Intervista a Davide Ferrari, direttore artistico della Banda di Piazza Caricamento di Genova, e ai suoi musicisti. La banda riunisce giovani musicisti che provengono da Giappone, Marocco, Messico, Argentina, Sri Lanka. Il progetto prende il nome da una delle aree più multietniche della città.
La musica è per me una via di vita da percorrere, una metafora, una scienza, un mezzo, un’arte meravigliosa. Riempie quasi totalmente la mia vita.

Nel settembre 2006 è nata l’idea di costituire questa orchestra. Da una sequenza di eventi violenti interetnici in città rinasce la necessità di tornare a lavorare sul territorio urbano, rivolgendosi agli immigrati offrendogli un’opportunità professionale e creativa. Ho lanciato l’idea, è stata raccolta prima da una cantante genovese che ha iniziato a sostenermi nel progetto, poi dal Comune di Genova. Con un’audizione si è formato il primo nucleo. All’inizio i musicisti hanno reagito ai miei stimoli con diffidenza e incomprensione. Con il tempo, la pratica, l’esperienza che si viveva e i risultati hanno portato una maggior fiducia e unione. Oggi c’è un gruppo affiatato, quasi come una famiglia, con tutte le contraddizioni del caso. Nel tempo si è sviluppata una dinamica più solidale, anche se non completamente. È stato un elemento centrale del percorso quello dell’altruismo.
Gli obiettivi erano quelli di offrire un’opportunità creativa e professionale, conoscenza e valorizzazione delle individualità all’interno di un gruppo, conoscenza di nuove musiche e di nuove tecniche compositive, conoscenza della creazione di un concerto e messa in scena, opportunità di ritorno economico con l’intento di portare in Italia e in Europa un messaggio di convivenza interrazziale pacifica.
Elencare i riferimenti musicali della Banda produrrebbe un elenco troppo vasto considerando le diversità geografiche e generazionali. Per quanto riguarda l’indirizzo musicale che cerco di sviluppare sono particolarmente interessato a esperienze come gli Einsturzende Neubauten di Berlino, in chiave world music.
Ogni musicista tradizionale è estremamente legato a ciò che si porta dietro nel suo viaggio migratorio dal suo paese a un altro. Per me credo sia importante, per costoro, lentamente separarsi e avvicinarsi ad altre musiche e culture, soprattutto quelle dei luoghi in cui si è scelto di vivere. È l’incontro che genera il nuovo, nella musica e nella vita. Restare legati a ciò che siamo è controproducente per la conoscenza. Osservare e cercare di comprendere nuovi e/o differenti linguaggi può essere molto utile per il processo di integrazione. Non sono interessato alla riproposizione di musiche tradizionali suonate da musicisti non appartenenti a quella cultura. Quindi propongo l’incontro da cui si genera una nuova tradizione, contemporanea, extraetnica.
Abbiamo realizzato fino ad oggi due produzioni. Babel Sound raccoglieva le musiche create nel primo anno di attività. Ha vinto un premio da Amnesty International e questo per me è una grande soddisfazione. È un cd dove si sentono ancora molto le diverse tradizioni dei partecipanti, miscelate. Il secondo, Nu Town, è stato realizzato più velocemente, con collaborazioni come con la Squadra di Canto tradizionale genovese di Trallallero con il quale abbiamo riarrangiato Dolcenera di De Andrè. Nu Town è più contemporaneo, nel senso non proprio del genere musicale, ma nel senso che ha ritmi più urbani, testi prevalentemente in italiano, quindi meno multiculturale.
Al pubblico vorremmo arrivasse la forza della convivenza fra razze diverse, l’energia delle tradizioni, soprattutto la sperimentazione, cercando di uscire dai luoghi comuni e dalla retorica della multiculturalità. I concerti della banda sono altamente energetici. Il pubblico è invaso da una pioggia di ritmi, suoni, danze, voci. Il pubblico credo recepisca fondamentalmente quanto detto prima, ossia la forza dell’incontro tra culture diverse che si uniscono. La diversità è una grande risorsa, un’opportunità di conoscenza, spesso imprevedibile. Ma soprattutto è un processo naturale, inevitabile. Anche nella musica è così, cercando di non fare a tutti i costi la cosa diversa, poiché, in quel caso, si diventa prevedibili e inefficaci.
Per quanto mi riguarda, dal 1995 collaboro con la confraternita Sufi Gnawa del Marocco e con loro le esperienze sono state sempre molto intense. Poi con i miei maestri, Tran Quang Hai, Vietnamita, Stella Chiweshe, dallo Zimbabwe, Yungchen Lhamo dal Tibet, Joji Hirota, Giappone. Recente una grande esperienza con Antonella Ruggiero, straordinaria cantante e Celia Mara, brasiliana. Per i ragazzi della Banda credo che alcuni concerti abbiano lasciato il segno, come quello a Sarajevo, e i concerti con Antonella Ruggiero e Celia Mara, in palchi molto importanti come in Piazza San Carlo a Torino o in Croazia davanti a 50mila persone.
