Spazio Calamaio
- Autore: Progetto Calamaio
Abbiamo pensato di inaugurare questa sezione dedicata al Progetto Calamaio intervistando il principale ideatore, Claudio Imprudente, presidente del Centro documentazione Handicap di Bologna
Caro Claudio, permettimi almeno all’inizio una domanda alla Marzullo, che cosa è per te il Progetto Calamaio?
Non è facile rispondere a domande banali, è più facile dare risposte banali a domande profonde. Comunque proviamo: vedi, Elisabetta, tu mi conosci perché abbiamo anche lavorato insieme in questi anni e sai come sono fatto. Se non fossi nato con qualche “piccola problematica”, se non fossi handicappato grave (come dicono quelli che non mi conoscono bene – ma già di per sé grave non vuol dire nulla!), se non fossi diversabile, chissà, magari avrei fatto l’uomo d’affari, mi sarei buttato nel commercio, sarei stato uno dei tanti della new economy. Ma, al di là di tutto c’è un fatto: mi piace proprio prendere su il telefono e organizzare delle cose, incontrare delle persone, mettere in piedi dei progetti. Se poi tutto questo si coniuga alla visibilità, ai media, dentro di me c’è qualcosa che fa: Bingo! Chissà, magari avrei lavorato nella pubblicità. Forse ti stupirai se ti dico questo perché nel Calamaio si fa educazione, animazione, e il Cdh è tutto rivolto in un senso ampio al “fare cultura”. Ti chiederai come si coniugano queste due cose.
Andiamo alle origini: per me il Calamaio è nato dalla voglia di mettermi in gioco e di sentirmi protagonista. In realtà è nato un po’ per caso, perché una scuola di Finale Emilia mi aveva invitato a parlare ad un centinaio di ragazzi. Insomma l’incontro è piaciuto a tutti e tantissimo a me, e ho voluto rifare altre volte l’esperienza, finché non ho intravisto la possibilità di un qualcosa di più continuativo e di qualità. Non mi vergogno a dirlo ma mi piace essere al centro degli avvenimenti quando questi accadono e ho sempre pensato in grande, anche contro la prospettiva di qualcuno che mi stava vicino. Il Calamaio è nato come una sfida, apparentemente impossibile: tornare nella scuola che ad un certo punto, come tu sai, mi aveva cacciato (non ho infatti finito le superiori) e tornarci finalmente in un ruolo forte come quello dell’animatore-educatore. Mi sono preso questa rivincita, ma ci tengo a dirlo non contro gli studenti o i professori. In fin dei conti se ho incontrato delle difficoltà di integrazione dipende dalla mancanza di cultura, di una nuova cultura, e non tanto, o comunque solo in parte, dalla bontà o dalla tristezza di una singola persona. Non ce l’ho con le persone ma ce l’ho con la struttura, qualsiasi struttura che dovrebbe accogliere il cosiddetto diverso e che invece non è abbastanza flessibile per farlo.
Sfida, visibilità, nuova cultura: sono temi che ti ho sentito ripetere abbastanza spesso, anzi è proprio un tormentone!
Sì, è vero. Chi lavora con me spesso non ne può più di sentirmi ripetere queste cose. Ma io sono testardo: è un mio pregio e difetto insieme. Non sono contento finché non riesco a raggiungere quello che voglio ottenere e in effetti stresso un pochettino i miei collaboratori. Ma del resto se non li stressi un po’ non si riesce a mantenere efficiente la macchina organizzativa. A pensarci bene non è che sono contento solo quando ottengo le cose, perché tutto sommato mi sento sereno sempre: ma quando mi distendo a letto la sera il mio sorriso è più largo se durante il giorno ho dato, mi sono stancato su qualcosa.
Ti stanca molto il Calamaio?
