Il desiderio di ampliare i contenuti e le attuazioni della propria pratica educativa, all’interno del gruppo come al di fuori degli ormai usuali contesti scolastici, ha contraddistinto la ricerca del gruppo Calamaio degli ultimi anni. Portare il tema della diversità unicamente a confronto con situazioni già consolidate e aperte alla ricezione, benché per tutti rassicurante, ci si è presto resi conto risultare alla lunga controproducente, con il rischio effettivo di appiattire il valore dell’attività riducendola a mestiere di routine. Un rischio, questo, certamente da sventare, per gli educatori ma soprattutto per gli animatori disabili, che su queste attività hanno costruito nel tempo il proprio agire e la propria identità.
La parola “diversità” per chi la vive ogni giorno sulla pelle è infatti parola complessa che ha bisogno di scambi e continue alimentazioni per riconoscersi effettivamente in quel ruolo sociale attivo di cui, all’interno del gruppo Calamaio, continua a essere provocatoria e gioiosa portatrice.
Una volta aperti gli interrogativi il passaggio successivo è stata così la necessaria riapertura degli spazi, complice la recente ristrutturazione della sede, pensata per accogliere ulteriori interventi formativi e transitori passaggi, in collaborazione come sempre con l’Università di Bologna, Arci Servizio Civile, l’Asl e inaspettatamente, da questa primavera, anche con il Servizio di Giustizia Minorile Emilia-Romagna.
L’incontro è avvenuto con quattro ragazzi adolescenti, in parte seguiti dai servizi sociali e in parte affidati alla realtà comunitaria di Cesena, una delle tante comunità che in regione svolgono con rigore e con passione la funzione di un’alternativa al carcere, luoghi in cui, spesso, è più facile effettuare un percorso riabilitativo a favore di un libero quanto duraturo recupero personale e sociale dei ragazzi, anche in considerazione degli elevati rischi di recidiva una volta di ritorno nei contesti di appartenenza.
Confrontarsi con le fragilità dell’adolescenza, le ombre dell’errore, i pregiudizi e gli sforzi del cambiamento ha offerto al Calamaio la possibilità di una nuova messa in discussione di sé, di cominciare a far fronte a una sfida educativa ancora in via di definizione, in cui i punti di contatto proseguono di pari passo con la necessità, non sempre scontata, di imparare a venire nei fatti a contatto con l’altro, nella consapevolezza di un atteggiamento e di uno sguardo talvolta impreparato quando quello che ci viene chiesto non è un atto di rieducazione ma prima di tutto una semplice forma di onestà di rapporti, una dimensione di normalità.

Quando il pregiudizio parte dai margini
Qualcuno si potrebbe chiedere che senso ha mettere in relazione due posizioni cosiddette marginali, il ragazzo deviante da un lato e il disabile dall’altro. Per alcuni si tratterebbe senza dubbio di una forma di azzardo non immune da pericoli e fraintendimenti, per altri di un’espressione ingenua e retorica e nel complesso inutile.
Il problema, a nostro parere, sta nel carattere di eccezionalità e al contempo di generalità posto in questa panoramica, su cui noi stessi ci siamo trovati a inciampare. Fin dall’inizio, pur procedendo a tentoni, non sono mancati infatti gli scontri sui pregiudizi insiti da entrambe le parti ancor prima di cominciare e vederci in faccia. Il disabile noioso e “sfigato” e il ragazzo cattivo che è meglio tenere alla larga, sono state immagini di luoghi comuni latenti che ci siamo dovuti dichiarare senza falsi buonismi fin dal principio e che ci hanno ricondotti, più o meno consapevolmente, nelle salde postazioni di un Sistema in apparenza inscalfibile e dalle profonde radici. A ciò si è aggiunta la reciproca presunzione di essere il lato forte, quello che finalmente ha trovato in chi sta peggio la ragione di una rivalsa, sia essa umana o intellettuale, a dispetto delle difficoltà e frustrazioni personali vissute nel quotidiano a causa della propria diversità.
In questa prospettiva, è evidente, abbiamo attribuito un carattere eccezionale alle categorie disabile e ragazzo deviante, ne abbiamo cioè fatto un’etichetta delle più classiche nella più generale delle ipotesi. Margini e maggioranza, come spesso accade, si sono così trovati a coincidere.
Partire da questi nodi e dalla condivisione di un pregiudizio ancor prima perpetrato che vissuto è stato fondamentale per aprire la nostra riflessione sulle cause ma soprattutto per ritornare, più coscienti, alle origini dell’azione del gruppo Calamaio: lo sviluppo della relazione autentica basata sull’incontro e la responsabilità. I ruoli e le maschere che il mondo ci assegna infatti, direbbe Hannah Arendt, sono scambiabili.