Il futuro: torniamo a Sarajevo a fine febbraio, abbiamo iniziato a imbastire un terzo cd, cercare di fare cose utili.

Altre voci, altri suoni, altre storie: i musicisti della Banda
Per me la banda è un progetto socio-musicale: questa duplicità è la vera forza del gruppo. Mettere assieme aspetti musicali, estetici, contingenti, e soggettivi, con valori e ricadute più sociali e umane, forse altrettanto soggettive, ma altrettanto o forse più importanti! Questo progetto funziona perché fa crescere le persone che nel corso di questi quattro anni vi hanno preso parte… Davide, il direttore, e le molte esperienze fatte assieme, dai centri socio-educativi di Montpellier, ai ricoveri per vittime di guerra in Bosnia, alle piazze di tutta Italia, mi hanno permesso di poter vivere momenti musicali, emozionali, personali legati a concetti di incontro, scontro ma anche riconoscimento e solidarietà tra le persone, a maggior ragione con persone sconosciute, diverse… Certo sono parole, solo parole, ma quando vengono realmente esperite, come nella banda, allora acquistano valore e alimentano un circolo virtuoso che porta a nuovi incontri, nuova crescita, nuova musica… Ricordandosi anche di tutti i momenti difficili che fan parte della vita e che han fatto parte della storia della banda; quindi senza mai dimenticare che la grande fortuna di poter partecipare a questo progetto socio-musicale diventa automaticamente un grande dovere: dare il meglio di sé, attraverso il lavoro socio-musicale della banda, proprio per rispetto a chi è meno fortunato, e sapendo che proprio da queste persone si riceve l’energia e l’esempio per poter dare ancora. Grazie.
(Olmo Manzano Anorve – Congas – Italia/Messico)
C’era una necessità urgente di dare un’immagine di convivenza pacifica e piacevole fra le tante “razze” residenti nella città di Genova. E Davide Ferrari, il direttore artistico, ha sentito questo appello e ha cercato di colmare questo vuoto che purtroppo hanno molte società mondiali. La Banda di Piazza Caricamento non è altro che una proiezione della società genovese o ormai quella mondiale, su un piccolo piano, che può essere una sala prove, un furgoncino, una camera d’albergo, un palcoscenico… Le persone che vi partecipano hanno scelto di convivere condividendo ritmi testi e melodie delle loro proprie provenienze.
(Abdel – Darbouka Bongos / Voce – Marocco)
Non troppi mesi dopo l’assemblaggio della Banda, il nostro direttore artistico, Davide Ferrari, ci inviò un messaggio chiamandoci “Banderos”. Non poteva esser più sottile e acuto nel trovar un soprannome che si riferisse all’appartenenza alla Banda in quanto gruppo socio-musicale senza tralasciare le singole personalità, ognuna delle quali tira la macchinosa carovana alla sua folkloristica maniera. Solo grazie all’unione sinergica di culture, idee, suoni, scontri e incontri di abitudini e attitudini diverse riusciamo ad arrivare a ingaggi che a volte neanche aspiriamo a meritare. Un sound illegale che vorrebbe arrivare dove l’orecchio non vuole sentire.
(Nadesh – Voce/Danza – India)
Che dire? Per me la Banda di Piazza Caricamento è capitata in modo fortuito e inaspettato, da un incontro avuto al Teatro della Tosse con Paola Benvenuto. L’entrare non è stato così semplice perché una volta fatta l’audizione con un funky freestyle non è stato facile farsi accettare dagli altri componenti che lavoravano assieme da più di due anni ed erano abituati a un altro danzatore. Il cammino è durato quasi tutto il mio primo anno per farmi conoscere come persona e a livello artistico, come danzatore, e non nego che ci son stati dei momenti nei quali sentivo una sorta di “forma di razzismo” al contrario. Per fortuna credendo in questo bellissimo progetto e grazie anche al maggiore spazio datomi da Davide nel corso di questi quasi due anni, direi che adesso sono perfettamente integrato. La Banda per me è come un “ricco minestrone” fatto di tanti colori, suoni, odori, sensazioni, sapori che però possono cambiare continuamente e l’aspetto interessante, nonché stupendo, è il continuo scambio che si ha all’interno – provenendo da culture, storie, razze, caratteri differenti, esperienze artistiche diverse – e all’esterno – pubblico, collaborazioni, incontri con persone con sfaccettature varie. Questa è per me la banda non dimenticando mai, anche il carattere socio-culturale che è la radice dell’intero progetto.
(Matteo Scuro – Danza – Italia)
Per saperne di più:
La Banda di Piazza Caricamento: www.myspace.com/labandadipiazzacaricamento