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autore: Autore: Stefania Scarlatti

Il progetto di “SOTTOSOPRA”

Un luogo ricreativo può spezzare i pregiudizi sulla tossicodipendenza? E poi, come bisogna intendere il “reinserimento”? Breve ma intensa storia del Centro di San Giovanni in Persiceto

Il fenomeno della tossicodipendenza penso sia uno di quelli che porta con sé il maggior numero di stereotipi: il tossicodipendente è trasandato, cammina ciondoloni, ruba gli stereo e i cellulari, chiede le 100 lire per strada, non lavora, deve andare in Comunità…
L’esperienza che presenteremo in questo articolo romperà, mi auguro, molti di questi stereotipi.
Il SERT di San Giovanni in Persiceto, A.USL Bo.Nord, grazie ai finanziamenti ai sensi dell’art. 127 del D.P.R. 309/90, ha avviato, a partire da marzo ’98, una struttura intermedia a bassa soglia per il reinserimento di soggetti tossicodipendenti, molto più semplicemente: Centro Serale SottoSopra.
Se tutti hanno più o meno idea di cosa siano le Comunità terapeutiche, in pochi forse avranno sentito parlare dei Centri Diurni. Ma che cos’è un Centro Serale?
Il nome SottoSopra è già un chiaro invito a rompere gli schemi, a guardare le cose da diversi punti di vista.
Nel territorio in cui opera il nostro SERT, "l’identikit" del tossicodipendente è ben lontano dagli stereotipi ricordati sopra. Qui il tossicodipendente lavora regolarmente (a volte fa anche carriera), è ben vestito, vive rigorosamente in famiglia, è più che integrato ma, soprattutto, è invisibile.
Quando si è invisibili uno dei problemi più grossi che ci si trova ad affrontare è la solitudine; soprattutto alla sera, quando, dopo una giornata di lavoro, cala il buio, da queste parti anche la nebbia, e il rischio è di trovare come unica compagna l’eroina.
Ecco perché un Centro Serale che apre le sue porte proprio in questa grigia ora della serata, offrendo con il suo arredamento colorato, caldo e accogliente un’oasi sicura in cui trascorrere il tempo libero. SottoSopra è infatti un luogo che anziché chiudere i tossicodipendenti al suo interno, apre le porte e costruisce un ponte con il fuori.
Uno dei concetti alla base di questo progetto è infatti quello di intermediarietà. Il termine "struttura intermedia", per quanto riguarda SottoSopra, acquista diversi significati: piace pensare al centro serale come un’altra stanza del SERT; in questo senso, la struttura sarebbe intermedia fra SERT e utenti. Il Centro è stato infatti il ponte che ha permesso di agganciare e coinvolgere in attività coloro che, all’interno dell’ambulatorio SERT, erano diffidenti a un qualunque tipo di relazione altro da quello sanitario. Incontrarsi per fare qualcosa (il giornale, la cena, il corso internet…) è risultato sicuramente più allettante di un colloquio, ed è stato proprio attraverso il fare che è stato possibile instaurare una relazione educativa di sostegno, contenimento, guida, che risulta a pieno titolo parte integrante del progetto terapeutico SERT.
Possiamo dare un altro significato all’essere struttura intermedia. Prima di attivare concretamente il Centro, i supervisori hanno invitato a una riflessione: "Che identità diamo alla struttura? Vogliamo che sia un punto di mantenimento, di cura, con una tutela della riservatezza fino all’anonimato, o vogliamo che sia un punto di rottura, un centro di incontro visibile, con un’osmosi dentro/fuori che eviti la ghettizzazione?". La scelta fatta dall’equipe del SERT è andata decisamente verso la seconda direzione, per cui oggi è possibile dire che il Centro serale Sotto Sopra è, prima di tutto, un punto di riferimento intermedio fra SERT e territorio.
Punto di riferimento, prima di tutto, per i tossicodipendenti del territorio, già in carico e non, che percepiscono il Centro come un posto dove possono andare sicuri di essere accolti. Intermedio, perché può diventare una porta di servizio per accedere al SERT, qualora fosse difficoltoso l’accesso diretto al Servizio.
Ma si è voluto essere ambiziosi: se davvero volevamo fare di SottoSopra un punto di rottura, era necessario rompere alcuni stereotipi, per questo si è pensato al Centro come punto di riferimento culturale per il territorio, e di conseguenza, i tossicodipendenti come individui portatori di cultura. Questo processo era già cominciato con la redazione del giornale "l’urlo", che aveva restituito ai redattori la possibilità di farsi sentire, di esprimere opinioni, di dare informazioni. SottoSopra permette di dimostrare che i tossicodipendenti sono, prima di qualunque altra cosa, persone, spesso ricche di esperienze di vita, di cultura, di istruzione, di opinioni. Per questo il Centro propone degli eventi di informazione, scambio, cultura, aperti alla cittadinanza.
Infine vi è un altro aspetto di intermediarietà che si vive all’interno del Centro, e cioè l’incontro fra alta e bassa soglia di tossicodipendenza.

