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autore: Autore: Antonella Gandolfi

11. Mediazione culturale

di Antonella Gandolfi

Il mediatore, etimologicamente parlando, può essere un’individuo che ha la funzione di avvicinare due parti, un “intermediario”; o, pedagogigamente parlando, uno strumento (“oggetti, materiali, ruoli, compiti, consegne, spazi, ecc.”) che facilita la relazione tra educatore/altri e utente/individuo.
Ogni tipo di relazione usa, a volte in maniera inconscia ed automatica, a volte consapevolmente, dei mediatori. Quando due individui entrano in relazione, hanno bisogno di elementi in comune che rendano possibile la comunicazione.
Rispetto ai percorsi educativi l’uso di mediatori, come definiti da Canevaro – a volte consapevole e finalizzato fin dall’inizio, a volte analizzato e verificato a posteriori – appare strumento fondamentale. D’altra parte l’educatore è sempre, a sua volta, un po’ mediatore, dato che cerca di favorire lo sviluppo delle autonomie di un individuo disabile rispetto ad un mondo, fisico, sociale e di relazione, che usa codici e regole che non sempre tengono in considerazione le diversità.
Johnson e Enwereuzor del Cospe definiscono il mediatore linguistico culturale come colui che deve “facilitare la comunicazione e la comprensione, sia linguistica che culturale, fra l’utente di etnia minoritaria (e, per estensione, una comunità di etnia minoritaria) e l’operatore di un servizio pubblico, in un contesto di poteri mpari, rispettando i diritti di tutte e due le parti interessate”. Caratteristiche fondamentali del mediatore linguistico culturale sono quelle di appartenere ad un’etnia minoritaria, di essere un operatore “neutro”, chiamato dal servizio a svolgere funzioni di interpretariato, sia linguistico che culturale, rispetto a persone che non conosce.
Nei contesti reali è difficile svolgere il proprio ruolo così come teorizzato, soprattutto per quello che riguarda il concetto di “neutralità”. Esiste una certa difficoltà all’imparzialità in contesti in cui è evidente un’incomprensione culturale e sociale forte, e soprattutto, un diverso livello di potere. Occorre fare attenzione a non esercitare violenza culturale nei confronti dell’etnia minoritaria. Un rischio forte è quello che nel fornire informazioni rispetto ai diritti e ai doveri del cittadino ed al funzionamento dei servizi, il mediatore possa orientare forzatamente alcune condotte e alcune scelte, trascurando altre opzioni possibili, condizionato dagli orientamenti culturali e sociali dominanti; anche quando questi non siano imposti dalla legge italiana ma solo sanciti dal costume (per esempio se una donna di etnia minoritaria vuole partorire in casa, come è costume della sua gente, il mediatore deve assicurarsi che le siano date tutte le informazione necessarie a garantirle il diritto di scelta).
Il mediatore culturale deve essere consapevole della situazione di potere in cui si trova, e deve sempre fare attenzione a fornire tutti gli strumenti necessari perché‚ il singolo possa decidere liberamente.

Quando il mediatore è un italiano
Altro concetto di mediatore culturale è quello nato dall’esperienza presso le comunità zingare di Bologna. In questo caso il mediatore non è di etnia minoritaria e non si limita a facilitare l’interazione tra due sistemi culturali diversi attraverso l’interpretariato culturale ed il fornire informazioni, ma si pone come strumento di sostegno in questo percorso di interazione. Lavora con una comunità e quindi con individui di tutte le fasce di età, per cercare di favorire il percorso sia del singolo che dell’intera comunità verso il soddisfacimento dei propri bisogni.
Per fare ciò diventa fondamentale costruire un rapporto di conoscenza e fiducia con l’individuo e la comunità. D’altra parte anche il rapporto col mediatore, che è egli stesso rappresentante del mondo esterno, in quanto non appartiene all’etnia, diventa modello di un possibile dialogo.
Caratteristica fondamentale di un intervento di questo genere è il mantenimento di un giusto equilibrio tra la necessità di essere imparziali e la difficoltà a sostenere un ruolo del tutto neutrale. L’educatore/mediatore si trova da un lato a intrattenere con l’utente un particolare rapporto di fiducia, dall’altro rimane sempre un elemento esterno, il cui ruolo esige una posizione di sostanziale imparzialità. L’utente, soprattutto in situazioni di forte tensione emotiva e psicologica, tende a volte a delegare all’educatore un ruolo decisionale che l’educatore non può e non deve assumere. Mantenere un giusto equilibrio tra il coinvolgimento personale, indispensabile ad una relazione funzionante, e la necessaria imparzialità è, a volte, molto difficile.
Probabilmente, rispetto al ruolo e alla funzione del mediatore/educatore presso le aree di sosta, essere imparziali significa riuscire a mantenere un equilibrio tra coinvolgimento ed estraneità che passa attraverso fasi e momenti alterni, piuttosto che attraverso una condotta statica ed immutabile. A momenti l’educatore condivide chiaramente la posizione dell’utente; in altri momenti, invece, è interprete e sostenitore, anche deciso, di regole sociali e giuridiche imposte dalla relazione col mondo esterno.
L’educatore/mediatore non si limita a dare informazioni, ma sostiene anche il singolo in un percorso educativo. L’educatore progetta insieme all’utente ed ai servizi un percorso mirato e stabilisce con l’utente una relazione individuale che lo porta ad essere a sua volta un modello, poich‚ molte indicazioni di carattere generale vengono veicolate in prima istanza dalla relazione stessa, che diventa una sorta di laboratorio all’interno del quale si sperimentano empiricamente possibili percorsi di rapporti con gli altri.

10. Il corpo nomade

di Antonella Gandolfi, della cooperativa AndoKampo, dal ’91 mediatrice culturale presso la comunità sinti e rom Bologna

Il corpo come strumento di relazione: una consapevolezza che è più facile percepire in quei contesti dove il corpo mostra di avere un importanza evidente: l’esperienza di un’operatrice presso le aree di sosta per sinti; un esperienza di crescita personale che incide anche nei contesti non lavorativi.
Lavorare come operatrice presso aree sosta per sinti significa svolgere una funzione di mediazione per avvicinare due mondi socio culturali fondamentalmente diversi. Si opera quindi presso i servizi per favorire l’avvicinamento al nostro sistema sociale. Per far questo si costruisce un rapporto di conoscenza e di accettazione con la comunità sinta con cui si opera. L’area sosta comunale è un luogo in cui le famiglie zingare possono vivere nella propria/proprie roulotte all’interno di uno spazio prestabilito, usufruire di servizi igienici comuni, di presa elettrica e fontanelle di acqua, nel rispetto del regolamento comunale. Fondamentale per l’operatore presso l’area sosta è essere accettato dalla comunità e quindi creare una relazione di rispetto reciproco. La relazione si basa sulla capacità da parte del mediatore di legarsi e di separarsi dalla comunità zingara attraverso continue oscillazioni del grado di partecipazione. Il mantenere l’equilibrio fra il “dentro” e il “fuori” apre la strada verso un saper ascoltare sia con le orecchie che con gli occhi; non solo all’esterno, ma anche verso l’interno per riconoscere le proprie emozioni, aspettative ed i pregiudizi nei confronti dell’etnia minoritaria, che potrebbero influenzare la relazione.

Un grande valore comunicativo
Per gli zingari la relazione tra le persone è al centro del sistema socio culturale: il prestigio, il ruolo sociale di una persona non dipende dal ruolo professionale, ma da quello familiare e comunitario. In una relazione centrata sulla persona, in cui il ruolo professionale e sociale non hanno molta importanza, il corpo assume un valore comunicativo a cui abbiamo perso l’abitudine.
Operare presso una comunità sinta in un’area di sosta comunale, dove convivono obbligatoriamente nuclei familiari diversi, significa cambiare frequentemente spazi di relazione e interlocutori. Si può passare da uno spazio aperto comune dove incontrare un uomo, una donna, un bambino… (con continue possibilità di modifica), a spazi privati aperti e chiusi (roulotte) dove relazionarsi, come sopra, con un singolo o con più persone. In ogni singola situazione l’uso del proprio corpo può cambiare la relazione.
Ad esempio, arrivare ed incontrare un gruppo di donne o di uomini significa, in quanto donna, possibilità relazionali assai diverse, in cui il mio corpo gioca un ruolo importante. Se sono donne il gruppo si divide o si apre rendendo disponibile uno spazio fisico e di dialogo che si gioca anche su come il mio corpo entra nella relazione: se rimango al centro difficilmente riuscirò a sfuggire a giochi sul ruolo sessuale, s mi colloco di fianco a qualcuno e lascio aperto il cerchio, ho modo di cambiare il livello di conversazione o di interromperlo, anche attraverso la complicità con qualcuno.

