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autore: Autore: Flavio Gerolla

5. “Non ho parole…”

di Flavio Gerolla

I medici e gli infermieri raramente sono in grado di informare adeguatamentge i genitori; si sbaglia il modo di dirlo, il momento scelto, il posto: questo è quanto emerge dalle testimonianze di tre madri che hanno vissuto questo momento. Da parte loro i medici denunciano un certo clima culturale che rende le cose ancora più difficili.

“Quella domenica, a poche ore dal parto, mentre chiacchieravamo, vediamo avvicinarsi due pediatre dell’ospedale che iniziano a visitare il bambino; chiediamo se tutto va bene e a questa domanda una delle pediatre si gira verso di noi dicendo: “Non vi siete accorti che vostro figlio è mongoloide?’.
“Una volta che la pediatra ci ha informati dei suoi sospetti – dice F. – per dieci lunghi giorni abbiamo aspettato il risultato definitivo della diagnosi dato dalla mappa cromosomica, il cariotipo; alla fine la stessa dottoressa venne a trovarci e ci disse: ‘Avete visto, avevo ragione, il bambino è affetto da sindrome di Down, non per vantarmi ma su queste cose mi sbaglio poche volte’.”
Per fortuna non a tutte le famiglie capita di venire informate in questo modo sullo stato di salute del proprio figlio; ma, la mancanza di tatto, non si limita a questo; quando viene il momento di spiegare meglio cosa sia avere un figlio Down i medici utilizzano vecchi testi raffiguranti immagini di bambini mongoloidi gravi e descrivono le loro caratteristiche con estrema freddezza. “Quando non conosci un problema – continua a raccontare F. – tutto ciò che ti viene detto da persone che ritieni per di più capaci, ti pesano, ti distruggono e non le metti in dubbio; ora invece che è passato del tempo e ne sappiamo di più, possiamo dire che questi bambini hanno delle potenzialità che possono essere utilizzate”.

L’informazione nei sotterranei dell’ospedale
Altre volte l’informazione non viene neppure data subito, ma con una scusa si cerca di rinviarla perché non si sa come darla. È quanto è capitato ad A.: “Quando è nato me l’hanno messo sulla pancia…aveva un viso molto schiacciato; a me e a mio marito sono venuti dei sospetti che non sapevamo però chiarirci”. Poco dopo l’ostetrica chiama in disparte il marito a cui comunicano che il neonato deve essere ricoverato in neonatologia per via di una spalla “un po’ piegata”. “Mi hanno fatto capire che era meglio trasferire il bambino subito, forse avevano paura che io capissi”. Il giorno dopo, nonostante le richieste, i genitori non riescono ad avere altre notizie. Così il marito va nella clinica dove è ricoverato il bambino per sapere come sta. Solo a questo punto conosce la verità: suo figlio ha la sindrome di Down. Intanto alla madre i medici comunicano che il figlio non ha niente alla spalla e che sta bene, ma che deve rimanere sotto osservazione. Lei non resiste all’attesa e decide di andare di persona in neonatologia: “Mi ha accompagnato un’ infermiera- ricorda A. – che attraverso dei sotterranei mi ha portato alla clinica del bambino. Là sotto, l’infermiera mi ha informata sullo stato di mio figlio. Mi ricordo in particolar modo una sua frase: ‘L’amniocentesi dovrebbe essere obbligatoria per evitare che capitino cose come queste’.”
“Guardavo quel bambino – continua a ricordare A. – e mi domandava se era proprio mio; all’inizio non pensavo che mi sarei affezionata, ma poi col tempo..”
Ad L. invece la notizia viene data quasi subito al marito in termini abbastanza precisi con il consiglio di dirlo alla moglie solo successivamente per non causarle uno shock che avrebbe compromesso l’allattamento. “L’informazione è stata poca – racconta L. – i nostri dubbi non venivano chiariti; poi i medici ti parlavano sempre con una nota di dispiacere, come una cosa senza speranza, un evento luttuoso e basta. E’ stato solo con l’aiuto di un altra famiglia che aveva vissuto un’esperienza come la nostra che siamo riusciti a reagire”.
In queste brevi testimonianze sono raccolti tutti gli elementi che compongono questa delicata questione: un personale sanitario (sia medico che infermieristico) molte volte impreparato a gestire situazioni come queste e che non sa scegliere il momento e il modo giusto per comunicare con i genitori, né tantomeno il posto adatto; l’importanza per le famiglie di venire informate correttamente e di entrare in contatto con persone che hanno già vissuto questi momenti drammatici.
Le storie riportate si riferiscono a bambini con sindrome di Down ma lo stesso discorso è valido per qualsiasi tipo di malformazione, da quelle più gravi a quelle che possono essere risolte con un semplice intervento chirurgico; anche in questi casi un’inadeguata prima informazione può portare seri danni psicologici ai genitori, rendendo più difficile l’accettazione del proprio figlio.

