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autore: Autore: Daniele Barbieri

4. Azzurra Ciani: “La famiglia deve essere un punto d’appoggio”

È stato quasi un triangolo: Azzurra Ciani infatti la incontro sul luogo del suo secondo, grande amore, l’Accademia di Belle Arti a Bologna , ma è per ragionare soprattutto del “rivale” invincibile, ovvero della passione sportiva.

“Ho 22 anni, sono di Faenza, dove ho studiato all’Istituto d’arte e poi mi sono specializzata. Il restauro è la mia passione; chissà se influenzata dal vivere in una capitale della ceramica. Una vita diversa perché ho la spina bifida, una malformazione congenita: al contrario di chi ha un incidente io sono cresciuta sapendo quel che potevo fare e ciò che mi era precluso. Conosco chi ha avuto incidenti e si trova da un giorno all’altro in una dimensione ignota: anche per questo vado volentieri a parlare nelle scuole, mi rendo disponibile a essere un punto di riferimento, a ragionare sulle tante cose che, per chi si ritrova in carrozzina, vengono negate, ma anche  a far conoscere le tante altre che si possono fare”.

Un viso e un parlare radioso; sembra ovvio che Azzurra Ciani parta riflettendo sulla gioia.
“La mia felicità, giorno per giorno, dipende dal trovare qualcosa che posso fare (e so di avere una gamma molto ampia) o che riesco a conquistare; senza piangere su quel che non mi è concesso. Su questa strada, la mia famiglia è stato un punto di appoggio; lo sottolineo perché non è scontato. Non è facile: fino alle scuole medie ero a Modigliana, 5mila abitanti, conoscevo tutti e viceversa. Ma alle superiori è stato diverso: anche da parte mia all’inizio prevaleva la paura di far vedere i miei punti di forza e quelli deboli, insomma io non parlavo di me e i miei coetanei non chiedevano; poi ho verificato che la franchezza non fa male e che la ricerca di una mediazione è sempre possibile. Da allora, dopo 7 anni cioè, mi restano due amiche grandi, con le quali è scattata la voglia reciproca di approfondire. Ma adesso riscopro anche compagne/i: ci ritroviamo diversi da quello che si era immaginato. Avevo timori arrivando in Accademia, invece è stato semplice, da subito: forse siamo più grandi, o forse questo è un ambiente più aperto, con meno paure”.

Anche se l’Accademia è un micro-cosmo più disponibile al confronto, non credi che forse sia in corso un cambiamento graduale in tutta la società?
“Di sicuro negli ultimi anni le cose vanno meglio un po’ ovunque, si parla più delle persone disabili; anche se resta molto da fare. La elezione di Pancalli a vice-presidente del Coni è importantissima, del resto lui ha aiutato già a cambiare molto. Eppure succedono ancora cose stupide e tristi. Mi domando perché una medaglia d’oro per il Coni vale 130mila euro e quella di un disabile 12mila. Vorrei che qualcuno mi spiegasse se valiamo 90 volte di meno. Ovviamente non mi interessano i 100 mila euro, ma il riconoscere chi dedica la vita a una passione e comunque porta gloria a un Paese come altri campioni dello sport. Sono tante le cose da chiarire”.

