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autore: Autore: Giuseppe dell'Acqua (*)

7. I pregiudizi della Scienza

di Giuseppe Dell’Acqua, psichiatra, dipartimento salute Mentale di Trieste

Le prime risposte che i famigliari di un malato mentale ricevono sono in genere discordanti, ricche di contraddizioni, disorientanti tanto che alla fine non fanno altro che confermare una condizione di confusione, di allarme e una visione pessimistica del futuro. Salute mentale, pregiudizi e comunicazione sociale.
Nel campo della comunicazione sociale dobbiamo scontare non solo un ritardo ma soprattutto una pesante pregiudiziale (pregiudizi) che ha stravolto fino ai giorni nostri qualsiasi comunicazione relativa alla follia.
La comunicazione è sempre stata talmente priva di significati operativi al fine di un avvicinamento al problema della follia in quanto sovrabbondante, ridondante di immagini assolutamente distorte, esagerate e improntate a pregiudizi che la stessa psichiatria ha sempre costruito e alimentato.
Non solo i cittadini hanno sempre percepito la follia, il folle, la malattia mentale attraverso le lenti distorcenti del pregiudizio, ma anche dolorosamente questi pregiudizi hanno improntato le conoscenze degli stessi familiari, delle madri, dei padri determinando colpevolezza e vergogna. Gli stessi pregiudizi intorno al disturbo mentale sono vissuti alla stessa maniera dalle stesse persone che del disturbo mentale soffrono.
Accettare di avere una malattia mentale significa accettare di collocarsi infondo alla scala sociale. Di qui il rifiuto della malattia e la scelta piuttosto del ritiro, dell’isolamento, del rifiuto strenuo e tragico.
Comunicare non può essere altro che affrontare questo problema e perseguire finalità di cambiamento che alla fine sono definibili come terapeutiche per tutti.
E’ evidente quanto oggi sia possibile, attraverso la potenza del sistema mediale, affrontare con maggiore speranza di successo ma consapevoli delle permanenti contraddizioni, il tema dell’informazione.
Sappiamo quanto ancora oggi proprio la potenza distorcente dei mezzi rappresenta un elemento di ulteriore rafforzamento dei processi di stigmatizzazione, di vissuti pessimistici, di alimentazione dei pregiudizi.
Chi non è coinvolto personalmente in un problema di disturbo mentale come familiare, come paziente o come cittadino vicino non sa nulla se non i pregiudizi che ha acquisito nel corso della vita. Questa è la condizione di chiunque si trovi a dover affrontare all’improvviso il problema.
Il cambiamento che abbiamo registrato in Italia in questi ultimi 20 anni se da un lato ha prodotto nuove prospettive, un diverso diritto per le persone affette da disturbo mentale e ha reso evidente l’assenza di conoscenza, dall’altro le polemiche, che sul cambiamento si sono attivate, hanno paradossalmente favorito forme di informazione superficiali attente alla polemica, allo scandalo, alla contrapposizione, alla fine schiacciando e disattendendo il bisogno vitale di conoscenze e riconfermando la tragicità della malattia mentale, il pessimismo, la pericolosità delle persone “malate di mente”.

Informazione per affrontare la malattia mentale
Pensiamo che soltanto ai familiari, ai genitori che si trovano ad affrontare l’esordio di un disturbo mentale in un proprio figlio. Le prime risposte che ricevono sono in genere discordanti, ricche di contraddizioni, disorientanti tanto che alla fine non fanno altro che confermare una condizione di confusione, di allarme e una visione pessimistica del futuro. Oggi i familiari, le loro associazioni hanno ben compreso quanto sia necessario conoscere il problema, essere informati per poter affrontare con tutte le proprie risorse integre una prova di per sé drammatica e una battaglia che spesso si rivela cruciale per il futuro.
Ricerche recenti e lavori ormai decennali di sostegno ai familiari rendono evidente quali e quanti informazioni devono essere messe in campo:
-sulla natura del disturbo mentale, sulle cause, sugli esiti possibili;
-sull’impiego delle terapie farmacologiche;
-sulla molteplicità dei percorsi terapeutici e sulla loro integrazione;
-sui servizi, le modalità di accesso e di funzionamento;
-sulle possibilità di aiuto per i familiari che riducono il carico e il coinvolgimento soggettivo;
-sui sintomi;
-sulla possibilità di costruire relazioni utili di convivenza malgrado la malattia.
I problemi da superare per poter soddisfare queste richieste non sono né pochi, né di semplice soluzione.
Le “scuole di pensiero”, gli interessi, un passato istituzionale non ancora superato rendono necessaria un’intenzione e strategie ad hoc per costruire analisi condivise e accordi strategici sulle modalità di offrire informazioni.
Attraverso un processo di progressive sottrazioni, le persone che soffrono di disturbo mentale finiscono per perdere la loro soggettività, la loro individualità per diventare oggetti, malati da collocare in appositi contenitori.
Chi soffre di un disturbo mentale diventa, come abbiamo già detto, per sé stesso e per gli altri, un malato di mente, il che sembra logico e naturale. Viene, in realtà, omologato , incluso, in una categoria inesistente – malato di mente – che assumendo come dominante la “parte malata”, tutto sovradetermina.
Da questi processi traggono sostanza gli stereotipi che fissano la figura e il ruolo del folle (del malato di mente) nell’immaginario collettivo.
Un processi circolare di riverberazione tra istituzioni sociali, sistema giuridico, istituzioni sanitarie, immaginario collettivo, luoghi comuni, sistemi di comunicazione di massa alimentano il permanere nel nostro sistema sociale di massicci fenomeni di etichettamento.
Con sconcertante reciprocità stigma e pregiudizi si alimentano e si rafforzano.
Pregiudizi che trovano origine in epoche lontanissime, radicati nell’immaginario popolare, contagiosi proiettano ancora ombre dense di disperazione, di pessimismo, di vergogna.
Pericolosità, inguaribilità, incomprensibilità, improduttività e irresponsabilità sono i pregiudizi che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha individuato come condizione diffusa che impediscono in tutti i paesi l’accesso ottimale ai processi terapeutici ed emancipativi per le persone affette dal disturbo mentale ed ha invitato i governi a fare tutto quanto in loro potere per fronteggiare la condizione di stigmatizzazione e di fatto di debolezza del diritto delle persone affette da disturbo mentale e delle loro famiglie.
I pregiudizi contribuiscono ad impedire l’accettazione della sofferenza mentale e l’accesso consapevole alle cure.
Riconoscere di avere qualcosa che non va, di essere fuori di testa, di avere un disturbo mentale, significa accettare di essere malato di mente. Essere malato di mente significa riconoscersi agli ultimi gradini della scala sociale.
Le associazioni di persone affette da disturbo mentale e quelle di cittadini e familiari per la salute mentale riconoscono come problemi principali da affrontare anche attraverso una corretta comunicazione i pregiudizi, l’ignoranza, la paura della gente e lo stigma che colpisce il paziente e la sua famiglia.

