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autore: Autore: Nicola Rabbi

1. Introduzione

A cura di Nicola Rabbi

Il lavoro che segue ha l’obiettivo di mostrare come l’uso di internet s’incroci con la vita quotidiana di una persona disabile, di un suo familiare, di un operatore sociale, di un insegnante.
Internet, e-mail, browser, web, chat… sono tutte parole che si riferiscono al mondo delle nuove tecnologie della comunicazione. È un mondo oramai sempre più conosciuto dagli italiani, soprattutto da parte delle nuove generazioni, che ha e avrà importanti conseguenze per tutti; che lo vogliamo o no queste tecnologie sono destinate a cambiare la nostra vita quotidiana. Fare la spesa, acquistare un libro, prenotare un biglietto per un viaggio o una visita specialistica, relazionarsi con altre persone, sono tutte occupazioni comuni che grazie alla tecnologia saranno svolte in modo differente. Soprattutto per le persone che hanno problemi di mobilità questi cambiamenti potrebbero essere decisamente positivi.
Il nostro filo conduttore sarà rappresentato dalla telematica, ovvero del luogo dove l’informatica e l’informazione s’incontrano dando nuove e sostanziose possibilità a tutti, non solo alle persone disabili naturalmente.
È anche nostra convinzione che le tecnologie non assicurino da sole l’integrazione e un migliore livello di vita alle persone disabili; possono farlo solo in concomitanza di altri fattori, quali precise scelte politico-sociali e la presenza, dall’altra parte del filo, ma, ancor meglio, nella stessa stanza o accanto, di altre persone che sono disposte a spendersi, a esserci.
Nel ’97 assieme a Carlo Giacobini scrissi il libro “L’handicap in rete”, dove, attraverso l’analisi approfondita di vari siti, davamo una prima immagine dell’informazione sulla disabilità presente in rete. A distanza di soli pochi anni le coordinate di riferimento sono del tutto mutate: gli utenti in Italia sono passati da poche centinaia di migliaia a più di 10 milioni, la rete è diventata sempre più efficiente e capace di fornire servizi sofisticati attraverso una banda di trasmissione dati sempre più ampia. Per questi motivi, assieme a una maggiore conoscenza di internet da parte di tutti, questo scritto è profondamente diverso dal predecessore e, dando per scontata una minima alfabetizzazione telematica da parte del lettore, segue altre strade.

Le relazioni, i servizi, le barriere…
Il lavoro è stato scritto nel corso di due anni e in parte è già stato pubblicato dalle riviste “TN” dell’ANMIC nazionale e dalla “Rivista del volontariato” della FIVOL, i cui responsabili di redazione ringrazio per avermi permesso di riutilizzare il materiale inserendolo in una cornice più ampia.
Gli articoli sono raccolti in sezioni che trattano del rapporto tra internet e i disabili da angolazioni diverse e sono divise nel modo seguente:

  • Temi: in questa sezione vengono trattati due argomenti particolari, le informazioni di carattere giornalistico che riguardano la disabilità reperibili in rete e quelle sull’integrazione scolastica. Questa scelta dipende dall’importanza che attribuiamo all’informazione scritta con tecnica giornalistica (chiarezza e sinteticità) ai fini di una maggiore conoscenza condivisa e dall’importanza che “HP-Accaparlante” da al tema della scuola
  • Relazioni: parliamo di quegli strumenti (community, chat, blog, reti sociali) che permettono a un individuo delle relazione sociali molto più ampie e potenzialmente ricche di occasioni
  • Servizi: è un discorso molto pratico dei servizi che fino a oggi offre la rete, come, ad esempio, l’acquisto di un biglietto per viaggiare o per andare al cinema, la prenotazione di una visita specialistica, la spesa da casa
  • Barriere: anche il web come gli ambienti reali quotidiani può presentare delle barriere che ostacolano le persone disabili, ma non solo loro, all’uso completo della rete
  • Ricerche: sono descritti alcuni studi empirici che tentano di raccontare l’uso di internet da parte delle persone disabili e quello che queste persone vorrebbero trovare ma ancora non c’è
  • Cultura: vengono definite alcune questioni di cultura digitale che ci riguardano tutti e la cui evoluzione influenzerà in modo decisivo l’uso di internet (il copyright, il digital divide e la privacy).

Lo scritto termina con una sintetica bibliografia dei principali libri cui abbiamo attinto.
Come potete vedere si tratta di un lavoro molto vario ma non per questo poco approfondito che è stato scritto utilizzando un linguaggio chiaro ma soprattutto in modo sintetico per permettere di toccare degli argomenti anche distanti tra di loro ma collegati appunto dalla rete, da internet (non è questa la sua natura?).

Uno strumento di liberazione?
I cambiamenti che la tecnologia ci propone ogni giorno in forme sempre variate non sono a senso unico; come le medicine, hanno le loro controindicazioni, e potranno avere una valenza positiva e subito vicino averne un’altra negativa.
Le nuove tecnologie basate sul digitale portano con sé un elemento di estrema duttilità che permette di includere tutti, ma il pericolo di esclusione rimane pur sempre presente. Facciamo un esempio: l’invenzione della locomotiva come mezzo di trasporto ha permesso a tutti di spostarsi più rapidamente ma ha creato (naturalmente con il passare del tempo e in un clima culturale attento ai diritti delle persone disabili) dei problemi nuovi di accessibilità per i disabili motori; se i gradini rimangono insormontabili, se gli scompartimenti sono stretti o mal congeniati a cosa serve a uno spastico un Eurostar che raggiunge i 200 chilometri all’ora? A nulla. Così vale anche per le applicazioni delle nuove tecnologie: se non sono pensate anche per i disabili il rischio di esclusione rimane.
Stiamo parlando di possibilità, di potenzialità (che oramai sono molto più che promesse) da cui viene esclusa la maggior parte della popolazione mondiale. La telematica, internet sono cose da mondo occidentale, da paesi ricchi; laddove le infrastrutture (linee telefoniche, energia elettrica, ecc.) non esistono o dove l’analfabetismo è endemico, queste conquiste dell’umanità non arriveranno mai. Quindi – un’altra contraddizione, un altro paradosso – questi benefici ricadranno là dove le condizioni di vita delle persone disabili sono migliori, e rischiano di non riguardare la maggior parte dei disabili che, come è noto, vive nei paesi poveri.

4. Il soggetto disabile e il popolo della rete

Dove è possibile trovare la voce della persona disabile e dei suoi familiari su internet? Questo tipo di incontro lo si può fare più spesso in quegli spazi dove viene assicurata un’interattività migliore: ovvero dove si può comunicare direttamente. È in questi luoghi che si trova il popolo della rete.

Il popolo della rete
La rete offre altri strumenti di interazione che non necessariamente passano sul web. Stiamo parlando delle mailing list, dei newsgroup, delle chat e di altre applicazioni che permettono tutte queste cose assieme e anche altro.
Le mailing list sono dei gruppi ristretti di discussione che viaggiano su posta elettronica (è necessaria l’iscrizione per parteciparvi); i newsgroup invece sono delle bacheche pubbliche (elettroniche) che vengono usate utilizzando degli specifici software; le chat sono degli spazi di discussione in tempo reale (anche in questo caso esistono dei sofware specifici). Se è vero che molti di questi strumenti sono stati “webbizzati” (ovvero sono visibili anche sul web), queste possibilità comunicative funzionano molto bene anche al di fuori del web (forse meglio). In questi spazi, forse meno visibili, molte persone disabili e non si “incontrano” per parlare assieme.
Di mailing list e di newsgroup ve ne sono decine di migliaia nel mondo; attualmente in Italia esiste il newsgroup it.sociale.handicap che è possibile vedere andando sul motore di ricerca Google (www.google.it) e cliccando sul pulsante in alto a destra “Gruppi”.
Di mailing list ricordiamo “sociale-edscuola” che è una mailing list di Educazione&Scuola, una rivista telematica su Scuola e Formazione (per iscriversi andare a questo indirizzo web: www.edscuola.com/mailing.html), la mailing list “Dw-Handicap” (per iscriversi andare su http://groups.yahoo.com/group/dw-handicap). Ambedue le liste si occupano molto del tema dell’integrazione scolastica. Anche sulla rete telematica eco-pacifista Peacelink (www.peacelink.it) esiste una mailing list intitolata “Volontariato” dove spesso vengono trattati i temi della disabilità.
Esistono mailing list a seconda del tipo di deficit; ad esempio a questo indirizzo http://web.tiscali.it/simod/disabili/liste.htm potrete trovare alcune risorse espressamente dedicate ai non vedenti (non tutte sono aggiornate).
Si potrebbe continuare a lungo con l’elenco, infatti basta mettere in un qualsiasi motore di ricerca le parole disabili, handicap, mailing list, newsgroup, lista e incrociarle tra di loro in più tentativi per accorgersi della moltitudine di riscontri.

Il caso delle community
Le community sono una sezione di un sito web che ha come scopo quello di creare una comunità di lettori/partecipanti al proprio sito. È un modo per fidelizzare la propria utenza/clientela che viene praticato in ogni tipo di sito web (ogni portale ha la sua community). L’esempio migliore di community la si può trovare al sito di Superabile. La sezione offre ai propri utenti uno spazio forum e uno spazio chat. I forum sono un qualcosa a metà strada tra le mailing list e i newsgroup; attualmente sono una trentina i forum su Superabile e trattano di svariati argomenti (dallo sport, ai fatti di cronaca, dalla mobilità alla legislazione). Un altro caso di community la si può trovare su Disabili.com (www.disabili.com); in verità è un po’ tutto il sito a essere organizzato come una community. Anche qui abbiamo lo spazio forum (una ventina in tutto) e lo spazio chat.

