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autore: Autore: Mauro Sarti

11. I ferri del mestiere

di Mauro Sarti, giornalista

“Un errore frequente nei primi dolorosi rapporti con un giornale, è costituito dalla fiducia assoluta nella bontà della propria causa. Si è convinti, spesso, che un comunicato scritto male, bastino a fare scattare il mezzo dell’informazione. Se poi ciò non accade, si accusa il giornale di scarsa sensibilità, si scrive una lettera indignata al direttore, in una parola: ci si taglia il ponte con le proprie mani”.

Professionisti o no?
Un telefono, un computer, un fax. Un responsabile che, a seconda delle necessità, compila il comunicato, telefona ai giornalisti, invita alla conferenza stampa. Sembra facile, tutt’altro.
Ma sfatiamo un mito: non è assolutamente indispensabile ricorrere sempre ad unaagenzia di relazioni pubbliche per riuscire ad organizzare un semplice ma efficace ufficio stampa. Di più: porterà vantaggio all’immagine dell’associazione, oltre che all’efficacia del messaggio, essere riusciti a mettere in piedi un servizio attento e professionale, senza ricorrere al costoso lavoro dei professionisti dell’informazione. Certo il riferimento è all’ordinaria amministrazione, alla vita normale di una associazione o di un gruppo di volontariato. Per eventi complessi (meeting, convegni, spettacoli, mostre) è talvolta indispensabile chiedere aiuto, e non guasta: vedere come lavorano gli addetti ai lavori (magari seguirli passo passo) può essere un utile stage per commettere meno errori la volta successiva. Per imparare, anche solo a stilare l’indirizzario dei giornalisti (importantissimo) maggiormente sensibili al tema che vogliamo affrontare, sia in chiave locale che nazionale.
E veniamo al dunque: un telefono, un computer, un fax si diceva. E poi? Le persone: una o due, oppure un gruppo affiatato, individuato anche interpretandole attitudini personali, che si prenda l’impegno per un determinato periodo (almeno sei mesi, un anno) a tenere i rapporti con la stampa. Vuol dire molto per un giornalista contattare sempre, o essere contattato, dalla medesima persona. Anche quando non si vogliono comunicare notizie, ma solo fare un chiarimento, inviare documentazione esclusivamente “per informazione”.
Esistono numerosi manuali e libri sul giornalismo che insegnano a scrivere un comunicato, un articolo, a mettere giù il testo di un invito per una conferenza stampa. Ci sono dispense e corsi per corrispondenza. Tutti interessanti, moltiben fatti e utili. Quello che ci interessa qui è affrontare nello specifico il discorso relativo al mondo del disagio.

Conoscere il giornale
Abbiamo chiesto aiuto a Franco Bomprezzi, giornalista da sempre impegnato su questi temi e poco importa che si sposti su una sedia a rotelle. “Le associazioni degli handicappati giustamente temono il rapporto con la stampa. Maquando sono costrette ad affrontarla, si comportano proprio da handicappati, almeno nella generalità dei casi.
Un errore frequente nei primi dolorosi rapporti con un giornale, è costituito dalla fiducia assoluta nella bontà della propria causa. Si è convinti, spesso, che un comunicato scritto male, oppure una generica comunicazione telefonica, bastino a fare scattare il mezzo dell’informazione. Se poi ciò non accade (il che è la norma) si accusa il giornale di scarsa sensibilità, si scrive una lettera indignata al direttore, in una parola: ci si taglia il ponte con le proprie mani.
Invece: il giornale è fatto di uomini, di gerarchie, di mansioni, di tempi. E’ bene cercare di conoscerlo prima di averne bisogno. Se l’associazione, o l’addetto stampa, chiede un appuntamento con il responsabile della cronaca cittadina (per il direttore c’è sempre tempo), difficilmente si sentirà dare una risposta sgarbata. Questo incontro preliminare, informale, amichevole, consente un doppio risultato pratico: avere un interlocutore fisico, con nome e cognome, e numero di telefono, a un giusto livello di autorevolezza, e nel contempo essere conosciuti come entità organizzata del territorio quindi come potenziale catalizzatore di lettori assidui, portatori di interessi reali, e soprattutto di notizie interessanti. Solo in un secondo momento si passerà alla comunicazione vera e propria. Anche se il responsabile della redazione, o della cronaca locale, tenderà a delegare un altro giornalista, magari specializzato in problemi sociali e sanitari, non va mai trascurato questo contatto corretto col giornale: perché alla fine l’uscita e la collocazione, nonché la titolazione della notizia, non dipendono quasi mai da chi materialmente si occupa del servizio e lo scrive, ma dal responsabile della cronaca”.

