Skip to main content

6. E come Esclusi

Debbono celare la vera identità (se mai ne posseggono ancora una, ma non è questo il luogo per dibattere il pur interessante tema della maschera sotto sfavillanti costumi d’ordinanza, con i quali combattono i mutanti attratti dal “Lato Oscuro”. Ciononostante, l’atteggiamento altruistico e la protezione continua che offrono alla terra, non sono sufficienti a garantire al professor Charles Xavier e alla sua schiera di X-Men (mutanti “nati con il cromosoma X alla base dei poteri preclusi agli homo sapiens” un normale trattamento da parte degli esseri umani. Ciclope, Ororo, Wolwerine e il resto della compagnia saranno costretti a vivere i loro giorni – tra una battaglia e l’altra – “reclusi” nella scuola fondata dal loro professore, unica barriera per schivare i pregiudizi razziali degli esseri umani che si sentono minacciati ed instaurare una parvenza di vita.
Il pregiudizio e la condanna a priori non sono una prerogativa degli X-Men e più in generale di supereroi (dall’Uomo Ragno a Hulk): il comicdoom è zeppo di situazioni di esclusione a causa della diversità, manifesta o latente. A Concrete è sufficiente guardarsi attorno per sentirsi tagliato fuori. Là nel mondo normale gli impedimenti legati ad un corpo diverso, fatto di grosse e sassose dita con le quali anche il più semplice esercizio quotidiano come lo scrivere, fare biglietti di auguri o spedire lettere d’amore, diventa una barriera insormontabile, si sprecano. A questi handicap fisici vanno sommate tutte le barriere architettoniche che gli si stagliano davanti, e che fanno del personaggio creato da Paul Chadwick un diverso a tutti gli effetti, allontanato dalla società normale. Se Concrete affida la risposta ad una tale situazione all’ironia e alla differenti abilità che il nuraghe che si porta appresso gli consentono, diversa è la posizione di Alcibiade. Con il volto coperto da una vistosa maschera da alce, Alcibiade è un opinionista sferzante e applaudito dal pubblico: nessuno sa che il suo umorismo crudele è frutto di una terribile deformazione al viso. E’ un uomo tormentato, insomma, che per sentirsi a proprio agio ed affrontare la realtà non trova altro rimedio che nascondere la propria deformità.
Le barriere però non sono solo di natura fisica, come c’insegna anche la stretta attualità. Herbert Lahace dirige una multinazionale alimentare prima di “trasformarsi” in disadattato e rinchiudersi volontariamente in una gabbia dello zoo senza più proferire parola con alcuno. E’ uno dei tanti esclusi sociali dipinti dalla coppia Pennac/Tardi nel loro Gli esuberati. Un amaro e grottesco affresco sociale nel quale non avrebbe stonato più di tanto neppure Ezechiele Bluff, l’operatore ecologico bevitore incallito che con il nome di Superciuck ha caratterizzato tanti episodi della saga di Alan Ford. Ezechiele si sente così estraneo che “per frustrazione non lotta per riabilitare la propria categoria”, bensì “fa di tutto per affossarla”. Diventerà così un acido Robin Hood alla rovescia, che ruba ai poveri per dare ai ricchi, errata trasposizione a vignette dell’evangelico “a chi ha sarà dato”. Esclusa è Marny Bannister, l’eroina nera di Magnus&Bunker, che dovrà ricorrere al siero magico per recuperare la perduta bellezza ricavandone in cambio una forza criminale senza scrupoli e il nome di battaglia di Satanik. Esclusi sono gli uomini deformi che popolano le favelas di Manaus. “Tematiche sociali e raccapriccianti atmosfere da incubo” sono rese dalla matita di Bignotti che traduce in immagini semplici ma efficaci la psicologia dei freak protagonisti de “L’orrenda invenzione”, una interessante storia della lunga saga di Mister No nella quale Tiziano Scalvi fa le prove generali per le tematiche che poi svilupperà compiutamente in Dylan Dog. Reietti dal mondo “normale”, i mostri di Manaus vivono in una sorte di corte dei miracoli fino a quando il malvagio Hel non li illude di poterli guarire e li soggioga alla sua cattiva volontà. “Non ho più saputo niente di loro fino ad una settimana fa – spiega a Mister No con un filo di voce il padre adottivo della banda Kluge – quando lessi, per caso, su un giornale brasiliano che Elsa (in confronto alla quale la donna cannone cantata da De Gregori fa la figura di una modella, ndr) si esibiva a Manaus in occasione del carnevale”. Da qui la conclusione: “A questo si era ridotta… della dignità che avevo cercato di dar loro non ve n’era più traccia… per questo dico che ho fallito…” termina sconsolato l’anziano signore. Sclavi va più in là, intenzionato com’è a smascherare i pregiudizi “borghesi”, regala a piene mani discriminazioni di ogni natura. Basta il colore della pelle, per esempio, per essere persone sgradite: “Ehi! Qui dentro non serviamo quei tipi lì” dirà il barman a Mister No indicando l’indio Taiku. Una scena che potremmo aver letto cento volte sulle colone di Zagor o nell’immarcescibile Tex, come si evince dal dialogo seguente: “Ma che ti prende Paulo? Che vi prende a tutti – sono parole del pard Kruger – Quell’indio dice ‘Ugh’ come cavallo pazzo… Tu ti comporti come il barman di un saloon dell’Arizona…”. “Mi ha sentito, tedesco: – è la piccata replica che arriva da dietro il bancone – non voglio selvaggi nel mio locale”.
Tra una nuvola e l’altra, insomma, il fumetto si mobilita per ottenere rispetto per chi merita dignità. Chi utilizza le nuvole parlanti per mettere alla berlina raffigurazioni fortemente discriminanti e sprezzanti è Giancarlo Berardi. In Ken Parker, lo sceneggiatore genovese ci ha regalato alcune pagine esemplari a questo proposito. Parlando di Orion, il protagonista affetto da leggera sindrome di Down di “Quando muoiono i titani”, il sapientone di turno lo addita snocciola la sua versione. Li chiamano mongoloidi, la loro età resta ferma all’età di cinque-sei anni, e non campano a lungo”.
Ken Parker non si tira indietra e propone la sua morale. “La gente se ne vergogna e li rifiuta solo perché sono diversi dagli altri. Ho letto di famiglie che li tengono nascosti, al buio…”. “Ja, chiaro! Stessa esperienza ti emigrante!…” rincara la dose nel suo “americano” zoppicante il tedesco emigrato, prima del gran finale. Ancora Martin: “Gli antichi greci erano più pietosi. Li gettavano da una rupe…”. Lungo Fucile ha però un’altra versione dei fatti. “Oggi si usano mezzi più civili. Basta ingnorarli, far finta che non esistano… anche questa è una specie di morte…”. Esclusi non si nasce, insomma, si diventa. Capito?



Categorie:

naviga: