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Autore: admin

7. Passi di speranza

di Brian O’Toole

Il programma di Riabilitazione su Base Comunitaria (RBC) in Guyana si chiama Hopeful Steps (Passi di speranza); è iniziato nel 1986 ed oggi è operativo in cinque regioni del paese. E’ un esempio di come la riabilitazione si può collegare allo sviluppo di una regione. Ce ne parla il direttore del Programma Otto anni fa un vicino di casa si presentò a casa mia chiedendomi se sapevo come poter aiutare sua figlia Nalini, gravemente handicappata. Conoscevo quella famiglia da anni, i nostri bambini giocavano assieme, ma non sapevo esistesse un’altra bambina che non usciva mai di casa. Abitavamo a pochi chilometri da un moderno centro di riabilitazione, il mio vicino lo aveva visitato in diverse occasioni, ma adesso la sua bambina era diventata troppo pesante da trasportare su e giù dai mezzi pubblici per arrivare alle strutture specializzate. Decidemmo quindi di andare insieme a vedere cosa si poteva fare per bambini come Nalini. Sapevamo che c’erano tanti bambini come Nalini in tutto il paese.
La sfida che si presenta alla riabilitazione nei prossimi anni può esser facilmente riassunta: in tutto il mondo, i genitori di bambini handicappati non hanno un aiuto sufficiente per quanto riguarda l’educazione, l’assistenza e la preparazione dei loro figli. I servizi esistenti coprono poco più del 2% dei bisogni. Nei paesi più poveri, dove si calcola che viva circa il 75% della popolazione disabile, spesso non esiste alcun tipo di assistenza. Le disabilità impongono notevoli costi sociali, economici ed emotivi per i disabili, le loro famiglie e la comunità. Senza un’efficace riabilitazione, i disabili saranno costretti a vivere una vita infelice e dipendente, diventando un peso per loro stessi e per la società.
Fino a quando continueranno ad esistere povertà, malnutrizione, ignoranza e superstizione, guerra e conflitti, anche il numero di disabili è destinato a crescere. La maggior parte di queste persone vivrà senza dignità, in assoluta povertà, vittime delle credenze secondo cui esse sono possedute da spiriti cattivi o sono una prova della punizione divina. E’, perciò urgente una radicale rivalutazione del concetto di personale, tipo di formazione e natura dei servizi offerti. La Riabilitazione su Base Comunitaria (RBC) è un contributo al rinnovamento dei servizi, in modo particolare nel contesto dei paesi in via di sviluppo.

