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autore: Autore: Giovanna Di Pasquale

7. Bibliografia

Andrea Mannucci, Crescere insieme. I diversabili e l’acquisizione dell’autonomia: la metodologia e le attività educativo-riabilitative di un Centro Diurno Tirrenia, Edizioni Del Cerro, 2005
Maurizio Colleoni, Simona Colpani, Damiano Previstali (a cura di) “Fare spazio alla disabilità nei reticoli della comunità” Inserto in: Animazione sociale, agosto/settembre 2005, pp.34-65
Paola Carozza La riabilitazione psichiatrica nei centri diurni. Aspetti clinici e organizzativi, Milano, FrancoAngeli, 2003
Donatella Celli, Emma Rossi Oltre il limite. Segni, storie, esperienze attorno e oltre l’handicap, Roma, Edizioni Scientifiche Magi, 2001

Risorse web dalla rivista HP-Accaparlante
Stefano Siroli “Il mandato sociale degli educatori”, 2000
Collettivo Centro Diurno Handicappati USL n. 27 di Bologna, “Proposta degli operatori dell’handicap adulto”, 1988
Cristina Bollini  “Un centro per autolesionisti”, 1990
Sandro Bastia Al centro dell’attenzione, numero monografico, 1998

2. L’uomo è un nodo di storie. Il bisogno delle storie e delle narrazioni

di Giovanna Di Pasquale, pedagogista

“L’uomo è un nodo di storie”. Con queste parole Peter Bichsel, maestro di scuola e scrittore, illumina la trama di narrazioni che coesistono nella casa intima di ognuno di noi.
Sono storie che spesso neanche sappiamo di possedere, che abitano il nostro mondo interiore in modo sotterraneo e che possono fuoriuscire anche senza preavviso richiamate all’esterno da una sensazione, da un odore, da un incontro…
Da sempre, fin dagli inizi dell’umanità, gli uomini hanno sentito il bisogno di narrare e di ascoltare storie, e questo molto tempo prima della nascita di una letteratura vera e propria.
Ci dice ancora Bichsel che “il raccontare storie si occupa di una cosa evidente: che esiste il tempo e che la nostra vita è vissuta in quanto tempo. Raccontare storie significa occuparsi del tempo ed esperire la nostra vita come tempo ha a che vedere col fatto che la nostra vita ha un termine”.
È evidente il legame con la memoria: gli uomini hanno sempre narrato perché ci sono cose importanti che non debbono andare perdute. Una società senza storie è una società senza memoria senza, cioè, quel sapere condiviso e collettivo che, seppur per frammenti e strappi, costituisce il ponte fra le generazioni.
Su questo concetto diventa illuminante un breve racconto dalla tradizione chassidica.
“Quando il Baal Schem Tov doveva assolvere un qualche compito difficile, qualcosa di segreto per il bene delle creature, andava allora in un posto dei boschi, accendeva un fuoco, diceva la preghiera e tutto si realizzava secondo il suo proposito. Quando una generazione dopo, il Rabbi Mosché Laib doveva assolvere lo stesso compito, anche egli andava nel bosco e diceva ‘Non possiamo più accendere il fuoco e non conosciamo più le segrete meditazioni che vivificano la preghiera, ma conosciamo il posto del bosco dove tutto ciò accadeva’. E ciò era sufficiente. Ma quando, di nuovo, una generazione dopo, il Rabbi Ystrael doveva anche egli affrontare lo stesso compito se ne stava seduto in una sedia d’oro e diceva: ‘Non possiamo più fare il fuoco, non possiamo dire le preghiere e non conosciamo più il luogo del bosco; ma di tutto questo possiamo raccontare la storia’. E così il suo racconto da solo aveva la stessa efficacia delle azioni degli altri”.
La narrazione, le storie sono possibili porte di ingresso alla nostra identità come singole persone e come parte di una comunità.
Abbiamo anche bisogno di storie per fare nostro il mondo; per questo molti studiosi pensano che la funzione dei libri sia quella di costruire, nella loro pluralità, un immenso inventario del mondo.
Inventario che non parte da definizioni e convinzioni assolute ma dalle domande.
Sono le domande a generare le storie: “Che cosa succederebbe se?”.
La storia di Ulisse narrata nell’Odissea non esisterebbe se l’autore non si fosse posto questa domanda. Se Ulisse e i suoi compagni approdassero in un’isola dove risiede un Mostro ciclopico dall’unico occhio? Che cosa succederebbe se i viaggiatori passassero accanto alla dimora delle Sirene, e se si fermassero proprio nell’isola di Maga Circe, l’incantatrice capace di trasformare gli uomini in maiali?
Insieme ad Alice nel paese delle meraviglie ci chiediamo in tanti modi: “Chi sono io? Ditemi questo prima di tutto!”.
Del resto, anche un bambino guarda il mondo attraverso le domande. Quante volte, posto davanti al “Che cos’è?” il bambino comincia a rispondere: “È come…”, “È come se…”, “È come quando…”. E in questo modo si dà il via a una nuova storia.
La narrazione è importante nella costruzione della consapevolezza di sé e della propria storia perché mette in moto memorie, le attualizza in contesti diversi, le scompone per ricomporle in una trama narrativa significativa.
Abbiamo anche bisogno di storie per essere rassicurati sul nostro essere nel mondo, per sentirci raccontare che siamo nel tempo e nello spazio, siamo dentro una storia che, almeno nelle forme della nostra esperienza umana, ha un inizio e una fine.
Riprendiamo la citazione di Peter Bichsel con cui abbiamo aperto queste riflessioni: “L’angoscia di fronte a questo dover finire può naturalmente essere tenuta a bada… Ciò che però non scompare è la tristezza per questa finitudine. La tristezza non la si può vincere, può soltanto essere rifiutata o accettata. Il raccontare storie ha a che fare col fatto di accettarla. La tendenza degli uomini alla tristezza li fa diventare narratori di storie”.
Il tempo finito della storia è profondamente rassicurante proprio nel suo ricominciare dall’inizio ogni volta che la ri-narriamo attraverso una formula che è capace di introdurci istantaneamente nella storia stessa, così come succede con la frase del “C’era una volta…” che, di consueto, apre le storie della tradizione.
Da questo bisogno di rassicurazione e di presenza nasce la necessità dei bambini di sentirsi ripetere sempre la stessa storia con le medesime e precise parole.
E dallo stesso bisogno di rassicurazione e ricerca di senso, possono nascere i narratori che oppongono alla durezza delle realtà spesso difficili che attraversiamo, la concretezza generativa delle storie e la loro capacità di restituire senso.
Così racconta Rubem Alves:
“Io sono narratore di storie. Ho scoperto d’esserlo narrando storie per la mia bimbetta. Le storie si formano allo stesso modo in cui si forma una perla dentro all’ostrica. Ostriche felici non fanno perle. Occorre che un granello di sabbia entri nell’ostrica e raggiunga la sua carne molle. Il granello di sabbia rende l’ostrica infelice. Per liberarsi dal dolore provocato dal granello di sabbia, l’ostrica avvolge pazientemente l’aspro granello di una sostanza liscia, senza punte e rotonda: la perla. Le storie nascono allo stesso modo. Mia figlia è nata con il viso difettoso. E io le raccontavo storie per cambiare tale dolore in bellezza. Ma per fare questo era necessario che io possedessi il potere dei maghi. Sì, le storie sono riti magici”.

2. Il saggio indiano

Un giorno, un pensatore indiano fece la seguente domanda ai suoi discepoli:
“Perchè le persone gridano quando sono arrabbiate?”
“Gridano perchè perdono la calma” rispose uno di loro.
“Ma perchè alzare la voce se la persona sta di fronte a noi?”
chiese nuovamente il saggio.
“Beh, gridiamo perchè desideriamo che l’altra persona ci ascolti” replicò un altro discepolo.
Il maestro tornò a domandare:
“Ma non è proprio possibile parlargli a voce bassa?”
Varie altre risposte furono date ma nessuna convinse il vecchio maestro.
“Non sapete proprio dirmi perchè si grida contro un’altra persona quando si è arrabbiati?
Il fatto è che quando due persone sono arrabbiate i loro cuori si allontanano molto. Per coprire questa distanza bisogna gridare per potersi ascoltare. Quanto più arrabbiati sono, tanto più forte dovranno gridare per sentirsi l’uno con l’altro.
D’altra parte, che succede quando due persone sono innamorate? Loro non gridano, parlano soavemente e dolcemente. E perchè? Perché i loro cuori sono molto vicini. La distanza tra le loro anime è breve. A volte sono talmente vicini i loro cuori che neanche parlano, solamente sussurrano.
E quando l’amore è più intenso non è necessario nemmeno sussurrare, basta guardarsi. I loro cuori si intendono.
E’ questo quello che accade ai cuori di due persone che si amano, si avvicinano.”
Il vecchio saggio concluse dicendo:
“Quando voi avrete l’occasione di discutere con qualcuno, non permettete che i vostri cuori si allontanino, non dite parole che li possano distanziare ancor di più, perché prima o poi arriverà un giorno in cui la distanza sarà tale che non incontreranno mai più la strada per tornare.”
( tratto da Dentro di noi. Parlano i lettori di Tiziano Terzani, Milano, Tea 2006 )

8. Giocare insieme, crescere insieme, comunicare insieme

Di Giovanna di Pasquale

Una conversazione con Dora Diaferio, Beatrice Vitale, Giada Poluzzi coordinatrice ed educatrici dei laboratori attivati dalla Fondazione Gualandi nella sede di Bologna.
Dora, presenza professionale competente svolge anche un ruolo di collegamento con la storia passata in quanto fa parte delle Suore della piccola missione per i sordomuti, una congregazione fondata dal sacerdote bolognese venerabile Don Giuseppe Gualandi, nella seconda metà dell’ottocento.
Beatrice è l’educatrice che si occupa in specifico del laboratorio GIOCARE CON LE PAROLE, Laboratorio per bambini dai 3 ai 12 anni con difficoltà uditivo-linguistiche
Giada segue le attività del centro di attività AMICI IN COMUNICAZIONE per ragazzi e ragazze dai 14 ai 17 anni.
“Le attività hanno avuto inizio nel 2003, con un laboratorio per i bambini dai tre ai dodici anni, “Giocare con le parole”. In quello stesso anno partiva un corso di informatica ISDL, dopo un anno è partito anche il laboratorio “Amici in comunicazione”, rivolto ad un gruppo di adolescenti (dai 14 ai 17 anni) poi le richieste sono state anche di ragazzi un po’ più piccoli e, al momento, anche di ragazzi un po’ più grandi. All’inizio c’è stato anche un corso di italiano per adulti che ha fatto fatica ad ingranare per le esigenze diverse, per cui non ha avuto seguito.
Al momento i corsi di informatica per la patente europea sono periodici mentre sono diventati stabili i due laboratori.

Giocare con le parole
Dora :“Giocare con le parole” è un laboratorio che ha l’obiettivo di migliorare le competenze comunicative e linguistiche attraverso il gioco per cui non facciamo logopedia, non facciamo scuola, non facciamo esercitazioni linguistiche ma cerchiamo di creare un contesto comunicativo, la motivazione giusta al comunicare attraverso il gioco. La fascia di età cui ci rivolgiamo è molto ampia per cui c’è una proposta che fa da filo conduttore e poi delle attività diverse per piccolo gruppo distinte, oltre che dall’età anche dal livello comunicativo presente.
Il gruppo dei bambini non è mai stato molto numeroso, i primi due anni è stato costituito da sette – otto bambini, figli sia di genitori udenti che di genitori sordi. Bambini quindi che normalmente sono esposti alla lingua dei segni e bambini che non conoscono la lingua dei segni. Noi rispetto a questo punto specifico ci siamo sempre posti nella posizione di chi dice usiamo lo strumento che ci permette di entrare in comunicazione con il bambino per cui se c’è un bambino che utilizza la LIS allora c’è in riferimento qualcuno fra noi che conosce meglio la LIS. Per noi la LIS è sempre stata uno strumento, uno strumento in più per raggiungere l’obiettivo della comunicazione linguistica verbale”
Beatrice: “La LIS non è lo strumento primario, è uno strumento come gli altri che può affiancare il nostro modo principale di accostarci ai bambini che è attraverso il gioco e la relazione. Quello che soprattutto cerchiamo di fare è creare un ambiente comunicativo in cui i bambini siano motivati a comunicare fra loro e con noi attraverso lo strumento che probabilmente è più famigliare a loro, il gioco, appunto. Coesistono quindi sia la parola che il segno, certe volte niente segno ma più parola e più gioco”.”
Dora “Attualmente c’è un piccolo gruppo di bambini di quattro bambini. Solo una bambina utilizza la LIS, è una bambina che ha altre tipi di difficoltà cognitive oltre la sordità. Questo le comporta una grande difficoltà nella produzione verbale per cui c’è stata una scelta verso questo modo comunicativo. Gli altri bambini, figli di udenti, parlano tutti.”
Per molti genitori sordi è sufficiente la lingua dei segni perché il bambino cresca integro nella comprensione e nella competenza comunicativa, l’importante è che ci sia una persona che attraverso i segni gli faccia capire e il problema è risolto. Ma non è così quando si trova con gli altri bambini, quando vive e vuole vivere in un contesto di scambio che vada oltre il capire cosa è stato detto perché c’è qualcuno che me lo segna. Questo non basta per i piccoli, non basta per i grandi.”
Beatrice “Per quanto riguarda le attività abbiamo fatto la scelta di partire dalle esigenze dei bambini, dalle osservazioni del gioco libero abbiamo cercato di vedere da che cosa erano più attratti per proporre attività stimolanti che potessero interessare, proprio per stimolare un comunicazione, farli entrare in comunicazione fra di loro e con noi. Da quello che possiamo notare nel bambino nascono blocchi di attività flessibili che possono prendere una strada o un’altra perché se il nostro obiettivo è chiaro poi nello specifico delle attività c’è molta attenzione a seguire gli sviluppi e le indicazioni che emergono dalle risposte dei bambini. L’anno scorso ad esempio c’è stata una macro attività che ha occupato la prima parte dell’anno, il “fare la spesa”. C’era un ambiente predisposto, chi faceva il negoziante, chi comprava, quindi una distribuzione di ruoli che favoriva la comunicazione. Questa attività si è sviluppata verso un lavoro con gli alimenti veri, la preparazione di alimenti, prima per gioco poi realmente attraverso il rispetto delle sequenze per preparare un piatto. In contemporanea abbiamo portato avanti il lavoro sulle storie, a partire dalla proposta delle storie a cartoni animati di Pingu, che ha uno stile immediato, non ha parole e si basa molto sulle espressioni. Sono storie semplici, con i bambini abbiamo lavorato per distinguere le sequenze, dare dei nomi a quello che stava succedendo, visualizzare attraverso il fumetto cioè attraverso il supporto grafico alle parole.”
Dora: “L’utilizzo di più strumenti è uno dei punti forti delle attività, l’attenzione che cerchiamo di avere è proprio questa, l’utilizzo di più codici che permettano il più possibile la comprensione. Il raggiungimento dell’obiettivo della competenza linguistica è basato sulla comprensione. Ad esempio il gioco del fare la spesa non è basato su una ripetizione meccanica di parole o frasi ma è legato alla comprensione di quello che succede in quel momento, al contesto, alla comprensione di ruoli diversi, per cui abbiamo visto i bambini diventare creativi aggiungendo del loro alla frase di apertura del gioco“Che cosa vuoi?” proprio perché avevano compreso che cosa c’era da fare. E così anche nella storia, l’utilizzo di codici diversi a partire dal filmato proposto permette di mettersi dentro la storia e di modificare, aggiungendo del proprio, realtà nuove legate alla propria esperienza. Quando ciò avviene capisci che c’è stato un salto verso la comprensione. Per fare questo c’è bisogno di un lavoro preciso: per primo la riduzione per sequenze del filmato iniziale selezionando le immagini significative di cui vengono creati i sottotitoli (per ora i cartoni animati non sono sottotitolati, per questo lo facciamo noi). Questo perché ci sia un abbinamento il più possibile precoce fra parola ed immagine. Dopo l’immagine del filmato si passa alla produzione di loro immagini attraverso il disegno. Poi il racconto di quello che si è visto e disegnato. Quindi compresenza di codice visivo, grafico, verbale”.
Bea: “Un altro strumento per raccontare è dato dalla drammatizzazione della storia con personaggi costruiti da loro, riescono a raccontarla mettendosi nei panni dei personaggi e da questo racconto nascono nuove storie. Attraverso l’utilizzo di più codici si facilita la comprensione”.

I bambini
Bea: “Questo per i nostri bambini è un luogo, come ha raccontato una mamma in una lettera pubblicata sulla nostra rivista Effeta, “dove ci sono altri bimbi con le orecchie”. Per noi è importante che i bambini non si riconoscano sempre come i “diversi” ma abbiano un luogo dove trovare degli altri bambini che loro sentono come uguali”.
Dora: “Ricordo che il giorno di inizio del laboratorio una bambina ha notato come prima cosa che anche un altro bambino aveva le protesi come lei. C’è questa identificazione che li aiuta.Vengono qui volentieri direi per due motivi: perché giocano e perché capiscono. Giocano e capiscono quello che fanno. Non è una ripetizione meccanica quella che viene chiesta, anche il gioco può diventare una ripetizione meccanica se non c’è la comprensione e quindi può perdere tutto il gusto e il piacere del giocare. I bambini vengono e aspettano durante la settimana il momento di venire qui. Noi ci siamo fatte l’idea che sia proprio perché capiscono quello che fanno e si sentono partecipi.
Il momento in cui i bambini diventano creativi è il momento che ci fa capire che la comprensione c’è stata, anche nel lavoro su Pingu ad un certo punto i bambini non hanno più riproposto la storia e le sequenze ma l’hanno ampliata, mettendocisi dentro, cambiandola, aggiungendo realtà nuove a partire dalla esperienza di vita concreta. Se un bambino non sta ripetendo meccanicamente, ha colto e quindi è in grado di produrre inserendo del nuovo. La competenza linguistica è anche questo produrre autonomamente, in prima persona. Un altro aspetto è quando riescono a trasferire quello che hanno imparato qui in un altro ambiente.

La famiglie
Dora “Le famiglie che portano qui i loro bimbi non possono pensare di farne a meno perché li vedono contenti. Sono genitori che dicono:”Quando escono di qui sono contenti e con la voglia di raccontare quello che hanno fatto e con la voglia di tornare”. Così come i bambini si identificano tra loro così i genitori trovano un confronto. Portare i bambini qui significa anche incontrarsi in modo informale, trovare sostegno, avviare rapporti amichevoli che continuano anche fuori.
Se i bambini che frequentano sono motivati e contenti, abbiamo più difficoltà per l’accesso di nuovi. La spiegazione che ci viene anche dai servizi è che i bambini sono molto oberati dopo la scuola: la logopedia, la piscina…tante famiglie fanno fatica a fare entrare anche questo. Per come vediamo noi i bambini che partecipano al laboratorio ci piacerebbe molto che questa occasione si diffondesse e si raccordasse con il resto delle opportunità. Noi le energie ce le stiamo mettendo ma non è così semplice e scontato. E più per i genitori sordi che per quelli udenti”

Il collegamento con l’esterno
Dora “Il collegamento con l’esterno è avvenuto per un paio di anni attraverso il rapporto con le scuole, con le classi dei bambini che frequentavano il laboratorio. Le classi venivano qui per fare delle attività analoghe a quelle portate avanti nel laboratorio con il coinvolgimento quindi dei compagni di classe; poi c’è stato anche il ritorno di questi compagni di classe che sono rimasti colpiti da un luogo bello dove giocare. Aver condiviso un’esperienza attraverso qualcosa di coinvolgente e bello anche per loro è stato importante. C’è stato anche lo scambio per cui i nostri bambini sono andati nelle classi venute qui, e anche questo è un modo di lavorare che va rafforzato.
E’ estremamente positivo per i bambini che hanno la percezione che quello che vivono qui è possibile anche fuori, nella scuola e che i compagni possono essere resi partecipi di quello che vivono qui.
Da parte nostra il contatto con l’esterno avviene attraverso il rapporto continuo con i genitori, i logopedisti, i neuropsichiatri. Tenere i fili di questa rete non è facile ma ce lo siamo imposto, non volevamo proporci come un’alternativa alla riabilitazione o alla scuola, la soluzione magica di tutti problemi dei bambini sordi. C’è in noi la consapevolezza che il percorso di crescita prevede diversi attori, più riusciamo a raccordarci tra di noi presentando un percorso il più possibile unitario più il bambino sarà avvantaggiato. Non è scontato, non è semplice ma è il raccordo quello che cerchiamo di portare avanti anche attraverso la partecipazione dei gruppi operativi dei bambini e ragazzi.”

Amici in Comunic-Azione
Dora: “Questo laboratorio è nato da una richiesta esplicita di alcuni genitori, i cui ragazzi frequentavano la terza media. I genitori hanno presentato questa esigenza a partire dal fatto che a quattordici anni la logopedia si interrompe, a parte alcuni casi. Dopo essere cresciuti con dei punti di riferimento, perché la logopedista diventa punto di riferimento e anche di incontro con altri bambini e ragazzi, si rischia di sentirsi molto isolati. Anche a scuola nonostante la presenza dell’insegnante di sostegno e dell’assistente alla comunicazione, l’integrazione non è così scontata.
Questi genitori hanno visto i loro figli disorientati, soprattutto dopo la scuola nel tempo delle attività extrascolastiche.
Allora ci siamo messe a pensare a una possibilità di incontro, così importante per questa fase di costruzione dell’identità adolescente e anche per il confronto con il gruppo dei pari. Sono esigenze che valgono per tutti, sentite con maggior forza per chi ha problemi nella comunicazione.
Il laboratorio è partito con un contatto porta a porta a partire da chi ne aveva fatto richiesta con un gruppetto di sei, adesso sono raddoppiati. Cresciuti e raddoppiati di numero”.
Giada: “All’inizio nonostante avessero tra i tredici- quattordici anni a noi sembrava ne avessero dieci-undici. Difatti noi proponevamo ancora attività piuttosto infantili e da parte loro c’era una reazione entusiastica, forse anche perché erano attività che non avevano mai fatto da nessun altra parte come le attività sportive che loro non praticavano. Oggi le distanze sono diminuiti e sono degli adolescenti a tutti gli effetti e le loro richieste lo dimostrano. Oggi è importante il gruppo, le loro idee, le loro parole e se prima quello che dicevamo noi era preso per oro colato oggi non è più così e questo è ovviamente positivo anche se per noi è più impegnativo trovare il modo di entrare in relazione con loro, ma questo capita con tutti gli adolescenti. Sono ragazzi sordi che hanno gli interessi, le problematiche, le pulsioni di tutti gli adolescenti.
Anche la dimensione affettivo sessuale che adesso è esplosa ci ha portato a calibrare le attività nella direzione che potesse ancora coinvolgerli.
Le attività nascono non dal cappello magico ma cercando di osservarli per impostare un’attività che possa andare bene per loro. Se il primo anno abbiamo lavorato tanto sulle emozioni, perché potessero comunicare ciò che era difficile dire con le parole (cosa è la paura, cosa è la gioia) poi siamo passati ad un lavoro sul corpo che permettesse anche di riflettere insieme sull’affettività e sulla sessualità. Quest’anno abbiamo impostato il laboratorio sulle professioni perché ormai stanno arrivando alla fine delle superiori e si cominciano a chiedere cosa fare per il dopo. E’ molto importante dare un ventaglio di idee, di possibilità proprio perché sui mestieri hanno idee spesso stereotipate che prevedono l’adeguamento alla professione del padre o della madre.
Abbiamo fatto anche vacanze insieme. La prima vacanza è stata tutta una scoperta, tutti facevano a gara per fare i turni per preparare da mangiare, lavare i piatti è stato un condividere una casa comune. Quest’anno insieme alla Ausl abbiamo fatto un progetto che si è svolto in un paese del nostro Appennino, Montecreto, in cui l’idea non era solo quella di vivere insieme ma di fare anche qualcosa per la comunità che ci ospitava. Aprire il gruppo verso attività di servizio, cosa non semplice per degli adolescenti “
Beatrice. “Nel laboratorio “Amici in comunicazione” c’è anche il momento dedicato ai compiti, che precedeva l’attività. E’ una sorta di affiancamento che ha l’obiettivo di renderli il più possibile autonomi, cosa molto difficile. In questo momento viene fuori anche il loro rapporto problematico con la scuola: in classe loro capiscono davvero quello che fanno? Attraverso i compiti abbiamo avuto la possibilità di collegarci con la scuola per capire meglio quello che davvero fanno, quello che comprendono realmente, quali strumenti poter offrire loro, in che modo semplificare i testi e ancora, quali testi? Da qui sono nati anche incontri con gli insegnanti per capire cosa si poteva fare insieme, alcuni andati a buon fine altri un po’ meno perché si trovano resistenze o prese di posizione rigide. Quest’anno abbiamo sentito l’esigenza di far partire un corso di italiano facoltativo rivolto sempre ai ragazzi del laboratorio e organizzato per piccolissimi gruppi. E’ un’esigenza nata da loro, in particolare da un ragazzino che aveva una grande paura di svolgere il tema e ci ha chiesto aiuto. Siamo partiti con un incontro alla settimana in cui abbiamo affrontato l’italiano in modo non scolastico e con un approccio diverso dalla logopedia. Abbiamo usato articoli di riviste, testi letterari, conversazioni. Recependo la loro risposta è partito anche un lavoro sui e con i libri: scegliere dei libri adatti a loro con testi semplici ma storie a loro vicine per dare proprio la possibilità di leggere e di identificarsi nelle storie, cosa che questi ragazzini fanno molta fatica a fare”. Per loro il libro tante volte è uno strumento non fruibile e c’è il rischio concreto di un’esclusione anche dalla parola scritta.
Non possiamo generalizzare ma i ragazzi che incontriamo noi hanno queste particolari difficoltà proprio perché un testo che per loro potrebbe essere accessibile lo giudicano troppo infantile, da bambini e lo rifiutano, un testo i cui contenuti sono adatti alla loro età è troppo difficile. Il nostro lavoro è stato proprio quello almeno di incuriosirli al libro, appassionarli alle storie, questo ha significato fare un lavoro di preparazione considerevole perché l’incontro tra loro e i libri fosse possibile”

LA FONDAZIONE GUALANDI
La Fondazione Gualandi a favore dei sordi è un ente privato nato il 1 gennaio 2003 dalla trasformazione dell’Istituto Gualandi per sordomuti e sordomute, fondato a Bologna nel 1850.
La Fondazione si ispira ai valori etici e cristiani che erano fondamentali nell’impegno dell’Istituto Gualandi e si propone di promuovere o sostenere, senza fini di lucro, attività di formazione, formazione continua, supporto all’integrazione scolastica di persone sorde, sostegno alle famiglie, direttamente o in collaborazione con enti, associazioni e organizzazioni che operano senza fini di lucro.
La Fondazione sostiene l’accoglienza di persone anziane sorde e sole.
La sede della Fondazione è in Via Nosadella 51/a 40123 Bologna – e.mail: direzione@fondazionegualandi.it Tel 051.3399506 Fax 051.6447918

