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autore: Autore: Redazione

6. Infilateli presto nello sport!

a cura delle redazione

Intervista ad Antonietta Porrà

Innanzitutto il fatto…
Mauro già da dieci anni faceva pattinaggio artistico tra i normodotati (adesso ha diciannove anni) e ne aveva diciassette e mezzo quando l’allenatore della società l’ha mandato a fare le analisi, la visita medica agonistica con gli altri atleti, come Mauro Mosca, non come Mauro Mosca il Down. Inizialmente il medico gli ha fatto le visite poi ha chiesto l’eco cuore. Io un po’ allarmata ho voluto sapere se aveva sentito che c’erano dei problemi, e lui ha detto: “No, tutto a posto, voglio solo l’eco cuore e il certificato del neuropsichiatra”. Io faccio tutto le carte e alla fine mi dice che non poteva darmi l’attestato d’idoneità perché Mauro era Down. Tu capisci che è successo il finimondo, è stata proprio una discriminazione. Gli accertamenti erano andati bene: lo fermi perché Down? Questo ha fatto scattare la molla…

Era un medico sportivo del Coni?
Sì, tieni presente che il Coni non li dà neanche adesso i certificati, anche perché manca una legge chiara. C’è un decreto ministeriale del 1982 nel quale si dice che i portatori di handicap psichici non possono fare attività agonistica, nemmeno in competizioni tra loro.
Comunque Mauro aveva fatto le gare regionali lo stesso, perché un medico si era preso la responsabilità. La situazione generale è ancora a quel livello, ma per Mauro no, perché tutta questa storia l’ha fatto idoneo. Adesso può fare le gare per andare ai nazionali, quando sarà preparato per andarci, perché ancora non lo è. I giornali invece hanno scritto che era campione nazionale! No, se tu ti intendi di sport sai che prima bisogna passare all’agonismo. Il pattinaggio artistico in Italia praticamente lo fa lui e basta, e ha fatto un bel cammino. Noi ci battiamo per l’integrazione almeno fino a dove i nostri ragazzi riescono. È come se a Claudio, il presidente della vostra associazione, impedissero di scrivere dei libri. Voglio fare capire che dal 1982 se ne è fatta di strada e chi riesce va avanti.
Mauro ha partecipato ai campionati provinciali, regionali e ad una competizione nazionale a Fano delle Acli, per l’Accademia Rotellistica Sarda, che rientra nella Federazione italiana hockey e pattinaggio.

Che tipo di sensibilità e aiuti hai trovato per fare questa battaglia?
Tutti, tutti a favore mio: il ministro Guidi mi ha detto che se dovevano considerare la sua patologia avrebbero potuto impedirgli di fare il pediatra e il medico. Mauro ha il suo problema, però è abbastanza a posto per fare lo sport, eccetto che per il Coni. Petrucci, il presidente, continuava a dire questa frase, che loro volevano proteggere, non mi ricordo l’espressione esatta, ah sì…volevano tutelare i nostri figli. Io ho detto chiaro ai mass-media che i figli li tuteliamo noi, che non siamo così sprovveduti da mandare i nostri figli allo sbaraglio. Una volta che facciamo gli accertamenti e i nostri medici sportivi fanno tutti i controlli e anche di più, li abbiamo tutelati. Non li stiamo tutelando mettendoli in una scatoletta e impedendo loro di fare quello che sono in grado di fare.

Mauro come l’ha vissuta?
Ha sofferto anche psichicamente per questo. “Mamma, io da quel medico non ci vado più!” Perché è stato questo medico, in presenza sua, a dire: “Signora è un ragazzo Down”. Con Mauro abbiamo fatto di tutto per dire che essere Down non significa niente almeno dove lui riesce a fare. Dato che grazie a Dio lui è intelligente, ha sofferto veramente questa discriminazione. Poi si è visto fare i complimenti da molte persone, e anche lui ha fatto la battaglia con grandi soddisfazioni.

Tu hai anche altri figli. Come hai vissuto il tuo ruolo di mamma?
Con Mauro ho cambiato modo di vedere il rapporto con gli altri, perché adesso riesco a riconoscere le persone più umane e quelle più superficiali. Con la nascita di Mauro ho visto il mondo con altri occhi, insegnando a lui ho rivisto il mondo come quando ero bambina. Mentre gli altri figli crescono automaticamente, Mauro mi ha dato molto. Non è una frase fatta! Mi ha fatto rinascere una consapevolezza delle cose che contano, apprezzi di più quello che conquisti. Ogni cosa che ho insegnato a lui l’ho rivalutata anche per me. Però anche ogni suo impedimento, tipo questa storia, è stata una sofferenza per me, io mi immedesimo sempre in lui e cerco di capire come lui capisce le cose.

Che messaggio daresti ai genitori cui nasce un bambino Down?
Prendetevelo e godetevelo fin da quando è nato. La cosa più bella che possa succedere è partire da una piccola difficoltà e poi apprezzi tutto il resto, se poi la difficoltà è grande tu metti a frutto la tua sensibilità e capacità e ti rendi conto che non ti perdi. Quando è successa quella cosa dei due fratellini di Firenze, uno Down e l’altro no, che la mamma il primo non lo voleva, ho scritto in varie lettere che io non lo avrei mai lasciato perché l’avrei rimpianto. Non è una frase fatta: io non tornerei indietro, non avrei fatto l’amniocentesi, niente niente. Prendetevelo e godetevelo fin da quando è nato: piuttosto una cosa che possono fare è appoggiarsi alle associazioni, documentarsi subito e sapere che cosa sono in grado di fare per i loro figli, piuttosto che chiedersi cosa non saranno in grado di fare.

Cosa ha dato lo sport a Mauro?
Ha dato tantissimo, a tutti dà tantissimo. La prima cosa che dico alle mamme: infilateli presto nello sport perché la scuola vi darà pochissimo, non so quando potrà dare il cammino di vita… Ma lo sport aiuta moltissimo a migliorarsi fisicamente e psicologicamente, perché incide tanto e agisce molto sulla sveltezza mentale.