Di che cosa si parla
Chi scrive in queste mailing list e in questi newsgroup sono soprattutto familiari di disabili, i disabili stessi, gli insegnanti, qualche operatore sociale e qualche volontario/amico. Ma di che cosa si parla in questi spazi? Pur non volendo fare una casistica, vi sono alcuni temi che ritornano  spesso; si trovano molti racconti di esperienze, di situazioni, come le difficoltà di integrazione scolastica per il proprio bambino, la ricerca di un centro specializzato adatto al proprio caso, il metodo riabilitativo efficace sul proprio figlio. È soprattutto osservando il numero dei “replay”, ovvero il numero delle risposte a un particolare messaggio, che si può misurare l’interesse per un dato argomento. Questi esempi che ho appena citato vengono ripresi numerose volte da altri partecipanti che commentano, forniscono un consiglio, criticano il messaggio iniziale. I rapporti che s’instaurano a volte sono molto intensi, le persone cominciano a conoscersi poco a poco, nascono amicizie e intese, a volte senza vedersi mai (altre volte capita anche di darsi degli appuntamenti fuori rete).
Altri argomenti trattati riguardano la segnalazione di un libro, di un seminario o di una trasmissione televisiva, la notizia o il commento di una novità legislativa.
Alcuni esperti della rete dicono che i newsgroup sono gruppi di discussione più ampi, con un numero elevato di messaggi giornalieri, caratterizzati da una certa confusione nei temi trattati; queste peculiarità non facilitano lo spirito di gruppo. Viceversa le mailing list, di solito partecipate da un numero minore di persone e aventi un tema più specifico di discussione, permettono una maggiore coesione del gruppo, un dibattito più approfondito. La mia esperienza personale non è questa, anche i newsgroup offrono delle discussioni interessanti, semmai la differenza è psicologica: a una mailing list ti devi iscrivere e il messaggio di posta elettronica arriva direttamente nella tua casella postale e questo forse può aumentare il senso di appartenenza a un gruppo.
Un discorso a parte merita il caso delle chat. Si “chatta” in tempo reale con un’altra persona, direttamente. I canali in cui si chiacchiera, se si usano dei software specifici sono infiniti perché ogni persona può crearne uno diverso. In questo campo non si può sapere quanto si parla di disabilità, si possono fare solo delle congetture. Le chat facilitano sicuramente un approccio più diretto ed è verosimile pensare che sia il luogo dove una persona disabile può sviluppare relazioni, sia affettive che sessuali, che nel mondo reale ha meno opportunità di trovare.

5. Le reti sociali

Uno dei tratti distintivi della rete telematica è lo spirito di cooperazione tra gli utenti. Nonostante internet sia diventato un campo di battaglia per tante lotte politico-economiche, questa matrice originaria non è stata certo cancellata. Continua anzi a riproporsi in forme diverse, suggerite dalle innovazioni tecnologiche, come è il caso delle reti sociali. Anch’esse sono un fenomeno recente di internet e stanno sempre più diffondendosi, accompagnate però da alcuni pregiudizi che le vedono come un luogo (virtuale) dove la gente può incontrarsi per degli “intorti”. Certo la ricerca di un partner può essere una motivazione forte, ma le reti sociali non si riducono solo a questo e, anzi, sono destinate a svilupparsi in molte altre direzioni che prevedono il mutuoaiuto sui più svariati argomenti.

Trovarsi in rete
“Si ha una rete sociale quando una rete di computer connette persone e organizzazioni”. Questa è la definizione che dà Fabio Metitieri in un suo articolo pubblicato sul numero di gennaio 2004 di Internet News (articolo da cui prenderò altri spunti). In questo modo si sposta l’attenzione dalle macchine (che si connettono tramite cavi) alle persone che intrecciano invece tra loro relazioni di tipo diverso (amicizia, amore, lavoro…). Le reti sociali offrono i cosiddetti servizi di dating, ovvero delle banche dati con i profili di centinaia di migliaia di persone che possono così conoscersi in rete in base ai loro interessi. Il servizio di dating, che è una sorta di servizio di incontro, è l’evoluzione delle chat e dei messenger, dato che è molto meglio organizzato. Di solito ci si deve iscrivere fornendo alcuni dati come l’età, il sesso, gli interessi, l’area geografica e l’e-mail; una volta completata la registrazione, si è inseriti in un database che è possibile consultare. In questo modo si possono incontrare prima in rete e poi nella vita reale le persone con cui si condividono gli stessi interessi; addirittura, dato che la conoscenza avviene anche tramite presentazione tra utente e utente, si possono organizzare eventi collettivi, dove il gruppo di persone conosciutesi in rete si incontra fisicamente.

Incontri significativi?
Parlare di reti sociali è anche un modo per far vedere che dietro la tecnologia c’è sempre la persona, e che la prima deve essere al servizio della seconda. La diffusione di questo fenomeno del resto è coerente con lo spirito originario della rete internet che è stata, soprattutto all’inizio, una rete costituita dalle relazioni tra persone, allora ricercatori e studenti, oggi il cittadino comune (anche se ancora di un certo status economico).
Del valore poi di questi incontri, di quanto possano essere occasioni di amicizia, di lavoro e rapporti sentimentali significativi, questo è un altro discorso, con i suoi pro e i suoi contro. Facendo solo un esempio, alcuni studiosi del fenomeno sostengono che la facilità che si ha nel mettersi in contatto con gli altri può essere anche un preludio per degli incontri vissuti superficialmente. Una cosa è certa, la maggior parte dei contatti on line che diventano significativi per le persone coinvolte passano poi all’incontro reale: è in quel momento che si cementa, o si sfalda, quanto si era sentito o intuito in rete.

I siti più noti
E ora qualche indirizzo dei siti più famosi che offrono questi servizi. Il più noto è Friendster (www.friendster.com) che si rivolge a chi vuole incontrare degli amici nuovi o dei partner. Linkedin (www.linkedin.com) invece serve per ricercare occasioni di lavoro. Per ultimo citiamo Tribenet che si caratterizza come un luogo dove una persona può farsi degli amici che la possano aiutare in tanti piccoli problemi pratici.
Questi sono siti statunitensi, in lingua inglese, dove è però possibile anche trovare degli italiani; non esistono per adesso dei servizi simili sui siti italiani. L’esistente è soprattutto rivolto al servizio di incontri a scopi sentimentali: il più noto è Meetic (www.meetic.it) che raccoglie nel suo database oltre 600 mila profili di persone. Altri servizi simili sono offerti da Supereva (incontri.supereva.it) e Virgilio (match.virgilio.it).

11. Gli e-book, i libri elettronici

Leggere on line un libro è un’opportunità oramai a portata di tutti, ma il libro elettronico (l’e-book), a differenza di tante altre innovazioni portate dalle tecnologie dell’informazione, ha trovato e trova diversi ostacoli alla sua diffusione.
Eppure l’e-book è uno strumento indispensabile chi non vede o per chi (molti di più) è ipovedente. Tramite uno screen reader e un sintetizzatore vocale, un testo digitale può essere ascoltato. Ma non solo; anche per chi ha problemi di mobilità, l’opportunità di leggere dal proprio computer un testo senza andare a consultarlo in biblioteca o comprarlo in libreria è uno strumento prezioso. In generale anche per molte altre persone il libro digitale faciliterebbe la vita; pensiamo agli studenti o a quegli insegnanti che vivono in realtà decentrate dove la biblioteca locale è scarsamente rifornita o a tutte quelle persone che non hanno il tempo di “passare in libreria”. Come si vede l’e-book rappresenta un’ennesima rivoluzione nel nostro comportamento, una rivoluzione che però incontra degli ostacoli.

Leggere stanca
Il libro, il bel libro di carta, a cui siamo abituati da secoli presenta in effetti alcune caratteristiche che il libro digitale non offre. È molto “portabile”, lo si può leggere sotto un albero o a letto, sull’autobus attaccati alla maniglia, in spiaggia. I caratteri sono molto definiti e risaltano molto bene sulla pagina bianca, così gli occhi si stancano di meno. Ancora, il libro non è retroilluminato e quindi leggerlo è meno fastidioso di un normale schermo di computer. Non dimentichiamoci che un libro non si scarica mai e lo si può leggere dall’alba fino al tramonto (dopo o prima si può accendere semplicemente la luce). Invece un computer portatile, o un hardware tascabile, qualsiasi ha il limite di una batteria con una durata limitata.
Leggere su uno schermo (almeno fino a oggi) non è così rilassante; da numerosi studi risulta che l’80% dei lettori di internet non legge parola per parola ma scorre la pagina (la “guarda”) e che la lettura sullo schermo è il 25% più lenta di quella su carta (anche per questo una delle più ferree norme di chi scrive sul web dovrebbe essere la sinteticità).

Software e hardware per leggere online
Occorre a questo punto fare una piccola precisazione. Quando si parla di e-book si tende a confondere le applicazioni che presentano i testi (software) con i dispositivi fisici che ne permettono la conservazione e anche la lettura (hardware).
Per quanto riguarda i primi, esistono varie offerte sul mercato;  i più noti “lettori” di e-book sono il Microsoft Reader, l’Adobe Acrobat Ebook Reader, il Tk3 ebook reader che permette di usufruire oltre al testo anche dei suoni e dei video. Questi software si ispirano per lo più all’immagine che noi abbiamo del libro, offrendo nei loro comandi la possibilità di sfogliare le pagine, di mettere dei segnalibri. Solo poche applicazioni cercano di offrire qualcosa di più – ciò che il libro non può avere – ovvero la possibilità di prendere degli appunti o di interagire con altri lettori.
Hardware: molte persone non sanno che questi libri possono essere letti non solo dai normali computer, anche se portatili, ma da speciali dispositivi. I più noti sono il Notebook e il Tablet PC; si tratta di oggetti di piccole dimensioni, poco pesanti, ma dotati di ampi schermi e di una memoria che può contenere migliaia di e-book (è come avere in un solo “libro” un’intera biblioteca). I limiti di questi dispositivi sono quelli enunciati poco sopra: difficoltà di lettura, scarsa “portabilità”, anche se il mercato offre prodotti sempre più raffinati. Di recente la Sony ha commercializzato LIBRI, un lettore di e-book basato su una tecnologia electronic paper (e-paper), la stessa che in futuro promette l’avvento di display flessibili e arrotolabili. Sì, avete capito proprio bene, in poco tempo avremo sul mercato dei prodotti che potremo utilizzare come dei libri, li potremo piegare e mettere in tasca, li potremo leggere da qualsiasi angolazione. Saranno una sorta di fogli di plastica su cui potremo leggere intere biblioteche.

