7. Dottori diversi
- Autore: Giovanna Di Pasquale
- Anno e numero: 1996/49 (monografia sulla comunicazione sociale)
di Giovanna Di Pasquale
Il medico è chiamato in causa, in questi momenti, non come un professionista distaccato, ma come soggetto partecipe, disposto a coivolgersi. Non si comunica solo con le parole, ma anche con i gesti e le espressioni. La prima informaizone deve essere solo una tappa di una squenza di occasioni date alla coppia di genitori.
Il tema della prima informazione mi pare possa essere riletto anche alla luce del rapporto fra le certezze e le zone di incertezza che contraddistingue, fra i momenti cruciali della vita di una persona, proprio il primo, l’evento nascita. È un rapporto in cui entrano in gioco, a partire da un dato iniziale, la possibilità di preventivare e di prefigurare ciò che sarà.
La nascita di un bambino porta con sé‚ delle cose certe: l’esistenza, la presenza stessa di quel bambino con quelle caratteristiche fisiche, con il suo essere mentale. È quella presenza che concretizza il diventare genitori, che rende tangibile un nuovo stato, fino a quel momento solo immaginato.
La presenza di un deficit, l’accertamento di un problema, il sentore di qualcosa che non va o potrebbe non andare sono altrettanti, seppur diversi, tasselli che compongono la situazione dell’incontro tra genitori, da una parte, e il personale sanitario, dall’altra.
In questo incontro un punto nodale, non eludibile, è rappresentato dal momento dell’annuncio, in cui prendono forma le prime sensazioni ed emozioni.
Dare l’annuncio è già un atto che può ostacolare o, al contrario, favorire l’elaborazione del processo di accoglienza del bambino appena nato e la costruzione di risposte adeguate ai bisogni nuovi e complessi che si originano.
È, quindi, un atto che ha conseguenza. È un momento unico, delicato, prezioso; ogni volta diverso perché‚ diversa è la trama di storie, emozioni, informazioni, vissuti entro cui si colloca.
L’unicità del momento porta con s‚ la ricerca di un punto di equilibrio, di una situazione intermedia tra una codifica rigida dei comportamenti comunicativi auspicabili e la totale improvvisazione, legata alla disponibilità e al buon senso del personale coinvolto.
Parole e gesti per annunciare una realtà inaspettata
In questo senso può essere utile considerare il momento della prima informazione come inserito all’interno di una mappa in cui la segnalazione di alcuni punti di riferimento rende evidente la direzione da prendere, se si vuole che questo momento si ponga come vincolo/risorsa e non esclusivamente come ostacolo da superare il prima possibile.
Fra i punti di riferimento per chi ha il compito etico e tecnico di condurre il primo colloquio di informazione, alcuni spiccano per priorità e significato:
– il primo è che è necessario partire dalla constatazione che si è di fronte all’annuncio di una realtà diversa/differente/altra da quella che i genitori, sia come singoli che come coppia, avevano immaginato;
– ancora, l’annuncio di una condizione dolorosa, incerta, complessa ha come destinatario una realtà, il sistema famigliare, le cui dinamiche sono anche nelle situazioni “tranquille”, particolari e peculiari a quel nucleo e alla sua storia. Tanto più in questo caso, quando la nascita di un membro di quella famiglia porta con sé‚ anche un peso di dolore profondo che mina il progetto esistenziale dei genitori;
– il momento del primo colloquio rappresenta un tempo per dare tempo. È un momento in cui le mie parole e il modo in cui mi accosto all’altro possono permettere a quest’ultimo di cominciare a ristrutturarsi o al contrario possono contribuire a creare una realtà chiusa, senza possibili alternative, una realtà determinata e fissata in un qui ed ora di cui difficilmente si intravede un’evoluzione.
Per questo è importante comunicare la prospettiva che non si risolva tutto in quell’unica situazione contigente; che il primo colloquio, pur nella sua rilevanza, non costituisce un momento isolato e decontestualizzato ma è semmai una prima tappa, importante e piena di significato, ma che non deve certo essere l’unica;
– occorre considerare, inoltre, che il piano della comunicazione di cui si sta trattando, è un piano globale che investe e coinvolge tutte le persone che sono poli della relazione. In questo senso è particolarmente pregnante la consapevolezza che si tramette un messaggio che va ben oltre le parole la cui scelta è pur essenziale, che vengono utilizzate. Si comunica con i gesti, con le espressioni, con i silenzi: tutto questo contribuisce a generare un attitudine di comprensione o di indifferenza nei confronti dell’altro.
Quanto il medico è disposto a mettersi in discussione?
Quando si fa riferimento al livello comunicativo di una situazione specifica come è quella trattata, l’accento è quasi sempre posto sul flusso di notizie, contenuto e forma, che investe la famiglia.
La discrepanza rilevata anche dalla nostra indagine, che emerge fra la realtà descritta dal mondo medico e quella stessa realtà riletta dal cosmo famigliare apre un ulteriore pista di riflessione.
Nella nostra società il venire al mondo è accompagnato, spesso anche in maniera esasperata, da un carico di promesse di felicità, almeno potenziale. Quando la nascita è segnata però da un tratto diverso, da un elemento di sofferenza o anche di incertezza questo messaggio simbolico e culturale cambia dolorosamente di segno e ci si trova davanti alla designazione di un futuro infelice, ad una prospettiva di infelicità.
Il contesto comunicativo della prima informazione si deve fare carico e, al di la delle intenzioni di chi ne è coinvolto, si incontra con una domanda di fondo: quanta prospettiva di infelicità può sopportare un genitore rispetto allo stato e soprattutto al futuro di un figlio?
Sullo sfondo i genitori chiedono al medico, all’esperto, a colui che è detentore di un sapere consolidato, di aiutarli a tollerare dentro di sé‚ questa dimensione non voluta, non prevista. Di aiutarli non solo per il peso delle parole che pronuncia ma soprattutto rispetto a come queste vengono dette e a come essi si sentono avvicinati o respinti. Ed è forse questo l’aspetto più difficile per chi è professionalmente impegnato in questo compito, perché‚ comunicare all’altro una situazione di sofferenza mi mette in contatto con questa stessa sofferenza non tanto nei termini in cui l’altro la vive quanto nel rimando al rapporto che io, professionista, ho con la mia sofferenza, con la mia idea di malattia, con la mia idea di possibilità di fare evolvere le situazioni e così via.
Il rapporto con tutto questo è complesso, estremamente difficile non solo a livello personale ma anche rispetto alla costruzione e al consolidamento dell’identità professionale. Esso comporta l’interrogarsi su quanto e su come viene tenuta dentro la dimensione dello stare accanto ad un altro/ad una situazione non piacevole, non gratificante, dolorosa; quanto questi elementi convivono nel mio essere professionale, quanto cerco di accoglierli o, invece, li respingo.
Forse molte descrizioni abbastanza tranquille, molte immagini rassicuranti di questo primo momento che escono dai racconti di alcuni medici possono nascere proprio dall’esigenza di spurgare la propria idea, il proprio modo di concepire la professione da questi elementi di tipo relazionale, ad elevato tasso di emotività, che esprimono non solo un modo di fare ma anche di essere.
È possibile fare della prima informazione un contesto che, pur rimanendo difficile da calibrare, rivela anche delle prospettive, in cui la famiglia possa incominciare ad intravedere, seppure sullo sfondo, delle possibili evoluzioni, a comprendere che anche la diagnosi di un deficit è un dato che non va assolutizzato ma che può avere una sua storia evolutiva.
Questo processo può essere maggiormente facilitato e può trovare modo di esprimersi se passa attraverso la consapevolezza interna della persona che ha il compito e le competenze per informare che si è dentro ad una dimensione non unidirezionale, che non va semplicemente, come forse il flusso di notizie potrebbe far pensare, da una parte verso l’altra. ma che questo flusso è continuamente rimandato, ri-alimentato, intrecciato.
La disponibilità a lavorare in questa direzione, ad innestare dei percorsi di comprensione delle dinamiche presenti costituisce la trama essenziale su cui poggiare l’introduzione di innovazioni organizzative e di indicazioni comportamentali per migliorare una comunicazione reciproca basata in modo inestricabile sul tempo dell’ascolto e della parola reciproco.
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