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Orizzonti di gloria

di Luca Baldassarre

“Mi piace proprio questa strada…”. È questo che penso quando il mio “scatolino” esce dalla città e comincia, con calma, a scalare i dolci colli senesi, in direzione sud. Per questa giornata mi sono ripromesso due sole cose: fermarmi ad Asciano per pranzare con mezzo chilo di fiorentina (costi quel che costi!) e poi restare un po’ in ammollo nelle vasche termali, a Bagni San Filippo. In effetti, non è un programma tanto impegnativo. Ce la posso fare. La prima parte del viaggio scorre senza tanti problemi anche se un paio di chiamate di lavoro provano a distogliermi dalla mia giornata di assoluto, totale, rigenerante e piacevole riposo. Ma in fondo, mi ripeto, oggi niente mi fermerà dalla nullafacenza. Il da farsi di domani sarà materia, appunto, del domani. Prima di scendere dall’auto e toccare con mano il pavé (sì, io accarezzo la pavimentazione stradale!) faccio un rapido controllo mentale di quello che mi serve: taccuino, registratore, due bustine di tisana (una depurante e l’altra digestiva), biro, guida e… ecco! C’è sempre l’ultima cosa che mi sfugge. Vabbè, mi tornerà in mente… Aah, le foto! La macchina fotografica. Bene! Adesso ho veramente tutto. Verificata la buona accessibilità del fondo stradale (in questi casi sulle guide turistiche della cooperativa Accaparlante scrivo “sampietrini ben connessi”) procedo spedito verso il mio pranzo. Spero che i gestori non se ne abbiano a male ma, a ben vedere, “La Mencia” non si può definire esattamente un locale di classe… Però, ragazzi, c’ha una fiorentina del 32! Spiego la portata del numero: intanto bisogna avere ben presente il rumore del rasoio affilatissimo che lacera un tessuto (per gli amanti di Dylan Dog è il “riiiiiip”). Applicato per analogia a questa carne, il riiiiiip è il sibilo impercettibile prodotto dal burro tagliato da una lama rovente. Il coltello si fa strada delicatamente nella “ciccia”, che quasi arretra sotto il suo incedere, un po’ come le acque del mar Rosso dinnanzi a Mosè. Forse per la citazione del profeta o più probabilmente per il chianti che accompagna il mio pasto, l’esperienza qui a “La Mencia” assurge a toni mistici.
Dopo un bel tour nel paesino e qualche buon caffé risalgo in macchina. Guido verso l’Amiata, obiettivo finale del mio miraggio odierno. Mi addentro nella Val d’Orcia e nelle sue strade del pecorino. Nonostante il mio occhio (e il mio stomaco) mi dirotti sistematicamente verso interessi culinari, riconosco all’Amiata e al suo territorio, un fascino e una ricchezza impressionante. Questa zona è di pregio sia dal punto di vista storico che naturalistico: boschi di faggi, castagni, sentieri a gogò (da percorrere come si vuole: a piedi, cavallo, bici e, a volte, in carrozzina) e perfino piste da sci. E poi medioevo a ufo: borghi spettacolari, abbazie, chiese, palazzi, castelli! Non a caso mi rifocillo un paio di volte prima di giungere all’agognata meta, tappa numero due di questo itinerario eno-gastronomico-godurioso, Bagni San Filippo.  Quelli che parlano bene lo definirebbero come “un luogo suggestivo per i suoi depositi calcarei, bianchissimi, e per le cascatelle d’acqua calda termale”. Bè, mica male come descrizione! Qui l’acqua è davvero calda e rinvigorente: sgorga naturalmente attorno ai 37-38° centigradi. Si può perfino scegliere se bagnarsi in quella di zolfo dalle rocce del Fosso dell’Acqua Bianca, o in quelle delle piscine fangose. Il nécessaire per il bagnetto in acqua termale è poca cosa: ciabattine, accappatoio e asciugamano. So che detta così, soprattutto per i neofiti della “termata”, appare una follia. Ma come? In inverno, spogliarsi al freddo? Brrrr… Mia madre, prototipo della buonissima mamma italiana, ancora oggi ci vede l’anticamera di una bronchite* (l’asterisco è il focolaio in omaggio). Ma, e lo dico anche alla mia mamma, così non è! Il bagno termale garantisce benessere, sollievo e grande rigenerazione cellulare (questa l’ho scritta a caso, ndr). Un risultato simile a un lavaggio a 60° in lavatrice per capi bianchi. Unica controindicazione (specifica per Bagni San Filippo): “l’effetto Rockets” (quelli di On the road again). Cioè, si esce inceronati e con il bulbo sparato in ogni direzione (sostanziale differenza con le crape pelate della band francese degli anni ’70/’80). Dopo molte ore, preferibilmente il giorno dopo, ci si lava. Invece, subito dopo, si cena. E qui ricomincerei daccapo… perciò passo al prossimo viaggio.



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