Il punto di vista del medico
Visto dall’altra parte il problema assume connotati naturalmente diversi; i medici, anche quelli più disponibili ad affrontare la cosa, sono in difficoltà nel comunicare una notizia come questa, perché si ha la consapevolezza che in ogni modo “si sta dando una botta” alla coppia di genitori. È un momento sgradevole ed è frequente il caso che il ginecologo, che ha seguito la donna per tutto il periodo, non si faccia più vivo per motivi d’imbarazzo.
A complicare il quadro interviene anche un altro fattore, di cui si è già accennato sopra: la categoria medica è tradizionalmente portata a considerare principalmente il problema sanitario, scaricando, come qualcosa che a loro non compete, gli aspetti psicologici che riguardano, in questo caso, la coppia di genitori.
“Negli ultimi 10 – 20 anni – afferma Guido Cocchi neonatologo all’ospedale S. Orsola di Bologna – sono cambiate molte cose; una volta si dava l’impressione ai genitori che questo avvenimento fosse solo una disgrazia, non dando alcun accenno di speranza. C’era anche il tentativo di “scaricare” la cosa sui genitori. Oggi il nostro orientamento è quello di dare una completa informazione, compresa quella sulle potenzialità e le possibilità di recupero”.
Il professor Cocchi rileva un atteggiamento comune dei genitori che si verifica in questi casi: “Anche i genitori tendono a scaricare l'”arrabbiatura” con dei ragionamenti del tipo: ‘Ma come, per nove mesi mi hanno detto che tutto andava bene e adesso…’; c’è la convinzione che se si fanno tutte le analisi e se queste vanno bene allora il bambino sarà sicuramente sano, ma questa sicurezza non esiste”.
Se da una parte i progressi della medicina non possono prevedere tutti i casi di malformazione nei neonati, esiste anche un problema di controlli che spesso non sono adeguati.
“È essenziale una corretta diagnosi prenatale – dichiara Luciano Bovicelli, fisiopatologo prenatale dell’ospedale S. Orsola – per averle occorre un personale altamente specializzato, mentre il livello professionale degli ecografisti è molto modesto; soprattutto quelli privati che molte volte non sono aggiornati e non hanno la stessa pratica dei loro colleghi che lavorano nei servizi pubblici”.

Il solito problema dei costi
Sia la prevenzione (basti pensare che in Italia il 5% deineonati ha delle malformazioni) che un atteggiamento medico più moderno e attento alla persona nella sua globalità (ovvero una diversa formazione) si scontrano con un altro problema, quello dei costi.
La prevenzione costa (anche se nel periodo medio-lungo si rivela fonte di un enorme risparmio di risorse), la formazione dei medici anche. Quando si parla del problema della prima informazione con i medici ci si scontra sempre con un problema strutturale: la situazione dell’ospedale, in perenne carenza di organici e di altre risorse. Allora sembra affiorare un discorso anche se non detto in termini espliciti: “Non è possibile essere attenti a tutto, il problema della prima informazione è una cosa interessante e importante ma ce ne sono altri mille a cui noi medici dobbiamo far fronte”. Certamente nei periodi di crisi economica e di tagli alla spesa pubblica (e sanitaria) questi discorsi non possono che venire avvalorati.

5. L’Italia che coopera

a cura di Flavio Gerolla

La situazione della cooperazione internazionale in Italia. Le difficoltà delle ong di fronte ai tagli di bilancio operati negli ultimi anni. Le nuove prospettive offerte dall’Europa. Intervista a Raffaele K. Salinari, presidente COCIS.