L’esperienza personale
Il fatto che il corpo sia uno strumento importante di relazione è noto e vero in tutti i contesti, ma ritengo, partendo dall’esperienza personale e dal confronto con colleghi, che nella relazione con i sinti si recuperi una consapevolezza e attenzione alla corporeità degli altri e propria, che nella nostra società stiamo perdendo. Nella relazione con i sinti mi sono trovata a usare istintivamente il mio corpo in modo mirato, avendone la consapevolezza un attimo dopo l’agito. La consapevolezza dell’uso istintivamente mirato del corpo come strumento di relazione è, durante il mio lavoro, molto maggiore di quanto non sia di solito.
Questo probabilmente perché la relazione non è condizionata dai ruoli e dai contesti sociali in cui viviamo normalmente all’interno della nostra società, che tendono a nascondere la corporeità pur sempre presente. Riscoprire la consapevolezza del proprio corpo è comunque un’esperienza di crescita personale che incide anche su contesti non lavorativi e che a volte aiuta a limitare l’importanza dei ruoli sociali, facilitando la messa in gioco nella relazione.

12. Lingua nomade

di Antonella Gandolfi

Lavorare come educatore con gli zingari vuol dire imparare a conoscere un modo diverso di pensare che si basa sulla parola orale e non su quella scritta. In questo caso la comunicazione deve partire da basi diverse ed è compito dell’operatore saper “tradurre”, mediare il loro linguaggio nel suo e viceversa.
Svolgere attività professionale di mediatore culturale tra istituzioni territoriali e comunità di Rom o Sinti, significa soprattutto costruire quotidianamente relazioni tra due sistemi culturali diversi. L’interazione tra zingari e non zingari presenta molti ostacoli. Uno dei problemi è la difficoltà di comprensione, anche quando lo zingaro sia italiano o, comunque, parli bene la nostra lingua. Ciò fa sì che spesso ci si trovi nella necessità di “tradurre” il linguaggio e le modalità espressive dell’una e dell’altra parte. La capacità di effettuare simili “traduzioni” è nata empiricamente e non analiticamente, dalla conoscenza – maturata nel tempo -di caratteristiche socio-culturali, dell’uso del linguaggio e della strutturazione del pensiero di alcune comunità zingare presenti a Bologna. Questo tipo di “traduzione” si basa, quindi, sull’abilità di capire l’esistenza di due diverse strutture di pensiero e linguaggio, piuttosto che su studi o formazioni specifiche che peraltro, in questo settore in particolare, non esistono.

Un sistema di pensiero basato sull’oralità
Alcune difficoltà di comunicazione tra zingari e non sono da attribuire in buona misura alle differenze tra un sistema di pensiero di tipo orale, quello zingaro, ed uno basato sulla scrittura, il nostro.
È difficile, per chi proviene da una cultura profondamente segnata dalla logicadella scrittura, l’approccio a sistemi di pensiero fondati sull’oralità: la civiltà occidentale tende a dare per scontato che il proprio sia l’unico modo possibile di pensare ed usare il linguaggio.
Il testo Oralità e scrittura di Walter Ong (Walter J. Ong, Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Ed. Il Mulino, Bologna, 1986) introduce alla comprensione ed all’analisi delle specificità dei modelli comunicativi e dei sistemi di pensiero delle culture di tradizione orale. Dato lo stretto legame tra processi cognitivi e strutturazione del linguaggio, conoscere le caratteristiche e le differenze tra i due sistemi in oggetto può facilitare la reciproca comprensione.
Mentre il nostro è un tipo di pensiero analitico, i sistemi culturali degli zingari tendono ad esprimere un pensiero di tipo esperienziale e situazionale. La parola non è né una categoria astratta, né un oggetto autonomo (scritto), ma è legata all’evento, all’azione, è, insomma, fortemente contestualizzata.
La parola è quindi strettamente legata al contesto in cui si sviluppa la comunicazione, e non può essere riesaminata, analizzata, scomposta come il discorso scritto. L’analisi, la deduzione logica, la scomposizione in categorie dipendono dalla scrittura.
Il linguaggio orale si basa sull’aggregazione di immagini, la ripetizione, le formule, gli epiteti, il ritmo, le frasi parallele e opposte. I diversi livelli di comunicazione vengono messi tutti sullo stesso piano, in quanto la subordinazione analitica è tipica dell’espressione scritta. Si potrebbe dire che la grammatica supplisce alla mancanza del contesto e della presenza di uno o più ascoltatori e di eventuali interlocutori, che orientano la comunicazione, fornendo un contesto puramente testuale.
Il discorso orale favorisce l’esteriorizzazione e la comunitarietà, informando di sé la vita sociale, a fronte dell’individualismo e dell’introspezione propri dell’elaborazione scritta.
Anche il concetto di tempo, legato agli eventi e alla memoria, si sviluppa in regime di oralità in maniera assai diversa da quanto non accada presso le culture di tradizione scritta: il tempo nel momento in cui lo traduciamo in simboli grafici, cioè, lo trattiamo spazialmente, appare diviso in unità, mentre la parola, il suono è un evento che non si ferma o divide.

