Stranamente, quando il giovane principe era un bambino piccolo, con una natura solare, e una normale dose di curiosità infantile e birichineria, sembrava che l’assenza della sua ombra divertisse e incantasse, più che preoccupare, chi la notava. Ma quando, crescendo, mostrò i primi segni di chi si sta lasciando l’infanzia alle spalle, la sua famiglia e i cortigiani cominciarono a mormorare, quando pensavano di non essere sentiti, e a consultare saggi, a sua insaputa, sul significato di quella particolarità.

(A.S. Byatt, Il libro dei bambini, Torino, Einaudi, 2009)

Le parole che avete appena letto non appartengono al Peter Pan di  J.M. Barrie, benché di certo ne traggano ispirazione. Queste parole sono nate dal furore creativo di una madre imperfetta, una certa Olive Wellwood, scrittrice di libri per ragazzi nell’Inghilterra fabiana di inizio Novecento, intenta a cimentarsi nella stesura di un racconto dedicato al figlio Tom, il prediletto tra i suoi sette, che al momento della narrazione sappiamo lontano da casa, in fuga per i prati e i boschi del Kent.

Come questo sia potuto accadere non è solo affare di Olive e di Tom ma di tutti gli innumerevoli protagonisti che si intrecciano nello splendido libro che Antonia Susan Byatt dedica all’evoluzione culturale e politica del suo paese, il Regno Unito del Periodo Edoardiano, e a tutti i suoi lettori che sono stati bambini e che non lo hanno dimenticato.

Nota per i celebri Possessione e Angeli e insetti e le relative trasposizioni cinematografiche con Gwyneth Paltrow (2002) e ancora prima Kristin Scott Thomas (1996), la Bayatt ha raggiunto il successo senza dubbio grazie ai suoi personaggi, cui rivolge di volta in volta ritratti ambigui, intimi e carnali, complice uno stile erudito e raffinato che non è sfuggito alle cattedre di Cambridge.“Mi piace scrivere di persone che pensano, persone per le quali il pensiero è importante, eccitante e doloroso tanto quanto il sesso o il cibo”, ha dichiarato a più riprese la pluripremiata autrice, insignita anche, nel 1998, dell’onoreficenza di Dame Commander dell’Ordine dell’Impero Britannico.

Da tutto questo risulta facile intuire che Il libro dei bambini, a dispetto del titolo, non è affatto un libro per bambini. Quello che la Bayatt ci regala è piuttosto un viaggio nelle profondità dei sogni infantili, nelle pulsioni, nelle paure, nei non detti e nelle evoluzioni della volontà sottese al gioco fantastico, dove la fiaba e il teatro rivestono un ruolo fondamentale, principali divertissement dell’acculturata middle-class inglese che dalla fine dell’Ottocento alla Grande Guerra accompagna la crescita dei piccoli protagonisti.

Uno scenario, se vogliamo, non troppo lontano da quello dell’odierna serie televisiva Downton Abbey,  un melodramma a rischio di soap ma lodatissimo dai teatranti contemporanei per la bravura dei suoi attori e gli avvincenti dialoghi, anche se qui a compiacersi e a lottare con il nuovo mondo non è l’aristocrazia illuminata con i suoi servitori ma un gruppo di borghesi, artisti, artigiani, direttori di musei e banchieri che si fanno strada nell’era del progresso, sedotti dalle idee di William Morris, George Bernard Show e Virginia Woolf, a loro volta influenzati da Marx, Freud, Kropotkin.

“I fabiani e gli scienziati sociali – scrive la Byatt – gli scrittori e gli insegnanti videro, in modo diverso dalle generazioni precedenti, che i bambini erano persone, con identità, desideri e intelligenze. Videro che non erano né bambole, né giocattoli, né adulti in miniatura. Videro, in molti casi, che i bambini avevano bisogno di libertà, avevano bisogno non solo di imparare, e di essere buoni, ma anche di giocare e di essere selvaggi”.  

Dorothy, Tom, Hedda, Phyllis, Geraint, Charles, Griselda, Florence, Julian, Pomona, Imogen, Philip e Elsie, per citare i principali, sono i giovani protagonisti delle storie intrecciate di tre famiglie allargate, i Wellwood, i Cain e i Fludd, di cui il romanzo segue le vicende a distanza ravvicinata per un arco di venticinque anni.