Come ti dico mi stresso di più se sto in casa a non fare niente, e molte volte succede per mancanza di risorse, di operatori, di volontari. Dipendesse da me sarei più attivo. Ma non mi lamento: ho fatto molte cose in questi anni e cambiato varie macchine per i tanti chilometri di viaggio. Il Calamaio è proprio bello e per molti motivi: innanzitutto incontri i ragazzi e gli insegnanti e ti assicuro che ci sono molte persone in gamba. Ogni incontro, ogni gruppo è diverso e per quanto non ci schiodiamo molto dai percorsi abituali, non ci si annoia mai, o quasi mai. E’ un lavoro vario, il nostro territorio di azione è per adesso l’Italia ma abbiamo avuto anche la possibilità di farci conoscere all’estero. Il Calamaio è proprio una grande opportunità di lavoro per un diversabile che sia interessato al mondo dell’educazione e che voglia darsi da fare per cambiare le cose. Sì, penso che sia un lavoro molto bello anche perché ci credo e ho fiducia che un mondo più a misura d’uomo (non solo di diversabile) sia possibile costruirlo.
Il Calamaio come modello, come modalità di lavoro per quelli che tu chiami diversabili è realmente possibile? Non credi che sia irripetibile quello che tu assieme al gruppo fate?
Sì e no, allo stesso tempo. Sì, perché ogni incontro è diverso ma è anche unico, il nostro modo di lavorare è molto imperniato su chi siamo, i nostri interessi, i nostri caratteri, per cui non ci può essere un altro gruppo Calamaio uguale al nostro. No, perché abbiamo esportato questo modello, a Parma ad esempio, dove abbiamo formato un gruppo che attualmente opera in un modo simile al nostro e che utilizza solo in parte le nostre idee.
Per noi questo è molto importante: sapere che ci sono altre persone che condividono la nostra strada e che inventano percorsi, sperimentano incontri diversi dai nostri ma con le stesse finalità. Ci rincuora e ci stimola a continuare: essere contagiosi è un buon segno perché vediamo negli altri il nostro stesso entusiasmo. Ultimamente poi abbiamo avuto in particolare una soddisfazione. Devi sapere che molti anni fa abbiamo fatto a Roma un corso di formazione dedicato a spiegare le tecniche del Calamaio ad un gruppo costituito anche da diversabili già particolarmente attivi e propositivi. In pratica questo gruppo ha fondato il Progetto Girotondo che ha girato l’Italia, soprattutto nel sud, riscuotendo consensi e successi. Proprio pochi giorni fa abbiamo fatto un incontro a Bologna con questo gruppo e ci siamo confrontati sul nostro modo di lavorare. Vedi, noi lavoriamo per la nuova cultura dell’handicap: sapere che con un piccolo nostro input questo gruppo ha lavorato per molto tempo, senza che noi ne sapessimo molto, ci ha dato come una sensazione di sollievo, sì di sollievo. Pensa se tutti gli incontri che hanno fatto li avessimo dovuti fare noi! Ogni tanto ci viene l’angoscia perché la mole di lavoro qualche volta supera le nostre energie. Il nostro motto infatti è – “se tutto va bene siamo rovinati!” – cioè se tutte le scuole che ci chiamano e alle quali mandiamo il progetto ci richiamassero, vivremmo perennemente fuori casa! Per fortuna che costiamo, così ci pensano due volte prima di chiamarci!
Vedi che la visibilità ti si ritorce contro!
Sì, per certi versi è vero, ma ne vale la pena. Io dico sempre questa cosa: puoi fare una cosa bellissima, un bellissimo convegno, una bellissima festa, ma se non riesci farlo sapere in giro è come se questa cosa non fosse mai esistita (oltre al fatto che vengono meno persone). Io invece ci tengo a far sapere in giro quello che facciamo e so per esperienza che è bene contattare i mass-media, muoversi bene con gli assessori, eccetera. Lo so, a molti questi discorsi non piacciono: eppure credo che la sfida del terzo settore sia quello di essere più organizzato, più manageriale. Il Cdh e il Calamaio non competono con gli altri, sennò saremmo degli enti profit: il nostro scopo è aumentare il livello di integrazione di tutte le persone svantaggiate e di farlo in un ambito culturale. Erroneamente si crede che questi obiettivi si devono raggiungere solo con molta buona volontà, e si storce il naso di fronte a tecniche ritenute tipiche del mondo profit. Io credo invece che una maggiore organizzazione, che maggiori risorse non possano che fare bene al nostro lavoro. Ogni giorno, quasi, salta fuori un’idea bella, ma non abbiamo le risorse anche economiche per affrontarla. Una maggiore visibilità, il sapersi muovere nell’ambito tecnico (ad esempio nella presentazione di un progetto alla comunità europea) è una sfida che il Cdh deve affrontare in questo periodo, altrimenti rimarremo sempre una realtà di qualità ma poco incisiva. Il Calamaio è nato per incidere, per incontrare, per cambiare. Immagina in un disegno delle frecce e una carrozzina: purtroppo per molti aspetti nella nostra cultura la carrozzina sta al centro come bersaglio di molte frecce, e raramente questa carrozzina diventa invece veicolo di energia, raramente si inverte il senso selle frecce verso l’esterno.
