15. I sogni di classe
- Autore: Marco Lodoli
- Anno e numero: 1996/53 (monografia su volontariato e disabilità)
di Marco Lodoli
Sono arrivato a scuola sotto una pioggia implacabile: l’edificio basso e spampanato, sembrava affiorare dalle pozze d’acqua come un gigantesco ippopotamo. Ho salutato il bidello che non mi ha risposto, quindi ho firmato il foglio delle presenze alla riga sbagliata, ho corretto con uno sgorbio e ho preso il mio registro dal muro metallico degli armadietti. È massiccio quel registro. Pesa come la bibbia e prova a mettere addosso gli stessi sensi di colpa: ma io che sono accaldato mi ci sventolo.
Di corsa ho traversato i padiglioni e sono entrato in classe.
Mi sembra sempre più difficile insegnare qualcosa di sincero: vorrei che ogni giorno i ragazzi si avvicinassero di più al centro della faccenda, ma nello stesso tempo ho l’impressione che da quel centro ogni giorno io mi allontano un poco.
Raccontate in una paginetta un sogno che avete fatto, ho detto a quelli della prima C.
Un sogno a occhi aperti o un sogno a occhi chiusi? Mi ha domandato Melissa, che ama le distinzioni e la chiarezza.
Un sogno a occhi chiusi ho risposto. I ragazzi chinati sui fogli bianchi come cuscini, avevano lo sguardo di chi, per ricordare le cose importanti, deve dimenticare l’inutilità che lo circonda. Manilo, il più svogliato, ha cominciato a sbirciare sul foglio di Silvia, la compagna di banco.
I sogni non si copiano, ho detto, e mi è sembrata una frase significativa, di quelle che mi appunto a matita sulla porta di camera mia. Ho una bella collezione di frasi così. Ad esempio: “Tutto deve essere semplice quanto può, ma non di più”, l’ho copiata da Einstein; oppure: “La causa dei problemi sono le soluzioni”, una sentenza che ho letto in un cesso.
I sogni non si copiano. La matematica sè, l’esercizio di chimica bromatologica anche, e forse pure il tema, ma l’anima no. Ognuno ha la propria, può essere un teatro o una discarica, l’importante è abituarsi a sentire la voce, riconoscerne i desideri, come una madre riconosce tra mille il pianto e il riso e le pernacchie del suo bambino.
Posso dormire e sognare adesso? Mi ha domandato Emanuele, che vuole sempre fare lo spiritoso.
Scrivi, gli ho detto.
Però anche lei deve scrivere un suo sogno, professore, ha detto Emanuele. Per un momento tutti si sono svegliati dal loro compito e in coro si sono uniti a quella richiesta: anche lei, professore!
D’accordo, anch’io.
Alla fine li leggiamo tutti, vero professore?
D’accordo.
Dopo una decina di minuti è venuto da me Roberto, che è altissimo e la domenica gioca in porta. Roberto parla poco o niente, ma ha un sorriso e due occhi che contengono lo Zingarelli. Ecco il mio sogno, ha mormorato, è molto strano, non ci ho capito niente, ma non mi va di leggerlo davanti agli altri.
Roberto ha una calligrafia incredibile: le parole sono talmente piccole e ordinate che paiono una fila di formiche in cerca di una tana.
Il suo sogno era questo: “Camminavo insieme a mio padre per un sentiero di montagna. Intorno c’erano tanti prati e sopra di noi scintillavano i ghiacciai. D’un tratto sono stato investito alle spalle da una corsa di ciclisti. Sono caduto per terra e per un attimo ho perso i sensi. In testa avevo una ferita profonda e mio padre, con un grosso ago, me l’ha ricucita. Poi c’è un salto di scena: sono a casa, a letto, ancora malato per la ferita. Mio padre è seduto accanto a me, ha in mano un coltellaccio, mi fa paura. Allora scappo in cucina, prendo anch’io un coltello e lo uccido.
Sono in prigione a scontare la pena. Sono diventato un vecchio, sono tanti anni che sto rinchiuso in quella prigione. Mentre cammino per un corridoio, incontro mio padre. Il cuore mi batte fortissimo, mi viene da piangere, lui mi guarda fisso e io mi ammazzo”.
Roberto sorride con il suo sorriso carico di parole zitte. Non ci ho capito niente, ripete. Cerco di ricordarmi com’è suo padre, che faccia fa quando viene a informarsi del profitto del figlio. Nella mente purtroppo non trovo, tra le tante tremolanti fisionomie, la sua.
Alla cattedra arriva Milena, piccola con il suo sogno in mano. Vuole assolutamente che io lo legga. Subito, la prego, subito, e batte gli zatteroni per terra, come se chiedesse all’universo intero di durare ancora un minuto, il tempo di leggere il suo sogno.
Ha una calligrafia larga e tonda, le lettere sono bolle azzurre che galleggiano nel bianco.
“Ero nella mia cameretta e ascoltavo la radio. All’inizio c’era una canzone di Vasco che conosco bene e io ballavo un po’ annoiata davanti allo specchio, poi la musica cambiava, era strana, mi metteva brividi nelle gambe. Nella cameretta è apparsa una bambina. Mi ha salutato con affetto, mi stringeva forte come se mi conoscesse. Aveva i capelli biondi e i sandali chiari.
Come stai, Milena, mi ha domandato.
Bene, le ho risposto. Ma tu chi sei?
Lei ha sorriso buffa.
Non mi riconosci? Sono la tua nonna.
Non è possibile, sei cos piccola. E poi mia nonna è morta quattro anni fa, sono stata anche al suo funerale, me la ricordo bene mia nonna dormiva in questa stanza insieme a me e da quando non c’è più dormo con la luce accesa… Sei troppo piccola, davvero.
Sai Milena, dopo la morte siamo così.
E poi li ho letti tutti quanti quei foglietti, alcuni a voce bassa, altri a voce alta. Sentivo che nella classe, tra quelle quattro mura imbrattate negli anni di mille scritte inneggianti ad amori ormai defunti o a cantanti scomparsi, prendeva posto la Grande Notte, un tempo segreto che non è mio nè tuo, ma di tutti noi: sentivo che ognuno aveva vuotato la sua anima in una vasca che sogno dopo sogno si faceva più larga, ed era un mare, infine, l’oceano dal quale, come i pesci preistorici, tutti siamo usciti per alzarci in piedi e metterci scarpe e vestiti e andare e imparare un mestiere e un destino di fatiche.
I ragazzi ascoltavano incantati, come se ogni incomprensibile storia li portasse davanti a un tempio, in un bosco, in un silenzio.
Adesso deve leggerci il suo sogno, ha preteso Emanuele.
Non avevo fatto in tempo a scrivere, cos l’ho raccontato nel modo confuso in cui in quel momento lo ricordavo:
“Ero in piedi davanti a un gruppo di uomini dai volti grassi. Avevo l’impressione di dover sostenere un esame, e infatti uno di quegli uomini mi ha chiesto di suonare il violino. Ci deve essere un errore, uno scambio di persona: non ho mai suonato il violino, nemmeno lo possiedo. Il violino, ha insistito un altro, coraggio, ci faccia sentire un bel motivo dei suoi. Ho cominciato a sudare, più negavo, più quelli pretendevano e si accigliavano.
Altre volte m’era capitato di dover deludere una richiesta: sapevo che già mi era capitato, in altri sogni, in altri giorni. Non ho baciato, non ho parlato turco, non ho saltato l’ostacolo. Mi prendeva lo smarrimento e la paura. Io sono una cosa precisa, pensavo, so fare questo e questo, ho i miei confini, come uno stato africano disegnato esattamente con la riga.
Avanti, il violino.
Ho appoggiato sulla spalla un invisibile stradivari e ho cominciato a recitare da violinista. Nei sogni tutto è possibile, anche che un gruppo di uomini grassi e arcigni inizi a ballare, e che d’improvviso tra loro ci sia qualche bella ragazza, che i loro vestiti si accendano di colori. Più suonavo, più c’era gente, e io pensavo: niente è difficile. E pensavo anche: questa cosa è la mia festa.
Poi tutto è svanito o sono arrivate altre immagini, ma non le ricordo”.
Che supersogno, ha detto Silvia.
A questo punto è suonata la campanella, un trillo acuto come quello di una sveglia.
C’è la lezione di matematica, ha detto Melissa, la prof ci massacra.
Facciamo il respirone? Ha domandato Emanuele che prende ogni cosa come una bella scemenza, e ha le sue ragioni.
Certamente, ho detto, si comincia e si finisce così. Tutti insieme abbiamo inspirato ed espirato aprendo le braccia sopra la testa, come un fiore apre i petali, e come ogni giorno abbiamo chiuso la lezione con un sorriso che significa: se non crolla il mondo, domani ci rivediamo qui, se invece crolla che sarà mai, ci vediamo da un’altra parte.
naviga:
Ricerca libera
Argomenti
Associazione “Centro Documentazione Handicap” – Cooperativa “Accaparlante” – via Pirandello 24, 40127 Bologna. Tel: 051-641.50.05 Cell: 349-248.10.02

