Si sono da poco concluse le Olimpiadi e, da ancor meno, le Paralimpiadi. Le prime nascono dai Giochi Olimpici antichi, concepiti dai Greci come la massima forma di esibizione e di esaltazione del corpo, forte e perfetto, dell’atleta. Nelle gare, ogni partecipante cerca di superare gli altri ma anche se stesso, i propri limiti umani, cerca di correre sempre più veloce, polverizzando i record precedenti, che ormai si misurano nell’ordine dei centesimi di secondo, una porzione di tempo così infinitesimale che ci è difficile addirittura concepirla. Gli atleti dedicano infinite, costanti attenzioni a quei loro corpi perfetti, ne sono così ossessionati, a volte, da arrivare a gesti insani e sconsiderati come il doping, pur di spremere ogni possibilità di superare i propri limiti e primeggiare nella disciplina praticata. Il limite, non a caso, è un concetto assai ricorrente nello sport. La vittoria è un superamento di esso, prima che dell’avversario. I Greci raffiguravano i vincitori delle gare come delle divinità. Quest’estate ho seguito, come tutti, qualche gara, ammirato dalla potenza, dall’equilibrio e dal controllo di sé dei protagonisti. Poi, ci sono state le Paralimpiadi. Corpi imperfetti, mutilati, con limiti sensoriali, più o meno evidenti. Eppure, era visibile la stessa forza, la stessa determinazione e competizione. Lì, fra gli atleti paralimpici, i limiti si vedevano, eccome. Per questo, il paragone con le Olimpiadi è inevitabile e scontato. I limiti, in quanto umani, li hanno anche gli atleti normodotati. In alcuni casi, anche più evidenti: crampi, stiramenti, cadute, qualcuno che rimaneva indietro, durante le gare olimpiche, c’era sempre, manifestando i limiti della propria fisicità agli occhi del mondo. Nei Giochi Paralimpici, la prima cosa che mi è saltata agli occhi è stata che, nelle gare, sono ben in mostra anche i limiti del vincitore, non solo quelli dei vinti. Gli atleti sono più trasparenti, vincitori e vinti, ognuno deve superare almeno due limiti: il proprio, dovuto a qualche deficit, e quello, relativo, che lo sport e la competizione pongono davanti. 

Ho istintivamente pensato a vari casi di atleti disabili che hanno, nel tempo, attirato la mia attenzione. Qualche anno fa ci fu il caso di Pistorius, oggi una vera e propria celebrità. Da bambino gli furono amputate entrambe le gambe, per una coraggiosa intuizione della mamma – ah, le mamme! – che capì che sarebbe stato meglio per lui non avere le gambe piuttosto che averle, ma solo come inutili appendici senza forza. Fu una scelta molto coraggiosa di una mamma che seppe mettere da parte le apparenze e la paura del deficit. Da allora, quel bambino lottò per superare quell’handicap, affinché diventasse addirittura un punto di forza, fino al punto che, all’inizio della carriera agonistica ad alti livelli, anni fa, gli venne impedito di partecipare alle Olimpiadi perché si diceva che le sue protesi di carbonio potessero avvantaggiarlo rispetto ai normodotati. Trovai già allora abbastanza paradossale il pensiero che un deficit così significativo potesse addirittura portare giovamento all’atleta. Se un atleta con un qualsiasi handicap compete con un atleta normodotato, nessuno dei due trarrà soddisfazione dall’avere affrontato la gara e, allo stesso tempo, i propri limiti. Anche l’atleta normodotato, sia che vinca, sia che venga sconfitto, non potrà che nutrire un sentimento ambivalente nei confronti della competizione con un avversario con deficit. È lo stesso motivo per cui io, fin da giovane, non sono mai stato particolarmente favorevole all’idea della classe mista, per lo meno nei primi anni di scuola, dal momento che, avendo frequentato scuole primarie speciali, io mi sono sempre sentito valorizzato nei miei talenti dal fatto di confrontarmi ad armi pari con i miei compagni, senza dovere, fin da subito, affrontare sia la sana competizione scolastica, sia la frustrazione dell’idea di partire, comunque, materialmente svantaggiato rispetto ai miei colleghi. D’altra parte, quando, in una competizione si vuole penalizzare un atleta o anche un’intera squadra per un’infrazione o una scorrettezza, si dice che essi partono con una penalità o con un handicap. 

