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autore: Autore: Stefano Gorla e Paolo Guiducci

15. Q come Quore (il fumetto per l’handicap)

C’è un cuore pulsante, un cuore diverso non solo muscolo, non solo carne. Un cuore che batte nel mondo del fumetto. Una empatica vicinanza alle ragioni del cuore di pascaliana memoria. Una metafora.
È il fumetto che si mette in prima fila per rendere ragione delle sue convinzioni profonde. È il fumetto che esplicitamente si schiera, è il linguaggio-fumetto che mostra la sua efficacia e si veste da testimonial. Campagne sociali dove i personaggi a fumetti richiamano attenzione, mettono in gioco il loro physique du rôle. Ecco Dylan Dog che appare sul manifesto disegnato da Claudio Villa per sostenere una campagna di aiuto a favore degli alluvionati del Piemonte oppure ripetere da un manifesto “ne’ eroe ne’ eroina” sotto un esplicativo droga out. Martin Mystère e Lupo Alberto con l’apporto delle Giovani Marmotte disneyane si dedicano all’ambiente. E poi tabacco, alcool, AIDS, diritti dei minori, diritti degli animali.
Il fumetto, sempre in prima fila, mostra il suo cuore che per il mondo dei disabili non poteva che essere un cuore con la q. Campagna contro ciò che il comune sentire, che la cosiddetta normalità percepisce come una sorta d’errore.
Già nel 1955 il disegnatore statunitense Al Capp, contrazione dietro cui si celava il disegnatore Alfred Gerald Caplin, realizza un’avventura del suo celeberrimo Li’l Abner, simpatico beffeggiatore della società americana, dove si sottolineava il bisogno di un supporto psicologico e fattivo agli handicappati che tendevano ad autoescludersi dalla vita sociale (che ci metteva del suo naturalmente!). Una bella storia dove il sorriso si faceva amare e l’umorismo lieve.
Anche la Sergio Bonelli Editore ha schierato due sue personaggi di punta come testimonial per l’handicap, mentre le sue storie (da Dylan Dog a Nathan Never passando per Magico Vento e Nick Raider) non mancano di sfiorare, toccare, approfondire il tema della diversità, del limite, della rappresentazione dell’handicap. I due personaggi sono Dylan Dog e Zagor diventati, nel 1993, in una mostra “Due amici per i disabili”. Alla mostra organizzata in collaborazione con l’ANFASS (Associazione nazionale famiglie e fanciulli e adulti subnormali) era collegata la raccolta di fondi per il progetto di realizzare una comunità alloggio per ragazzi insufficienti mentali. Il manifesto della mostra realizzato da Claudio Villa è divenuto, qualche anno più tardi, anche la copertina del volume Diversabili. Figli di una nuvola Minore? editato da Cartoon Club nel 2001, in parallelo alla mostra su fumetto e handicap tenutasi a Rimini in quella stessa estate.
Interessantissima anche la riflessione del Centro emiliano problemi sociali per la trismoia 21, intorno all’utilizzo del fumetto come testimonial in campagne informative sul handicap. Riflessione che ha trovato un suo sbocco anche nella creazione di un personaggio a fumetti, Colla (il cromosoma 47 responsabile della sindrome di Down), protagonista di un opuscolo che mostra la vita di un bambino con un cromosoma in più.
La rivista DM dell’Uildm (Unione Italia lotta alla distrofia muscolare) ha praticato la strada dell’umorismo per informare (e formare). Ha creato la campagna “Sorridere si può”, cui hanno aderito schiere di disegnatori umoristici da Altan a Bozzetto, Chaippori, Gianelli, Giuliano, Cavandoli, Silver, Novelli e per cui sono state recuperate vignette di Bonvi, Jacovitti, Quino, Mordillo. La sintesi fulminante di una vignetta, di una battuta per dire il mondo dell’handicap ha rappresentato un’idea vincente. Infatti, l’iniziativa ha avuto grande successo e si è articolata nella realizzazione di calendari e magliette, oltre che alla pubblicazione sulla rivista. Un invito alla riflessione fatto sorridendo.
Sempre la UILDM ha lanciato quest’anno una nuova campagna di sensibilizzazione utilizzando il cinema d’animazione, campagna dal titolo: Muscoli di cartone. Tre brevi cartoni animati (30- 40 secondi l’uno) di forte impatto, simpatici, limpidamente comprensibili nei contenuti. All’iniziativa hanno prestato la voce due noti personaggi televisivi: Fabrizio Frizzi e Claudio Bisio. Di due dei tre cartoni è stata anche realizzata una versione sonoro per le radio. Alla regia dell’operazione la fertile redazione di DM con la collaborazione di Silvio Pautasso e Giorgio Valentini, che hanno curato la realizzazione dei cartoni animati.
Un ammasso di forza e sensibilità è il personaggio Concrete creato da Paul Chadwick, che è nato con un futuro da testimonial già tracciato. Le sue storie hanno il loro perno nella diversità e nell’ecologia, e Concrete è stato il testimone della Giornata Mondiale della Terra e dell’italica Legambiente (che ha sponsorizzato anche la pubblicazione dei suoi fumetti in Italia). Concrete è un omone di sasso frutto di una tremenda esperienza. Il suo cervello è quello di Ronald Lithgow, collaboratore di un senatore americano, cervello che è stato trapiantato su di un corpo cyborg da misteriosi alienei che l’avevano rapito durante una sfortunata gita in montagna. Evoluzione delle tematiche supereroistiche, dalla trasformazione fisica ai poteri nuovi acquisita (forza, resistenza, etc.) Concrete si ritrova ad essere il classico eroe con problemi colossali. Un “eroe della nuova era”, come lumeggia il sottotitolo delle sue avventure, eroe che affronta la più assoluta quotidianità fatta di barriere architettoniche, di un mondo fuori dalla sua misura, di tutte quelle problematiche (trattate dall’autore senza la condanna di dover continuamente giustificare l’inabilità del suo personaggio, che fra l’altro non può “guarire”!) tipiche della diversità che porta con se l’handicap fisico. Un testimone eccellente ad ogni vignetta, la concretizzazione di quanto un’immagine possa valere più di mille discorsi.
Il fumetto si è mostrato in queste campagne, maturo veicolo di informazione e di sensibilizzazione. I nostri amici di carta sono apparsi influenti, autorevoli, capaci di pietas, capaci di prendersi a cuore la situazione dell’handicap mostrandone limiti e potenzialità. Un cuore necessariamente con la Q.

16. R come Rat-man

Sfortunato. Limitato. Imbranato. Indelicato. Un topo si aggira fra le pagine del fumetto italiano e non è il noto roditore americano. Il suo nome non brilla per fantasia ma la sua parabola ha dello stupefacente. Premi, riconoscimenti, attestati di stima hanno fatto di Rat-man e di Leo Ortolani, il suo alter ego di carne, creatore e disegnatore, il fenomeno fumettistico della seconda metà degli anni Novanta. Un’idea del fenomeno è data dagli ultimi riconoscimenti avuti da Leo Ortolani. All’interno del noto Cartoon on the Bay, festival internazionale dell’animazione televisiva tenutosi a Positano (Na) nell’aprile dello scorso anno, Ortolani ha ricevuto il Pulcinella Net Award, premio per il miglior filmato d’animazione presentato per il web: un filmato di soli 3 minuti legato alla sua serie fumettistica Venerdì 12. Mentre Rat-man, il personaggio per antonomasia di Ortolani, ha vinto le elezioni del fumetto svoltesi nel gennaio 2001 nelle fumetterie di tutt’Italia. 5600 voti che hanno permesso al topo outsider di sbancare ogni pronostico surclassando personaggi quotati come Tex Willer, Lupo Alberto, e Alan Ford. A questo successo è seguita una dichiarazione che bene delinea l’orizzonte del nostro eroe: “Il successo non mi ha dato alla testa. Resto il semplice ragazzo di Betlemme che tutti conoscono”.
È la rivincita della marginalità, del disadattato, del perennemente fuori tempo e fuori luogo che s’impone come paradigma.
Rat-man è un personaggio a fumetti che utilizza tutti i registri dell’umorismo, dall’ironia al sarcasmo, dal sorriso solare allo sghignazzo più indecoroso. È un eroe da fumetto in cui è impossibile identificarsi eppure possiede una forza magnetica, capace di attrarre simpatia e attenzione, dedizione e smisurato senso di piacere.
Le origini di Rat-man, inquietante topo con la faccia da scimmia, sono narrate nella sua prima comparsa nel mondo dei fumetti: “Una misteriosa figura si aggira, senza pace per i vincoli della città…fruga tra le ombre della notte, come per trovare un significato alla sua esistenza…Mentre i ricordi tornano alla sua infanzia, segnata da un doloroso ricordo…quando perse entrambi i genitori ad una svendita in un grande magazzino”.
Rat-man nasce come un guastatore del mondo dei fumetti. Il suo genere preferito, sempre praticato, è quello della parodia. Assumendo questo registro appare sulla fanzine Made in U.S.A. e sul mensile Star Comix, dopo una fugace comparsa su di un supplemento de L’Eternauta. Siamo nel 1992 e il simpatico topo, nato nel 1989, viene presentato come una sorta di scimmiottatura di Batman. La parodia è un genere rischioso e difficile da gestire, Ortolani riesce splendidamente nel suo intento anche grazie a una notevolissima conoscenza del mondo dei fumetti, soprattutto l’universo supereroistico americano, delle sue strategie e strutture narrative. Ortolani non si limita semplicemente a giocare con un soggetto prefissato, a mettere in ridicolo tic e manie di questo o quel personaggio o di un genere. Inserendo nel suo fumetto elementi tipici delle strutture narrative della Marvel degli anni d’oro, quella del duo Stan Lee e Jack Kirby, compie un’operazione più complessa.
Ortolani si rivela abilissimo a utilizzare stilemi, linguaggio, ritmi narrativi, enfasi dei dialoghi tipici della Marvel all’interno del suo fumetto ora ironico, ora parodistico, sempre esuberante e ad alto tasso di divertimento. Ma non solo. Ad Ortolani riesce un’operazione che gli permetterà, negli anni, di raggiungere un pubblico molto vasto. Grazie a una connaturata vena umoristica ben coniugata con quella parodistica, infarcisce le sue storie di una serie di dettagli buffi e spassosissime trovate. Questo permette diversi livelli di lettura dei suoi fumetti. La sua alchimia di elementi funziona perché riesce ad appassionare e a divertire l’impenitente lettore appassionato di fumetti superoistici americani e, contestualmente, anche colui che ne è quasi digiuno. Se ci sono sfumature che alcuni lettori possono cogliere, queste si presentano solo ad un livello d’approfondimento; resta uno strato base umoristico percepibile da tutti. È forse questa formula che ha consentito un successo così vasto della saga di Rat-man: un fumetto umoristico di grana fina, fatto di sfumature.
Rat-man comincia la sua avventura decidendo di indossare un costume e di combattere il crimine. Un inizio usuale per i supereroi anche se per quanto riguarda Rat-man non solo non conosciamo la sua identità segreta ma questa sembra non esistere; di lui non si sa nulla, neanche il nome. Nella sua esistenza tutto sembra essere in deficit, dal nome all’intelligenza, dall’arguzia alla prestanza fisica. Un fragilissimo monumento di inettitudine che si mostrerà assolutamente tenace nella sua lotta per la sopravvivenza, il diritto di esistere: sfortunato, magrolino, un po’ stupido, marginale.
Una marginalità che si sposa con la dimensione del sogno. Rat-man sogna di essere un supereroe (inconsapevole della formula dei fumetti supereroistici degli anni Sessanta: supereroi con superproblemi). In preda a questo suo sogno, quasi un delirio, non riesce neanche ad organizzare una strategia efficace di costruzione del suo sogno. Si concentra disperatamente sui dettagli. Primo fra tutti sul costume (essenza del supereroe da fumetto). Sappiamo che in questa annosa e strategica scelta un postino avrà un ruolo fondamentale nella costruzione della sua identità d’eroe. Busserà alla porta mentre il nostro è dilaniato intorno alla scelta del simbolo d’associare alla sua personale lotta contro il male: il postino gli consegnò una copia di Topolino e… il resto è storia!
Il gioco dei rimandi, fumettistici e non, nasce con Rat-man che come iniziale parodia di Batman assume i tratti tipici dell’eroe della DC Comics: vive in un lussuoso maniero con un maggiordomo, ha perso entrambi i genitori, con un costume maschera la sua identità. Un clone di Batman? Forse. Certo, nella prima avventura appare un avversario di Rat-man che è un evidente omaggio al Joker, eterno antagonista di Batman, un tragicomico personaggio dal nome: il Buffone. Personaggio che immetterà sulla scena Topin, il topo meraviglia, un’evidente analogia con Robin, ma già dalla seconda avventura gli scenari si fanno diversi. Compare il Ragno, un aracnide vero che dopo un morso radioattivo assume caratteri umani: avidità, egoismo, spietatezza. Seguono la vera storia del dottor Destino, ex-monaco perseguitato da un Rat-man in grande forma. Quindi le riletture di Wolverine o Elektra, la letale ninja. Ortolani con il tempo diviene un fiume in piena e mette a fuoco la sua poetica riuscendo ad assimilare e a riproporre personaggi e linguaggi pescando dal mondo dei fumetti, dal cinema o dalla televisione, senza scordare la letteratura. Da collante il temibile Rat-man.
Ecco allora The R-File oppure Il Grande Ratzinga. In Operazione Geode troviamo un ratto agente segreto che arriva dritto dritto dai romanzi di Jan Fleming supportati dalla versione cinematografica delle avventure di 007. Ortolani lavora con sagacia sia sui testi sia sulla grafica rendendo espliciti omaggi. Arriva a donare consapevolezza ai suoi personaggi attraverso lo sguardo in camera caro ai cartoni della Warner. Mostra il dialogo con il lettore ma anche con il disegnatore oppure un personaggio disincantato che assalito dalle domande di Rat-man replica: “Non lo so! La prossima volta fatti fare un giornalino più lungo”.
Rat-man e il suo autore, grazie alla gustosa, formula ne hanno fatta di strada. Partiti con le autoproduzioni sono approdati alla Marvel Italia, grazie alla lungimiranza di qualche redattore dotato di una buona dose di autoironia aziendale. È, infatti, nel 1995 che Ortolani lancia la testata autoprodotta Rat-man incontrando favore e fiducia prima delle Edizioni Foxtrot di Marcello Toninelli, quindi delle Edizioni Bande Dessinée e infine della Marvel, che stampa e distribuisce la testata Rat-man completamente prodotta da Ortolani. Con Rat-man collection la Marvel riunisce tutta la produzione di Ortolani aggiungendo alle esilaranti avventure di Rat-man altre serie sempre della produzione di Ortolani (3). E di ristampa in ristampa, esaurite le scorte di Rat-man collection, ecco la nuova ristampa integrale delle avventure del nostro eroe subnormale, in edicola alternandosi alle avventure inedite appare Tutto Rat-man.
Successo e fama per un topino piccolo, piccolo con un dono grande: sa far ridere di sé, delle proprie sconfitte, delle proprie disgrazie. Non è da tutti!

17. S come Sesso

“Papà, cosa vuol dire handicappato?” chiede Mafalda, la bambina terribile dei fumetti creata da Quino. Il padre risponde: “Va’ a giocare, Mafalda, non sono cose per la tua età”. Mafalda se ne va brontolando: “Ho capito si tratta di sesso!”.
In un altro delizioso quadretto famigliare, il Padre di Mafalda rispondendo ad una Mafalda alquanto seccata dica: “Ma Mafalda, anche se io ti spiegassi il problema del Vietnam, tu non lo capiresti!”. E lei: “Certo perché sono scema!”. Il padre spazientito: “Non è che sei scema! È che non è una cosa per bambini!”. “Ah, no?” riprende Mafalda perplessa. “No!” gli fa eco il padre. “E se melo spieghi senza le parti pornografiche?” incalza Mafalda.
Nelle battute di Mafalda, si trova la fedele rappresentazione della comprensione della realtà di una bambina (per quanto terribile!) che ha imparato, grazie al contesto sociale e famigliare, a considerare il sesso materia imbarazzante. Se poi lo si accosta, o unisce all’handicap, l’imbarazzo è sommo. Per qualche strana ragione, forse una proprietà transitiva, il trattare del sesso o dell’handicap richiede le stesse cautele, suscitano gli stessi pudori. E siamo solo nella fase di contiguità verbale, si parla di sesso e lo si accosta imprudentemente all’handicap. Se poi si tentano di coniugare i due termini si entra nella lussureggiante giungla dei tabù.
Eppure il fumetto, con una certa dose di coraggio assieme a spregiudicatezza non ha disdegnato di cimentarsi in questo connubio dall’alto potenziale di deflagrazione sociale.
Un fumetto simpaticamente in bilico tra il grottesco e il crudele come Cico & Pippo di Altan, che non teme di trattare fra le sue strisce dell’argomento sesso.
Cico & Pippo sono un’assortita coppia composta da genitore e figlio, Cico è un uomo cieco dalla nascita e Pippo il suo irriverente figlioletto, occhi vicari della cecità del padre. Le strisce, graficamente solo abbozzate, sono composte da crudeli dialoghi tra i due, dove Pippo non disdegna di colpire il padre, sia fisicamente che moralmente, facendogli pesare la cecità. In genere il babbo incassa, raramente reagisce, soggiogando comunque il figlio con la sua spossante petulanza.
Anche se Pippo fa di tutto per far pesare al cecità al padre o comunque non fa niente per alleviarne il peso, in fondo i suoi rudi interventi sono un arma di difesa verso un padre asfissiante che sembra aver fatto della cecità la sua professione. Altan mostra, senza false remore, come possa esistere il cieco noioso, capriccioso, assolutamente insopportabile senza nessuna pietistica giustificazione, al limite della crudeltà. Non solo. Altan inserisce anche un altro elemento poco presente nella rappresentazione dell’handicap: il tema della sessualità. Ecco Cico che da una parte dice di disprezzare tutto ciò che riguarda il sesso dall’altra rivela le normali pulsioni sessuali a Pippo che, approfittando di queste confidenze, non perde occasione per mettere il padre in situazioni spiacevoli che, amaramente, Cico accetta come “meglio che niente”.
Il sesso in coniugazione handicap è presente anche nel bel volume Andi Andi di Alberto Preda e Franco Travi dove tra giochi verbali e grafici si mostra la quotidianità del portatore di handicap. Volume che nasce dall’esperienza di condivisione e di emancipazione significata fin dal titolo dall’elisione della H, dove tutte le scene di vita quotidiana sono coniugate in andi. Ecco allora i titoli: “stravagandi, duellandi, affittandi, graziandi, andifurto” e la vignetta che sostiene la lettura; per “stravagandi” troveremo un equilibrista con le stampelle, per “andifurto” un uomo in carrozzella completamente avvolto da una catena con un enorme lucchetto. In questa serie troviamo anche le vignette della sottoserie “amandi” dove alle carrozzelle vengono applicati particolari e sofisticati meccanismi per permettere l’attività sessuale o il sublimato sogno di “sandi in paradiso” dove l’amico in carrozzella è accompagnato da una donna procace.
Se il sesso al tempo dell’handicap è sublimato nel sogno o rimandato nella speranza, restano le aspettative dei personaggi e il sogno si fa malinconia o sofferenza.
Ecco la sofferenza di Concrete, personaggio più volte citato in questo succinto dizionario, il gigante di pietra che sogna e desidera anche solo una lontana sollecitazione dei sensi, una carezza, un contatto pelle a pelle, che ormai può solo nostalgicamente ricordare. Lui metafora perfetta, uomo, disabile a cui è stato negato il sasso ma persino la fisicità.
Anche per Tesla, la giovane vampira comprimaria nella avventure di Dampyr, la fisicità dell’amore resta un sogno, o forse solo un desiderio. Per quanto attratta da Harlan non può coronare il suo sogno. Harlan Draka, infatti, è un dampyr, un uomo dove coesistono il principio del bene e del male, un eroe non solo umano.
Il dampyr è una categoria realmente presente nel folklore slavo: è il figlio di un vampiro e di un essere umano, un mezzosangue, l’incarnazione dell’unione tra bene e male, l’esasperazione del doppio racchiuso in ognuno.
Il suo sangue è velenoso per i vampiri, unica arma con cui opporsi ai vampiri, categoria che nel fumetto non è vista con il vezzo postmoderno della simpatia. I vampiri in Dampyr sono malvagi, sono il male incarnato. Vivono e agiscono nelle zone dell’eclissi della ragione, nella violenza compiaciuta e gratuita, nella guerra e nella rappresaglia teppistica. Svuotano l’uomo della sua umanità, della sua vitalità, del suo esaltante e tragico destino del vivere e del morire. I vampiri trasformano l’uomo in non-morto e oppongono uomo ad uomo, secondo la logica efferata della violenza. Su queste coordinate si inserisce la figura atipica di Tesla, vampira rinnegata, reietta dei reietti, disadattata nel suo mondo, perennemente fuori luogo, incapace di riconoscersi nel suo stato, nella sua corporeità. Costretta a nutrirsi succhiando sangue, melanconicamente impossibilitata al contatto sessuale. Figura estrema del rapporto handicap e sesso.
Ma non tutto è perduto nelle lande dell’handicap disegnato, ogni tanto emergono tratti di speranza. Ecco allora la figura di Barbara Gordon, la prima Batwoman, per una serie di vicissitudini trasformarsi da supereroina a paraplegica. Di Barbara Gordon si ricorda un’intensa storia d’amore con Dick Grayson (Nightwing), una storia d’amore che ha sottolineato la normalità dell’amore al tempo dei paraplegici. Uno spiraglio a lumeggiare un mondo timoroso, incapace di trovare le parole per esprimere bisogni e desideri. Parole che il mondo dei comics, a volte, riesce a fornire.

21. Z come Zagor

Odioso, crudele e malvagio, è riuscito persino a corrompere chi malvagio non era. Lo scienziato Prometeus, per esempio, cercava il bene dell’umanità ed è diventato un pazzo operatore di male che trasforma alcuni sventurati indiani in volatili sanguinari; Ultar era una creatura angelica prima di essere trasformato in un mostro sanguinario; mentre la gigantesca aquila Ayala ha volato sulle ali dell’odio. Il merito di queste terribili (maligne) conversioni è tutto di Ben Stevens, un cercatore d’oro scalpato vivo da una banda di indiani Munsee “con il volto deturpato da orribili ferite e la mente offuscata dalla rabbia” come insegna Graziano Frediani1. Per raggiungere il suo unico obiettivo, Stevens “alleva e istruisce una torma di rapaci affidando ai loro artigli il compito di realizzare la vendetta”.
Gli evidenti debiti con i temibili Uomini Falco incontrati dal mitico Flash Gordon in una delle sue prime avventure sul pianeta Mongo, non impediscono a Ben Stevens di rimanere scolpito nella mente dei lettori di Zagor e con l’altisonante nome di Re delle Aquile prendere un posto in prima fila nella galleria degli avversari più temibili dello Spirito con la Scure.
Il fortunato personaggio creato da Sergio Bonelli con il nome de plume di Guido Nolitta quarant’anni fa, veste una casacca rossa sulla quale campeggia un’aquila stilizzata che rappresenta il leggendario uccello di Tuono, porta una pistola alla fondina ma maneggia preferibilmente una scure. Una sorta di giustiziere in costume che difende la pace della foresta di Darkwood e in ogni luogo in cui è minacciata dalle forze del male, siano che si incarnino in scaltri banditi, in indiani ribelli o in creature mostruose. Le sue sono avventure a 360 gradi, nelle quali il western tende la mano al fantasy mentre l’orrore si colora di thriller per sfociare, non di rado, nella fantascienza. Un affascinante mix di generi dal quale più d’una volta emergono villain un po’ stereotipati, caratterizzati secondo il cliché che tende ad accomunare, in un’ottica lombrosiana e nel solco della tradizione di tanta letteratura feuilletonistica, deformazione fisica e abiezione morale o vocazione criminale. Il volto deturpato di Ben Stevens è niente in confronto al diabolico ghigno del professor Hellingen. Il più formidabile avversario dello Spirito con la Scure potrebbe benissimo recitare la sua parte in una galleria di “mostri” oppure andare ad infoltire la schiera di lombrosiani delinquenti che popolano la serie di Dick Tracy. Esemplare caso di mad doctor, chiaro omaggio al primo scienziato pazzo del fumetto italiano, quel Virus (opera della premiata coppia Pedrocchi-Molino8) in grado di risvegliare contemporaneamente le mummie di tutto il mondo, Hellingen è tanto disgustoso da osservare quanto geniale nelle sue invenzioni, purtroppo totalmente votate al Male di cui è in qualche modo l’archetipo, la quintessenza con la fissa di conquistare il mondo e – ovviamente – sopprimere il coraggioso e leale Zagor.
Non è finita. Shonta Quassan9 è segnato dallo stesso handicap fisico di Ben Stevens ma i punti di contatto con il terribile Re delle Aquile si fermano qui. Perché il pellerossa mancante della gamba sinistra non ha proprio nulla di sanguinario, anzi è “una sorta di paria, emarginato a causa del suo handicap” hanno scritto di lui Giampiero Belardinelli e Giuseppe Pollicelli. Il riscatto per Shonta Quassan è tutto racchiuso nelle parole proferite da Zagor, il quale ne caldeggia l’elezione a capo della sua tribù, quegli Onondaga vittime della cattiva influenza dell’acqua di fuoco. Con questo finale Marcello Toninelli (l’autore) “esce dai cliché di genere – cito ancora la coppia di esperti bonelliani – per i quali l’uomo guida di una comunità dovrebbe avere un aspetto fisico rassicurante, nel senso più ampio del termine”. Il parallelismo con il più famoso Charles Xavier, il telepate capo degli X-Men12 recentemente portati con successo sul grande schermo, viene spontaneo ed è tutt’altro che banale. Che Toninelli abbia nella corde di narratore una sensibilità nei confronti di certe tematiche è testimoniato da un’altra storia zagoriana che tratta di handicap. Ne “Il grande buio” (Zenith Gigante 306-307), il Re di Darkwod prova i tormenti della perdita della vista, seppur momentanea. Sono così offerte al lettore vignette cariche di introspezione e scandagliamento psicologico. “Se rimarrò cieco per sempre (Zagor è persuaso di dover rinunciare alla vista per tutta la vita, ndr) come potrò proseguire la mia opera pacificatrice? E che ne sarà di Darkwood, quando si saprà che lo Spirito con la Scure non è più in grado di far rispettare le leggi?”. Il profondo interrogativo rimanda ai tormenti interiori di un altro giustiziere in calzamaglia, il cieco Devil.
Parlare della diversità non è dunque un tabù sulle pagine di un campione del fumetto popolare italiano qual è Zagor, che anzi assomma agli esempi mutuati dal genere avventuroso alcune tipologie tipiche del fumetto umoristico. Su tutte si staglia Cico, il panciuto pard messicano dello Spirito con la Scure che incarna “l’ingenuità ai limiti della dabbenaggine” tipica di molti eroi umoristici (dai disneyani Pippo e Paperino alla goffa Olivia), grazie alla quale non di rado si fanno scudo nei confronti di “un mondo di esseri scaltri, arroganti, malvagi e crudeli”. In realtà, con il passare degli albi Cico ha perduta molta della primordiale ingenuità per trasformarsi da fifone bravo soltanto a cacciarsi nei guai o spettatore inerme a più valente scudiero alla Sancho Panza, in questo spronato da Zagor. Caricaturato fino all’eccesso, “il Piccolo Uomo dal Grande ventre” (come lo chiamano gli indiani) soffre di un’auxopatia (altrimenti detta obesità) che ne fa un essere di buon umore, sempre pronto alla battuta e perennemente affamato. Insomma, un pancione simpatico e per nulla preoccupato del rotondo deficit che si porta appresso. In due parole, politicamente corretto.

19. U come Uomo Ragno

È probabilmente il più famoso dei personaggi della casa editrice Marvel, e forse del mondo del fumetto. Idolatrato da milioni d’adolescenti che hanno appreso tra le sue pagine l’arte dell’identificazione con l’eroe, l’Uomo Ragno è l’indiscusso capofila di una seria di supereroi che hanno mutato gusti e sogni degli adolescenti dagli anni Sessanta ai giorni nostri.
Ugualmente avvezzo al fumetto e al cartone animato o al cinema, l’Uomo Ragno è forse tra i personaggi dei fumetti più conosciuto al mondo. Tanto noto da penetrare, senza grossi problemi, anche nel mare magno dell’immaginario collettivo planetario.
L’Uomo Ragno è la maschera di Peter Parker, maschera dell’eroe dietro cui si nascondono i tratti della quotidianità di un occhialuto e complessato studente da College. Gracile e coscienziosamente studioso, Peter è continuamente snobbato dalle ragazze. Il timido e marginale Peter dopo essere stato morso da un ragno “radioattivo” acquista la forza e l’abilità di un ragno, il tutto connaturato alle sue dimensioni umane. Agilissimo, ha facoltà di aderire a quasi tutte le superfici e possiede una sorta di sesto senso premonitore che individua in anticipo il tono di ciò che succederà. Il potenziamento dei sensi e l’allenamento fisico consentono a Spiderman prestazioni fisiche straordinarie.
In lotta con il crimine, Peter Parker alias Uomo Ragno, è la personificazione della figura del doppio, dei piani della realtà che si mischiano, una sorta di schizofrenico di carta.
Nato nel 1962 grazie all’abilità e al genio di Stan Lee e Steve Ditko, l’Uomo Ragno è tra quei personaggi a fumetti degli anni Sessanta che hanno ricevuto, attraverso banali incidenti, uno o più “doni” in grado di modificargli radicalmente la vita. Doni di cui non si capisce subito il segno e il valore, doni di confine tra il vantaggio e lo svantaggio, in bilico tra l’aiuto e l’handicap.
Gli anni sessanta si aprono, da questo punto di vista, con una piccola rivoluzione accesa da una minuscola casa editrice, la Marvel.
Nel novembre 1961 viene pubblicato un albo dal presuntuoso sottotitolo: “Il miglior fumetto del mondo” era il numero 1 di Fantastic Four (Fantastici Quattro) alla cui spalle stavano i fecondi Stan Lee (Stanley Lieber) e Jack Kirby: The Man e The King (l’uomo e il re), secondo il verbo della leggenda.
È la “silver age” del fumetto supereroistico quella che nasce dalla “casa delle idee”: una nuova epoca per i supereroi, dopo la prima ondata degli eroi tutto d’un pezzo che hanno cavalcato la prima metà del secolo scorso.
La formula migliore che sintetizza gli anni Sessanta, dal punto di vista del fumetto americano, sta nell’intuizione di Stan Lee: “supereroi con superproblemi”. È la formula che trasformerà la Marvel in un gigante. I combattimenti e le azioni esagitate iniziano ad avere come contrappunto momenti introspettivi nei solipsismi dell’eroe o negli elementi didascalici nella narrazione.
Al primo gruppo di supereroi, i Fantastici quattro, e alle sue dinamiche “comunitarie” (un aspetto inedito per il fumetto supereroistico) seguono nel 1963, un’altra amalgama di mutanti: gli X-Men, sempre ad opera di Stan Lee e Jack Kirby.
Gli X-Men sono un gruppo che si espanderà nei decenni successivi inglobando nuovi e fantasiosi elementi. Un gruppo di individui che manifestano nel loro organismo, qualche mutazione genetica. Li raccoglie e coordina, il carismatico professor Charles Xavier, brillante scienziato dagli enormi poteri telepatici inchiodato ad una carrozzella. Il professor Xavier fonda una sorta di scuola per mutanti allo scopo di educarli ad un uso consapevole e altruistico delle proprie capacità. Intorno al professore si raduna un primo nucleo di mutanti: Angelo, Bestia, Ciclope, Marvel Girl e l’Uomo Ghiaccio. Eroi adolescenti, come i loro lettori.
Se l’Uomo Ragno, come abbiamo accennato, acquisisce i suoi poteri “grazie” al morso radioattivo di un ragno, lo scienziato Bruce Banner, investito dall’esplosione di una bomba gamma, si trasforma ne l’incredibile Hulk, il colosso verde creato nel 1962, sempre dalla coppia Lee-Kirby, che nel medesimo anno pescando nella mitologia nordeuropea, danno vita al mitico Thor, il tonante figlio di Odino.
Iron Man (1963, l’Uomo di Ferro) è una strana commistione tra uomo, robot e un pizzico di androide uscito dalla fantasia di Stan Lee, Larry Lieber e Don Heck. Nello stesso anno nasce il signore delle arti magiche Doctor Strange di Stan Lee e Steve Dikto.
Nell’anno successivo è la volta di Daredevil (1964, in Italia solo Devil) di Stan Lee e Wallace Wood. Il giovane Matt Murdock viene travolto da un camion carico di materiale radioattivo, perde la vista ma centuplica la sensibilità degli altri sensi; e diviene il difensore cieco, da supereroe e da avvocato, dei deboli e della legge.
Sono nuovi eroi con dubbi e paure, diventati – e questo è un paradosso – in qualche modo ‘umani’ grazie alle loro menomazioni. Eroi che vivono all’interno di quella quotidianità che rapisce tutti: eroi con problemi di denaro e di accettazione di sé.
Tutti possono diventare eroi, sembrano suggerire questi fumetti. Chiunque, soprattutto gli adolescenti, possono identificarsi negli amici di carta. Non è più il tempo dell’eroe senza paura, senza dubbi, senza errori. La Marvel, in un epoca di grande sviluppo economico e tecnologico, sforna eroi che da un dramma iniziale si ritrovano tra le mani superpoteri e ottime occasioni per gestirli al meglio, spesso con una particolare attenzione per l’altro: sia esso un debole o l’umanità. È il bene che si confronta anche con le proprie contraddizioni. È l’elogio del limite, dell’incarnazione dell’eroe fallibile, dell’eroe cui viene affidata una particolare abilità, una vera e propria diversabilità che crea potenzialità ma anche frustrazioni. Anche per questi giovani eroi ci sono i problemi adolescenziali, le piccole cotte, la timidezza, la scuola o il lavoro, la solitudine o l’amicizia; elementi che divengono spazio per affermare la propria individualità.
La geniale formula di “supereroi con super problemi” comparsa all’inizio degli anni Sessanta, oltre a definire un indirizzo creativo e a determinare una dichiarazione d’intenti, diviene la cifra con cui rileggere la realtà, il concetto di normalità e quello di devianza, quello di handicap e quello di diversabilità. Limiti fisici, più raramente psichici, divengono perno della narrazione. Possibilità di sviluppo narrativo, momento di riflessione e, addirittura, di educazione del lettore. Che acquisisce attraverso questi fumetti, a volte un po’ superficiali e spesso privi di ironia, alcune chiavi con cui decodificare la realtà.

20. V come Vecchiaia

All’apparenza sembra più un ripostiglio che un negozio di fiori. E’ l’insegna “Flowers” a “tradirlo”. Dimesso e melanconico, il locale cela alla perfezione la sua vera natura. E’ qui che il Gruppo T.N.T., il gruppo più esplosivo che la storia ricordi se tenesse davvero fede ai tre elementi che ne compongono la sigla, ha posto il suo covo. Guardando i due agenti di piantone, camuffati da improbabili commessi, l’impressione che se ne ricava è ben diversa. Cariatide un tempo era il braccio destro del Numero Uno, poi si è impigrito e ingrassato ed ora l’unica vera occupazione che cerca di assolvere con ogni situazione meteorologica è dormire, pardon riposare nell’impossibile attesa di clienti nel negozio di fiori. In questo è ben assecondato, quando non superato, da Geremia, l’aiutante afflitto da tutti i mali esistenti sulla terra e col quale fa coppia fissa da tempo.
Tedesco di Germania, vero nome Grunt, l’americanizzato Grunf è pronto a raggiungere i compari di sventura indossando la solita, improponibile, camicia scura sulla quale campeggiano motti inneggianti all’ardimento. Uno slancio che Grunf riserva al suo passatempo preferito, quelle invenzioni che funzionano poco quando non del tutto. I tre formano un asse di inutilità incomparabile, estendendo l’arguta definizione di Davide Barzi1. Decisamente fuori dal tempo, Grunf è ancorato agli ideali del tempo che fu, Geremia Lettiga è un tipico caso di nomen omen vivente mentre Cariatide è semplicemente un peso da portare. Tre storie, tre età venerabili, tre dimostrazioni sulla carta che la vecchiaia è una disabilità bella e buona. Soprattutto quando i casi presi in questione non prevedono alcun tipo di riscatto sociale. “E allora cosa salva questi emarginati perdenti dalla nera depressione per la loro ghettizzazione da parte di una società mostruosa?” si chiede ancora Barzi. La risposta arriva direttamente dalla penna del loro creatore, quel Max Bunker che non perde occasione per fustigare l’opinione comune e il costume corrente grazie ai propri personaggi. I quali “non sono infelici, non sono angustiati, non hanno bisogno di uno psicanalista, si divertono con poco, mangiano poco o niente”. L’ultima considerazione, i tre in questione la rivedrebbero volentieri, per il resto si tratta di un terzetto di esclusi tutto sommato felice.
Con l’arrivo, un anno dopo dalla sua nascita, del Numero Uno, Alan Ford rischia di diventare il primo ospizio mai ospitato sulle nuvole ancorché parlanti. Il capo della banda è un vegliardo dalla barba bianchissima e dall’età indefinibile che conosce tutto di tutti. E pare abbia vissuto di persona i fatti storici che racconta ai suoi sgangherati agenti. Eppure il suo arrivo era stato salutato sulle pagine del mensile da una sprezzante battuta fuori campo: “Un vecchio rincitrullito in carrozzella”. E’ stata sufficiente una manciata di numeri per comprendere come Stravecchio De Vecchionis non solo non accusa il peso degli anni ma è pure capace di iperattività, dispotismo anche violento e indisponente cinismo. Diverso sarà lei, caro giovanotto stressato è la conclusione a cui è giunto Barzi, che sottoscriviamo volentieri. I matusa celebrati da Bunker (e resi graficamente Magnus e dagli altri disegnatori della serie), sono uno smacco tanto grottesco quanto riuscito ai canoni e non solo estetici ai quali cerca di abituarci il mondo in cui viviamo.
In questa società costruita su misura per uomini giovani, scattanti, alti, belli, non emigranti e con una gran voglia di fare, chi vede all’orizzonte il capolinea solitamente è tagliato fuori. Si salvano gli arzilli nonnetti della pubblicità ma, appunto, si tratta di pubblicità che potrebbe scorrere in tv con l’ausilio delle canzoni sul tema di Renato Zero e Claudio Baglioni. Gli anziani sono perlomeno dei disadattati. E invece questa gente che in gamba non è sulle pagine di Alan Ford ci fa un figurone da oltre vent’anni. Perché gli stereotipi sociali qui non attaccano.
Ma il magico mondo delle nuvolette non abita tutto nel negozio di fiori, e i vecchi in carrozzina non sono tutti così falsamente rincitrulliti come l’alanfordiano Numero Uno. Chiedete al signor Bartlett, per esempio, e vi racconterà una storia tutt’altro che umoristica. La storia di un anziano signore che vive – sordomuto – su una sedia a rotelle. E per giunta viene “abbandonato” dalla moglie che lo lascia alle cure di una giovane baby-sitter mentre la signora esce con ogni probabilità a far festa con le amiche. E’ la sua storia, quella de “Il confinato” dal titolo del racconto apparso sulle pagine della rivista Frigidaire nel 19845. La bella infermierina vista la situazione pensa di sfruttarla al meglio, magari studiando un po’. A cambiare le carte in tavola ci pensa l’amico Kenny, soprattutto quando si accomoda nella camera da letto dei Bartlett. Un affronto che il padrone non lascia impunito. Affiderà al sogno la sua vendetta, un “riscatto” tutto onirico che prevede solo squartamenti e sangue per i ragazzi e una sorta non meno violenta per la moglie al rientro in casa.
Popolato da capelli grigi politicamente più corretti, il fumetto avventuroso quando è di stampo western come Tex6 mette in campo un Kit Carson che sfiderebbe a duello la vecchiaia pur di poterla sconfiggere. Non a caso l’orgoglioso pard di Aquila della Notte teme più l’invecchiamento di un attacco indiano e le battute sul tema sono sempre un piatto forte delle conversazioni a cavallo tra i due, prontamente fatte correre a gambe levate dalle prodezze di cui il buon Carson è ancora capace. Meno aitanti fisicamente ma pur sempre saggi e dispensatori di verità inoppugnabili sono i vecchi indiani che spesso fanno da contorno alla coppia di infernali satanassi. Se però il rispetto con cui Tex si rivolge al medicine man Nuvola Rossa potesse uscire dall’angusta gabbia formato quadretto in cui è confinato…In realtà anche Capelli d’Argento ha temuto un invecchiamento precoce e il conseguente pensionamento forzato. E un eroe in pensione è l’ombra di se stesso. Se nelle sue prime apparizioni Carson ha baffi e capelli neri, giusto contorno per un giovanotto sulla trentina quale poteva essere, le cose cambiano nel giro di pochi albi, tanto che nel n. 12 si è già meritato l’appellativo “Capelli d’argento”. Cinque numeri più tardi il maggiore dei Ranger ha toccato quota 45 anni e le successive vicende dovrebbero portargli sul groppone un’altra bella manciata di stagioni. “Probabilmente Bonelli si è accorto che i suoi personaggi stavano invecchiando troppo rapidamente e ha quindi svincolato Tex (e dunque anche Kit Carson, maggiore di una decina d’anni) dall’età effettiva” è la soluzione da Veneni Gutta. Lo scorrere incessante degli anni è un bel problema per il fumetto in generale, che non può permettersi il lusso di imbastire storie ambientate in case di riposo o indugiare su Tex alle prese con la dentiera… La soluzione, di norma, è sempre quella: svincolare i personaggi dalle pastoie cronologiche8. L’avventura, insomma, è un affare da giovanotti. Se non è discriminazione questa…

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