6. I disabili in Camerun
- Autore: Bertrand Njomegni
- Anno e numero: 1996/53 (monografia su volontariato e disabilità)
di Betrand Njomegni
Parlare del livello di integrazione degli handicappati in Camerun equivale a parlare del livello di integrazione degli handicappati in Africa. Questo perché‚ le usanze culturali e i costumi africani, nell’arco del tempo, non hanno subito l’effetto migratorio di altri continenti.
L’Africa infatti, soprattutto per quanto riguarda la parte Sub Sahariana, è rimasta una grande e unica civiltà.
Detto ciò, in rapporto a cultura, tradizioni e organizzazione sociale, non sarebbe presuntuoso dire che un eventuale confronto della situazione ai diversi livelli e ai diversi luoghi nel continente porterebbe alle stesse conclusioni. Perciò, pur parlando degli handicappati in Camerun, riteniamo di poter trasferire le argomentazioni anche ad altri contesti africani.
Il Camerun, come tutti gli stati suoi vicini, non si è posto il problema d’inventare una serie di teorie per l’integrazione degli handicappati
Se il problema dell’educazione degli handicappati, in Europa, comporta, dal 1800 in poi, riflessioni intorno alla convivenza tra portatori di handicap e persone considerate normali, che portarono a numerosi studi, questo non avviene in una società nella quale, nonostante tutte le sue superstizioni, la disabilità è sempre stata considerata come uno dei tanti aspetti della natura.
L’imperatore disabile
La storia di uno dei più grandi imperatori africani, Soundjata Keita del Songai De Gao, impero Madingue, attuale Guinea Konakri e regioni limitrofe, ci porta a considerare che l’handicap come tale, non è mai stato un motivo di esclusione sociale.
Soltndjata fu un handicappato fisico che ricevette dagli dei della tribù l’affidamento della custodia del suo popolo.
All’alba della sua consacrazione come imperatore, guarì dal suo handicap. Soltndjata sarà uno dei capi più temuti della storia del suo tempo.
Questa è una delle tantissime leggende che spiegano l’inesistenza del problema d’integrazione dell’handicappato fino a pochi anni fa.
È lo sviluppo che comporta la nascita delle grandi città e genera così il crollo dei valori culturali e fa nascere le prime emergenze. Lo spopolamento delle campagne in favore delle grandi città pone presto il problema dell’inefficienza e della mancanza dei mezzi adatti per l’accoglienza delle popolazioni.
I più sfortunati o i più svantaggiati incontreranno, da questo momento, delle difficoltà sempre maggiori.
Questo si può verificare osservando o confrontando il livello di integrazione degli handicappati tra campagne e città.
In campagna gli approcci sono ancora vicini a quelli del passato; l’handicap viene considerato in rapporto al tempo in cui è insorta la malattia.
Se è presente dalla nascita, si tratta di uno stato di penitenza che un uomo vive perch‚ punito dagli spiriti, e come tale, va protetto e rispettato.
Se l’handicap avviene dopo la nascita, oltre al fatto che può essere considerato come una malattia, può anche essere visto come un segno di sfortuna dovuto agli spiriti cattivi, e, come tale, va combattuto con le cure.
Se si tratta una deficienza, di una malattia genetica, le interpretazioni sonovarie e diverse a secondo delle circostanze, con una grande influenza dei riferimenti mistici e spirituali dell’ambiente.
In città, ciò che si può chiamare tabù sta per scomparire. Le interpretazioni nuove portate dallo sviluppo scientifico e l’incontro tra realtà diverse, hanno fatto i loro passi decisivi, facendo sì che l’approccio sia un po’ più approfondito grazie a studi specifici.
Ma queste fantasie culturali sono dei labirinti complessi, per cui bisogna sempre tener conto dei riferimenti tradizionali che hanno tutt’ora una grande importanza.
La tradizione africana e l’handicap
L’handicappato fisico, motorio, con deficit sensoriali, con malattie genetiche diremo che è, tradizionalmente, ben inserito nella società la cui base si pone sulla famiglia.
