Skip to main content

5. L’Italia che coopera

a cura di Flavio Gerolla

La situazione della cooperazione internazionale in Italia. Le difficoltà delle ong di fronte ai tagli di bilancio operati negli ultimi anni. Le nuove prospettive offerte dall’Europa. Intervista a Raffaele K. Salinari, presidente COCIS.

L’Italia che coopera
L’Italia e la cooperazione internazionale con i paesi in via di sviluppo: può farmi una breve storia degli ultimi anni?
 Il nostro paese si è impegnato organicamente all’interno delle dinamiche Nord-Sud in tempi relativamente recenti. Sino a pochi anni fa infatti gli unici soggetti attivi in questo campo, in particolare sui temi dell’aiuto allo sviluppo, erano le associazioni di volontariato internazionale, le cosiddette Ong (Organizzazioni non governative) ed il mondo missionario. La prima normativa nazionale in questo senso è degli anni ’70, periodo nel quale il nostro paese”scopre ” il suo ruolo di potenza economica internazionale e decide di dedicare una parte di risorse all’aiuto pubblico allo sviluppo (Aps). Nasce cosi il Dipartimento per la cooperazione allo sviluppo, una struttura specializzata all’interno del Ministero Affari Esteri, che gestisce qualche miliardo di lire attraverso progetti in gestione diretta ed al contempo supporta i programmi di sviluppo delle Ong. La vera accelerazione si ha con la legge che istituisce il cosiddetto Fai (Fondo di aiuto italiano), che nel ’85 stanzia ben 1900 miliardi di lire contro la fame nel mondo, sull’onda emotiva delle immagini della carestia nel Corno d’Africa. Al Fai, fonte di sprechi e di imbrogli ancora nel mirino della magistratura, segue la prima normativa organica in questo senso, lalegge 49 dell’1987, che trasforma il Dipartimento in una vera e propria Direzione Generale ed istituisce una unità di tecnici specializzati per valutare, ed in parte gestire, un ventaglio di interventi che allora beneficiavano di circa 5000 miliardi l’anno, una percentuale del 3-4-% sul PIL. La legge n. 49/’87 valorizza anche il ruolo delle Ong ed è ad oggi la legge di riferimento. Purtroppo il boom di finanziamenti degli anni ’80 e ’90 ha continuato negli sprechi e nella non programmazione razionale dell’aiuto, tranne che per il comparto Ong, con un danno di immagine all’idea stessa di solidarietà internazionale ed il progressivo depauperarsi delle risorse dedicate a questo campo, arrivando ad una dotazione di fondi destinanti a queste attività che oggi pongono il nostro paese ai posti più bassi tra i donatori,con una percentuale sul PIL dello 0,2%. Bisogna però aggiungere, percorrettezza di informazione, che in questa ultima finanziaria, il Governo hamarcato una decisa inversione di tendenza, riportando in alto la quota del PIL dedicato all’Aps, innestando al contempo la marcia verso una vera riforma organica di tutti gli strumenti per fare cooperazione allo sviluppo. In ultimo bisogna sottolineare come il nostro paese abbia recentemente preso coscienza della sua posizione mediterranea, e come lo spettro una volta esageratamente ampio, quasi a pioggia, dei nostri interventi si sia focalizzato sulmediterraneo e sulle parti più povere dell’Africa, con una impostazione che le nostre Ong condividono.