Link e multimedia
Di fatto gli e-book possono offrire molto altro che non la sola lettura. Fin dagli anni ’80, lo statunitense George Landow sperimentava con i suoi studenti dei software collegati a una rete telematica che permettevano di leggere una moltitudine di testi, di commentarli e di collegarli tra di loro.
Inoltre come abbiamo già visto nel caso del Tk3 ebook reader, i libri elettronici non offrono solo testi ma qualsiasi elemento multimediale.
Possiamo così immaginarci, in un futuro non molto lontano, dei libri da leggere, da ascoltare e da vedere; dei libri collegati alla rete, da cui possono attingere continuamente delle nuove risorse. In questo modo anche la figura del lettore viene profondamente modificata, in quanto diventerebbe un lettore – ma anche un utilizzare di materiale audiovideo – che può commentare quello che legge, magari confrontandosi con altre persone in rete, diventando lui stesso una sorta di autore.

Le risorse sul web
Torniamo ora a quello che possiamo già fare: per chi voglia conoscere più approfonditamente cosa sono gli e-book e dove possa trovarne gratuitamente, consigliamo alcuni siti su internet.
In lingua italiana il più noto è Liber liber (www.liberliber.it) che ha festeggiato da poco i suoi 10 anni di esistenza. Liber Liber  è noto per il progetto di biblioteca telematica accessibile gratuitamente che raccoglie oramai centinaia di opere non coperte dal diritto d’autore (ovvero il cui autore è morto da più di 70 anni o dove questi diritti non sono richiesti da chi li detiene). Il lavoro è il frutto della collaborazione di centinaia di volontari che si occupano della digitalizzazione dei testi e della loro correzione.
Esistono poi dei siti costruiti per i non vedenti, come quello dell’Istituto Cavazza (www.cavazza.it) che offre 2500 testi coperti dal diritto d’autore che possono essere visionati solo tramite un’iscrizione in cui si danno le prove del proprio deficit. Ancora più vasto è il servizio offerto dalla Fondazione Galiano sempre per i non vedenti.
Per avere, invece, un’idea approfondita di cosa siano gli e-book, è molto interessante la sezione offerta da Alice dove sono elencate anche varie risorse dove prelevare gratuitamente dei libri elettronici.

10. Servizi sanitari online

Uno dei bisogni più sentiti dagli utenti di internet, soprattutto quelli anziani e disabili, è la possibilità di avere informazioni sanitarie on line, disponibili 24 ore su 24, aggiornate e facili da reperire. Si comincia a parlare di E-sanità (“sanità elettronica”), intendendo con questo termine non solo la semplice informazione, ma la fornitura di veri e propri servizi. Di fatto, se molti ospedali, assessorati alla Sanità, ASL sono sempre più presenti sul web con siti ricchi di informazioni e aggiornati, le esperienze di servizi veramente “operativi” sulla rete sono ancora pochi. Il più interessante è rappresentato sicuramente dall’esperienza bolognese di CUP2000 (www.cup2000.it).

L’esperienza di CUP2000
CUP2000 è una società costituita nel 1996 – ma operante dal 1993 – da otto soggetti pubblici (Comune e Provincia di Bologna, quattro Aziende Sanitarie dell’area metropolitana bolognese, Policlinico S. Orsola-Malpighi, Istituti Ortopedici Rizzoli) “allo scopo di migliorare e facilitare l’accesso dei cittadini ai servizi sanitari utilizzando le più moderne tecnologie digitali”.
Il salto di qualità rappresentato da questa società, che lavora oramai in tutta Italia, è il livello dei servizi erogati tramite internet. Tramite Cupweb è possibile prenotare, dietro una preventiva impegnativa del medico (là dove lo si richiede) tutta una serie di visite specialistiche senza dover andare direttamente a uno sportello dell’ASL.
Prendiamo l’esempio di Bologna: tutte le strutture sanitarie locali sono collegate in rete e se noi vogliamo prenotare una visita, ad esempio “Eco capo e collo – tiroide”, basta impostare la ricerca scegliendo la zona (quale area di Bologna o in provincia) e subito appariranno le strutture disponibili. Appaiono delle tabelle che ci danno informazioni sull’indirizzo della struttura, i giorni d’attesa, la tariffa da pagare e la possibilità di prenotare on line. La prenotazione on line è possibile agli utenti che si siano registrati preventivamente. In questo caso tramite un codice personale  (formato da userid e password) è possibile prenotare la visita riportando il numero dell’impegnativa del medico e il giorno in cui è stata fatta.
Cupweb è un potente strumento per informarsi sui luoghi delle visite specialistiche e sui tempi d’attesa, anche per tutte quelle visite specialistiche che non sono attualmente prenotabili on line.
Il sistema è forse un po’ complesso, soprattutto per l’utenza che ha poca dimestichezza con il web, e molto spesso sono proprio gli anziani le persone che hanno più difficoltà a usare le nuove tecnologie. Questo sistema però non si limita al solo web, ma permette la prenotazione tramite i vari sportelli delle ASL e perfino nelle farmacie e nei centri commerciali.
Per i tempi di attesa questo tipo di tecnologia non può essere risolutrice, visto che in alcune prove che abbiamo fatto certe prenotazioni superavano i 100 giorni di attesa (evidentemente qui sono altri i fattori che contano, come la disponibilità delle apparecchiature).
Naturalmente sempre on line è possibile anche disdire e cambiare appuntamento.

Cartelle cliniche online?
CUP2000 e l’Azienda Ospedaliera S. Orsola-Malpighi di Bologna hanno avviato dal 2003 il primo sistema italiano di gestione e archiviazione elettronica dei dati clinici del paziente.
Questo sistema (come si legge sul sito di riferimento) permette di:

  • consentire al cittadino di ottenere la propria cartella clinica in 48 ore;
  • permettere al personale sanitario di consultare la cartella clinica del paziente in tempo reale, mediante connessione telematica a una rete intranet sicura;
  • semplificare le procedure di gestione della documentazione sanitaria;
  • agevolare le attività di ricerca in campo clinico ed epidemiologico grazie a un’ampia base di dati del percorso clinico dei pazienti.

Attualmente CUP2000 gestisce call center e Cup a Milano, Mantova, Chioggia, Ferrara, Firenze, Napoli e nella regione Liguria, servendo quasi 7 milioni e mezzo di cittadini.

CUP2000 S.p.A.
via Del Borgo di San Pietro 90/c, 40126 Bologna
tel. 051/420.84.11 e fax 051/420.85.11
e-mail: cup2000@cup2000.it

9. Spesa online: come fare?

Come si fa la spesa dei generi alimentari (e non) attraverso internet? Daremo per scontato alcuni temi che abbiamo trattato precedentemente; non parleremo, tanto per intenderci, dell’utilità per una persona disabile di farsi recapitare a casa propria la spesa acquistata on line, o dei problemi di sicurezza quando si deve pagare tramite la propria carta di credito.

Facciamo un po’ di spesa
I siti che offrono un servizio di spesa on line sono oramai tanti e presentano delle caratteristiche comuni. Innanzitutto un’interfaccia che facilita il navigatore nelle scelte e nei passaggi tipici come il carrello, il recapito, il pagamento… Per poter usufruire del servizio occorre sempre registrarsi nel sito dando le proprie generalità e altri dati. Una volta superato questo passaggio si può accedere direttamente ai prodotti. Se il sito è ben progettato, è come passeggiare nelle corsie di un supermercato (anzi la sensazione è migliore, perché non devi fare lunghe file o frequentare posti affollati), dove ogni tanto ci si ferma per prendere un prodotto. Solo che qui il prodotto lo prendi virtualmente, selezionandolo con il mouse. I prodotti sono di solito descritti interamente (marca, peso…) con annessa un’immagine; una volta scelto, il prodotto finisce in un carrello, il proprio carrello della spesa che viene presentato iconograficamente con l’immagine corrispettiva. Man mano che si selezionano i prodotti, questi si accumulano nel carrello, a cui sono associate alcune funzionalità; ad esempio è possibile avere una lista di quanto si è comprato e da qui, nel caso avessimo qualche ripensamento, possiamo togliere i prodotti che non vogliamo più. In ogni momento possiamo calcolare quanto stiamo spendendo attraverso una funzione di calcolo.

Davanti alla cassa
È il momento di pagare, ma nessun panico, esistono vari modi per farlo e tutti abbastanza semplici. Il più facile è il pagamento alla consegna tramite contanti; oppure si può pagare direttamente on line tramite la propria carta di credito, scrivendo direttamente sul web il proprio numero.
A proposito dei prezzi c’è da segnalare il fatto che molte volte vi sono delle offerte di sconti solo per chi acquista on line (e questo comporta una certa convenienza). In compenso il recapito a casa della merce comporta sempre una spesa aggiuntiva che si aggira sui 5-7 euro. Le norme di recessione valide per legge si applicano anche nel caso della spesa on line, naturalmente.
Per quanto riguarda il trasporto della merce a casa propria, di solito, se si fa la spesa entro le 12, si ha la certezza di avere il tutto nel pomeriggio, in caso contrario la spesa arriva la mattina successiva. Sul web è anche possibile scegliere la fascia oraria in cui si vuole ricevere la spesa, con un lasso di tempo variabile da una a due ore.

Alcuni esempi
Dopo aver descritto dei tipi ideali, facciamo ora una breve carrellata dei principali siti dove è possibile fare della spesa on line. Il servizio a domicilio di Esselunga (www.esselunga.it/) è disponibile solo nelle zone di Bologna, Genova, Milano, Monza e Prato; in questo caso le tariffe di recapito sono di 5,16 euro e 6,20 euro a seconda delle fasce orarie. Io vorrei (www.iovorrei.it) propone invece due modalità di consegna, a domicilio (5 euro) oppure gratis facendosi trovare in punti determinati per caricare la spesa sulla propria macchina (serve solo le zone di Milano e di Torino). Volendo (www.volendo.com) copre quasi tutta la Lombardia e Torino, e la spesa per la consegna a domicilio è solo di 4,90 euro. Infine ricordiamo La Coop Adriatica (www.e-coop.it) dove è possibile fare la spesa senza registrarsi (copre le zone di Milano, Roma, Bologna, Genova) e per i disabili il servizio di consegna è gratuito.