Prima di approfondire questo concetto è forse bene chiarire qual è la tipologia di utenza che frequenta SottoSopra, in particolare è bene specificare cosa si intende per bassa soglia in questo territorio, ben diverso dal contesto metropolitano.
1. Bassa soglia come riduzione del danno: cioè utenti che non hanno intenzione di sottoporsi a disintossicazione, per i quali il SERT mette in atto una strategia tendente a limitare il danno fisico e sociale, a ridurre il rischio di devianza, di overdose; un progetto quindi che prevede interventi primari di bassa soglia (metadone a mantenimento, informazioni, fornitura di presidi sanitari, ecc.). Rispetto a questa prima tipologia SottoSopra sta realizzando interventi quali la distribuzione di fiale di narcan, preservativi e, in prospettiva, siringhe sterili.
2. Bassa soglia come presa in carico unicamente ambulatoriale: cioè utenti che non accettano comunque alcun tipo di relazione che vada oltre gli aspetti farmacologici, che non hanno quindi maturato una consapevolezza della tossicodipendenza come problema non solo organico ma anche psicologico-relazionale, o, pur essendone consapevoli non intendono affrontarlo in questi termini. Sebbene nel SERT di San Giovanni in Persiceto sia stato dato ampio spazio alla riflessione sull’Accoglienza, a come rendere flessibili gli spazi dell’ambulatorio in modo da consentire comunque un approccio informale, non strutturato, resta il fatto che si lavora non in strada ma in una Istituzione. Questo spesso non facilita un contatto significativo con queste persone, che vivono gli uffici di educatore, assistente sociale e psicologo, come troppo strutturati, non attraenti, non significativi. Sembra importante quanto Don Luigi Ciotti, del Gruppo Abele di Torino, dice a proposito del lavoro delle unità di strada: “…andare incontro alle persone. Non possiamo solo – e troppe realtà l’hanno fatto per troppo tempo – restare ad aspettare nei nostri recinti, nei nostri servizi, nei nostri ambulatori.”
3. Bassa/Media soglia come permanere di un uso periodico di sostanze pesanti: cioè utenti che, pur avendo attivato programmi articolati che prevedono anche spazi di rielaborazione, non riescono a mantenersi "drug-free". Sia nel caso precedente che in questo, l’essere struttura a bassa soglia permette agli utenti di accedere, anche se sotto l’effetto di sostanze purché non impediscano lo svolgimento della vita quotidiana, all’interno del Centro.
4. Bassa soglia come mancanza o povertà di una rete sociale significativa: poiché secondo l’equipe il livello di intossicazione o uso/abuso di sostanze non può essere l’unico indicatore che determina la bassa soglia, si è pensato di inserire anche questa fascia di utenti, che probabilmente in altri contesti sarebbero considerati ad alta soglia. Utenti quindi che potrebbero essere anche in una situazione drug-free, ma che mantengono legami di dipendenza con la famiglia, con il lavoro, tali da impedire comunque un percorso di autonomia e reinserimento. Come già detto, per alcuni degli utenti di SottoSopra la vita ruota unicamente attorno a casa, lavoro, sostanze. Nel momento in cui si tolgono le sostanze però nulla si sostituisce a queste, con il forte rischio di un isolamento e di un incistamento all’interno della famiglia non meno pericolosi della dipendenza "tossica".

Il termine "bassa soglia" offre un’altra analisi, indipendente da utenza e sostanze, una riflessione riferita invece alla soglia/ingresso del Centro, quindi bassa soglia come ingresso/soglia facile da varcare. Vediamo allora quali sono le modalità di accesso alla struttura. Questa è una delle cose che con il tempo si sono molto modificate, superando l’accoglienza prevista inizialmente, strutturata diversamente a seconda delle diverse soglie di utenza: molto strutturata per l’alta soglia, fino ad un accesso libero per la bassa soglia,
L’obiettivo che il SERT e il Centro si prefiggono è che l’arrivo a SottoSopra sia il più tutelante e accogliente possibile per la persona che si intende inviare. Per questo non ha più significato prevedere colloqui più o meno strutturati al SERT, ma si privilegia l’eventuale accompagnamento al Centro da parte dell’operatore di riferimento, una conoscenza presso il SERT degli educatori di SottoSopra, in particolare grazie alla presenza degli operatori del Centro al SERT al sabato mattina. Se il Centro Serale è considerato un’altra stanza del SERT, il momento del sabato mattina costituisce il corridoio fra le due strutture. Questo tempo vede partecipi anche i ragazzi che già frequentano il Centro, che finiscono per avere un ruolo importante con una duplice valenza.
Da un lato rafforza la relazione fra questi e le operatrici del Centro. Può essere infatti il contesto in cui, stimolati dall’essere al SERT per la terapia farmacologica, diventa più semplice parlare e confrontarsi sul proprio percorso terapeutico. È questo un aspetto che difficilmente riesce ad essere affrontato durante le attività serali a SottoSopra.
Dall’altro facilita l’aggancio fra Centro e nuovi utenti, in quanto l’invito a fermarsi a chiacchierare con le operatrici, o il racconto su ciò che viene fatto a Sant’Agata, ha una valenza diversa se fatto anche dai pari e non solo dagli educatori.
Se invece un nuovo utente arriva al Centro prima che al SERT, dopo un iniziale periodo di accoglienza/osservazione, viene proposto un incontro al Servizio con la coordinatrice del Centro con l’obiettivo di illustrare oltre all’organizzazione del Centro anche la strutturazione del Servizio.