Protagonisti, lavoratori o volontari?
La maggior parte dei minori che per diversi motivi si trovano oggi nella condizione di dover intraprendere un percorso riabilitativo possono scegliere, su consiglio degli educatori di riferimento e dei servizi sociali, di essere inseriti in strutture di utilità collettiva, ospedali, centri per anziani, case-famiglia, ecc., in cui adoperarsi come volontari, oppure intraprendere un cammino lavorativo di formazione professionale come il barman o ancora partecipare a percorsi artistici, in particolar modo teatrali o musicali. È chiaro che in questa formula non mancano rischi e contraddizioni come il fatto che non c’è lavoro, la manovalanza passiva, la spettacolarizzazione del disagio. Anche per questo in quasi tutti i casi il ragazzo non sa esattamente che cosa gli capiterà, chi incontrerà e che cosa gli sarà chiesto di fare. Conoscersi e passare dalla richiesta alla responsabilità di un’azione spontanea sarà, in queste circostanze, la conquista che l’impegno educativo dovrà perseguire.
All’interno del Calamaio, tuttavia, la prova non può essere lineare per vocazione, dal momento che non esistono ruoli così definiti. Il detenuto non è protagonista di uno spettacolo, non è mero assistente di un sofferente e non è neppure un lavoratore tout court che ha per fine la produzione immediata. Agevolare l’inserimento all’interno di un percorso educativo già in atto e non costruito ad hoc è stato così il vero scopo che il gruppo ha sentito il bisogno di prefissarsi, per confrontarsi sul contatto e sui temi della disabilità nel modo più naturale possibile, coinvolgendo i ragazzi nei tempi e nelle pratiche di un’attività formativa quotidiana, di cui, e qui sta la differenza, i disabili non sono protagonisti ma soggetti attivi.

Il ruolo del Calamaio
Conoscere un disabile grave senza averlo mai fatto prima può rivelarsi sul momento spiazzante, emotivamente come fisicamente. Il tuo corpo è diverso dal mio, non capisco come si muove, non capisco quello che dici, non posso interagire con te, insomma non posso risponderti. La risposta, ce lo dice l’etimo, è l’essenza del concetto di responsabilità, l’unica forma alla base di una relazione capace di costruirsi e di procedere in forma autonoma verso un orizzonte che si è scelto comune. La responsabilità però, ci insegna il Calamaio, passa prima per la fiducia e la fiducia passa prima per la conoscenza. Tra avvicinarsi e scoprirsi simili il passo è breve quando con il divertimento, il gioco e la riflessione ci poniamo davvero a contatto l’uno con l’altro. Ed è solo lì, nella corrispondenza paritaria della risposta, che si accende, e i ragazzi ce ne hanno date le prove, la scintilla del cambiamento, è solo lì, a partire dalla nostra riscoperta nell’altro, nella ricchezza dei suoi limiti e delle sue abilità che possono trovare ragione d’essere l’alternativa di una nuova libertà e il superamento dei pregiudizi.
Perché, come ci ricorda Marc Augé “ci rendiamo conto di vivere come individui quando ne abbiamo le prove: la malattia, il lutto, l’età. Apparizioni improvvise, intuizioni originali che il Sistema non prevede (o che tenta di prevenire) e che possono mettere in difficoltà la sua apparente coerenza. […] Solo da una prospettiva di libertà potremo servire le esigenze di libertà che il tutto saprà indicarci”.