Chiusi in casa?
Come si vede, sono più coperte dal servizio le grandi aree urbane del centro-nord, mentre le zone di provincia e meridionali dispongono raramente di queste possibilità.
A questo punto rimane una domanda da porci: è meglio fare la spesa standosene a casa, risparmiando tempo e fatica, oppure andarci di persona, per vedere meglio i prodotti o magari per chiacchierare con qualcuno? A voi la risposta.

8. Biglietti online per viaggiare

Ritorniamo a parlare di biglietti on line, questa volta non per passare una serata ascoltando musica o assistendo a un avvenimento sportivo, ma per viaggiare, per vacanza o per affari. Anche per questa evenienza risultano subito chiari i vantaggi offerti da internet: è possibile informarsi direttamente da casa propria (dal proprio terminale) risparmiando tempo e denaro per lo spostamento ed evitando possibili barriere architettoniche; inoltre si ha una pluralità di informazioni riguardanti gli orari, i percorsi, i prezzi, permettendo così un’organizzazione personale completa (e che non sempre è possibile ottenere, ad esempio, se si incontra un bigliettaio poco simpatico o sbrigativo); si possono confrontare offerte commerciali diverse, avendo la possibilità di scegliere; se oltre a viaggiare si vuole qualcosa di più, con pochi colpi di mouse è possibile avere tutte le informazioni turistiche che si desiderano sul luogo che si deve raggiungere (e il tutto sempre da casa propria!).
Certo ci sono anche degli inconvenienti; ad esempio se si incontrano siti web che confondono i navigatori o che, peggio ancora, hanno informazioni vecchie o errate. Per esperienza personale (io utilizzo sempre internet quando devo viaggiare, visitare un museo, andare in vacanza…) si corre più il primo pericolo (ovvero di perdersi in un sito mal progettato) piuttosto che il secondo, dato che oramai una sensibilità collaudata verso il web, motivata da un robusto interesse economico, fanno sì che gli aggiornamenti siano frequenti.

Via con il treno
Cominciamo con Trenitalia (www.trenitalia.com), il sito ufficiale della società di trasporto delle Ferrovie dello Stato, il giusto punto di partenza se si vuole viaggiare in treno o se si vuole consultare semplicemente l’orario ferroviario. Intanto da notare, nella barra di navigazione orizzontale in alto, il link che porta alla pagina “Servizi per disabili”. Qui è possibile reperire l’elenco dei Centri assistenza disabili (196 in tutto) dislocati nelle varie stazioni; si danno informazioni inoltre sulle agevolazioni tariffarie, su come viaggiare in carrozzina e sulla consegna dei biglietti a domicilio (a pagamento e solo per alcune stazioni).
Nella prima colonna a sinistra del sito è invece possibile cercare il treno che si desidera, mettendo la stazione di partenza, quella d’arrivo e l’orario indicativo (di partenza). Le schermate successive descrivono dettagliatamente i vari treni finché, una volta scelto quello adatto, si può acquistare direttamente il biglietto cliccando sull’icona che raffigura un carrello della spesa su sfondo rosso (questa immagine è diventata una convenzione per ogni tipo di biglietto on line). Per acquistarlo on line però occorre registrarsi prima (lo si fa direttamente in home page).
Scelti a questo punto la classe e il numero di posti, si prosegue andando in fondo alla pagina e cliccando sull’icona violetta sottotitolata avanti (non molto visibile però dato che sta in fondo). Ora si può acquistare il biglietto tramite una carta di credito.

Meglio volare?
Prendiamo come esempio il sito dell’Alitalia (www.alitalia.it). Cominciamo con la scelta del volo, per poi passare alle modalità di acquisto on line.
Nella colonna centrale del sito è possibile scegliere l’aeroporto di partenza e quello di arrivo, dando anche le indicazioni sulla data, l’orario, la classe, il numero dei posti. La scelta è facilitata da un accorgimento grafico: una barra orizzontale posta in alto nello schermo che si colora di scuro ogni volta che si è effettuato un passaggio verso l’acquisto del biglietto. I passaggi sono sei: cerca volo, scegli volo, dettaglio biglietto, dati passeggero, acquista, ricevuta. Per l’acquisto del biglietto da casa sono possibili due modi; o telefonando al call center o tramite il web pagandolo con una carta di credito (in questo caso non occorre registrarsi). Alitalia offre la possibilità dell’acquisto del biglietto elettronico (sempre tramite internet); in questo caso non occorre farselo recapitare a casa, ma bisogna, al momento dell’imbarco, recarsi a un videoterminale dell’aeroporto per “accreditarselo”. Se vi siano delle barriere architettoniche per accedere a questi terminali, questo non è possibile saperlo. Nel caso il servizio sia scadente, nella colonna a sinistra dell’home page potete accedere alla pagina “Reclami” cliccando sul link “Assistenza ai clienti”.
Infine ricordiamo un nuova modalità di acquisto dei biglietti, il ticketless travel (viaggio senza biglietto). Si tratta di un nuovo sistema utilizzato sui voli economici di alcune compagnie aeree che consente di acquistare i biglietti per telefono, tramite internet con carta di credito o tramite agenzia, e di imbarcarsi presentando semplicemente un documento d’identità con fotografia.

12. Quando il web è una barriera

Se qualche volta avete delle difficoltà nella lettura di un sito web, se non riuscite a trovare l’informazione che cercate ma sapete che è lì e, ancora, se non riuscite più a orientarvi nella navigazione, non date solo la colpa alla vostra scarsa dimestichezza con l’informatica; spesso l’errore sta a monte, nella progettazione del sito. Progettare bene un sito significa proprio dare la possibilità a chiunque, anche a chi sa solo accendere un computer e dirigere il mouse verso l’icona del programma, di poter raggiungere le informazioni che si desiderano. Un sito ben fatto deve essere usabile e accessibile: se con usabilità si indica la capacità di costruire siti facilmente navigabili e ben strutturati, con il termine accessibilità ci si riferisce al grado di difficoltà che una persona con deficit può incontrare nell’uso di internet.

Usabili e accessibili
Un sito è usabile quando un navigatore riesce a fare facilmente tre cose: riesce a trovare le informazioni ricercate perdendo poco tempo; riesce a orientarsi nel sito e ritornare alla home page; riesce a scaricare da internet il materiale che vuole senza dover aspettare troppo.
Ci soffermiamo ora sul concetto di accessibilità, argomento che riguarda da vicino le persone che hanno un deficit. Il tema dell’accessibilità da parte dei disabili ai siti web è un tema che, al di fuori di certi ambienti, non è molto conosciuto ma che è, ciononostante, molto importante. È importante perché stiamo andando verso un tipo di società in cui l’esclusione dalle nuove tecnologie di comunicazione significa l’esclusione della persona stessa da una soddisfacente vita sociale e lavorativa. È importante perché rendere un sito più accessibile a una persona disabile significa renderlo migliore per tutti gli altri.

Disabilità sensoriali e motorie? No problems
I siti web si stanno sempre più caratterizzando per l’utilizzo crescente di elementi multimediali (video, audio e animazioni); questo può comportare dei problemi per quelle persone che hanno deficit sensoriali. Un non vedente di fronte a una galleria fotografica o a un video dell’eruzione dell’Etna che informazioni ne può dedurre? Ecco allora che il progettista e il redattore delle pagine web devono pensare a un contenuto fruibile il più possibile da tutti. Ritornando al nostro esempio, un file audio che commenti il video o un testo che spieghi le immagini proposte potrebbero risolvere il problema. Teniamo presente che anche gli ipovedenti (molto più numerosi dei ciechi) e i daltonici possono confondersi ma anche in questo caso, la scelta di un carattere dal corpo più grande, o la decisione di non caratterizzare un sito solo attraverso l’uso del colore, possono facilitare la comprensione a queste persone. Un discorso simile vale anche per chi ha un deficit uditivo e non può sentire, in parte o del tutto, i file audio; la sottotitolazione di ogni “parlato” o la sua spiegazione riassuntiva possono ovviare al problema.
I disabili motori non hanno particolari difficoltà nell’usare il web (una volta che hanno risolto i loro problemi relativi all’hardware e al software nell’utilizzo del computer) tranne nel caso in cui debbano compiere movimenti molto precisi con il mouse.
In ogni modo, tutte le varie difficoltà possono essere risolte tecnicamente, il problema semmai è quello culturale per cui si progettano siti e pagine web pensando a un utente medio indifferenziato. Paradossalmente una delle caratteristiche del digitale è proprio la sua flessibilità, la sua adattabilità; approfittiamone dunque.
Farlo subito costa oltretutto molto meno che farlo dopo; pensate alle nostre città e a come è difficile e costoso adattare gli edifici perché non abbiano più barriere architettoniche e pensate invece come diventa più funzionale ed economico progettare fin dall’inizio le case a misura di tutti! Lo stesso discorso vale per le tecnologie: progettarle fin da ora accessibili a tutti, significa evitare di farlo con maggior fatica successivamente.

I disabili intellettivi, i dimenticati
Molti, anche fra chi di queste cose si occupa, ignorano che una delle barriere più diffuse è rappresentata dalla difficoltà dei contenuti veicolati da internet, che sono indecifrabili da parte di persone che hanno un deficit cognitivo (ma sono difficili da interpretare anche per gli anziani o per gli immigrati che non conoscono bene la nostra lingua).
Ci troviamo di fronte a un mezzo di comunicazione nuovo, che come tale possiede alcune regole proprie da imparare. Se questa difficoltà è concreta e occorre una certa abitudine nell’uso degli ipertesti (come s’impara a guidare una macchina così si deve imparare a navigare in un ipertesto, come è di fatto un sito web), chi ne fa il progetto dovrebbe avere l’accortezza di essere semplice e chiaro nella disposizione degli elementi che compongono la pagina web. Un lettore dovrebbe sempre sapere in che punto si trova del sito, come può tornare alla pagina di partenza e come può trovare le informazioni che cerca nel modo più immediato. Anche per quanto riguarda la scrittura valgono le regole della semplicità e della brevità. Costruendo un sito in questo modo si fa un servizio a tutti, lo ripeto, non solo alle persone con deficit cognitivo. Una rara iniziativa che va in questo senso è rappresentata da “Dueparole”, prima rivista (ideata da Tullio De Mauro) e poi sito (www.dueparole.it) che, con un linguaggio elementare e comprensibile a una larga maggioranza di cittadini, informa sui principali fatti italiani e internazionali.

