce più mature d’età. Nel settore dell’infanzia credo che la questione cruciale, oggi, sia quella di mantenere l’opzione della integrazione scolastica, dando strumenti di professionalità, di esperienza professionale, più adeguati, di fronte ad attacchi che passano attraverso l’economicismo della critica allo stato sociale ed attraverso ritorni di ordine culturale che, magari privilegiando aspetti di tecnologie della rieducazione svalutano la rilevanza della socializzazione.
La seconda questione cruciale è, credo, quella di garantire degli standard di prestazione tecnologica, adeguati al livello di sviluppo delle conoscenze tecnologiche, attraverso l’organizzazione dell’Ausilioteca: è un obiettivo ambizioso che, tra l’altro, vede come partners dell’ipotesi l’AIAS e il Presidio Multizionale della USI 27.
Terzo nodo, è quello di riuscire a superare un’ottica che si illuda dirisolvere assistenzialisticamente tutte le questioni di “offerta di opportunità”. È frase circonvoluta che, vorrei tradurre in termini molto semplici: io penso che dobbiamo perseguire, associazioni ed amministrazioni, una politica che riesca a coinvolgere tutte le forze della società, comprese quelle economiche, nel problema di fornire maggiori opportunità a chi ha limitazioni. Dobbiamo quindi riuscire a costruire, secondo me è un problema politico, un sistema misto di offerta di opportunità; vale, per esempio, per l’ambito della fruizione culturale in genere; non vedo perché anche in questo settore non si debbano incalzare forze economiche per sponsorizzare una serie di iniziative. Pongo una ultima questione che mi sembra la più importante: quella di riuscire a mantenere in piedi un sistema che valorizzi le capacità di produrre. Questo è un discorso che nel settore dell’handicap vale in più ambiti; cito tre esperienze di cooperazione produttiva: quella che porta avanti l’Anffas, per esempio “Azzurroprato”; e quelle che si sono realizzate in questi anni, con ottimi risultati anche se poco conosciuti, da parte di ex degenti dell’ospedale psichiatrico, presso l’Area autogestita e nel Laboratoriodi Tessitura della Area autogestita. Infine, esperienze di produzione culturale di altissimo livello come nel caso della Biblioteca Tamarri-Fortini, che si sono dimostrate in grado di produrre cultura, di produrre strumenti di comunicazione; cosa che magari 20 anni fa, né io né altri avremmo pensato possibili.