Anche il mondo scientifico condiziona negativamente la percezione comune
Stigma e pregiudizio che dominano l’immaginario collettivo sono nati e hanno trovato sostegno nel mondo scientifico.
Lo sforzo di catalogazione della medicina positivista, ma anche della attuale psichiatria, costruisce una classificazione delle malattie e dei loro sintomi tanto puntuale quanto fragile nei suoi presupposti fondamenti scientifici.
La costruzione della diagnosi in psichiatria si legittima scientificamente come ricerca ed estrapolazione di segni di malattia nel comportamento del malato; ma essa in realtà finisce per esprimere un valore totalizzante sul complesso dell’esistenza individuale e sociale della persona. L’intervento psichiatrico, fondato sul modello medico risalendo a ritroso nella storia, finisce per rappresentare un potente condizionamento nella stessa analisi dello sviluppo storico della sofferenza della malattia. La vita concreta viene sottoposta ad un lavoro di ricodifica a posteriori. Il comportamento viene progressivamente, nel corso della storia, oggettivato e incanalato nei canoni previsti dalla diagnosi posta.
La storia, in termini clinici, “l’anamnesi”, altro non è che la ricerca dei segni della malattia.
I fatti della vita vi appaiono solo in quanto fattori scatenanti, semplici situazioni di stimolo che accelerano il “processo” patologico che comunque viene dato come esistente.
Questa priorità del patologico, spinta all’estremo arriva ad invalidare i gesti pratici, le scelte, la vita concreta delle persone perché tra esse e la malattia resta un salto, in senso logico ed analitico.
Nella diagnosi psichiatrica i fatti, i gesti vengono accostati secondo un senso ad essi esterno in un meccanismo che li sovradeterminano.
il significato totalizzante della diagnosi apre necessariamente il terreno all’incapacità, all’incomprensibilità, all’inguaribilità, alla pericolosità, se, come accade la malattia si sovrappone alla scelta, al libero arbitrio della persona.
Questo approccio che ancora affonda il sapere e l’agire psichiatrico ha contagiato molte delle scelte organizzative e la ricerca nel campo della psichiatria in questo secolo.
Una sorta di “pessimismo terapeutico” nei confronti dei disturbi mentali più severi ha improntato le azioni e le aspettative degli psichiatri e della psichiatria.
Se un tanto ha prodotto il riferimento al determinismo naturalistico, ai modelli biologici non meno hanno confuso il quadro riferimenti monoculari ed ideologicia modelli psicologici, ermeneutici, sociologici.
La contrapposizione di modelli conoscitivi diversi (biologico-psicologico; psicologico-sociale ecc.) ha mostrato il suo limite anche se sono ancora intensi (e dannosi sicuramente) i tentativi di far prevalere questa o quella”scuola di pensiero”. Ragioni molteplici, che travalicano il campo della dialettica scientifica e che sono alimentate più dagli interessi dimercato delle industrie farmaceutiche o dalle innumerevoli scuole di formazione in psicoterapia, ancora producono rigide estremizzazioni. L’informazione condizionata da questi conflitti alimenta confusione e pregiudizi.
Tuttavia gli ambienti più attenti cominciano a proporre e a studiare modelli conoscitivi e interpretativi polimorfi, complessi, molto più articolati che in passato e ad avvalorare, ad esempio, l’ipotesi multifattoriale nell’approccio allo studio delle cause della malattia mentale.
Diversi fattori che possono essere identificati come biologici, ecologici, culturali contribuiscono insieme, interagendo e completandosi, a costruire e mantenere la salute mentale ovvero a determinare particolari ed individuali condizioni di vulnerabilità.
Questi elementi sono presenti nella vita di ciascuno. Alcuni ci sostengono, ci offrono possibilità di recupero, di vantaggio. Sono questi fattori protettivi. Altri elementi (fattori di rischio) quali una malattia fisica o più invalidante, la fragilità emotiva, particolari attitudini o disabilità di tipo neuropsicologico, una predisposizione di origine ereditaria, la problematicità dei rapporti familiari, il particolare impatto nelle prime esperienze di socializzazione, la miseria materiale, l’isolamento relazionale nel proprio gruppo di appartenenza, esperienze di vita istituzionali (orfanotrofi, collegi, carcere, ospedali) strutturano singolari condizioni di vulnerabilità che incontrando eventi drammatici o comunque significativi e diversamente intrecciandosi e interagendo tra loro possono determinare nelle persone (e nella loro vita) condizioni di disagio fino al disturbo mentale grave e al bisogno di attenzioni e cure specifiche.