15. Cosa fanno i soggetti disabili nel web

Recentemente è stata pubblicata una ricerca in Inghilterra che cerca di dare una risposta a queste domande: come usano internet i disabili? Quali sono le difficoltà che incontrano? Di quali aiuti hanno bisogno per superarle?
I risultati di questo studio, promosso dalla Joseph Rowntree Foundation – una delle maggiori associazioni inglesi attive nella ricerca in campo sociale e politico – possono essere indicativi anche per la situazione italiana, con gli opportuni aggiustamenti. Infatti, la cultura tecnologica media in Inghilterra è sicuramente superiore alla nostra e così anche l’uso dei computer e di internet è più diffuso. Logicamente c’è da aspettarsi la medesima differenza anche per quanto riguarda la percentuale dei disabili italiani che usano internet e le modalità di utilizzo.

Gli utenti disabili? Pochi ma entusiasti
La ricerca si divide in tre parti; nella prima si fa una rassegna di quanto pubblicato sul tema. Dalle fonti disponibili risulta che i disabili usano percentualmente meno internet rispetto ai normodotati (il 17% contro il 25% in Inghilterra nel 2000). Questo ha a che fare naturalmente con l’età; le persone sopra i 65 anni hanno meno dimestichezza con le nuove tecnologie e molte persone disabili appartengono a questa fascia di età.
D’altro canto fra i disabili l’entusiasmo per le opportunità offerte da internet è notevolmente maggiore; secondo una ricerca americana del 2001 il 45% dei disabili che si connettono dicono che internet migliora notevolmente la qualità della loro vita, contro il 27% dei normodotati.
Da tutte le ricerche emerge anche un altro dato: un forte fattore che limita l’uso delle nuove tecnologie è dato dalla difficoltà che molti disabili incontrano nell’usare  l’hardware e il software necessario per connettersi e dai costi economici che comporta il loro superamento.

Come potrebbero essere utili i siti della pubblica amministrazione
La seconda parte della ricerca  consiste in un sondaggio a cui sono stati sottoposti gli utenti (508 in tutto) di una linea telefonica (AbilityNet’s free telephone) di assistenza sui temi delle nuove tecnologie di comunicazione rivolta ai disabili.
Le risposte confermano i risultati delle ricerche precedenti, ma aggiungono anche nuovi elementi. Ad esempio internet viene usato per scopi privati più che per esigenze lavorative e ci si connette soprattutto da casa propria data l’inaccessibilità di molti internet caffé.
Quale uso fanno poi della rete le persone disabili? Ecco quello che emerge: l’86% usa la posta elettronica, il 71% cerca informazioni su beni e servizi, il 62% naviga semplicemente con il browser senza uno scopo preciso, il 40% compra o ordina biglietti/beni/servizi, il 36% utilizza o semplicemente accede ai siti istituzionali (Comune, Regione, Inps…). Questo uso è del tutto simile a quello dell’utenza normodotata, a eccezione per l’attenzione dimostrata verso i siti istituzionali (evidentemente questo denota una certa “fame” di notizie offerte dai servizi pubblici a loro indirizzati).

Le nuove barriere tecnologiche
Un discorso a parte meritano le barriere e le difficoltà che si incontrano quando si decide di andare on line. Intanto manca la formazione, e chi vuole imparare a navigare o diventa autodidatta oppure ha la fortuna di avere un amico informatico; per tutti gli altri rimane la strada dei corsi di formazione che non sono dislocati su tutto il territorio inglese e presentano barriere di vario tipo.
Chi arriva su internet non ha certo risolto tutti i suoi problemi. I 2/3 dei disabili hanno bisogno di un ausilio come gli screen reader, la tastiera o il mouse adattato… ma sono difficili da trovare, occorre una formazione (che spesso manca) per usarli e infine costano molto. Del resto i disabili che non usano internet sono scoraggiati proprio da questo tipo di difficoltà e dai costi che dovrebbero sostenere per superarli.

Off oppure online? Meglio tutti e due
Quindi, volendo tirare delle conclusioni, internet quando c’è, è davvero utile per un disabile.
Il governo inglese, da parte sua, vuole rendere fruibili on line tutti i servizi e le transazioni di pubblico interesse entro il 2005 con l’accortezza di mantenere però anche le tradizionali forme di fornitura di servizi.
La ricerca si conclude con alcune raccomandazioni che potrebbero essere riprese anche per il nostro Paese: l’importanza dell’alfabetizzazione informatica coinvolgendo anche le associazioni e i gruppi sensibili; la riduzione dei costi delle tecnologie assistive (gli ausili); la collaborazione tra i produttori delle tecnologie assistive e i diretti interessati.

16. Pubblica Amministrazione

Fino a pochi anni fa si parlava di reti civiche, oggi si parla di città digitali; che cosa sono? In modo molto sintetico e pragmatico potremmo dire che le città digitali sono le infrastrutture (hardware e software) che permettono tutta una serie di azioni, per via telematica, all’interno di una comunità (cittadina). Una buona città digitale dovrebbe essere cablata in modo completo, offrire postazioni pubbliche di accesso a internet gratis (hardware) e dotarsi di software che permettano delle transazioni sicure e semplici da eseguire.
Una definizione così non soddisfa però nemmeno chi l’ha scritta, perché tralascia l’idea forte che sta dietro alle città digitali, ovvero la partecipazione diretta del cittadino. Con le nuove tecnologie dell’informazione, noi cittadini possiamo prendere parte alla gestione della cosa pubblica (comunale); la vecchia idea della democrazia diretta (non in alternativa ma parallelamente alla democrazia rappresentativa) riprende consistenza.

L’8° rapporto delle città digitali in Italia
E’ stato presentato recentemente l’“8° rapporto delle città digitali” (a cura del RUR, Rete Urbana delle Rappresentanze) che, analizzando i siti istituzionali dell’amministrazione pubblica, in base a determinati aspetti, stila una classifica dei Comuni, Province e Regioni italiane.
Dalle ricerca risulta che 19 regioni su 20 aggiornano settimanalmente il proprio sito, mentre più dell’80% delle province e dei comuni lo aggiornano mensilmente. Per quanto riguarda l’e-democracy, cioè la democrazia elettronica che dovrebbe permettere una partecipazione diretta del cittadino, mentre nel 70% dei siti provinciali e comunali è possibile scrivere tramite e-mail agli amministratori (il minimo della decenza direi), nella maggior parte dei casi l’interazione con gli amministratori “su questioni specifiche all’interno di processi decisionali” è praticamente nulla (1 regione su 20, in nessuna provincia, nel 2,9% dei comuni capoluogo). Ma anche nel caso dei forum con amministratori riguardanti questioni di interesse generale, le percentuali sono irrisorie.
Recentemente ha fatto notizia invece il forum delle rete civica di Bolzano che, mettendo on line il suo piano di sviluppo della società dell’informazione (denominato eSuedtirol 2004-08), ha dato anche la possibilità ai cittadini di commentare tutti i capitoli del piano.
Ma a livello nazionale i dati confermano i commenti di Arturo Di Corinto, psicologo ed esperto di new media, che afferma: “[Le reti civiche] perdono il carattere di collettore delle spinte comunicative delle comunità cui avevano dato impulso e si trasformano in strutture di servizio per giunte e gabinetti comunali e diventano uno strumento per presentare alla cittadinanza brochure telematiche delle iniziative turistico-culturali delle amministrazioni locali. O per offrire al cittadino servizi di telesportello onde alleggerire incombenze burocratiche e altre pratiche d’ufficio”.

Servizio one way o two way? Meglio transazionale
Magari i servizi di telesportello fossero completi, la realtà è ben diversa. Se prendiamo il sistema di classificazione dei servizi per livello di interattività, ne abbiamo di tre tipi: one way, ovvero si possono scaricare i moduli da compilare per avviare la procedura; two way, è possibile avviare on line la procedura che porta all’erogazione del servizio; transazionale, il servizio viene erogato completamente on line (compreso quindi l’eventuale pagamento e la notifica/consegna). Bene, se delle percentuali consistenti di regioni, province e comuni capoluogo offrono servizi in modalità one way, basse sono invece le percentuali che riguardano i servizi two way, ancora più bassi percentualmente i servizi transazionali.
Per quanto riguarda l’accessibilità, la maggioranza dei siti istituzionali non si pongono questo problema come se non avessero utenti disabili o in condizione di difficoltà. Per dovere di cronaca riportiamo la classifica finale che vede in testa la regione Emilia-Romagna, seguita da Lombardia, Piemonte e Toscana (anche se in quest’ultimo caso, Ferry Byte, un noto esperto di accessibilità, ha denunciato come “falso storico” il riconoscimento dato al sito del comune di Firenze, che accessibile proprio non è).

Un’indagine sulle PA online
Che servizi offrono realmente al cittadino (disabile e non) i siti delle amministrazioni pubbliche (comuni, province, regioni…) e cosa il cittadino vorrebbe e che invece, per ora, non ha?
Una recente indagine (maggio 2004) condotta dalla Nielsen/NetRatings, che ha contattato 2.000 famiglie e 4.700 individui, ha fornito un quadro abbastanza preciso sull’utilizzo, sul grado di soddisfazione e sulle mancanze che i cittadini italiani esprimono a riguardo. I siti delle PA vengono utilizzati soprattutto per la ricerca di informazioni, per scaricare dei moduli, e sono meno utilizzati (non certo per minor necessità ma sicuramente per mancanza di offerta) per i servizi più evoluti quali il rinvio di moduli compilati, il pagamento di tasse o bollettini, la richiesta e il rilascio di documenti personali. D’altra parte alla domanda su quali servizi si vorrebbero trovare on line e che attualmente non esistono, i più richiesti sono, nell’ordine, il rilascio di documenti personali, la ricerca di lavoro, i servizi sanitari on line.
Per quanto riguarda i motivi di insoddisfazione, gli utenti si lamentano soprattutto per la difficoltà di collegamento al sito, la difficoltà nel trovare le informazioni, la genericità delle informazioni che si trovano, la mancanza di numeri verdi per l’assistenza. Questi motivi di insoddisfazione vanno per lo più nella medesima direzione: una maggiore interattività e la possibilità di ottenere dei servizi reali tramite il web.

