9. Frankenstein
- Autore: Mary Shelley
Riportiamo di seguito un brano tratto dal romanzo Frankenstein ovvero il Prometeo moderno di Mary Shelley, Club degli Editori, Milano, 1968
Maledetto, maledetto creatore! Perché continuai a vivere? Perché, in quell’istante, non estinsi la scintilla di vita che tu mi avevi avventatamente donato? Non lo so; non ero ancora preda della disperazione: i miei sentimenti erano di rabbia e di vendetta. Avrei distrutto con gioia la casa ed i suoi abitanti, mi sarei deliziato delle loro grida e del loro dolore.
Come venne la notte, abbandonai il mio rifugio e vagai per il bosco; non più trattenuto ormai dal timore di essere scoperto, diedi libero sfogo alla mia angoscia con ululati terrificanti. Ero come una bestia selvaggia che avesse rotto i lacci; distruggevo tutto ciò che mi si parava dinanzi e correvo per la foresta come un cervo. Oh, che terribile notte passai! Le stelle brillavano fredde, quasi in segno di scherno, e gli alberi agitavano i rami nudi sopra la mia testa; ogni tanto nel silenzio si levava, dolce, la voce di un uccello. Tutto era quiete e gioia, tutto all’infuori di me; io, come l’arcidiavolo, portavo in me l’inferno; e poiché nulla amavo, sentivo il desiderio di strappare gli alberi, di spargere all’intorno sterminio e distruzione e di sedermi poi a gioire della rovina.
Ma era un tumulto di sentimenti che non poteva durare; l’eccessivo dispendio di energie mi affaticò e, impotente e disperato, caddi sull’erba umida. Nessuno fra le miriadi d’uomini esistenti avrebbe avuto pietà di me o mi avrebbe aiutato; perchè avrei dovuto io mostrarmi buono con i miei nemici? No: da quel momento dichiarai guerra eterna all’umanità, e, più di tutti, a colui che, creandomi, mi aveva votato a questa insopportabile abiezione.
Si levò il sole; udii le voci degli uomini e compresi che mi era impossibile ritornare per quel giorno al mio rifugio. Mi nascosi quindi in un fitto cespuglio, e decisi di consacrare le ore a riflettere sulla mia situazione.
La luce del sole e la purezza dell’aria mi infusero un certo grado di tranquillità, e quando considerai l’accaduto, non potei a meno di pensare di essere stato troppo precipitoso nelle mie conclusioni. Avevo agito imprudentemente, certo. Con le mie parole mi ero senza dubbio cattivata la simpatia del vecchio, ed ero stato pazzo ad esporre la mia persona all’orrore del suoi figli. Avrei dovuto prima abituare il vecchio De Lancey alla mia presenza, poi, a poco a poco, rivelarmi al resto della famiglia, quando gli altri fossero stati preparati ad avvicinarmi. Ma non mi sembrava che i miei errori fossero irrimediabili; dopo lunghe riflessioni, decisi di tornare alla villetta, di cercare il vecchio e di guadagnarlo alla mia causa con frequenti visite.
Questi pensieri mi calmarono, e nel pomeriggio caddi in un sonno profondo; ma la febbre non mi permise sogni tranquilli. Davanti agli occhi mi si ripeteva sempre la scena orribile del giorno precedente: le donne che fuggivano e Felice che, furibondo, mi strappava dai piedi del padre. Mi svegliai esausto, e, come mi accorsi che era già notte, scivolai fuori del mio nascondiglio e andai in cerca di cibo.
Placata la fame, mi diressi verso il ben noto sentiero che conduceva alla casa. Entrai silenziosamente nel mio ricovero, e restai in silenziosa attesa dell’ora in cui la famiglia si sarebbe destata. Quell’ora passò, il sole si levò alto nel cielo, ma i miei vicini non apparvero. Previdi qualche sciagura e fui colto da un fremito violento. Nella casa era buio, e non si udiva movimento alcuno; non posso descrivere l’angoscia di questa attesa.
Passarono poi due contadini che, fermandosi accanto alla casa, cominciarono a discutere gesticolando; ma non compresi quello che dicevano, perché parlavano la lingua del paese, diversa da quella dei miei protettori. Poco dopo tuttavia apparve Felice, accompagnato da un’altra persona. La cosa mi stup, perché sapevo che non era uscito di casa quella mattina, e mi sforzai di comprendere, dai suoi discorsi, il significato di questi avvenimenti insoliti.
– Considerate – disse il suo accompagnatore, – che sarete obbligati a pagare tre mesi di affitto ed a perdere i prodotti dell’orto. Non voglio ricavare alcun illecito profitto, e vi prego quindi di attendere qualche giorno prima di decidere.
