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14. Racconti del centro

di Davide Rambaldi

Educatori che raccontano il proprio lavoro, e scrivono dei propri utenti, in diari, relazioni, nei progetti educativi, nei libri delle consegne. Probabilmente non esiste un linguaggio specifico degli educatori, un linguaggio tecnico, anche se a qualcuno potrebbe venire la voglia di fondarne uno (ma è proprio cos necessario? La legittimità non può, deve, venire da altro?).
Del resto, gli articoli sull’argomento che abbiamo pubblicato in questo numero, sono scritti tutti da educatori e sono scritti con un linguaggio e uno stile molto diverso.
Questo può dipendere in parte dalla persona che scrive, in parte da che cosa si deve scrivere. Probabilmente, anche, l’educatore è chiamato ad esprimersi con modi diversi, suggeriti dal contesto, dal destinatario.
Un altro modo per farlo è quello che ora vi proponiamo. Qui si passa al racconto del proprio lavoro in forma letteraria, creativa e l’utilità e l’importanza di questo genere è subito evidente.
I particolari, i singoli episodi da cui prendono piede queste narrazioni possono spiegare bene che cosa sia il lavoro di un educatore, chi siano quegli uomini e quelle donne che chiamiamo utenti, che senso abbia tutto questo.

Franchino
Era la dannazione di Pelle di Seta, Franchino.
Se lo sognava di notte. Che la picchiava. Che la guardava con quei suoi occhi furbi e dolci e imprevedibilmente la colpiva, e lei si svegliava sudata, Pelle di Seta, col batticuore e il fiatone, sul letto, come se avesse corso.
Giustamente Pelle di Seta la dette su. Era, come tanti, educatrice per sbaglio. Ora fa la postina ed è più contenta. Nessuno la picchia e per Natale le danno le mancie.
Con Fabio Franchino non ci pensava neanche un po’ di colpirlo. Bastava che Fabio alzasse lo sguardo e lui, un attimo prima, si fermava. Neanche a dirlo, Fabio non l’aveva mai toccato se non per giocare e fare i covini. Eppure Franchino aveva timore di lui. Gli premeva troppo la relazione. Chissà che Fabio non si arrabbiasse poi, davvero, e quindi perch‚ essere cos matto da picchiarlo, cos poco furbo? Come dicevano i maestri dell’Ecole de Bonneuil: non si è mai matti 24 ore al giorno (come non si è mai sani). Era meglio giocare con Fabio, cantare e ascoltare la musica, fare gli scherzi e saltare.
Eccoli al fiume. Loro due, altri ragazzi e operatori più in là; vacanza estiva: come si sta bene! lontano da casa, dalla noia dei giorni sempre uguali, con gli educatori tutti per sé‚: che spasso! Fanno dei giochi Franchino e Fabio, si divertono con la sabbia, si spruzzano l’acqua, si rincorrono sui sassi.
Ora Fabio prende il sole e si asciuga; Franchino di fianco continua a pastrocciare col fango. Si mette a massaggiargli la schiena, tenero, ad accarezzarlo con le mani sporche. Fabio è contento ma sente un po’ puzza.
“Cosa fai Franchino?”
Ma è troppo tardi. Franchino lo ha spalmato di cacca, la sua cacca, un lavoro profondo, bello e pulito.
Ci sono molti modi per esprimere l’affetto.
Certo questo è uno dei più puzzolenti.

Valentina
Valentina fa sempre le stesse domande e non ascolta le risposte.
Ha uno sguardo bonario e assente, due occhi azzurri e dolci e pare sempre sulle nuvole. È difficile farle fare qualcosa perch‚ anche quando la fa Valentina si distrae e si mette a fare qualcos’altro: guardarti e farti qualche domanda.
A teatro Valentina è stata bravissima invece. C’era il pubblico che applaudiva, che avrebbe applaudito ancora, eppure è rimasta concentrata e ha fatto quel che doveva fare, e non si è fermata a guardare tra il pubblico se riconosceva qualcuno e non ha salutato con la mano e non si è immobilizzata sul palcoscenico fino a che qualcuno non la portasse via. Valentina è stata bravissima.
Il giorno dopo lo spettacolo ho incontrato sua madre. Mi ha detto che un neuropsichiatra che ha seguito Valentina per tanti anni alla fine dello spettacolo l’ha abbracciata senza che lei se lo aspettasse e aveva gli occhi pieni di lacrime.
Ho pensato che era commosso per lo spettacolo, per Valentina, per la madre, per lui stesso, per gli anni di lavoro attorno ad una persona handicappata che non si buttano e non si devono buttare via mai.
A casa, la sera, non riuscivo a dimenticare la gioia e l’emozione negli occhi della madre di Valentina. Cos ho scritto come sono andate le cose.

Sporco/pulito
“Puzza?”
“No, non puzza.”
“Puzza.”
“Non puzza.”
Renzo mi offre da annusare la maglia che indossa da un’ora. Pulita.
“Puzza, puzza” con l’aria di chi sa il fatto suo.
“Cazzo Renzo: non puzza! Te la sei appena messa!”
Se la sta già cavando.
Lo fermo. Gli spiego per l’ennesima volta che non puzza la maglietta, che se l’è appena messa, che era pulita perché‚ stava piegata dentro la valigia e lui si era appena fatto la doccia e tutto era esattamente come doveva essere.
Sembra convinto.
Un po’ di tranquillità. Stasera si esce. Ci si fa belli! In discoteca a ballare!
Mi faccio una doccia. Canticchio. Esco. Non c’è l’accappatoio. Tutto bagnato entro in camera. Lo cerco. Non lo trovo.
“Renzo, hai visto il mio accappatoio?”
“Puzzava.”
Ridiamo almeno cinque minuti, a crepapelle, prima che riesca a recuperarlo, maleodorante, dal cesto della roba sporca.

Pietro e il perfido Beppe
Pietro è un down meraviglioso e grasso che organizza il suo tempo libero – in quello non libero lavora – nell’architettare infinite trasgressioni più o meno innocenti.
Pietro ha però un persecutore: il perfido Beppe, un mattacchione psicotico e anch’egli grasso che per un misterioso motivo ce l’ha su con lui.
Il perfido Beppe perseguita Pietro in vari modi: minacciandolo fisicamente ma soprattutto denunciando alle autorità – operatori e familiari – le sue trasgressioni.
Memorabile in questo senso fu quella volta che tornando a casa dal mare, appena scesi dal pulmino, il perfido Beppe trovò il modo di dire a sua madre che Pietro mi aveva tirato la sabbia negli occhi. La madre mi guardò. In effetti avevo una biglia insanguinata al posto di un occhio.
Partì un ceffone che si stampò tra collo e guancia (grassi) del povero Pietro, con un busso che rimbombò tra i caseggiati, mentre il perfido Beppe sogghignava mefitico strofinandosi le mani.
Devo ammettere che anche noi trattenemmo a stento le risa.
Da tempo Pietro evita la compagnia del perfido Beppe e noi operatori evitiamo quando possibile di mescolarli.
Anche quando non c’è però, il perfido Beppe è un incubo cos presente nella vita di Pietro che non può e non vuole sentirlo neanche nominare. Appena qualcuno accenna il suo nome, Pietro esclama: “Non dire! Dì luà!”, essendo incapace di dire luilà.
Noi operatori abbiamo ormai adottato questa strategia per la nostra vita. Chi non ha un persecutore prima o poi?
E come Pietro diciamo: “Non dire! Dì luà!”



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