Parlano gli zingari
A titolo esemplificativo, riportiamo di seguito tre frammenti di discorso raccolti da una mediatrice culturale durante alcune conversazione con donne Rome Sinte.
Il primo dei tre frammenti di discorso è stato ascoltato nel corso di un colloquio sui riti nuziali e sul ruolo di alcuni strumenti musicali all’internodei riti in genere. Il colloquio si è svolto nell’abitazione di Suzana una Romni slava. Alla domanda: “Il tamburello presso i Rom Khorakhané lo suonano solo le donne o anche gli uomini?” ha risposto: “Lo suonanoanche gli uomini, [ride] se suonano il tamburello vuol dire che sono mezziuomini e mezze donne. E gli uomini, quando suonano il tamburello, sono più bravi delle donne, molto bravi. E mio fratello anche suona il tamburello, ed è un uomo, non è in quel modo. Ha imparato da piccolo, gli piaceva, sempre lo prendeva e suonava, e tanti sanno suonare, e non sono a metà”.
In questo discorso, l’apparente contraddizione di frasi di opposto significato el’uso evidente della paratassi sono tipici esempi di modalità di costruzione del pensiero proprie dell’oralità. Il sistema di pensiero delle culture orali non è di tipo analitico, ma tende piuttosto a concentrare su un unico piano di comunicazione elementi di tipo teorico ed esperienziali. Non c’è contraddizione tra il fatto che il tamburello lo suonino “solo le donne” ed il fatto che “lo suonano anche gli uomini”, né tra il fatto che gli uomini che lo suonano siano “mezzi uomini e mezzi donne” e che il fratello di Suzana non sia “in quel modo”. Il primo dei due termini di opposizione, in ambedue i casi, appartiene ai contesti rituali di uso dello strumento e al suo ruolo simbolico (il tamburello, in Medio Oriente e nell’area del Mediterraneo, è strumento legato alle divinità femminili, ai riti estatici femminili, alle inversioni sessuali praticate in occasioni rituali); il secondo termine, invece, appartiene alla categoria dell’esperienza diretta. I due termini, dunque, non sono in contraddizione, ma offrono un quadro completo dei diversi piani di conoscenza, parattatticamente presentati senza distinzione di livello.
Lo stesso tipo di comunicazione si ritrova in un altro discorso fatto da Suzana in altra occasione: “Io non sono Romni, i miei figli non parlano romanes. Jufus è mio fratello”.
Molto tempo dopo, sentendola parlare romanes, le venne detto: “Susanna, dopo tanti anni che ci conosciamo, finalmente ti sento parlare romanes. Perché mi hai sempre detto di non essere una Romni?”. Risposta: “Sì io non sono Romni, ti ho detto che Xevat è mio fratello”.
Il dialogo offre un esempio di comunicazione tra due modi di pensare diversi traloro: uno – quello dell’interlocutrice italiana – di tipo analitico, l’altro -quello di Suzana – fondato invece sull’esposizione dei dati dell’esperienza concreta. Il discorso di Suzana, tradotto in termini analitici e”letterati”, potrebbe diventare: “Presso la nostra cultura ledonne acquisiscono l’appartenenza al gruppo etnico del marito. Sia io che mio fratello siamo nati Rom, ma lui, che è un uomo, ha conservato la propria appartenenza all’etnia d’origine, mentre io, che sono una donna e ho sposato un albanese, sono diventata albanese”. Questo è il senso delle affermazionidi Suzana, le quali però non vengono offerte in termini di riflessioneanalitica e di categorizzazione dei rapporti di parentela e dell’appartenenza ai diversi gruppi etnici, Suzana, insomma, non spiega come funziona il sistema, astratto da una sua possibile applicazione concreta, ma mostra direttamente il caso specifico.
Da questo esempio emerge un’altra caratteristica delle culture di tradizione orale, che è quella dell’apprendimento attraverso l’osservazione e l’imitazione, piuttosto che attraverso la spiegazione astratta. Una trasmissione del sapere che, come si è detto sopra, non spiega come funziona il sistema, ma mostra il caso specifico, porta alla capacità di applicare elementi modulari di conoscenza, appresi per imitazione, alla realizzazione di nuovi oggetti, si tratti di prodotti materiali, di regole comportamentali o di discorsi. Come si apprende a costruire una pentola di rame avendo osservato e ripetuto i gesti di chi già ne costruisce; come si apprende quali siano i comportamenti sociali di una donna nel ruolo di figlia, madre, moglie, ecc.; così, si impara a costruire una narrazione, o anche a parlare una lingua.
È interessante, a questo proposito, descrivere il modo in cui i Rom tentano di insegnare il romanes ai non zingari: non spiegando casi o declinazioni, e  neanche insegnando i singoli vocaboli, ma offrendo l’esposizione di intere frasi, delle quali viene data solo la traduzione, per altro non sempre letterale, senza scomporle in singole parole: così si impara ad usarle, prima che acapirle.