Riabilitazione su Base Comunitaria in Mongolia

a cura della redazione

La filosofia del progetto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che si chiama Riabilitazione su Base Comunitaria (RBC) è di estremo interesse per chi, come noi di “HP-Accaparlante”, pensa che le problematiche legate allo svantaggio non possano essere affrontate solo con un approccio medico o tecnico-riabilitativo, ma coinvolgendo la comunità ed esplorando altri linguaggi, non solo prettamente scientifici.
Le parole di Sunil Deepak, medico responsabile dei progetti dell’AIFO (Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau), chiariscono bene la prospettiva da cui si muove la RBC:
“La filosofia della RBC si può riassumere nel vedere la persona nella sua globalità. Non si può separare ad esempio l’educazione dalla riabilitazione, non dobbiamo occuparci solamente di singoli ‘pezzi’ della persona, come fanno gli specialisti. Dal lavoro all’aspetto sanitario, dalla partecipazione alla vita quotidiana, allo sport, alla cultura: lo sforzo è di vedere tutte le cose insieme. Lo sviluppo della medicina occidentale ha influenzato la cultura dei paesi più poveri nel senso di dire: basta avere la tecnologia e gli esperti e si può fare tutto. Questo atteggiamento si basa su istituzioni e strutture costose. In realtà c’è poca attenzione alla continuità dei progetti, e l’ultima fase rischia di essere quella dell’arrangiarsi. Quando andiamo nei Paesi più poveri siamo abituati a guardare gli ospedali e a contare quanti sono i medici e terapisti, e quando non li vediamo diciamo che non esiste niente. La RBC, invece, dice che ci sono tantissime risorse (i genitori, gli amici, la comunità…) che vogliono fare qualcosa e che fanno quello che possono, come ad esempio andare dallo sciamano e fare sacrifici. Se tu dai loro la possibilità di acquisire qualche strumento in più, qualche conoscenza, loro sono pronti a fare qualcosa in più. Non puoi sostituire il ruolo dei professionisti, ma ci sono tanti aspetti cui i professionisti non possono dedicarsi: è, diciamo, una riabilitazione complementare.”

Ciò è tanto più vero quando consideriamo Paesi come la Mongolia, dove le distanze e il nomadismo di una parte della popolazione impediscono un approccio “europeo”. La Mongolia è divisa in 22 unità amministrative principali, comprese 21 unità territoriali (aimag) e la capitale Ulaanbaatar. Un aimag può arrivare ad avere fino a 27 unità territoriali (somons). In Mongolia ci sono 331 somons e 1550 unità territoriali più piccole (bags). La capitale Ulaanbaatar è suddivisa in 121 servizi distrettuali chiamati horoo. Ulaanbaatar non è solo la capitale del Paese, ma anche il centro economico, d’affari e culturale. Gli altri due centri urbani del Paese, Darhan e Erdenet, sorsero a metà del ’900 e sono diventati centri industriali (ad esempio per l’estrazione mineraria) e d’affari. In Mongolia, il centro aimag è la sede amministrativa del governo locale, e anche la sede delle istituzioni legali, dei teatri, degli ospedali, degli uffici d’affari, delle scuole e delle industrie. La maggior parte della popolazione aimag lavora nell’industria leggera, nei servizi e nelle piccole imprese d’affari. La popolazione locale (bag) tende a lavorare nell’agricoltura e nell’allevamento e principalmente conduce una vita nomade. I mongoli migrano con i loro greggi a seconda dei cambiamenti di stagione e delle condizioni meteorologiche. Tipicamente i loro accampamenti stagionali sono localizzati ai bordi dei loro somons e bags nonostante la siccità, gli zuds (forti nevicate) e altri disastri naturali, che possono spingerli in diversi posti. I loro spostamenti rendono più difficoltoso per loro l’accesso alle cure mediche e ad altri servizi.
Uno dei principali problemi che affrontò la Mongolia fu il passaggio da un mercato economico centralizzato a uno aperto, che ha generato nuove povertà. Nel 1998, l’Indagine sugli Standard di Vita della Popolazione ha scoperto che il 35,6% della popolazione era povera, di cui il 19,7% molto povera. Nel 2000 i dati riportavano un 38,3% della popolazione povera, di cui il 16,3% molto povera.
Attualmente la povertà è indubbiamente un problema molto sentito in Mongolia. Agli inizi degli anni ’90, mentre gli standard di vita si indebolivano, la popolazione riusciva ancora a preservare sufficientemente gli ambiti dell’educazione e della salute e ciò permetteva di sostenere un livello di vita decente. Con l’aumento della povertà la situazione sta peggiorando. Le principali cause di povertà sono: la disoccupazione, i disastri naturali così come la siccità e i temibili zuds, le forti nevicate che impediscono l’accesso ai prati destinati al pascolo degli animali. Oltre a ciò è in aumento la percentuale della popolazione disabile.

La strategia della RBC
Nel 2003 l’équipe nazionale di RBC ha focalizzato l’attenzione sull’identificazione delle disabilità e delle persone disabili. Già da alcuni anni il progetto di RBC effettuato in Mongolia stentava a decollare. Si è pensato quindi di organizzare un workshop sull’individuazione tempestiva della disabilità da parte dei membri del comitato RBC locale. Il workshop è stato organizzato regionalmente nelle aree che realizzano il progetto RBC. Un’indagine per campione è stata fatta in ogni area selezionata, dove tutti i membri addestrati del comitato RBC parteciparono. Il manuale Individuazione tempestiva dei bambini sotto i cinque anni fu tradotto nella lingua mongola e fu il principale libro utilizzato dai membri addestratori.
Fra gli altri progetti RBC realizzati da AIFO in Mongolia ne vogliamo ricordare uno in particolare, dedicato all’educazione dei bambini con difficoltà nello sviluppo. Lo scopo del progetto è dare l’opportunità ai bambini con disabilità di svilupparsi come gli altri bambini non disabili e in particolare di integrarli nelle scuole principali. Si è introdotto a tal fine un modulo in RBC nel curriculum di studi degli studenti laureandi presso l’Università di Pedagogia. Attualmente, in base ai loro desideri, otto studenti hanno creato un “Gruppo di Studenti” volontari che aiuteranno i bambini disabili. Quest’anno 280 studenti hanno dato un esame su Scienza dei deficit (Defectology, Pedagogia speciale). Un importante passo è stato la valutazione di 71 lezioni standard per i bambini con difficoltà visive, uditive o relative alla parola, ma anche con ritardo mentale, nelle scuole normali e speciali in collaborazione col Ministero dell’Educazione.
Un micro-progetto sull’inclusione dei bambini con disabilità è stato realizzato nella Scuola dell’Infanzia n. 17 del Distretto del Suhbaatar. Complessivamente sono stati coinvolti 17 bambini con difficoltà motorie e d’apprendimento. Tutti i bambini disabili sono stati visitati dal dottore della Scuola d’Infanzia n. 10, specializzato nelle paralisi cerebrali infantili e, in quel territorio, l’unico specialista per i bambini con difficoltà nel movimento. I bambini disabili hanno avuto aiuti ortopedici adatti ordinati dalla sezione di Ortopedia, anch’essa realizzata dall’AIFO nel 2000. Tutti gli insegnanti della scuola dell’infanzia e i genitori dei bambini disabili sono stati coinvolti in un seminario generale, organizzato dall’AIFO e dal gruppo di RBC nazionale. Come risultato, i genitori e gli insegnanti hanno iniziato un percorso di approfondimento delle tematiche relative alle disabilità e soprattutto hanno compreso l’importanza di integrare i loro bambini nelle scuole normali.
Rimangono molte difficoltà: non ci sono in Mongolia dati statistici adeguati relativi alla disabilità, persiste una mancanza di consapevolezza da parte della popolazione nei riguardi delle persone disabili, c’è un forte turn-over del personale della RBC (dottori, insegnanti e volontari).
Per risolvere queste difficoltà è necessario un lavoro di ricerca e coscientizzazione capillare. Ad esempio avere dei propri dati statistici relativi alla disabilità è un’attività essenziale per la RBC, come anche formare i membri del comitato locale di RBC sulla necessità di un metodo con cui fare le visite casa per casa. È necessario, infine, migliorare la partecipazione dei membri del comitato locale di RBC. Si potrebbe fare molto con una campagna di sensibilizzazione sulla disabilità, cercando di trasmettere un cambiamento degli atteggiamenti attraverso radio, TV e quotidiani.
Per finire, ancora le parole di Sunil Deepak: “Quando si lavora con le persone nei villaggi si fanno cose bellissime, ma purtroppo si coinvolgono solo poche persone. Bisogna cercare di coinvolgere i governi nazionali per costruire delle politiche per i disabili. Cerchiamo contatti con quanti più Ministeri possibili, Lavoro, Sanità, Educazione, Affari Sociali. Quando ci sono, bisogna rinforzare le strutture che già esistono. Ad esempio nei villaggi non c’è solo volontariato, ma ci sono anche gli insegnanti, che sono portatori di informazioni e non solo distributori di servizi, e possono andare nelle case, parlare con le persone. Le persone disabili e le loro famiglie devono uscire dall’isolamento, devono capire che insieme hanno più forza, possono cominciare a parlare come gruppo dei loro problemi e vedere quali soluzioni esistono. Agenzie esterne, che sia AIFO o il governo, possono arrivare fino a un certo punto. Solo quando le persone cominciano a reclamare i loro diritti, solo allora un cambiamento può avvenire.”

Per saperne di più:
www.aifo.it

“Ma come ti trucchi?”. Un viaggio tra la conoscenza del proprio corpo e la scoperta della bellezza 

A cura della redazione

Benessere è “essere bene” con noi stessi, provare piacere nel fruire di quelle esperienze che, dentro e fuori dal nostro corpo, corrispondono più intimamente alla nostra parte desiderante. Benessere è anche una questione d’immagine, vedersi allo specchio e riconoscersi nel riflesso di quello stesso corpo, viverlo e manipolarlo con la familiarità che di solito riserviamo ai pensieri. Recuperare il contatto, colmare la separazione è possibile quando s’incontra o ci si scontra con la Bellezza, ed è successo anche a noi il pomeriggio in cui Martina Tarlazzi, educatrice e truccatrice, ha bussato, lo scorso marzo, alle porte del Calamaio. Un incontro nato per caso durante il workshop di Valeria Alpi e Claudio Imprudente “Il corpo  degli altri: immagini e riflessioni su sessualità e affettività delle persone disabili” al Convegno Erickson di Rimini, poi culminato nel laboratorio “Ma come ti trucchi?”, al quale abbiamo preso parte come gruppo per due giornate di risate, sorprese, consigli pratici e riflessioni sulle difficoltà e risorse racchiuse nei nostri corpi, dalla consapevolezza all’estetica, dalla cura di sé all’incontro con l’altro. Un filo rosso, quello del corpo e della sessualità, che ha accompagnato molto del lavoro del Progetto Calamaio di quest’anno, che ha rappresentato per noi e per Martina una continua scoperta, di cui condividiamo ora con voi qualche goccia di profumo.

All’inizio della primavera è venuta a trovarci al Centro Documentazione Handicap Martina, un’educatrice che è anche una truccatrice professionista, pronta a far bello tutto il nostro gruppo, sia i normodotati che i disabili. Sono stata davvero entusiasta nel vedere tanti trucchi sparsi sul tavolo… Mi sembrava di esse re in una vera beauty farm! Sarà anche per questo che mi sono fatta truccare per prima e mi sono fatta scattare con piacere molte foto.
Grazie ai miei colleghi ho vissuto una giornata davve ro emozionante, tant’è che mi sono sentita davvero una star anche se solo per un giorno. Martina ci ha spiegato alcune tecniche di trucco, una passione, ci ha raccontato, che le ha trasmesso sua zia molto tempo fa. Quando mi sono vista allo specchio mi sono sentita trasformata: quel giorno, infatti, mi ero svegliata con le occhiaie che ora non c’erano più, ero bella e stavo bene con me stessa… Peccato che quella sera non sia uscita… ero pronta per ballare!
Lorella