Al di là della diagnosi e dei pregiudizi
In questo quadro la condizione di benessere psichico si identifica meglio come una condizione di “fragilissimo equilibrio instabile” che proprio in quanto tale permette di produrre una gamma pressoché infinita dicomportamenti nelle situazioni più disparate; la capacità di stabilire relazioni adeguate (e differenti) e di saper rispondere con comportamenti pertinenti ai cambiamenti ambientali, cronologici, istituzionali che naturalmente accadono nel corso della vita.
Queste ipotesi, soltanto tratteggiate, offrono intanto, possibilità di uscire dalla “piattezza cognitiva” che si è determinata intorno al disturbo mentale e rende molto meno predefinibile il decorso e l’esito dei disturbimentali stessi. Rende evidente l’essenza dei pregiudizi, offre strumenti nuovi e più utili all’informazione. Come dire se è vero che particolari eventi e fattori determinano e costituiscono il disturbo mentale è altrettanto vero che altri eventi e altre condizioni possono determinare il benessere psichico.
Le esistenze delle persone sono sempre diverse e diverse le loro esperienze se non intervengono ad omologarle tutte le forme di istituzionalizzazione e di appiattimento proprie dei saperi e delle pratiche psichiatriche e psicoterapeutiche.
Risulta evidente da questa esposizione che il problema dell’informazione intorno al disturbo mentale può essere affrontato solo riconoscendo la contagiosità del pregiudizio che la psichiatria ha alimentato.
La procedura, le pratiche cliniche e le istituzioni che operano il “riconoscimento” del disturbo mentale sono state investite dal lavoro di smontamento dei saperi (deistituzionalizzazione) che le fondano. Non è piùpossibile oggi informare riferendosi alle “contagiose” oggettivazioni della psichiatria.
Sembra ormai evidente ampiamente condivisa, nel nostro paese, la scelta al promuovere la crescita e il rafforzamento dei soggetti (e dei loro diritti) e costruire strategie di “riconoscimento” capaci di salvaguardare egarantire insieme molteplicità di percorsi e di identità alle persone: percorsi di normalità, strategie per la normalità in grado di contagiare le relazioni sociali, i luoghi di lavoro, la famiglia. Queste strategie assumono tanta più forza quanto più il problema dell’informazione e delle conoscenze viene intenzionalmente e responsabilmente affrontato.

Informare rispettando alcune regole
Nella pratica e col rischio consapevole di semplificazione può essere possibile oggi lavorare nel produrre conoscenze e informazioni condividendo o cercando di rispettare i seguenti assunti:
-Le dinamiche psicologiche del “sano” si ritrovano sia pure quantitativamente alterate nel “matto”.
-La malattia mentale (il disturbo mentale) non può più essere definita dall’attributo dell’incomprensibilità.
-Si può comprendere soggettivando,(singolarizzando) quella particolare persona, quella particolare vita, quel particolare contenuto.
-La valorizzazione della storia dona senso alle esperienze più estreme.
-La ricerca di senso negli accadimenti più”incomprensibili” costruisce il valore della storia.
-La comunicazione (la relazione) compromessa (alterata) con le persone, con il contesto costituisce un fattore non più trascurabile nella produzione di comportamenti disorganizzati, incongrui, inadeguati, rischiosi.
-I fattori sociali e contestuali assumono valore non solo nel concorrere alla produzione del disturbo ma anche nel condizionare il decorso e l’esito.
-La persona che soffre di un disturbo mentale conserva sempre una propria dimensione umana.
-Il “pazzo” non può essere definito radicalmente diverso, alieno.
-La malattia mentale non definisce più “alienazione”globale.
-Le persone affette da disturbo mentale possono essere curate, possono guarire.
-In ogni caso è possibile attenuare (ridurre) gli effetti dei comportamenti disturbanti e favorire il mantenimento delle relazioni.
-La reclusione manicomiale come l’isolamento e l’emarginazione sociale è sempre dannosa.
-Istituzionalizzazione, isolamento ed emarginazione possono essere definiti “fattori di rischio” anzi costituiscono la disabilità connessa alla malattia mentale.
– Il lavoro della “psichiatria comunitaria” deve sapere ricollocare in un campo di tensione nuovo il mandato di controllo sociale e la necessaria aspettativa terapeutica. Il binomio “controllo-cura” può definire un ordine di discorso nuovo e produttivo.
La contaminazione della normalità rappresenta oggi la più importante viad’uscita dalla spirale disturbo mentale-etichettamento-emarginazione se è vero che il “contagio”, l’alimentazione dei pregiudizi passa attraverso le opinioni, il valore e le attese che le persone e la collettività costruiscono intorno alla questione del disturbo mentale.
Nel nostro paese le leggi di riforma dell’assistenza psichiatrica e la conseguente chiusura del manicomio hanno rappresentato la prima misura (nel mondo) che si è rivelata capace di avviare processi efficaci di fronteggiamento della stigmatizzazione, del pregiudizio, dell’esclusione sociale.
L’informazione sociale nel campo della salute mentale deve poter partire daqueste premesse per accrescere le competenze della comunità. La comunità soltanto riconoscendosi come insieme di soggetti, di storie, di esperienze singolari, può trovare la capacità per rimontare pregiudizi secolari,contagiosi e penalizzanti per le persone affette da disturbo mentale che per tutti i cittadini.