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autore: Autore: Stefano Toschi
(a cura di Maurizio Serra)

22. Doctor H

di Stefano Toschi (a cura di Maurizio Serra)

Come potrebbe essere, più in concreto, il vissuto degli handicappati all’interno dell’Università? Quale i suo rapporto con le strutture, i compagni, i professori. Stefano Toschi racconta la sua esperienza.

Sono Stefano, dottore in Filosofia, laureato dal 19 marzo 1987, handicappato grave in una città che si vanta d’essere all’avanguardia per quello che riguardi l’handicap e che sotto certi aspetti lo è. Il mio ambiente familiare mi ha indirizzato fin da piccolo a considerare importante l’aspetto intellettuale della mia personalità vista anche la gravità del mio handicap che non mi permette nemmeno di poter sfogliare autonomamente le pagine dei libri, per cui terminati gli studi liceali mi sono iscritto all’Università nell’ormai lontano 1980. Nella scelta del corso di laurea influirono motivi contingenti come il fatto che alcuni amici avevano optato per il corse di laurea in Filosofia, mentre io avrei preferito quello in Storia. Quindi, per ragioni tecniche come accompagnamento e spostamenti da una lezione all’altra, fui quasi costretto a scegliere Filosofia. Una decisione di cui ora sono molto felice, ma che allora mi faceva un po’ paura.
Una volta deciso l’indirizzo degli studi è iniziato il confronto con le difficoltà tecniche ed oggettive che ostacolavano la mia lebera frequenza allelezioni. Per es. ho dovuto cambiare il piano di studi del 1° anno perché le lezioni di Letteratura Italiana si tenevano in un’aula inagibile per portatori di handicap a causa delle barriere architettoniche. Così per un gradino in più o per un ascensore in meno ho dovuto cancellare l’esame di Letteratura Italiana dal mio curriculumdi studi.
Il primo anno io ed Andrea Tinti, un amico e collega sia nell’handicap che negli studi, seguivamo insieme le stesse lezioni dato che così era più comodo spostarci da un posto all’altro essendo accompagnati dalle stesse persone,mentre, verso la fine dei nostri studi, quando ormai avevamo preso confidenzacon il mondo universitario seguivamo ognuno le lezioni che ci interessavanomaggiormente essendo riusciti a far combinare gli orari delle nostre lezioni conquelli di alcuni nostri amici disponibili ad accompagnarci all’Università.Inizialmente credevo che per sostenere un esame fosse necessario frequentare lelezioni mentre poi ho capito che il meccanismo era diverso: bastava accordarsi col professore sul programma da portare per sostenere l’esame e quindi ci si rivedeva il giorno dell’esame. Questo discorso però è valido solo per le facoltà umanistiche, dato che nelle facoltà scientifiche la frequenza al lelezioni è quasi sempre fondamentale per potere sostenere gli esami. All’inizio, quando lo studente è una delle tante matricole, ad usare questi accorgimenti non ci si pensa nemmeno ma poi tutto ciò diventa naturale, si entra in confidenza con qualche professore, magari quello con cui si sosterrà la tesi, eallora qualche barriera si assottiglia e le difficoltà diminuiscono. L’esempio di un altro studente handicappato grave che prima di noi si era iscritto all’Università, Luca Pieri, per me è stato molto importante, dato che se ci riusciva lui a superare le molteplici difficoltà dell’esperienza universitaria perché non dovevamo farcela noi?
Un altro dei problemi che ho dovuto affrontare è collegato direttamente al mio handicap: ossia le mie difficoltà fonetiche. Se queste difficoltà non si presentavano particolarmente durante le lezioni, ecco che il problema si ripresentava puntuale ad ogni esame.
Infatti ho sempre avuto bisogno di una persona che amplificasse le risposte che fornivo ai professori durante gli esami affinchè risultassero più comprensibili.
Questo mi ha creato qualche problema perché questa sorta di interprete è una persona diversa da me e quindi non può essere semplicemente una macchina che ripete ad alta voce anche si sforza di fare solo questo.
Durante il primo esame che ho sostenuto, una domanda a cui avevo risposto correttamente ma che non era stata riportata esattamente dal mio amplificatore/interprete, mi è stata rifatta dal professore e io non sapevo cosa dire perché la persona che fungeva da interprete non aveva riportato la mia giusta espressione. Qundo il professore ha dato egli stesso la risposta che in precedenza, non compreso, avevo già dato non ho potuto dire altro che: “Ma io l’avevo già detto”. Inoltre questa necessità mi ha creato qualche problema a livello istituzionale perché non era prevista questa figura in sede d’esame e il preside della Facoltà di Filosofia ha dovuto emanare una disposizione per regolamentare questa procedura, disponendo che la figura dell'”interprete” non dovesse fare o aver fatto lo stesso corso di laurea dello studente di cui amplificava la voce.