Quando hai incontrato lo sport e come sei arrivata a scegliere una disciplina particolare come il tiro a segno?
“All’inizio delle scuole medie avevo praticato il nuoto, poi atletica, barca a vela, un po’ di volo, lo sci sia di fondo che alpino, ma alla fine ho scelto il tiro a segno. Per questo parlo sempre della gamma di possibilità che comunque si ha anche stando in carrozzina. Nel ’99 ho provato il tiro, per gioco: è diventata un’attività agonistica che mi ha portato alle Paralimpiadi di Atene. Bisogna provare, sperimentare molto prima di decidere su cosa impegnarsi. Io ci ho messo due anni per arrivare in nazionale ma poi 4 anni per preparare un’olimpiade. I risultati mi hanno dato una mano, ero contenta anche se avevo raggiunto solo due dei tre obiettivi che mi ero fissata. Pensa che agli Europei ero l’unica donna (a 18 anni, il primo viaggio senza la famiglia) e tuttora mi muovo in uno sport quasi completamente maschile. Ho conquistato la ‘carta olimpica’ eppure speravo di più [lo dice sorridendo]. È accaduto che mi hanno abbassato lo schienale, perché in Italia mi avevano dato una classificazione diversa. Penso che sia bene spiegarlo per chi non è del settore: esiste una categoria con lo schienale e un’altra (per chi ha difficoltà con gli arti superiori) nella quale si può appoggiare l’arma su una molla. Io sono in quella che si chiama sh1 ma esistono poi tre sotto-categorie e mutando l’altezza dello schienale ovviamente anche in pedana cambia tutto. Sono valutazioni tecnico-mediche che fuori d’Italia possono essere diverse; e forse qualcosa va rivisto e migliorato per non trovarsi all’ultimo minuto, magari prima di un europeo come è capitato anche a me, a sentirsi dire che bisogna cambiare. Oltretutto nel tiro a segno la concentrazione è decisiva”.

Divertimento, fatica, vittoria o sconfitta, magari imbrogli: ti va di parlarne?
“Ricordo anni fa la tristezza nel sapere di medaglie olimpiche che furono tolte perché le disabilità risultarono inesistenti o molto esagerate. Non conosco casi del genere ma ogni tanto qualcosa di strano c’è nelle classificazioni. Anche nella sconfitta comunque si può essere sereni. Mi è capitata ad Atene qualcosa del genere: nelle qualificazioni feci 600 centri (record mondiale eguagliato), in vita mia era la prima volta. Ma in finale vuoi per l’emozione e vuoi per questioni tecniche non considerate, arrivo solo sesta. Primo il solito svedese vinci-tutto (4 medaglie d’oro su 4 alla sesta partecipazione olimpica). Alla fine della gara si avvicina e dice che gli dispiace; però io gli ho detto con grande serenità: ‘Hai gareggiato lealmente dunque non devi chiedermi scusa’. Comunque il suo era stato un pensiero gentile, l’ho apprezzato”.

Per alcune persone lo sport è tutto, per altre è importante ma c’è dell’altro. Tu ad esempio vorresti essere una professionista e lasciare perdere tutto il resto?
“È un discorso complesso. Intanto oggi molti atleti normo-dotati sono tesserati nelle società militari, perciò lì hanno stipendio e lavoro. Oggi per noi così non è. Io anche se volessi non me lo potrei permettere. E non so se lo vorrei… Nella mia vita oggi c’è tanto: il tiro a segno è al primo posto, poi viene l’Accademia, ma c’è anche la mia vita privata oltreché l’impegno dirigenziale e promozionale per lo sport. Se dovessi optare fra europei ed esami, penso che sceglierei i primi solo perché i secondi comunque li posso spostare; nel 2002 mi capitò un dilemma del genere con la maturità. Avevo già dato gli scritti e ho chiesto semplicemente di anticipare gli orali: l’ho spuntata a fatica. Ma se non fossero stati elastici, la medaglia di bronzo a squadre chi me la ridava più? E se non sono andata a Sidney è anche per colpa della burocrazia; un professore mi disse: ‘Quattro settimane sono troppe’. Ma quanto vale un’Olimpiade lui lo capisce?”.

Stare sotto i riflettori non è facile, specie quando si incontrano giornalisti interessati solo alle tinte forti. A te è capitato?
“È un campo minato, ho dovuto imparare a gestirmi, a sapere dove mi potevo fermare, a non farmi strumentalizzare. Ci sono giornalisti che non solo fanno domande personali dopo 5 minuti, ma addirittura chiedono di cure e terapie. E con quale presunzione poi… Ma stare sotto i riflettori è importante per gli sportivi, se sanno farne un buon uso. Penso alla manifestazione che abbiamo organizzato il 26 marzo a Faenza per informare sugli sport per disabili: l’oro olimpico Aldo Montano che è venuto per incontrare Andrea Pellegrini, campione alle Paralimpiadi. Ci sono tante persone che ci credono come Sara Simeoni, e ve ne sono invece che si muovono solo per soldi. Forse per questo amo tutti gli sport tranne il calcio: mi sembra che tolga spazio a tutto il resto, per tacere del fanatismo o della violenza”.

