Skip to main content

autore: Autore: Stefano Gorla e Paolo Guiducci

1. Presentazione – L’unione fa la forza

di Stefano Gorla e Paolo Guiducci

È contaminato. Un magnifico assemblaggio armonico di diverse competenze e capacità. La brillante unione tra iconico e verbale.
È il fumetto, il diversabile dei media.
Una potenza comunicativa che attraverso l’alternarsi di parole e immagini accompagna lo sguardo e la comprensione del lettore.
Un linguaggio che evoca, provoca, interpreta e, perché no, argomenta.
Abbiamo voluto lasciare alla sua voce, ai suoi tentativi tra il goffo e il geniale, il racconto della diversità, dell’handicap, della diversabilità. Alle sue sfrontatezze e alle sue finezze.
Un dizionario, lettera dopo lettera, per suggerire qualcosa, riempiendo quello spazio bianco tra una vignetta e l’altra: spazio per la riflessione, per riprendere fiato, per cercare un senso e giocare la propria sensibilità.
Dal primo simpatico personaggio dei fumetti, Yellow Kid, in avanti, strisce, tavole e vignette non hanno mancato di rappresentare la diversabilità, le diverse abilità presenti negli esseri umani.
Una voce per spostare continuamente la linea di confine tra diversità e normalità.
Specchio deformato e deformante della società, macchina da sogno, il fumetto ha provveduto a trasformare dei disadattati in supereroi. Uomini alle prese con problemi di natura fisica e psicologica in campioni del genere umano, sono divenuti difensori della terra, barriere contro il male, speranza per i deboli parte del cosmo. A volte ha prevalso il buonismo, un pizzico di pietismo o superficialità, più spesso un crudo realismo narrativo, raramente didascalico.
Se la diversabilità è quasi trionfalismo nel fumetto a stelle e strisce, in quello italiano non si disdegna la messa in scena dell’handicappato nevrotico, cinico e depresso, senza altra qualità se non quella, irrinunciabile, di essere umano. Così a muso duro.
Vero realismo che legge la realtà e rivendica il diritto a non essere macchiettizzati.
Ironici o poetici, i diversabili di carta hanno fatto di volta in volta sorridere, riflettere, commuovere, innervosire, arrabbiare, sghignazzare e ridere, grazie alla potenza dirompente dell’unione tra immagine e parola. Unione che testimonia forza.

2. A come Amore

Trovare un filo conduttore nel magma sentimentale dei “diversamente abili” eroi di carta è impresa ardua. C’è chi soffre, non ricambiato, e chi si sposa. Chi ricorda con sofferenza la perdita dell’amata e chi svolazza con la fantasia per compensare un’affettività mancata. Impresa ardua perché il fumetto non fa altro che ricalcare vizi e virtù degli “affari di cuore” della vita reale, magari esagerandoli un poco. Nel mondo di cellulosa è facile cambiare le regole del gioco ed esasperare i toni.
Prendete Steve Dallas. Non ne vuole sapere di rinunciarvi. La bella “moracciona” che fa coppia fissa con John Cutter è davvero splendida, specie quando lega i suoi nerissimi capelli nella trecciona che le scende la schiena. Potrebbe rivolgersi altrove e invece no, si è intestardito: le vuole provare tutte per conquistarla e così continua imperterrito dai di lei rifiuti a farle la corte. Serrata, spietata e psicologica. Steve Dallas è convinto di poter conquistare la ragazza se comincerà a comportarsi come lui, come John Cutter, il reduce dal Vietnam immobilizzato in carrozzella protagonista della striscia Bloom County. Comportarsi come lui per Steve Dallas ha un significato alquanto particolare: nell’ultima vignetta lo vediamo infatti impegnato a trafficare in modo del tutto maldestro con una sedia a rotelle, come se il fascino del paraplegico John fosse dovuto a “quel paio di arti inutili” come li ha definiti una volta il protagonista. Per fortuna l’amore, almeno nel caso della striscia di Berke Breathed, non necessita di tali stratagemmi, e il fascino di Cutter è semmai dovuto all’atteggiamento positivo e ironico del reduce nei confronti della vita. Risultato: nella sua donna non c’è traccia di pietismo nei confronti della menomazione, ma un sentimento che mira dritto dritto al cuore.
Come l’amore materno della mamma del paraplegico Guido, che rischia di diventare fin tropo protettivo quando vuole tarpare le ali al figlio tutto intento a misurarsi con gli altri ragazzini. O quello familiare che attornia Basimbo, il “bambino davvero speciale” colpito da una malformazione cerebrale che lo costringe in carrozzella senza l’uso delle mani e della parola. “Signora… come mai?” le domandano all’uscita del supermercato. “Perché a volte nascono bambini così…” risponde Daniela, la madre, che lungo la via crucis dei consulti medici e delle barriere sociali da superare ogni giorno, imparerà aiutata dal marito e dal figlio maggiore Checco ad amare il piccolo Tommaso così com’è.
Anche sulle nuvole però non sono tutte rose e fiori. Andatelo a chiedere ad Alan Ford, “titolare di testata e fotografia perfetta dell’uomo a zero dimensioni che questa società ricerca” come lo ha dipinto Davide Barzi. L’allampanato protagonista del grottesco fumetto di Magnus&Bunker, diverso perché ingenuo, “un buono letteralmente catapultato in un contesto dove la deformazione fisica è semplicemente specchio di una mostruosità interiore che spinge chiunque a sopraffare chiunque”, negli affari di cuore è un perdente nato. Il suo curriculum è “esemplare”: va in bianco con Violet Asar, che lo rifiuta e anzi lo detesterà quando “lui la renderà involontariamente calva, deturpandone la bellezza che la rendeva unica”. Non ha miglior sorte con Linda che pure inizialmente sembrava ricambiare l’amore sincero di Alan. E quando è lui stesso a ricevere avances, beh non possiamo scandalizzarci troppo se rifiuta con cortesia: la bruttezza di Bessie è da Guinnes dei Primati.
Dall’innocenza alanfordiana alla “perversione” del fumetto porno il passo non è poi così lungo: ci accompagna sempre la sconfitta. Là dei buoni sentimenti, qua del rispetto. Se dell’amore viene esaltato solo l’aspetto erotico, è la brutalizzazione della sessualità ad essere stigmatizzata. L’handicap, infatti, è utilizzato prevalentemente per accentuare i toni e i contrasti come potente-debole, bello-mostruoso, sano-malato. “In queste storie non è raro che vari soggetti erotici vengano ad incontrarsi in modi assurdi e morbosi con il minorato fisico e mentale. – ha rilevato Angela Orsi presentando una carrellata di situazioni – Il diverso qui è elemento di forte esasperazione e contribuisce a rendere ancora più assurda e psicopatologica la vicenda narrata”. Dai seviziatori di adolescenti agli scienziati pazzi, da Attualità nera a Zora, per rintracciare un vasto campionario del genere c’è solo l’imbarazzo della scelta.
Quando l’amore finisce che succede? Può capitare che una donna zoppa e maltrattata dal marito, benché non più giovane, decide di prendere la fuga. Il tentativo di storia quasi “femminista” porta la firma di Ferruccio Giromini e i disegni di Sergio Toppi, qui in una delle prime uscite “libere”. “Un’altra alba” in quattordici tavole raccontava sinteticamente la fine “tragica” della coppia, in una di quelle ambientazioni fantabarbariche che poi sarebbero diventate un marchio di fabbrica di Toppi. Il quale aveva confessato qualche difficoltà a disegnare una donna senza una gamba (anche se si trattava di un’amputazione chiaramente metaforica), perché diceva che gli sembrava una situazione “troppo forte”. Altri tempi, decisamente; quasi preistoria.
Tinte tragiche e sessualità sono gli ingredienti de “Il telescopio”, una storia breve che ha per protagonista un ragazzo che ha perduto in un solo colpo la gamba destra, la sessualità e il lavoro. Passa così le sue giornate sulla terrazza dei grandi magazzini, fino a quando con un binocolo incomincia a sbirciare gli incontri in camera da letto tra un signore di mezza età ed una prostituta. Quando lo stesso protagonista degli incontri amorosi a pagamento lo pagherà per essere spiato durante quelle prestazioni sessuali, il ragazzo sente crescere dentro di sé la vergogna che lo spingerà a suicidarsi gettandosi dalla terrazza. Da un epilogo tragico ed esageratamente fosco ad un amore altrettanto eccessivo. E’ quello che Yves nutre per la sorella Eva, un’affettività morbosa che lo ha spinto a perpetrare la sua presenza in un automa per giunta relegato in carrozzella. Dodici anni dopo la morte, sarà la bella Neve a scoprire non senza stupore il macabro segreto. In “Eva” come in altre storie, il belga Didier Comès tratta il tema delle diversità e dell’handicap circondandolo di “atmosfera magica, narrativamente accattivante, che però mal si concilia con un’accurata descrizione clinica dell’handicap – fa notare Giulio C. Cuccolini – Tuttavia, questa carenza è in parte compensata dal messaggio che promana da tutte e tre le vicende: l’importanza dell’amore nei rapporti interpersonali”. Soprattutto quando debbono superare le ruote di una carrozzella o gli stereotipi della società.

3. B Come Bambini

Non si muove, non parla, non ha l’uso delle mani e probabilmente non vede e non sente bene. Come è possibile allora che sia “Un bambino davvero speciale”? Se lo è chiesto il Giornalino che regalato ai suoi giovani lettori l’omonimo fumetto-verità (sulla scia di quanto fatto in passato dallo stesso settimanale paolino ma anche da Corriere dei Piccoli e Corriere dei Ragazzi), una storia che affronta senza reticenze la vicenda del piccolo Tommaso. Vittima di una malformazione cerebrale, Tommaso (o Basimbo, come lo chiama il fratello maggiore Checco) mostra sin dalla nascita i segni della diversità. Non cresce come dovrebbe, non risponde normalmente agli stimoli, piange continuamente ed è subito costretto in ospedale per un mese intero. Ma ha “diritto a tutto l’amore” dicono i medici.
Tratta dal libro di Daniela Nardini, la rilettura a fumetti di Sandro Sandri (testi) e Massimo Bertolotti (disegni) ha il pregio di mostrare con lucidità una storia vera senza indulgere nel pietismo anzi mettendo a tema alcune situazioni tipiche dell’inserimento del portatore di handicap in famiglia, a scuola, nella società. E i disagi, perlomeno iniziali, che la condizione di Tommaso crea nei familiari, dall’imbarazzo del fratello Checco di fronte agli amici, all’angoscia dei genitori di fronte alla crudezza del responso medico (“Accettare questo handicap dipende da lei e dalla concezione della vita che ha” dice la neuropsichiatra alla madre) fino ai problemi di natura sociale affrontati quotidianamente, siano le barriere architettoniche o gli sguardi pietistici dei vicini di casa. Arrivando così all’incontro con altri bambini disabili, bambini molto speciali come sottolinea il testo, riempiendo di significati nuovi il termine. Prendono così vita sulla carta Leonardo dalla voce d’angelo e il corpo che non risponde al controllo; oppure la bella Eleonora che parla un linguaggio tutto suo e aggredisce chi non è in grado di capirla.
Quando il fumetto coinvolge senza puntare sulla spettacolarità, garantisce perlomeno uno spazio per riflettere e per acquisire strumenti per affrontare la realtà. E’ il caso di un’altra storia dal sapore didattico, anche un retorica ma comunque apprezzabile anche per la professionalità messa in campo dagli autori (François Corteggiani e Giorgio Cavazzano sono due delle firme più prestigiose dell’attuale panorama Disney). Il protagonista, Guido, è un bambino costretto in carrozzella da una paralisi, eppure deciso a diventare una Giovane Marmotta “proprio come tutti”. Spinto da una notevole forza di volontà e assecondato dalla comprensione spontanea tipica dei bambini, Guido supererà le prove attitudinali meritandosi l’ingresso nel corpo ambientalista per eccellenza. Nessun lieto fine ma anzi una cruda e tragica realtà attende invece il mostruoso protagonista di “Bedlan”, ventesima episodio del serial horror-western Magico Vento. Rinchiuso nelle segrete del dottor Foster, la creatura vive dell’amore della madre, capace di vincere ogni pregiudizio e barriera e per contro, mostra (grazie all’abile sceneggiatura di Manfredi) come per il comune sentire il diverso sia fonte di paura.
Per certi versi più simile all’handicappato enfatizzato, quello che troppo spesso fa notizia in quanto protagonista di un fatto clamoroso, il piccolo Efrem compensa il suo handicap con incredibili doti di chiaroveggenza. Grazie alla facilità con cui entra in contatto con le persone, materializzando le proprie “visioni” sul foglio di carta, il deforme con l’aspetto e il cervello di un bambino di 10 anni sale suo malgrado alla ribalta di un giallo a fumetti come Nick Raider. Claudio Nizzi dà un calcio alle convenzioni sociali quando tratteggia con abilità i giochi erotici che Efrem vorrebbe fare con l’amica prostituta, la vittima del racconto, che lo rifiuta sdegnosamente. Il finale crudo e poetico, ci mostra il piccolo Efrem con la pistola in pugno intento a salvare il poliziotto Raider dall’orco cattivo. Efrem colpirà a morte Raoul ma l’agente della Squadra Omicidi si addosserà l’uccisione per proteggere il piccolo sensitivo dalla galera evitando così che diventi un fenomeno da baraccone.
Lontana dalla retorica, giocata nel segno dell’uguaglianza e rappresentata in maniera giocosa è la diversità di Anna, la ragazza vivace e sbarazzina protagonista del serial animato Anna et ses histories, ventisei episodi della durata di 13 minuti ciascuno firmati dal cartoonist italiano Pierluigi De Mas. Costretta su di una sedia a rotelle, Anna non esita a creare con i suoi amici fantasiose e divertenti storie a ritmo di rap che non risentono della condizione alla quale è costretta. Anzi, la sedia a rotelle sembra quasi il motivo scatenante che permette alla lentigginosa ragazzina di fantasticare ed avvincere così i propri amici.
Immagini forti e crude com’è nella tradizione del porno italiano, che vive spesso di contrasti, il cui accostamento ripetuto induce alla brutalizzazione, accompagnano una vicenda apparsa su “Attualità nera”, che si potrebbe anche far risalire a fatti di cronaca. E’ la vicenda di un gruppo di bambini provenienti dalla ex Yugoslavia, rapiti, seviziati, e costretti a mendicare una volta introdotti in Italia. L’handicap fisico di Silvana è provocato così da far commuovere maggiormente i possibili elargitori.
I bambini nel fumetto non sono rappresentati solo come portatori di handicap, bensì anche come interlocutori del diversabile, che nella loro spontaneità e assenza di pregiudizi riescono a considerare mettendo in crisi il giudizio comune verso l’incomprensibile. Un esempio d’autore è la bambina di Big Man (intenso racconto giocato sul binario del bicromismo da David Mazzucchelli), in grado di stabilire senza sforzo alcuno un rapporto negato al resto della comunità. Per nulla intimorita dal gigantismo del “Gigaa” (come amichevolmente lo chiama), Rebecca anzi si trova a suo agio con quell’essere venuto non si dove, mentre tutto il resto della comunità rurale è in preda a pulsioni nascoste e paure ancestrali. Il risultato è una violenta quanto ingiustificata caccia all’uomo che si alimenta della diffidenza e della paura della diversità.

4. C come Carrozzelle

Sono il mezzo distintivo per eccellenza nella rappresentazione grafica dell’handicap. Strumento per supportare un deficit motorio, possibilità di movimento ma anche limite al movimento stesso. Di carrozzelle nel mondo del fumetto ne abbiamo di ogni foggia e di ogni qualità. Così come di diverse caratteristiche sono coloro che siedono sulla carrozzella, bambini, giovani, anziani, uomini e donne, un trono mobile coniugato sia nel fumetto umoristico che in quello avventuroso.
Trono mobile solo apparentemente poco nobile, è la carrozzella di Numero Uno, duce dell’allegra brigata di Alan Ford. Vecchi copertoni e una sedia di legno grezzo per lo stagionato Numero Uno, mente, padre e padrone dello scalcinato gruppo creato dal prolifico duo Bunker e Magnus. Appare nel fumetto e viene apostrofato come “vecchio rincitrullito in carrozzella” definizione che il cinico vegliardo farà ben scontare agli ingenerosi “adulatori”. Anziano, e in carrozzella, lanciato a folle velocità è il personaggio che appare sulla copertina del numero 10 di Johnny Logan ( ); sguardo triste e destinazione lontana.
Sulla carrozzella troviamo anche Guido, ragazzo che grazie alla solidarietà e all’amicizia diviene Giovane Marmotta vincendo i timori della madre. Timori misti a un’irrazionale vergogna come quelli che percepisce Daniela, la madre di Tommaso, in un fumetto-verità pubblicato da il Giornalino tra il marzo e l’aprile del 2001, dove il piccolo Tommaso e la sua famiglia si trovano a fare i conti con la quotidianità dell’handicap. La sua famiglia deve accettare con gradualità, oltre che la situazione, anche la carrozzella, segno visibile e testimonianza costante dell’irregolarità della situazione.
Fisso su di una carrozzella è anche l’energico e non domo Charles Xavier, il professore attorno al quale si radunano un gruppo di giovani “diversamente dotati”, dei mutati che imparano a controllare e gestire i propri poteri; un gruppo ben noto nel panorama del fumetto supereroistico: gli X-Men.
Gli X-Men sono esseri umani con un codice genetico modificato che il professor Xavier, brillante scienziato, ingegnere e genetista, raccoglie intorno a se, nascondendoli a un mondo che li giudica temibili, solo perché diversi. Potente telepate, il professore, addestra i mutanti adolescenti, nel sogno di poter vedere un futuro dove mutanti e non-mutanti possano vivere in pace e armonia.
Carrozzella e quotidianità è invece il rapporto delineato da uno dei personaggi di Luca Enoch nel suo Gea. Si tratta di Leonardo, batterista caparbio e per nulla incline all’autocommiserazione, batterista che ha modificato il suo strumento “ottimizzando quello che ancora funziona” nel suo corpo menomato, dice spiegando come ha collegato il pedale del bass drum ad una fascia che porta sulla testa e che aziona con il movimento della testa. Personaggio interessante perfettamente inserito nella quotidianità del gruppo di amici che gravita intorno a Gea, un ragazzo che si muove in carrozzella con assoluta naturalezza così come altri portano l’apparecchio per i denti o perdono precocemente i capelli. Caratteraccio, simpaticamente orgoglioso, Leonardo è affetto dagli stessi sbalzi d’umore tipici di ogni adolescente. Leonardo mostra una rappresentazione dell’handicap che nonostante utilizzi lo stereotipo più comune, quello della carrozzella. Lo stereotipo carrozzella viene utilizzando come chiave di volta per un messaggio indiretto lanciato attraverso il fumetto, palesando così la sensibilità dell’autore.
Anche nella quotidianità di Clara, la nota amica di Heidi, è presente la carrozzella anche se il suo deficit e a metà strada tra il motorio e lo psicologico; sarà, infatti, la piccola e vitale Heidi, che con tenacia aiuterà Clara ha liberarsi della carrozzella (cosa in quel caso possibile).
Quotidianità e sarcasmo è invece il binomio che accompagnano John Cutter, simpatico comprimario della striscia americana Bloom County, finito sulla sedia a rotelle grazie ai servigi resi alla patria in Vietnam. Quella del sarcasmo è anche la cifra di Altan, tra i maestri della vignetta satirica, papà di Cipputi ma anche della Pimpa, che nella veste di vignettista pubblica regolarmente su Repubblica e sull’Espresso le sue fulminanti intuizioni. Uno dei personaggi di Altan seduto su di una carrozzella superaccessoriata, scuro in viso, mentre esclama: “Maledetta tecnologia: adesso mi tocca andare da qualche parte”.
Sarcasmo, quotidianità, integrazione o segno di distinzione le carrozzelle sono ampiamente presenti nel fumetto anche se non sempre sono facile espediente per rappresentare l’handicap tout court. Spesso, soprattutto, se non si tratta di personaggi da sfondo che appaiono quasi per caso nella narrazione, i personaggi in carrozzella divengono tratto sensibile dell’autore nella rappresentazione dell’handicap, divengono occasione di confronto, spazio di solidarietà disegnata.

5. D come Diversabili

Ai nostri giorni un’attenta ascesi del linguaggio, che non si sposa semplicemente con il politicamente corretto, ha elaborato strategie comunicative e una terminologia rispettosa della diversità, del diverso approccio alla realtà, così come del limite e dell’handicap. Linguaggio che ha il suo perno nella dignità dell’essere umano.
Sociologicamente la categoria dell’handicap s’inserisce nel macro gruppo dello svantaggio inglobando tutta una sorta di devianze rispetto ad alcuni valori ampiamente apprezzati come la perfezione e l’efficienza corporea, l’autonomia e la capacità di raggiungere scopi prefissi in particolari istituzioni sociali. Si tratta, naturalmente, di devianze non responsabilizzanti, cui cioè la società non attribuisce al singolo una qualche responsabilità per la sua situazione.
Ecco una selva di superdotati, normodotati, di ipodotati, disadattati d’ogni bandiera. Sostanzialmente definizioni vuote. Punti di vista, prospettive da cui porsi per leggere la realtà, per scoprire nuove dimensioni, letture non convenzionali della realtà. Da questo punto di vista il fumetto è a tutti gli effetti un linguaggio privilegiato, radicalmente libero nell’espressione, anche grazie alle sue caratteristiche, al limitato numero di passaggi (e quindi di controlli) cui è sottoposta la produzione di un fumetto.
Il fumetto, infatti, nella sua costante ricerca di punti di vista ha riletto con risultati pregevoli il mondo della diversità in senso lato e quello dell’handicap in senso stretto. Con occhi lucidi ha letto la realtà ma ha anche provveduto ha modificarla, addirittura a ribaltarla indecorosamente. Ha saputo trasformare disadattati, psicopatici, o persone con evidenti limiti fisici in eroi o esagerando, in supereroi. Ha ribaltato situazioni in modo generalmente imbarazzante.
Matthew Murdock alias Devil nonostante, anzi, grazie a un incidente con un camion pieno di materiale radioattivo perde la vista ma potenzia tutti gli altri sensi e, addirittura si ritrova dotato di una sorta di sesto senso che gli permette evoluzioni proibitive a qualsiasi essere umano “normale”. Lo stesso vale per il timido e impacciato Peter Parker, in arte l’Uomo ragno, morso da un ragno radioattivo viene strappato a un’esistenza forse grigia, per una vita decisamente più movimentata. Oltre alle abilità fisiche, quasi sovrumane, per i nuovi eroi si incrementano relazioni sociali, successo, fama, nemici (molti nemici molto onore dicevano gli antichi!). Da scarse abilità e una personalità di basso profilo si passa all’evoluzione parossistica dei tratti personali e di diverse abilità che il soggetto acquisisce. Il fumetto mette in luce questo processo con simpatia e con arguzia. Valorizza altri lati della realtà, esagera e si permette di ironizzare, di sorridere, di colpire la sensibilità e magari di spingere alla riflessione. I diversabili esistono, sono in mezzo a noi anche se a volte divengono invisibili grazie a una categorizzazione rigida.
Giuseppe Pontiggia nel suo bel romanzo, Nati di due volte, Ci narra la storia di Paolo e di suo padre. Paolo nasce aiutato dal forcipe. È celebroleso: da subito si rivelano problemi motori e si intravedono i problemi futuri di linguaggio. I disabili, dice un professore ai genitori annichiliti dalla notizia: “nascono due volte: devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda, dipende da voi, da quello che saprete dare. Ma alla fine anche per voi sarà una rinascita”. Il fumetto questa rinascita l’ha mostrata più volte. È patrimonio comune dei supereroi. Per alcuni di essi esiste addirittura una figura vicaria dei genitori che li aiuta a rinascere; uno su tutti il professor Xavier e le sue funzioni e attenzioni verso i suoi X-man, agli inizi adolescenti incapaci di vivere con il proprio inatteso “dono”.
Sapersi rigiocare, scoprire e valorizzare diversità e abilità, è il banco di prova, un’apertura possibilista. Notava Alessandro Bottero in un suo intervento, scanzonatamente illuminante, che il concetto di diversabilità rischia di portare con sé una visione utilitaristica degli handicappati, e che per un tratto la relazione con l’handicap è passata proprio per questi concetti (i ciechi sono ottimi centralinisti, buoni manipolatori non distratti da stimoli esterni).
D’altra parte è quasi “normale” che nei fumetti i diversabili siano sostanzialmente degli eroi. Il bisogno di spettacolarizzazione di ogni momento dell’esistenza, il bisogno di narrare storie avvincenti, porta naturalmente a sviluppare in modo parossistico alcuni elementi tipici della costruzione del personaggio.
Il fumetto nella sua coniugazione di diversabilità ha saputo mostrare personaggi che sanno convivere con il proprio deficit, che anzi da quella situazione di partenza hanno sviluppato doti e abilità. Senza disdegnare i registri del comico, dell’ironico a volte del sarcastico.
In un ipotetico “quarto stato” del fumetto, freak, diversabili, mutati e “mostri” avanzano con Dylan Dog in una sorta di corteo a favore dell’alterità; avanzano con profondo rispetto per l’irriducibile dignità dell’essere umano.

6. E come Esclusi

Debbono celare la vera identità (se mai ne posseggono ancora una, ma non è questo il luogo per dibattere il pur interessante tema della maschera sotto sfavillanti costumi d’ordinanza, con i quali combattono i mutanti attratti dal “Lato Oscuro”. Ciononostante, l’atteggiamento altruistico e la protezione continua che offrono alla terra, non sono sufficienti a garantire al professor Charles Xavier e alla sua schiera di X-Men (mutanti “nati con il cromosoma X alla base dei poteri preclusi agli homo sapiens” un normale trattamento da parte degli esseri umani. Ciclope, Ororo, Wolwerine e il resto della compagnia saranno costretti a vivere i loro giorni – tra una battaglia e l’altra – “reclusi” nella scuola fondata dal loro professore, unica barriera per schivare i pregiudizi razziali degli esseri umani che si sentono minacciati ed instaurare una parvenza di vita.
Il pregiudizio e la condanna a priori non sono una prerogativa degli X-Men e più in generale di supereroi (dall’Uomo Ragno a Hulk): il comicdoom è zeppo di situazioni di esclusione a causa della diversità, manifesta o latente. A Concrete è sufficiente guardarsi attorno per sentirsi tagliato fuori. Là nel mondo normale gli impedimenti legati ad un corpo diverso, fatto di grosse e sassose dita con le quali anche il più semplice esercizio quotidiano come lo scrivere, fare biglietti di auguri o spedire lettere d’amore, diventa una barriera insormontabile, si sprecano. A questi handicap fisici vanno sommate tutte le barriere architettoniche che gli si stagliano davanti, e che fanno del personaggio creato da Paul Chadwick un diverso a tutti gli effetti, allontanato dalla società normale. Se Concrete affida la risposta ad una tale situazione all’ironia e alla differenti abilità che il nuraghe che si porta appresso gli consentono, diversa è la posizione di Alcibiade. Con il volto coperto da una vistosa maschera da alce, Alcibiade è un opinionista sferzante e applaudito dal pubblico: nessuno sa che il suo umorismo crudele è frutto di una terribile deformazione al viso. E’ un uomo tormentato, insomma, che per sentirsi a proprio agio ed affrontare la realtà non trova altro rimedio che nascondere la propria deformità.
Le barriere però non sono solo di natura fisica, come c’insegna anche la stretta attualità. Herbert Lahace dirige una multinazionale alimentare prima di “trasformarsi” in disadattato e rinchiudersi volontariamente in una gabbia dello zoo senza più proferire parola con alcuno. E’ uno dei tanti esclusi sociali dipinti dalla coppia Pennac/Tardi nel loro Gli esuberati. Un amaro e grottesco affresco sociale nel quale non avrebbe stonato più di tanto neppure Ezechiele Bluff, l’operatore ecologico bevitore incallito che con il nome di Superciuck ha caratterizzato tanti episodi della saga di Alan Ford. Ezechiele si sente così estraneo che “per frustrazione non lotta per riabilitare la propria categoria”, bensì “fa di tutto per affossarla”. Diventerà così un acido Robin Hood alla rovescia, che ruba ai poveri per dare ai ricchi, errata trasposizione a vignette dell’evangelico “a chi ha sarà dato”. Esclusa è Marny Bannister, l’eroina nera di Magnus&Bunker, che dovrà ricorrere al siero magico per recuperare la perduta bellezza ricavandone in cambio una forza criminale senza scrupoli e il nome di battaglia di Satanik. Esclusi sono gli uomini deformi che popolano le favelas di Manaus. “Tematiche sociali e raccapriccianti atmosfere da incubo” sono rese dalla matita di Bignotti che traduce in immagini semplici ma efficaci la psicologia dei freak protagonisti de “L’orrenda invenzione”, una interessante storia della lunga saga di Mister No nella quale Tiziano Scalvi fa le prove generali per le tematiche che poi svilupperà compiutamente in Dylan Dog. Reietti dal mondo “normale”, i mostri di Manaus vivono in una sorte di corte dei miracoli fino a quando il malvagio Hel non li illude di poterli guarire e li soggioga alla sua cattiva volontà. “Non ho più saputo niente di loro fino ad una settimana fa – spiega a Mister No con un filo di voce il padre adottivo della banda Kluge – quando lessi, per caso, su un giornale brasiliano che Elsa (in confronto alla quale la donna cannone cantata da De Gregori fa la figura di una modella, ndr) si esibiva a Manaus in occasione del carnevale”. Da qui la conclusione: “A questo si era ridotta… della dignità che avevo cercato di dar loro non ve n’era più traccia… per questo dico che ho fallito…” termina sconsolato l’anziano signore. Sclavi va più in là, intenzionato com’è a smascherare i pregiudizi “borghesi”, regala a piene mani discriminazioni di ogni natura. Basta il colore della pelle, per esempio, per essere persone sgradite: “Ehi! Qui dentro non serviamo quei tipi lì” dirà il barman a Mister No indicando l’indio Taiku. Una scena che potremmo aver letto cento volte sulle colone di Zagor o nell’immarcescibile Tex, come si evince dal dialogo seguente: “Ma che ti prende Paulo? Che vi prende a tutti – sono parole del pard Kruger – Quell’indio dice ‘Ugh’ come cavallo pazzo… Tu ti comporti come il barman di un saloon dell’Arizona…”. “Mi ha sentito, tedesco: – è la piccata replica che arriva da dietro il bancone – non voglio selvaggi nel mio locale”.
Tra una nuvola e l’altra, insomma, il fumetto si mobilita per ottenere rispetto per chi merita dignità. Chi utilizza le nuvole parlanti per mettere alla berlina raffigurazioni fortemente discriminanti e sprezzanti è Giancarlo Berardi. In Ken Parker, lo sceneggiatore genovese ci ha regalato alcune pagine esemplari a questo proposito. Parlando di Orion, il protagonista affetto da leggera sindrome di Down di “Quando muoiono i titani”, il sapientone di turno lo addita snocciola la sua versione. Li chiamano mongoloidi, la loro età resta ferma all’età di cinque-sei anni, e non campano a lungo”.
Ken Parker non si tira indietra e propone la sua morale. “La gente se ne vergogna e li rifiuta solo perché sono diversi dagli altri. Ho letto di famiglie che li tengono nascosti, al buio…”. “Ja, chiaro! Stessa esperienza ti emigrante!…” rincara la dose nel suo “americano” zoppicante il tedesco emigrato, prima del gran finale. Ancora Martin: “Gli antichi greci erano più pietosi. Li gettavano da una rupe…”. Lungo Fucile ha però un’altra versione dei fatti. “Oggi si usano mezzi più civili. Basta ingnorarli, far finta che non esistano… anche questa è una specie di morte…”. Esclusi non si nasce, insomma, si diventa. Capito?

7. F come Fumetto

Ci sono cordiali affinità tra il mondo del fumetto e quello dell’handicap, o più in generale con il mondo della diversità e della marginalità. Il fumetto è stato sempre considerato un figlio di un dio minore nel mondo dei media, una sorta di cenerentola, il parente povero di cinema e stampa. Un media sì, ma marginale. Eppure è diffuso e penetrante come sono i media. Ha un suo linguaggio originale, riproducibilità tecnica ed è in grado di rappresentare la realtà; di comunicare, cioè mettere in relazione diversi soggetti; di fornire conoscenza, esperienza del reale.
Il fumetto è il frutto di un processo che lo inserisce, almeno come medium, nel contesto culturale di fine Ottocento. L’Ottocento è il secolo in cui si verifica l’esplosione della stampa di massa. Dopo l’impulso dato da Johann Gutenberg a metà del quindicesimo secolo con l’invenzione della stampa a caratteri mobili, il cammino dello stampa ha avuto il suo sconvolgimento più significativo nel Settecento, secolo delle grandi rivoluzioni. Il Settecento ha preparato il terreno, studiato formule (la periodicità), messo a fuoco contenuti.
Su questa base nacque il giornale di massa, la vera rivoluzione mediale dell’Ottocento. Sono qui le radici dell’egemonia degli strumenti d’informazione sul mondo moderno. E si coniugano con alcuni elementi che hanno reso possibile lo sviluppo. Elementi tecnologici e commerciali: l’applicazione dell’energia a vapore alle macchine da stampa da parte di Koening e Bauer, l’invenzione della fotografia grazie alle esperienze di Nicéphore Niepce e di Louis Daguerre, il telegrafo elettrico di Samuel Morse e la fondazione a Parigi di La Presse con cui Emile Girardin affronta il problema della pubblicità come strumento organico del giornale di massa.
Sul finire del secolo il giornale di massa era realtà ben strutturata sia in Europa sia negli Stati Uniti d’America. Ed è proprio all’interno dello scenario americano, e alle sue sperimentazioni, che si inizia a capire lo sviluppo del giornale di massa.
Questo lo scenario. L’offensiva in grande stile della pubblicità commerciale inizia, intorno al 1890, una vera e propria rivoluzione nella stampa americana. Joseph Pulitzer con il suo New York Times e William Randolph Hearst con il New York Journal inaugurano un nuovo capitolo della storia del giornale di massa, un capitolo di guerra. Ci si apre alla cosiddetta ‘stampa gialla’ dove si teorizza che “se le notizie non ci sono, si creano”. E così titoloni, fotografie, colore e…fumetti.
Secondo il mito di fondazione è in questo clima che nascono i comics o fumetti, coetanei dei primi sussulti dell’informazione-spettacolo, del cinema che stava nascendo in Francia con i fratelli Lumière, degli esperimenti bolognesi di Marconi intorno alla radio.
Tra l’egemonia della carta stampata, apogeo della galassia Gutenberg, e la nascita della nuova galassia audiovisiva si pongono le umili origini del medium fumetto che grazie al verificarsi di determinate condizioni culturali, tecnologiche e economiche si costituisce come apparato, sin dalla sua nascita sul finire del diciannovesimo secolo.
Nella transizione tra il ‘linguaggio Gutenberg’ e il linguaggio audiovisivo nasce il fumetto, quasi come una sorta di appendice o di elemento di congiunzione, sperimentazione e passaggio. Dalla esperienza Gutenberg si assumono la chiarezza, il carattere preciso e chiuso del termine, il progredire necessario alla trasmissione di un’idea. Dell’audiovisivo si anticipano e si preparano la forza della suggestione, il richiamo e l’allusione, lo sfumato tipico della fantasia. Ma, da subito, il fumetto è stato guardato con sospetto, considerato più nei suoi limiti che nelle sue potenzialità.
Anche se le cose si progressivamente modificate, curiosamente, per anni si è negato al linguaggio-fumetto la possibilità di esprimere cultura e si è guardato con sospetto all’autonomia di questo linguaggio, alla sua crescita, agli eccellenti risultati comunicativi e formativi. In un mondo dove ancora si divide la produzione culturale in alta e bassa (la musica è un ottimo specchio di queste distinzioni), dove il contesto culturale ha definito, in modo autoreferenziale, la superiorità della parola scritta su di altre forme di comunicazione, il fumetto con il suo verbo-iconico è visto come ancillare alla comunicazione scritta, è strumento al massimo didattico per chi si sta avvicinando al linguaggio principe, come ausilio per gli ipodotati. E di prove concrete di questi ragionamenti, non sempre dichiarati, né è pieno il mondo del fumetto. Basta pensare alle vicende del Corriere dei Piccoli e alla scomparsa dei “diseducativi” balloons sostituiti da compite filastrocche in rima. Un linguaggio depotenziato, tradito in nome di “normalità” presunta. Ma nel nostro paese a deficit si aggiunge deficit. Infatti, anche per un debito linguistico tipico della lingua italiana, un’ulteriore aurea negativa, di svantaggio, di limite ha accompagnato il fumetto (ricordiamo solo, per esempio, la solita frase sprizzante disprezzo d’illuminati critici cinematografici o letterari: “è un fumettone!…Trama da fumetto…”).
Da parte nostra sappiamo che le cose non stanno così e che il fumetto non deve affrancarsi da nessun deficit, da nessuna presunta incapacità di comunicare in modo autonomo e soddisfacente. Ma il percorso storico ha avuto anche queste tappe.
In questo percorso è curioso notare quante somiglianze e consonanze ci siano con il percorso della rappresentazione dell’handicap. In fondo il fumetto è, a tutti gli effetti, un diversabile!
Forse perché consapevole di questo percorso il linguaggio-fumetto nel suo modo di rappresentare la realtà, raramente ha escluso situazioni di svantaggio, qualunque siano. Anzi se rileggiamo la storia del fumetto troviamo che il primo personaggio a fumetti, Yellow Kid ( ), il monello giallo dalle grandi orecchie a sventola si presenta subito con i tratti del disadattato, forse con problemi di linguaggio e con una fisiognomica ambigua che corre tra l’anormalità e la normalità. Siamo lontani dalla rappresentazione dell’infanzia tipica della fine del XIX secolo. Questo tratto anticonformista, forse di denuncia, accompagna la nascita del fumetto come sistema di rappresentazione. Non c’è situazione che non venga rappresentata o che venga scartata in partenza, anche se questo non significa che le rappresentazioni della realtà siano necessariamente corrette. Una certa libertà anarchica ha sempre accompagnato questo medium anche grazie alla relativa semplicità di produzione e ai pochi passaggi che segnano la costruzione di un fumetto. Meno passaggi, minor controllo e maggior libertà d’espressione. Non solo. Come ogni linguaggio, più che specchio della realtà si pone come interpretazione della realtà palesando convincimenti e precomprensioni dell’autore. A questo indirizzo non sfugge neanche la rappresentazione dell’handicap o più in generale della diversità o dello svantaggio. Rappresentazione che troviamo maggiormente nei contesti piuttosto che coagulata in personaggi e, se di personaggi si tratta, parliamo di personaggi secondari, spalle o, più raramente, comprimari. Naturalmente, esistono luminose eccezioni, che però rimangono tali.

8. G come Genitori

Apprensivi, distanti e angosciati. Ma in qualche caso in grado di accompagnare il figlio passo dopo passo nel dramma senza che il loro amore ne risenta. Sono i genitori sulle nuvole, quelli rappresentati dal fumetto spesso all’indice per il disimpegno congenito quando non diseducativo, quei padri e madri che di fronte all’handicap reagiscono in maniera differente, in questo del tutto uguali ai loro simili di carne. I comics hanno però il merito di farci entrare laddove, a volte, la vita di tutti i giorni ci tiene fuori, permettendo così di osservare anche con occhio cinico e magari un po’ guardone il “dietro le quinte” anche quando questo si rivela drammatico e carico di sofferenza.
Carlo e Daniela sono una bella coppia. Checco, il primogenito, è un bel bambino, felice dell’arrivo di un nuovo fratellino. Per il piccolo Tommaso la storia inizia in salita. Afflitto da una malformazione cerebrale non parla, cammina e non può usare le mani. E a detta dei medici “probabilmente non vede né sente bene”. Per la società è già condannato, e con lui la famiglia, “vittima” di una situazione pesante della quale la grave malformazione di Basimbo (come lo chiama il fratello Checco) è solo uno degli elementi. “Un bambino davvero speciale” si sofferma sui passaggi del riconoscimento della situazione e sulla sua accettazione, affronta senza reticenze le situazioni che si creano in una famiglia con un bambino handicappato. E quando Carlo e Daniela, Checco e Tommaso recuperano dopo tante sofferenze ed angosce l’equilibrio familiare, c’è da fare i conti con la realtà che li circonda. Stefano Gorla propone un elenco esemplare: “gli scherzi dei compagni di scuola di Checco, gli incontri ai giardinetti, la fatica di raccontare per l’ennesima volta i problemi di Tommaso, le finzioni con il datore di lavoro. Una serie di situazioni che mettono in luce la quotidianità del disabile e della sua famiglia con semplicità e senza pietismo”. Compresi quei risvolti psicologici e quelle debolezze del tutto umane che conferiscono spessore (si perdoni il paragone e l’invasione di campo) al bel romanzo di Giuseppe Pontiggia, Nati due volte.
L’altra faccia della medaglia però è sempre in agguato. Chi ha descritto in maniera realistica e senza fronzoli l’incapacità di accettare l’handicap è la coppia Stefano Ricci e Davide Catenacci, autori di un breve racconto realizzato appositamente per Accaparlante, la “rivista per chi opera nel sociale” come recita il sottotitolo. Protagonista de “Il piccolo K” (il cui spunto è un tragico fatto di cronaca), è la madre di un bambino, K appunto, la quale costringe il piccolo sin dalla nascita (e per ben tredici anni) a vivere “sepolto vivo” dentro un baule. Un rapporto reso ancor più drammatico dal confronto dei primi piani, quello austero della madre e quello percorso da un sorriso del figlio. “L’ho allattato e lui mai un grazie” è la giustificazione adotta dalla madre per il terribile gesto, continuato nel tempo.
Chi al contrario non fa mancare attenzioni al proprio bimbo è la madre di Guido, affetto da paralisi e costretto per questo a vivere su di una sedia a rotelle. L’amicizia con Qui, Quo e Qua lo porta a conoscere l’esperienza delle Giovani Marmotte, compagnia alla quale vorrebbe accedere “proprio come tutti”. Per questo Guido si impegnerà a superare tutte le prove necessarie all’ammissione, superando la ritrosia della madre troppo apprensiva, costretta alla fine a rivedere le proprie teorie educative. “io ti volevo proteggere perché avevo paura per te, – ammette osservando la felicità del figlio attorniato dagli altrettanto festosi compagni di reparto – ma poi ho capito che vivere da bambino è molto più importante”. Un finale troppo moraleggiante? Completamente differente è il the end al quale assiste il lettore del capolavoro di David B., autore tra i più apprezzati della new wave europea. In Cronache del grande male5, toccante racconto sull’epilessia del fratello che affonda le radici nell’autobiografia dell’autore, David B. rappresenta una coppia di genitori impegnati ad evitare che il dramma del figlio si propaghi. La classica famiglia piccola-borghese alle prese con la difficile gestione di una malattia ripugnante. Nessuna concessione al politically correct è impartita nelle strisce di Cico & Pippo. Grazie al rapporto tra padre (cieco) e figlio, Altan riesce a prendere in giro tutti i luoghi comuni sull’handicap, fino a imprimere sulla tavola alcune rappresentazioni della menomazione che paiono fin troppo crudeli. Un’impressione dietro la quale si nasconde un’accettazione totale della diversità fino al riso. “Trattando i disabili senza atteggiamenti farisaici e compassionevoli, gli autori finiscono per equipararli ad esseri ‘cosiddetti’ normali dei quali si può sorridere” è la saggia opinione di Giulio Cesare Cuccolini. “Pippo, deve essere triste condurre un papà cieco”. “Sì” risponde con cinico candore il figlio. E quando questi lo accompagna al bowling per una partita e il padre mette a segno uno strike, Cico bara senza pudore: “Purtroppo non ne hai preso neanche uno. Ma è già molto per un cieco”. Semplici, affettuosi e tranquilli, insomma fin troppo normali i genitori (e il fratello “sano” Matteo) di Garbino, il simpaticissimo ragazzo affetto da una leggera sindrome di Down, protagonista di una serie di strisce comparse sulla rivista A.I.A.S.
L’incapacità di dialogare e sostenere un discorso che non si limiti al “ciao, come stai? Bel tempo oggi”, in attesa che siano altre le agenzie educative ad occuparsene, è illustrato in maniera egregia dal cartoonist argentino Quino (pseudonimo di Joaquìn Salvador Lavado) nelle strisce della sua creatura più riuscita, la bambina contestatrice più feroce e famosa del mondo, Mafalda. Nata per propagandare una industria di elettrodomestici, la piccola riccioluta che urla e aggredisce verbalmente, è sempre a caccia di risposte che soddisfino la sua sete curiosa e sincera. Una “battaglia” che non poteva non contemplare il mondo della diversità. Per questo rivolta verso il padre che sta leggendo, Mafalda domanda: “papà, che vuol dire handicappato?”. La risposta è tanto lapidaria quanto evasiva: “Va’, va’ a giocare, Mafalda, non sono cose per la tua età”. Obbedendo al padre, nell’ultima vignetta osserviamo Mafaldita che se ne va rassegnata brontolando: “Ho capito, si tratta di sesso”. Un “equivoco” che si ripete anche quando i protagonisti non sono i genitori della urlatrice argentina ma quelli di un’amichetta. “Mia mamma è talmente sensibile ai problemi sociali che la sola parola handicappato le fa saltare subito frrrssht! L’impianto emotivo. E, sai, tutte quelle fibre intime bruciate le bloccano l’altruismo”. “Eggià… I troppo buoni subiscono spesso questi disguidi tecnici” è il sarcastico commento di Mafalda.
E se i genitori non ci sono più, a chi tocca prendersi cura del fratello disabile? Orion è affetto da sindrome di down, e il west non è tenero con chi non sa difendersi, nemmeno se la scena si svolge alle Niagara Falls. Così in “Dove muoiono i titani”, Alex nasconde la sua femminilità pur di garantire al fratello una possibilità: di lavoro, di sopravvivenza, di “normalità”. E’ mamma, babbo e fratello nello stesso tempo. Non è una bocciatura per la famiglia, ma l’affermazione dell’amore oltre ogni incomprensione che può svilupparsi anche tra le mura di casa.

11. L come Letteratura disegnata (nella rappresentazione dell’handicap)

Ormai è assodato esiste una letteratura scritta e una letteratura disegnata. Sul senso da dare a questo secondo termine, si è raggiunto un sentore comune, almeno nel mondo del fumetto.
La definizione di letteratura disegnata è legata a Hugo Pratt, il papà di Corto Maltese, che amava parlare in questi termini del fumetto, sottolineandone il valore letterario e la propensione alla narrazione. Lo stesso Pratt fu un grande narratore in grado di raccontare, con incredibile fascino, usando stili grafici semplici e raffinati, in un’estrema sintesi del tratto che narra. Nonostante questo, la definizione del concetto di fumetto come forma narrativa e artistica non è stata ancora pienamente assimilata. C’è un handicap che accompagna la definizione di fumetto come letteratura disegnata, anzi qualche problema l’abbiamo già con la definizione di fumetto (si veda la lettera F di questo dizionario).
Nonostante questo aspetto, per certi versi preliminare, non deve sfuggire che la letteratura sia essa disegnata o no, ha un grande compito riguardo alla rappresentazione dell’handicap. Essa può fornire all’immaginario collettivo una visione corretta oppure distorta dell’handicap e questa visione, prima ancora della menomazione o della sua percezione soggettiva, è fonte di disagio o di sofferenza per chi si trova in situazione di svantaggio, di deficit o diversabilità.
La conoscenza dell’handicap attraverso testi scientifici è, per certi versi, imprescindibile anche se attraverso il necessario processo di generalizzazione, di ricerca di una costante, di una media statistica, si rischia di perdere contatto con la vita vissuta, con l’individualità, con la irriducibile ricchezza della singolarità, del mistero racchiuso in ogni esperienza ed esistenza. Da questo punto di vista la letteratura può fornire straordinari strumenti d’indagine e di conoscenza, che trovano le loro radici nella narrazione, in un sapere narrativo, profondamente illuminante e certamente complementare del pur necessario sapere scientifico.
La letteratura da un contributo determinante alla conoscenza e all’indagine sull’handicap e, più in generale, sulla diversità. Crea scenari, scandaglia sensibilità, lumeggia tratti di situazioni, suggerisce percorsi, favorisce l’identificazione con il personaggio fornendo ipotesi di risposta ai problemi che si vanno via via creando. Fornisce una conoscenza vicaria, che stimola riflessione e aiuta nella crescita allargando l’ambito della conoscenza.
In questo percorso un posto principe spetta alla letteratura per l’infanzia, ai romanzi di formazione, ad alcune opere particolarmente elaborate di letteratura disegnata. Da questo punto di vista la relativa giovane età della letteratura disegnata (poco più di cento anni) riduce di un poco le possibilità del fumetto rispetto ad altre forme letterarie. La letteratura, ad un’analisi storica comparativa, risulta assumere anche uno splendido valore documentario rispetto al sentire comune, alla rappresentazione dell’handicap, all’influenza di stereotipi e pregiudizi.
Da un punto di vista storico l’Ottocento letterario mostra un qualche interesse per la rappresentazione dell’handicap, acquistando una particolare consapevolezza rispetto alla sua natura di “problema sociale”. Anche nei fumetti dei primordi si scopre qualche accenno di questo genere. La descrizione dell’handicap e dei suoi addentellati ha creato la consapevolezza della possibilità, prima, e della necessità, dopo, di prevenire la disabilità, di curare chi ne è colpito. Il disabile non è in grado di pensare, in totale autonomia, alla propria sopravvivenza; e in periodo in cui la capacità produttiva iniziava a divenire metro di giudizio, il valore di una persona rischia di essere strettamente correlato alla sua capacità produttiva ingenerando ulteriore marginalità.
Charles Dickens e Victor Hugo, assieme a Hans Christian Andersen hanno descritto questi processi, narrato storie facendo intravedere la possibilità di schierarsi dalla parte dei più deboli. Anche Collodi, con il suo Pinocchio, ha aperto qualche pista di riflessione mettendo sul piatto la rappresentazione dell’infanzia come handicap.
Se nell’Ottocento la letteratura ha svolto nei confronti dell’handicap una funzione di denunzia e al contempo di sensibilizzazione, creando e alimentando una sensibilità più articolata nei confronti della diversità, nel Novecento la letteratura si concentra sulla rappresentazione di come l’handicappato, il diverso, il non-normale si percepisce. C’è anche un filone che riflette sulle relazioni tra normalità e anormalità, giocando sul doppio, sull’ambiguità ma anche sulla ricerca di un’armonia sempre meno a portata di mano. È da queste premesse che vari generi si sono confrontati con il tema della diversità e del limite, prendendo in considerazione registri fino allora impensabili come quello comico o dell’ironia.
Nel mondo della letteratura disegnata si è passati dall’epica dell’eroe alla beatificazione dell’antieroe. Si è mostrato con libertà e sagacia, il limite, la diversità, l’handicap fisico e psichico. Si è superato prima che in altre modalità di rappresentazione dell’handicap, il bisogno di normalizzazione. Si è data visibilità al diverso per quel che è, per quel che porta, lo si è anche rappresentato con superficialità. Sarebbe disonesto negarlo. Anche la letteratura disegnata è stata incline all’uso dello stereotipo (fosse anche solo quello grafico della carrozzella) per narrare dell’handicappato. Il suo alto bisogno di spettacolarizzazione non ha disdegnato di offrire soluzioni miracolistiche per casi irreversibili. Ha, a volte, frainteso il discorso sull’handicap normalità, negando la sua diversità, in ultima analisi la sua specificità. Certo è che ha saputo narrare con perizia storie difficili come quella d’epilessia descritta da David B. in Cronache del grande male o nelle riletture de Lo strano caso del dott. Jekill e del Sig. Hide operate da Dino Battaglia e da Lorenzo Mattotti.
La letteratura disegnata ha anche accompagnato il delicato passaggio dal bisogno di normalità al concetto di diversabilità, di esistenze al plurale. Tutto sommato un contributo non indifferente.

9. H come Humor

Carmelito Battiston è il muto maggiordomo di Zorry Kid, immensa parodia di Zorro creata dal genio umoristico di Jacovitti. Carmelito è un simpatico personaggio dagli inquietanti balloons bianchi e vuoti, che accompagna con la chitarra le performance di Kid Paloma, l’identità segreta di Zorry Kid, e con estro e fantasia toglie dagli impicci il debosciato ballerino di flamenco fiancheggiando abilmente le azioni del vendicatore mascherato. È muto, è simpatico, è una fonte inesauribile di gag e battute. Uno dei volti del fumetto umoristico che guarda ai limiti fisici, psichici, intellettuali e caratteriali che rientrano nel mondo della diversità/handicap.
La deformazione fisica sembra essere una delle caratteristiche fondamentali dell’umorismo disegnato e no. Il fumetto ci presenta una schiera di ciechi, storpi, paralitici. Attraverso l’umorismo, nelle sue varie coniugazioni, il fumetto ha sottolineato una dimensione fondamentale riguardo alla diversità e all’handicap: nel rapporto con l’altro, con il diverso, nella sua rappresentazione, si ride, si sorride si sghignazza, si gioca ma tutto ciò è preceduto da una sostanziale accettazione della realtà dell’altro. L’altro esiste per quel che è. È parte costitutiva del mondo, ha un suo spazio. Affermazioni che sembrano banali ma sono tutt’altro che scontate. A riprova è curioso che nei fumetti non sia mai trattato il problema della riabilitazione o dell’inserimento guidato, pensato, progettato. Ci troviamo di fronte ad una trasfigurazione della realtà dove spesso ad un’evidente menomazione fisica o psichica si accompagna una caratteristica che rende simpatico il personaggio, che fornisce allo stesso una diversa abilità. Al gigantismo di Obelix o al nanismo di Asterix, per esempio, si accompagnano tutta una serie di caratteristiche positive che sembrano controbilanciare una fisicità non proprio perfetta.
Si ride e si sghignazza senza falsi pudori, senza pietismo. La striscia di B.C. mettendo in scena il suo Quaternario spoglio e lineare si preoccupa di rileggere i nostri tempi, tic e manie, facendo agire un simpatico gruppo di uomini e donne primitive. Due personaggi spiccano: il ciecuziente Clumsy Carp e Wiley, burbero con una gamba di legno. Clumsy Carp, alias quattorocchi, alias il Goffo è il primo ittologo della storia che passa intere giornate dedite allo studi dei pesci e alla loro protezione, mentre il sarcastico Wiley, filosofo e moralista nonché allenatore della squadra di baseball, non disdegna di scrivere improbabili pamphlet filosofici con oscuri titoli.
Altro simpatico svantaggiato è il noto Pietro Gambadilegno, grosso gatto antagonista di Topolino, creato nel 1930 da Floyd Gottfredson. Un personaggio che non compensa la sua menomazione con caratteristiche positive. Menomazione per altro lieve, tanto che con la storia Topolino e il boscaiolo, pubblicata nel 1941, Gambadilegno perde la sua gamba di legno e viene disegnato con entrambe le gambe. Pare fosse disdicevole e sleale che Topolino, per quanto più piccolo e apparentemente più indifeso, si scontrasse con un mutilato. Resta il fatto ogni tanto il disegnatore invertiva la gamba di legno lasciando perplesso il lettore.
Non sempre quindi la menomazione fisica si sposa con una sorta di grandezza d’animo o con caratteristiche positive; esistono personaggi in cui la menomazione fisica assume un connotato negativo e questo rende impossibili sia semplificazioni tipo buono = sano, malvagio = deforme o malato sia lo stereotipo buonista per cui ogni menomazione è compensata da una caratteristica positiva.
Obelix e Brutus (l’antagonista di Braccio di Ferro) sono affetti ambedue da gigantismo deformante, diverso è, di norma, il segno delle loro azioni.
Raramente però a questi personaggi si accompagna la categoria della sgradevolezza in nome del loro limite o della loro diversità. Anzi si trova con maggior facilità simpatia e complice condivisione.
Anche il limite intellettuale risulta avere una buona rappresentazione che spesso però si risolve in un diverso approccio alla realtà, a volte con sorprendenti risultati. È la parabola del Pippo disneyano (Goofy in lingua originale, ovvero un secco: sciocco!) o, sempre per rimanere in ambito Disney, di Ciccio, fido aiutante di Nonna Papera. Due personaggi, ad alto tasso di simpatia, eppure diversi rispetto al resto dei personaggi, di una diversità a tratti geniale, quasi da cultori del pensiero laterale. Fu il fumettista Andrea Pazienza in una sua simpatica e breve storia a mostrare in un luce diversa, tra l’alternativo e il freakkettone, la figura di Pippo nel suo: Perché Pippo sembra uno sballato?
Nel mondo dell’umorismo disegnato spiccano per incredibile simpatia ma anche per una vena di idiozia surreale Zero, esasperante compagno d’armi dello sfaticato Beetle Bailey, personaggio di Mort Walker oppure Oscar dell’allegra brigata di Braccio di Ferro di Segar.
Tutti personaggi che creano una sorta di corte dei miracoli che il fumetto umoristico, soprattutto nelle coniugazione grottesca, coltiva con impavida sfacciataggine. Ecco i personaggi del duo Magnus & Bunker, da Numero Uno, paralitico capocombricola della serie Alan Ford o la varia umanità del regno di re Maxmagnus.
Tra il grottesco e il crudele troviamo la striscia di Altan Cico & Pippo, dove Cico è un uomo cieco dalla nascita accompagnato dallo scaltro e irriverente figlioletto, Pippo. “Pippo…” dice il padre toccando sulla testa il figlioletto. “Si?”. “Non senti la mancanza della mamma?”. “No” risponde Pippo. “Strano” riprende Cico. “Non lo mai vista” replica Pippo. “Nemmeno io” chiude Cico.
Anche Leo Ortolani, il papà di Rat-man, nelle sue collezioni Le meraviglie della natura non manca di colpire i luoghi comuni con umorismo acido, a tratti persino sgradevole, seppur attraverso una buon a gestione dei tempi comici permette al lettore meno abituato di non sentirsi aggredito dalle battute. L’humor nero, a tratti sarcastici, si incontra anche nella saga di Johnny Logan con una serie di emarginati, di disadattati che cercano di sopravvivere in una società che, come spesso accade nella realtà, si mostra impietosa e spietata. Uno sguardo severo, un sorriso di denuncia arriva anche dal bel volume Andi Andi di Alberto Preda e Franco Travi dove tra giochi verbali e grafici si mostra la quotidianità del portatore di handicap. Vignette dal sottotitolo esplicativo: “duellandi” ed ecco due persone affrontarsi a colpi di stampelle. “Stravagandi” e ad una carrozzella vengono applicati palloncini permettondogli di alzarsi in volo e sci per partecipare a gare sportive. Oppure il forte “fabbricandi” dove appare un medico dal ghigno malvagio impugnando un forcipe.
Il fumetto umoristico non ha lasciato inesplorata quasi nessuna delle lande della diversità e del limite, osservando tutto con un occhio attento in grado poi di narrare la diversità da più punti di vista, uno sguardo al limite e uno sguardo alle potenzialità che nascono dalla situazione diversa. Un approccio alla realtà che ha contribuito a rendere luminosa la definizione di diversabili. Un occhio che non rifugge tristezza ma non si da per vinto, come quell’uccellino nato dalla matita di Quino che con l’ala fasciata si incammina verso sud mentre il cielo è pieno di uccelli che volano nella stessa direzione.

10. I come Integrazione

La parabola dei mutati nelle avventure di Nathan Never rappresenta un ottimo esempio del percorso dall’esclusione all’integrazione. Un discorso articolato che argomenta ciò che in altri fumetti è solo intuizione o aspirazione.
Cronache dal futuro. 2076. “Il governo federale terrestre decide di vietare la produzione di esseri artificiali creati in laboratorio e destinati ai lavori più umili. Questi esseri nati dagli esperimenti genetici degli anni 2030, vengono chiamati Mutati e hanno la caratteristica di avere gli occhi neri e le pupille bianche. Inoltre ognuno di loro possiede arti e attributi fisici differenti, a secondo del lavoro al quale è destinato. La progenie di questi mutati continua ad avere le stesse caratteristiche dei genitori e vive con loro al primo livello della città, dove si assiepa la maggior parte dei rappresentanti di quella che a tutti gli effetti è una nova razza di derelitti”.
Le date sembrano relativamente vicine per noi proiettati nel terzo millennio anche se la data reale, calcolata con il nostro calendario, sarebbe il 2154 ovvero il 2076 del Nuovo Calendario, datazione in uso nelle avventure di Nathan Never , la fantascienza italiana a fumetti.
Cronache di un futuro quindi ancora lontano ma, come sempre accade nella migliore fantascienza, il futuro si avvicina al presente grazie alla lettura metaforica. Nel nostro futuro “bonelliano” ci attendono dosi massicce di progresso tecnologico (di cui stiamo già facendo esperienza nella realtà), stazioni orbitanti nello spazio, abitabili e abitate, inquinamento all’ennesima potenza, la sostanziale scomparsa della carta (notizia che provoca in molti contemporanei profonda tristezza) e lo strapotere mediatico.
Le città si trasformano in quelle tecnopoli molto care all’estetica del postmoderno, megalopoli tecnologiche difficili da governare dove a fianco della polizia corrotta sono cresciute agenzie private, come l’Agenzia Alfa, humus dove si muovono Nathan Never e gli altri comprimari della serie.
In questa società tra futuro e futuribile non mancano le categorie marginali, gli esclusi, nuovi handicappati tecnologici, portatori di una diversità che ben si sposa con la contemporanea definizione di diversabiltà, portatori di un’alterità biologica e sociologica: i mutati, esseri artificiali creati in laboratorio allo scopo di svolgere i compiti più pesanti e nelle condizioni climatiche più estreme, come apprendiamo nel secondo episodio della serie.
L’impatto del lettore con la categoria dei mutati è segnato dall’ambiguità. Se la descrizione fisica crea una sensazione di empatica tristezza (lo sguardo quasi perso nel vuoto, pupille bianche, le orecchie a punta quasi un futuribile elfo), il ruolo impersonato dal mutato è quello del cattivo. Anche l’approccio descrittivo è inquietante. Prima del corpo a corpo tra Nathan Never e un mutato, un losco personaggio avvisa l’agente speciale e il lettore che “i mutati non conoscono le buone maniere!” . I mutati non sono solo diversi, profondamente diversi, ma anche cattivi!
Ed è forse questo il motivo per cui vengono relegati al primo piano delle città (in quel futuro le città si estendono babelicamente verso il cielo, con l’unico inquietante risultato di creare veri e propri gironi danteschi persi nelle viscere della terra). Con queste premesse il primo livello diviene presto sinonimo (e in parte realtà) di degrado, illegalità, microcriminalità, terra dove vige la legge del più forte. Su queste basi si costruisce il pregiudizio razziale, la marginalità e contestualmente la coscienza della diversità, il bisogno e la volontà di riscatto.
Nell’evoluzione delle avventure di Nathan Never, dieci mesi dopo il primo episodio, troviamo il nostro eroe in azione nelle fondamenta della città, al primo livello, fra mutati di varia umanità e esseri umani di spietata disumanità. Inizia il gioco delle parti, così ben conosciuto nella rappresentazione dell’alterità in Dylan Dog.
E mentre il cattivo di turno, Franz Hoenzoller, politico intollerante, propone una legge che vieta e stabilisce come reato penale l’unione tra appartenenti a razze diverse , il figlio di una famiglia del sesto livello (benestanti, seppur sopra di loro esiste un settimo livello) Hans Schneider, si unisce al movimento dei mutati che chiede il riconoscimento dei diritti fondamentali per questa pseudo-razza. Di più. Innamorato di una mutata si batte per la parità dei diritti fra le due razze.
Le avventure di Nathan Never che vedono coinvolti i mutati sono metafora interrazziale con qualche debito ai discorsi sulla marginalità e sull’handicap. E questo siano i mutati buoni o cattivi, in lotta per il riconoscimento dei propri diritti o in distruttiva rivolta contro il resto del mondo, tristemente melanconici in cerca di normalità e integrazione, fieramente antagonisti o ben inseriti tra le reti di associazioni criminali. Non si disdegna uno sguardo benevolo verso i mutati che, progressivamente nella serie, assumono sempre più valenze positive, forse anche in considerazione della loro sostanziale simpatia. Può non attrarre simpatia chi nasce, suo malgrado, destinato alla schiavitù e poi diviene obsoleto per la produzione di robot sempre più resistenti e sofisticati?
Simpatia che raggiunge i mutati come singoli e come gruppo sociale. Non solo. Dopo tante avventure la parabola dei mutati sembra avere un’evoluzione definitiva nella figura di Branko, un gigantesco umanoide, il primo (resterà l’unico?) mutato che entra a far parte dell’Agenzia Alfa.
Branko fa la sua apparizione in una rischiosa azione terroristica messa in opera da un fantomatico “Gruppo di Liberazione dei Mutati” . Un dirottamento di uno shuttle in navigazione verso la luna; shuttle dove, naturalmente, è imbarcato Nathan Never.
Branko è un mutato cattivo, o incattivito dalla situazione, che viene arrestato dopo una lotta furibonda con Nathan Never. Il dirottamento compiuto dal suo gruppo si risolve in una carneficina e un paio d’anni dopo , troviamo Branko in un carcere di Luna City, un penitenziario di massima sicurezza.
Lo troviamo cambiato, più riflessivo, perplesso di fronte alla scelta della violenza per la rivendicazione dei diritti dei mutati. Perplessità che si tramuta in sfiducia e che attraverso una serie di avventure vissute fianco a fianco con Nathan Never, diviene certezza in una nuova modalità di far valere i propri diritti attraverso una solidarietà positiva e una ritrovata fiducia nella legge, impersonata dall’Agenzia Alfa. Da questo percorso Branko esce moralmente rinforzato, anche se il prezzo pagato è altissimo: compagni trucidati, la donna che ama uccisa. L’ideale, per quanto tragico, per iniziare una nuova vita: dal rinnegamento della lotta armata per la liberazione dei mutati all’integrazione paritaria, cruda e insperata vittoria della lotta per il riconoscimento dei diritti dei mutati.
Una parabola che coniugata secondo gli stilemi dell’avventura non si arena sulle sponde del dolciastro ma è accompagnata da un retrogusto amaro che si accompagna con la realtà e le fatiche della vita.
La parabola di Branko racchiude simbolicamente il percorso dei mutati nel mondo futuribile di Nathan Never. Branko, ormai cosciente che la violenza non è la via giusta per l’integrazione, approda all’Agenzia Alfa che diviene sempre più una sorta di grande famiglia allargata, tollerante e sensibile alla diversità, intesa come portatrice di diverse abilità componibili per un unico scopo.
Un percorso quello di Branko che non si compie solo in una direzione, lo stesso Nathan Never (e i lettori con lui) ha l’occasione di riflettere sull’alterità, sulla diversità e sulle degenerazioni del razzismo in ogni sua coniugazione.
“Purtroppo la razza umana non ha ancora capito che per riuscire a convivere in pace con se stessa, deve prima imparare a farlo con chi è diverso” considera amaramente Nathan Never nel corso dell’avventura in cui Branko diviene da antagonista a socio .
Un futuro, quello della serie, dove la convivenza con la diversità, anche estrema, risulta essere una chiave di lettura del reale. Un futuro dove la tecnologia crea razze, dove esistono robot e automi che hanno sviluppato una sorta di autocoscienza, dove ci sono esseri biomeccanici, con parti costituite da una sorta di metallo vivente, dove convivono homo sapiens e la loro evoluzione: i super sapiens, dove troviamo un popolo di tristi e variopinti freaks nati da mutazioni causate da virus e perverse sperimentazioni. Un mondo sempre in bilico tra egoismo e altruismo, tra integrazione pacifica e lotta per la supremazia, un mondo non molto dissimile dal nostro dove non sempre è facile districarsi tra concetti labili come normalità e devianza, un mondo sempre più al plurale.

11. I mostri siamo noi

Non è un caso se la dylandoghiana parafrasi a fumetti del famosissimo Terzo Stato di Pelizza da Volpedo mette sulla tavola un esercito di mostri, deformi e reietti che marcia verso un’ipotetica liberazione dalle convenzioni sociali e dall’estetica comune. Perché il confronto con la diversità, congenita o procurata non fa differenza, è davvero uno dei temi portanti per il personaggio ideato da Tiziano Sclavi ormai assurto al ruolo di icona e non solo giovanile.
Esseri dalla figura repellente, ritardati, deformi, poveri uomini infelici, indifesi e soli: l’universo dylandoghiano è popolato da rifiuti della società spesso così reali da farci dimenticare che ci troviamo sulle pagine di un fumetto. In fondo, cos’ha di tanto strano un mostro che ritorna per raccontare a Dylan la tristezza e lo squallore di un’esistenza da creatura braccata? E che dire di Gnaghi, di Charlie, dei pazienti di Harlech e di tutte le altre creature reiette dal giudizio comune, che di fronte all’Investigatore dell’Incubo sono semplicemente uomini? Come hanno ben sintetizzato Mantegazza e Salvarani, “davanti alla mostruosa deformità del corpo o alla incapibile mostruosità dello spirito, la risposta è sempre la stessa: una profonda, estrema, pietas”.
D’altra parte l’autore non ha mai fatto mistero di essere attratto, anche a causa di vicende personali, dal tema della diversità. “I personaggi che popolano le mie storie non sono persone “normali” ma devianti, “mostri” – ha scritto Sclavi in uno dei rari interventi sul tema – Il professore paralizzato di Phenomena dice: “So che cosa significa essere diverso”. Anch’io mi sono sempre sentito diverso in tutta la mia vita. Capisco che cosa vuol dire vivere nella società senza essere come tutti gli altri. Una parte di noi ha pena per la mostruosità, e una parte di noi capisce che il mostro potremmo essere noi”.
Questa sensibilità è tradotta di peso nell’intera vicenda editoriale dell’Investigatore dell’Incubo, lui stesso un incompreso nonostante il bel faccino alla Rupert Everett, per via di quel mestiere mezzo ghostbuster mezzo Philip Marlowe dell’impossibile nell’ordine della quotidianità. I mostri gli danno da vivere e da qualsiasi angolazione li inquadri, a Dylan i mostri piacciono. Li conosce bene, ne incontra tanti, e nello spazio bianco che separa una vignetta dall’altra offre al lettore, anche al più sprovveduto e indifferente alla visione sclaviana del mondo, la possibilità di guardarli bene in faccia. E interrogarsi. Perché non sono solo streghe e zombi a riempire di incubi la città, ma sempre più spesso è l’orrore che si annida nelle pieghe della “normalità”. D’altra parte non ha detto più volte Sclavi “i mostri siamo noi”?
Basta leggere il serrato dialogo finale de “Il ritorno del mostro” per averne conferma. “Insieme avevano fatto una cosa orribile, dieci anni fa…e tu li chiami gente?” domanda Damien, riferendosi alla scia di “cattivi” che ha ucciso. La risposta di Dylan è secca. “Sì”. “E io? Anch’io sono ‘gente’ per te?” prosegue Damien.”Sì” replica deciso l’Investigatore dell’Incubo.
Il manifesto del sentimento dylanoghiano nei confronti dell’altro è però “Johnny Freak”. Rileggendo questa storia anche i più duri non possono non provare un tuffo al cuore e ricevere una frustata ai pensieri. Debole e indifeso, con i suoi grandi occhioni spalancati, Johnny Freak è la vittima deturpata da interventi chirurgici abominevoli voluti dai suoi stessi genitori alla ricerca di “pezzi di ricambio” per il figlio “normale”. Rifiutato dalla stessa carne che lo ha generato, costretto ai margini della vita, Johnny Freak troverà in Dylan Dog più che un interlocutore, un uomo disposto a non piegarsi alla convenzione di una società che si vorrebbe sempre perfetta. Nasce così una relazione tra pari che porta alla conclusiva scelta d’amore di Johnny, un atto d’amore capace di superare anche l’umano ma inutile desiderio di vendetta, peraltro nascosto tra le pieghe del cuore dell’Investigatore di Craven Road.
Ancora più cruda è la vicenda di Ghor, il bambino nato deforme e rinchiuso in cantina dai genitori. E’ lo stesso Tiziano Sclavi a descrivercelo. “Faccia deforme, più ancora del Quasimodo di Charles Laughton, occhio che scende, pochi ciuffi di capelli, bocca storta, denti animaleschi, storti e disposti su più file (come quelli dei coccodrilli, per intenderci)”. Un corpo straziato e straziante, una “colpa” che i genitori gli fanno scontare trattandolo come un animale, rinchiuso nella cantina di casa, dove “il cibo gli viene portato in ciotole, appunto, da cani”. Il disegno essenziale di Attilio Micheluzzi e la sceneggiatura cruda e tenebrosa di Sclavi, conferiscono alla storia un tono altamente drammatico. Pugnalato a morte, il piccolo Ghor si allontana dalla sua prigione, per finire in un salone dove si sta svolgendo una festa in maschera. Tra gobbi di Notre-Dame, The Elephant man deturpati, l’esserino informe si sente a suo agio. “Ghor… more (…). Ma Ghor è… Felisce, adescio… Ghor ha trovato… Tanti amisci… Come lui Sciolo che… Alora… Sce Ghor è Normale… Mama… papà… Oh, prego… No, fate loro… Sofrire… No ditegli… Che loro è Mostri”. Una finale strappalacrime senza per questo essere retorico. Non è lo stesso Sclavi ad aver affermato in più d’una occasione che “io non sono né Dylan Dog né Groucho. Io sono i mostri”? Che la frase di Sclavi non sia una boutade ma nasconda un manifesto  vero e proprio, è idea rafforzata da alcune constatazioni sui romanzi sclaviani, a partire da Dellamorte Dellamore e Mostri. Nel primo volume, il pard di Rupert Evert/Francesco Dellamorte è Gnaghi, che Sclavi definisce “un minorato fisico e psichico, età indefinibile, espressione ebete e segni particolari: tutti”. E che dire di Mostri (edito nel 1985 da Camunia), in cui si incontra una comunità di pazienti che sembrano direttamente usciti dal film Freaks? Per i duri di cuore (e di mente), a chiarire una volta per tutte il discorso c’è l’albo “Frankenstein!. Il protagonista, anche in questo caso, è una creatura deforme, malata, curata solo con scariche di elettroshock. Il finale in crescendo dell’albo, ce lo rivela figlio ventenne di Corinne, concepito da uno stupro a cui la donna era stata condannata. Frank, il ragazzo, è un terribile assassino, del quale la madre dirà a conclusione dell’avventura: “Era intelligente, una specie di genio. A due anni sapeva già leggere… E poi aveva il potere… Lo usava per far sbocciare i fiori, e regalarmeli… O per parlarmi senza aprire bocca. Già, questo era il ‘mostro’. Lui, non la gente ‘normale’ che dichiara guerra… Non i medici che lasciano morire un poveraccio; perché non ha i soldi per pagarsi un letto… Non tutti quelli che sono mostri dentro… No, era il mio Frank il mostro. E la cosa più tremenda è che capiva di essere… che sapeva di essere anormale”. Un monologo che meglio di tanti discorsi rivela l’esatta Weltanschaung di Dylan e dei suoi autori: i mostri siamo noi”. Se non è del tutto vero – come invece afferma in un suo saggio Stefano Piani9 – che “I freak e i diversi nelle storie di Sclavi, anche i più ribelli e i deformi, sono sempre delle vittime”, è però evidente che per l’autore la mostruosità è una condizione più mentale che fisica.
Questa inclinazione a popolare Dylan Dog di “mostri”, ha condotto l’Investigatore dell’Incubo a diventare portavoce di numerosi problemi della società, il fumetto più ricercato in qualità di testimonial in operazioni di promozione culturale, sociale e civile sparse lungo lo Stivale11. Insieme a Zagor, DD ha partecipato a “Due amici per i disabili”, con il cui ricavato è stato finanziata una comunità alloggio per ragazzi insufficienti mentali. “Un impegno civile al quale abbiamo partecipato con entusiasmo – il commento di Sergio Bonelli dalle colone di una pagina della Posta – Mi fa piacere pensare che, grazie, al successo che riscuotono i nostri personaggi, possiamo far qualcosa per sensibilizzare un vasto pubblico, specie di giovani, a problematiche sociali di cui ci si dimentica troppo spesso”, riferendosi alla collaborazione sancita con l’Anfass (Associazione nazionale famiglie fanciulli e adulti subnormali). Con lo stesso spirito Sergio Bonelli ha consentito la realizzazione del film Dylan Dog e la donna che visse due volte”, cortometraggio amatoriale interpretato da diciotto ragazzi disabili, ospiti dell’Istituto Educativo Assistenziale “S. Giuseppe” di Castelverde (Cremona). Il progetto è frutto di un grande lavoro di gruppo che ha coinvolto ragazzi, educatori e volontari. Il film prende lo spunto dalle avventure dell’Indagatore dell’Incubo (rivedute, corrette e traslocate dalla capitale inglese alla campagna cremonese) e racconta dell’eterna lotta tra il bene e il male, lasciando ampi spazio alle citazioni che vanno da Manzoni a Hitchcook, dai telefilm anni ’70 a X-Festival. Prima di approdare a Rimini, il film ha partecipato alla rassegna nazionale “Festival del Cinema Nuovo”, aggiudicandosi il premio per la miglior sceneggiatura e la menzione speciale della giuria per il miglior attore, Angelo Pezzotta nella parte di Dylan Dog. Attualmente è in lavorazione una seconda pellicola interpreta dallo stesso gruppo di ragazzi.

12. N come Non vedenti

In un’epoca di revisioni linguistiche politicamente corrette, che elimina ciechi e zoppi dal dizionario, il fumetto è tra i pochi media a non cadere nel tranello della leziosità e del pietismo immotivato. L’ispettore Saboum, Mister Charade, Matt Murdock nei panni di Devil, la deliziosa fidanzata della mostruosa Cosa dei Fantastici Quattro, il guercio Sergente degli Angeli del West, non sono affatto patetici “non vedenti”, ma “ciechi” capaci però di sviluppare abilità proprie con le quali sopperiscono al loro handicap.
L’ispettore Saboum creato da Chakir ne è un buon esempio. Accompagnato dal classico bastone, è cieco e non si vergogna di esserlo. Anzi spesso la sua menomazione è un’arma per combattere (e vincere) malviventi poco sensibili e ancora meno furbi. Ne “Il bastone bianco”, pubblicato in Italia sul mensile per ragazzi Mondo Erre, l’ispettore si imbatte in un truffatore di piccolo cabotaggio che si finge cieco per guadagnare qualche soldo come corriere per la droga. Gli spacciatori sfruttano degli ignari non vedenti nascondendo i traffici illeciti dietro lo sfruttamento criminale della cecità (il corriere era richiesto senza vista, affinché non vedesse il vero contenuto dei libri che consegnava). Finiranno però per sbattere contro l’abilità di Saboum, capace di smascherarli fino a farli letteralmente cadere dalla padella alla brace.
Da una rivista per ragazzi ad un’altra sempre nel segno dell’educare divertendo, una formula tanto cara al settimanale il Giornalino, il quale non teme di confrontarsi con la realtà mostrandola con un linguaggio in grado di colpire un pubblico compreso tra i 6 e i 14 anni, con qualche puntata, per tematiche e proposte, per gli over 14. E’ il caso di Mister Charade, l’ex ispettore di Scotland Yard che ha perduto la vista in seguito ad un attentato della malavita. Creato nel 1975 da Alfredo Castelli e Renato Polese (al quale si affiancherà Alessandro Chiarolla), il protagonista di questa serie tiene la scena grazie alla sua sagacia e ad un buon impasto di logica ed enigmistica. Fedele al proprio nome, Charade si mantiene in forma ideando cruciverba per diverse riviste, svela enigmi e risolve casi per privati cittadini e per la polizia che spesso ne invoca l’aiuto. Un limite trasformato in potenzialità, quello di Mister Charade, limite che coinvolge totalmente i lettori. Infatti nel corso delle indagini l’ex ispettore si fa descrivere minuziosamente ogni particolare: dagli ambienti alla disposizione degli oggetti, in modo tale che lo stesso lettore ne acquisisca la conoscenza vignetta dopo vignetta. Così il lettore “stimolato da opportune didascalie, è invitato a svelare l’enigma e a svelare il colpevole di turno. – come ha messo bene in evidenza Stefano Gorla – Una sorta di partecipazione cooperativa al fumetto sapientemente guidata dagli autori: un doppio gioco, un gradimento elevato per il lettore continuamente stimolato e accompagnato nella sua fantasia e tutto questo, paradossalmente, attraverso la guida di un cieco”. Un po’ come accadeva, se è consentito l’accostamento, al poeta Eugenio Montale e alla amata moglie, quando lei avanti nell’età e pressoché cieca, “scendeva dandomi mille volte il braccio” eppure più “illuminata” del marito vedente.
Per molti resta da chiarire se i problemi acquisiti siano in realtà un aiuto o un handicap, resta il fatto che il banale incidente che ha reso cieco il giovanissimo Matt Murdock (investito da un camion trasportante materiale radioattivo) ha consegnato ai lettori di più d’una generazione l’eroe di giallo-rosso vestito. Devil (contrazione di Daredevil, scavezzacollo in italiano) è la dimostrazione a fumetti che la cecità non è d’impedimento quando la vocazione è quella del supereroe di marca Marvel. Così il nostro rosso prima diventa avvocato laureandosi a pieni voti per combattere il crimine nel foro del tribunale, poi assicura i malviventi alla giustizia nei panni appunto di Devil, grazie al potenziamento di tutti gli altri quattro sensi e al continuo allenamento, in particolare le discipline orientali. In realtà già negli anni Quaranta era in attività un personaggio di nome Daredevil, all’esordio anche lui portatore di handicap anche se di diversa natura: era muto in seguito alle torture inflittegli quand’era ragazzo dai ladri responsabili dell’omicidio dei suoi genitori (evidente il richiamo alle origini di Batman). Come fa giustamente notare Loris Cantarelli, con un’incredibile decisione editoriale, nella seconda avventura la voce del personaggio ritorna come per miracolo e alla sua menomazione non si fa più cenno!
Chi non ha alcun potere da esibire se non quella della sua sensibilità è Alicia Masters, la scultrice cieca che smuove sin dalla prima apparizione nel n. 8 dei Fantastici Quattro il cuore del “mostro” Ben Grimm, meglio conosciuto come la Cosa. Alicia è un personaggio comprimario, tuttavia ha il potere di aggiungere pathos ad un quadro già sufficientemente complicato nel quale svetta la drammatica situazione della Cosa, l’unico del fantastico quartetto ad avere perso l’umanità del proprio aspetto fisico ed ad essere costretto a vivere nella marginalità. Eppure Alicia vede nella Cosa solo gentilezza e altruismo, trascurando completamente – potrebbe essere diversamente? – l’aspetto fisico, e questo permetterà alla coppia una singolare quanto intensa storia d’amore, minata spesso dall’orgoglio, dall’autocommiserazione e dalla gelosia ma pur sempre sincera e profonda. Una vicenda a fumetti dietro alla quale si nascondeva la reale frustrazione e la marginalità vissuta dall’autore, quel Jack Kirby che si vedeva costantemente privato del giusto riconoscimento dalla scaltrezza dell’amico Stan Lee, più lesto ad apporre la propria firma in calce anche ai lavori non suoi.

13. O come Obiettivo

Diciamo la verità: il fumetto il più delle volte (nella maggior parte dei casi) non lo è. Preferisce girarci alla larga, dalla fredda oggettività dei referti medici senza pietà e infarciti di paroloni, per imbucare la strada dell’omissione quando non incappa in veri e proprio errori che non fanno bene né alla letteratura disegnata né ai lettori, investiti di informazioni tutt’altro che raccomandabili.
Di Efrem non si accenna neppure alla sua malformazione. Il piccolo protagonista di una bella storia di Nick Raider1 per ammissione della madre “non è un bambino normale”, tanto “bambino” da aver compiuto 25 anni e possedere sviluppati poteri sensitivi che gli permettono di entrare in contatto con qualcuno al semplice tatto e vedere squarci del suo futuro. Nonostante abbia una prostituta come amica, venga coinvolto nel suo omicidio e rischi lui stesso la vita prima di condurre l’agente del Distretto sulle tracce del misterioso assassino, la diversità di Efrem non è per nulla indagata. Non è funzionale alla storia, per il cui “normale” svolgimento sono già stati seminati indizi sufficienti.
A volte sono gli stessi protagonisti dei comics ad offrire di se stessi indicazioni imprecise e fuorvianti. “Scrittore lievemente handicappato” scriverà in una richiesta di aiuto (è alla ricerca di un assistente) Ron Litgow. Quell’avverbio è già un’ammissione di diversità, anche se camuffata e poco rispondente alla realtà, nel caso di Ron, dura, durissima da accettare, imprigionato com’è in un corpo sassoso da far invidia alla Cosa dei Fantastici Quattro. Per questo è diventato Concrete, ovvero “un disabile – è la tesi di Daniele Brolli, il suo primo editore italiano – una creatura che vive in un mondo di normali e deve tutti i giorni fare i conti con barriere architettoniche e impedimenti legati ad un corpo diverso, gigantesco, pesantissimo e goffo”. Solo con il tempo accetterà la propria condizione, e questo non gli impedirà di giocare con la diversità altrui, quando – per farsi largo tra la folla ed evitare folli gesti di un umano invidioso e instabile – additerà quest’ultimo come ammalato di Adis, seminando il panico tra la folla, del tutto ignara delle modalità di contagio e delle conseguenze che il virus dell’Hiv porta con sé. In seguito Concrete si pentirà dello stratagemma utilizzato, ma nel frattempo la sua cinica azione ha messo in luce l’ignoranza della gente anche nei confronti di una malattia così “famosa” come l’Aids.
D’altra parte perché meravigliarsi di tali atteggiamenti, quando è stato proprio lo stesso fumetto realistico-avventuroso a “delineare in termini vaghi e imprecisi le tipologie dell’handicap, ripiegando volentieri sul cliché della carrozzella e della sindrome di Down”? Più indirizzato ai bambini, Remì offre il fianco a questa raffigurazione. Remì e il piccolo Arthur, il ricco e sfortunato signorino, sembrano riproporre al maschile le situazioni che hanno per protagonista la celeberrima Heidi e l’amica del cuore Clara. Se dall’incontro con i rispettivi personaggi, eroi dei fumetti ma soprattutto divenuti famosi grazie ai cartoni animati, entrambi i bambini in carrozzella traggono giovamento, l’inesattezza medico-scientifica con la quale si tenta di spiegare la paresi (causata nientemeno che da una artrite acuta!) non fa altro che rimandare al’ipotetica guarigione. Così Clara vincerà il suo problema di natura psicosomatica e Arthur rinascerà in “un bel giovanottone pieno di salute”. Il “vissero felici e contenti” aspetta i giovani lettori poco più in là nella pagina. Peccato che la realtà qualche volta sia diversa, fatta di bambini colpiti inesorabilmente da malformazioni gravi e senza via di scampo se non quella dell’accettazione totale da parte dei propri genitori. Ispirato ad una storia vera, “Un bambino davvero speciale” pubblicato a puntate su il Giornalino è un bel esempio di fumetto-verità che non lesina spiegazioni mediche senza cadere nella pedanteria, anzi aiutando il lettore ad immedesimarsi nella psicologia degli adulti e del fratello del piccolo Tommaso.
Una rondine non fa primavera, recita l’antico adagio, mai così veritiero come nel nostro caso. A classificare con puntualità le raffigurazione offerte dal fumetto di stampo realistico-avventuroso è Giulio Cesare Cuccolini. E il quadro offerto dal critico mantovano è tutt’altro che rassicurante. Questo genere tende infatti a: “drammatizzare la situazione dell’handicap e a fornire del disabile un’immagine di disperazione e, a volte, di indigenza a causa dell’abbandono in cui si sarebbe lasciato; a circondare l’handicappato e chi si relaziona con lui di un’atmosfera pietistica; a prospettare guarigioni o soluzioni miracolistiche per casi irreversibili; e far scarsissimi riferimenti alla conflittualità interiore del disabile; a ignorare i quotidiani problemi materiali dell’assistenza e quelli psicologici di chi assiste il disabile; a rafforzare, a volte, radicati e diffusi, ma infondati, luoghi comuni sull’handicap, come: il binomio deformazione fisica-abiezione morale, l’attribuzione al diverso di poteri paranormali, la tendenza a ‘spiegare’ certi casi di diversità in chiave magico-folcloristica, cioè come conseguenza di una colpa atavica da scontare”.
Didier Comes è magistrale nel descrivere atteggiamenti di questa natura. In Silenzio, per esempio, l’omonimo servo muto è costretto a subire la dura repressione del padrone solo perché lo stregone chiamato a tenere lontane improvvise disgrazie, ha decretato di diffidare di quell’idiota pericoloso del servo, financo trattato senza troppi problemi da Abele Mauvy.
Gli “scivoloni” non mancano anche in chi dovrebbe far ridere o perlomeno divertire. La Disney, per esempio. Paperino pronuncia una falsità medica sulla meningite (“è quella malattia che fa diventar scemi, se non si muore”) inaccettabile nel 1955 ma ancora meno comprensibile quando è stata ristampata tale e quale nel 1978 ricevendo tacita conferma dal dotto Archimede e dai nipotini, ai quali – evidendetemente – la partecipazione alle Giovani Marmotte ancora non aveva sortito effetto.
Chi utilizza le nuvole parlanti per mettere alla berlina raffigurazioni errate e fortemente discriminanti è Giancarlo Berardi. In Ken Parker, fumetto per nulla scontato e capace di assommare tecniche espressive straordinarie e tematiche adulte, ci ha regalato alcune pagine esemplari a questo proposito. Parlando di Orion, il protagonista affetto da leggera sindrome di Down di “Quando muoiono i titani”, il sapientone di turno lo addita snocciola la sua versione. Li chiamano mongoloidi, la loro età resta ferma all’età di cinque-sei anni, e non campano a lungo. Siamo alla fine dell’Ottocento nei pressi delle cascate del Niagara, ma discorsi così poco rispondenti al vero sono in voga anche oggi più di quanto non si pensi. E allora ben venga un fumetto come Colla10, “il primo fumetto che racconta la sindrome di Down ai bambini” come recita la pubblicità. L’utilizzo del medium non sarà troppo professionale, ma il risultato è una metafora a vignette realizzata appositamente dal Centro Emiliano Problemi Sociali di Bologna per diffondere con simpatia e cognizione di causa una maggiore cultura circa la trisomia 21. Con la complicità di Colla, il pupazzo con il numero 47 stampato sulla maglietta, e attraverso la vicenda di Piero, è fatta giustizia di alcuni, inutili, stereotipi sul down.

14. P come Politically Correct

Gli animatori dei cartoni animati dimenticavano sempre quale fosse la gamba di legno, che rischiava di passare a destra o a sinistra a seconda dell’autore in questione. Per semplificarsi la vita, quelli di Burbanks decisero di abolirla. Troppo complicato star dietro alla menomazione d’un figlio, seppur di celluloide. La drastica decisione si riflettè anche sulle strisce quotidiane e sui comic books (prima degli anni 50), contestualmente il nome di Gambadilgno (Peg-leg-Pete) si trasforma nell’anonimo “Pietro il Nero” (Black Pete). Bisognerà attendere Floyd Gottfredson e la sua vena d’autore per avere una benché minima spiegazione della “novità”. Sarà lo stesso Gambadilegno ad illustrare a Topolino di aver sostituito la vecchia gamba di legno con una modernissima protesi indistinguibile dall’originale. Magari involontariamente, frutto più di esigenze pratiche che di vera e propria censura, la storia di Gambadilegno è comunque un siparietto che la dice lunga sulla sensibilità di trattare certi temi. Anche nei Disney italiani; “La proibizione di toccare certi temi ha una lunga gestazione – spiega l’esperto Marco Barlotti – I primi vincoli nascono nel 1962, con l’adozione da parte dell’editore Mondadori del ‘Codice di garanzia morale’ tendenze ad assicurare ‘i genitori e gli insegnanti’ che i ragazzi possono leggere il fumetto’ senza che tale lettura sia nociva alla loro formazione morale”. Una posizione diventata addirittura più rigida nel corso degli anni, con l’aggiunta di ulteriori vincoli a disegni e dialoghi. Il fatto è che l’handicap non sembra generalmente agli autori (e forse soprattutto all’editore) un buon argomento per le storie (per defizione non impegnative) di un giornale a fumetti” conclude Barlotti.
Chi invece accetta il “dialogo” fedele al proprio motto “educare divertendo” è il settimanale paolino il Giornalino. Per esempio, pubblicando la storia di un pilota costretto a confrontarsi con la disabilità fisica. Alan infatti è un giovane campione automobilistico rimasto ferito ad una gamba in seguito ad un incidente. Secondo i medici l’unica soluzione possibile è l’amputazione. La notizia provoca una sbandata nel pilota, che non dà il consenso per l’operazione. “Preferisco morire”, ripete. La voglia di vivere e di affrontare la realtà gli tornerà solo grazie all’incontro con John, un ragazzo affetto da paresi agli arti inferiori, una vita in ospedale che non gli ha scalfito la voglia di sorridere e di affrontare la vita a testa alta. “Sono venuto per restituirti il tuo autografo! – lo affronta – L’altro giorno mi sono sbagliato credendoti un campione”. Così facendo gli sbatte in faccia la realtà non certo contrassegnata dal coraggio. La frustata ridesterà il pilota il quale – miracolo atteso durante tutto il racconto – in seguito all’operazione perfettamente riuscita, guarisce. “Il campione” è un esempio emblematico di un atteggiamento nei confronti della diversità talmente positivo da sembrare inevitabilmente idealizzato. Per contro, si respira pagina dopo pagina l’aria da “lieto fine”. Certo, la sofferenza non è bandita dalle pieghe del racconto ma in primo piano è sempre mostrato il lato positivo, l’atteggiamento forte e vincente nei confronti della malattia – e quindi della vita – del John di turno, una raffigurazione in fondo stereotipata e tutto sommato tranquillizzante tipica di un certo fumetto avventuroso-realistico, più incline “a prospettare guarigioni o soluzioni miracolistiche per casi irreversibili” che a scandagliare “la conflittualità interiore del disabile”, come ha ben mostrato in più d’una occasione Giulio Cesare Cuccolini.
Non di rado, inoltre, i comics avventurosi hanno rafforzato i radicati e diffusi ma infondati luoghi comuni sull’handicap come il binomio deformazione fisica-abiezione morale. Esempio autorevole è il classico Dick Tracy, il poliziotto dal mento quadrato creato da Chester Gould, un archetipo del giallo e non solo a fumetti, che ha proposto ai suoi lettori una galleria di cattivi che avrebbero fatto felice Lombroso. Prima ancora di essere giudicati per averli visti in azione, i cattivi secondo Chester Gould, cioè i vari Pruneface, Flattop e Sharkey che ostacolano il cammino di Dick Tracy e della giustizia, si riconoscono per le deformità del volto. Lo stesso Tex Willer, il longevo ranger nato dall’italica fantasia del duo G.L. Bonelli/A. Galeppini, in qualche maniera è un seguace di questa teoria, basti pensare al deforme El Muerto ma anche ai tratti luciferini che caratterizzano l’arcinemico Mefisto e l’altrettanto mefistofelico di lui figlio Yama. Incamminatosi su questa strada, Aquila della Notte arriverà a riconoscere i cattivi dall’odore: che sia lo zolfo ad orientare il sesto senso del ranger di Bonelli? Battute a parte, si tratta di un cliché che fa parte del dna del fumetto e rintracciabile anche nei più recenti serial. Non fa eccezione Magico Vento, peraltro è impegnato a smontare tanti dei pregiudizi verso i diversi di ogni razza e colore. Come giudicare altrimenti il Groddek di “Blizzard”, un rapinatore ed assassino intento a semina il terrore in mezzo west eppure mosso da tanta pietà verso i suoi simili da nascondergli la vista del suo vero volto deforme e mostruoso sotto un comodo saio.
Certo, pensare al fumetto, ovvero una rappresentazione deformata e deformante della realtà, come ad un’isola felice in cui la trattazione della diversità avviene senza cadere in stereotipi più o meno politicamente corretti, non è pensabile. Per contro non mancano episodi, anche ben riusciti, in cui vignette e ballon riescono ad abbattere le barriere del conformismo. Le strisce di Bloom County, a questo propisito, sono significative. Il protagonista, un reduce dal Vietnam costretto sulla sedia a rotelle, grazie al suo sense of humor riesce a sovvertire il comune modo di pensare e di comportarsi, fino a mettere a disagio gli interlocutori di ogni sesso e ceto sociale. E che dire di “Pasqua”, il fumetto di Andrea Pazienza in cui il geniale autore abruzzese non ha difficoltà a mettere in striscia anche l’handicappato cinico, o quello depresso e il nevrotico, insomma l’handicappato senza qualità, in realtà “caratteri che la letteratura e il teatro europei avevano approfondito fin dagli Venti” ci fa notare argutamente Cesare Padovani. Insomma è possibile raccontare la diversità senza far apparire nient’altra qualità se non quella irrinunciabile di essere umano. Lontano dal manicheismo handicappato buono/handicappato cattivo si è incamminato anche Filippo Scozzari. Più interessato all’handicap morale che a quello fisico, Scozzari ha preso spunto dalla vicenda, realissima, di Rosanna Benzi e della sua esistenza nel polmone d’acciaio dell’ospedale San Martino di Genova, per un fumetto con un handicappato di stampo “classico”. “Lorna” è l’omonima infermiera che assiste Arturo, ventisei anni, da ventisei anni in un polmone d’acciao. “Praticamente non ho mai smesso d’essere un feto” dichiara cinicamente. Arturo però ha Lorna, la sua amante onirica capace di entusiasmarlo con i suoi racconti di fanta-erotismo. Quando smette il camice, però, ai gesti dolci e alle premure per il paziente, l’infermiera sostituisce pensieri di morte. Il politically correct si è fermato nella sala anestetizzata dell’ospedale. La vita è sempre un’altra cosa.

  • 1
  • 2