Mi ricordo che la prima volta che ci siamo incontrati mi hai spiegato che tutto nasceva dalla voglia di essere soggetti di cultura e non solo oggetto di assistenza, di cure, di aiuto o peggio di carità. Secondo te in questi anni la situazione è migliorata?
Enormemente, ma non quanto vorremmo. Come dicevo, le cose belle sono anche contagiose e sono perfettamente convinto che si tratta di lavorare ed aspettare che le cose maturino. Andando in questi anni nelle scuole ho visto tutto e il contrario di tutto: insegnanti bravissimi, creativi, “umani”, e insegnanti sbadiglianti o addormentati del tutto; insegnanti con una gran voglia di fare e insegnanti inchiodati da una gran paura di sbagliare; bambini integrati, bambini disintegrati, classi allegre nonostante gli handicap, classi che vivono in stato di ibernazione creativa. La sensazione che ne traggo è comunque di movimento: qualcosa si muove, qualcosa inizia a maturare una esperienza ormai ventennale, qualcos’altro inaridisce e qualcos’altro si trasforma. Tutto ciò è difficile da fotografare, perché è cultura: al limite abbiamo dei segni, ci sono degli avvenimenti, ci sono esperienze che si consolidano che danno per un attimo una espressione al tutto. Ma bisogna stare attenti a non generalizzare: molte volte proprio di ritorno magari da una situazione positiva mi sono trovato a confrontarmi con una persona che mi testimoniava tutto il suo dolore perché le cose non vanno come dovrebbero andare. Sicuramente il trend è positivo: io paragono molto spesso il cammino verso la nuova cultura dell’handicap a quello del femminismo. In fin dei conti solo pochi decenni fa le donne non potevano votare, e pochissimi anni fa non era loro riconosciuta una pari dignità rispetto al modello maschile. Adesso la situazione è sostanzialmente diversa, certo con sacche di arretratezza, ma c’è in corso una trasformazione delle coscienze in senso positivo. E così avviene anche per l’immagine delle persone con deficit, sempre meno malate, diverse, sempre meno aliene, e sempre più, ad esempio, sportive, lavoratrici o, che ne so…sposate.
Il tema della diversità è uno dei temi forti del Calamaio. Non pensi che ci sia una specie di contraddizione nell’essere i cosiddetti diversi che parlano della diversità? Non rischiate cioè, sottolineando la vostra diversità in quanto animatori-educatori con deficit, di farvi autogol?
Capisco quello che vuoi dire e in parte sono d’accordo. Noi infatti siamo in primo luogo animatori-educatori che sfruttano il loro deficit per poter arrivare al cuore di alcuni temi quali la diversità, l’handicap, l’accettazione di se stessi, eccetera. E’ una differenza molto importante, questa, rispetto a chi fa il disabile, fa la parte del disabile, veste quella maschera e se ne serve. Ce ne siamo resi conto con l’andare del tempo e abbiamo raccolto alcuni segnali che ci hanno fatto pensare. Innanzitutto ad un certo punto ci siamo chiesti se limitarsi ad affrontare il tema handicap fosse giusto, avevamo cioè voglia di spaziare, di portare fino in fondo le conseguenze dei nostri ragionamenti che ci portano a dire che avere un deficit non significa avere un handicap e che spesso anche le persone senza deficit hanno degli handicap, degli svantaggi o ostacoli mentali, causati o meno da un deficit. Siamo perfettamente convinti che il nostro andare nelle scuole serva a tutti e non solo ai cosiddetti disabili, perché aiutiamo i bambini e le insegnanti a prendere consapevolezza che tutti dobbiamo fare i conti con le nostre paure, i nostri pregiudizi, di cui spesso l’handicappato è solo una specie di cartina tornasole. Ecco che allora la nostra attenzione si è rivolta a percorsi all’educazione alla multiculturalità, per affrontare il tema della diversità come valore dal punto di vista privilegiato di un incontro diretto con una persona con deficit. Ultimamente stiamo incontrando il tema dei diritti dell’uomo, partendo da una considerazione che ha fatto un nostro collega, Fabio Garavini, rispetto al fatto che a ben vedere nel mondo i cosiddetti handicappati non sono una minoranza ma una maggioranza, perché moltissime persone sono svantaggiate a causa di deficit, determinati a loro volta da violazione dei diritti umani. Pensa solo ad alcuni paesi, come la Cambogia, disseminati di mine, nei quali in ogni famiglia c’è un menomato…
Mentre parli mi veniva in mente che nella stanza del Calamaio c’è una cartina geografica dell’Italia con sopra un cartello: Oggi l’Italia, domani il mondo!
Esatto, ricordo che era una battuta e nulla più e invece…il domani è già arrivato, perché anche il altri paesi, ad esempio il Brasile (Roberto è stato invitato a tenere delle conferenze nelle università di Porto Alegre e di Santa Maria, nello stato del Rio Grande do Sul), abbiamo trovato persone molto interessate al nostro progetto, proprio nel momento in cui anche la nostra testa si apriva ad una dimensione più globale del nostro fare educazione. Noi siamo ancorati al nostro territorio, da un lato (ad esempio adesso abbiamo anche impiantato una ludoteca per il quartiere Borgo-Panigale dove c’è la sede del Cdh); dall’altro pensiamo in grande e sentiamo la necessità di globalizzare l’integrazione, le pari opportunità, eccetera. Comunque, tornando alla tua precedente domanda, credo che non facciamo autogol nella misura in cui nell’espressione animatore-diversabile, sottolineiamo la prima parola, che è fatta di professionalità, di esperienza, di anni di lavoro. Non bisogna dimenticare che noi siamo l’espressione di un clima culturale e di un gruppo di persone.
Scommetto che vuoi tornare al discorso della fiducia…
Come hai fatto a capirlo? Sì, credo che la parolina magica sia proprio fiducia. Su questa parola ho incentrato la lettera aperta pubblicata da La Stampa il passato dicembre ’99 al Presidente della Repubblica Ciampi. Credo che senza la fiducia nessuno può aprirsi al mondo e dare al mondo qualcosa di importante. Io come Claudio mi sento molto di ringraziare la mia famiglia, i miei amici e i miei compagni di viaggio che hanno creduto in me. Sono ormai venti anni che è nato il Cdh e se questo centro è cresciuto, partorendo il Calamaio, la rivista Accaparlante eccetera, lo si deve alla collaborazione continua con altre persone ed enti che ci hanno dato la loro fiducia. Certo siamo stati bravi anche noi a meritarcela questa fiducia: è come una specie di osmosi, purché non si stia nella riserva. Ti cito una persona per tutte che ci ha aiutato in modo particolare ed è Andrea Canevaro. Noi lo citiamo sempre come il santo protettore del Calamaio, come – ma questo non glielo dire – il Sig. French del telefilm “Tre nipoti e un maggiordomo”, per via della somiglianza: noi siamo i tre nipoti… A parte gli scherzi, nel corso degli anni siamo migliorati in qualità e aumentati in numero, attualmente siamo dodici persone nel gruppo.
Toglimi un’ultima curiosità. Perché Calamaio?
Perché ci piaceva l’idea di essere rappresentati da quello che in passato è stato uno strumento per scrivere, per raccontare storie, uno strumento dei nostri padri. Era come stare nella tradizione innovandola. Eppoi il calamaio contiene un liquido prezioso, l’inchiostro, con cui, se non lo si sa usare bene, ci si può sporcare, ma se lo si sa utilizzare si possono incantare i bambini con le fiabe. Tempo fa ho trovato per caso una filastrocca di Rodari intitolata, guarda un po’, Il calamaio, ed è diventata parte integrante della mia personale grammatica della fantasia.
Il calamaio (di Gianni Rodari)
Che belle parole
Se si potesse scrivere
Con un raggio di sole.
Che parole d’argento
se si potesse scrivere
con un filo di vento.
Ma in fondo al calamaio
c’è un tesoro nascosto
e chi lo pesca
scriverà parole d’oro
col più nero inchiostro.
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