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 Il disabile nobilita il lavoro

di Stefano Toschi

Ho letto recentemente un articolo che raccontava di come una piccola azienda artigiana dell’Appennino bolognese, pur non essendo sottoposta agli obblighi di legge in materia di assunzione di dipendenti disabili, avendo meno di 15 collaboratori, ha assunto un venticinquenne che si trova in carrozzina a seguito di un incidente stradale. Il giovane è stato scelto solo a causa delle sue effettive capacità lavorative e svolge una professione attinente al suo titolo di studio, ovvero il diploma di geometra. Questo caso ha destato curiosità e ammirazione perché, di solito, le aziende non assumono disabili se non sono costrette a farlo dalla normativa vigente e, in ogni caso, difficilmente inseriscono nel loro organico un dipendente con qualche deficit inquadrandolo nel livello adeguato alle sue competenze, o permettendogli di svolgere una professione che abbia qualche attinenza con i suoi titoli di studio e le sue capacità.
Pertanto, accostando le parole “disabili” e “lavoro” sembra di creare un ossimoro, una contraddizione. Non a caso, è proprio con la rivoluzione industriale, e quindi con l’ampliamento delle possibilità di trovare un lavoro, che nasce il concetto di handicap. Quest’ultimo, infatti, è inteso essenzialmente come la mancanza di capacità di compiere una attività lavorativa. Storicamente, dunque, il termine, che ha il suo corrispettivo italiano nel vocabolo “disabilità”, ha accezione negativa, rimarca una mancanza, un’incapacità di svolgere una determinata funzione sociale fondamentale, come quella del lavoro. Questo concetto sembra suggerire che, chi non è abile e svolgere un certo tipo di attività produttiva, non è abile tout court, è dis-abile, appunto.
Se si pensa all’importanza che ha il lavoro nella nostra Costituzione, si coglie subito quale significato umano, morale e sociale acquisisca la disabilità da tale punto di vista. Già nel primo articolo si legge che l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Esso è un diritto e un dovere, come precisa l’articolo 4. Viene spontaneo chiedersi se anche per una persona con deficit il lavoro abbia entrambe queste caratteristiche. Lo stesso articolo 4 prosegue dicendo che “ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.
A questo punto, è possibile fare due considerazioni. La prima riguarda quel “secondo le proprie possibilità”. Una persona disabile, spesso, può svolgere una funzione non direttamente produttiva, ma non per questo di minor peso sociale. Il lavoro, che è uno strumento fondamentale nella realizzazione di un individuo, non deve prevaricare le altre caratteristiche della persona, come invece di solito avviene. Quasi sempre, infatti, una persona usa la propria professione come biglietto da visita, come garanzia, come prova delle proprie capacità. Alle persone con deficit, nel migliore dei casi, viene riconosciuto un ruolo “spirituale” nella società, ma più in funzione degli altri, che di se stessi. Ovvero, vengono considerate persone bisognose di aiuto e di assistenza e che, pertanto, hanno la capacità di tirare fuori il meglio dai cosiddetti “normali” che hanno a che fare con loro. Anzi, sono essi stessi oggetto e fonte del lavoro di tante persone “normali”, che lavorano nel sociale, come si usa dire. In genere, viene loro negata la possibilità di avere un ruolo attivo nella società, anche dal punto di vista del lavoro.
Leggendo alcune statistiche reperibili sul web, si riscontra come sia presente fra i soggetti con disabilità un bassissimo livello di istruzione. Quasi la metà degli iscritti alle liste di collocamento per le categorie protette, infatti, risulta non avere adempiuto nemmeno l’obbligo scolastico. Questa situazione non è necessariamente causata dai limiti fisici o intellettuali che possono avere le persone in questione, quanto dalle barriere che la società, i governanti, i pregiudizi pongono sul cammino di un disabile, barriere culturali che nulla hanno da invidiare a quelle architettoniche. Naturalmente, esistono dei correttivi e degli ammortizzatori sociali che permettono a persone con deficit di trovare una professione: ad esempio, le aziende con più di 15 dipendenti sono obbligate a inserire nel loro organico lavoratori appartenenti alle categorie protette.
Tale considerazione apre la porta ad altre due osservazioni. La prima riguarda la definizione di “categorie protette”: non si capisce esattamente da chi o da cosa queste persone debbano essere protette, ma soprattutto non è chiaro chi le protegga. E qua si inserisce la seconda osservazione: è da considerarsi una tutela il fatto che coloro i quali, nonostante qualche deficit fisico, hanno studiato e magari si sono laureati e specializzati, debbano poi accettare, per vivere, di essere sottoimpiegati in professioni inadeguate alla loro preparazione? Questa domanda viene posta, di solito, in riferimento ad altre categorie di persone, quali le donne o i lavoratori stranieri immigrati. Sui giornali si legge spesso di persone immigrate che, seppur laureate nel loro Paese d’origine, lamentano di trovare in Italia solo lavori da colf o operaio. Oppure, si legge di donne che devono rinunciare alla carriera e accontentarsi di lavori non qualificati solo perché madri di famiglia. Queste testimonianze, in verità molto frequenti, scuotono l’opinione pubblica e alimentano le discussioni. Invece, se è il lavoratore disabile a essere sottoimpiegato, come avviene poi nella stragrande maggioranza dei casi, nessuno se ne meraviglia, quasi come se fosse del tutto normale che un limite fisico impedisca anche la piena realizzazione professionale.
La condizione di disabilità è ancora una volta rivelatrice. Non lo è soltanto dei limiti umani naturali che tutti abbiamo, ma che nei disabili sono semplicemente più trasparenti, perché evidenti e quindi non occultabili. In questo caso lo è anche dei problemi e delle contraddizioni della società, perché ogni persona dovrebbe fare il lavoro per cui è portata, dovrebbe essere assunta per merito e non per raccomandazione o per obblighi di legge. Il lavoro non dovrebbe essere soltanto una fonte di reddito, ma soprattutto un’occasione di realizzazione personale. La celeberrima frase “il lavoro nobilita l’uomo” nasce proprio nel contesto della grande rivoluzione borghese del Settecento: coloro che non erano nobili di nascita erano consapevoli di guadagnarsi gli stessi onori con il sudore della fronte. Ma se il lavoro nobilita l’uomo, pare che per ora non sia neppure in grado di elevare un po’ il disabile dalla sua carrozzina!



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