Dopo aver visto chi frequenta il Centro e come vi può arrivare, vediamo cosa si fa, come e perché a SottoSopra.
La compresenza delle diverse soglie aumenta la complessità del lavoro educativo al Centro; gli operatori sono chiamati a modulare il loro intervento passando spesso da un’ottica di mantenimento, richiesta dalla bassa soglia, ad un’ottica di cambiamento, richiesta dalla media/alta soglia.
In ogni caso il ruolo degli operatori non è terapeutico ma educativo; le caratteristiche del Centro richiedono di lavorare con e nell’informalità, avendo sempre come principale obiettivo quello di instaurare con l’utenza una relazione significativa e di fiducia. L’informalità, tipica di SottoSopra, non deve far pensare ad una situazione semplice né tantomeno casuale, significa anzi avere:
• capacità di ascolto e contenimento attivo,
• saper cogliere i segnali,
• essere diretti,
• "provocare", nella relazione, un’apertura nei ragazzi in modo che possano raccontarsi,
• saper lavorare nel gruppo facendone emergere le risorse,
• saper stare nel mantenimento,
• mostrare prospettive,
• stimolare e profilare cambiamenti.
In ogni caso si tratta di lavorare per microobiettivi, dimostrando grande flessibilità rispetto a questi.

Lavorare contemporaneamente per il mantenimento e per il cambiamento richiede un delicato equilibrio che non faccia prevaricare un aspetto sull’altro. Lo strumento che l’equipe ha individuato a questo scopo è la contrattazione. Contrattazione significa cercare un terreno di incontro fra le tre diverse "etnie" che in questo momento abitano il Centro (operatori, bassa soglia, media/alta soglia), riguardo gli aspetti più importanti della vita del Centro quali le regole, le attività, il clima.
La ricerca di questo incontro avviene soprattutto quotidianamente, nell’informalità; è previsto anche uno spazio istituzionalizzato, di assemblea, in cui si sancisce il punto di arrivo di questo percorso.
Il possibile incontro delle tre "etnie" presuppone un lavoro educativo sulle diverse culture che ognuna porta. È così possibile ridare significato anche al termine reinserimento a SottoSopra. Solitamente inteso come parte conclusiva del progetto terapeutico, il reinserimento rischia di essere finalizzato solo al ritrovare un lavoro, un’abitazione autonoma, un equilibrio nella gestione della quotidianità sia in termini concreti che relazionali. Può dare l’idea di un inserire di nuovo un soggetto in una società che è sempre quella, che non è mai tenuta a mettersi in discussione. Il tossicodipendente si cura ,"si ripulisce" allora, e solo allora, può rientrare.
Reinserirsi attraverso SottoSopra, per un tossicodipendente, significa prima di tutto: reinserirsi nel gruppo dei pari, cioè frequentare le stesse persone della "piazza", con un comune obiettivo di benessere, questa volta "sano" e non "tossico". Questo significa riformulare i codici di comunicazione, che non possono più basarsi sull’omertà e su un piacere che, anche se agito con gli altri, resta però individuale, sulla completa assenza di regole, sulla trasgressione, con lo scopo di creare al Centro un clima accogliente e vivibile per tutti.
SottoSopra offre la possibilità di reinserirsi in un territorio non più come singolo tossicodipendente che in un qualche modo chiede riscatto, ma come gruppo che, insieme, impara ad utilizzare le risorse che il territorio offre (in termini di tempo libero, ma non solo), chiedendo anche alla società di porsi delle domande e a non restare più ad aspettare passivamente che i tossicodipendenti "rientrino", questo presuppone tutto il lavoro di rete e di promozione culturale che il Centro offre all’intera comunità locale.

Ma quali sono più nello specifico gli obiettivi che questo progetto si pone, come si cerca di realizzarli?
L’esperienza di questi anni ci ha spinto a mettere sempre più al centro della progettualità la RELAZIONE, come obiettivo generale da perseguire. Relazione intesa come luogo di svago e stimolo, spazio dove poter rispettare i tempi della bassa soglia, momento dove poter contrattare e amalgamare i tempi tra le differenti soglie, modalità di rispetto delle libertà dei tempi e dell’agire di ognuno nell’utilizzo degli spazi e delle diverse situazioni.
Questo obiettivo generale diviene premessa necessaria ad altri obiettivi quali:
• Accoglimento e accettazione dell’utente e dei suoi bisogni così come si presentano
• Contenimento delle problematiche personali correlate allo stato di dipendenza dalle sostanze
• Acquisizione della consapevolezza della propria identità sociale adulta
• Reinserimento sociale
• Ampliamento delle risorse personali e relazionali
• Visibilità del Centro e apertura di questo al territorio come risorsa culturale e ricreativa.

Gli obiettivi più specifici e già in gran parte raggiunti in questi tre anni di lavoro, sono:
• aggancio di utenti a bassa soglia che non trovavano nel SERT opportunità di relazione altra dai contatti con l’ambulatorio;
• offrire uno spazio di benessere e di riscoperta di un piacere altro rispetto all’uso di sostanze;
• il costituirsi di un gruppo di utenti stabile all’interno del Centro;
• mantenere agganci con l’utenza più grave anche al di là della reale frequentazione del Centro, connotando la struttura come punto di riferimento relazionale significativo anche nei momenti di ricaduta;
• possibilità di utilizzo del Centro anche da parte di ex utenti SERT, in un’ottica di prevenzione delle ricadute;
• contatto con l’utenza sommersa che, passando prima dal Centro, accede poi al SERT per avviare un percorso di cura;
• apertura all’esterno del Centro (frequentazione di amici, volontari, iniziative aperte alla popolazione), in un’ottica di intervento di rete che eviti la sua ghettizzazione.