L’Italia che coopera
L’Italia e la cooperazione internazionale con i paesi in via di sviluppo: può farmi una breve storia degli ultimi anni?
 Il nostro paese si è impegnato organicamente all’interno delle dinamiche Nord-Sud in tempi relativamente recenti. Sino a pochi anni fa infatti gli unici soggetti attivi in questo campo, in particolare sui temi dell’aiuto allo sviluppo, erano le associazioni di volontariato internazionale, le cosiddette Ong (Organizzazioni non governative) ed il mondo missionario. La prima normativa nazionale in questo senso è degli anni ’70, periodo nel quale il nostro paese”scopre ” il suo ruolo di potenza economica internazionale e decide di dedicare una parte di risorse all’aiuto pubblico allo sviluppo (Aps). Nasce cosi il Dipartimento per la cooperazione allo sviluppo, una struttura specializzata all’interno del Ministero Affari Esteri, che gestisce qualche miliardo di lire attraverso progetti in gestione diretta ed al contempo supporta i programmi di sviluppo delle Ong. La vera accelerazione si ha con la legge che istituisce il cosiddetto Fai (Fondo di aiuto italiano), che nel ’85 stanzia ben 1900 miliardi di lire contro la fame nel mondo, sull’onda emotiva delle immagini della carestia nel Corno d’Africa. Al Fai, fonte di sprechi e di imbrogli ancora nel mirino della magistratura, segue la prima normativa organica in questo senso, lalegge 49 dell’1987, che trasforma il Dipartimento in una vera e propria Direzione Generale ed istituisce una unità di tecnici specializzati per valutare, ed in parte gestire, un ventaglio di interventi che allora beneficiavano di circa 5000 miliardi l’anno, una percentuale del 3-4-% sul PIL. La legge n. 49/’87 valorizza anche il ruolo delle Ong ed è ad oggi la legge di riferimento. Purtroppo il boom di finanziamenti degli anni ’80 e ’90 ha continuato negli sprechi e nella non programmazione razionale dell’aiuto, tranne che per il comparto Ong, con un danno di immagine all’idea stessa di solidarietà internazionale ed il progressivo depauperarsi delle risorse dedicate a questo campo, arrivando ad una dotazione di fondi destinanti a queste attività che oggi pongono il nostro paese ai posti più bassi tra i donatori,con una percentuale sul PIL dello 0,2%. Bisogna però aggiungere, percorrettezza di informazione, che in questa ultima finanziaria, il Governo hamarcato una decisa inversione di tendenza, riportando in alto la quota del PIL dedicato all’Aps, innestando al contempo la marcia verso una vera riforma organica di tutti gli strumenti per fare cooperazione allo sviluppo. In ultimo bisogna sottolineare come il nostro paese abbia recentemente preso coscienza della sua posizione mediterranea, e come lo spettro una volta esageratamente ampio, quasi a pioggia, dei nostri interventi si sia focalizzato sulmediterraneo e sulle parti più povere dell’Africa, con una impostazione che le nostre Ong condividono.

La situazione oggi: che percentuale del suo PIL l’Italia dedica a questo settore e confrontandolo con gli altri Paesi europei che considerazionisi possono fare?
Come dicevo l’Italia ha attraversato periodi di grande impegno verso le attività di cooperazione, basti pensare che negli anni ’80 e parte dei ’90 per molti paesi africani eravamo il primo donatore, e periodi di depressione assoluta , come è avvenuto con il progressivo abbassamento della quota pubblica tra il ’94 ed il ’98, ove siamo decisamente scomparsi dalla scena mondiale. Bisogna però dire che questo quadro è in parte comune a tutti i paesi industrializzati aderenti all’OCSE, che hanno progressivamente diminuito la loro quota di Aps per favorire gli investimenti privati. In Italia questa diminuzione è stata drammatica perché è servita anche come risanamento dei conti pubblici e coma azzeramento di una serie di malefatte. La cosiddetta malacooperazione, che tanto aveva influito negativamente anche sulla scelta politica di tagliare i fondi. Di questa situazione spesso hanno fatto le spese anche le Ong, che sisono sempre battute perché il nostro paese rispettasse gli impegni presi insede internazionale, e dedicasse fondi significativi alle attività che permettono, tra l’altro, la progressiva e pacifica stabilizzazione di aree geografiche a rischio come quella del Mediterraneo. Dagli ultimi dati sembra quindi che il punto più basso sia stato superato, anche per le pressioni delle Ong, e spero quindi che in futuro l’Italia torni ad essere un paese autorevole anche in questo campo.