La giusta dimensione
Continua ancora Franco Bomprezzi: “Un altro errore frequente nei rapporti con i giornali è quello di prospettiva. La sacrosanta indignazione, ad esempio, per i tagli imposti alla spesa socio-sanitaria dalla legge finanziaria porta normalmente alla stesura di proclami, comunicati più o meno unitari, confirme, sigle, appelli. Uno sforzo di mobilitazione cui nel migliore dei casi corrisponde un titoletto a una o due colonne a piede di pagina, magari vicino alle necrologie. Perché? Tutta colpa del giornalista che non capisce niente? No, non del tutto. Molto spesso questi comunicati sacrosanti mancano di una cosa elementare, ma basilare: l’aggancio, documentato, con la realtà locale. Non sono, cioè, dimensionati correttamente rispetto al mezzo di informazione. Se invece la protesta per la finanziaria fosse accompagnata da una statistica aggiornata e inedita sul danno reale che i tagli provocano agli handicappati della città e della provincia in questione, e dell’annuncio di una iniziativa concreta in sede locale, probabilmente il comunicato avrebbe un risalto assai maggiore, verrebbe meno “tagliato”, potrebbe perfino essere lo spunto per un servizio più ampio da parte dello stesso giornale, con interviste, approfondimenti, fotografie.
Voglio dire: un commento locale ad una notizia nazionale può essere non solo opportuno, ma necessario, solo se non appare come una ripetizione in scala ridotta di argomenti generali. Occorre dare il massimo risalto a tutti quegli elementi locali che, lungi dallo sminuire la notizia o il commento, collocano entrambi alla giusta dimensione, che poi è quella del lettore. Non vorrei dare l’impressione che in “periferia” esistano solo notizie di portata “locale”. Semmai è vero il contrario: la diffusione di mezzi di comunicazione sempre più distribuiti nel territorio, la creazione di sinergie editoriali e di network informativi fa sì che un fatto accaduto a Cuneo possa avere, per gravità o emblematicità, un’immediata eco nazionale. Ciò che conta è rapportarsi correttamente ai media a seconda del livello dell’informazione”.

La conferenza stampa, le foto, la documentazione
La conferenza stampa è uno strumento rischioso, importante, ma da gestire con grande acume. Alcune regole semplici: si tratta di un mezzo”privilegiato” ed “esclusivo” di rapporto con l’informazione. Quindi esige il rispetto dell’interlocutore professionale, va convocata in una sede adeguata e facilmente raggiungibile, in un orario consono alla predisposizione dei servizi (normalmente l’ideale è la tarda mattinata), con largo anticipo (almeno 48 ore, salvo eccezioni determinate dalla imponderabilità degli avvenimenti), con chiarezza di argomenti da trattare, con autorevolezza di relatori. Un uso distorto o smodato della conferenza stampagenera l’effetto altrimenti detto “al lupo, al lupo!”. Come dire perdere credibilità quando serve davvero. Attenzione alle fotografie. I giornali, se parliamo di cronaca sociale, ne hanno poche e spesso brutte. Buona norma dunque allegare al materiale della conferenza stampa, o anche a prescindere dalla sua convocazione, un po’ di foto (solitamente in bianco enero) per arricchire l’archivio. Eviterete così che le foto vengano “rubate” o che non inquadrino il tema affrontato in modo corretto. Lo stesso vale per la documentazione: i giornalisti non sono onniscenti, dunque è sempre utile allegare una (breve) documentazione tecnica sul tema trattato. Potrà venire utile anche in futuro.