La situazione oggi: che percentuale del suo PIL l’Italia dedica a questo settore e confrontandolo con gli altri Paesi europei che considerazionisi possono fare?
Come dicevo l’Italia ha attraversato periodi di grande impegno verso le attività di cooperazione, basti pensare che negli anni ’80 e parte dei ’90 per molti paesi africani eravamo il primo donatore, e periodi di depressione assoluta , come è avvenuto con il progressivo abbassamento della quota pubblica tra il ’94 ed il ’98, ove siamo decisamente scomparsi dalla scena mondiale. Bisogna però dire che questo quadro è in parte comune a tutti i paesi industrializzati aderenti all’OCSE, che hanno progressivamente diminuito la loro quota di Aps per favorire gli investimenti privati. In Italia questa diminuzione è stata drammatica perché è servita anche come risanamento dei conti pubblici e coma azzeramento di una serie di malefatte. La cosiddetta malacooperazione, che tanto aveva influito negativamente anche sulla scelta politica di tagliare i fondi. Di questa situazione spesso hanno fatto le spese anche le Ong, che sisono sempre battute perché il nostro paese rispettasse gli impegni presi insede internazionale, e dedicasse fondi significativi alle attività che permettono, tra l’altro, la progressiva e pacifica stabilizzazione di aree geografiche a rischio come quella del Mediterraneo. Dagli ultimi dati sembra quindi che il punto più basso sia stato superato, anche per le pressioni delle Ong, e spero quindi che in futuro l’Italia torni ad essere un paese autorevole anche in questo campo.

Quali sono i principali problemi che incontrano le Ong italiane?
Le Ong italiane hanno attraversato negli ultimi anni dei momenti drammatici. Bisogna pensare che il nostro ruolo è quello di lavorare insieme alle popolazioni del Sud del mondo, con programmi concreti di sviluppo, siano essi di tipo educativo od infrastrutturale, sanitario od agricolo. Tutto ciò implica una programmazione pluriennale, e quindi il progressivo inaridiment odelle risorse, aggravato da una macchina burocratica bloccata dalle vicende giudiziarie, ci ha messo in situazioni gravissime, spesso nella impossibilità di proseguire i nostri programmi, con le conseguenze che potete immaginare. Bisogna però dire che in questi anni, sugli oltre trecento progetti gestiti dalle Ong aderenti alla nostra federazione, solo pochissimi sono stati sospesi dato che la reattività delle Ong ha fatto si che si potessero reperire altre risorse, di origine comunitaria o internazionale, tamponando egregiamente l’afasia del nostro Ministero. Oggi la situazione è decisamente migliore, perché si sono ascoltate le nostre richieste che vertevano su di una semplificazione burocratica delle procedure interne la Farnesina e perché si è ristabilito un clima positivo all’interno del mondo politico in ordine a questi temi. Certo ultimamente le Ong hanno dovuto ancora alzare la voce perché nella morsa del risanamento dei conti pubblici erano caduti anche gli interventi adono per i Pvs (Paesi in Via di Sviluppo), ma una battaglia condotta a livello della presidenza del consiglio ha svincolato i nostri progetti da logiche ragionieristiche che non si potevano certo applicare a questo caso. Oggi le Ong chiedono una burocrazia meno vessatoria ed un reale rapporto di partenariato con le istituzioni, meno fondi pubblici ma più sgravi fiscali, per ristabilire anche attraverso questo strumenti un rapporto di partecipazione dei cittadini aitemi della solidarietà internazionale. Come dicevo mi sembra si stia andandonel verso giusto.

A livello legislativo, esiste un progetto di legge, che elementi nuovi introduce?
La legge n. 49/’87 è nata durante il periodo finale della guerra fredda. Essa risente ancora della divisione del mondo in blocchi contrapposti e del ruolo decisamente subalterno del nostro paese all’interno di queste logiche. Nonfosse altro che per questi motivi di fondo è necessario cambiare il quadro di riferimento complessivo e quindi bene hanno fatto il Parlamento ed il Governo amettere in cantiere una riforma organica della legge.
E’ decisamente positivo anche che quasi tutte le forze politiche abbiano presentato loro proposte di legge e che anche il Governo, facendo fede agli impegni presi nel suo programma elettorale, ne abbia predisposta una. Questo significa che almeno una parte del mondo politico ha ripreso a cuore questaparte della nostra politica estera, e che le continue sollecitazioni delle Ong per una nuova normativa hanno rotto il muro della indifferenza. Attualmente la riforma è in discussione al Senato, sulla base di un testo concordato tra leforze politiche che avevano presentato le loro proposte. E’ presto per dire quando avremo il varo della riforma e come sarà, dato che il cammino è lungo esi intreccia con ben altri problemi parlamentari, ma l’avvio è dato e quindi daparte nostra siamo fiduciosi. Devo anche dire però, per non essere tacciato di ingenuità politica, che le Ong insieme al sindacato ed al mondo missionario, hanno promosso un Osservatorio sul cammino della riforma, che segue l’iter dellastessa ed al contempo organizza momenti di riflessione, anche di lobby politica sugli aspetti che ci sembrano più rilevanti. La partita quindi non è solo nelle mani del mondo politico.