Questi obiettivi delineano in maniera sempre più chiara come a SottoSopra l’intervento è fortemente educativo, il benessere e la cura passano attraverso il fare. Nella riprogettazione delle attività, abbiamo pensato di tenere cosa ha funzionato nel passato e di individuare i punti critici ripensando gli obiettivi generali e specifici del centro.
Riguardando la storia del Centro si può vedere come le prime attività svolte siano state proprio l’apertura del Centro: comprare gli arredi, arredare gli spazi, discutendo e scegliendo insieme, operatori e ragazzi, l’utilizzo dei medesimi. La partecipazione a tale "attività" era dunque dettata dal bisogno del momento. Per lungo tempo le attività svolte all’interno del Centro cadevano in quella categoria scritta nel progetto come attività quotidiane/informali (cene, ascolto musica, lettura, visione tv/film): serviva, infatti, avere TEMPO e MODO per creare una relazione allora inesistente tra operatori-utenti-Centro come spazio legittimato, lasciando a DOPO la strutturazione delle attività che rispondessero agli obiettivi generali e specifici esplicitati nel progetto del Centro.
Oggi, invece, ci troviamo di fronte ad una doppia esigenza: da un lato è necessario mantenere la relazione già esistente ed in continua evoluzione; dall’altro sviluppare attività che permettano di compiere un salto qualitativo rispetto al gruppo, alla capacità di presentarsi all’esterno, di stimolare le loro risorse. Il primo aspetto viene garantito dalle attività informali:
• Cene, caffè, ascolto musica, lettura, visione TV e film, uscite di tempo libero.
• Attività di gestione della casa (ridefinizione degli spazi, abbonamenti riviste)
• Attività di vacanza, week-end in barca o in campeggio, fino ad arrivare ad una vera e propria vacanza di almeno una settimana.
Il secondo aspetto dalle attività strutturate:
• Attività corsuali (videoripresa, computer, internet, cucina)
• Attività corporee (sport, shiatsu, yoga, animazione)
• Attività gruppali (gruppo redazionale "L’URLO", gruppi tematici, gruppo genitori)
• Attività informative (giornate seminariali su tematiche legate alla tossicodipendenza, anche aperte al pubblico)
• Attività di visibilità del Centro (progettazione e realizzazione di materiale informativo sul centro)
• Attività di apertura del Centro alla cittadinanza (cene, Cineforum, ecc.)
• Attività di laboratorio ( murales, musica).
• Assemblea, a cadenza bimestrale o a richiesta degli utenti, con l’obiettivo di dare voce ai ragazzi sulla vita del centro e sperimentare una dimensione istituzionale e democratica.

BIBLIOGRAFIA
A.A.V.V., La riduzione del danno, Ed. Gruppo Abele, Torino, 1994.
MONTECCHI L., GROSSI L. (a cura di), Intermedia Centri Diurni. Strutture intermedie per la psichiatria, le tossicodipendenze e l’handicap, Pitagora Editrice, Bologna,1997.

RIVISTE
A.A.V.V., L’intervento di rete. Concetti e linee di azione, in Quaderni di Animazione e Formazione, Collana a cura di Animazione Sociale università della strada, Ed. Gruppo Abele, TO, 1995.
CAMARLINGHI R. (a cura di) Intervista a GROSSO L., Le nuove frontiere della riduzione del danno, in Animazione Sociale, Ed. Gruppo Abele, Torino, 2000.
DEMETRIO D., Adulti che ascoltano, adulti che si ascoltano, in Animazione Sociale,
n. 8/9, 1996
ITACA, Unità di strada e riduzione del danno, Maggio-Agosto 1997, Anno 1, n.2
ITACA, La presa in carico del tossicodipendente, Settembre-Dicembre 1997,
Anno 1, n. 3

DOCUMENTAZIONE VARIA
CIOTTI Don Luigi, Conclusioni degli “Atti dell’incontro nazionale degli operatori delle unità di strada”, Bologna, 15-16 Marzo 1999, Regione Emilia Romagna.
SCARLATTI S., Tesi di Laurea "DROGA, LAVORO E FAMIGLIA: L’ANORMALITA’ DELLA NORMALITA’", Università degli studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Servizio Sociale.

LEGISLAZIONE
D.P.R. 309/90, Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza.

Il lavoro con genitori di tossicodipendenti: uno specchio da infrangere

Le difficoltà nella vita dei tossicodipendenti non possono che ripercuotersi sugli equilibri familiari, che rischiano di venire “schiacciati” sulla persona in maggiore disagio e, di conseguenza, di essere vissuti con vergogna. Come il dialogo può spezzare l’isolamento dei genitori

Lavoro come Assistente Sociale al SERT di San Giovanni in Persiceto, A.USL Bologna Nord, da dieci anni; da sempre ho dedicato particolare attenzione alle famiglie dei tossicodipendenti e ai colloqui di sostegno ai genitori.
Nel territorio in cui opera il nostro SERT, il fenomeno della tossicodipendenza sembra affondare le sue radici, più che su scontri ideologici o situazioni di degrado sociale, in un rapporto di dipendenza/vincolo con la famiglia di origine e i suoi valori.
Nel proporre progetti terapeutici non è possibile ignorare questo aspetto, e la presa in carico dell’intero nucleo familiare diventa d’obbligo. Inoltre, l’equipe del SERT di San Giovanni in Persiceto da sempre pensa che un modello di intervento eccessivamente medico-burocratico non può rispondere a pieno al malessere che spesso paralizza le famiglie che vivono l’esperienza della tossicodipendenza. Tale malessere nasce spesso da un profondo senso di colpa e di vergogna che crea un isolamento intorno alla famiglia, la quale non osa più chiedere aiuto, tentando sempre più di mimetizzare il problema anziché esplicitarlo.
Le dinamiche di dipendenza e vincolo, che possono essere causa della patologia o essere riattivate da questa, impediscono una corretta comunicazione nella famiglia ed ostacolano la capacità di farsi carico di un percorso di reale autonomia del figlio.
L’idea di attivare un gruppo genitori nasce quindi con un duplice obiettivo: da un lato mettere in rete le famiglie portatrici del problema tossicodipendenza, al fine di offrire un sostegno che faccia uscire dall’isolamento e dall’impotenza; dall’altro creare una maggiore consapevolezza e una migliore comunicazione, all’interno di ogni nucleo familiare, come ulteriore risorsa nella cura della tossicodipendenza.
Inoltre è evidente come ogni colloquio di sostegno ai genitori sia sempre caratterizzato dalle stesse paure, dubbi, rabbia, senso di colpa, smarrimento. Soprattutto una frase, ripetuta sistematicamente dai familiari, mi lasciava perplessa e impotente: “È inutile, queste cose le può capire solo chi le ha provate”. Ed effettivamente, al di là della formazione, della professionalità e disponibilità, ci si può rendere conto facilmente che il “sapere” è cosa ben diversa dall’”esserci dentro”. Perché allora non far parlare queste persone fra loro? Incontrarsi allo stesso livello con persone che vivono la stessa esperienza?
Ma il passaggio dall’idea e dalla prima proposta, fatta nel 1993, alla sua concreta realizzazione nel 1996, non è stato così semplice e veloce, per almeno due motivi:
– la fatica nel reperire uno spazio adatto,
– la scarsissima adesione e interesse da parte dei genitori (nel ‘93 accettò solo una coppia, il cui figlio era prossimo alla dimissione).
L’individuazione dello spazio è stato sicuramente un’emergenza di questa esperienza, fin dal suo inizio. Quando nel ’93, all’interno del servizio, maturò l’idea di proporre un gruppo genitori, non fu possibile trovare un luogo adatto. Il SERT non aveva locali propri da mettere a disposizione, e sembrava avere un significato simbolico riunire il gruppo fuori dal Servizio, per alleggerire un senso di vergogna e di stigmatizzazione già così pesante, e anche per restituire al territorio una problematica che non può essere solo di un servizio specialistico. In tutta San Giovanni non si trovò una sala che permettesse di mettere in cerchio 15 sedie.
Nel ’96, il Comune diede a disposizione un’aula in una ex scuola superiore. Era necessario salire tre piani di scale faticose, per ritrovarsi in locali vuoti, abbandonati, in attesa di ristrutturazione, unico arredamento le sedie, raccattate a fatica. Sebbene il luogo fosse decisamente poco accogliente, i genitori capirono l’importanza dello spazio, non solo fisico, che gli veniva offerto, e dopo alcuni mesi, mossero mari e monti per ottenere/rivendicare un luogo più adatto. La loro voce fu più forte di quella di noi operatori e ottennero, sempre dal Comune, l’utilizzo di una saletta più accessibile e molto più accogliente.
Quando, nell’aprile ’98, ripresero gli incontri del gruppo, dopo un periodo di sospensione, quella stessa saletta si presentò nuovamente vuota, fredda e triste. Ma poiché nel frattempo il SERT si era dotato di spazi più ampi, dopo pochi mesi si decise di spostare il gruppo dentro le mura del Servizio.
È importante sottolineare questo, perché è molto significativo quale spazio fisico contiene uno spazio mentale; in questa esperienza la conquista del luogo è andata di pari passo con la conquista di un forte contenuto emotivo, ma al tempo stesso è fallita l’idea di poter uscire dal servizio specialistico e di utilizzare risorse più neutre per creare spazi di ascolto.
Oltre alla difficoltà di reperire uno spazio adatto, anche la scarsa adesione dei genitori fu uno dei problemi che nel ‘93 rese inattuabile il progetto. Nel ’96, quando esso fu riproposto, i tempi erano decisamente più maturi. Era uscito da un po’ di tempo il giornale L’URLO, redatto dai tossicodipendenti in cura al SERT, che cominciavano così a rendersi visibili in paese in maniera nuova, positiva e propositiva. Era stato abbattuto un primo muro di vergogna; questo probabilmente ha inciso nel dare un po’ più di coraggio anche ai genitori. Il gruppo ha lavorato da maggio a dicembre ’96, ha ripreso ad aprile ’98 ed è tuttora in corso.

Gli obiettivi che questo strumento terapeutico si pone sono:
– offrire uno spazio di confronto/comprensione fra persone che vivono lo stesso problema ("chi non ha provato queste cose non può capire");
– riflettere sul ruolo genitoriale e su come questo influisca in maniera significativa nel percorso di cura della tossicodipendenza, restituendo al genitore una propria identità;
– superare il senso di colpa e di vergogna;
– stare meno male;
– creare nuove relazioni.
La metodologia da me proposta faceva riferimento inizialmente alla concezione operativa di gruppo della Scuola Psico Sociale Analitica argentina (Bauleo, Pichon Riviere), che vede costituirsi il gruppo intorno ai quattro cardini del setting: spazio, tempo, ruolo, compito.
Riguardo al tempo, il gruppo si è incontrato inizialmente tutte le settimane per un’ora e mezza; da oltre un anno gli incontri sono divenuti quindicinali. Solitamente l’estate è l’interruzione che permette un momento di bilancio e di progettazione per la ripresa autunnale. I ruoli inizialmente erano ben chiari e vedevano me come coordinatore, con il compito quindi di aiutare il gruppo a lavorare sul compito proposto, rilevando le resistenze, aiutando a superare gli ostacoli, facilitando la comunicazione gruppale attraverso delle segnalazioni, delle sottolineature (il ruolo del coordinatore non è quindi di dare consigli, soluzioni pronte, né parlare dei singoli casi).
Il compito che avevo proposto ai partecipanti del primo gruppo era stato “parlate delle problematiche che vivete come genitori di tossicodipendenti”. La riflessione fatta al termine dell’esperienza fu che questa consegna non aveva permesso di uscire da quella logica di etichettamento tipica delle istituzioni sanitarie, che identificano la persona con la sua malattia. Fu molto faticoso spostare l’attenzione dai loro figli a loro stessi; emersero molte problematiche legate alla tossicodipendenza ma i singoli membri uscirono poco allo scoperto, non riuscirono a esprimere completamente il loro personale malessere. Per questo, quando riproposi il gruppo, decisi di lasciare un compito più generico: “parlate di quelli che pensate siano i vostri problemi, e di ogni altra cosa riteniate opportuna”. Il non fare diretto riferimento alla patologia ha permesso di uscire sempre più dall’idea di essere solo genitori di tossicodipendenti.
Fare una precisa scelta metodologica mi ha permesso di gestire con strumenti chiari questa esperienza, non ha impedito però di raccogliere le esigenze e le aspettative che, il gruppo da un lato e il SERT dall’altro, stavano sempre più depositando su questa esperienza.
Mantenere un setting molto rigido, continuare ad accentrare sull’operatore il compito di gestire il gruppo, avrebbe offerto uno strumento terapeutico importante, ma probabilmente avrebbe reso più difficoltosa una graduale impostazione del gruppo in termini di auto/mutuoaiuto, desiderio che sembrava nascere nel gruppo.
Il mio ruolo è stato inizialmente molto attivo, dovendo continuamente sollecitare la discussione e riportando sul compito la conversazione che rischiava di diventare chiacchiera banale pur di non affrontare argomenti senz’altro dolorosi. Pian piano sono passata ad un ruolo di ascoltatore; chi frequentava il gruppo da più tempo era sempre più in grado di farsi carico degli ultimi arrivati, di creare un clima sereno, accogliente ma non superficiale. Il mio ruolo è diventato sempre più quello di stimolare ulteriori passi avanti, di dare strumenti concreti per tradurre i loro bisogni. Ad esempio, la proposta di un brainstorming sui desideri legati al gruppo ha fatto emergere il bisogno di avere informazioni, ma anche momenti piacevoli.
Mi sono quindi incaricata di chiamare esperti sulle varie problematiche richieste e di stimolare nei genitori iniziative che mai il SERT potrebbe fornire, come trovarsi per mangiare una pizza, farsi una telefonata semplicemente per sentire come va.
Il gruppo genitori è stata quindi una concreta esperienza di incontro e integrazione fra formale e informale, fra tecnicismo e umanità, che ha permesso a chi ha partecipato di passare dalla paura, dalla diffidenza, dalla vergogna ad un clima di solidarietà, vicinanza, intimità. Ha permesso anche di passare da una inconsapevolezza, una confusione di ruoli, al riconoscere che, da un lato i figli dipendono dall’eroina, ma dall’altro i genitori dipendono dai figli. È stato possibile per alcuni ritrovare un’identità genitoriale, che ha permesso ad alcuni di scoprire quanto è importante, ma anche difficile a volte, dire no, porre delle distanze.
Il buon esito di questa esperienza, al di là di valutazioni tecniche e professionali, lo si può misurare anche da alcuni altri elementi più frivoli ma non meno importanti: dopo un po’ di tempo, il gruppo ha cominciato a concludersi con un piccolo rinfresco, iniziativa e realizzazione dei genitori stessi; se all’inizio, alle 18,45, si cominciavano a guardare gli orologi, ora alle 19,30 si è ancora spesso lì a chiacchierare; i genitori si telefonano per darsi appuntamenti anche esterni al gruppo creando così una rete sociale che può offrire un sostegno anche al di là del tempo del gruppo.

Per capire meglio l’importanza di questa esperienza, possiamo riprendere alcuni elementi che Paola Di Nicola sottolinea a proposito delle reti di auto/mutuoaiuto: il self help come forma di educazione di sè, come forma di aiuto che rende possibile contenere la propria sofferenza: “condividere il dolore, assumere il peso del dolore degli altri significa sentirsi momento di un dolore comune: si rovescia, si ribalta la logica della separazione che il dolore produce”.
Lo strumento attraverso cui si realizza l’autoaiuto è la parola: “La “dicibilità” del dolore presuppone la parola come mediazione. Nelle pratiche di auto/mutuoaiuto il “dire” è il presupposto per il fare, per il cambiare.”
La forza della parola permette anche di rompere il muro della privacy che, abbiamo detto più volte, nella tossicodipendenza è particolarmente forte.
Queste riflessioni possono essere la chiave di lettura di alcuni passaggi significativi del gruppo genitori del SERT di San Giovanni in Persiceto, che qui di seguito vengono presentati.
Come si è già detto, il problema della difficoltà a reperire una sede adeguata non ha aiutato il gruppo a sentirsi legittimato: ai primi incontri c’è un’aria un po’ carbonara, il senso di vergogna pesa ancora di più. Quando ad aprile ‘98 riprendono gli incontri, i partecipanti al precedente gruppo si siedono vicini, si guardano attorno, c’è un po’ di imbarazzo, bene o male tutti si conoscono o meglio si riconoscono; ma bisogna pur presentarsi: “Sono la mamma di…” “mio figlio è…”. L’unica risposta al compito dato: “parlate di quelli che pensate siano i vostri problemi, e ogni altra cosa riteniate opportuna”, sembra essere inizialmente: “l’unico nostro problema è la tossicodipendenza di nostro figlio”.
I primi incontri vengono spesi per parlare dei loro figli e della storia di tossicodipendenza; solo questi due aspetti sembrano dare loro un’identità in questo gruppo.
Una delle frasi più ricorrenti è “noi viviamo di riflesso; se i nostri figli vanno bene noi stiamo bene e viceversa”.
È subito evidente, e molto presto anche loro lo riconoscono, come la dipendenza dei genitori dai figli sia molto forte. Dipendenza che spesso confonde i ruoli e le responsabilità: i figli prendono le multe ma sono i genitori a pagarle, i carabinieri perquisiscono la casa, ma sono anche gli armadi dei genitori ad essere messi sotto sopra, i figli fanno una terapia farmacologica ma sono i genitori ad attivarsi nel rapporto con l’ambulatorio.
Così i genitori dimostrano anche una grande conoscenza del "mondo tossico" e ne tracciano una mappa ben precisa: quali sono i punti di spaccio, gli orari di incontro dei ragazzi per andare "in piazza", l’organizzazione delle macchine ecc. E, ancora una volta, si ha l’impressione che stiano parlando i figli e non i genitori. Uno specchio sembra essere ciò che divide, confondendoli nei suoi riflessi, i genitori dai figli. Come infrangere questo specchio, per restituire loro un’identità, un ruolo, una funzione?
Qualcosa comincia a succedere quando iniziano a domandarsi dove abitano, finalmente emergono conoscenze comuni, punti di riferimento precedenti la tossicodipendenza dei figli. Finalmente cominciano a tracciare una mappa del loro "mondo sano". I cambiamenti sembrano essere stati due: da un lato quello dal raggruppamento al gruppo, dall’altro quello da un gruppo di genitori di tossicodipendenti ad un gruppo di adulti genitori. Diventa infatti significativo il riscoprire come si era prima della tossicodipendenza, sia in senso temporale che in quello personale. Emergono quindi le loro storie: "sono rimasta orfana a sei anni…","con mio marito non c’è mai stato un vero rapporto…", "ho anche degli altri figli….","mi è sempre piaciuto ballare…".
Con le loro storie riemergono anche i loro desideri: il gruppo risponde bene a questo passaggio e il piacere di condividere diventa così forte che, di loro iniziativa, cominciano a portare dei dolci da mangiare al termine del gruppo.
Lo specchio sembra cominciare ad incrinarsi, anche se la frase "sto così bene perché adesso mio figlio sta bene… se dovesse ricadere non so neanche se verrei qui a parlarne…", a turno viene pronunciata da tutti.
C’è però un evento significativo che evidenzia la capacità di tenuta del gruppo anche rispetto al fallimento: inaspettatamente, il figlio di una coppia ha una ricaduta, il padre ne parla in gruppo in termini completamente nuovi: "con questa ricaduta mio figlio ha voluto dirmi qualcosa…". Forse per la prima volta parlano della tossicodipendenza dei loro figli non solo in toni distruttivi e, soprattutto, con una chiarezza di ruoli un po’ nuova, che stupisce loro stessi. Ed è un nuovo passaggio: il gruppo ha retto rispetto al piacere ma anche rispetto al dolore e al fallimento.
A questo punto avanzo una proposta: "forse questo gruppo può pensare di costruire un progetto…". L’idea incuriosisce e spaventa: "certo avremmo molte cose da dire ad altri genitori… alle istituzioni… ma non sappiamo come fare".
È necessario dare una nuova cornice al gruppo, che, una volta al mese, non ha più solo il compito di confronto e sostegno ma, più concretamente, quello di pensare a come realizzare un’idea per uscire un po’ allo scoperto. L’occasione di un convegno organizzato dal SERT è buona, e insieme si scrive una relazione da presentare in pubblico e da pubblicare su “l’urlo”. Ed ecco un ulteriore significativo passaggio: "chi leggerà in pubblico?". La richiesta è che sia io a leggere per loro; non rifiuto, suggerisco una contraddizione su cui è importante riflettere: nella relazione scrivono che il gruppo li ha aiutati a capire che non si devono vergognare; è proprio vero?
Questo stimolo ha un buon effetto: infatti uno di loro, per la prima volta, legge in pubblico. Il gruppo, partito con stile “carbonaro”, si conclude ufficializzando e pubblicizzando la propria esistenza.
Al convegno “La cultura giovanile. Vizi e virtù”, organizzato dal SERT di San Giovanni in Persiceto, la relazione sul gruppo fu a due voci, e fu proprio uno di loro a leggere la parte che si riporta di seguito:

“Per raccontare l’esperienza del nostro gruppo forse è meglio partire da quando il gruppo non esisteva ancora, partire dal momento in cui ognuno di noi ha scoperto la tossicodipendenza di suo figlio.
Quasi per tutti non è stato un fulmine a ciel sereno, si è dovuti passare dalla certezza che a nostro figlio non sarebbe mai successo, al dubbio, poi al sospetto e infine alla certezza che era capitato proprio a noi. Una certezza che sapevamo ma non volevamo ammettere e, chi per una telefonata anonima, chi per un provvedimento dei carabinieri, abbiamo dovuto affrontare il momento più difficile: la conferma diretta dei nostri figli. La sensazione è stata la stessa per tutti “È crollato il mondo”.
Poi l’illusione: basterà un ricovero, in sette giorni sarà già finito tutto. Non sapevamo quel che ci aspettava, non sapevamo che cosa fare. Abbiamo però presto capito che era una battaglia difficile. Sono iniziati innumerevoli tentativi, prima soli poi con l’aiuto del SERT, e ad un certo punto gli operatori ci hanno proposto di partecipare ad un gruppo per genitori.
Abbiamo accettato tutti con poco entusiasmo e con la stessa motivazione: “lo dobbiamo fare per i nostri figli, per dimostrare loro che anche noi facciamo la nostra parte, anche se ci costa fatica”. Perché è stato davvero faticoso superare la vergogna, la paura di essere riconosciuti, di scoprirsi di fronte ad altri. Noi che fino a quel momento c’eravamo ben guardati dal parlarne con chiunque, di farlo sapere anche solo ai nostri parenti.
C’era però anche qualche aspettativa di aiuto “ci diranno cosa dobbiamo fare con i nostri figli, ci sentiremo meno soli”.
Ognuno di noi aveva pensato ai primi incontri con un po’ di timore “chi ci sarà, ci conosceranno, di cosa dovremo parlare, potremo fidarci?”. Eravamo tutti pesci fuor d’acqua, spaesati, imbarazzati e anche un po’ delusi. Delusi perché nessuno, nemmeno l’operatrice, aveva una ricetta per la tossicodipendenza, una soluzione pronta ed efficace, delusi e angosciati dovendo ascoltare storie a volte più dolorose e faticose delle nostre, che anziché dare speranza deprimevano ancora di più.
Ma dopo i primi incontri è stato sempre più facile parlare, aprirsi, confidarsi; perché è vero, solo chi lo ha provato sa di cosa stiamo parlando.
Dopo diversi mesi di gruppo possiamo fare un bilancio e dire che le nostre aspettative iniziali sono state deluse solo in parte. Abbiamo scoperto molte altre cose: questo gruppo è servito prima di tutto a noi, a ritrovare noi stessi, l’interesse per la nostra salute, per i nostri desideri dimenticati da tempo, abbiamo costruito una rete di solidarietà, di comprensione, di consolazione. Una rete che ci ha permesso di mettere in comune i momenti duri delle ricadute, di poterci sostenere a vicenda. Per alcuni poi ha voluto dire trovare nel gruppo la forza per prendere e mantenere posizioni forti verso i figli e quindi aiutarli a guarire. Soprattutto ci siamo sentiti meno soli, e se oggi diciamo queste cose forse è perché ci siamo aiutati anche a vergognarci di meno.
L’invito che ci sentiamo di fare a chi come noi sta vivendo questo problema è di parlarne, di non restare isolati, di non pensare di farcela da soli. Trovare il metodo giusto per guarire dalla tossicodipendenza è difficile ma possibile, trovare un po’ di solidarietà è più facile di quanto sembri.”

Quando, a settembre, ripresero gli incontri, non fui più io a proporre ai genitori la frequenza del gruppo, ma loro stessi a promuovere questa iniziativa.
Passare da raggruppamento a gruppo, da gruppo di genitori di tossicodipendenti a gruppo di adulti, da gruppo nascosto a gruppo ufficiale, è quanto si è ottenuto finora. Il porre la relazione al centro di questo intervento ha senz’altro prodotto benessere per queste persone che, da tempo, non riuscivano a dedicare a sé stesse alcuna attenzione.
In un contesto come questo, dove l’assoluta "normalità" e l’apparente anonimato sembrano permeare qualunque cosa, rendere visibile un gruppo di genitori di tossicodipendenti può essere un interessante stimolo di cura "della comunità" e "nella comunità"..
In questa prospettiva ci si potrebbe augurare che non solo la patologia renda possibile esperienze di sostegno e confronto; pensando a quanti sono i momenti critici nel normale rapporto genitori/figli (la scuola, l’adolescenza, ecc.), a quanto sia il bisogno di momenti di confronto fra pari, è importante che chi si occupa di prevenzione e salute pubblica si interroghi su quanto spazio viene normalmente offerto per questo.

BIBLIOGRAFIA

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