Il caos, l’irreversibilità e la volontà
- Autore: Luca Giommi
- Anno e numero: 2008/4 (monografia sugli sportelli sociali)
di Luca Giommi
“La disabilità cos’è?”. “Spegniamo la telecamera, ché non so cosa dire”.
A parlare è uno degli intervistati (disabili) del documentario “Pinocchio è una storia vera”, ma la risposta rimanda, col richiamo alla telecamera, alla possibilità stessa di filmare la disabilità. Fare film su di essa non è affatto semplice, chi prova sa di esporre il suo lavoro a molteplici rischi a ogni livello di lettura e fruizione dell’opera. Tanto più che quasi sempre la disabilità è stata rappresentata da chi quella condizione non la viveva, restituendo spesso un’immagine semplificata e sclerotizzata della disabilità stessa. “Come prima” e “Pinocchio è una storia vera” riescono a evitare il distacco dalla “normalità” (che contribuisce a costruire quel tipo di rappresentazione incompleto e fallace) anche, e forse, proprio perché partono dall’acquisizione della “soggettività disabile” nella narrazione, ovvero del disabile come “soggetto narrante” e non “oggetto narrato”. In “Come prima” è il regista stesso a essere disabile, in “Pinocchio è una storia vera” la narrazione è affidata completamente alle persone con deficit che riportano le rispettive vicende biografiche.
Scegliere le proprie storie, dirle in prima persona: l’indipendenza ha bisogno dell’immaginario, di vivere come tale nella rappresentazione di sé, ancor prima di affermarsi nel tessuto politico e sociale.
“Come prima”, realizzato nel 2004 da Mirko Locatelli e di cui “HP-Accaparlante” si è già occupata ( n. 3, settembre 2005), è una visione intensa che propone numerosi spunti di riflessione. Ma quello fondamentale che il regista-sceneggiatore sembra volerci proporre, e che scorre per tutta la durata del film, ruota attorno al concetto e alla condizione di reversibilità e irreversibilità. Cosa vuol dire irreversibilità di un processo e come ci si confronta con una situazione di questo tipo? La reversibilità o meno di una situazione non dipende forse dal contesto in cui ci si trova, dal “sistema” in cui si è inseriti, dalla capacità di azione che riusciamo a esprimere? Non è forse vero che, nello stesso soggetto-oggetto, possono convivere stati reversibili e irreversibili e che l’azione di reversibilità si può esercitare su certi aspetti e non su altri? E che sta proprio lì, nel riuscire a individuare, interpretare e lavorare su quegli aspetti e non su altri, la possibilità di cambiare il segno a uno stato di cose? O che uno stesso stato di cose può insieme essere reversibile e irreversibile, ovvero, in parte reversibile e in parte no? Il film affronta appunto il momento di passaggio e di “caos” che intercorre tra uno stato di ordine e il successivo che, comunque, sarà di segno diverso e tenta di esplorare e far emergere quel che resta del “prima”, quel che si fa irreversibile e immodificabile nel carattere, nei desideri, nei bisogni e nei fatti e quello che, al contrario, può o è destinato a cambiare o a essere ripristinato.
Nel lavoro di Locatelli la questione è posta piuttosto direttamente, all’incirca a metà film, sotto forma di nozione di fisica (“I processi possono essere […] reversibili e irreversibili”) che muove alla riflessione il padre di Andrea, il ragazzo con tetraplegia acquisita in seguito a un incidente; poco dopo ci viene invece suggerita dall’imbarazzo (sempre del papà di Andrea) di fronte a una tazzina rotta, i cui pezzi appaiono difficilmente componibili, se l’intento è quello di ripristinare la sua forma originaria. Un processo irreversibile? Oppure la reversibilità o meno può essere anche una questione di punto di vista, di idoneità delle proprie reazioni allo stato di cose che ci si presenta?
Comunque, tutto il film sembra ruotare attorno a queste domande, ma teso non tanto a una loro soluzione, quanto alla descrizione di possibili intrecci, complicazioni, cambiamenti, tensioni e paradossi.
Il motorino di Andrea, dopo l’incidente, è “reversibile” (venduto) a pezzi. La casa di Andrea è riadattabile alle esigenze dei suoi nuovi movimenti (il film inizia proprio con le immagini dei lavori di ristrutturazione).
Ad arricchire la questione interviene “Pinocchio è una storia vera”, documentario realizzato nel 2006 dal giornalista Andrea Icardi, il quale intervistando persone diverse per vicende biografiche, dati anagrafici e contesto sociale ci presenta un quadro molto movimentato, per nulla omogeneo, di emozioni, condizioni di vita, rapporto con se stessi, accettazione della disabilità, ecc.
Anche qui sembra proprio che a essere tematizzato sia il confronto inevitabile con una nuova condizione fisico-mentale alla luce della reversibilità o irreversibilità dei fenomeni. In un certo senso il documentario è come se esplicitasse in modo più netto l’argomento del film di finzione di Locatelli, o, meglio, ne esplorasse le origini, il percorso, ne interrogasse in modo diretto la destinazione.
L’irreversibilità (per quanto, ancora?) delle ansie e dell’obbligo di essere sempre simpatici e speciali; l’irreversibilità di una certa dipendenza dagli altri; l’irreversibilità della carrozzina; la reversibilità di alcune barriere architettoniche e non di altre; la reversibilità intesa nel senso della possibilità di arrivare all’autodeterminazione, a una “vita indipendente” e della capacità di ridefinire i propri obiettivi, le proprie abilità, le relazioni con il mondo esterno e i “rapporti di forza” tra il “volere” e il “potere” (una delle intervistate dice “mi manca il poter dire io voglio, quindi io posso”, che in realtà è un inganno per ognuno di noi).
Inoltre “Pinocchio è una storia vera” racconta un “dopo”, un confronto con la disabilità più lungo, ed è come se ci mostrasse le varie possibilità che Andrea di “Come prima” si troverà davanti, le scelte che potrebbe prendere, le continuazioni e i finali possibili del film di Locatelli, se questo idealmente continuasse aderendo alla “diretta” della vita di Andrea o venisse ripreso diversi anni dopo. In esso, infatti, il futuro del protagonista non è suggerito se non ellitticamente, per cenni che lasciano intendere quali sarebbero i passi necessari o auspicabili perché il rapporto con la propria disabilità possa dispiegarsi in modo meno traumatico, ovvero più “conciliato” con se stessi e il mondo esterno (che poi esterno non è mai). “Come prima”, infatti, si concentra maggiormente sul primo periodo di ritorno “alla realtà”, a sèguito dell’incidente di Andrea e della terapia riabilitativa successiva. E indica, evoca la fisionomia del suo futuro con immagini che svelano la tenacia nel cercare di ripristinare una relazione (in questo caso quella con il padre) scartando con i denti un pacco regalo impeccabilmente incartato (un vizio, o una virtù, paterni).
In “Pinocchio è una storia vera” la pluralità delle interviste complica il quadro: le voci che si susseguono a volte si smentiscono l’un l’altra immediatamente, il confine tra reversibilità e irreversibilità si mostra in tutta la sua indeterminatezza. Si riposiziona di continuo, sfugge alle definizioni, oscilla tra caos, volontà personale, società, diritti, destino…
Come prima
Regia: Mirko Locatelli
Soggetto: Mirko Locatelli, Giuditta Tarantelli
Sceneggiatura: Mirko Locatelli, Luciano Sartirana, Giuditta Tarantelli
Fotografia: Mladen Matula
Interpreti: Fabio chiodini, Mattia De Gasperis, Antonio Pisu, Giuseppe Cederna, Adele Castiglioni, Matteo Sacco, Lorenzo Pedrotti, Agata Fabiano, Andrea Belletti
Produzione: Officina Film
Pinocchio è una storia vera
Regia: Andrea Cardi
Soggetto: da un’idea del sito www.pianetabile.it
Musiche: Ladri di carrozzelle
Montaggio: Andrea Icardi
Voce: Alessia Confessore
Interpreti: Onorevole Antonio Guidi ed 8 disabili
Produzione: IVM multimedia snc
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