PA aperta 2004
Il Premio “PA aperta” vuole sensibilizzare le pubbliche amministrazioni sui temi della disabilità e nei confronti delle fasce “deboli” della popolazione.
All’edizione di quest’anno, come recita il comunicato presente sul sito dell’evento, “Hanno risposto molte amministrazioni”. A chiusura del bando sono pervenuti 121 progetti. In testa i comuni, seguiti da università, province, regioni e camere di commercio, equamente distribuiti tra nord, centro e sud, segno di una attenzione crescente e diffusa in tutte le pubbliche amministrazioni. Il 35% dei progetti pervenuti riguarda l’accessibilità delle strutture e dei servizi della PA, il 32% l’accessibilità dei siti, il 20% azioni di alfabetizzazione e un incoraggiante 13% azioni per l’accessibilità al mondo del lavoro”.
Il premio si divide in 4 sezioni e a noi interessa quella relativa a “Azioni per l’accessibilità dei siti e dei servizi on line della PA”. Questa sezione ha visto come vincitori il comune di Venezia con il progetto “PONTI sui CANALI del Digital Divide” (www.egov.comune.venezia.it), il comune di Pisa con il CiTel, uno sportello telematico per l’erogazione di servizi ai cittadini e alle imprese su più canali d’accesso, sia fisici che virtuali, snellendo code e procedure e il comune di Torino con il Cid, il Centro Informazione Disabilità nato con l’obiettivo di superare le barriere di accesso all’informazione, raccogliendo, elaborando e distribuendo informazioni sulla disabilità.

17. Ma le persone disabili usano Internet

Domanda difficile, non esistono dati certi; l’ISTAT ci dice che, anche se l’uso del computer, e l’utilizzo di internet, è diventata una pratica abituale per milioni di italiani, questo non è avvenuto per i disabili. Si legge nel Libro Bianco dell’attuale Governo, intitolato “Tecnologie per la disabilità”: “Non esistono statistiche ufficiali, ma la percezione è che questo numero sia molto basso. In Italia sarebbero solo qualche migliaio”.
Da altri indicatori (come la ridottissima percentuale di disabili che non utilizzano la televisione) risulta esserci al contrario una forte domanda di strumenti di informazione.
Del resto non tutte le stime coincidono. Secondo un’altra fonte (Nielsen), il 20% dei disabili italiani (che sono stimati, ricordiamo in poco meno di 3 milioni di persone), naviga su internet, questo vuol dire che stiamo parlando di circa 530 mila persone.

18. Il digital divide

Il 70% circa dell’umanità non sa nemmeno cosa sia internet; solo il 5% (o forse già il 6%) ha accesso alla rete; il 97% dei siti web, il 95% dei server e l’88% degli utenti si trova nei paesi industrializzati, con una posizione degli Stati Uniti dominante. Il divario tecnologico che separa i paesi poveri da quelli ricchi sta aumentando di anno in anno.
Si parla tanto di rivoluzione digitale e di società dell’informazione ma di fatto questo fenomeno interessa solo una parte minoritaria dell’umanità: che senso ha parlare di nuove tecnologie in posti dove non arriva nemmeno l’energia elettrica o dove non è possibile acquistare un computer?
Questo è il cosiddetto “digital divide”, il divario tecnologico, un’altra barriera che separa la parte ricca dell’umanità da quella povera.

Alcuni dati
Ma continuiamo con i dati che leggiamo su un sito specificatamente dedicato (www.gandalf.it): “La ‘globalità’ della diffusione delle nuove tecnologie è molto relativa. Una grande parte del mondo è ancora isolata dall’internet. Anche all’interno di ciascuna delle zone geografiche ci sono forti concentrazioni. Il 96% della rete nel Nord America è negli Stati Uniti. Il 98% della rete in Oceania è in due paesi: Australia e Nuova Zelanda. Il 68% dell’internet dell’Asia è in Giappone (circa il 20% nell’area etnica cinese). L’88% dell’Africa in Sudafrica, l’86% dell’America centro-meridionale in Brasile e Argentina. Solo in Europa nessun paese ha più del 14% del totale; ma anche nel nostro continente rimangono forti squilibri”.
Eh già, perché il digital divide non colpisce solo alcuni paesi ma questo tipo di divario esiste anche all’interno di ogni realtà nazionale; è chiaro che la parte della popolazione non alfabetizzata informaticamente non potrà mai avere accesso a questo risorsa per il semplice fatto che non la sa usare. Molti anziani si trovano spesso in questa situazione, i disabili, ma anche le fasce della popolazione di recente immigrazione; nel nostro paese esiste anche un divario tra nord e sud in fatto di usi e consumi delle nuove tecnologie. I disabili stessi possono esseri soggetti al digital divide soprattutto quando non hanno gli ausili necessari per usare il computer e per entrare in internet.
Il problema è così evidente che nessuna autorità sia nazionale che sovranazionale può più ignorarlo, perché è oramai chiaro che lo sviluppo o è per tutti o il delicato equilibrio mondiale è destinato a essere messo continuamente in crisi.

L’ONU e l’UE si mobilitano
La necessità di attuare delle vere e proprie politiche di “inclusione  digitale” ha portato alla creazione a Okinawa nel luglio del 2000 da parte dei G8 (con questo termine si indicano gli 8 paesi più ricchi e industrializzati del mondo) della “Digital Opportunity Task Force”, con lo scopo di analizzare e descrivere le linee di intervento sul digital divide.  Anche l’ONU ha creato un organismo analogo nel marzo del 2001, la “ICT Task Force”. Alla tristemente famosa riunione dei G8 a Genova nel 2001 viene accettato il “Genoa Action Plan” prodotto dalla Dot Force, in cui si chiariscono quali saranno le future linee di intervento mondiali sul digital divide. I partecipanti al tavolo sono  istituzioni governative, rappresentanti del mondo industriale e ONG. Sì ONG, perché da tempo oramai anche il mondo del volontariato si è specificamente dedicato a questo problema, rendendosi conto che accanto ai bisogni primari (accesso all’acqua, alimentazione, salute…) anche il tema dello sviluppo tecnologico è basilare. Alisei, una ONG italiana, ha costruito un sito proprio dedicato al tema, mentre in lingua inglese esiste bridges.org.
Ricordiamo che a Ginevra, dal 10 al 12 dicembre del 2003, si è svolto il WSIS (The World Summit on the Information Society), ovvero la prima fase della conferenza mondiale dell’ONU sulla Società dell’informazione(www.wsisgeneva2003.org); la seconda fase si terrà invece a Tunisi nel 2005.

1. Introduzione

A cura di Giovanna di Pasquale, pedagogista e formatrice, e Nicola Rabbi, giornalista

Raccontiamo in questa parte monografica di HP-Accaparlante un pezzo di una storia importante per la realtà degli interventi sociali a favore dell’integrazione delle persone disabili in Italia, quella relativa ai Centri Diurni. Queste strutture, sorte in molte zone geografiche intorno agli anni ’70 e ’80, pur nei differenti modi di realizzazione, hanno sancito una prima forte apertura verso il territorio che, insieme all’esperienza di ingresso nella scuola di tutti, ha dato visibilità non solo ai problemi ma anche alle persone. Per ragionare e focalizzarne alcuni tratti si è attivata una forte collaborazione con la Cooperativa Sociale Labirinto di Pesaro, con cui da anni esiste un rapporto di scambio di idee e di progetti.
Gli educatori della Cooperativa Labirinto hanno accettato con disponibilità la nostra proposta di raccontarsi in modo condiviso e pubblico attraverso quattro momenti di lavoro assimilabili all’esperienza dei focus group.
La proposta di riunirsi intorno a un tavolo ha come motivazione di fondo la consapevolezza che una riflessione strutturata e condivisa sui nodi intorno a cui si articola un’esperienza sociale così lunga e complessa, può produrre saperi comunicabili e utilizzabili anche oltre il contesto che li ha generati, oltre a restituirli con maggior significato a chi ha contribuito direttamente a metterli a punto.
Questo percorso di riappropriazione e comunicazione di saperi professionali non avviene in modo spontaneo, ma ha bisogno di occasioni intenzionali intorno a cui strutturarsi.
La quotidianità vissuta accumula, infatti, nel suo percorso di incontro con i problemi e di tentativi per trovare risposte adeguate, una ricchezza di strategie e modalità di azione che va interrogata.
Per non perdere il significato delle scelte e delle azioni, per imparare davvero dalle
esperienze che si compiono, è utile e a volte necessario predisporre delle occasioni di incontro, racconto e ascolto sui pensieri e sulle pratiche professionali con lo scopo principale di rendere visibile il sapere implicito dell’esperienza individuale e dell’organizzazione a cui le persone fanno riferimento.
Sono stati individuati quattro temi specifici che, appuntamento dopo appuntamento, hanno orientato la discussione e hanno permesso di rileggere la quotidianità di ognuno e anche alcuni tratti della storia comune. Così questa pratica di discorso collettivo ha affrontato alcuni nuclei significativi e delicati quali il ruolo dell’educatore in un centro diurno, il mandato di questo servizio, il dato emergente dell’invecchiamento dell’utenza e della prolungata presenza presso il servizio, i cambiamenti di mercato e le sfide poste alla cooperazione sociale.
Alla rivisitazione dell’esperienza pesarese abbiamo voluto accostare un altro pezzo di storia, uno stralcio tratto da un libro che ripercorre e rivisita la nascita e lo sviluppo dei Centri Diurni per disabili del Distretto di Sassuolo. Un libro che cade a più di trenta anni dalla fondazione di queste strutture ha certo un valore anche celebrativo per dirsi e dire che “Si è percorso un bel pezzo di strada, accompagnando pezzi di vita di ragazzi e ragazze” ma diventa soprattutto un modo per ribadire, oggi, l’importanza e il significato di questo investimento. Come ci ricordano gli autori del testo “Un secondo motivo è costituito dall’importanza che i Centri Diurni rappresentano nella organizzazione delle politiche socio sanitarie. Un terzo motivo è che i centri sono diventati patrimonio consolidato nel panorama dei servizi socio-sanitari dei nostri Comuni. Esistono come le scuole, come le biblioteche, come i campi sportivi, sono cioè parte integrante della nostra comunità”. In questo modo la memoria si fa viva e parla non solo a chi, dall’interno e in modo diretto, è stato protagonista, ma a tutti coloro che hanno motivazione e curiosità per accoglierla.

