Nell’anno dell’Expo e dell’Enciclica del Papa Laudato Si’, viene spontaneo riflettere sui temi legati al cibo, all’alimentazione, al Pianeta. È di pochi giorni la notizia che gli scienziati avrebbero trovato un pianeta analogo alla Terra: noi facciamo molta fatica a conservare il nostro, chissà se, ora, potremo andare a inquinarne e a sfruttarne un altro. Questi temi, comunque, sono più grandi di noi. Nel mio piccolo, il discorso sull’alimentazione è sempre stato molto complesso. Per una persona disabile, nemmeno un gesto base come nutrirsi è scontato. Io, ad esempio, non posso farlo da solo: ho bisogno di qualcuno che mi aiuti, ma posso scegliere cosa mangiare anche se so che non devo esagerare con la quantità. Quando c’era mia mamma, avevo instaurato alcune abitudini e alcune routine alimentari: essendo lei diventata anziana, era rassicurata da esse. Inoltre, qualora fossi stato male di notte a causa della cena, per lei, negli ultimi anni, sarebbe stato un problema e una fatica. Un piccolo vizio che ci concedevamo era la pizza del sabato sera: ordinata sempre nella stessa pizzeria, ce la dividevamo perché, per entrambi, una intera era troppa. Adesso che mia mamma non c’è più, e che due operatori si alternano nella mia assistenza, il rito della pizza è rimasto, se non fosse che, da pizza del sabato, è diventata pizza del mercoledì. Perché? Perché i miei collaboratori sono filippini. Vi chiederete cosa c’entra. Ebbene, ho scoperto che, nel mondo… Tenetevi forte… Esistono persone a cui la pizza non piace. Incredibile, vero? Però, all’operatore che è con me il sabato sera, la pizza non piace e non la digerisce. Così, la divido con quello del mercoledì. E ho scoperto che, in generale, i filippini preferiscono il riso alla pizza. All’inizio mi sembrava una cosa assurda. Poi, con loro, abbiamo condiviso gusti e abitudini alimentari. Ora il riso abbonda sulla mia bocca, per contro, loro hanno imparato a variare maggiormente il loro menù. Nel tempo, ho avuto collaboratori e amici di tante nazionalità: Albania, Polonia, Costa d’Avorio, Camerun, Romania, Filippine, non le ricordo quasi nemmeno tutte. Con ognuno, la condivisione del pasto è stato un momento di grande conoscenza personale. Per due ragioni: sia per lo scambio di culture e tradizioni diverse, sia perché io, come dicevo, non riesco a nutrirmi da solo: questo gesto, così necessario, è sempre stato quello che ha segnato un passaggio nel livello di confidenza con i miei commensali. Ogni tanto scherzo sul fatto che ho due amici storici, dai tempi del liceo, di cui uno è bravissimo a darmi da mangiare, uno a darmi da bere… Soprattutto il vino! Per me è importante anche come uno mi porge il cibo. Alcune volte, infatti, ho rischiato seriamente di soffocare perché mi era stato porto male un boccone. Dunque, mangiare con me è, insieme, un momento di convivialità e confidenza, ma, anche, un momento che richiede attenzione all’altro e insegna una vera condivisione del pane. Dai miei collaboratori stranieri ho imparato quanto il cibo possa farti sentire un po’ più vicino a casa, quando sei a migliaia di chilometri da essa. Cucinare e condividere il cibo della tradizione è un modo per sentirsi legati alla propria terra e alle proprie origini. Io mi sono abituato a odori e sapori che non conoscevo, che, per essi, sono un po’ come la madeleine di proustiana memoria. Come, per noi bolognesi, i tortellini vogliono dire Natale, così, per tanti migranti, ci sono piatti e profumi che vogliono dire casa. Quando si è lontani dalla famiglia, in un Paese straniero, ogni flebile legame con la propria terra e le proprie tradizioni rappresenta un’àncora alla normalità di quella che è stata la propria vita fino a quel momento. Il cibo, che, per noi occidentali, è sopratutto cultura e socializzazione, e la sua presenza è data per scontata, per molti, in altre parti del mondo, è ancora un problema. Nel 2015 si muore ancora di fame. Sembra incredibile, ma, nel mio piccolo, se posso dare per scontata la presenza di cibo sulla mia tavola, non posso dare per scontato di poterlo mangiare. Trovandomi da solo, non potrei. Ancora di più, dunque, per me cibo significa condivisione e socialità, perché io non posso mai mangiare da solo. D’altra parte, la tavola è anche il luogo di grandi trattative, il momento in cui le parti sono meglio disposte al confronto. Anche per me è sempre stato un momento significativo, perché, se è vero che, come si dice, a tavola non si invecchia, capisco perché io mi mantengo sempre giovane: chi siede con me al desco sa quando inizia, ma non quando finisce, dal momento che, dovendomi imboccare, con i miei tempi, i pasti sono sempre molto lunghi. Anche in questo caso posso fare un elogio alla lentezza, che permette di parlare, conoscersi e, ai miei amici e operatori, di mantenersi giovani con me.