– È assolutamente inutile – rispose Felice; – non possiamo più— abitare nella vostra casa. In seguito alla circostanza spaventosa che vi ho riferito, la vita di mio padre è in grandissimo pericolo. Mia moglie e mia sorella non potranno mai rimettersi dall’orrore che hanno provato. Vi scongiuro di non discutere oltre. Prendete possesso della vostra proprietà, e lasciate che mi allontani da questo luogo.
Dicendo questo, Felice tremava violentemente. Entrò nella casa con il suo compagno, vi restò per qualche minuto, poi si allontanò. Non rividi più componente alcuno della famiglia De Lancey.
Rimasi per tutto il resto della giornata nel mio rifugio, in uno stato di indicibile ed ebete disperazione. I miei protettori se n’erano andati, avevano spezzato l’unico vincolo che mi tenesse legato al mondo. Per la prima volta sentimenti di vendetta e d’odio mi riempirono l’animo, ed io neppure cercai di dominarli, ma, lasciandomi trascinare, volsi lo spirito alla distruzione e alla morte. Quando ricordavo i miei amici, la voce dolce di De Lancey, gli occhi buoni di Agata, la squisita bellezza dell’araba, questi pensieri svanivano, e scoppiavo in pianto. Ma quando ricordavo che essi mi avevano respinto ed abbandonato, l’ira tornava ad afferrarmi, un’ira furibonda, e, non potendo infierire su un essere umano, sfogavo la mia collera su oggetti inanimati. Come giunse la notte, disposi attorno alla casa combustibili di ogni sorta, e, dopo aver distrutto ogni traccia di coltivazione nell’orto, attesi con impazienza che la luna tramontasse per dare inizio alla mia opera.
Come la notte si fece più profonda, un forte vento si levò dai boschi e spazzò rapidamente le nubi che indugiavano nel cielo; le raffiche si precipitavano innanzi come una valanga possente, e produssero nel mio animo una specie di pazzia che infranse ogni vincolo di ragione e di riflessione. Accesi il ramo secco di un albero e presi a danzare freneticamente attorno alla casa condannata, gli occhi fissi alla linea dell’orizzonte a occidente, già sfiorata dalla luna. Quando alla fine una parte della sua orbita scomparve, scossi la torcia, l’abbassai e con un gran grido appiccai il fuoco alla paglia, all’edera e ai ramoscelli che avevo ammassato. Il vento alimentò il rogo, e in breve la casa fu avviluppata dalle fiamme che l’assalivano e la lambivano con le loro lingue forcute e distruttrici.
Non appena ebbi la certezza che nessuna parte dell’edificio avrebbe potuto essere salvata, lasciai il luogo ed andai a cercare rifugi nei boschi.
Ed ora che il mondo si apriva dinanzi a me, in quale direzione avrei mosso i miei passi? Decisi di fuggire dal teatro delle mie sciagure; ma per me, odiato e disprezzato, ogni paese sarebbe stato egualmente orribile. Alla fine mi balenò alla mente il pensiero di te. Sapevo dalle tue carte che tu eri mio padre, il mio creatore; a chi avrei potuto meglio rivolgermi che a colui il quale mi aveva dato vita? Tra le lezioni che Felice aveva impartito a Safie, non era stata trascurata la geografia, ed io conoscevo quindi la posizione relativa dei vari paesi della terra. Tu parlavi di Ginevra come della tua città natale e decisi di dirigermi a quella volta.
Ma come avrei potuto trovare la strada? Sapevo di dover viaggiare verso sud per raggiungere la meta, ma non avevo altra guida all’infuori del sole. Non conoscevo i nomi delle città che avrei dovuto attraversare, né avrei potuto chiedere informazioni ad essere umano; pure non disperai. Da te solo potevo sperare soccorso, anche se nei tuoi riguardi nutrivo un unico sentimento: l’odio. Creatore spietato e senza cuore! Mi avevi dotato di sentimenti e di passioni, poi mi avevi scacciato, oggetto di disprezzo e d’orrore per l’umanità. Ma da te solo potevo reclamare pietà e assistenza, e da te decisi di cercare quella giustizia che invano mi ero sforzato di ottenere da ogni altro essere umano.
Il mio viaggio fu lungo, e le sofferenze che sopportai indicibili. Era autunno inoltrato quando lasciai la regione dove avevo cos a lungo soggiornato. Viaggiavo soltanto di notte, per tema di incontrare un essere umano. La natura appassiva attorno a me, ed il sole perse il suo calore; caddero neve e pioggia, grandi fiumi gelarono, la superficie della terra si fece dura ghiacciata ed aspra, ed io non trovavo rifugio. Oh, terra! quante volte rimpiansi amaramente di essere venuto al mondo!