Ma quando vai a parlare nelle scuole incontri ogni tipo di mito, di immaginario sportivo: tutto il bene e tutto il male…
“È chiaro che il business pesa o che l’intreccio calcio-pubblicità crea confusione fra i ragazzi. Capisco che se dico ‘l’importante è partecipare’ molti possono non crederci. Per chi è disabile questo è un guaio in più: perché il calcio è forse l’unico sport che non possiamo fare. Invece ci sono tante discipline ma se ne parla poco; se non si ha una famiglia determinata o un ambiente forte intorno si resta fuori. A fatica la tv lascia un po’ di spazio anche alle Paralimpiadi ma in orari da casalinghe non da ragazzini. Sì, ci vorrebbe un’informazione più intelligente”.

7. La gara e la candela

Come può finire questo dossier? Forse con una suggestione che ci viene dalla Rete. Da tempo gira in Rete un testo che si può definire commovente. Dovere del cronista “pignolo” sarebbe risalire alla fonte, controllarne l’autenticità, datarlo e magari corredarlo di note esplicative… Come giornalista un po’ fuori dalle etichette – e talvolta fuori dai gangheri – mi prendo l’arbitrio di riproporvelo pari-pari, senza verifiche, correzioni, aggiunte. Mi pare che in ogni caso (sia cioè vero, falso o magari verosimile) abbia molto da dirci. Eccolo.

“Qualche anno fa, alle Paralimpiadi, nove atleti, tutti mentalmente o fisicamente disabili, erano pronti sulla linea di partenza dei 100 metri piani.
Allo sparo della pistola, iniziarono la gara, non tutti correndo, ma con la voglia di arrivare e vincere.
Durante la gara, uno di loro, un ragazzino, cadde sull’asfalto, fece un paio di capriole e cominciò a piangere. Gli altri otto sentirono il ragazzino che piangeva: rallentarono e guardarono indietro. Si fermarono e tornarono indietro… raggiunsero il ragazzino e una di loro, una ragazza con la sindrome di Down, si sedette accanto a lui, cominciò a baciarlo e a dire: ‘Adesso stai meglio?’. Allora tutti e nove si abbracciarono e camminarono verso la linea del traguardo.
Tutti nello stadio si alzarono, e gli applausi andarono avanti per parecchi minuti.
Persone che erano presenti raccontano ancora la storia.
Perché?
Perché dentro di noi sappiamo che la cosa importante nella vita va oltre il vincere. La cosa importante in questa vita è aiutare gli altri a vincere, anche se comporta rallentare e cambiare la nostra corsa.
Una candela non perde niente nell’accendere”.

Mi farebbe piacere ricevere i commenti (o le critiche) di chi legge questo dossier: mi trovate su pkdick@fstmail.it oppure scrivendomi in via Appia 38, 40026 Imola.
Daniele Barbieri

5. Riccardo Rutigliano: “Lo sport porta benefici psicologici, comportamentali e sociali”

Lo stereotipo del milanese (ma è di lontane origini pugliesi) viene confermato: Riccardo Rutigliano è sempre indaffarato, anche durante l’intervista lo chiamano di continuo. Non per caso l’unico modo di fare due chiacchiere con lui era raggiungerlo alla sede della Uildm (Unione italiana lotta alla distrofia muscolare).

“Per me il percorso nella disabilità inizia verso i 24 anni, ora ne ho 43. Avendo come patologia la distrofia muscolare, è stato lento il processo che mi ha portato a ricorrere all’ausilio di una carrozzina. Prima del 1986 avevo sì problemi fisici anche pesanti ma sino a quel momento non mi vedevo come un disabile. Disabili per me erano sempre gli altri: anche se io non potevo correre né fare le scale, se avevo difficoltà nel camminare però mi sentivo come un normo-dotato con qualche problemino. Nel 1986 con la prima carrozzina manuale ho capito che ero entrato nella grande famiglia della disabilità e ho iniziato, in realtà, a risolvere i miei problemi con gli ausili che si chiamano così proprio perché aiutano”.

Di fronte alle difficoltà alcune famiglie si compattano, altre entrano in crisi. La tua che reazione ha avuto?
“Mi è stata molto vicina. Mio padre, scomparso nel 1999, aveva una piccola officina, insomma non siamo mai stati né abbienti né poveri”.

Se il mondo di Rutigliano comincia a cambiare nel 1986, la svolta vera arriva 4 anni dopo.
“Sono entrato nella Uildm, dopo aver molto cercato enti, associazioni e strutture per avere un po’ di riferimenti. La Uildm, che allora neanche aveva una sede, mi è piaciuta; da lì è iniziata un’avventura che continua. L’importante per me fu trovare persone che avevano voglia di muoversi, come l’attuale presidente nazionale Alberto Fontana. Ovviamente all’inizio il mio percorso fu da utente, ma quasi subito di impegno, poi nel consiglio direttivo e ora sono vice-presidente della sezione milanese. Ho un ruolo dirigenziale nella federazione di hockey in carrozzina, facendo parte del Consiglio della FIWH (Federazione Italiana Wheelchair Hockey). A proposito, in questa occasione sono l’intervistato, ma in un altro contesto potrei giocare a ruoli rovesciati, giacché ho il pallino del giornalismo, collaboro con riviste, scrivo racconti”.

In questo cammino quando incroci lo sport?
“Una prima volta nel ’91, all’assemblea annuale dei soci Uildm: eravamo a Vibo Valentia e fra gli ospiti c’era una squadra di hockey olandese che incontrò quella di Reggio Emilia, all’epoca l’unica in Italia. Ero nel ‘gruppo giovani’ impegnato per introdurre da noi questo sport: ho cominciato a incuriosirmi, a propagandarlo, a innamorarmene. Per due anni il mio interesse è stato da suggeritore, poi nel ’93 insieme ad altri 4 pionieri ho fondato la squadra milanese: nel decennale abbiamo fatto un cd per ricordare questa esperienza. Pensa, per 5 anni a Milano ci furono ben due squadre e nel ’98 si incontrarono nella finale del campionato che oggi è a 13 squadre; nella prima edizione della Coppa Italia – o meglio della coppa Uildm-FIWH – si è arrivati a quota 14. La maggior parte sono nel nord”.

Il profano pensa che l’hockey sia comunque un luogo di grande agone, se non addirittura di “mazzate” e, nel vostro caso, di carrozzine che si scontrano… È davvero così?
“C’è agonismo nell’hockey classico e anche nel nostro modo di farlo. Infatti il nostro impegno è grande, di tipo professionistico quasi; ovviamente nel senso del tempo pieno non dei soldi. Bisogna tener presente che è l’unico sport di squadra per chi ha la distrofia. In un certo senso era ‘l’uovo di Colombo’ per consentire a chi ha poca forza fisica di fare sport. Si gioca con una mazza di plastica ultra-leggera, per chi ha una residua forza fisica nelle braccia; mentre per chi non riesce a sollevare neppure le braccia (sono le conseguenze della distrofia di Duchenne e delle altre forme più gravi) c’è uno stick, un attrezzo di plexiglas, con una forma a croce, che si applica ai pedali per colpire e indirizzare la pallina. Il gioco è un ibrido che si basa sulle regole dell’hockey su pista ma anche del basket (le misure del campo ad esempio). Rispetto ad altri tipi di hockey abbiamo cercato regole più adatte: ad esempio la pallina non può alzarsi sopra i 20 centimetri, perché sarebbe difficile intercettarla; se accade, l’arbitro fischia e si ricomincia. Che le carrozzine cozzino, forse un po’ più del lecito, ci ha portato a ragionare sui metodi di arbitraggio e sul limite di velocità che da noi è fissato in 10 km all’ora (all’estero invece non esiste). Abbiamo comunque protezioni: parastinchi ovviamente, ma anche barriere laterali sulle carrozzine che abbiamo introdotto quando ci siamo resi conto che entrando con lo stick sulle ruote si poteva, senza volere, provocare la caduta dell’avversario. Forse qualche piccolo pericolo resta”.

A proposito di pericoli o danni. È forte l’idea che lo sport dei disabili debba essere solo terapeutico o riabilitativo; ma questo esclude o mette in secondo piano il piacere. So che entriamo in una discussione complessa e che forse non si concluderà, ma il tuo parere qual è?
“Abbiamo patologie con il 100% di invalidità, complicazioni polmonari e circolatorie: dunque per noi non esiste uno sport in chiave riabilitativa. Ciò chiarito, lo sport ci porta benefici: psicologici, comportamentali, sociali che sono, a mio avviso, importanti come quelli fisici. Fosse solo l’uscire di casa per allenarsi, spostarsi, conoscere altre persone con gli stessi problemi e in questo caso con la stessa passione. A me lo sport piace tutto. Forse perché è lo spettacolo più accattivante per chi, come me, da ragazzo ha passato molto tempo in casa; forse perché è un po’ metafora della vita ed è facile identificarsi anche per chi ha difficoltà. Si sa che nelle vittorie della propria squadra e del proprio campione si cerca anche una rivincita personale”.

Nella tua vita e magari nella tua testa cosa è cambiato da quando giochi a hockey?
“Ho potuto fare qualcosa che ritenevo impossibile. Da ragazzino giocavo un po’ a pallone ma già correvo male. Ancora non era accertata la mia patologia, con il calvario di una diagnosi definitiva, perché negli anni ’70-inizio ’80 la diagnostica era approssimativa: non c’era Telethon, la ricerca era indietro, poco si sapeva… Avendo l’impossibilità di usare le gambe e scarsissima forza nelle braccia non avrei immaginato di poter fare sport. E invece scopro l’hockey. Ancor prima che ci fosse un campionato, mi bastava fare una partita e già la voglia di vincere, il gioco di squadra, reagire alle sconfitte, insomma tutte le dinamiche tipiche, eccole: arrivano anche per me, per noi. Sino ad allora erano sensazioni viste, cioè mediate, dalla tv; così scoprivo che potevo viverle. Un grande e positivo sconvolgimento”.

Chi lo pratica ma anche chi vede una partita parla di un gioco altamente coinvolgente; ma fuori dall’ambiente Uildm quanti conoscono il vostro sport? Come funziona da un punto di vista tecnico? E per voi che fatica comporta?
“Le persone estranee cominciano solo ora ad accorgersene. In effetti se dici sport per disabili pensi subito al basket in carrozzina. Però noi abbiamo inventato un gioco molto valido: la tecnica in ogni sport conta, diventa spettacolo. Nella nostra squadra, il Dream Team (per inciso tre scudetti, l’ultimo nel 2004, quest’anno solo terzi) ci alleniamo una volta alla settimana per due ore nella palestra di una scuola; le partite in casa sono il sabato nel palazzetto di via Iseo, a canone gratuito. In campo vanno 5 giocatori, compreso il portiere: altri 5 in panchina, con cambi liberi. Una regola importante che abbiamo introdotto di recente anche in campo internazionale è che possono giocare al massimo in tre con la classica mazza e gli altri due devono avere lo stick: il senso è evidente, favorire la presenza di chi ha patologie più gravi. Due frazioni di 20 minuti ma come nel basket si calcola il tempo reale”.