2. Il ruolo dell’educatore in un centro educativo

La storia personale e il ruolo dell’educatore
Per me il lavoro che svolgo in un centro educativo per persone con deficit medio-grave ha significato e significa instaurare una relazione significativa con le persone che si incontrano perché attraverso questa relazione si può arrivare a un’interazione reciproca più pregna, più consistente. Fare l’educatrice si collega alla possibilità di dare delle opportunità formative ulteriori a chi, dopo il classico iter scolastico, arriva da noi. La scommessa è quella di far emergere e portare alla luce il più possibile le potenzialità che i ragazzi hanno e metterle in gioco sotto tutti gli aspetti, da quelli relazionali, alle autonomie, alle acquisizione di abilità. Spesso queste persone provengono da una storia di cui loro non sono mai stati soggetti e in cui gli altri hanno guardato loro con scarsa fiducia. Quasi sempre sono segnati da una disistima di sé. Riportare fuori, mettere in luce le potenzialità che ognuno di loro ha, trovare per ognuno di loro qual è il canale più congeniale, è uno dei significati più forti che attribuisco alla mia professione.
Non sempre si tratta di seguire delle attitudini ma anche di “provocare” dei nuovi interessi e delle capacità che non sono presenti, ancora. È importante non lasciare intentata un’offerta limitandoci a lavorare su ciò che è già è presente ed evidente in quella persona.
La professione educativa ha radici che nascono da noi, ha sempre a che fare con noi come persone, e sono forti i riferimenti con la nostra esperienza di studenti, con ciò che ci ha favorito o ciò che ci ha limitato.
È importante per noi educatori procedere con una capacità di autovalutazione per non finire con l’identificare la realtà con il nostro vissuto. C’è una dimensione soggettiva e una dimensione oggettiva per cui la distinzione va tenuta presente: ci vuole un atto di onestà nel guardare le situazioni per capire se faccio una cosa perché è legata a un mio vissuto o è un bisogno che riscontro nell’altro.
Per questo è importante il confronto con l’équipe per ridimensionare, se ce ne fosse bisogno, e dare equilibrio alle posizioni.
Sono entrato in cooperativa nell’87 e ho partecipato alla formazione con Rita Croci (*). Ho potuto notare la differenza cominciando a riflettere seriamente su quello che si stava facendo con il sostegno di un metodo e il riferimento all’esperienza di un’altra area geografica dove si era già partiti. Il vero inizio della mia attività educativa lo faccio coincidere con questa esperienza formativa. Per me ha segnato una differenza. In quegli anni costruire il ruolo dell’educatore ha significato costruire i servizi, strutturarli in un certo modo. Il ruolo dell’educatore era focalizzato sul costruire, sul prendere in mano gli strumenti, sul confrontarli. Poi c’è stata un’evoluzione perché tutto questo si è stratificato, oggi c’è nella struttura dei servizi qualcosa che è il frutto di quel lavoro. La richiesta che viene fatta oggi all’educatore, e che ne influenza il suo ruolo, viene dall’esterno. Sono le persone che dall’esterno chiedono “Che cosa è il centro?”. Una volta questa richiesta non c’era, forse perché eravamo agli albori della nostra storia, eravamo più concentrati su di noi, tutti impegnati a definirsi dall’interno. Storicamente questo passaggio è stato superato ma individualmente ogni educatore deve rifare questo percorso, deve prendere contatto con gli strumenti e confrontarsi con una realtà già esistente e con la storia degli educatori che prima di lui sono entrati nel centro per costruire, che è una cosa molto differente dal trovarselo già creato.
Quando sono entrato al centro Villa Vittoria c’era tutto un lavoro di spinta e ricerca per far nascere quel luogo; oggi che ho fatto tutto il percorso sento forte la richiesta dall’esterno che mi chiede “Chi sei?”, richiesta che fa emergere la necessità di comunicare cosa sono i centri e cosa è il nostro ruolo, all’esterno, non tra addetti ai lavori. Oggi è fondante acquisire strumenti di comunicazione e cioè di integrazione con l’esterno.

Il riconoscimento di uno specifico professionale
Nel periodo iniziale noi come educatori abbiamo anche assunto un ruolo politico molto importante perché eravamo noi che costruivamo i servizi nella città, servizi che prima non c’erano anche grazie alla classe politica che era interessata a confrontarsi. Questo connubio fra essere educatori che costruivano e stavano dando un’identità ai centri e presenza di un lavoro anche politico, visibile e con un valore collettivo, mi ha formata molto, è stato gratificante perché ha segnato un riconoscimento di questa allora “giovane” professione.
Oggi questo riconoscimento bisogna continuare a costruirlo attraverso una comunicazione di quello che siamo, di quello che è il nostro ruolo. Quello che mi pare importante allo stato attuale è la capacità per l’educatore di integrare in sé la capacità di “dire” all’esterno quello che fa e quello che è, coinvolgendo gli altri nella vita del centro in modo che ci possa essere uno scambio. Se prima l’energia era tutta nel costruire e impiantare i centri, oggi è importante comunicare cosa si fa lì dentro, e non è detto che noi abbiamo già chiari gli strumenti per fare questo.
Mi pare che questa competenza non sia molto diffusa oggi; siamo partiti da quando l’educatore doveva costruirsi il proprio servizio con un’attenzione molto forte verso l’interno, e adesso occorre ragionare molto di più verso l’esterno. La capacità di connettersi con altri servizi, con il territorio, dovrebbe far parte del ruolo dell’educatore. Questo vuol dire avere competenze per dialogare con un mondo che per molte situazioni è diverso, pone dei limiti, parla un’altra lingua. Trovo che l’educatore sia molto incentrato sul lavoro proprio all’interno del servizio, con il proprio utente tutt’al più con il proprio collega, anche andare a parlare con un collega di un altro servizio risulta difficile.
Forse questa incompetenza deriva da una non abitudine proprio perché veniamo da una storia tutta focalizzata sulla costruzione del nostro centro. Certo avevamo la necessità di essere capiti anche dall’esterno ma oggi questa necessità è ancora più indispensabile anche se più difficile.
Dalla mia esperienza posso dire che il ruolo dell’educatore è assolutamente polivalente. Sono arrivata alla scuola di viale Trieste per condurre l’attività motoria, ma all’interno di un centro che ospita venti persone e che ha diversificato tantissimo le proposte ho dovuto fare mille altre cose. Questa polivalenza si è amplificata tantissimo negli anni; la conduzione del momento delle attività è affiancata da mille altre cose che la quotidianità e l’organizzazione impongono. Quando questo elemento della poliedricità è organizzato, diventa una risorsa, se è solo un carico di tante cose mischiate allora c’è il senso di fatica e confusione.
Soffro il fatto di non essere sufficientemente riconosciuto nel mio specifico professionale. Sento ancora che siamo percepiti dall’esterno in un rapporto di sudditanza nei confronti di altre figure professionali come lo psicologo o l’assistente sociale.
L’educatore rimane una figura ancora in divenire, anche perché vent’anni di storia sono un niente rispetto ai tempi sociali.
Direi che spesso siamo noi educatori che abbiamo una tendenza a “piangerci” addosso, ci piace fare i martiri dicendo che nessuno ci riconosce; talvolta è un nostro atteggiamento quello di scaricare fuori delle responsabilità che certo ci sono ma che dipende molto anche da noi riuscire ad assumere e farle assumere. Dipende da quanto crediamo e ci sentiamo nel nostro ruolo, da quanto siamo capaci di giocarcelo all’esterno in modo forte, energico e vigoroso.
Forse questo succede perché il ruolo dell’educatore continua a essere poco chiaro; noi diamo per scontato che anche all’esterno sia facilmente comprensibile ciò che l’educatore fa in un centro diurno, ma non è sempre così.
Quando un ruolo è così poco chiaro, è difficile riconoscerlo e pensare che altri te lo riconoscano.
Oggi va fatto lo sforzo di impegnarsi seriamente per incontrare gli altri: insegnanti, psicologi, assistenti sociali che hanno un riconoscimento diverso dal nostro. In questo modo facciamo un passo avanti, accettiamo lo stimolo dato dal fatto che c’è l’esterno e che va incontrato. La fatica si alleggerisce se l’idea dell’incontro con l’esterno viene integrata nel ruolo professionale; non è un di più ma qualcosa che sta dentro il ruolo e che lo valorizza. Questo processo favorisce anche la chiarezza del nostro ruolo proprio quando incontriamo gli altri ruoli attraverso lo scambio e i differenti punti di vista. Ad esempio per altre figure educative come gli insegnanti cerchiamo di rimarcare il senso educativo del loro intervento e la qualità propriamente educativa della relazione con gli allievi.

