5. Conoscere e accompagnare
- Autore: Govanna Di Pasquale
- Anno e numero: 1996/53 (monografia su volontariato e disabilità)
a cura do Giovanna Di Pasquale
“Pedagogia speciale dell’integrazione, handicap: conoscere eaccompagnare” (La Nuova Italia, FI, 1996) è un libro che propone una riflessione che percorre un arco di tempo, dalla nascita all’età adulta, e interessa gli handicappati, bambine e bambini, donne e uomini. La riflessione riguarda l’educazione ed è costituita da elementi teorici, da riferimenti storici e da piste operative che si intrecciano. Intervistiamo Andrea Canevaro, che insieme a Cristina Balzaretti e Giancarlo Rigon, è coautore del libro sul senso dell’operazione.
Pedagogia speciale dell’integrazione: che significato dare a questa definizione anche in rapporto all’impianto che è stato dato al libro che prevede, fra gli altri elementi, una pluralità di voci (pedagogica, educativa, psicologica)?
Il libro ha un’impostazione pedagogica con alcuni contributi che in qualche modo delineano la dimensione dialogica. E questa, si vorrebbe fosse tanto della pedagogia speciale che di altre discipline. La pedagogia speciale dell’integrazione deve, o vorrebbe, avere una coerenza complessiva. Il libro affronta proprio questi aspetti dell’integrazione, che non può essere esaminata unicamente in situazioni che riguardano un soggetto handicappato, bambino o bambina, uomo o donna, ma è bene esamini l’integrazione delle competenze, quindi la capacità dei saperi di collaborare. Per arrivare a qualche risultato, bisogna lasciare spazio; evitare di occupare tutto, implicitamente collocandogli altri ai margini. Una pedagogia speciale dell’integrazione dovrebbe lasciare spazi invitanti.
C’è un altro problema, rispetto al quale chi vorrà leggere il libro potrà giudicare. L’integrazione di diverse discipline può assumere un carattere di potenza. Potrebbe dare l’idea che il tema dell’handicap e del deficit debba essere affrontato dotandosi di grandi mezzi, di forze e risorse. E può essere giusto. Ma si può anche cadere nell’equivoco che esprimo attraverso l’immagine della spedizione militare di conquista: sembra che si debba avanzare in un territorio per definizione ostile, e che per questo si debbano organizzare arm idi ogni tipo.
Spero che il libro non dia questa impressione. Al contrario, inviti a farsi compagnia, e quindi a lasciare spazio ad altri, per incontri che possono essere con persone handicappate, con altre competenze, scientifiche e nate dall’esperienza.
Incontrare, conoscere, accompagnare. Come si collocano queste treazioni, questi tre processi nella quotidianità dello stare accanto ad una persona handicappata?
Il libro propone queste tre dimensioni in una successione che è inevitabile nella logica della carta stampata. Questa logica però chiede la collaborazioneattiva di chi legge. Perché la loro successione dovrebbe avere un effetto di intreccio, o di sedimentazione, e non un passaggio di consegne, come viene passato il testimone in una staffetta.
Quando il libro era in cantiere, avevo in mente una scansione secondo unipotetico percorso esistenziale, grosso modo pensato con un periodo che va dalla nascita alla scuola, e un terzo tempo proprio dell’età adulta. Nell’elaborazione del libro mi è sembrato di capire che questa scansione avrebbe potuto suscitare malintesi, il primo dei quali sarebbe stato impegnativo e certamente deludente per gli autori e gli eventuali lettori: si sarebbe potuto credere che il libro potesse e dovesse davvero coprire una competenza così vasta e con pretesa totale come è un arco esistenziale. Ci sarebbe stato inoltre il possibile equivoco di poter credere che ognuna delle tre parti potesse avere suoi lettori o lettrici eventuali, come se fossero tre libri. Per questo, il ripensamento ha portato al percorso dell’incontrare, conoscere e accompagnare. Avrei desiderato che queste tre parole fossero il titolo o nel titolo. L’editore aveva delle perplessità, probabilmente giuste. Rimane il fatto che quelle tre parole sono il senso del libro.
Nel testo si afferma: “Non si ha una diagnosi per confermare o dimostrare la scientificità di un percorso e di chi lo effettua, ma per contribuire a risolvere i problemi concreti di un individuo reale”. Come può la diagnosi rivelarsi uno strumento che aiuta le conoscenze senza rischiare l’abuso di specialismo?
Una diagnosi è un pezzo di conoscenza, e non è nè può essere”la” conoscenza. Ogni accertamento diagnostico deve occuparsi di non cancellare o svalutare la conoscenza “grezza”, frutto dell’esperienza diretta di chi vive la situazione, della stessa persona che viene diagnosticata e dei suoi famigliari, o coetanei, o amici. Con questo non vorrei essere frainteso, perché non sto sostenendo che possiamo tranquillamente fare a meno della diagnosi. È uno strumento importante, e può aiutare in manierafondamentale. Ma non può essere considerato in solitudine. Chi dice di non sapere nulla di un certo bambino, perché, dopo molti mesi che gli è accanto non ha ancora avuto modo di conoscerne la diagnosi, sostiene qualcosa di paradossale. È come se, bevendo tutti i giorni una certa acqua, sostenessi che non ne so nulla perché mi mancano i risultati dell’analisi chimica. Ma il mio corpo, il mio gusto, ha già una grande conoscenza. È la conoscenza empirica. Se l’acqua ha un cattivo sapore, un odore particolare, un colore che si può dire incerto, allora posso pensare che sia opportuno informarmi prima da chi già la conosce. Eccetera. L’abuso di specialismo avviene quando le diverse modalità di conoscenza sono ritenute nulle, per considerare unicamente una modalità, quella appunto diagnostica. E all’interno della diagnosi, possiamo ritenere – sbagliando – che l’unica vera sia quella medica.
Il termine “diagnosi”, nella sua etimologia, significa “perconoscere”. Il rischio paradossale è che diventi un mezzo per annullare le conoscenze, e non per valorizzare le diverse forme di conoscenza.
Allo stesso modo come si concilia la prospettiva dell’integrazione con la ricerca, spesso ossessiva e dettagliata, di una categorizzazione dei deficit? Le classificazioni aiutano a conoscere e a comprendere le storie?
Per la categorizzazione, in un certo qual modo, vale quanto detto per ladiagnosi. L’utilità della categorizzazione è relativa ad aspetti organizzativi generali. Dovendo prevedere risorse, è bene sapere se devono servire a dieci persone o a mille. Il guaio può verificarsi se invece il singolo, per accedere a risorse, deve essere categorizzato; e se, una volta categorizzato in un certo modo, vengono cancellate le caratteristiche originali individuali per considerare unicamente quelle della categorizzazione. Ogni riduzione della realtà, che è sempre molteplicità, è una violenza.
Il libro non tratta il tema dei falsi invalidi. Ma la domanda può portare a riflettere su una categorizzazione – il riconoscimento di invalidità – che è indubbiamente un imbroglio; ma che può essere stato indotto, in molti casi, dal fatto che miseria e disoccupazione non bastavano ad assicurare risorse minime, mentre l’attribuzione di invalidità dava questa possibilità. Questo non giustifica, sia chiaro, l’imbroglio.
I rischi dell’uso improprio della categorizzazione aumentano quando l’integrazione – dei servizi fra loro, delle conoscenze – è debole. Ho utilizzato altre volte l’immagine di una stazione ferroviaria. Può organizzarsi per dare a chi è nella categoria dei disabili percorsi speciali; oppure può organizzarsi, nel tempo, per poter essere accessibile a tutti coloro che possono avere esigenze particolari. Queste esigenze possono essere permanenti, o dovute ad una condizione transitoria, o per il percorso esistenziale. Una stazione ferroviaria che si organizza nella seconda prospettiva, può servirsi anche delle indicazioni della categorizzazione delle disabilità, aprendole però ad una realtà integrata, e non imprigionando in stereotipi.
Le storie non sono gli stereotipi.
Nel testo si parla anche di approccio positivo. Cos’è e perché può diventare un aiuto possibile per la crescita di una persona handicappata.
All’approccio positivo è dedicato un capitolo del libro, e non vorrei riassumerlo. Però posso dire che queste parole non dovrebbero essere intese unicamente attraverso la categoria del buon senso, che rischia di ridurle avirtù personali e innate, come può essere un certo ottimismo, un carattere aperto, eccetera.
L’approccio positivo si conquista, ed è proponibile soprattutto come componente metodologica di certi profili professionali. Non può essere scambiato con la banalizzazione. Se incontro genitori che hanno appreso da poco che la loro bimba ha la sindrome di down, non posso credere che un atteggiamento che non prenda in seria considerazione il loro stato d’animo portato a sentire il fatto come drammatico sia di per sé sdrammatizzare. Può essere solo irritante. Dire che un fatto non è per nulla preoccupante, che tutto va bene, che è anzi una bellissima cosa, non è praticare l’approccio positivo.
L’approccio positivo va costruito a partire da una condivisione: devo, con la mia professionalità, raggiungere l’altro nella sua condizione; devo rassicurarlo, e quindi non dimenticare tutte le conoscenze che mi permettono di considerare un fatto nei suoi possibili sviluppi positivi; ma questi devono essere raggiungibili dall’altro, a partire da ciò che è e sente in quella condizione.
Le parole “approccio positivo” possono essere un trabocchetto. Sono semplici, e possono sembrare facilmente comprensibili. Esigono una riflessione, un lavoro su sé stessi, e questo non è sempre facile. Ma è possibile.
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