Una tentazione pericolosa
Passiamo per un attimo dalla parte del giornalista. Una tentazione pericolosa per chi segue il sociale è quella di vestire i panni di Robin Hood e abbracciare una causa senza preoccuparsi di verificare a fondo i fatti. E’ importante invece fornire al lettore un’informazione il più possibile completa, non le interpretazioni di una sola parte. Di fronte alla denuncia di un qualche disservizio, di ingiustizie, di soprusi, meglio sempre fare parlare i fatti: citando la fonte da cui deriva la denuncia, offrendo la possibilità a chi è sotto accusa di fornire la sua versione. Verificando, quando è possibile, in prima persona i fatti denunciati. Con il minor numero di commenti possibili. Una denuncia è più efficace se accompagnata da fatti concreti piuttosto che dallo sdegno del cronista.
“Questo rischio di sposare una causa – scrive Laura Formica, nel manuale del mestiere di cronista pubblicata dal settimanale Avvenimenti – è ancor più forte in chi si occupa di sanità che spesso, nei piccoli giornali, è agganciata al sociale. Il sistema sanitario italiano ha grosse lacune e le segnalazioni di casi di malasanità arrivano quotidianamente. Anche qui la regola d’oro è verificare, far parlare gli altri: esperti, utenti, istituzioni. Senza vergognarsi, quando non è chiaro un concetto, di chiedere spiegazioni. Meglio fare la figura dell’ignorante davanti al nostro interlocutore che fingere di capire e poi fornire ai lettori spiegazioni confuse e pasticciate. E nella sanità, capita spesso di incappare nel linguaggio tecnico dei medici: a meno che non si abbiano buone conoscenze di medicina, conviene insistere per farsi spiegare tutto con parole semplici”.
Poi, c’è la questione del linguaggio. “Non c’è dubbio – continua Laura Formica – che il giornalista e la giornalista di cronaca che si occupano del sociale e della società debbano conoscere a menadito i, diciamo così, linguaggi con i quali si esprime e attraverso i quali comunica la società. Dietro al linguaggio si manifesta un’intera cultura, com’è noto. Non trovo esagerato dire che un buon cronista e una buona cronista di sociale, oltre a conoscere bene, ad esempio, la terminologia medica che riguarda i disabili o i malati di mente, o i tossicodipendenti, dovrebbero sapere qualcosa di romanesh odi korakané, quando scrivono di zingari. Cioè: dovrebbero sapere qualcosa delle principali famiglie linguistiche che danno vita alla parlate degli zingari presenti in Italia, a patto che ciò non sia una inerte erudizione ma diventi chiave per una più approfondita comprensione di un mondo che (anche) per la sue separatezza linguistica è tenuto ai margini della conoscenza sociale e trattato solo come occasione di fatti di cronaca nera, con conseguente stigmatizzazione e censura razzistica. La conoscenza dei linguaggi, perciò, riporta chi fa cronaca al suo primo fine. Quello di non fermarsi alla registrazione dell’effetto di un qualcosa che si manifesta nell’evento, ma di risalire alle cause, avendo già nel proprio assortimento di grimaldelli interpretativi le chiavi fondamentali, quelle che aprono le porte della comprensione e della comunicazione”.

Con Internet in associazione (e in redazione)
Parecchi ce l’hanno. Pochi lo sanno usare bene. Tante associazioni utilizzanosolo la funzione di posta elettronica. Ma può fare miracoli. Non è questa la sede per addentrarci nel mondo di Internet. Ma è importante tenere ben presente anche questo dato per migliorare la capacità di comunicazione. Perché Internetè uno strumento povero e ad alto potere di democrazia. Con alcuni rischi:”Un’informazione troppo abbondante – scrive il filosofo Umberto Galimberti – fa trovare il soggetto nell’incapacità di leggerla e codificarla. Quando l’informazione è troppo abbondante accade quel fenomeno che io chiamo”implosione”, cioè l’assuefazione, l’irrilevanza e la trascuratezza. Accadrà quindi quello che è già avvenuto in America nel caso della TV, che è accesa dalla mattina alla sera, ma nessuno la guarda. Dovrebbe essere la scuola a fornire i criteri di decodifica, i parametri di giudizio per saper leggere ecomprendere le informazioni. Tuttavia oggi la scuola non dà più un metodo di lettura dei testi, ma solo dei contenuti e oggi non manchiamo certo di informazioni e contenuti, ma di menti attrezzate a selezionare queste informazioni”.
La comunicazione offerta da Internet è una comunicazione fondamentalmente orizzontale, visto che non esiste una rigida divisione dei ruoli tra emittente e ricevente, ma tutti possono essere sia l’uno sia l’altro: è inoltre non esistono centri di creazione o trasmissione delle immagini, suoni o testi rinvenibili in rete, che possano vantare una posizione privilegiata rispetto ad altri, dal momento che ognuno può decidere, in qualsiasi momento, di diventare editore di se stesso. E’ un invito alle associazioni che, anche grazie all’impiego di obiettori di coscienza, spesso studenti e spesso in grado di lavorare in rete, potranno dare un mano ad aprire nuovi orizzonti. Infatti una nota distintiva della nuova forma comunicativa è data dal fatto, tutt’altro che trascurabile, di rendere accessibili una quantità altissima di fonti d’informazione che in precedenza, o per la distanza geografica o per i requisiti richiesti, non lo erano affatto. Altra, ma non meno importante innovazione legata alle reti telematiche, è l’annullamento dello spazio e, in parte, anche del tempo, concetti questi che la rivoluzionaria Internet ha reso quanto meno traballanti, se non proprio obsoleti. Tuttavia è bene cercare di non lasciarsi abbagliare: perché è molto concreto il rischio di perdersi, di farsi travolgere dal mare delle informazioni in cui si immerge chi decide di navigare nella rete; è necessario dunque possedere gli strumenti conoscitivi ed una formazione di base, che mettano in grado di muoversi con destrezza all’interno del magma informativo che costituisce l’attuale realtà della rete, per riuscirea reperire le informazioni desiderate senza correre il rischio di “perdere tempo”.
La democrazia, dicevamo. La democrazia elettronica. Attenzione, anche qui: i presupposti dell’entusiasmo democratico sviluppatosi intorno alla rete, nascono dalla constatazione di alcune caratteristiche oggettive della rete, come ad esempio la sua capacità di avvicinare persone di culture diverse o di dare finalmente uno status nuovo (donne, handicappati, minoranze, ecc) a chi fatica ad ottenerlo nella società reale, oppure ancora dall’esaltazione e dalla strenua difesa della libertà all’interno della rete. Tutto questo però, pur tenendo conto delle caratteristiche reali di Internet, tende ad enfatizzarle a discapito di quelle negative legate ai fattori economici (spesa per l’hardware necessario) e conoscitivi (conoscenza della lingua inglese e alfabetizzazione informatica). Fattori questi in grado di determinare una forte limitazione delle presunte libertà e uguaglianza veicolate dalla rete.