Prima d’ora non mi ero mai truccata in tutta la mia vi ta. Ci ho pensato un po’ quando ero al liceo ma poi ho lasciato perdere, non avevo il coraggio né di pro vare né di chiedere a qualcun altro di farlo con me. Ancora oggi a casa mia non ci sono strumenti per il trucco. L’esperienza che ho vissuto al laboratorio, però, mi ha fatto capire che si può apparire belli agli occhi altrui solo se noi per primi ci sentiamo belli. Nel partecipare mi sono divertita tantissimo e ho ri so molto anche quando sono tornata a casa e i miei genitori sono rimasti così stupiti nel vedermi che quasi si sono spaventati. Questa per me è stata la prima volta ma sono seriamente intenzionata a ripetere questa esperienza!
Danae

Di tutto ciò se ne sta facendo sempre più protagonista, oggi come oggi, anche l’uomo, utilizzando stratagemmi, in versione maschile, che fino a poco tempo fa erano esclusivamente ad appannaggio del mondo femminile.
Al laboratorio si è potuto constatare come, a mano a mano che passava il tempo e il trucco si faceva più completo, l’immagine dei modelli cambiasse, dando maggiore valore ai lineamenti del volto di ognuno. Più che mai è apparso fondamentale modificare la propria immagine, apportando lievi ritocchi alle ciglia o alle palpebre o, in misura ancora più accentuata, alle sopracciglia, così da mettere in evidenza tutta la luce vitale degli occhi. La cura di sé, infatti, acquista particolare importanza in questo esercizio di valorizzazione della propria persona. Apparire più curati aiu ta molto a stare con gli altri, consentendo di diventa re oggetto di uno sguardo accattivante, che finisce con l’accrescere l’autostima individuale. Tutti sono così protagonisti nella pellicola del proprio film.
Chi da maschietto non ha sentito la vocazione a ri correre a tali tecniche femminili di trucco si è lascia to ammaliare dalla proposta di un distensivo mas saggio al viso. Il gruppo viveva un’escalation di curio sità ed entusiasmo contagioso, tanto che anche gli educatori non disabili hanno avvertito l’urgente biso gno di sottoporsi a tale ardita prova. Chi scrive po trebbe apparire poco (ma solo un pochino) imparzia le, sottolineando come i risultati finali siano stati più esaltanti sui disabili che non sugli altri.
Mario

Ciò che abbiamo fatto al laboratorio mi è piaciuto per quanto il trucco non sia una mia esigenza primaria, anche perché dovendomelo far fare dalle altre perso ne, risulta a mio parere più un’attività per gli altri che per me stessa. Non mi fa impazzire l’idea che qual cun altro decida per me, la considero una cosa piut tosto personale. Allo stesso tempo io non sarei in grado di decidere quali trucchi e quali colori possono risaltare maggiormente sul mio viso. Forse dovrei prima imparare a capire quali sono i miei gusti e trovare qualcuno di cui possa fidarmi, chiedere il suo aiu to senza la paura di ricevere un rifiuto.
Stefania M.

Quando è stato il mio turno, inizialmente mi sono sentita tutta felice e contenta. Alla fine, però, quan do Martina mi ha fatto vedere il risultato finale, non mi sono sentita per niente convinta, non mi sono pia ciuta e mi sono detta: “Che brutti occhi che ho!”. Quando però Martina mi ha spiegato che voleva farli risaltare insieme ai miei occhiali, riguardando tutto il complesso mi sono piaciuta. Ho provato molto piacere nel truccarmi, prima per me stessa e poi per gli al tri. Quando ti trucchi, è un momento interamente per te, che ha inizio già da quando ti vuoi truccare.
Tiziana

Non mi piace farmi notare per i colori che indosso o che uso sul viso; essere al centro dell’attenzione non ha mai rappresentato una mia preoccupazione, anche se, intendiamoci, mi piace l’eleganza. Mi trucco solo in occasioni particolari, come lauree, feste o per lavoro e in questo caso mi faccio aiutare da altri soprattutto perché la mia mano, date le mie difficoltà, sarebbe decisamente troppo pesante. Quando mi trucco, infatti, preferisco un trucco leggero, non mi piacciono i cosiddetti “mascheroni”… Farlo ogni giorno? Sinceramente mi dovrei alzare come minimo mezz’ora prima se non di più, il che non è possibile. Inoltre di riflesso strizzo sempre gli occhi, per paura che qualcuno senza volere mi faccia male… anche mettere un rimmel, insomma, è per me una vera impresa!
Occorre poi dire che, dal punto di vista dell’immagine, noi disabili viviamo costantemente ai confini del paradosso: lo si percepisce con chiarezza quando il nostro corpo si immerge nella socialità o, più semplicemente, cammina e si muove per strada. La gente o non fa caso a te o punta il dito dritto sulla tua carrozzina. Se mi truccassi troppo, pensavo all’inizio del laboratorio, sarei più ridicola di quello che già sono. Per questo, a differenza delle mie colleghe, non mi sono fatta toccare da Martina. Ciò non toglie che al laboratorio io ci sia rimasta, per ascoltare le sue pa role e osservare in silenzio. È finita che lo scorso marzo, il giorno dell’inaugurazione della nuova sede del CDH, mi sono presentata davanti a tutti con il fard, un nuovo taglio di capelli e un nuovo colore, un abito nero molto elegante e una bella pochette. Vi ho stupito?
Stefania B.