Lo stato dell’arte: tra limiti e risorse
Sono arrivata a vivere l’esperienza dell’educatore in un centro socio-educativo come uno spazio in cui puoi sentirti protagonista in modo reciproco con le persone con cui vivi e lavori. In questo protagonismo hai degli spazi di espressione, di autodeterminazione; pur essendoci dei ruoli prestabiliti rispettati non c’è verticalità ma libertà, è un mettersi in gioco continuamente, l’educatore con l’utente, e anche l’educatore con le proprie incertezze.
Tra gli educatori che conosco o che ho conosciuto in questi anni vedo sempre meno entusiasmo.  All’università vedo molto entusiasmo ingenuo che non tiene conto della complessità; da parte degli educatori che fanno questo lavoro da più tempo vedo poco entusiasmo e passione.
Io credo che non sia un lavoro come tutti gli altri; richiede capacità e voglia di messa in gioco, di portare te stesso, saper stare con i ragazzi e le famiglie, saper reinventare il centro tutti i giorni. In più è un lavoro scarsamente riconosciuto e poco pagato. Forse questa complessità tende a spegnere l’entusiasmo che, invece, per me dovrebbe essere una componente fondamentale.
Questo, secondo me, riflette l’involuzione della società, in un qualche modo le persone riflettono i tempi che vivono. Lo spessore culturale e politico è diminuito, questo è un lavoro che fai se hai anche una spinta ideale di un certo tipo e questo manca ai giovani che arrivano ai nostri centri perché i modelli onnipresenti sono altri. Sicuramente c’è oggi una differenza tra le persone più anziane e le giovani leve. In questa professione è importante la scelta, se non si è scelto di fare l’educatore ma ci si è trovati, non si riesce a farlo per lungo tempo, dopo un po’ si è in cerca di qualcos’altro.
Però secondo me è sbagliato chiedere a tutti di fare tutto: dall’organizzazione delle attività ai rapporti con le famiglie, al discorso istituzionale politico. Tutti devono fare tutto e bene, se così non è allora si viene tacciati di non avere passione o di non fare le cose con impegno. Non è sempre così, anche i ruoli servono per aiutare a fare meglio le cose specifiche che competono.
La differenza che vedo fra noi educatori storici e i più giovani è che noi questo lavoro l’abbiamo proprio scelto; adesso, invece, spesso e volentieri è un momento di passaggio, un’esperienza, un modo per occupare un buco di tempo. La motivazione per molte delle nuove leve è completamente diversa dalla nostra.
Sul ruolo dell’educatore incide fortemente l’aspetto così concreto di una retribuzione bassa, che lede anche la possibilità di contribuire in modo adeguato al mantenimento personale e familiare. Così quando si arriva a maturare un’esperienza anche importante, di anni, ci si rende conto di non ricevere i mezzi economici sufficienti per poter continuare.
Non si può ragionare sul ruolo dell’educatore e sulla possibilità di riuscire a svolgerlo senza tener conto dell’aspetto economico, che pesa e contribuisce anche a determinare un’immagine debole di questa professione.
La nostra fragilità è data dal fatto che come educatori non siamo stati in grado ancora di elaborare un sapere codificato, noi agiamo sulla pratica e solo in qualche caso tiriamo fuori un sapere che è prodotto dall’esperienza. È un sapere dispersivo e disperso, concreto e reale, e difficilmente si traduce in un sapere che sia anche discorso sociale riconosciuto come forte e potente.
Siamo radicati nella quotidianità, lavoriamo sui tempi, vediamo le persone crescere, percorriamo le distanze. Il compito, rispetto ai nuovi, mi sembra proprio quello di trasmettere lo specifico “potere” fragile che abbiamo.

(*) Rita Croci è una pedagogista che collabora con il professor Andrea Canevaro. La Pedagogia Istituzionale è la Pedagogia a cui il gruppo ha sempre fatto riferimento già a partire dalla prima formazione, quella appunto del 1987.

3. Il mandato del Centro Diurno e la sua possibile evoluzione nel sistema attuale

Il vecchio e il nuovo mandato
All’inizio, alla nascita del centri diurni, negli anni ’70, il mandato poteva essere quello di far uscire la persona disabile da casa; la famiglia era l’involucro entro il quale stava la persona disabile, a volte in situazione di vergogna e di chiusura; 20-30 anni fa di persone disabili non se ne vedevano tante in giro, rimanevano per lo più “chiuse” in casa propria. All’epoca i centri diurni hanno avuto proprio la funzione di far uscire la persona disabile dalla famiglia, hanno avuto il compito di mettersi tra disabile e famiglia e far in modo che questa si aprisse alla società.
Molta strada è stata fatta in questa direzione. Questo tipo di ruolo è stato svolto. Oggi c’è più un ruolo di mediazione tra la realtà del centro educativo e la società. All’inizio il centro diurno è stato un po’ chiuso su se stesso, giustamente, per cercare di costruire un proprio percorso e una propria storia. Il centro diurno ha rappresentato anche un riconoscimento sociale, è stato il luogo dove ci si occupa delle persone disabili, un luogo che ha dato dignità sociale a una realtà umana che prima era nascosta.

Il rapporti con i genitori
Adesso la situazione è cambiata, questo riconoscimento sociale esiste. Questa differenza la si vede soprattutto nel rapporto con i genitori. Tempo fa ragionavamo sulla differenza tra i vecchi inserimenti e i nuovi inserimenti dei disabili nei centri diurni; i genitori della vecchia guardia vengono “con il cappello in mano”, è tutto un favore che si fa, hanno principalmente un atteggiamento di gratitudine nei nostri confronti.
I nuovi genitori invece arrivano al centro diurno con aspettative e domande molto diverse rispetto ai genitori più vecchi di loro; molti vedono il passaggio dalla scuola dell’obbligo al centro diurno come una regressione. In questo senso il lavoro da fare adesso per noi educatori è molto maggiore; dobbiamo creare nuovi percorsi, far capire il nostro ruolo.
Noi stessi come educatori abbiamo contribuito a cambiare questo atteggiamento dei genitori. Un genitore più richiedente per un aspetto e più fragile per un altro; soprattutto nel passaggio dalla scuola al centro. In generale questi ingressi diminuiscono dato che i genitori tendono a rimandare questo momento. Le famiglie vogliono che il proprio figlio rimanga a scuola o sia inserito nel mondo del lavoro.
Nel nostro lavoro quando dai delle autonomie significa che devi lavorare di più tu, dare ai genitori la consapevolezza dei diritti e delle risorse che ha il figlio, significa anche un aumento della nostra fatica, del lavoro da svolgere.

Mandato e mandanti
Non si può parlare di mandato senza parlare anche dei mandanti, l’ente pubblico e i politici, il privato sociale, le famiglie.
Rispetto all’ente pubblico, visto che facciamo un buon servizio e le famiglie sono contente, il mandato forte è quello di farsi conoscere, fare delle cose per incontrare la popolazione.
Per le famiglie il mandato riguarda soprattutto il benessere dei propri figli.
Per le cooperative, il privato sociale, il mandato è simile a quello dell’ente pubblico, ovvero che il centro abbia una visibilità, anzi il bisogno di visibilità è ancora maggiore in questo caso.
Ci sono nuove esigenze da parte dei genitori, che riguardano non solo l’orario del centro diurno, ma anche la questione del tempo libero per il genitore, aumentano le esigenze; non solo per il figlio, ma anche per se stessi vogliono una qualità di vita migliore. Questo però si scontra con tutta una serie di problemi economici, delle risorse destinate al centro.

La risposta del centri diurni e dei suoi operatori
È cambiata la richiesta dei genitori e noi abbiamo contribuito a questo cambiamento, ma noi siamo stati capaci di cambiare la risposta? È questa una domanda da farci, come centri diurni. È importante che i centri diurni ripensino alle risposte che devono dare di fronte a tutti questi cambiamenti. È difficile però dare una risposta a questo quesito.
Per prima cosa si può dire che rimane centrale il momento dell’aggiornamento nel nostro lavoro di educatori. Si può parlare anche di una diversa flessibilità nel trovare le risposte educative, nei progetti di vita di ciascun utente, di flessibilità esterna verso i mandanti. Flessibilità significa un progetto il più possibile individualizzato.
Preoccupante invece è la poca conoscenza da parte degli altri enti territoriali comprese le scuole, per cui si crea ad esempio una sorta di incomprensione tra centri diurni e le scuole.
La scuola non vive un rapporto di integrazione con noi. In generale si può dire che il processo di integrazione scolastica ha sconvolto i mandati sia della scuola che dei centri diurni, ha mischiato le carte.
Noi però dobbiamo essere educatori, mantenere questa caratteristica, questo sguardo specifico della nostra professione. Parte del nostro mandato dobbiamo farlo partire da noi stessi, parte del mandato l’abbiamo costruito noi. Anche per quanto riguarda la maggiore visibilità richiesta dal servizio pubblico o dal privato sociale, può essere in sintonia con il nostro lavoro educativo, ma questa visibilità sarà cercata con gli strumenti dell’educatore. Anche nel rapporto con i genitori deve rimanere questa specificità dell’educatore. Il mandato non deve provenire solo dall’esterno (pubblico, famiglia…) ma deve esserci anche il nostro contributo di educatori.

Perché cambiare?
Ma noi educatori siamo stati in grado di cambiare noi stessi?
Per cambiare abbiamo anche bisogno di un mandato istituzionale chiaro. Io posso creare un bisogno, sensibilizzare le persone, ma occorre anche che qualcun altro dia una risposta a questi bisogni: ad esempio se nasce un bisogno di tempo libero, chi deve far fronte a questo bisogno?
Il mandato è anche un assetto politico che deve essere dato con chiarezza, noi poi lo prendiamo in carico come educatori.
La nostra attenzione per le possibilità di visibilità esterna è aumentata; qui abbiamo fatto dei passi in avanti, siamo più tra le gente, all’esterno. Anche la gente ci accetta diversamente nei luoghi pubblici. C’è una differenza di mentalità dovuto anche in parte al nostro lavoro.
Il cambiamento è dovuto anche all’invecchiamento degli utenti che a una certa età chiedono una cosa, invecchiando un’altra. Sono problemi che stanno venendo fuori adesso.
Un altro elemento è dato dal fatto che sta aumentando la gravità degli utenti dei centri. Oggi abbiamo utenti con grave disabilità psicofisica. Cose che facevamo dieci anni fa adesso non le facciamo più: il laboratorio di disegno riproposto oggi non avrebbe senso ad esempio visto che abbiamo utenti che sono in un centro da 20 anni e altri appena entrati; oggi proponiamo cose diverse perché diversi sono gli obiettivi educativi che ci poniamo. Ci sono invece attività che quasi non facciamo più o che occupano molto meno tempo di quanto ne occupavano 20 anni fa, ad esempio dedichiamo poco tempo agli addobbi di natale perché, facendo un altro esempio, il lavoro di riciclo della carta che facciamo negli uffici comunali è molto più importante e adeguato agli interessi di persone che sono, appunto, diventate adulte.
Il cambiamento è partito dalle persone che abbiamo dentro al centro, dagli utenti. Non dobbiamo cambiare perché un operatore è da dieci anni nel centro e non ne può più (si può sostituire con: ed è solo sua personale l’esigenza di un cambiamento), ma dobbiamo cambiare perché la persona, l’utente ha avuto un cambiamento.