La nostra astrazione, la loro concretezza
Prendiamo ora un esempio di trasformazione di un discorso tipico della cultura scritta, in una forma comprensibile a persone di cultura orale. La frase rivolta ad una giovane Sinta da un operatore sociale per spiegare cosa sono le borse lavoro: “Non sono un vero e proprio lavoro, ma percorsi di formazione finalizzat ad apprendere un mestiere e a favorire un futuro inserimento nel mondo del lavoro” è risultata, naturalmente, incomprensibile e priva di interesse: oltre alla terminologia astrusa/astratta (“percorsi di formazione finalizzati”, “inserimento nel mondo del lavoro”), i concetti stessi espressi in questa frase esigono un approccio di tipo analitico:si fa la borsa lavoro per apprendere un mestiere, la qual cosa consente di cercare un lavoro specializzato e dunque crea la possibilità concreta di essere assunti da un’azienda.
La traduzione effettuata da una mediatrice culturale dello stesso concetto inquesti termini: “Non è vero lavoro. Le ditte ti prendono per insegnarti un mestiere. Non ti pagano loro, ti paga il Comune. Così puoi dimostrare che saigià lavorare ed è più facile trovare un vero lavoro”, lo ha reso più comprensibile e interessante per la giovane Sinta, in ragione della maggiore concretezza dell’esposizione, che da un piano astratto e generale si sposta verso una maggiore concretezza, e in ragione della paratatticità degli elementi esposti.
Lo spostamento del piano del discorso nella versione tradotta, inoltre, focalizza l’attenzione sugli esiti concreti dell’apprendimento, piuttosto che sull’apprendimento stesso. Secondo Walter Ong la civiltà della scrittura richiede “una parziale demolizione del pensiero situazionale, ha bisogno di isolare l’io, intorno al quale ruota l’intero mondo delle esperienze vissute dall’individuo, e di spostare il centro di ogni situazione quel tanto che basta per permettere di porvi l’io per esaminarlo e descriverlo”. La mediazione tra pensiero fondato sulla scrittura e pensiero orale impone l’inversione di questo spostamento: “la valutazione di sé si trasforma in valutazione del gruppo (“noi”) e viene poi trattata in rapporto alle reazioni degli altri”, e, soprattutto, “il giudizio su un individuo viene dall’esterno, non dall’interno”. L’individuo non fa le cose finalizzate a sé stesse, ma proiettate verso l’esterno. Così la giovane Sinta può avere interesse per le borse lavoro non per saper fare un mestiere, ma perché le può essere utile nel rapporto con la comunità, perché il fatto che gli altri sappiano che lei sa lavorare può giovare a farla assumere. La formazione personale, l’attenzione per le proprie capacità e per il loro accrescimento esistono, al pari del giudizio di sé, solo se riflessi dagli altri, seproiettati nella comunità e da essa restituiti. Il nome stesso del popolo dei Rom del resto vuol dire semplicemente “gente”, “umanità”: è in realtà una non-definizione, che nelle sue articolazioni, si modella sulla definizione dell’altro da sé, in opposizione o per concordanza con le propriecaratteristiche: Khorakhan‚, “alla maniera del Corano”, è il nome dei Rom di religione musulmana; Dassikhan‚, “alla maniera dei Serbi”, è il nome delle stirpi di religione cristiano-ortodossa.

(in collaborazione con Nico Staiti, della cooperativa Andokampo)