Come trovate i giocatori  e le giocatrici? E come vi siete organizzati?
“La prima base di reclutamento è stata la Uildm, poi si è un po’ allargata. È nata una struttura per organizzare il campionato, nel 2002 si è costituita la federazione. In effetti non è un gioco solo maschile: fra le giocatrici molte sono in porta, è curioso… forse la calma è dote più femminile. La Skorpions Varese, neo-campione d’Italia, ha una portiera che è stata convocata in nazionale. Il primo campionato è del ‘96, ero io il presidente della Lega, già nel ‘97 nasce la nazionale con buoni risultati: quinta al primo mondiale (ufficioso) su 10 squadre. Solo nel 2002 le nazionali che hanno i campionati più antichi si accordano per regolarizzare le competizioni internazionali. Vogliamo arrivare allo status paralimpico: sembrava facile, pensavamo di essere pronti per il 2012 ma forse non ce la faremo a raggiungere i parametri indispensabili”.

In un quadro molto positivo si incontrano anche ombre, aspetti negativi?
“Abbiamo dovuto batterci contro il modo distorto nel quale a volte alcuni familiari vivono questo sport per i loro cari: invece di essere semplici tifosi diventano ultras, con atteggiamenti negativi anche perché fanno diventare vittime i ragazzi. Negli ultimi anni il fenomeno si è marginalizzato, ma certo quando in passato alcuni genitori sono venuti quasi alle mani è stato ben triste. Direi che invece fra i giocatori domina il clima di amicizia e sportività. Un aspetto problematico resta l’accesso alla pratica sportiva: il gioco era stato inventato per persone con la distrofia ma nel corso degli anni fu permesso ad altre con patologie diverse di praticarlo; ma è sempre difficile trovare un equilibrio con chi ha molta forza fisica in più. Un paraplegico resta con diciamo forza 10 tutta la vita, una persona distrofica oggi ha forza 9 e domani 5. Se lo scopo è far giocare tutti, bisogna tenerne conto e per questo, tre anni fa, abbiamo introdotto punteggi: ogni giocatore ha tot punti rispetto a forza e mobilità, la squadra può arrivare solo fino a una certa somma. Resta la necessità di verificare le condizioni, che cambiano nel corso del tempo, di ogni giocatore. Altra ombra è che abbiamo pochi tifosi… ma, come dicevo prima, si può coinvolgere altra gente perché rispetto alle prime esibizioni e mutando anche le regole il nostro hockey è molto cresciuto in spettacolarità. Infine resta la necessità di accordi a livello internazionale per evitare che in Olanda ad esempio si usino altri parametri: effettivamente non è facile calcolare un punteggio che tenga conto anche della variabilità della forza fisica”.

Per il movimento sportivo in generale, la vice-presidenza del Coni a Luca Pancalli non è una rivoluzione da poco… Secondo te cosa accadrà?
“Sì, è un cambiamento importante: ancora 5 anni fa era impensabile. La Fisd da semplice federazione che aderiva si è trasformata in struttura olimpica, diventando C.I.P. (Comitato Italiano Paralimpico); non siamo più figliastri ma abbiamo stessa dignità. Passando dal generale al particolare, Pancalli ha mostrato grande attenzione verso la nostra federazione e ci ha sempre sostenuti. Penso che il vento del cambiamento prenderà  a soffiare molto forte”.

