“Oggi arrivano i mongoli!”
- Anno e numero: 1988/3
di Claudio Imprudente e Elio De Nigris
“Questa mattina ci siamo incontrati con due giovani handicappati fisici. Prima di entrare nalla sala dove si trovavano avevo timore che essi mi impressionassero. Infatti appena li ho visti questo è accaduto, ma dopo un po’ l’impressione non l’avevo più. I due handicappati si chiamavano Claudio e Alberto e i due uomini che li assistevano erano Elio e Andre”.
Questo stralcio del tema di Antonella, della IV classe della scuola elementare Bottego (Bologna), è il frutto di uno degli incontri del “Progetto calamaio -incontro con l’handicap a scuola” durante i quali, dopo aver trascorso un po’ di tempo con i ragazzi (delle elementari, medie o superiori a seconda dei casi), abbiamo chiesto loro di dare un seguito all’esperienza iniziata con temi, poesie, riflessioni inerenti agli argomenti sviluppati. Così, partendo da questo scritto dì Antonella, vorrei invitarvi a qualche riflessione.
Proviamo a metterci nei panni di questa ragazzina tenendo presente che ei rappresenta il “ragazzo tipo” a cui 3 rivolto il “Progetto calamaio”, seguiamola a casa:
“… È già suonata la sveglia, devo andare a scuola. Ma ancora due minuti, dai mamma, stamattina ho proprio sonno! Ma, un momento: oggi non devono arrivare gli handicappati? Handicappati?! Cavolo, mi ricordo la faccia del direttore quando ci ha detto: -Sono impressionanti – era tutta conciata quasi sudata. Ma forse è meglio stare tranquilli, saranno persone come noi… Ma se sono persone come noi perché li chiamano handicappati? Ci sarà un motivo. Persone? In fondo non si possono chiamare persone, sono handicappati. Chissà come hanno la bocca, forse alla King Kong; ma ho paura di quel mostro, era così brutto. Stamattina non ho proprio voglia di andare a vedere gli handicappati e poi chi me lo fa fare? La maestra mi ha detto di essere carina con gli handicappati e quando ho tentato di domandarle il perché lei mi ha subito scodellato queste parole: – Con loro devi sempre essere carina… Buona questa bricche col capuccino, avevo una fame; a proposito! Chissà se mangiano gli handicappati e che cosa mangeranno. Distingueranno il dolce dal salato? Secondo me gli preparano uno zuppone con bricche, bistecca, cioccolata, budino, maionese e poi giù nella bocca da King Kong. Brrrr. Che schifo! La maionese con la cioccolata! Sono proprio curiosa di sapere come fanno a mandare giù. Ciao mamma, io vado”.
Per un attimo usciamo da questa drammatizzazione cercando di individuare due aspetti fondamentali che sono già presenti. Prima di tutto la non conoscenza e quindi la paura del diverso e secondariamente la curiosità suscitata dalla diversità. Prendiamo in esame un tema scritto da un alunno di una scuola media: “In un recente incontro svolto nell’ambito scolastico si è tenuto un lungo colloquio tra un ragazzo handicappato e noi. Un nostro primo giudizio su di lui fu negativo perché lo vedevamo come una “cosa” e non come la persona che effettivamente era. Probabilmente in un primo momento ci siamo lasciati condizionare dalla sua diversità e dalla forma fisica contorta e non dalle sue capacità di esprimersi e di comunicare con noi anche se non in maniera normale. Finito l’incontro però siamo riusciti ad apprezzarlo per quello che era interamente e lo dimostra il fatto che all’uscita tutti lo abbiamo salutato con un semplice ciao”. (Giacomo, scuola media S. Venanzio – Bologna).
Se in un primo momento la diversità è oggetto di curiosità, vediamo come in seguito essa diviene stupore. Sappiamo bene che la curiosità nasce motivata da un desiderio di conoscenza, di sapere, di attenzione per una cosa insolita, mentre lo stupore è la conseguenza di una certa situazione che sviluppa in noi quel senso di grande meraviglia che ci colpisce lasciandoci attoniti.
Per concludere il nostro cammino attraverso gli atteggiamenti riscontrati nei vari incontri del “Progetto calamaio” con le diverse fasce d’età dei ragazzi, ecco un brano tratto da uno tema di una studentessa di una classe media superiore.
“Solo parlandoti ci siamo rese conto che il tuo modo di vedere la vita mette in crisi tutti i nostri pregiudizi e ci obbliga ad andare in fondo alla ricerca della verità… Sicuramente la tua esperienza ci è stata d’esempio per capire che bisogna accel tarsi sempre e comunque indipedentemente da quello che ci riserva la vita… Grazie quindi per avere dato l’opportunità di fare i primi passi verso questa nuova concenzione della nostra vita”.
Ora, con quest’ultimo scritto, si aggiunge ai precedenti tre termini pre; in esame, paura, curiosità e stupore un quarto: la realtà obiettiva dell’handicap e quindi la verità. Dalla mia esperienza mi sono accorto che ogi persona quando si rapporta con l’handicap si trova di fronte a quattro fasi.
La paura dell’handicap ed il conseguente rigetto della diversità, rifiuto che viene in parte alleviato dalla fase successiva che si presenta con la dominante della curiosità; è proprio quest’ultima che catalizza il rapporto tra la persona handicappata e quella normale. Segue a questo punto la tappa in cui chi si rapporta con gli handicappati tende a considerare questi ultimi come super-persone, stupendosi delle loro capacità. Infine a mio avviso ci si imbatte nella tappa più delicata che chiamerei la fase della verità che consiste nel saper calibrare gli atteggiamenti di rifiuto a quelli supervalutanti, insomma nell’accettare la persona handicappata in quanto persona e non per la sua particolare condizione handicappata. Ovviamente queste considerazioni sono un’interpretazione dettata sia dalla mia personale esperienza che dalla mia sensibilità e quindi tali riflessioni devono essere intese come possibile percorso a cui rifarsi per poter meglio sviluppare con proprie conoscenze e mezzi una nuova cultura dell’handicap.
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