2. Tanta fatica per un amore “normale”
- Autore: Giulia Gicca Palli
- Anno e numero: 1989/3
di Giulia Gicca Palli
Qualche mese fa, sul giornale dell’ aias, ho letto una lettera che mi ha fatto riflettere: era la richiesta di aiuto di un ragazzo che voleva fare
l’amore.
Esausto ed estenuato dai continui rifiuti di avere, da parte di una donna, qualcosa di più di una semplice amicizia, era ricorso all’amore a pagamento, e la sua disperazione era data dal fatto che, dato l’aumentare dei costi, ormai non poteva permettersi più neppure quello. Le sue parole erano nude e crude e non lasciavano certo spazio alla fantasia sull’impellenza dei suoi bisogni.
Qualcuno, forse, è rimasto urtato dalla sua franchezza, io, al contrario, hoprofondamente ammirato il coraggio e la forza di una persona che riesce a superare il pudore e la vergogna di parlare dei propri problemi sessuali e dichiedere aiuto quando ne ha bisogno. Mi sentivo impotente e frustrata per non poter aiutare questa persona a risolvere un problema comune a molti di noi, e parlando di lui a Lilli, a poco a poco ci siamo accorte che, sia pur in maniera grottesca, il nostro amico era una persona fortunata. A lui, infatti, la società aveva concesso ciò che non concede ad una donna: l’amore mercenario.
Desiderio d’amore e diritto alla sessualità
Con questo mi guardo bene dall’auspicare il ricorso alla prostituzione come soluzione di un problema tanto delicato, ma mi sono chiesta:”in realtà quante donne portatrici di handicap hanno desiderato almeno una volta nella loro vita un uomo da marciapiede, per sentire sulla propria pelle quello che nessun amico può comunicare?” E mi veniva in mente una frase che avevo sentito da mia nonna qualche anno dopo la morte del nonno: “Com’è doloroso non avere più nessuno che ti abbraccia”. Parole di cui ho capito il significato profondo solo dopo parecchi anni. In un tipo di società come la nostra, che privilegia la comunicazione verbale rispetto a quella corporea, e che ci disabitua sempre di più all’uso del nostro corpo, i rapporti sessuali sembrano essere diventati l’unica oasi per chi cerca di andare oltre le parole. E mi sembra che proprio questo sia il punto: l’uomo che scriveva, secondo me, si nascondeva dietro un falso problema. Non era unrapporto sessuale che cercava, ma carezze, tenerezza, affetto.
Da questo punto di vista, noi donne siamo più oneste, perché in genere, abbiamo sempre dichiarato apertamente la nostra ricerca di amore prima ancora che di sesso e che il sesso senza amore difficilmente ci interessa. Ma trovare l’amore, per una donna handicappata è una cosa molto ardua e spesso può esserci sembrata addirittura impossibile. In un mondo dove le donne fanno a gara con gli uomini e sono superefficienti sia sul lavoro che in casa, è difficile non cedere alla depressione di un confronto, e buttare la spugna. E forse è ancora più difficile arrampicarsi per uscire da quelle voragini di miele in cui possono trasformarsi, senza volerlo, le famiglie. Fin troppo spesso sono stati denunciati i danni che genitori iperprotettivi hanno provocato ai figli handicappati nei riguardi di un problema delicato come il sesso, nel vano tentativo di mettere a tacere degli stimoli e dei bisogni difficili da espletare. E la cosa si fa più pesante quando si tratta di figlie femmine, perché un condizionamento atavico ci ha insegnato che i bisogni sessuali del maschio sono sani e ne confermano la salute, mentre quelli della femmina sono passivi e per questo trascurabili. Così la storia ci insegna che i bisogni sessuali di una donna non vengono neanche presi in considerazione se non quando imposti dalla diretta interessata. Ma l’emarginazione della donna continua a livello sociale, infischiandosene dei più elementari diritti di uguaglianza. È corsa voce, e come tale la riferisco, data la mancanza di tempo che mi ha vietato di verificarne l’esattezza, che in uno o più istituti che ospitano portatori e portatrici di handicap, ai primi vengono pagate le attenzioni di un gruppo di prostitute, mentre dei bisogni sessuali delle seconde non se ne parla neppure.
E anche quando, facendo forza su se stessa, una donna handicappata rivendica il suo desiderio di amore e il suo diritto alla sessualità, si trova davanti uno schieramento di facce stupite che, nel migliore dei casi, consigliano la masturbazione con la faccia tosta di chi non è minimamente sfiorato dal problema. Molti uomini possono diventare sensibili amici di una donna handicappata, ma quanti di questi sono in realtà disponibili, anche solo mentalmente, ad andare al di là, e ad entrare nel vissuto fisico di una donna che non risponde ai canoni sbandierati dalla società? Com’è più facile rifuggire da un confronto e relegare una donna “scomoda” nel ruolo di sorella e amica!
Ho detto donne, non portatrici di handicap, perché questa è una storia che ci accomuna ad amiche cosiddette “più fortunate di noi”. Qualunque donna che non fa mistero dei suoi desideri e che trasgredisce il suo ruolo di dolce ancella, mette in crisi un uomo, e se poi questa donna è anche handicappata, spesso il povero maschio abbandona il campo a gambe levate senza neanche dire buonasera. Ma non cadiamo negli errori di emarginazione che abbiamo condannato fin’adesso, non bolliamo le donne solo come spose e madri, chi ha stabilito chegli handicappati devono essere solo eterosessuali e mirare alla famiglia? Se ci dedichiamo a un problema, cerchiamo di vederlo sotto tutte le angolature.
Ricette per un problema così specificatamente personale, non credo ce ne siano. E penso che ognuno debba risolverselo da sé, ma ritengo che il primo passo per affrontare nel modo giusto un problema, sia quello di capirlo e di chiarirlo a sè stessi, e questo si può fare parlandone con chiunque sia disponibile a capire e ad aiutarci, perché è di aiuto che abbiamo bisogno, e non dobbiamo vergognarci di chiederlo. Perché attraverso lo scambio di esperienze si possono approfondire e superare le proprie paure.
La mia è una storia anomala
Per una serie di motivi che è inutile analizzare in questa sede, sono sempre vissuta in mezzo a persone cosiddette “normali”, ho frequentato “normali” scuole pubbliche, non ho avuto amici con problemi simili ai miei. Non ho preso in mano in prima persona il mio handicap, altro che alla verde età di trent’anni. Sono sempre stata abituata, inutile discutere se a torto o a ragione, a sentirmi e ad essere considerata una persona normale. E come tale, ho trovato giusto usufruire di tutto quello di cui usufruivano i miei amici: gite, cinema, viaggi, patente a diciotto anni. Non è stata una cosa semplice, ma ci sono riuscita. Ero così sicura di me stessa e dei miei limiti, che l’idea che qualcuno potesse preoccuparsi perché guidavo da sola su un’autostrada, non mi ha mai sfiorato la mente.
Quando andavo alle feste dei miei compagni di scuola e mi rovesciavo qualcosa addosso, mi sentivo mortificata da morire, ma nello stesso tempo non la trovavo una cosa disonorevole, abituata com’ero, a vivere in una famiglia di gente che si impataccava regolarmente a prescindere dall’handicap o dalla normalità. Facevo tappezzeria e soffrivo da impazzire perché desideravo ballare con questo o quel compagno e non ritenevo giustificata l’esclusione che subivo perché mi sentivo più carina e intelligente della metà delle altre ragazze. La mia adolescenza è stata un periodo buio e pieno di dolore per il vuoto affettivo che non riuscivo a colmare. È una storia fin troppo comune: se da un lato tutta l’esuberanza della mia crescita come donna, mi portava a desiderare le attenzioni dell’altro sesso, dall’altro mi arrivavano solo fraterne risposte di stima. Distrutta da questo stato di cose, sono passata al contrattacco, manifestando in modo chiaro i miei desideri. Le reazioni dei malcapitati in questione sono state ovviamente di panico, ma anche in quei frangenti, non ho mai dato più importanza del dovuto, o comunque scaricato la colpa, al mio handicap: avevo preso una buca e stavo malissimo, ma accanto a me la metà delle mie normalissime amiche, spasimava per uomini che non le degnavano di uno sguardo. Mi sentivo rifiutata per il mio carattere o comunque mi era stata preferita un’altra donna, ma mai, neppure per un momento, ho pensato che potesse essere un rifiuto legato esclusivamente all’handicap. Ognuno ha i suoi mezzi personali per difendersi dal dolore, e questo probabilmente era il mio. E almeno per me ha funzionato. Ho cominciato a farmi un po’ di sana autocritica e a cercare di capire cos’era in me che allontanava le persone: l’aggressività, la durezza, la cultura o chissa cosa, o forse stavo addirittura bluffando con me stessa e frequentavo uomini che, se da un lato mi attiravano, dall’altro non mi interessavano affatto. Insomma, sono cresciuta anch’io come donna, e anche se con molta fatica, ho imparato a capire come gira il mondo e qual sono le cose vere che lo fanno muovere, e inevitabilmente ho trovato un mie spazio e il mio personale modo di muovermi all’interno di esso. Ho continuato a prendere buche, ma ho anche imparato a darne. La mia vita affettiva e sessuale non è certo stata delle più facili, ho dovuto lottarecontro il perbenismo, e peggio ancora, contro il paternalismo della maggior parte della gente, che mi ha sempre riversato addosso, senza nessuna richiesta, il pietismo di chi non vuole conflitti con la propria coscienza. Sono crollata tante volte sotto le coltellate psicologiche di chi ha bisogno di deridere i più deboli per avere l’illusione di essere più forte, ma non sono morta. L’orrenda realtà di queste persone continua a farmi male e a farmi paura, ma costoro vanno per una strada e io per la mia. Sono sempre una donna scomoda e aggressiva, ma ho saputo imporre il rispetto di me come donna, come amante e come handicappata.
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