Il periodo più bello, non a caso denominato dall’autrice, “l’età dell’oro”, è quello che il gruppo trascorre nella tenuta di Todefright, la casa di Olive. È quello il periodo della Casa Albero, delle corse per i prati e le spiagge, delle rappresentazioni, dei rifugi fantastici dove i bambini inventano e rielaborano fiabe e avventure, cominciando a riconoscere i propri gusti e a discutere su quello che accade dentro e fuori il proprio rapporto con gli adulti. Lì, sulla Casa Albero, ci sono solo loro e l’universo della bellezza è sorprendente e nelle loro mani.

La magia, il buon cibo, la natura, i travestimenti, gli oggetti e il mistero che li incorniciano vengono descritti dalla Byatt con minuzia ossessiva e assoluto piacere. Così i cimeli d’arte, come il candelabro d’oro esposto al Kensigton Museum (il precursore del Victoria and Albert) che apre il romanzo, i crostini imburrati,  e gli abiti di scena con cui il gruppo trascorre gran parte del tempo.  Si finirà per desiderarli, vederli e toccarli, fino a immaginarli con la stessa irriducibile importanza che gli conferivi da piccolo.

Se in questo incantevole carillon verso la crescita alla fiaba è riservato un capitale, quello cioè della scoperta prima e della fuga dalla realtà dopo, il teatro invece diviene e resta il luogo dell’illusione magica, in cui palesare nel visivo le concessioni dell’inconscio. 

Carrol, Mac Donald, Barrie, Tolkien e i fratelli Grimm sono l’immaginario cui i ragazzi inizialmente attingono, complice il lavoro di Olive, self made woman, ispirata da ben tre scrittori reali dell’epoca, Edith Nesbit, Kenneth Grahame e Emmeline Pankhurst. 

Personaggio complesso, affascinante e irritante al tempo stesso, Olive raggiunge il successo e il salto sociale grazie al suo talento e alla sua capacità di osservare il mondo dei bambini, figli compresi, più affascinata tuttavia dai loro ruoli potenziali che dall’affetto che li lega.

Così allora la Bayatt descrive la preparazione alla celebrazione più compiuta del mondo dorato, la festa di mezza estate dei Weelwood dove la diversità non è l’eccezione ma il bello della vita stessa. 

Una celebrazione condita ogni anno da uno spettacolo dove, finché i bambini sono ancora tali, anche gli adulti partecipano con la stessa convinzione che tutto è a tutti concesso: 

“[…] Dopo la decorazione del giardino e il pranzo con pane e formaggio, cominciò la vestizione. […] Nell’aula c’era una grossa cassapanca dipinta, imitazione di una cassapanca da corredo del Rinascimento, con scene silvestri sui lati: radure in penombra, pallide dame, segugi e un cervo bianco. Era la cassapanca dei costumi, e conteneva un assortimento di camicioni di seta, camicie ornate di gale, scialli ricamati, nastri per veli e diademi principeschi. È un bel vantaggio – disse Violet a Philp – avere per zia una sarta capace di ricavare un vestito da ballo da una toga e viceversa o magici fiori di seta da vecchie calze. Credo che dovremmo vestire Hedda da fata, qui c’è un delizioso camicione rosa e viola. Hedda, con le braccia immerse tra le sete, rovistava. – Voglio essere una strega – disse. […] Può essere una strega, se lo desidera – disse tranquillamente Olive. – 

Vogliamo che siano a loro agio in modo che possano correre e divertirsi. Hai trovato vestiti da strega, tesoro? Qui c’è il mio vecchio scialle nero con una frangia carina e un drago infuocato”.

Passata l’età dell’oro i ragazzi si troveranno a scontrarsi con una realtà ben più dura, quella della seconda generazione. Dalla violenza dei college inglesi a quella domestica, dalla difficoltà per le donne di costruirsi un futuro professionale in un mondo gestito dagli uomini, dalla guerra che incombe e li trascina al fronte loro malgrado, al movimento delle suffragette e l’incontro con l’omosessualità, fino alla lotta di classe e alla scoperta che niente è come sembra e che anche i confini familiari possono non essere poi così netti. C’è chi reagirà con disprezzo, lasciando la casa e tentando un futuro proprio e fatto di duro lavoro, chi, come Tom, preferirà rifugiarsi in ciò che ha perduto senza più riuscire a salvarsi, chi verrà sedotto e chi subirà le ingiurie dello Stato. Bambini, ragazzi, marionette in un mondo fatto e finito che credevano esplosione di sogni.

Ma chi ci dice che le marionette siano per forza legate a un destino senza scampo? 

August Steyining, marionettista di Monaco, vecchio amante di Olive e, scopriremo, padre naturale della figlia Dorothy, ci propone una lettura diversa: 

“Le marionette sono creature dell’aria, come gli elfi e i silfi, che toccano appena il terreno. Danzano con geometrica perfezione in un mondo più intenso, meno goffo del nostro. Heinrich Von Kleist, in un saggio suggestivo e misterioso, ha l’audacia di affermare che tali figure recitano con maggiore perfezione degli attori umani. Rivelano le leggi del movimento; le loro membra si alzano e si abbassano in archi perfetti, secondo le leggi della fisica. A differenza degli attori umani, non hanno alcun bisogno di affascinare, di suscitare simpatia”.

Ancora una volta il teatro ritorna come spazio liberatorio dove essere semplicemente ciò che si è. Se gli adulti sono un’invenzione dei bambini e l’infanzia non è che un momento di pace illusoria, che cosa dunque dire o non dire ai bambini, così diversi gli uni dagli altri e dal mondo che è stato predisposto per loro? Che cosa resta della Casa Albero? Tutto quello che non viene detto, sembra concludere la Byatt, i bambini lo sanno già o se lo scopriranno sarà sempre e comunque sulla loro pelle.

Quello che però non potrà mai essere tolto loro è l’atto della creazione, in qualsiasi campo essi decideranno di investirla. 

E il teatro? Nemmeno quello potrà mai tutto ma forse non smetterà di tenerci a contatto con questa capacità, umana o sovrumana che sia.

Le cose si cambiano solo creando, lo dismostrano i fatti e la Storia, così come fa il piccolo Philip Warren scappato dall’East End e accolto alla casa dei Wellwood, uno dei pochi a trovare un senso nel reale grazie alle sue mani di disegnatore e ceramista provetto.  

A ricordarlo a noi, lettori e spettatori ordinari, ancora una volta le parole di Byatt, che nella sua vita perse anche un figlio, vittima di un incidente stradale, che qui ne Il libro dei bambini così descrive gli effetti di uno spettacolo della ballerina Lo¨ie Fuller sui suoi protagonisti e forse, chissà, anche su di lei, scrittrice rigorosa dall’immaginazione incontenibile: 

“I balletti di Lo¨ie Fuller si basavano su due cose: la stoffa, metri e metri che si arrotolavano e srotolavano gonfiandosi come onde, e la luce elettrica, dentro lanterne magiche chiuse con lastre sottili di vari colori. Il suo corpo faceva capolino fra spire trasparenti, traslucide, opache. Dispiegava i veli con l’aiuto di due bastoni di supporto. […] La seta in movimento diventava colate vulcaniche, le fiamme di una pira accesa, il forno di un olocausto […] Erano tutti in trance. Julian si chiese se fosse volgare, poi si smarrì tra le frange di seta; Tom era felice, di quella felicità che viene dall’essere rinchiusi nella scatola irreale del teatro […]. Quando tornarono sani e salvi a Todefright, Humphry si mise a scrivere un articolo sulle esposizioni e le arti di guerra e di pace. Olive scrisse una fiaba in cui, di notte, le seriche dame e i pavoni splendenti , i manichini, gli uomini e le fanciulle di marmo, le marionette e le farfalle, le libellule e i pesci lucenti della tappezzeria si animavano e facevano il loro mercato di magici prodotti  negli spazi ombrosi e nelle sontuose stanze disabitate del padiglione Bing”.

Per un approfondimento storico-politico del romanzo vi invitiamo a leggere la bellissima recensione di Wu Ming 4 sul blog www.wumingfoundation.com e quella di Anna Nadotti su www.einaudi.it per un più compiuto affresco sui luoghi e le opere d’arte citate dalla scrittrice inglese.

 

 

1 A.S. Byatt, Il libro dei bambini, Torino, Einaudi, 2009, p. 44.

2 Ibidem, pp. 83-84.

3 Ibidem, p. 311