1. Quale università per gli handicappati

di Mauro Sarti

Oggi è il direi tore del dipartimento di scienze dell’educazione dell’università di Bologna ma per molti è rimasto ancora l’amico a cui chiedere un consiglio, a cui chiedere quell’informazione che l’assistente sociale non è riuscita a recuperare. Andrea Canevaro, docente di pedagogia speciale – una delle tre cattedre esistenti in Italia, e sono poche ci ha detto – ha risposto volentieri alla nostra richiesta di intervista per la rubrica: 900 anni di emarginazione?

Tantissime pubblicazioni sull’handicap alle spalle, un manuale per i suoi studenti, ma soprattutto una lunghissima esperienza di lavoro con gli studenti, al fianco delle persone handicappate e delle loro famiglie. Con le associazionicome l’Aias e l’Anffas, con gli Enti Locali e in giro un po’ dappertutto.
Probabilmente è stato un attacco un po’ troppo formale. Con Andrea, in fondo, ci si conosce già da un po’ anche se il tempo per fare due chiacchiere non è mai troppo. Terminato l’anno accademico 87/88 ci serviva però un intervento significativo che soprattutto fosse in grado di dare delle indicazioni chiare per il futuro, che facesse opinione anche nel mondo universitario. Il “referente per l’handicap” dell’ateneo bolognese – ma attenzione alla ghettizzazione!, ha continuato Canevaro – ci è sembrata la persona più adatta ad assolvere questo compito.

Partiamo con un esempio. All’estero come si sta? 
Non mi sembra che dal punto di vista dell’integrazione delle persone handicappate nel mondo universitario ci siano delle situazioni particolarmente brillanti altrove… Certo ci sono paesi che hanno più ordine, per cui la stessa immagine dell’Università in un campus, con i viali, i prati, le biblioteche… è diversa.
Noi abbiamo delle Università diverse, mescolate alle città, disordinate, ma è sedimentazione storica. Certe Università molto recenti hanno i bagni migliori di quelle più vecchie, sono costruite tenendo presente i problemi dell’accessibilità, e questo soprattutto nei paesi dove le tecnologie sono più avanti. La questione delle barriere architettoniche però è utile ma non è specifica dell’Università, la didattica invece se non la facciamo noi non la fa nessuno.