Quali sono i principali problemi che incontrano le Ong italiane?
Le Ong italiane hanno attraversato negli ultimi anni dei momenti drammatici. Bisogna pensare che il nostro ruolo è quello di lavorare insieme alle popolazioni del Sud del mondo, con programmi concreti di sviluppo, siano essi di tipo educativo od infrastrutturale, sanitario od agricolo. Tutto ciò implica una programmazione pluriennale, e quindi il progressivo inaridiment odelle risorse, aggravato da una macchina burocratica bloccata dalle vicende giudiziarie, ci ha messo in situazioni gravissime, spesso nella impossibilità di proseguire i nostri programmi, con le conseguenze che potete immaginare. Bisogna però dire che in questi anni, sugli oltre trecento progetti gestiti dalle Ong aderenti alla nostra federazione, solo pochissimi sono stati sospesi dato che la reattività delle Ong ha fatto si che si potessero reperire altre risorse, di origine comunitaria o internazionale, tamponando egregiamente l’afasia del nostro Ministero. Oggi la situazione è decisamente migliore, perché si sono ascoltate le nostre richieste che vertevano su di una semplificazione burocratica delle procedure interne la Farnesina e perché si è ristabilito un clima positivo all’interno del mondo politico in ordine a questi temi. Certo ultimamente le Ong hanno dovuto ancora alzare la voce perché nella morsa del risanamento dei conti pubblici erano caduti anche gli interventi adono per i Pvs (Paesi in Via di Sviluppo), ma una battaglia condotta a livello della presidenza del consiglio ha svincolato i nostri progetti da logiche ragionieristiche che non si potevano certo applicare a questo caso. Oggi le Ong chiedono una burocrazia meno vessatoria ed un reale rapporto di partenariato con le istituzioni, meno fondi pubblici ma più sgravi fiscali, per ristabilire anche attraverso questo strumenti un rapporto di partecipazione dei cittadini aitemi della solidarietà internazionale. Come dicevo mi sembra si stia andandonel verso giusto.

A livello legislativo, esiste un progetto di legge, che elementi nuovi introduce?
La legge n. 49/’87 è nata durante il periodo finale della guerra fredda. Essa risente ancora della divisione del mondo in blocchi contrapposti e del ruolo decisamente subalterno del nostro paese all’interno di queste logiche. Nonfosse altro che per questi motivi di fondo è necessario cambiare il quadro di riferimento complessivo e quindi bene hanno fatto il Parlamento ed il Governo amettere in cantiere una riforma organica della legge.
E’ decisamente positivo anche che quasi tutte le forze politiche abbiano presentato loro proposte di legge e che anche il Governo, facendo fede agli impegni presi nel suo programma elettorale, ne abbia predisposta una. Questo significa che almeno una parte del mondo politico ha ripreso a cuore questaparte della nostra politica estera, e che le continue sollecitazioni delle Ong per una nuova normativa hanno rotto il muro della indifferenza. Attualmente la riforma è in discussione al Senato, sulla base di un testo concordato tra leforze politiche che avevano presentato le loro proposte. E’ presto per dire quando avremo il varo della riforma e come sarà, dato che il cammino è lungo esi intreccia con ben altri problemi parlamentari, ma l’avvio è dato e quindi daparte nostra siamo fiduciosi. Devo anche dire però, per non essere tacciato di ingenuità politica, che le Ong insieme al sindacato ed al mondo missionario, hanno promosso un Osservatorio sul cammino della riforma, che segue l’iter dellastessa ed al contempo organizza momenti di riflessione, anche di lobby politica sugli aspetti che ci sembrano più rilevanti. La partita quindi non è solo nelle mani del mondo politico.

Con la costituzione progressiva dell’Europa che cambiamenti ci sarannoin questo settore?
L’orizzonte europeo è oggi la principale fonte di impegno per le Ong aderenti alla nostra federazione ma, più in generale, per tutte le Ong italiane. La centralità della costruzione di una cittadinanza europea anche attraverso la nascita di una politica estera comune ispirata ai principi della democrazia economica, sociale e politica per tutti i popoli della terra, rappresenta infatti il nostro obiettivo politico più alto. In particolare con lo spostamento di gradi di sovranità da Roma a Bruxelles, anche le Ong si sonoattrezzate in questo senso , costituendo network europei con la intenzione diesercitare le giuste azioni politiche in sede comunitaria. La nostra federazione ad esempio ha recentemente aperto un ufficio a Bruxelles ed è entrata a far parte del network Solidar, che raggruppa una serie di associazioni europeeimpegnate sul tema dei diritti dei lavoratori in tutto il mondo, un temacentrale nella battaglia per modificare il modello di sviluppo liberista. L’Europa è anche attualmente la maggior fonte di fondi per realizzare i nostri progetti e quindi, anche da questo punto di vista, diventa più europea anche la nostra maniera di fare progetti nei Pvs costruendoli insieme ad altre Ong europee, o pianificando una campagna di educazione allo sviluppo con altri partners europei, per magnificare a questa scala il nostro impegno.
L’ultima implicazione riguarda il ruolo che le Ong italiane vogliono esercitare sul governo perché l’Italia partecipi più attivamente alla determinazione delle politiche in sede comunitaria, costruire cioè una Italia più consapevole del suo ruolo europeo. In questo senso chiediamo sempre più ai nostri politici di essere coerenti con questa necessità e di riorientare anche gli indirizzi della nostra cooperazione allo sviluppo in senso europeo.