1. Introduzione

di Francesco “Ghighi” Di Paola e Giovanna di Pasquale

Viaggiare è bellissimo
Il viaggio, sin dagli albori, è sempre stato centrale nella nostra storia, la storia dell’uomo e della donna sulla terra.
Ci è stato raccontato dai poeti, dai cantastorie; la tradizione orale ha pensato ai viaggi e alle avventure in terre sconosciute che affascinano tanto i nonni quanto i bambini, poi la musica, i libri, ora il web, con tutti i mezzi di comunicazione a nostra disposizione nel tempo abbiamo s/parlato di viaggio e viaggi.
Viaggiare lo considero un bene primario dell’uomo e delle donne, proprio come l’acqua e il carbone per intenderci, come l’informazione tra l’altro, cioè quei beni di cui l’umanità ha sempre avuto bisogno per lo sviluppo di qualunque attività.
Anche le rivoluzioni nei campi più diversificati hanno attinto significati e parole proprio da quei significati che ognuno di noi ha del viaggio. Elaborati in prima persona e poi collettivamente.
La scoperta dell’LSD, la droga sintetica degli anni ’60-70, il trip, non a caso chiamata “il viaggio” perché altera la percezione della coscienza, e poi il World Wide Web, la tripla w di Internet, una rete di informazione/i grande come il mondo che puoi navigare.
È proprio qui, nell’intreccio tra beni primari, tra informazione e cultura, movimento mente-corpo, (bisogno di) alterazione della normalità, che si insinua il mio viaggiare è bellissimo.
E questo è un territorio di tutti e di tutte. Di tutte le età e le estrazioni sociali. Di tutti i colori. Di tutti diritto.

Viaggiare è inutile
L’umanità, tranne rare ed elitarie eccezioni, non ha mai viaggiato per piacere, solo per costrizione o per far guerra.
E proprio oggi che il viaggio è così raccontato, pubblicizzato, reso feticcio diviene esperienza impossibile, almeno per chi vive nella parte a occidente del mondo. Spesso diventa solo illusorio, tentativo di cambiare qualcosa di noi cambiando la coreografia intorno.
Il viaggiatore si è fatto turista e sempre più vacanziere. I viaggi, le vacanze diventano obblighi sociali da assolvere non per risposta a un bisogno interno di stacco e straniamento ma per convenzioni sociali che spaccano la nostra, unica, vita in sfere separate e artefatte. Si è persa per noi inevitabilmente l’esperienza globale dell’essere attraversati (più che dell’attraversare) che i viaggiatori mitici riportavano per sempre con sé alla fine di ogni ritorno.
In tempi sempre più rapidi ci spostiamo in luoghi sempre più uguali, da cui pretendiamo risposte e stimoli, non in funzione di una comprensione reale, anche se inevitabilmente relativa, di quei paesi e di quelle popolazioni, ma delle immagini convenzionali a cui operatori turistici e addetti all’informazione ci hanno ormai educato. Gli unici viaggi sono spostamenti, i ricordi sono cartoline, i racconti aneddoti.
Per questo mi ritrovo sempre più spesso a pensare che lasciare l’aria entrare nei pensieri della mia testa  sia oggi l’unico viaggio per cui valga la pena di spendersi.
Di Francesco Ghighi di Paola e Giovanna Di Pasquale

La lettura   
Chiamatemi Ismaele. Qualche anno fa – non importa sapere con precisione quanti – avendo in tasca poco o punto denaro e, a terra, nulla che mi interessasse in modo particolare, pensai di andarmene per mare, a vedere la parte del mondo ricoperta dalle acque. È uno dei miei sistemi per scacciare la tristezza e regolare la circolazione del sangue. Ogniqualvolta mi accorgo che la ruga attorno alla mia bocca si fa più profonda; ogniqualvolta c’è un umido tedioso novembre nella mia anima; ogniqualvolta mi sorprendo fermo, senza volerlo, davanti alle agenzie delle pompe funebri o dietro a tutti i funerali che incontro; e, specialmente, ogni qualvolta l’insofferenza mi possiede a tal punto che io devo far appello a un saldo principio morale per trattenermi dal discendere in strada e buttar giù metodicamente il cappello in testa ai passanti, giudico allora sia venuto il momento di prendere il mare al più presto possibile.
Herman Melville, Moby Dick, libro primo

Giù, giù, giù. Avrebbe mai finito di cadere? “Chissà quanti chilometri è che sto cadendo?” disse a voce alta. “Starò avvicinandomi più o meno al centro della terra. Vediamo un po’: dovrebbe fare un seimila chilometri e qualche di profondità, penso…” (giacché, dovete sapere, Alice aveva imparato molte cose del genere durante le lezioni a scuola, e benché questa non fosse l’occasione più adatta per far sfoggio di cultura, dato che il pubblico era scarsino, tuttavia era sempre il momento buono per fare un po’ di ripasso) “… sì, dovrebbe essere la distanza esatta…ma  allora chissà a quale Latitudine o Longitudine mi trovo!”
(Alice non aveva la minima idea né sulla Latitudine né sulla Longitudine, ma erano pur sempre dei gran bei paroloni da tenere pronti.)
A questo punto riattaccò: “Chissà se sto attraversando tutta la terra! Che numero sbucare fra quella folla di gente che cammina a testa in giù! Tantipodi, se non erro…” (stavolta fu abbastanza contenta che non ci fosse nessuno a ascoltarla, questa parola non le appagava l’orecchio) “… ma dovrò chiedergli il nome del paese, naturalmente. Scusi, signora, qui siamo in Nuova Zelanda o in Australia?” (e mentre parlottava cercò di fare la riverenza – figurati, fare la riverenza intanto che stai precipitando nel vuoto! Credete di esserne capaci voi?) “Penserà che io sia una paesanella ignorante! No, non sarà proprio il caso di far domande: ci sarà pure un cartello stradale da qualche parte”.
Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie

Sostengo – disse Andrew Stuart – che le probabilità sono a favore del ladro, che non può non essere un uomo abile!
Andiamo, via! – rispose Ralph – non c’è più un solo paese nel quale possa rifugiarsi.
Per esempio!
Dove volete che vada?
Io non lo so – rispose Andrew Stuart – ma, dopo tutto, la Terra è abbastanza vasta.
Lo era una volta… – disse a mezza voce Phileas Fogg. Poi: Sta a voi tagliare, signore – aggiunse presentando le carte a Thomas Flanagan.
La discussione restò sospesa durante il robbie. Ma subito Andrew Stuart la riprendeva  dicendo:
Come, un tempo! Forse che la Terra è diminuita per caso?
Senza dubbio – rispose Gauthier Ralph – Sono dell’opinione del signor Fogg. La Terra è diminuita, giacché la si percorre adesso dieci volte più presto di cento anni fa. Ed è questo che, nel caso di cui ci occupiamo, renderà le ricerche più rapide.
E renderà anche più facile la fuga del ladro!
A voi giocare, signor Stuart – disse Phileas Fogg.
Ma l’incredulo Stuart non era convinto e, a partita finita:
Bisognerà convenire – riprese – che avete trovato un modo ameno per dire che la Terra è diminuita! E così, siccome se ne fa adesso il giro in tre mesi…
In ottanta giorni solamente – rispose Phileas Fogg.
Jules Verne, Il giro del mondo in ottanta giorni

Dissi che avrei provveduto io a fare i bagagli.
Mi vanto alquanto della mia abilità nel riporre la roba. Fare i bagagli è una delle tante cose nelle quali sento di essere più esperto di qualsiasi altra persona al mondo (e mi sorprende, a volte, constatare quanto siano numerose tali cose). Convinsi George e Harris della mia capacità e dissi loro che sarebbe stato preferibile se avessero lasciato fare soltanto a me.
Essi accettarono la proposta con una prontezza che ebbe dell’incredibile. George caricò la pipa e si allungò sulla poltrona; Harris, dal canto suo, appoggiò le gambe al tavolo e accese un sigaro.
Questo non corrispondeva affatto alle mie intenzioni naturalmente…
In ogni modo modo, non dissi niente e cominciai a metter via ogni cosa. Il lavoro risultò essere molto più lungo di quanto avessi creduto; ma finalmente terminai di riempire la valigia, e vi sedetti su, e strinsi le cinghie.
– Non ce li metti gli stivali? – domandò Harris.
Mi guardai attorno e constatai che li avevo dimenticati. Ecco com’è Harris. Si era ben guardato dal pronunciare una parola prima che io avessi chiuso la valigia e stretto le cinghie, naturalmente. E George rise, con una di quelle sue risatine esasperanti, insensate, simili al raglio  di un somaro, che mi rendono furente.
Riaprii la valigia e vi ficcai dentro gli stivali; poi, proprio mentre stavo per richiuderla, mi balenò nella mente un’idea orribile. Avevo ricordato di metterci lo spazzolino da denti? Non so come sia, ma non riesco mai a ricordare se ho già messo nella valigia lo spazzolino da denti. Lo spazzolino da denti è un oggetto che mi ossessiona quando viaggio, e che mi infelicita l’esistenza. Sogno di non averlo messo nella valigia, mi sveglio di soprassalto, madido di freddo sudore, e salto giù dal letto e dò la caccia allo spazzolino. Poi, al mattino dopo, lo metto nella valigia prima di essermene servito, e devo riaprire la valigia per prenderlo; e, naturalmente, è sempre l’ultimo oggetto che vi trovo; in seguito, rifaccio la valigia e dimentico lo spazzolino da denti, e devo salire di corsa al primo piano all’ultimo momento per prenderlo, e sono costretto a portarlo alla stazione avvolto nel fazzoletto.
Naturalmente ora dovetti togliere dalla valigia ogni maledetto oggetto, e naturalmente non riuscii a  trovare lo spazzolino. Frugai dappertutto fino a ridurre ogni cosa nello stesso stato in cui doveva essersi trovata prima che il mondo venisse creato, quando regnava il caos. Naturalmente, trovai almeno diciotto volte gli spazzolini da denti di George e di Harris, ma non riuscii a trovare il mio.
Rimisi tutto nella valigia, un oggetto per volta, scrollandolo prima a mezz’aria e finalmente trovai lo spazzolino dentro uno stivale.
Riempii allora di nuovo, e richiusi, la valigia.
Jerome K. Jerome, Tre uomini in barca (per non parlar del cane)