Rapporto con i professori
Sia a lezione che all’esame il rapporto con i professori è particolare, mentre, come ho già detto prima è importante cercare di appianare le difficoltà, almeno con alcuni. Direi che la prima reazione dei professori è stata di meraviglia, dato che non sì aspettavano che delle persone come io ed Andrea potessero e volessero seguire le loro lezioni ed affrontare i loro esami. Per quello che riguarda le lezioni, non potendo prendere appunti scritti ho acquistato un registratore, e questo ha creato molto imbarazzo in alcuni professori, a tal punto che una professo-ressa non ha voluto saperne della registrazione e questo dimostra il fatto che essere progressisti a parole e un conto, ma avere coraggio nelle azioni quotidiane è un altro paio di maniche. Da questo fatto ho capito che i professori più aperti, da questo punto di vista, sono quelli più esperti poiché hanno una gran padronanza della materia, ed essendo abituati a conferenze ed a scrivere libri ed articoli non si preoccupano di un registratore a lezione. Quanto ho detto mette in luce il fatto che i professori non sono abituati ad avere degli studenti handicappati e quindi le loro reazioni sono molto soggettive e variano da momento a momento. Quando per es. avevamo qualche scatto o qualche spasimo, molti ci guardavano con un po’ di paura; evidentemente nessuno gli aveva spiegato che queste situazioni per noi distonici sono abbastanza normali.

L’esame
Ed eccoci a parlare di quello che è une dei nodi centrali dell’esperienza di ur qualsiasi studente universitario: l’esame. Innanzitutto il rapporto che si riesce ad instaurare a lezione con i professori si riflette anche durante l’esame; infatti se un professore mi prendeva in considerazione a lezione sicuramente lo avrebbe fatto anche all’esame, anche se nel mio caso era necessario l’intervento di una terza persona: ossia l’interprete/amplificatore. Gli atteggiamenti che hanno assunto i pròfesseri sono stati diversi, quasi a volei confermare che ognuno di loro ha sentito la nostra presenza in modo diverso c’è chi l’ha presa molto seriamente e chi invece pensava che io fossi lì solo per passare il tempo e di conseguenza mi trattava con una certa sufficienza facendomi poche domande o non facendomene affatto e scrivendo il voto sul libretto senza valutare la mia preparazione.
Questa cosa a me personalmente fa molta rabbia perché dopo avere studiato delle settimane a dei mesi ed avere fatto anche dei sacrifici non essere trattato come un qualsiasi altro studente non è molto gratificante. È successo che un professore mi abbia dato trenta anche se la mia preparazione non era senz’altro adeguata mentre se avesse usato lo stesso giudizio come per gli altri ragazzi senz’altro, più giustamente, mi avrebbe fatto ridare l’esame. Molti professori non stanno attenti a quello che succede durante l’esame, e questo è vero per qualsiasi studente, handicappato o non handicappato.
Altri invece si preoccupavano nel vedermi sudare durante l’esame e mi chiedevano se non volessi fermarmi un po’ a riprendere fiato non capendo invece che quando sono concentrato e parlo è naturale che sudi, mentre fermarmi è negativo perché come qualsiasi altra persona mi deconcentro e perdo il filo del discorso.
Alla distanza di un anno dalla tesi riguardando questa esperienza posso dire che è stata positiva sia per le cose buone che ho visto e sia sopratutto perché ho imparato ad affrontare e vincere le difficoltà che mi si ponevano di fronte, cioè i problemi legati sia al mio handicap specifico sia ad alcuni aspetti umani e tecnici, di cui abbiamo parlato, dell’Università.
Ho scritto queste cose e molte altre ne avrei da scrivere, ma l’intenzione di questo articolo è soprattutto quella di dimostrare che un disabile, fra mille difficoltà, può arrivare all’alloro ed essere Doctor H.