E’ possibile fare un discorso a parte, in base alla sua esperienza, pergli interventi delle Ong a favore dei disabili nei paesi in via di sviluppi? Sesi in che termini?
Le Ong hanno in questi anni acquisito una grande esperienza in programmi in favore dei disabili, in particolare in quelle zone di guerra che vedono un numero altissimo di traumi post bellici, basti pensare al problema delle mine.
In specifico le Ong hanno da tempo perfezionato quello che si chiama la Cbr, cioè la Community Based Reabilitation, che consente un coinvolgimento delle famiglie e delle strutture sanitarie di base nella cura dei disabili. E’ un campo vasto ma anche delicato, che combatte contro la reticenza di mostrare certi tipi di disabilità. Resta il nostro impegno in questo senso e la esperienza originale accumulata ad esempio in Palestina, in Angola o, più recentemente, nella ex Jugoslavia.

Per un educatore italiano, un operatore sociale che voglia intraprendere questa esperienza di lavoro, che cosa deve fare? Cosa deve conoscere, a chi deve rivolgersi?
Esistono in Italia tre federazioni di Ong che possono orientare la domanda degli operatori verso le Ong che si occupano di questi problemi. Si tratta poi di entrare in contatto diretto con la Ong ed iniziare un percorso formativo ad hoc che ogni organizzazione gestisce per suo conto, tenendo in specifico alla situazione del paese nel quale si opera.

7. Una risorsa per la scuola e per le famiglie

a cura di Flavio Gerolla

La FADIS (Federazione Associazioni di Docenti per l’Integrazione Scolastica) è un organismo che raccoglie nove associazioni dislocate sul territorio nazionale; abbiamo rivolto alcune domande a Nicola Quirico che ne è il presidente, sulle difficoltà e le prospettive di lavoro dell’insegnante di sostegno.

Cominciamo con dei dati, quanto sono gli insegnanti di sostegno oggi in Italia?
Secondo i dati forniti dal Ministero della Pubblica Istruzione i docenti di sostegno in servizio nell’anno scolastico 1998/99 è stato di 58.756. L introduzione del parametro 1/138 introdotto con la legge finanziaria del 1997, cioè basando la determinazione degli organici di sostegno sul numero totale degli studenti dalle materne alle superiori diviso per 138, ha determinato una maggiore uniformità nella distribuzione dei docenti sul territorio nazionale. Tuttavia come sottolineato sia dalle associazioni degli insegnanti di sostegno sia dalle associazioni dei genitori questo parametro andrebbe rivisto e adeguato al rapporto 1/100 in quanto non soddisfa le reali necessità della scuola a fronte di un aumento degli alunni in situazione di handicap ed in particolare di quelli gravi verificatosi in questi anni.

Come si diventa insegnanti di sostegno, quali percorsi di studio deve seguire oggi un giovane che vuole svolgere questa professione? Anzi visto che il percorso formativo ha avuto, ed ha, una storia piuttosto contorta, descrivici la situazione che si è creata riferendoti a quello che è successo.
Purtroppo quella della formazione dei docenti di sostegno è uno nodi più complessi che riguardano questa professione. I docenti di sostegno sono stati formati attraverso un corso biennale di specializzazione di 1.300 ore polivalente, questi corsi sono stati l’iter formativo normale per la maggior parte di essi fino al 1997. Poi abbiamo assistito con grande disappunto alla sospensione dei corsi biennali per l’attivazione di corsi cosiddetti “intensivi” che prevedono un iter formativo di sole 450 ore senza trattare l’area della minorazione visiva ed uditiva. I corsi sono stati rivolti a personale demotivato e proveniente da classi in esubero della scuola media superiore in particolare. Tali corsi sono stati accolti dagli stessi docenti interessati con scarsa attenzione e partecipazione, un vero fiasco sottolineato da più parti. Per ovviare alla cronica carenza di personale specializzato da quest’anno sono stati riaperti i corsi biennali di specializzazione che saranno gestiti dalle Università in convenzione con Enti e Associazioni. Purtroppo proprio in questi giorni vengano segnalate irregolarità e perplessità sull’attivazione di questi corsi proprio dal Ministero stesso. In ogni caso si sta creando una babele formativa a fronte di un bisogno reale che attende risposte immediate.
Come FADIS crediamo che la formazione dei docenti debba essere di qualità anche in questa fase transitoria, infatti siamo sempre n attesa che parta la specializzazione universitaria prevista per 2001. Specializzazione universitaria che ci lascia anche in questo caso perplessi per il modesto numero di ore sempre 450 senza obbligo di frequenza, che servono per ottenere un titolo universitario che sarà abilitante all’insegnamento.
Infine è bene ricordare che circa 10.000 docenti sono stati utilizzati nel precedente anno scolastico senza nessuna professionalità e competenza.

Come valutate il Progetto di Berlinguer di riforma e integrazione scolastica, quali riflessi potrà avere sulla vostra professione? In particolare cosa s’intende per “normalizzazione dell’integrazione” e per “riutilizzo intelligente degli insegnanti”?
Ci sentiamo di condividere il documento laddove si afferma che occorre “favorire il passaggio da una gestione puramente aritmetica dell’organico dei docenti di sostegno ad una fondata sulla visione complessiva della situazione e sulla necessità di differenziare le risposte in base, non più solo al numero delle certificazioni e alla gravità del deficit, ma soprattutto alle condizioni reali delle singole istituzioni scolastiche”. In quest’ottica, si potrebbero verificare situazioni nelle quali un istituto scolastico abbia necessità di aumentare il numero di insegnanti di sostegno, mentre un altro ritenga opportuno ridurlo. Le norme attuative, citate immediatamente dopo nel documento degli Orientamenti generali per una nuova politica dell’integrazione, non risultano essere coerenti con i principi sopra menzionati, perché a fronte di un aumento di 46 alunni certificati nell’a.s. 1998/1999, si è verificato una diminuzione di 674 docenti di sostegno che si ritiene presumibilmente compensata dall’attivazione di “modelli efficaci di integrazione”. In nessuna parte del documento si precisa in che cosa consistano tali modelli efficaci di integrazione, come vengano e siano stati censiti, e come venga verificata la loro efficacia e riproducibilità su scala nazionale. Per quanto riguarda la formazione dei docenti si ravvisa un’ipotesi di responsabilizzazione diversa dei docenti curricolari in relazione all’integrazione, ma il ruolo che questi andranno ad assumere nei confronti di tale situazione non è chiaro. Sarebbe opportuno sapere se, nelle intenzioni di chi scrive, è prevista l’eventuale sostituzione della figura dell’insegnante di sostegno con quella dell’insegnante curricolare. Se questa risultasse essere un’ipotesi fondata, ci preme ricordare che non la condividiamo, in quanto le due figure hanno compiti integrati. Il profilo professionale del docente specializzato che rappresenta un reale supporto alla classe nell’assunzione di strategie e tecniche pedagogiche, metodologiche e didattiche integrative, che conduce un lavoro di consulenza a favore dei colleghi curricolari e di interventi specializzati centrati sulle caratteristiche e le risorse dell’allievo (come riportato nel documento) è condivisibile. In contraddizione con ciò che è sempre stato lo spirito stesso dell’integrazione è il fatto che questo “profilo professionale nuovo” veda il docente di sostegno come unico garante nei fatti di una “progressiva riduzione della didattica cosiddetta frontale”. La “formazione del contingente degli insegnanti impiegati per il sostegno” (ovviamente in possesso di specializzazione) ha come obiettivo ultimo quello di metterli in grado di intervenire in classi che presentino alunni certificati di ogni tipologia. La creazione di “nuclei di docenti con competenze specifiche e da impiegare – al di là delle graduatorie in uso e con il ricorso a forme di remunerazione dell’eventuale disagio – laddove esista l’eventuale bisogno” non siamo riusciti a capire realmente cosa significhi in termini pratici. L’unica interpretazione che siamo riusciti ad individuare è, crediamo, molto lontana dalle idee dello scrivente, in quanto si tratta di ipotizzare di avere dei docenti “super esperti” in determinate tipologie di minorazione (ad esempio docenti che “si occupano” di classi con alunni non udenti, altri che si occupano di non vedenti, ecc.), filosofia ormai sperimentata e superata dalla normativa già da diversi anni con l’istituzione del docente con specializzazione polivalente. Ciò che riteniamo molto utile è dare la possibilità alle scuole che hanno necessità di interventi molto specifici (traduttori braille, mediatori LIS, ecc.) di fare convenzioni con personale esterno, in possesso di queste specifiche competenze. Ciò non vuol dire che tali figure possano essere sostitutive dell’intervento fatto dal docente specializzato per il sostegno. Quest’ultimo, infatti, è anche l’unico che ha le reali competenze per lavorare in quei consigli di classe in cui si trovano alunni che hanno difficoltà di apprendimento che emergono come conseguenza di una condizione di svantaggio socio-culturale o di inadeguato approccio pedagogico-educativo-didattico della scuola.
In conclusione:
– l’insegnante specializzato per il sostegno è un insegnante della scuola che lavora in classe e per la classe in cui si trova un alunno certificato o un alunno in difficoltà di apprendimento che emergono da una condizione di svantaggio socio-culturale o di inadeguato approccio pedagogico-educativo-didattico della scuola;
– l’insegnante specializzato costruisce progetti insieme al gruppo operativo multidisciplinare (DPR del 24/2/94), ma usa la sua funzione docente nelle classi con attività didattiche anche alternative (classi aperte, lavoro a gruppi, insegnamento individualizzato).

L’attuazione graduale delle norme relative all’autonomia scolastica che problemi vi pone?
L’introduzione dell’autonomia nelle scuole ma in generale di tutte quelle riforme in atto nella scuola italiana: innalzamento dell’obbligo, nuovo esame di stato, riforma dei cicli debbono essere attentamente valutate perché in momento di grandi cambiamenti il diritto allo studio degli alunni in situazione di handicap non venga meno. I rischi sono tanti e l’attenzione dei direttori scolastici e amministratori locali ha queste tematiche è talvolta molto bassa. A titolo di esempio vorrei citare il caso dei rimborsi per i docenti di sostegno impegnati quest’estate nel nuovo esame di stato. Dopo ripetute richieste di chiarimento con il Ministero sull’entità del compenso dovuto sono arrivati rimborsi pari a lire 700 l’ora. Sicuramente aldilà della cifra che parla da sola è la scarsa attenzione che a questo problema si pone che deve mettere in allarme docenti e genitori. Il docente di sostegno è una risorsa per la scuola che va sostenuta e promossa. Attualmente si richiede a tutti i docenti una forte capacità progettuale e di coordinazione tra i vari soggetti presenti nel territorio. Credo che queste competenze siano in possesso dei docenti di sostegno e il loro apporto all’innovazione della didattica possa essere notevole, l’importante è dargli gli strumenti per operare concretamente per tutte le situazioni di disagio e svantaggio presenti in numero sempre maggiore nella scuola pubblica. L’integrazione scolastica quando è stata di qualità è stata forse una delle più grandi innovazioni della scuola pubblica italiana di questi ultimi vent’anni.

FADIS,
sede c/o studio legale E. Casanova, via Marchetti 2, 40137 Bologna
tel. 0532/75.45.03
email: bomarzo@tin.it

Che cos’è Pubblicità Progresso

di Flavia Gerolla

Pubblicità Progresso è un’associazione senza fini di lucro, a cuiaderiscono molte delle componenti del mondo della comunicazione.
Obiettivo dell’associazione è contribuire alla soluzione di problemi morali, civili ed educativi della comunità, ponendo la comunicazione al servizio della collettività.
L’associazione si propone di dimostrare l’utilità di un intervento pubblicitario professionale, per promuovere una corretta comunicazione sociale e stimolare la conoscenza civile ad agire per il bene comune.
Fondata nel 1971, Pubblicità Progresso ha realizzato fino ad oggi 27 campagnededicate a temi di interesse pubblico. Dopo la prima, “Donate sangue” sono stati affrontati via via tutti i temi di maggior interesse per la comunità: “Il verde è tuo: difendilo”, “Chi fuma avvelena anchete”, “Adotta un nonno”, “AIDS”, “Vai a trovare un malato”.
L’ultima campagna in ordine di tempo, “Coltiva più interessi, è nel tuo interesse”, affronta come sempre un argomento di interesse sociale e generale. Ma per la prima volta Pubblicità Progresso non indirizza il suo messaggio a difesa dei più deboli, bensì si rivolge a tutti i cittadini, senza distinzione di età e di posizione sociale.
Al di là dei successi delle diverse campagne, l’attività di Pubblicità Progresso ha avuto il merito di introdurre la comunicazione sociale in Italia, ed ha contribuito a sensibilizzare le istituzioni sul valore della comunicazione e sull’efficacia del messaggio pubblicitario svincolato da intenti commerciali.
Tutte le campagne di Pubblicità Progresso sono state realizzate grazie all’impegno gratuito di utenti, organizzazioni professionali, imprese, mass media.