Un altro caso di atleti con deficit che questa estate è stato largamente diffuso, soprattutto sul web, è quello del bambino undicenne brasiliano senza piedi che è diventato un asso del calcio. Non credo sia un caso che il piccolo Gabriel abbia scelto di praticare proprio uno sport come il calcio, che è la massima espressione dell’abilità di giocare a pallone con i piedi. Ritengo che questa scelta manifesti il suo grande desiderio di superare il suo limite proprio nel campo in cui tale limite sarebbe stato particolarmente evidente, quasi a volere dimostrare che, facendo quello, avrebbe sicuramente potuto fare tutto. Per questo bambino, come emerge dalle interviste, ciò che conta non è la mancanza dei piedi, ma è il fatto di avere potuto giocare con la squadra del Barcelona. Il piccolo sembra quasi non percepire la straordinarietà dell’impresa che compie ogni giorno sul campo da calcio in relazione al proprio deficit. Chiaramente, per lui la cosa eclatante è il fatto di essere riuscito a giocare con la sua squadra del cuore, è questo è il limite che lui ha sempre mirato a superare, guardando oltre alla sua diversità di partenza. Un simile esempio dimostra che lo sport per le persone disabili può essere un obiettivo che dà senso almeno a una parte della loro vita, un modo per dire al mondo “posso fare tutto, persino questo!”. La competizione sportiva arriva a modificare la percezione di sé, in questo caso in senso totalmente positivo. Nello sport, normodotati e non si trovano davanti, fin da piccoli, fin dai primi passi in questo mondo, tanti ostacoli da superare, tanti limiti fisici e psicologici che, spesso, costituiscono vere e proprie barriere. Tutti, in una squadra, hanno dei limiti da superare, delle caratteristiche proprie, dei talenti unici e, per contro, cose che proprio non riescono a fare altrettanto bene rispetto a qualche compagno. Le “diverse abilità” accompagnano tutti gli sportivi, senza distinzione. Con esse, devono misurarsi fin da subito, più che in qualsiasi altro contesto. Per questo lo sport può essere davvero un terreno di crescita, di scambio e di confronto sano ed educativo per i ragazzi, abbiano essi deficit più o meno “trasparenti”.

Matteo Cavagnini, giocatore di basket in carrozzina, ha espresso benissimo, a mio avviso, questo pensiero sul superamento del limite tramite lo sport. A 14 anni, come tutti i ragazzini, si sentiva invincibile, invulnerabile. Un incidente in scooter gli “porta via” una gamba, per un adolescente si tratta di un trauma terribile da superare, ci mette due anni a risollevarsi. Poi scopre il basket in carrozzina. Lui potrebbe camminare con le stampelle o una protesi, avendo comunque una gamba sana. Ma, per poter giocare a basket, si siede sulla carrozzina, simbolo forse più emblematico e temuto della disabilità. Aggiungere un simbolo così forte alla propria disabilità avrebbe potuto scoraggiare chiunque, ma, per Cavagnini, si trattava di superare un limite grazie all’emblema del limite. Sedersi sulla carrozzina gli permette di riscoprire lo sport. “È proprio in quel momento, sedendomi sulla carrozzina per giocare, che ho accettato pienamente la mia disabilità”. Queste parole mi sono sembrate estremamente significative. La carrozzina, simbolo del deficit, diventa per qualcuno strumento di libertà e di riscatto. Credo che questa testimonianza valga più di qualsiasi spot per il superamento dell’handicap. Ciascuno di noi, sia che abbia deficit visibili, “trasparenti”, sia che abbia quelli meno trasparenti, legati alla natura umana, che sono propri di tutti, è chiamato ogni giorno a impegnarsi per trasformare a proprio vantaggio un limite in un punto di forza. Se saremo in grado di accettare quella carrozzina tanto temuta e, una volta sedutici sopra, di trasformarla nel nostro trampolino di lancio, allora avremo dato piena realizzazione alla nostra natura umana e la nostra sarà, sì, una vita felice.