Era scomparsa la dolcezza della mia natura, tutto in me si era tramutato in tormento ed amarezza. Più mi avvicinavo alla tua dimora, più acuto avvertivo lo spirito della vendetta che mi torturava il cuore. Cadde la neve, le acque si tramutarono in una distesa solida, ma io non mi arrestai. Ogni tanto qualche incidente serviva ad indicarmi la direzione, e possedevo una carta geografica del paese, ma spesso vagavo lungi da quella che avrebbe dovuto essere la mia via. L’angoscia non mi dava tregua; non mi capitò un solo caso dal quale la mia ira e il mio dolore non traessero alimento, anzi, un fatto accaduto nel dintorni del confine svizzero, quando il sole aveva ritrovato il suo calore e la terra cominciava a rinverdire, esasperò in modo particolare l’amarezza del mio animo.
Di solito riposavo durante il giorno e viaggiavo solo quando ero sicuro che le tenebre mi nascondevano alla vista dell’uomo. Ma una mattina, notando che il mio sentiero si snodava attraverso un bosco fittissimo, mi arrischiai a proseguire il mio cammino quando giù il sole era spuntato; la giornata, agli inizi della primavera, infondeva anche a me un poco di allegria con il suo splendore e la sua aria balsamica. Sentivo rinascere in me sensazioni di bontà e di gioia, che credevo da lungo tempo spente. Sorpreso dalla novit… di queste emozioni, mi lasciai trascinare da esse, e, dimenticando la mia solitudine e la mia deformità, osai essere felice. Dolci lacrime tornarono ad inumidirmi le guance, e giunsi al punto di sollevare con riconoscenza gli occhi umidi al benedetto sole che mi concedeva una simile gioia.
Continuai ad avanzare fra i sentieri del bosco fino a quando non giunsi al suo limite, segnato da un fiume rapido e profondo in cui molti alberi piegavano i loro rami giù coperti di gemme primaverili. Là, non sapendo esattamente quale strada seguire, mi fermai, quando sentii un suono di voci che mi spinse a nascondermi all’ombra di un cipresso. Non appena ebbi fatto ciò, una giovane donna venne correndo verso il luogo dove io mi celavo, ridendo come se per gioco cercasse di fuggire a qualcuno. Continuò tratta lungo le rive scoscese del fiume, quando, improvvisamente, mise un piede in fallo e cadde nella corrente impetuosa. Mi precipitai fuori del mio nascondiglio, e, lottando con la violenza delle acque, la salvai e la trassi a riva. Era priva di sensi, ed io cercavo come meglio potevo di farla rinvenire, quando fui improvvisamente interrotto dal sopraggiungere di un contadino, probabilmente la persona dalla quale la fanciulla fuggiva per gioco. Come mi vide, mi si precipit• addosso, mi strappò la giovane dalle braccia e si affrettò verso il fitto del bosco. Lo inseguii rapido, non sapevo neppure io perché; ma, come vide che mi avvicinavo, l’uomo mi prese di mira con una rivoltella che aveva seco e fece fuoco. Caddi a terra, e il mio feritore fugg nel bosco con raddoppiata rapidità.
Era questa, dunque, la ricompensa alla mia bontà. Avevo salvato un essere umano dalla morte, ed ora, come premio, mi contorcevo per il dolore di una ferita che mi dilaniava carne ed ossa. I sentimenti benevoli che mi pervadevano solo pochi momenti addietro si trasformarono in ira diabolica e in digrignare di denti. Esacerbato dalla sofferenza, giurai odio eterno e vendetta a tutta l’umanità. Ma lo strazio della ferita mi vinse: il polso mi si arrestò, ed io svenni.
Per qualche settimana condussi una vita miserabile nei boschi, cercando di curare la ferita che mi era stata inferta. La pallottola mi era penetrata nella spalla, ed io non sapevo se vi fosse rimasta conficcata o l’avesse trapassata; in ogni caso, non avevo modo di estrarla. Le mie sofferenze erano anche aumentate dalla sensazione opprimente dell’ingiustizia e dell’ingratitudine di cui ero vittima. Ogni giorno facevo voti per una vendetta tale da compensarmi da sola degli oltraggi e dell’angoscia subiti.
Dopo alcune settimane la ferita guar ed io ripresi il mio viaggio. Le fatiche che affrontavo non ricevevano ormai più sollievo dallo splendore del sole o dalle brezze gentili della primavera; ogni gioia non era che una beffa che insultava la mia desolazione e mi faceva sentire più penosamente come io non fossi stato fatto per godere di piacere alcuno.
Ma i miei travagli si avvicinavano ora alla fine; in due mesi circa, raggiunsi i dintorni di Ginevra.
Era sera quando arrivai, e mi ritirai in un nascondiglio fra i campi che circondano la città, a riflettere sul modo in cui avrei potuto giungere fino a te. Ero oppresso dalla stanchezza e dalla fame e troppo infelice per godere delle lievi brezze vespertine o della vista del sole che tramontava dietro le stupende montagne del Giura.
Venne a sollevarmi dai miei cupi pensieri un sonno leggero, disturbato poi da un fanciullo che, con tutta la spensieratezza dell’infanzia, veniva di corsa verso il rifugio da me scelto. Improvvisamente, mentre lo guardavo, mi venne l’idea che quella piccola creatura non doveva avere pregiudizi, che da troppo poco tempo era al mondo per conoscere l’orrore per la deformità. Se avessi potuto impadronirmi di lui ed educarlo come mio compagno ed amico, non sarei stato solo su questa terra popolata.
Spinto da questo impulso, presi il ragazzo mentre passava e lo trassi a me. Non appena si accorse del mio aspetto, egli si copr gli occhi con le mani ed emise un grido acuto. Lo costrinsi ad abbassare le mani dal viso e dissi: – Bimbo, che significa ciò? Non voglio farti del male; ascoltami.
Egli si dibattè con violenza. – Lasciami andare – grid•, – mostro! demonio orrendo! Vuoi mangiarmi e farmi a pezzi. Sei un orco! Lasciami andare o lo dirò al mio papà.
– Ragazzo, non vedrai più tuo padre. Devi venire con me.
– Mostro orrendo! Lasciami andare; mio papà ….è sindaco… è il signor Frankenstein, e ti farebbe punire. Non osare di trattenermi.
– Frankenstein! Tu appartieni allora al mio nemico… a colui al quale ho giurato vendetta eterna. Tu sarai la mia prima vittima.
Il bimbo continuò a dibattersi e a caricarmi d’ingiurie che portavano la disperazione nel mio cuore; lo strinsi alla gola per farlo tacere, ed un istante dopo egli giaceva ai miei piedi, morto.
Fissai la mia vittima, ed il mio cuore palpitò di esultanza e di diabolico trionfo; giungendo le mani esclamai: – Anch’io posso creare la desolazione: il mio nemico non Š invulnerabile; questa morte lo porter… alla disperazione, e mille altre sventure lo tormenteranno e lo distruggeranno.
Mentre fissavo lo sguardo sul bimbo, vidi qualcosa luccicare sul suo petto. La presi: era la miniatura di una bellissima donna. Malgrado la mia perversità, essa mi intenerì e mi attrasse. Per qualche istante guardai con gioia i suoi occhi scuri dalle lunghe ciglia e le sue splendide labbra, ma poi, subito, ricaddi preda dell’ira: ricordai che io ero bandito per sempre dalle gioie che simili creature possono offrire, ricordai che, se mi avesse visto, quella stessa persona che stavo ammirando avrebbe mutato quella sua aria di divina bontà in un’espressione di terrore e di disgusto.
Ti meravigli forse che simili pensieri centuplicassero la mia ira? lo invece mi chiedo solo come mai in quel momento, invece di sfogare i miei sentimenti in gemiti di angoscia, non mi precipitassi sull’umanità, annientandomi nel tentativo di distruggerla.
Sconvolto da simili emozioni, lasciai il luogo del delitto, e stavo cercando un nascondiglio più sicuro, quando vidi passarmi accanto una giovane donna. Era una fanciulla non bella certo come la donna della miniatura, ma di aspetto gradevole, e nel pieno fulgore della giovinezza e della salute. “Ecco” pensai, “una delle creature i cui sorrisi sono destinati a tutti fuor che a me; non mi sfuggirà; grazie alle lezioni di Felice ed alle leggi sanguinarie dell’uomo, ho imparato ad operare il male”. Mi avvicinai a lei, senza essere visto, e feci scivolare la miniatura in una delle pieghe della sua veste.
Per alcuni giorni mi aggirai attorno ai luoghi che erano stati teatro di questi avvenimenti, ora spinto dal desiderio di vederti, ora deciso ad abbandonare per sempre il mondo e le sue miserie. Mi diressi alla fine verso queste montagne e vagai per i loro recessi, consunto da un’inquietudine bruciante che tu solo puoi soddisfare. Non ci separeremo fino a quando tu non mi avrai promesso di consentire alla mia richiesta. Sono solo e misero: l’uomo non mi sarà mai compagno, ma un essere deforme e orribile mio pari, non mi respingerebbe. Il mio compagno deve essere della mia stessa specie e deve avere i miei stessi difetti. Tu devi creare un essere simile.
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