“Mi sono sentita bella”. È con queste parole che Lorella mi accoglie nella stanza, pensando a come si era sentita quando l’avevo truccata per la prima volta. Le sue parole mi commuovono e mi fanno capire che la strada intrapresa è quella giusta e che sì, bisogna continuare così. Bisogna continuare a trasmettere il senso della cura di sé, a lavorare in quell’ottica di empowerment che da educatrice ritengo fonte di ogni cambiamento, a far risplendere gli occhi e la pelle di coloro che non si sono mai visti così belli. Tutto ciò perché la costruzione della nostra identità passa at traverso il confronto con il mondo e l’Altro-da-sé, e il corpo è la via maestra per capire chi siamo e come siamo inseriti nel mondo. Per questo motivo, il prendersi cura della propria dimensione esterna è necessario e funzionale al nostro adattamento nella realtà in cui viviamo e non rappresenta uno step da tralasciare. Conoscere il proprio corpo, con i suoi difetti e le sue bellezze, permette a ognuno di noi di affrontare la realtà con un’autostima e una forza superiori rispetto al passato e sentirsi bene nel proprio corpo è la base per dominare la propria vita con naturalezza ed equilibrio. Tutte queste riflessioni sembrano ovvie per i giovani rampanti di questa società basata sul l’apparenza e sul consumo, ma sembrano, al contrario, parole inapplicabili in contesti considerati diversi, quasi scissi dalla società predominante.
Persone con disabilità, carcerati, abitanti di quartieri considerati malfamati, persone malate o depresse, non sembrano essere il target delle aziende di cosmetici e dei luoghi del benessere e molto spesso, a questi ultimi, viene negata la possibilità di prendersi cura del proprio corpo, facendo venire meno il senso della loro identità. È quindi necessario trasmettere l’idea che il diritto alla bellezza e al sentirsi bene nel proprio corpo è di tutti, e che è necessario smettere di segregare le persone in categorie predefinite, per ché siamo solo persone e non oggetti, con bisogni e diritti di eguale importanza.
In varie occasioni, parlando dei laboratori di cura di sé che porto avanti con persone con disabilità e adolescenti, mi sono sentita dire: “Perché dovrebbero truccarsi, con tutti i problemi più grandi che hanno da affrontare!”. A queste persone ho sempre risposto che: “I problemi, se affrontati con maggiore auto stima e amor proprio, si risolvono meglio”.
È alle fantastiche persone che ho incontrato al Centro Documentazione Handicap di Bologna che dedico queste parole, perché sanno ancora credere nel cambiamento e dare vita alle risorse che ogni singolo individuo porta nascoste dentro di sé.
Martina

Per ulteriori informazioni:
martinatarlazzi@gmail.com  



5. La linea di tiro

a cura della redazione

Intervista a Paola Fantato

Qual è stato il tuo miglior risultato sportivo finora conseguito?
Sicuramente la mia partecipazione alle Olimpiadi di Atlanta con la nazionale “maggiore”, chiamiamola così. Come risultato tecnico ci sono le medaglie paraolimpiche, Seul, a Barcellona l’oro, Atlanta l’oro, Sidney due medaglie d’oro, con la nazionale maggiore ho vinto i campionati europei a squadre…insomma qualcosa ho fatto.

Perché hai scelto il tiro con l’arco?
L’ho conosciuto per caso, nel senso che io prima facevo nuoto in piscina, poi qualcuno mi ha proposto di provare ad esercitare questo sport e quando ho provato mi è piaciuto e da lì è iniziata.

Ti sei sottoposta ad allenamenti duri?
Beh, sicuramente se si vogliono ottenere dei risultati bisogna impegnarsi negli allenamenti, poi a seconda del periodo e degli appuntamenti gli allenamenti sono più o meno intensi. Adesso incomincia la stagione all’aperto e ci si allena anche quotidianamente. Anche perché poi a fine luglio-primi di agosto ci sono i mondiali.

Quali sono le doti necessarie nel tuo sport?
Non so, penso che ci sia una componente naturale, una predisposizione naturale. Poi bisogna amare gli sport individuali, e bisogna avere molta pazienza, non avere la fretta di arrivare, e la disponibilità ad affrontare un’attività che t’impegna psicologicamente molto, perché sì, è chiaro che ci vuole la tecnica, il materiale e tutto quanto, però la componente psicologica è sicuramente fondamentale e forse è la fetta più grossa di questa torta.

Come ottieni la concentrazione adatta? Hai delle tecniche particolari?
Sì, anche questa è una cosa molto soggettiva. Quando facevo parte della squadra regionale Fitarco, quella normale, ho cominciato a frequentare delle sedute da uno psicologo che poi ho continuato anche in Nazionale, e sicuramente questo mi ha aiutato tantissimo. Sono cose che s’imparano, che s’imparano a riconoscere più che altro, e a memorizzare. All’inizio ci impieghi un po’ più di tempo poi adesso è un attimo. E’ soggettiva, ognuno ha bisogno di alcune cose che non sono uguali per tutti.

Hai letto “Lo zen e il tiro con l’arco”?
Ho provato a leggerlo ma l’ho chiuso dopo tre pagine. Non è la mia filosofia e neanche la mia cultura, molto più pratica, molto più pagana (ride) di quella lì.

Qual è il tuo rapporto con gli atleti concorrenti? Come ti poni rispetto all’agonismo?
È un avversario, è un’avversaria in questo caso. Non è una rivalità negativa, è una rivalità positiva: una volta usciti dalla linea di tiro si è amici, sia prima sia dopo la gara. Durante la gara c’è un agonismo, c’è rivalità sportiva che però poi viene accentrata sulla propria prestazione. Se uno perde non è perché l’altro ha fatto qualcosa che non andava. Sei tu che hai sbagliato, non è assolutamente una cosa negativa. E quello che è positivo soprattutto è che io non sono vista in maniera diversa dalle altre avversarie anche nelle altre Olimpiadi, nelle gare che hanno preceduto questo evento. Io ero l’unica persona in carrozzina, ma ti assicuro che tutte le altre avversarie mi guardavano con rispetto e con timore, perché io potevo essere quella che poteva buttarle fuori dal gioco. Come io temevo e rispettavo loro: c’era un ottimo rapporto, come dev’essere.

Qual è l’atleta sportivo che ammiri di più e perché?
Ho sempre ammirato (anche quando andavo in gara ho sempre cercato di vedere i segreti per vedere come faceva), all’inizio sicuramente un’atleta italiana, Esther Robertson, che è stata una grande campionessa per parecchi e parecchi anni. E poi a livello internazionale sicuramente un’atleta della Moldavia, che è naturalizzata italiana, Natalia Valeva, un’atleta molto brava, molto forte.