6. Melissa Milani: “L’insegnante di educazione fisica non deve lasciare i ragazzi disabili esonerati in partenza”

“Sono 27 anni che incrocio sport e disabilità” è l’esordio di Melissa Milani che, fra l’altro (ma questo dimenticherà di dirlo durante l’intervista, forse per un eccesso di modestia) alle Paralimpiadi di Barcellona del 1992 come allenatrice portò all’oro la nazionale italiana maschile di torball, una sorta di pallamano per non vedenti.
“Già a 15 anni, ancora studentessa, ero arbitro volontario di torball”. Una scelta nata dall’amicizia con due ragazzi non vedenti e che poi porta Melissa Milani a un percorso coerente di studi: l’Isef con l’obiettivo di coniugare sport e impegno. “Sentivo il disagio di ragazze e ragazzi non vedenti che all’epoca gli insegnanti di educazione fisica quasi sempre lasciavano soli, spesso esonerati in partenza e comunque ignorati. Mi veniva una rabbia… che mi è rimasta: allora il mio era un arrabbiarmi istintivo, oggi è più razionale. Però è diventato davvero il mio obiettivo di vita professionale: secondo me l’esonero da educazione fisica, la negazione dello sport, non deve esistere per nessuno. Si tratta di trovare il modo giusto: chi ha le gambe bloccate può usare le braccia, altre persone possono fare gli arbitri, e così via; basta cercare davvero la soluzione e quasi sempre la si trova”.
Melissa Milani entra nella scuola come docente di educazione fisica. “Per la verità come insegnante non ho incontrato tante persone disabili ma quelle poche ho cercato di non lasciarle in disparte. Ricordo una ragazza Down che faceva tutto pur nei suoi tempi e modi, un’altra con seri problemi cognitivi e relazionali, un ragazzo con la spina bifida. Solo tre dunque ma nel  mio tempo libero continuavo, all’Istituto per ciechi Cavazza di Bologna, corsi professionali dove non mancavano le attività in palestra”.
Così verso il 1985 si inizia a praticare il nuoto sub per non vedenti, ma anche calcio, pattinaggio a rotelle con indirizzo artistico. “Si cercava di realizzare tutto… Un ragazzo mi disse che voleva toccare il fondo del mare, gli ho detto sì e lo abbiamo fatto insieme, vincendo anche le mie paure… Lo ricordo ancora, era febbraio, con un freddo polare. Però la sua emozione è diventata anche la mia”.
L’osservatorio di Melissa Milani è fondamentale per ragionare sui cambiamenti sociali degli ultimi anni. Perché 27 anni fa in Italia ancora in molte famiglie la disabilità era un tabù se non una vergogna, ed era palese che intorno i sentimenti dominanti fossero disinteresse e ignoranza, talvolta ostilità o rifiuto.
“Sono davvero tantissimi i mutamenti positivi degli ultimi 20 anni anche se alcune famiglie tuttora oscillano fra vergogna e iper-protezione. Intendiamoci, oggi nella scuola vedo che talvolta bambini e ragazzi normo-dotati sono paradossalmente ancora più protetti dei disabili perché i genitori sono in preda a un’ansia esagerata, con il rischio di rendere i loro figli incapaci d’affrontare ogni piccolo ostacolo. Se guardo indietro, sì i cambiamenti positivi sono molti: 20-25 anni fa quando uscivo con ragazzi disabili ero guardata come un ufo. Quante volte mi sono sentita rivolgere frasi assurde del tipo ‘Chi te lo fa fare di uscire con loro?’. Ma voglio anche parlare da insegnante, di soddisfazioni professionali. Ho avuto una classe con 19 normo-dotati e un ragazzo con deficit: facevo una grande fatica a far lavorare i 19 ma era gratificante vedere come il 20° faceva ogni sforzo per superare gli ostacoli e ci riusciva”.

Nel sostegno scolastico Melissa Milani ha una storia da raccontare: “Ho portato una ragazza che mai prima aveva fatto sci ai giochi nazionali. È stata una soddisfazione immensa, anche perché la famiglia aveva smesso di aver fiducia in lei ma si è ricreduta: a volte basta un input per sbloccare le situazioni e magari un po’ di fortuna. Poi bisogna sempre chiedere, tentare: cioè si sa che ci sono ostacoli e barriere culturali però a me capita di proporre iniziative insolite o fuori dal previsto e di incontrare chi dice ‘Perché no?’. Altri non ci provano affatto”.
Perché altri non chiedono, non tentano? Ignoranza, paura, l’ossessione di essere conformisti… o cosa?
Si ferma un po’ a riflettere Melissa Milani e poi: “Direi soprattutto per la paura del non conosciuto. Nell’ambiente, nel nostro movimento il passaggio di informazioni, soprattutto di quelle positive, è troppo scarso: forse è questo il problema maggiore, ci servirebbe uno storico che raccontasse tutto”.
Se pure si sono fatti passi avanti, questa società non resta intimorita – forse anche ossessionata, se dobbiamo credere alla ideologia degli spot – dalla paura dei corpi imperfetti? La mania della bellezza e della salute non rischia di tradursi in atteggiamenti razzisti verso chiunque non sia del tutto conforme ai canoni dominanti?
Stavolta la risposta di Melissa Milani è fulminea: “Sì, non ho dubbi. Molto di recente, il 28 maggio, mi ha colpito qualcosa che voglio raccontare. C’era una dimostrazione di palla a volo seduta, uno sport che in Italia non si pratica. Era invitata la nazionale bosniaca che si incontrava con ragazze normo-dotate per l’occasione fatte sedere. Questa squadra, campionessa olimpica ad Atene 2004, era gemellata in pratica con tutta Europa, salvo tre nazioni, Italia, Francia, Spagna e allora ho pensato: forse non è un caso che queste siano le tre nazioni con il culto più forte dell’estetica. Secondo me il sit-in volley è una disciplina bellissima ma in tanti mi rispondono di no che è meglio giocare con le protesi, così la bellezza del corpo non viene alterata…. So di una università dove progettano una carrozzina volley per paraplegici. Per molti l’amputazione non si deve mostrare: siamo colpiti più da ciò che manca, e non vediamo quel che c’è”.
Un’esperienza lunga 27 anni ovviamente è difficile da riassumere in due o tre indicazioni-chiave o in proposte per il futuro. Ma tentare si può, insomma la domanda è d’obbligo.
“Il grande disagio è nel sentirsi trattare diversamente. Io credo che bisogna cercare la strada per avere lo stesso criterio con tutte-tutti: sì i percorsi possono essere differenti ma nessuno deve avere un trattamento privilegiato o al contrario di sfiducia. Grazie alle mie esperienze, ma ancor più alle mie amicizie, ho imparato ad ascoltare il non detto, cercando di non fermarmi alle apparenze, di leggere anche i toni di voce, di capire perché alcune frasi vengono dette in fretta e altre troppo prolungate… Per me è stata una fortuna avere avuto questo incontro da giovane, quando si è una specie di spugna, cioè capace di assorbire molto più che nell’età adulta. Cerco di portare questo a scuola e poi nelle tante altre cose che faccio…”.
Attività che – chiedo a Melissa Milani – di ricordare.
“Sono stata nominata a gennaio vice presidente regionale del Comitato paralimpico. Sono anche in una équipe del provveditorato che promuove le attività dei disabili e stiamo cercando di allargarci a livello regionale. Alla facoltà di Scienze motorie da tempo insegno Attività sportive adattate; quella che una volta si chiamava ‘ginnastica per minorati’ e che oggi si articola in ‘preventiva adattata’ e in ‘sportiva’. Quando io feci l’Isef era ancora materia facoltativa mentre oggi è giustamente obbligatoria. In generale mi occupo di riabilitazione, ma anche di informare sulle tante attività sportive possibili. Ne abbiamo anche inventate, il baseball per non vedenti ad esempio. Ora esiste un campionato italiano, mentre a livello internazionale (ma con  regole un po’ diverse) si gioca anche in America latina. Il lavoro decisivo resta formare un personale sportivo con competenze vere. Molto c’è già: anche se non emergono le tantissime realtà, le piccole società sconosciute, e questo significa che soprattutto le famiglie vengono private di informazioni precise. Molto però manca: le persone disabili chiedono di avere strutture sportive ma spesso le società sportive non sono pronte ad accogliere queste richieste. Ci sono buone notizie anche recentissime: qui a Casalecchio fra poco partirà il primo gruppo sportivo scolastico per disabili, in collaborazione con il C.I.P. e con la facoltà di Scienze motorie. Ma abbiamo bisogno di professionalità, il volontariato non basta. Lo continuiamo a ripetere, ma il problema in gran parte è sempre quello: più che le barriere architettoniche (meno di un tempo ma resistono) pesano quelle culturali”.