Quindi metteresti la didattica al primo posto al fine di una realeintegrazione nell’Università?
 Si riflette troppo poco sulle questioni che riguardano la didattica. Gatullo dice spesso: se noi dovessimo indicare ad un collega straniero tre pubblicazioni di rispetto, di un certo calibro, sulla didattica universitaria in Italia, faremmo fatica a trovarle. Manca una riflessione di metodologia che vada al di là di una didattica molto oralistica, la lezione, mentre il laboratorio è riservato ad alcune situazioni tecniche. Si considera che le materie umanistiche non debbano avere laboratori e questo penalizza soprattutto chi è handicappato. Questi studenti avrebbero bisogno di una “articolazione della didattica”, invece si riporta nella situazione universitaria la condizione per cui l’integrazione, quando c’è stata, si è realizzata nella scuola di base, con la possibilità di utilizzare  una serie di strumenti di mediazione, con una didattica multimedia. La stessa cosa vale per le ricerche, per quelle “partecipate” dove gli handicappati non sono oggetto di ricerca ma sono dei collaboratori. Sarebbero molto importanti per affrontare ad esempio le questioni lavorative, sociali, famigliari, sessuali… Varrebbe la pena pensare che una fetta di queste debbano farsi doverosamente, per una convinzione scientifica ed etica, con un modello di ricerca partecipata, favorendo la ricerca-azione.

E i finanziamenti? Il nuovo corso dell’Università prevede uno stretto rapporto di collaborazione con il mondo dell’industria. Chi sarebbe disposto a finanziare ricerche sull’handicap? 
L’handicap non deve essere visto alla stregua di una industria! È la novità di questi anni pensare che l’Università possa essere gestita come un’impresa che abbia rapporti con altre imprese offrendo dei servizi, tra cui ia ricerca. Non è tanto possibile individuare l’industria disposta a finanziare ricerche in questo settore, potrebbero essere le Ferrovie dello Stato per i trasporti, ma ci potrebbero essere anche molte altre cose… Bisogna allora pensare che la ricerca sull’handicap è un settore al quale devono essere date delle garanzie istituzionali anche dall’interno stesso dell’Università, e anche per quanto riguarda l’erogazione di fondi.

Torniamo alle barriere architettoniche. Entro l’anno partiranno i lavori per la loro eliminazione, a quali problemi si andrà incontro? 
Ci saranno sicuramente delle questioni da raccordare, problemi con la Sovrintendenza ai monumenti; bisognerà continuare a fare lezione anche in quelle aule dove saranno in corso i lavori. Ma l’importante è che nella commissione che presiederà ai lavori ci sia la presenza di persone handicappate; per non commettere degli errori.

Ci sono differenze tra le diverse facoltà? Disponibilità? Tolleranza? Qual’è la situazione del punto di vista dei docenti?
Credo che ci sia una parte di noi docenti – che però non vorrei colpevolizzare – che adotta un certo pietismo. Sempre meglio che essere spietati ma… è sbagliato considerare la persona che ha delle difficoltà di comunicazione come una persona che farà un esame un pò tirato via. Qualcuno non darà il voto massimo ma c’è comunque una certa disponibilità. Poi ci sono le facoltà che ti fanno subito capire che quello non è il tuo posto, che devi dimissionare dalle aspirazioni che avevi, si dividono in fondo in due categorie: quelle dove c’è tolleranza, disponibilità ma talvolta non proprio fino in fondo; e quelle dove invece non ci si iscrive neanche, oppure si rimedia non facendosi più vedere.

Hai in mente un esempio di uno studente con difficoltà che abbia superato con successo il suo rapporto con l’Università? E con quali costi?
Maurizio Cocchi (oggi presidente della Spep coop di Bologna, ndr) ha avuto sicuramente il vantaggio, e lo dico paradossalmente, di essere presente all’Università in una stagione di grandi assemblee, di grande movimento, e di avere un carattere che voleva imporsi. La miscela di questi due elementi gli h afatto fare un esercizio di “logoterapia” che forse non aveva mai fatto in vita sua. L’assemblea doveva rispettare i tempi di Maurizio che sono andati poi accelerandosi, ha migliorato la sua organizzazione non solo di oratore ma anche l’articolazione, il non-incepparsi… ha imposto uno stile. Le difficoltà che ha avuto le ha vissute come tutti gli altri che hanno delle difficoltà. Non ha richiamato su di sé un’attenzione da “poverino!”, erano le necessità anche degli altri: di avere degli esami in calendario più accettabili, degli accessi migliori, le aule, gli spazi…
Sta arrivando gente. Devono parlare con Canevaro di un corso di formazione sulla sessualità per una USI di Ravenna e sono costretto ad interrompere l’intervista. Riesco però ad avere un’ultima informazione: Canevaro è fiducioso che possa andare a statuto una nuova disciplina per l’Università, “handicap e nuove tecnologie”.