Quindi tutti coloro che presentano queste disabilità non sono visti come persone strane; fanno parte delle loro famiglie, rispettati da tutti i membri della tribù o del quartiere. La loro educazione fa parte di un processo integrativo che coniuga rispetto e valutazione delle loro capacità a partecipare alla vita della comunità. Il tutto lascia spazio ad un insieme di percorsi liberi per dare a questi soggetti una grande indipendenza e autonomia.
Anche se le strutture specializzate non sono ancora diffuse, esiste, sempre in base all’abitudine, un quadro generico di linguaggi, riferimenti ed una educazione empirica basata sulla “ambientazione”, per comunicare tramite segni e gesti con il sordomuto, il cieco e con alcuni affetti da malattie genetiche.
Fuori dalla famiglia queste persone sono rispettate ed aiutate da tutti quandosi trovano in difficoltà; sono conosciute da tutti all’interno del loro raggio d’azione.
Nelle grandi città il fenomeno trova un altro tipo di emergenza: per questo, la pubblica amministrazione entra nel merito utilizzando l’educatore, finalizzando, attraverso processi e infrastrutture, il lavoro integrativo ed educativo iniziato nelle famiglie.
I malati mentali, salvo qualche eccezione, sono tutti integrati nella società; fanno parte della loro famiglia, della tribù e della comunità. I più sfortunati, i più violenti, vivono sia al margine della società, sia rinchiusi negli ospedali psichiatrici di cui sono dotate tutte le grandi città.
Tutti gli ospedali principali possiedono un reparto psichiatrico.
Lo Stato, per affrontare e per contenere i casi e il numero sempre crescente dei soggetti a disagio, moltiplica gli sforzi per mantenere un livello medico sanitario sempre più alto. Questo permette di prevenire o limitare il dislivello sociale causato dallo sviluppo e dall’industrializzazione. La conseguenza immediata è la costruzione delle scuole per sordomuti, per ciechi, per soggetti con deficit e reparti psichiatrici più vivibili e più sani.
I rischi di una società che cambia
Nonostante tutto rimangono grosse contraddizioni: la velocità dello sviluppo economico ed industriale si scontra con i costumi tradizionali dando luogo ad un incontro violento tra culture diverse. A peggiorare il quadro concorre anchel’esplosione demografica.
Quando l’anziano non verrà più considerato come un saggio e il pazzo come un fratello, bisognerà riconoscere con rimpianto il crollo dei valori: quindi i portatori di deficit verranno più o meno emarginati. Per prevenire una emergenza del genere, sono richieste delle azioni ancora più raffinate.
Si deve, ovvero lo Stato deve, specificare un insieme di disposizioni giuridiche e istituzionali per avviare un processo d’integrazione nel complesso dei vari cambiamenti delle usanze sociali.
Fare coesistere questi contrasti diventa un lavoro di grande impegno; quindi le agenzie sociali debbono diffondersi per promuovere la cultura dell’inserimento, oltre al mantenimento delle catene di solidarietà già esistenti.
Al passo con gli aggiornamenti istituzionali, lo Stato deve mettere infunzionamento le strutture organizzative adatte alle nuove realtà culturali edell’ambiente.
Ciò richiederebbe, ad essere realistici, molto tempo ed una riflessione permanente, ma sarebbe sempre importante riconsiderare il fattore volontà, che è la molla di una tale impresa sociale.
È necessario dunque definire con prontezza i ruoli e le prerogative delle istituzioni, degli operatori sociali, del personale d’insegnamento e degli insegnanti di sostegno. Tutto ciò non deve trasformare il ruolo sempre indispensabile dei nuclei famigliari, ma lo deve integrare.
Spinti dalla voglia d’interagire, la diversità potrebbe tornare ad essere sempre una ricchezza e non un limite; se correre può essere una bella virtù, perché‚ non può esserlo altrettanto per l’ascolto e il parlare ai confinidelle differenze? Meglio provare ad avvicinarsi, perché‚ si dice in Africa:”Il re nasce dall’handicap”.
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