10. Dall’altra parte

di Flavio Gerolla

Una ricerca promossa dal Centro Studi Pubblicità Progresso mostra che cosa sia la pubblicità sociale per la gente. Al di là del generico giudizio positivo emerge, in maniera preoccupante, che gli strati più emarginati della popolazione non vengono raggiunti dal messaggio. È necessario allora una molteplicità di linguaggi.
Che cos’è la pubblicità sociale per la gente? Ma la Pubblicità Progressonaturalmente, le due cose coincidono; e ancora, questo tipo di pubblicità è utile, non annoia, anzi dovrebbe essere ancor più promosso dallo Stato.
Questo è quanto emerge da una ricerca effettuata dal Centro Studi Pubblicità Progresso (e finanziata dalla Rai) su un campione di 1.000 italiani.
Un’indagine importante perché, se i messaggi sociali che si vogliono inviare, cominciano ad essere oggetto di studio, l’effetto, il feed-back, che gli stessi hanno sulla popolazione sono pressoché sconosciuti.
Per fare in modo che la pubblicità sociale non sia un urlo gridato alla folla, o, peggio, un urlo nel vuoto, è necessario conoscere le immagini, le opinioni che la gente si è fatta dei messaggi promossi dalla comunicazione sociale.
L’indagine ha messo in evidenza come la gente sappia definire solo sommariamentecosa sia la pubblicità sociale (“la pubblicità utile a qualcosa”);soprattutto la confusione aumenta tra i soggetti più anziani e menoscolarizzati della popolazione. Alla domanda poi su quale sia l’oggetto dellapubblicità sociale le risposte vedono al primo posto la droga, al secondo ibambini, al terzo la salute e poi seguono nell’ordine l’ambiente, gli anziani,la violenza e i disabili. Da questi risultati emerge che i temi che sono statiaccompagnati da altre iniziative sono quelli che sono stati più memorizzati.

La pubblicità sociale raggiunge chi è già sensibile al problema
La maggior parte degli intervistati non riesce a distinguere la Pubblicità Progresso come un soggetto fra gli altri all’interno della pubblicità sociale ma identifica le due cose; alla domanda poi di chi sia il promotore della Pubblicità Progresso solamente un quarto delle persone lo identifica correttamente come espressione del mondo della pubblicità, mentre i rimanenti pensano che sia lo Stato.
L’immagine che gli intervistati hanno della comunicazione sociale è ampiamente positiva, utile e coinvolgente; solo quando la pubblicità sociale è finalizzata alla raccolta di fondi suscita un apprezzamento meno incondizionato. “La pubblicità sociale – dichiara Gianpaolo Fabris, presidente del Centro Studi Pubblicità Progresso – ha avuto come effetto quello di porre come problema quei temi che in precedenza erano solo vagamente percepiti, ma incapaci di superare una sufficiente soglia di attenzione e di suscitare una riflessione presso il grosso pubblico. Il tema del rispetto ambientale e i diritti dei consumatori sono due fra questi”.
Le interviste mettono però in risalto anche un’altra cosa: lo stimolo proveniente dalla campagna di sensibilizzazione viene accolto più a livello personale, mentre il livello che comporta anche la discussione con altri non viene raggiunto. Inoltre il messaggio viene accolto facilmente da quelle persone che sono già sensibili al tema, mentre le fasce di popolazione culturalmente ed economicamente più emarginate sono difficili da raggiungere (quando invece la comunicazione sociale è indirizzata principalmente a loro).
La stessa cosa si è ripetuta in occasione delle campagne di prevenzione dell’Aids. Riesce difficilissimo raggiungere il mondo giovanile (il principale interlocutore del messaggio in questo caso) con un unico linguaggio data la complessità e la diversità di quel mondo. “Purtroppo di frequente accade- sostiene Laura Minestroni, ricercatrice della I.U.L.M. – che queste campagne di informazione vengano recepite da persone già di per sé sensibilizzate al problema; è necessario invece riuscire a dialogare con più segmenti culturalie con linguaggi diversi, per raggiungere meglio il nostro scopo”.