Cosa ne pensi in generale dello sport italiano? Siamo rispettati all’estero?
Sì, sicuramente siamo temuti noi italiani, sia nel tiro con l’arco che anche in altri sport. Adesso non so come possiamo essere visti per i recenti problemi di doping, perché anch’io non so cosa pensare.

Tu adesso fai parte del comitato direttivo della Fisd, quali sono i traguardi?
Sicuramente è una cosa impegnativa, tutte le cose che intendo fare, che comincio a fare le voglio fare bene e questa è una cosa che voglio fare bene, quindi mi porta via tempo. Non lo so, vorrei riuscire a creare un rapporto migliore tra gli atleti e la federazione. In tutti questi anni, onestamente, fra me e la federazione c’è sempre stato poco rapporto. Ne ho sentito molto la mancanza e mi ci sono arrabbiata molte volte, e quindi come atleta vorrei riuscire a portare il mio contributo, che viene dalla mia esperienza, perché magari un dirigente non ha vissuto in prima persona certe cose. C’è il presidente che è un ex-atleta, ci sono altri consiglieri che sono o sono stati atleti per cui sicuramente si parte col piede giusto.

Ed ora una domanda un po’ marzulliana: cosa ha significato nella tua vita fare sport?
Ha significato moltissimo sicuramente, ma la cosa più importante è che mi ha fatto sentire se possibile ancora più normale. Come dire, ogni volta che uno ha dei problemi cerca di nasconderli, di risolverli, di superarli, e io sono riuscita quantomeno sulla linea di tiro in gara ad annullare l’handicap e secondo me questa è una conquista molto grande. Nello sport non ha importanza che io sia seduta o in piedi: purtroppo fuori dal campo di gara non è mica così, nel senso che sugli spalti, dietro una telecamera si vede sempre la mia carrozzina. Però per me è stato molto importante anche come persona, perché mi ha dato una certa sicurezza.
Una sicurezza dovuta al fatto che posso fare delle grandi cose.

“Chiamatemi per nome”, un concorso

dell’èquipe del Progetto Calamaio e Associazione Inrwgrazione di VIllaveria

Chiamatemi per nome.
Non voglio più essere conosciuto per ciò che non ho ma per quello che sono: una persona come tante altre.
Chiamatemi per nome.
Anch’io ho un volto, un sorriso, un pianto,
una gioia da condividere.
Anch’io ho pensieri, fantasia, voglia di volare.
Chiamatemi per nome.
Non più portatore di Handicap, disabile, handicappato, diversabile, cieco sordo, cerebroleso, spastico, tetraplegico. Forse usate chiamare gli altri: “portatori di occhi castani” oppure “inabile a cantare”?
O ancora: “miope e presbite”?
Per favore. Abbiate il coraggio della novità.
Abbiate occhi nuovi per scoprire che, prima di tutto,
io “sono”.
Chiamatemi per nome.
(poesia scritta da Gianni, papà di Benedetta – Associazione Sesto Senso di Siena)

L’Associazione Integrazione di Villaverla e il CDH di Bologna, con i patrocini tra gli altri di Regione Veneto, Provincia di Vicenza, Rai, Fondazione Exodus, Centro Studi Erickson e rivista Handicap & Scuola, organizzano quest’anno il concorso “Chiamatemi per nome” le cui finalità sono le seguenti:
• dare un concreto contributo all’integrazione scolastica e stimolare gli alunni delle classi ad una maggiore attenzione ai compagni con bisogni speciali, convinti che la loro presenza all’interno della classe, tanto più se riconosciuta ed integrata, sia una risorsa enorme per la crescita di tutti;
• aiutare a costruire una relazione alla pari con chi ci sembra “troppo diverso” da noi, un laboratorio di pace, fatto di semplici e concreti gesti quotidiani, che permette di uscire dalla logica aiutante-aiutato;
• valorizzare le esperienze di integrazione in cui si è saputo affrontare le difficoltà per quelle che sono, senza ipocrisie e senza allarmismi, coniugando professionalità e attenzione alle persone.

Il concorso è diviso in due sezioni:
Sezione A: Vivere l’integrazione con creatività
Disegni, poesie, racconti ed elaborati prodotti da studenti delle scuole di ogni ordine e grado per una integrazione scolastica che dia pari dignità e possibilità di crescita a tutte le persone, e che  promuova il “bene essere” come risposta al progetto di vita di ogni alunno, nessuno escluso

Sezione B Raccontare l’integrazione attraverso i progetti
Far emergere e valorizzare le esperienze positive di integrazione scolastica, con particolare attenzione alle strategie (educative, personali, organizzative) che la scuola sa mettere in atto quando l’integrazione si presenta come “problema”. Affinché l’idea di “handicap come risorsa” non abbia solo un significato ideologico o consolatorio, è utile cercare le situazioni reali in cui essa si è concretizzata ed identificare, per quanto possibile, i contesti organizzativi, le azioni educative, le “alleanze” di persone e istituzioni che hanno consentito di trasformare una situazione che si presentava oggettivamente come ostacolo in occasione di crescita per tutti.
Il concorso è aperto alle scuole, statali e paritarie, di tutte le regioni italiane ed europee.
Possono partecipare: per la sezione A singoli studenti, gruppi di studenti (della stessa classe o interclasse), intere classi; per la sezione B le scuole sia globalmente, come istituto, che come plesso o singolo consiglio di classe

Caratteristiche dei lavori

Sezione A
a1. opere di tipo letterario (racconti, poesie, giornalini, ricerche…)
Dovrà essere fornito un esemplare a stampa. Dimensioni massime: 20 pagine. Allegare possibilmente anche un dischetto con la versione elettronica.
a2. opere figurative (disegni, fumetti, dipinti, fotografie…)
I disegni, le pitture e le foto non dovranno superare la dimensione massima di cm 100 (lato maggiore). Ogni prodotto dovrà essere accuratamente imballato e protetto. Non usare supporti in vetro.
a3. prodotti multimediali e audiovisivi
Usare formati standard, su cassetta o CD-rom. Per le videocassette si raccomanda di non oltrepassare i 15 minuti.