Con la costituzione progressiva dell’Europa che cambiamenti ci sarannoin questo settore?
L’orizzonte europeo è oggi la principale fonte di impegno per le Ong aderenti alla nostra federazione ma, più in generale, per tutte le Ong italiane. La centralità della costruzione di una cittadinanza europea anche attraverso la nascita di una politica estera comune ispirata ai principi della democrazia economica, sociale e politica per tutti i popoli della terra, rappresenta infatti il nostro obiettivo politico più alto. In particolare con lo spostamento di gradi di sovranità da Roma a Bruxelles, anche le Ong si sonoattrezzate in questo senso , costituendo network europei con la intenzione diesercitare le giuste azioni politiche in sede comunitaria. La nostra federazione ad esempio ha recentemente aperto un ufficio a Bruxelles ed è entrata a far parte del network Solidar, che raggruppa una serie di associazioni europeeimpegnate sul tema dei diritti dei lavoratori in tutto il mondo, un temacentrale nella battaglia per modificare il modello di sviluppo liberista. L’Europa è anche attualmente la maggior fonte di fondi per realizzare i nostri progetti e quindi, anche da questo punto di vista, diventa più europea anche la nostra maniera di fare progetti nei Pvs costruendoli insieme ad altre Ong europee, o pianificando una campagna di educazione allo sviluppo con altri partners europei, per magnificare a questa scala il nostro impegno.
L’ultima implicazione riguarda il ruolo che le Ong italiane vogliono esercitare sul governo perché l’Italia partecipi più attivamente alla determinazione delle politiche in sede comunitaria, costruire cioè una Italia più consapevole del suo ruolo europeo. In questo senso chiediamo sempre più ai nostri politici di essere coerenti con questa necessità e di riorientare anche gli indirizzi della nostra cooperazione allo sviluppo in senso europeo.

E’ possibile fare un discorso a parte, in base alla sua esperienza, pergli interventi delle Ong a favore dei disabili nei paesi in via di sviluppi? Sesi in che termini?
Le Ong hanno in questi anni acquisito una grande esperienza in programmi in favore dei disabili, in particolare in quelle zone di guerra che vedono un numero altissimo di traumi post bellici, basti pensare al problema delle mine.
In specifico le Ong hanno da tempo perfezionato quello che si chiama la Cbr, cioè la Community Based Reabilitation, che consente un coinvolgimento delle famiglie e delle strutture sanitarie di base nella cura dei disabili. E’ un campo vasto ma anche delicato, che combatte contro la reticenza di mostrare certi tipi di disabilità. Resta il nostro impegno in questo senso e la esperienza originale accumulata ad esempio in Palestina, in Angola o, più recentemente, nella ex Jugoslavia.

Per un educatore italiano, un operatore sociale che voglia intraprendere questa esperienza di lavoro, che cosa deve fare? Cosa deve conoscere, a chi deve rivolgersi?
Esistono in Italia tre federazioni di Ong che possono orientare la domanda degli operatori verso le Ong che si occupano di questi problemi. Si tratta poi di entrare in contatto diretto con la Ong ed iniziare un percorso formativo ad hoc che ogni organizzazione gestisce per suo conto, tenendo in specifico alla situazione del paese nel quale si opera.



Categorie:

naviga: