1. A spasso con Elena
- Autore: Sandro Bastia
a cura di Sandro Bastia
Federico Starnone, 28 anni, vive a Roma dove sta concludendo un dottorato diricerca in geometria algebrica e collabora alla rivista della sezione locale della Uildm. Recentemente ha pubblicato per la casa editrice Feltrinelli il libro Più leggero non basta – educazione alla diversità dove racconta la sua esperienza di obiettore di coscienza presso un’associazione che si occupa di disabili.
Perchè hai scelto di fare l’obiettore e perchè proprio in quel posto?
La scelta di fare il servizio civile l’ho fatta appena ho saputo che esisteva la possibilità di farla, intorno ai sedici anni. All’epoca durava due anni, ma mi sembrava che comunque non ci potessero essere dubbi. Poi, però, i dubbi mi sono venuti. Mi sono trovato appena laureato, a ventitrè anni, con la prospettiva di estinguere i miei obblighi nei confronti della patria nel giro di un anno e mezzo se avessi scelto il militare (sei mesi di attesa al massimo prima della chiamata) o di due anni e mezzo se avessi scelto il servizio civile (per l’arrivo della cartolina agli obiettori serve un anno in più).
Per chi deve cercare lavoro e ha bisogno di scrivere “militesente” sul curriculum un anno non è poco. Alla fine però mi sono reso conto che in realtà non avevo scelta: non avrei saputo fare diversamente. E ho consegnato la domanda.
Sei mesi dopo mi è arrivato il riconoscimento. È il foglio con cui lo Statoacconsente alla tua richiesta di svolgere il servizio civile. Con quello in una mano e la lista degli enti convenzionati nell’altra ho cominciato a girare per tutta Roma. Ho concordato la chiamata con l’opera universitaria, dove avreiassistito studenti disabili, ma ho contattato quasi tutti gli enti. Ne ho trascurati solo quattro o cinque, quelli più lontani da casa. Un anno dopo mi è arrivata la cartolina che mi destinava a uno di questi.
“Educazione alla diversità”: nel libro inizialmente ti descrivi in modo ironico, con valori, motivazioni. Poi, lungo il percorso, hai cominciato ad incontrare il diverso, che era diverso anche da quanto ti aspettavi.
Anzitutto l’educazione alla diversità non è patrimonio di una minoranza: è una cosa che hanno tutti. Infatti tutti hanno rapporti con la diversità (ciò che è altro da noi) e vi si confrontano secondo le linee proposte da un proprio modello (ostilità, curiosità, paura, attrazione…). Queste linee vengono maturate elaborando le proprie esperienze, ovvero educando sè stessi. Teniamo presente però che l’educazione alla diversità, come tutte le educazioni del resto, non si completa mai. Il nostro modello di riferimento nel rapporto con l’altro può – e deve – essere variato in continuazione. Questo perchè vivere è sinonimo di divenire: se restiamo identici a noi stessi, se i nostri modellinon cambiano, noi restiamo immobili. E l’immobilità è quanto di più lontano dalla vita. Quindi siamo oggetto di una continua educazione alla diversità per il semplice atto di campare.
Ovviamente vi sono educazioni più o meno proficue.
“Più leggero non basta”; mi sembra si riferisca, oltre che alle parole di Elena nel libro, a quella condizione, tipica dell’obiezione, in cui si è comandati a “prestare aiuto”, essere disponibili. Nel tuo libro racconti di un percorso che ti ha portato da un primo momento in cui vivevi questo paradosso fino ad una situazione di grande coinvolgimento.
La voglia di vivere, direi. Ma mi spiego meglio. Essere oggetto di un obbligo, di un comando, non è che una delle situazioni di necessità della vita. Questesi susseguono, e in realtà sono la condizione più diffusa: spesso si odia il proprio lavoro, bisogna fare la spesa, pulire la casa, eccetera. Necessità, obblighi. Possiamo decidere di assolverli abdicando a noi stessi, annullandocicome persone, cercando di non viverli. Oppure possiamo viverli intensamente, fino in fondo, come le cose che invece abbiamo scelto, sperando che quel poco di buono che ne può saltar fuori compensi quanto di cattivo c’è nella necessità. Io sono stato fortunato.
Essere raccontati da un occhio esterno è uno degli arricchimenti data dalla presenza di un obiettore. Quali impressioni hai ricavato del mondo dei servizi per gli handicappati?
La stessa che si ricava dall’incontro con tutto ciò che risponde alla dicitura”mondo del…”; un universo tendenzialmente chiuso, che come tale tende a vivere all’interno di se stesso autoalimentandosi: talvolta chi ci sta dentro dimentica che sta lavorando per chi sta fuori (gli handicappati stessi) e comincia a lavorare per raggiungere questa o quella posizione. Il che porta spesso a un grande spreco di risorse. Eppure c’è tanta gente in gamba…
Qual è stato il tuo rapporto con gli educatori?
Educatori, ne ho frequentati pochi. E quelli che ho conosciuto mi hanno datol’impressione di lavorare nei pompieri, non per qualche ente. Gente costretta a fronteggiare solo emergenze, lavorando in condizioni di difficoltà inverosimili. La routine? Mai sentita nominare.
Quali sono le differenze tra gli ambiti e le competenze degli obiettori e quelle degli educatori, ovvero, quale può essere l’impiego di un obiettore,quali le cose che è giusto che venga chiamato a fare e quali invece gli ambiti per cui è richiesta l’opera di un professionista come l’educatore?
La legge, saprai meglio di me, impone che l’obiettore non sostituisca nessunoche potrebbe essere pagato per il lavoro che fa. Per quello che ne so, questa èl’unica regola. Sistematicamente ignorata.
Quali sono state le motivazioni che ti hanno portato a scrivere di questa esperienza?
La gran voglia di raccontare quello che vivevo, le conquiste quotidiane. Solo che la realtà, raccontata allo stato puro, non ha senso quasi mai. Per scrivere il mio processo di crescita durante il servizio civile ho spesso dovuto reinventare ciò che mi succedeva, in modo che il “senso” che ne avevo spremuto risultasse in maniera evidente da quello che raccontavo. Il libro, infatti, come tutto ciò che non è puramente giornalistico, è in gran parte una rielaborazione della realtà.
La ritieni un’esigenza nata da una esperienza che “doveva” essere raccontata oppure è stata l’occasione per scoprirti scrittore?
Mi piacerebbe molto poter rispondere “sì, mi sono scoperto scrittore”. In realtà gli scrittori sono bravi, molto più bravi di me. Io faccio matematica, nella vita, e forse sono uno di quelli che non amano il lavoro che fanno. Pazienza. E quindi, per necessità, ripiego sulla prima ipotesi: un’esperienza che doveva essere scritta. Forse da un vero e proprio scrittore. Giudica tu.
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