Raccontare una nuova storia, insieme
- Autore: Maria Rosa Trombetti
di Maria Rosa Trombetti, insegnante di scuola dell’infanzia
L’anno scorso il Progetto Calamaio ha realizzato alcuni incontri in una scuola dell’infanzia della provincia di Bologna. Tra le insegnanti presenti c’era una nostra vecchia conoscenza. Maria Rosa, infatti, è stata per anni educatrice ASL e si è occupata dell’inserimento nel Progetto Calamaio di alcune persone con disabilità. In particolare ha seguito tutto il percorso di Ermanno, l’animatore con disabilità che ha condotto gli incontri nella sua scuola. Le abbiamo chiesto di condividere con noi le sue emozioni.
A parte quello di Via col vento sono pochi i finali che ricordo. L’epilogo di un libro, le ultime scene di un film si trasformano in nebulose indistinte; so con certezza se una storia mi ha entusiasmato, che emozioni mi ha suscitato, ma dire, subito, come si è conclusa mi costringe a ripensare con attenzione, con caparbietà e a compiere un discreto sforzo di sollecitazione della memoria.
E poi al momento non mi garba che le storie finiscano, non mi gratifica più il “e vissero felici e contenti”, che si metta la parola fine a un racconto, a un’avventura, a un’esperienza.
La vita ci chiede sempre un dopo, che lo si voglia o no. Abbiamo un nuovo capitolo da vivere con le nostre esperienze concatenate che non si troncano, forse le dimentichiamo, ma le memorie si sedimentano e stanno con noi, ci modificano e ci fanno crescere, ci spingono a non fermarci, a guardare oltre, a compiere passi successivi e a scegliere cosa vogliamo fare e fare di noi. Consapevoli o ignari cambiamo, assumiamo nuovi punti di vista, vediamo le cose da prospettive diverse e scegliamo nuove strade da percorrere, arricchiti di una nuova storia da raccontare che diventerà un’altra storia e poi un’altra ancora.
Le storie sono fatte di parole:
parole che uniscono, parole che avvicinano;
parole buone e parole gentili;
parole di paura e di rabbia, di consolazione e di solitudine;
parole che ci sovrastano, parole che ci circondano;
parole vuote e inutili, sentite troppe volte;
parole della vita e parole della scuola;
parole delle maestre e parole dei bambini;
parole che dicono e parole che fanno essere;
parole dei sogni e parole dei desideri.
Ma le storie sono fatte anche di gesti:
gesti che uniscono, gesti che allontanano;
gesti di rabbia e gesti di affetto;
gesti inconsulti e gesti eroici;
gesti ponderati e lenti;
gesti memorabili;
gesti della scuola, delle maestre e dei bambini;
gesti quotidiani, rassicuranti e ripetitivi;
gesti che valgono più delle parole e gesti che lasciano senza parole.
In quella mattina di aprile ho visto gesti che mi hanno lasciato senza parole.
Mattina, Scuola dell’infanzia, ospitiamo il Progetto Calamaio.
Mi risulta difficile tradurre in parole la sensazione che ho provato quando Ermanno si è alzato dalla carrozzina per mettersi a disposizione dei bambini … La carrozzina, che era stata cavallo e locomotiva, è diventata trampolino.
Per pochissimo tempo Ermanno è stato in piedi, sorretto dai suoi colleghi di avventura, si è veramente innalzato in tutta la sua statura, al centro dello spazio della nostra cassettiera per poi sdraiarsi e mettersi a disposizione dei bambini: l’animatore al tappeto. In quel momento il mio sguardo era quello dell’insegnante che con emozione e trepidazione ha assistito alla messa in opera della disponibilità di una persona, alla gratuità di un gesto, alla concretizzazione di un modo di essere “diverso” divenuto strumento agito di meraviglia, trasformata in curiosità, accettata con spontaneità ed entusiasmo da parte dei bambini.
Un’esperienza che si propone sovente ai bimbi è quella di tracciare il confine della propria sagoma, mappa di noi stessi, confine tra noi e il mondo.
Ogni bimbo, quel giorno, ha potuto tracciare un tratto del confine di Ermanno, sdraiato in tutta la sua lunghezza su un grande foglio srotolato sul pavimento; osserviamo che la sua sagoma presenta un’anomalia rispetto a ciò che normalmente si ottiene dai risultati dei confini dei bimbi con le mani ben tese, le dita aperte; la mano di Ermanno resta chiusa anche sulla carta, un pugno: perché?
Perché è fatto così.
Semplice e perfetto, senza troppe parole.
“Facciamo misura”, nel nostro quotidiano, significa segnare l’altezza dei bambini su un cartellone verticale; nel corso dell’anno osserviamo le modifiche dell’altezza per poterci confrontare con noi stessi e con l’altro.
Nel momento di “facciamo misura” con Ermanno, la dimensione orizzontale ha posto un rovesciamento del punto di vista: alto è diventato lungo, ci confrontiamo e misuriamo stando sdraiati, rimanendo sempre noi.
In quella mattina di aprile ho avuto l’opportunità di guardare Ermanno da un’angolazione diversa, quella datami dalla precedente professione di educatore.
Con lo sguardo stupito e meravigliato di chi ha visto e conosciuto una sua dimensione differente.
Tornano alla memoria frammenti di vita quotidiana faticosa e tragica, vita da ripensare senza sapere come e quanto, senza potere dare risposte immediate e risolutive, solo nella condizione di immaginare percorsi e formulare proposte per cercare di trovare e dare senso a un ignoto futuro.
Nacque così la proposta di un progetto per l’inserimento nel Calamaio, che divenne per Ermanno prima di tutto un luogo.
La nuova sede della associazione da ristrutturare, i termosifoni da ridipingere, un luogo da rendere più bello, lentamente, con nuove risorse risvegliate.
Il Calamaio non si rivelò solo una stanza ridipinta, si trasformò in luogo dell’esperienza verso una nuova dimensione, della sperimentazione di possibilità di cambiamento, per trovare nuove parole e un modo diverso di raccontare un sé cambiato.
Linguaggio preferito di Ermanno sono le favole che si sono dimostrate un ulteriore valido strumento di mediazione per tentare di guardare a un orizzonte più ampio, come più ampi erano i confini che esplorava-no i suoi personaggi o le possibilità che si delineavano nei finali delle storie.
Il passo successivo fu sperimentare una nuova opportunità, quella di animatore nelle scuole.
Ricordo benissimo che, durante i periodici incontri di verifica con l’équipe educativa del Calamaio, sono sempre emersi l’entusiasmo e la sua adeguatezza nella relazione con i bambini. Un animatore trascinante e disponibile, immediato nel catturare l’attenzione con simpatia e naturalezza, mettendosi in gioco e giocando con i bambini; ho sempre creduto in questa capacità di Ermanno e nella corrispondenza delle risorse concrete del Calamaio per lui.
Come educatore non ho mai avuto la possibilità di vedere un’animazione.
Ora nel ruolo di insegnante ho avuto la favorevole opportunità di assistere alla sua reale dimensione calamaio; incrociare il suo sguardo acceso ha significato partecipare e condividere un nuovo capitolo di una storia che non è ancora finita.
Pomeriggio di aprile: nasce il confronto di verifica tra le insegnanti; oltre le parole di commento sull’esperienza proposta ai bimbi sono state palpabili le ricadute delle emozioni vissute e da cui ci siamo fatte pervadere. Nello sguardo delle colleghe ho ritrovato i miei stessi autentici sentimenti.
Tutte noi per esperienze diverse eravamo a conoscenza del Progetto e quel giorno lo abbiamo vissuto nella nostra scuola.
Ho immaginato che ciascuno abbia ricevuto in regalo una piccola macchia dell’inchiostro indelebile del Calamaio.
Nutro la certezza che i nostri alunni, co-protagonisti dell’avventura, con la loro naturalezza, con i loro gesti, domande, partecipazione spontanea e attiva, abbiano fatto sì che parole importanti come integrazione, superamento dell’handicap e diversità si trasformassero in azioni semplici di partecipazione, gioco, allegria e immagino che a loro volta abbiano regalato una piccola preziosa macchia ai loro genitori, segno concreto di una esperienza significativa.
Mattina di settembre: si concorda di riproporre per il nuovo anno scolastico una nuova avventura del Progetto Calamaio per continuare a vivere e raccontare una nuova storia, insieme.
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