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autore: Autore: S.T. e M.S.

7. Per altri 900 di integrazione

di S.T. e M. S.

Al termine della nostra ricerca sull’handicap e l’università vorremmo sottolineare e riproporre quelli che secondo noi sono i temi emersi dal nostro lavoro.

Uno degli elementi che ci sembra doveroso evidenziare e come siano ancora molto forti le barriere culturali nei confronti dello studente disabile all’interno del mondo accademico anche se vengono nascoste da un moralismo che punta moltosul dover essere e che quindi impedisce di vedere la realtà così com’è. Questo significa che si cerca di eliminare i limiti culturali quasi esclusivamente attraverso i gesti di buona volontà dei singoli e non con decisioni organiche prese dai consigli di facoltà o dagli organismi preposti al governo dell’Università nelle sue varie componenti, tra le quali non dimentichiamolo, il personale non docente riveste un ruolo importante soprattutto nei confronti degli studenti a mobilità ridotta. Per evitare parte dei problemi che si verificano al momento della presenza a lezione dellostudente disabile ci sembra importante un collegamento più stretto fra lascuola media superiore e l’Università. Tale collegamento esiste in modo parziale come ci ha detto il prof. Tolmino Guerzoni presidente dell’I.R.R.S.A.E. (Istituto Regionale di Ricerca e Aggiornamento Educativi per l’Emilia-Romagna): “Già facciamo adesso incontri di docenti universitari con la classe dove c’è lo studente portatore di handicap affinchè questi possa avere maggiori elementi di valutazione e di riflessione su quello che sarà l’impegno che dovrà poi affrontare”. Tali incontri ci sembrano utili non solo per lo studente handicappato, che ha modo di conoscere assieme agli altri studenti qualche elemento del mondo universitario, ma soprattutto per i docenti, che sia per esperienza personale mia (Stefano Toschi), sia da quanto è emerso dalle nostre interviste, ci sono sembrati un po’ impreparati oltre che ad avere rapporti con studenti disabili, anche a capire le motivazioni per cui questi hanno intrapreso gli studi universitari. Inoltre questa iniziativa dovrebbe essere maggiormente pubblicizzata dato che anche chi scrive, benché fosse direttamente interessato, ne era perfettamente all’oscuro.
Abbiamo già preso in considerazione il discorso edilizio anche per quanto riguarda l’Azienda Comunale per il Diritto allo Studio; l’intervento si limita quasi esclusivamente ad una erogazione in denaro dato che le strutture degli immobili gestiti dall’Azienda (ad esclusione della mensa A.CO.SER) sono tali da non poter essere utilizzati da persone disabili. È molto più facile fare un po’ di beneficenza che intervenire in modo organico sulle strutture. Ad ogni modo riteniamo che lo scambio di informazioni fra scuola media superiore e università sia di grande importanza affinchè l’Università sia più pronta ad accogliere le istanze che accompagnano l’iscrizione di uno studente handicappato fisico. Un altro limite culturale che è presente nella mentalità universitaria comune è quello di ritenere che le persone handicappate possano iscriversi solo a facoltà umanistiche. Questo, pur essendo un dato di fatto che è emerso anche dalle nostre statistiche, non deve essere ritenuto una necessità inevitabile. Infatti abbiamo ricavato dai nostri interlocutori delle facoltà o corsi di laurea scientifici una certa disponibilità a superare quelle difficoltà che possono presentarsi con l’iscrizione di uno studente handicappato.
Diciamo disponibilità perché le facoltà non hanno ancora preso posizioni precise per tutto ciò che può riguardare l’iter universitario di uno studente disabile: presenza di una persona estranea agli esami per firmare il libretto e soprattutto eventualmente per amplificare la voce del candidato o per scrivere negli esami che prevedono una prova scritta. Questo probabilmenteperché fino ad oggi gli studenti disabili che si sono iscritti a facoltà o corsi di laurea scientifici sono stati pochissimi. Ciò dimostra che manca un piano organico valido per tutte le facoltà per cui solo in quelle dove la presenza di studenti disabili è più costante nel tempo sono stati sviluppati certi strumenti e anche una certa mentalità, mentre nelle facoltà in cui questa presenza è scarsa o nulla non ci si è ancora posti il problema. Questo non riguarda soltanto il campo specifico degli studenti handicappati: la mentalità di porre degli argini quando il problema è tale da non poter essere escluso ulteriormente è tipico del nostro ateneo anche per quelle questioni che riguardano una fascia d’utenza ben più vasta di quella rappresentata dagli studenti handicappati.
Un altro aspetto che a nostro avviso dovrebbe essere approfondito è quello dello scambio di esperienze fra docenti che abbiano avuto studenti disabili fra i loro uditori e docenti che non hanno ancora avuto rapporti con questa popolazione studentesca un pò insolita. Tale scambio aiuterebbe sicuramente i docenti a superare le difficoltà di approccio con lo studente disabile che nella quasi totalità dei casi si sono presentate. Questo sicuramente sarebbe un valido ausilio per i professori, forse di più che non i discorsi socio psicologici che generalmente si fanno attorno alle persone handicappate. Il nostro lavoro ha lo scopo di favorire l’iscrizione e l’inserimento degli studenti handicappati fisici all’Università perché siano convinti che sia un diritto di ogni persona il poter proseguire gli studi. Siamo a conoscenza del fatto che sono poche le persone disabili che proseguono gli studi oltre la scuola dell’obbligo e quindi un numero ancora minore potrebbe iscriversi all’Università. Questo dato deve far riflettere perché se da una parte è giusto che uno studente non si senta obbligato a proseguire gli studi, d’altra parte ci sembra che la scelta dell’interruzione degli studi o il rivolgersi quasi esclusivamente alla formazione professionale limiti le potenzialità di un individuo e frustri la sua volontà di apprendere.
Un’ultima cosa su cui vorremmo fare qualche considerazione è come l’Università possa essere paragonata ad un’isola più o meno felice a cui uno studente approda per un periodo che va dai 4 ai 7 anni e durante i quali riceve degli stimoli ed acquisisce elementi per quella che vorrebbe fosse la sua professione futura. Ed è proprio qui che rileviamo la nota dolente. Soprattutto per le facoltà umanistiche, gli elementi che si acquisiscono all’Università, non forniscono agganci col mondo del lavoro; così lo studente corre il rischio di avere studiato per diversi anni materie interessanti e stimolanti senza poi poter realmente sfruttare questo bagaglio di conoscenze. Se ciò vale per uno studente “normale” possiamo immaginare quanto questo discorso sia indicato per uno studente disabile, verso il quale il mondo del lavoro frappone un numero ancora maggiore di barriere.
In questo senso il meccanismo è difettoso e qui devono essere rivolte maggiori attenzioni perché l’Università non sia un’isola nell’oceano della società e del mondo del lavoro.