Sezione B
L’esperienza dovrà essere comunicata secondo la modalità e il genere letterario preferito (relazione, racconto, diario, intervista…) inviando un testo, su carta e in formato elettronico,  di 30 pagine al massimo. In esso dovrà essere descritto esaustivamente:
– il contesto in cui l’esperienza si è svolta (tipo e ordine di scuola, ambiente socio-economico, numero di alunni e insegnanti in generale, numero di alunni in situazione di handicap, numero di insegnanti di sostegno…)
– il problema affrontato in tutte le sue implicazioni personali, didattiche, relazionali, analizzando in particolare come e perché è stato vissuto come problema
– le strategie elaborate per capire il problema (cause, relazioni, situazioni e contesti che alimentano o riducono il conflitto…)
– le azioni svolte per aumentare e migliorare la comunicazione tra i soggetti coinvolti (insegnanti ed operatori, compagni, familiari, ecc.)
– il percorso svolto per cercare di risolvere o ridurre il problema (si parla di percorso perché si ritiene utile raccontare tutti i tentativi fatti, anche quelli apparentemente infruttuosi che risultano però spesso essenziali nello sviluppo complessivo)
– i risultati raggiunti per quanto riguarda il problema iniziale (è stato risolto? del tutto o in parte? o semplicemente non è più vissuto come problema?…)
– le ricadute  sulla classe e sull’ambiente scolastico.
A questo testo potranno essere allegati documenti e materiali di ogni tipo che si riterranno utili per una migliore comprensione dell’esperienza: progetti, programmazione, strumenti didattici e di verifica, testimonianze, materiale documentario anche audiovisivo e informatico, elaborati dell’alunno o della classe ecc.
I lavori presentati saranno esaminati da un’apposita Commissione Giudicatrice nominata  dagli organizzatori definita dall’Associazione Integrazione e dal C.D.H. di Bologna.
Gli elaborati del concorso, compresi gli allegati per la sezione B, dovranno essere inviati entro il 30/11/2003 alla segreteria del concorso.
La proclamazione dei vincitori avverrà entro il 15/02/2004

Per maggiori informazioni sulle modalità di presentazione e norme di partecipazione:
Associazione Integrazione Onlus di Villaverla
Presso Comune di Villaverla
Piazza del Popolo, 1 – 36030 VILLAVERLA (VI)
Tel. 0445/361147 (Sig.ra Anna Vicari) 

Mamma Rossana racconta……

a cura della Redazione

E’ morta Rosanna, la mamma di Claudio Imprudente. Da tempo era gravemente malata e fino all’ultimo è stata amorevolmente assistita presso la Comunità “Maranà-tha”. Vogliamo ricordarla con questa intervista che è stata pubblicata nell’ultimo libro di Claudio, “Una vita imprudente” (Trento, Erickson, 2003). Ne approfittiamo anche per ringraziare tutti coloro che sono stati vicini a Claudio, alla sua famiglia e alla Comunità.
Ho pensato di farvi raccontare i miei primi anni da qualcuno che direi mi conosce bene, una persona a caso: la mia mamma. Un amico insegnante, Riziero Zucchi, le ha rivolto qualche anno fa delle domande per capire meglio il punto di vista dei genitori di figli “diversabili”, le modalità attraverso le quali si rapportano all’esperienza scolastica dei figli e, in generale, alla loro crescita.

Riziero: Vorrei chiederLe di raccontarci l’esperienza scolastica di Claudio, a partire dalle sue fasi iniziali.
Rosanna: Ha avuto un’esperienza meravigliosa in una scuola speciale riservata esclusivamente a soggetti spastici. Le scuole speciali erano una rovina, è vero, perché non davano risposte adeguate a diverse esigenze: c’era il disabile fisico, c’era il disabile mentale, c’era il soggetto iperattivo e il povero ragazzo in carrozzella era il più abbandonato perché bisognava stare dietro a quello che correva fuori. Invece lì erano tutti nelle stesse condizioni, più o meno gravi, ma nelle stesse condizioni. Avevano una maestra unica tutto il giorno, terapisti, logopedisti, insomma avevano tutto. Gli hanno persino insegnato a usare il denaro, attraverso un mercatino che era organizzato nella scuola con periodicità quindicinale. I bambini dovevano andarci con un po’ di  soldi e potevano comprarsi qualche cosa. Un giorno andai a prendere Claudio e c’era una bambina spastica che piangeva perché, essendosi dimenticata i soldi, non poteva comperare niente. Io volevo darle dei soldi e stavo per farlo quando l’assistente sociale mi trattenne dicendo: “No signora, perché così non impara a essere responsabile: si è dimenticata di chiedere i soldi alla mamma ma vedrà che la prossima volta non mancherà di ricordarsene”. Quindi una scuola che l’ha preparato davvero molto bene. Quando è passato alle medie aveva un corredo culturale molto buono; purtroppo ha avuto la sfortuna, tra virgolette, di incontrare tre ragazzi, proprio delle pesti, che però si erano attaccati a lui e lo portavano fuori, lo tiravano fuori dalla classe.
Riziero: Noi abbiamo notato che i bambini, quelli definiti più cattivi, alla fine sono quelli più attaccati e bravi.
Rosanna: Io in classe ho avuto un ragazzo spastico e nel banco vicino a lui ci è andato un altro ragazzino che stava ripetendo la prima media perché non aveva nessuna voglia di studiare, non stava mai attento. Vicino al ragazzo disabile ne è diventato il paladino, e stava molto più attento. Una volta che ho sgridato Fabrizio perché rideva, lui mi ha apostrofato: “Signora, perché lo sgrida?”. E io: “Perché lui è un alunno di questa classe e deve stare attento come stai attento tu!”. Il ragazzo poi è venuto a dirmi: “Signora, grazie!”.
Riziero: Claudio alle medie ha trovato questi amici, dicevamo…
Rosanna: Ha perso un po’ la voglia di studiare, c’era poi anche il fatto che da studiare ce n’era molto alle medie e lui tutti i pomeriggi doveva andare a fare terapia e per fare terapia venti minuti doveva stare via almeno tre ore, perché il pulmino lo veniva a prendere, lo portava e lo riportava a casa.
Poi al liceo non si è trovato bene: i professori, timorosi di rapportarsi a lui, non lo interrogavano, e quindi, concluso il terzo anno, quando aveva già iniziato a studiare filosofia in cui andava molto bene e il professore era entusiasta, io gli ho detto: “Claudio, o cambiamo liceo e andiamo da un’altra parte oppure te ne stai a casa”. Lui ha scelto di stare a casa, ha cominciato a leggere.
Riziero: Da tempo lavoriamo con i genitori perché pensiamo che il futuro sia una valorizzazione della consapevolezza e della scienza dei genitori. Io lavoro nella scuola e vedo che la scuola disprezza i genitori. Noi pensiamo che i genitori dei ragazzi disabili debbano essere necessariamente dei genitori speciali. Mi interessava innanzitutto il Suo parere su questo e sul percorso effettuatocon Claudio; ma soprattutto i fattori importanti per cui Claudio è diventato quello che è.
Rosanna: I genitori di figli disabili devono principalmente considerare i loro figli normali, questo  significa non porre la differenza: “Lui non può fare questo, non può fare quest’altro…”. Io, se necessario, in passato ho sgridato Claudio e continuo a sgridarlo tuttora. Per me lui è normale, ma lo è sempre stato, così è per me e lo era anche per mio marito. Quindi è stato sgridato quando occorreva. Poi bisogna pensare che gli altri bambini si lasciano andare fuori a giocare: anche loro devono stare fuori insieme agli altri. Capiterà che si sporchino, si facciano male, si graffino ma succede anche a tutti gli altri bambini. Quindi bisogna dar loro fiducia e non tenerli chiusi in casa, perché altrimenti non crescono, restano degli eterni bambini.
Riziero: Lei prima mi diceva della crescita di Claudio, e della necessità di una continua sollecitazione…
Rosanna: Continua, continua. Leggergli, parlargli continuamente, metterlo di fronte alle sue responsabilità. Quando cominciava già a scrivere i numeri, io e mio marito avevamo preso l’abitudine alla sera di giocare a carte per passare un po’ il tempo. Noi giocavamo e Claudio stava vicino a noi, così  scriveva i numeri e teneva i conti sul tavolo di marmo. Faceva il segnapunti; naturalmente ci voleva più tempo, ma noi aspettavamo, senza brontolare, e lui ha imparato a fare questo. Il tavolo dopo era da pulire, è vero, però anche se i bambini giocano per terra dopo occorre pulire, lui giocava sul tavolo… Bisogna principalmente dare fiducia. Si soffre tantissimo, perché lasciarlo andare fuori con un amico la prima volta è molto faticoso, poiché non si sa quello che succederà… Ma tenerlo in casa è peggio: lo si rovina. Un giorno ricevetti una telefonata: Claudio era uscito con un suo amico e si erano “inzuccati”; quando ritornarono a casa non dissi niente perché temevo che il ragazzo che guidava potesse prendere una sgridata dal padre. Ma internamente lo so io quello che ho provato! Non è successo niente di particolarmente grave, perché erano stati tamponati da una macchina; però lui si era rotto il naso. Però non credo che questo…insomma voglio dire che è più facile tenerselo in casa, è sicuramente più facile!
Riziero: Secondo Lei che cosa trattiene le mamme dei bimbi disabili dal dare fiducia?
Rosanna: Innanzitutto occorre precisare che le madri si sentono peccatrici, cioè si sentono addosso la colpa di aver procurato l’handicap al figlio.
Riziero: Ma chi glielo procura questo senso di colpa?
Rosanna: La gente, perché dice: “Come sei stata disgraziata, sfortunata”. Quindi la gente ha una grande responsabilità al riguardo. E poi, non saprei…
Riziero: Io ho un sospetto: che a volte ci siano molti medici che hanno questo atteggiamento nei confronti della disabilità, cioè formulano delle diagnosi che sono delle pietre tombali: “Signora, Suo figlio non ce la farà mai!”.
Rosanna: A me è capitato questo: il bambino era molto sveglio e, quindi, anche la dottoressa che l’aveva assistito la prima notte in cui aveva avuto delle crisi fortissime non mi disse che cosa pensava. Mi ricordo che Claudio nacque in marzo e verso Natale la dottoressa, il cui marito lavorava anch’egli all’ospedale come medico, mi disse: “Signora, venga che facciamo vedere il bambino anche a mio marito”; il marito le disse: “Guarda, quello che ti posso dire è che questo ragazzo è molto presente”. Ancora però non si era riusciti a capire cosa fosse necessario fare, anche perché non ci avevano spiegato ciò che era accaduto esattamente. Non pensavo che potesse essere affetto da tetraparesi spastica perché, essendo piccolo, non si reggeva ancora in piedi e quindi era naturale che non stesse diritto. Poi capimmo che c’era qualcosa  che non andava e decidemmo di andare da uno da uno specialista. Questo, duramente, mi fece i complimenti dicendomi: “Signora, Lei ha capito subito che Suo figlio non è normale… proprio ieri sera ho visto un documentario della Carlo Erba relativo a un istituto che hanno aperto a Firenze. Ecco, Le consiglio di portarlo in un istituto”. Io andai a vedere questo istituto, parlai con il direttore che mi consigliò di trasferirmi a Firenze e mi disse: “Si prenda una cameretta, così io faccio fare terapia a Suo figlio”. Io pensai che sarebbe stato un danno enorme portarlo via dalla sua casa, dal padre… io fuori di casa e tutto il resto. Nel mio caso sono contenta di non averlo fatto.
Riziero: Le volevo chiedere, signora, in che modo Claudio L’abbia fatta crescere come persona.
Rosanna: Dunque, io sono sempre vissuta in mezzo ai ragazzi, per il mio lavoro di insegnante. Quando ho capito cosa aveva Claudio, lui aveva già più di un anno e io mi sono sentita molto responsabile nei confronti dei miei alunni. Potrà sembrare strano, ma io mettevo prima loro e poi Claudio: quando ero con loro dovevo pensare solo al lavoro, non a mio figlio. Questo pensiero mi ha aiutata, mi ha dato maggior forza per impegnarmi nel mio mestiere con coraggio….