Millesima visione: Riflessione a margine di American Beauty
- Autore: Davide Rambaldi
- Anno e numero: 2000/75
di Davide Rambaldi
Il film è proprio bello, terribile e bello. E’ una storia di quotidiana alienazione, di rapporti vuoti e ammalati che ammalano i protagonisti, di dolore non riconosciuto, negato, nascosto, così che si arrotola su sé stesso senza possibilità di risolverlo. Insieme, è la storia di un riscatto, di un uomo che decide di recuperare la propria umanità ed uscire dalle sabbie mobili di una pressione sociale che ti uccide senza accorgersene. E’ proprio un bel film. Magnificamente interpretato da Kevin Spacey e Annette Bening, che non si capisce perché non abbia vinto anche lei l’Oscar.
Sapete che non mi piace raccontare le trame dei film, credo che si perda il gusto dello stupore narrativo e comunque queste note usciranno quando il film sarà uscito dalle sale e avrà il destino dei cinema estivi e dell’Home video e tutti più o meno l’avranno visto.
Possiamo però fare alcune riflessioni a margine.
La prima è relativa alla rappresentazione che gli americani hanno di sé stessi: un’immagine potente, narcisistica, autocelebrante nella stragrande maggioranza delle proprie produzioni culturali. Ma quando vogliono graffiare e mettere a nudo la propria debolezza lo fanno con una lucidità dolente e impietosa, feroce e veritiera. Alla criticità noi italiani siamo in fondo abituati: raramente ci prendiamo davvero sul serio, l’ironia a volte struggente e bonaria, a volte sarcastica e amara, a volte povera e penosa attraversa la storia del nostro cinema nel bene e nel male e rappresenta un’immagine sociale che mai si azzarderebbe di fare un monumento a sé stessa. Il contrasto estremo e drammatico del cinema americano tra una rappresentazione onnipotente ed una debole, insicura, a volte impotente, rinnova – purtroppo, vien da dire, dato il colonialismo culturale che quotidianamente subiamo – la fascinazione nei suoi confronti. Proprio perché così sicura e vincente, questa società e questa cultura celano segreti terribili e oscuri, che solo con grande dolore possono essere svelati. E’ la storia di questo film.
L’oggetto e il soggetto della storia è una famiglia della middle-class americana, il centro del potere economico e culturale di questa società. Il quadro che ne emerge è agghiacciante: il denaro e il successo come i termini di una alienazione che rovina i rapporti umani tra genitori e figli, tra mariti e mogli, tra amici e amiche. Che produce un disagio esistenziale e relazionale che non si può ammettere perché finirebbe per mettere in discussione questi due miti sociali sulla quale è fondata tale vincente onnipotenza. Dietro all’apparenza dunque, non solo il dolore della disumanità dei rapporti ma una fragilità personale profonda, perché non vi sono altri punti di riferimento, perché il disagio non è riconosciuto né ha nome, perché la malattia ha radici culturali che non possono essere messe in crisi. Da sempre e ovunque, si sa, le culture rassicurano e ammalano, proteggono e feriscono: questa del capitalismo vincente sembra lasciare l’uomo solo come nessun’altra perché spostando la rassicurazione e la protezione dalle relazioni agli oggetti non consente agli individui di curarsi mai.
Ma qualcuno si ribella. E’ il senso simbolico del film, il messaggio, si diceva una volta: l’uomo ha sempre delle risorse e quindi può riuscire a cambiare, ad uscire dalle gabbie e dai vincoli tossici che si costruisce attorno e recuperare la propria umanità. Qui possiamo fare un’altra delle nostre riflessioni: nel segno e nella coerenza della cultura individualista e isolante nella quale è inserito, la rivolta del protagonista è solitaria, non aggrega, non riesce a costruire gruppo e cultura attorno a sé che offrano una possibilità di cambiamento collettivo e la guarigione o il recupero di una dimensione più umana è solo un’opportunità personale, individuale, singola. La stessa famiglia, cristallizzatasi in una struttura incomunicabile tra i suoi membri dopo anni e anni di relazioni vuote o disturbate, non riesce a riparare sé stessa, non riesce a divenire risorsa collettiva, luogo gruppale e politico del cambiamento culturale. Il membro ribelle può salvare solo sé stesso, autoescludendosi, andandosene e lasciando gli altri al proprio destino. Quello che si può sperare è che “fuori” possa aggregarsi e costituire minoranze che portino avanti altri significati culturali e sociali del convivere collettivo, ma nel film non ve ne è traccia.
Non so se queste considerazioni siano aderenti al film o mi sia fatto dei viaggi che con questa storia non c’entrano niente. Di una cosa sono ancora certo però: il film l’ho visto, e se mi ha evocato questi pensieri significa che la forza emotiva che ha prodotto è stata reale, viva, intensa. Ciò significa che la sua qualità estetica non può essere indifferente, anche se non è un capolavoro, anche se è troppo patinato come quasi tutto il cinema americano odierno, anche se non vi è alcuna originalità stilistica che lo qualifichi. Ma è un bel film, e questo è un fatto.
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