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La mia creatura

a cura di Valeria Alpi

La mia bambina mi si parò davanti che era già andata a prendersi i miei orecchini belli, quelli con la perla vera, mi strattonava, pretendeva che la aiutassi a metterseli. Glieli appesi alle orecchie, la portai davanti allo specchio:
– Ma lo vedi quanto sei ridicola?
Per torglierglieli ci volle del bello e del buono, guarda che mi toccava fare: cercava di prendermeli dalle mani, c’è stato il rischio che si rompessero e mi sarebbe dispiaciuto, me li aveva regalati mia madre per il matrimonio ed è l’unica cosa che mi sia rimasta.
Non la piantava più, strillava. Per chiudere la faccenda le andai a prendere il pigiama comodo, quello chiuso ai polsi e alle caviglie che le ho comprato due anni fa in liquidazione. Glielo sventolai davanti perché capisse che era ora, anche se in effetti alla cena mancava ancora parecchio, ma tanto lei l’orologio non lo sa leggere. [. .. ] alla fine era tranquilla, la piazzai davanti alla televisione e mi misi a guardarla anch’io, che avevo le gambe stanche e male non mi faceva. Veramente i programmi per bambini mi piacciono poco, ma che altro vedere a quell’ora, e con lei, che si agita anche soltanto quando accendo il gas?
[… ] era ingrassata proprio, strizzata così le si vedevano pure le mammelle e i capezzoli che non è il caso. Prima o poi magari riuscirò a farla dimagrire, ma intanto una soluzione dovevo trovarla.
E così mi toccò uscire. Con lei. Comunque il negozio- sempre lo stesso, mi ci servo da anni – non è lontano da noi, e per la strada la bambina camminava quasi bene, con il mio passo, solo ogni tanto dovevo strattonarla un pochino perché si fissava a guardare gli alberi, le automobili, perfino il cielo che non ci sono nemmeno le rondini.
Nel negozio andai a colpo sicuro, le magliette che mi servono sono sempre le stesse, stessa marca e stessi colori, solo – quella volta – più grandi di una taglia. Ne presi tre, tutte dello stesso modello così mi facevano lo sconto. Ero alla cassa, la busta pronta da portare via, stavo già tirando il fiato. Macché, la bambina cominciò a strattonarmi verso il reparto della biancheria, toccava reggiseni imbottiti e mutandine di pizzo.
-Non mi serve niente – dicevo, e intanto cercavo di spingerla verso la porta. Lei insisteva, tirava dalla sua parte.
A un certo punto si fermò, mi piantò gli occhi in faccia, poi si guardò un dito e con uno sforzo del polso lo puntò su di sé:
-… me… – ha mugolato. E se ne restava lì col dito puntato, anzi lo spingeva sul petto a costo di farsi
[… ] Dovevo andare all’lnps, non potevo farne a meno. Mi facevano storie con la pensione da vedova. Persi già mezza giornata a mettere insieme carte, certificati, roba vecchia e roba recente. Ci perdevo la testa, io le impilavo via via e la creatura me le sparpagliava, ci giocava, mi costringeva a ricominciare da capo per verificare che non mancasse niente.
Ero così sfinita che l’idea di portarmela dietro mi sembrava intollerabile, avrei tanto voluto rimandare ma l’appuntamento era quel giorno, se lo saltavo chissà a quando mi avrebbero rimandato.
Le preparai una colazione speciale, la rimpinzai ben bene, così se ne sarebbe stata tranquilla.
Uscendo chiusi a chiave, vedi mai che le venissero strane idee o che aprisse a qualcuno che non è il caso.
[… ]Sotto casa c’era un po’ di gente, inquilini del palazzo e altri, c’era un camion dei pompieri con la scala come nei film. [… ]
Feci per entrare nel portone, mi fermò un vigile, non voleva farmi passare. Gli spiegai che abitavo lì, che avevo fretta.
-È pericoloso, è meglio aspettare – mi disse, e mi sbarrò la – Per sicurezza abbiamo fatto sfollare.
-Ma c’è la mia bambina che mi aspetta!
Ero certa che non avrebbe fatto obiezioni, invece quello perdeva tempo, mi chiese i documenti: come se non mi conoscessero tutti, lì intorno, come se non sapessero che abito lì.
-Abbiamo suonato a casa sua per farla evacuare, da dentro hanno provato ad aprire ma si vede che c’era il paletto.  Comunque non si preoccupi, la signora l’abbiamo portata giù noi.
La signora? Ma stavano parlando della mia bambina!
(Clara Sereni, La mia creatura, ebook della collana “I Corsivi” del “Corriere della Sera”, luglio 2013)

Sono stata di recente invitata come relatrice a un convegno sulla violenza alle donne con disabilità: mentre guidavo verso Pisa, sede del seminario organizzato dall’Associazione Frida, pensavo che dopo così tanti anni da quando ho iniziato a occuparmi di disabilità, dopo tanti anni anche di attività di Sportello lnformahandicap, nonostante sia io stessa una donna con disabilità e conosca donne disabili, in realtà non sono mai venuta a contatto con casi di violenza alle donne disabili, almeno se per violenza intendiamo percosse o abuso sessuale. Ho ripensato allora a tre parole: “silenzio”, “imbarazzo”, “invisibilità”. Silenzio perché a parte alcuni casi eclatanti che compaiono sui mass media tradizionali, e a parte alcuni approfondimenti egregi del Gruppo Donne UILDM, di fatto anche chi si occupa di disabilità non tratta l’argomento. Imbarazzo perché uno dei maggiori stereotipi sulla violenza alle donne è che le donne si siano rese provocanti e quindi attraenti, mentre pensare una donna con disabilità come persona che attrae risulta per molti “normodotati” un’operazione che rimette in discussione tante categorie mentali preconcette, creando quindi un senso di imbarazzo. Invisibilità perché i casi di violenza alle donne disabili restano invisibili. Ma invisibilità è la parola che più mi entra dentro, che mi smuove qualcosa di profondo: perché alla base di tutte le forme di violenza c’è essenzialmente la violazione di un diritto umano fondamentale, quello di essere “vista” come persona e come donna. Essere visibili vuol dire essere riconosciute come persone capaci e aventi diritto a esprimersi ovunque: in ambito familiare, scolastico, sociale, professionale.
Essere vista in quanto donna: quante volte viene violato questo diritto? Per violenza, infatti, non si devono intendere “solo” i casi di percosse o di abuso sessuale. La violenza si esercita in mille sfumature: tenendo ad esempio la donna segregata in casa, di-struggendole gli oggetti a lei cari, abusando del suo conto economico … Su una donna con disabilità può essere una forma di violenza non farle scegliere i vestiti che vuole indossare, o non chiederle come preferisce essere pettinata; vestirla male perché tanto “è disabile, non è bella, cosa importa se ha i pantaloni macchiati?”; non permetterle di fare vita sociale; non riconoscere che è diventata una persona adulta e non può essere un’eterna bambina. Quanti casi conosciamo di questo tipo? Tantissimi. Quanti ne abbiamo visti? Tantissimi.
Clara Sereni si occupa da molto tempo di disabilità, ha un figlio con disabilità e ha fondato insieme all’ex marito Stefano Rulli, notissimo sceneggiatore cinematografico, La Città del Sole, in Umbria, per ospita-re persone con disagio. Nota scrittrice e poetessa, il suo ultimo lavoro è un piccolo libro in formato ebook: solo 36 pagine di grande potenza. Si inizia, come lettori, pensando davvero che questa madre così tanto apprensiva e anche affaticata abbia una bambina piccola, forse di 11 o 12 anni. Sicuramente si nota che è una bambina problematica, forse con disabilità intellettiva. Però si è certi che è una bambina. Sicuramente dispiace come la bambina vie e trattata nelle sue scelte ad esempio di abbigliamento, con la madre che non se ne cura e pensa solo al risparmio comprando magliette tutte uguali in serie. Dispiace perché si pensa che la bimba stia crescendo e abbia nuove esigenze, ma è una madre sola e troppo aggravata dal peso della vita e quindi un po’ la si giustifica. Fino a quando, dopo l’intervento dei vigili del fuoco per un incidente domestico, viene svelato che la figlia non è una bambina, ma una “signora”. Una donna adulta a tutti gli effetti, sicuramente con delle problematicità, ma adulta, forse molto adulta, forse anche di 50 anni.
A questo ribaltamento narrativo mi è subito venuto in mente il termine violenza. La “creatura”, che prima sembra un termine affettuoso da madre a figlia, assume dopo connotazioni quasi mostruose: è una creatura, non una donna, è un essere anormale. Cosa si può fare per intervenire? Non lo so. Sicuramente un grande lavoro di informazione e sensibilizzazione, a più livelli diversi, dalla famiglia alla scuola agli ambienti di lavoro. Perché la donna con disabilità è perfettamente legittimata a richiedere di essere vista in quanto donna.



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