Primi passi
In risposta ad alcune delle sfide sopra menzionate, è stato realizzato un programma RBC in Guyana, nel Sud America. Il progetto si chiama Hopeful Steps (Passi di speranza); è iniziato nel 1986 ed oggi è operativo in cinque regioni del paese.
In Guyana esiste solo una scuola specializzata, situata nella capitale, Georgetown, per i bambini con problemi di udito e disturbi mentali. Per essere ammessi alla scuola occorre mettersi in una lunga lista di attesa. Sempre nella capitale, esiste anche un centro per bambini con handicap fisici ed una Unità per Bambini con Disturbi Visivi, attigua ad una scuola ordinaria.
In due città nelle zone rurali si trovano due piccole unità, per l’assistenza a bambini disabili. La capitale, con circa il 23% della popolazione, offre il 90% dei servizi nel campo dell’educazione speciale. I bambini disabili, una volta ammessi nelle istituzioni, vi rimangono per diversi anni e con l’aumento della popolazione i posti diventano sempre meno disponibili. I1 grado di copertura della popolazione ed il tasso annuo di ammissione sono molto limitati. Il rapporto personale-bambini è molto alto. In breve, quindi, notevole è il divario tra necessità e servizi disponibili.
Al fine di verificare il potenziale della filosofia della RBC, nel periodo 1986?1988 è stato realizzato un progetto pilota in due zone rurali della Guyana. In una zona con 4500 abitanti e stata condotta una indagine sistematica e si è scoperto che 1,5% della popolazione infantile del villaggio necessitava di specifica assistenza a causa delle disabilità. I servizi disponibili però erano concentrati prevalentemente nelle principali aree urbane.
Prima di dare avvio al programma, si sono tenuti degli incontri fra il personale del Ministero dell’Istruzione ed il personale del Ministero della Sanità, gruppi di genitori, capi delle comunità e professionisti della riabilitazione. L’Institute of Adult and Continuing Education (IACE) (Istituto per l’Istruzione Continuata e degli Adulti) dell’Università della Guyana ha organizzato un corso di formazione. Il programma di RBC completa la filosofia dell’IACE, cioè raggiungere le comunità rurali ed aiutare gli abitanti dei villaggi a prendere parte attiva nel loro processo di sviluppo.
Una serie di programmi radio, articoli sui giornali e comunicazioni nelle scuole, nei negozi e nei luoghi di culto hanno preparato la comunità al progetto. Ad un pubblico incontro di presentazione del programma, tenutosi in una scuola di villaggio, hanno partecipato oltre 200 persone (la madre di Nalini era fra queste). Sessantasei persone hanno chiesto di seguire un corso di preparazione per poter lavorare come volontari per i bambini disabili e per le loro famiglie. Sin dall’inizio era stato specificato che si trattava di lavoro di volontariato, non di un impiego formale. Sono stati accettati 26 candidati, tutti con un background diverso, tra cui infermieri, insegnanti, impiegati, tecnici, studenti, casalinghe. Di fatto, erano tutte donne. Un quinto circa di loro aveva parenti disabili. Tutte vivevano in villaggi distanti fino a 16 km dalla capitale. Per oltre la metà di loro, il desiderio di servire la comunità ed un generale interesse per i bambini stava alla base della loro partecipazione. La maggioranza dei volontari guadagnava modesti salari, ed aveva famiglie numerose. Eppure, i volontari avevano subito capito di esser parte di qualcosa di importante e di provocatorio. Il progetto pilota perciò ha confermato che nel contesto della Guyana è veramente possibile trovare volontari in seno alla comunità che possano efficacemente esser preparati per offrire un servizio alle persone disabili.
A 30 insegnanti di scuola materna è stato offerto un programma separato di formazione. In Guyana l’istruzione prescolare è gratuita. I bambini frequentano l’asilo al mattino e gli insegnanti sono liberi al pomeriggio per lo sviluppo e la formazione del personale.
Il progetto pilota è durato 18 mesi, con incontri bisettimanali fra insegnanti e volontari per apprendere come aiutare i bambini disabili. Il programma di formazione si è abbondantemente ispirato al Manuale dell’OMS (Helander et al., 1989), allo Zimcare dello Zimbabwe (Mariga, 1986), al progetto Portage (Revill e Blunden, 1980) e alle idee contenute nel Disabled Village Children (Werner, 1987).

Comunità e famiglia come risorse
La maggior parte dei volontari venne presto coinvolta dal programma, mostrandosi desiderosa di incontrarsi per discutere delle inquietudini, dei dubbi e dei successi ottenuti. Presto emerse un profondo senso di appartenenza, tanto che i volontari arrivarono a considerare il progetto come una cosa loro. Al contrario, era evidente che il gruppo degli insegnanti di scuola materna si impegnava molto meno nel progetto.
Ciascun volontario lavorava con uno o due bambini disabili. In ogni casa veniva scelta una persona che avrebbe lavorato con il bambino. Il volontario suggeriva alcune attività ai membri della famiglia, poi invitava a provare un’attività col bambino, osservato dal parente scelto a tal scopo, che a sua volta provava quell’attività; alla fine, volontario e membro della famiglia discutevano della sessione.
Il grado di progresso del bambino non sembrava dipendere dal livello dell’istruzione o dalle risorse finanziarie della famiglia o dal grado di invalidità. Un fattore significativo era invece il coinvolgimento dei genitori nel progetto. In ultima analisi, un progetto del genere non può esser giudicato unicamente nei termini di progressi registrati nel bambino o mediante un test standardizzato o una lista di controllo dello sviluppo; è invece necessaria la comprensione di ciò che il programma ha significato per coloro che vi hanno partecipato. La maggior parte dei genitori ha trovato il programma molto utile; uno di loro ha così commentato: “prima del programma vedevo solo quello che mio figlio non poteva fare. Ora vedo quello che può fare.”
I bambini si mostravano più felici, si comportavano meglio, erano più vivaci e più motivati. Un esame del materiale ottenuto dalle interviste e dai questionari ha sottolineato una maggiore sensibilità delle madri verso i loro bambini, una più intensa percezione dei loro progressi ed una miglior relazione con gli altri membri della famiglia. I genitori osservavano anche mutamenti in loro stessi, si sentivano più rilassati, più orgogliosi dei loro bambini e più fiduciosi. Un padre ha affermato: “Questo programma è servito ad unire tutta la famiglia.” Una delle principali caratteristiche del programma pilota è il forte coinvolgimento della comunità. In uno dei villaggi è stato formato un comitato per la riabilitazione, che ora si è assunto la piena responsabilità del programma.
Il problema immediato si è presentato con Nalini e la sua famiglia, anche se l’indagine aveva indicato che esistevano molti altri bambini nella stessa situazione. Almeno la metà dei genitori si è entusiasticamente dedicata alla formazione dei loro bambini, ma per altri il lavoro era illusorio, avevano già una vita difficile e troppi problemi per riuscire ad impegnarsi a fondo nel progetto. Alcuni dei progressi più significativi sono stati fatti con bambini con problemi motori o di apprendimento. Quelli con problemi di udito invece hanno fatto solo progressi modesti, suggerendo che hanno forse bisogno di servizi molto più sofisticati di quelli offerti dal progetto pilota. Dopo due anni di progetto, Nalini non era ancora capace di pronunciare qualche parola, ma i suoi vicini ora sapevano che esisteva e la madre si sentiva incoraggiata dai progressi che notava nella mobilità della bambina e nel suo comportamento in generale. Ad un osservatore esterno i risultati potevano apparire insignificanti ma per la famiglia di Nalini, e per tanti altri, essi rappresentavano una esperienza significativa, una prova di quanto si sarebbe potuto ottenere in futuro. E’ sulla base di questo progetto pilota che, a partire dal 1989, il programma è stato ampliato per la durata di tre anni.

Rupununi
Sulla base dei risultati ottenuti dal progetto pilota, è iniziato nel 1989 un ampliamento di tre anni del programma RBC in Guyana. Questo ampliamento è stato sovvenzionato congiuntamente dagli Amici di Raoul Follereau e dalla Comunità Europea. Il progetto è stato gestito da Action on Disability and Development, Gran Bretagna, e dal Comitato Nazionale per la Riabilitazione, Guyana. E’ proseguita la formazione di volontari tramite l’Institute of Adult and Continuing Education dell’Università della Guyana. Alla fine dei tre anni di finanziamento, l’Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau si è assunta la piena responsabilità del finanziamento e della gestione del programma per il periodo 1993-1995.
All’inizio dell’espansione del progetto, l’attenzione si è accentrata sullo sviluppo e l’utilizzo dei volontari della comunità. Ai corso di formazione si è iscritto il triplo dei candidati e il tasso di abbandono durante i due anni del corso è stato solo del 5%. I volontari si sono dimostrati persone notevoli che generosamente mettevano a disposizione il loro tempo e le loro sostanze. Tre anni dopo, oltre il 70% dei volontari era ancora fortemente impegnato nel programma. I volontari erano in generale accettati dalle famiglie e davano vita ad un più vasto coinvolgimento della comunità.
Un altro esempio della maggior collaborazione del progetto Hopeful Steps è lo sviluppo della RBC nella regione di Rupununi. In questa regione vive quasi la metà della popolazione amerindia del paese, suddivisa in 42 comunità molto isolate e scarsamente popolate. Obiettivo iniziale in questa regione era di tenere una serie di tre seminari della durata di una settimana l’uno, nel corso di due anni, per sensibilizzare la popolazione sui bisogni delle persone disabili. Oggi, tre anni dopo, il progetto è molto più ricco. In 8 mesi ho realizzato nella regione 5 visite sul campo, della durata di una settimana ciascuna. Ci sono stati incontri con politici locali, amministratori, insegnanti, operatori sanitari, tuschaus (o capitani) di villaggio, consigli di villaggio e capi comunità. L’approccio adottato era puramente basato su domande, non c’era niente di scritto. Dopo queste visite è stato organizzato un primo seminario di una settimana, per tutti gli operatori sanitari di comunità della regione.
Si tratta di uomini e donne provenienti dai vari villaggi, con istruzione elementare, che seguono un programma di formazione a tempo pieno, della durata di 4 mesi, offerto dal Ministero della Sanità. Eravamo stati avvertiti da gente con maggior esperienza di non aspettarci molto da questo gruppo di operatori, invece 28 persone hanno preso parte al programma iniziale di formazione, della durata di una settimana.
Alcuni di loro hanno percorso 20?30 miglia in bicicletta, o anche a piedi, pur di partecipare; due di loro addirittura hanno viaggiato per 120 miglia in canoa. Due provenienti della Guns Strip hanno camminato e viaggiato in canoa per 13 giorni, per poter essere presenti. Questo primo seminario ha dimostrato che questa era una zona di grande potenzialità abitata da persone con un forte senso dell’impegno verso i loro villaggi. In questa regione isolata negli ultimi due anni sono stati organizzati 13 seminari di una settimana. In ciascuno dei 42 villaggi oggi esiste una équipe di tre persone, cioè l’équipe per la riabilitazione, formata dall’operatore sanitario di comunità, un insegnante di villaggio ed un capo villaggio.

Facts for Life
Il libro Facts for Life prodotto da OMS, UNICEF ed UNESCO, contiene informazioni sanitarie di base che possono letteralmente salvare la vita di milioni di persone. Il problema però è come assicurare che coloro che hanno bisogno di queste informazioni possano effettivamente riceverle. La collaborazione RBC-GOSED, con i fondi dell’UNICEF, ha sviluppato quanto segue:
-una serie di opuscoli illustrati, tradotti in due lingue locali, e che riassumono le informazioni principali riportate nel libro
-un programma video della durata di 50 minuti, filmato nella regione, e trasmesso nell’intero Rupununi, con i principali messaggi sanitari
-un manuale illustrato per insegnanti ed operatori sanitari con suggerimenti pratici su come comunicare le informazioni contenute nel libro
-la realizzazione di un Festival-Facts for Life. Tutti i 42 villaggi sono stati invitati a partecipare al Festival. Gente di tutte le età ha scritto poesie, canzoni, sketch, brevi storie ed ha realizzato manifesti per trasmettere i principali messaggi sanitari. Il Festival ha conquistato l’immaginazione degli abitanti dei villaggi, e ha fatto sì che attraverso la loro ricca cultura essi comunicassero messaggi salva-vita. Sono ora in corso cinque festival sub-regionali. Alla fine dell’anno i vincitori di ciascun festival sub?regionale presenteranno i loro lavori alle finali regionali. Verranno poi prodotti un video ed un libro per presentare i lavori vincenti.
A seguito di uno dei primi seminari sulla RBC, agli insegnanti partecipanti è stato chiesto di sviluppare uno schema di preparazione all’alfabetizzazione come parte del programma RBC. Ne è risultato un seminario di una settimana, per 32 insegnanti, tenutosi nella regione di Sand Creek. Gli stessi insegnanti hanno provveduto alla sua preparazione pratica. Da questo seminario è emersa una maggior collaborazione nella regione con il Ministero dell’Istruzione, per l’organizzazione di una serie di seminari, nell’arco di due anni, per tutti gli insegnanti della regione. A tal scopo, l’équipe della RBC ha realizzato una serie di libri specificamente commissionati. La sponsorizzazione dell’UNICEF ora facilita la produzione di un bollettino per bambini, scritto dai bambini della regione.
Durante il periodo da noi trascorso nella regione, abbiamo cercato di comprendere, di rispettare e capire la ricca cultura delle popolazioni Maclusi e Wapasbana, in quanto ospiti nel loro territorio. Rupununi è una zona in via di cambiamento. E’ stata costruita una strada nel cuore della regione, che collega Manaus, in Brasile, con la costa della Guyana. L’équipe RBC ha pensato che un suo contributo alla regione poteva essere la realizzazione di una documentazione sulla cultura di queste popolazioni. A tal scopo sono stati fatti diversi tentativi. Daniel Janke, musicista canadese, ha offerto gratuitamente il suo tempo e la sua esperienza per produrre un video ed un’audiocassetta registrata che documentino la musica e le tradizioni orali della gente di Rupununi. Laureen Pierre ha scritto una serie di storie, tradotte negli idiomi locali, che presentano i temi della RBC nel folklore locale. Pamela O’Toole ha realizzato un video e del materiale didattico sulla foresta pluviale, per aiutare i bambini che vivono sulla costa ad apprezzare la maestosità e le potenzialità di questa regione della Guyana. Il lavoro è stato completato da una serie di libri di favole sull’acqua come risorsa. L’équipe RBC ha realizzato un breve video sul lavoro dei tessitori Rupununi che hanno fatto rivivere questo mestiere in modo efficace ed incisivo
Fortunatamente in tutte queste iniziative i nostri finanziatori dell’AIFO hanno apprezzato il più ampio ruolo della RBC come parte integrante di un più vasto processo di sviluppo comunitario. Se il programma Hopeful Steps si fosse sin dall’inizio limitato al solo problema delle disabilità, sarebbe stato liquidato come qualcosa di non pertinente.
Quando due anni e mezzo fa ebbe inizio il programma, venimmo informati che nella regione non esistevano disabili. Sapevamo che non era vero, ma sarebbe stato inutile contestare. Abbiamo invece cominciato con un approccio alla formazione, che avrebbe aiutato lo sviluppo di tutti i bambini della regione. Una volta guadagnato il rispetto della popolazione della regione, abbiamo potuto concentrarci sulle necessità delle persone disabili.

Tecnologia e sviluppo
La televisione è ancora un mezzo relativamente nuovo in Guyana, infatti le prime trasmissioni risalgono a pochi anni fa. Tuttavia, nonostante i mezzi molto limitati di tanti abitanti delle zone rurali, bene o male in ogni villaggio si trovano televisori e videoregistratori. Inoltre, durante il nostro lavoro all’interno del paese, ci è stato possibile usare strumenti a batterie solari o a pile. Quindi, la tecnologia c’è.
Il valore di novità del mezzo è servito ad influenzare l’atteggiamento verso i disabili. Il programma video presenta i bambini disabili in varie situazioni, mentre riescono a fare diverse cose, e lo spettatore è incoraggiato a vedere queste persone sotto una luce nuova.
Allo scetticismo iniziale nei confronti della pertinenza e dell’adeguatezza del mezzo (il video) nei paesi in via di sviluppo si contrappone la richiesta che 42 paesi hanno fatto per i programmi video. Il materiale è già stato tradotto in spagnolo, in francese ed in arabo.
Molti di noi, nel campo della RBC, hanno capacità tecniche, ma spesso ne sanno poco in termini di organizzazione politica e sociale. Dobbiamo sviluppare un ruolo più ampio, aiutando la comunità ad esaminare i propri problemi rendendola conscia che è in se stessa che troverà la capacità di affrontare molte delle sue necessità.
Si è compreso tuttavia che per essere un efficace strumento di sviluppo, l’innovazione ha bisogno di una comunità ben informata e preparata, e sin dall’inizio si è cercato di promuovere la consapevolezza locale del programma. Un’ampia copertura nei giornali, alla radio e alla televisione locale è servita ad accrescere il prestigio della RBC e a stimolare il coinvolgimento della comunità.

Guardare a sud
Le comunità hanno preso coscienza dei disabili e talvolta hanno avuto un ruolo importante nel programmare metodi per venire incontro alle loro necessità.
La RBC offre un nuovo metodo di riabilitazione ai responsabili della politica, ai professionisti, ai programmatori, ai capi di comunità ed alle stesse persone disabili.
Il progresso è stato lento e discontinuo, se si considerano i primi dieci anni di RBC. E’ però significativo che alcuni degli esempi più creativi di collaborazione fra genitori e professionisti vengano dalle nazioni più povere. E’ forse il caso che il mondo sviluppato guardi a sud per cercare metodi innovativi di lavoro con le persone disabili. Nell’avvicinarci ad un nuovo secolo, appare evidente che il problema delle disabilità deve essere ancora risolto. E’ però altrettanto chiaro che i metodi tradizionali riescono solo a scalfire la superficie. Occorre una radicale rivalutazione dei nostri rispettivi ruoli nella riabilitazione e nell’educazione delle persone disabili. La RBC indica questo ruolo.

6. Ridere fa bene

di Rosanna De Sanctis

I clown therapist lavorano negli ospedali e nei centri di salute mentale con i bambini ricoverati, gli anziani, le persone con handicap psichico, nei reparti per ammalati di AIDS. La comicoterapia nasce negli ospedali americani e precisamente a New York nel 1986; in Italia questo tipo particolare di “sostegno” esiste negli ospedali in provincia di Milano, Como e Varese dal 1996 Ridere fa bene e aiuta anche a guarire. Lo dice il senso comune, ma le ricerche degli scienziati lo confermano, e si studiano i meccanismi fisiologici che entrano in azione. Lo scopo è quello di usare il riso non come una cura, ma come un complemento al processo naturale di guarigione.
Parecchi studi hanno dimostrato che nei soggetti che vivono esperienze divertenti, quali assistere a commedie o film comici, aumenta la capacità di affrontare il dolore. Da circa dieci anni la psiconeuroimmunologia cioè lo studio dell’influenza esercitata dallo stato psicologico e dal sistema nervoso sul sistema immunitario ricerca e studia come le emozioni possono influire sulle reazioni chimiche che avvengono nell’organismo, specialmente nel sistema immunitario.
Si sta cercando di determinare se l’umorismo e il riso aumentino le endorfine (sostanze chimiche presenti nel cervello) che fungono da naturali “antidoti” al dolore.
Ridere distende i muscoli, rallenta il battito cardiaco, abbassa la pressione, stimola la secrezione d’endorfine.
Ridere è un’occasione catartica accessibile a tutti, purifica, drena e disintossica. Cosi le preziose endorfine contrastano le emozioni negative che abbassano le difese, rendendo l’organismo più vulnerabile alle malattie.
La clown therapy, od ora anche detta comicoterapia, nasce negli ospedali americani precisamente a New York nel 1986; il pioniere è un clown professionista Michael Christensen che ha creato insieme con Paul Binder la “The clown care Unit” (unità di cura da parte di clown) che porta il sorriso e la fantasia negli ospedali pediatrici, il modello è stato poi esportato in Francia (“Le Rire Medecin”) e in Svizzera (la Fondazione Theodora).
In Italia dal 1996 la clown teraphy è operativa in otto ospedali nelle provincie di Milano Como e Varese a cura della Fondazione Aldo Garavaglia e ora un’esperienza analoga è nata nel reparto oncologico dell’Ospedale Meyer di Firenze, grazie all’Associazione Clown Aid. A Roma l’Associazione Ridere per Vivere opera nelle corsie del Centro Paraplegici e nel reparto Aids dello Spallanzani.
Ma ridere dicono i clown therapist è un‘arte da imparare: “perché siamo soggetti a pregiudizi culturali che c’impediscono di scoppiare in una sonora risata, ad esempio crediamo che ci voglia una buona ragione per ridere mentre questo comportamento si esplica al di fuori della logica della razionalità e pensiamo che il movente della risata sia la contentezza, mentre si deve ridere per sentirsi meglio: per essere contenti”.
“Il riso ha una funzione sociale“ ha scritto Bergson, erompe ed è un sano modo di difendersi contro ogni eccessiva rigidità. Freud è stato il primo ad analizzare in chiave psicoanalitica il “Witz”, la battuta di spirito. Il riso, che dal punto di vista della fisiologia nervosa è semplicemente una liberazione d’energia, dal punto di vista psicologico può essere considerato come una forma di linguaggio. Un linguaggio che inizialmente è individuale, ma può diventare, per contagio un linguaggio sociale.

Il Dottor Sorriso
Entrano negli ospedali nei reparti pediatrici, i bambini ridono e le infermiere e i medici sorridono, i genitori si sentono sostenuti nel cammino di guarigione dei loro figli. I clown vogliono capire la sofferenza di ogni bambino e trovare gesti e parole che portino sollievo alla sofferenza.
I clown della Fondazione Aldo Garavaglia con il loro intervento fanno ritrovare al bambino ospedalizzato un mondo fatto di colori, musica, magia e umorismo. Tutto questo attraverso spettacoli d’animazione umoristica e d’altro genere, con un unico filo conduttore: tante risate.
Vestiti da clown, ma con camici multicolori da dottori si aggirano nei reparti pediatrici; il loro arrivo è annunciato dalla musica dei loro strumenti che creano nei bambini curiosità e stupore. I Dottor Sorriso hanno sempre precedentemente un incontro informativo con le infermiere responsabili del servizio, per conoscere il numero dei bambini da visitare e il loro stato di salute fisica e psicologica, oltre all’autorizzazione dei genitori e dei bambini stessi. I clown della Fondazione sono legati al segreto professionale e al rispetto delle norme igieniche ospedaliere.Una volta giunti dal bambino creano su misura un piccolo sketch, facendo il possibile per coinvolgerlo (nei limiti della sue possibilità) poiché dicono: ”è importante che il bambino non viva solo il ruolo di spettatore, ma che possa partecipare alle magie e agli spettacoli d’animazione, creati appositamente per lui.” Cosi’ fra bolle di sapone, musica, campanelli immaginari giochi di magia, pupazzi parlanti, oggetti dai mille rumori inizia una complicità fra i clown e i bambini che si lasciano trasportare in un mondo di fantasia evadendo dalla realtà ospedaliera. Alla fine della visita i bambini ricevono palloncini e una cartolina con la foto dei clown e s’invitano a scrivere agli stessi clown. Ogni reparto di tutti gli Ospedali visitati dal Dottor Sorriso hanno infatti un apposito spazio per ricevere la posta e come dicono i Dottor Sorriso “il giorno della visita in tutto l’ospedale regna il buon umore”.

Per informazioni:
Fondazione Aldo Garavaglia Tel 02/930.40.40
Associazione Clown Aid Tel 055/896.41.34
Associazione Ridere per Vivere Tel 06/562.27.25
Corsi per Clown therapist: Max Deon, psicoterapeuta, tel. 014.634.110 Zurigo.
Dal 13 al 20 Giugno 1999 la Libera Università di Alcatraz (S. Cristina – Perugia) organizza il Festival Internazionale di Comicoterapia con Patch Adams e altri ospiti

5. L’esperienza di Africa News

di Enrico Mercandalli

La rivista nasce nell’aprile del ’96; un’esperienza particolare, unica nel suo genere; una voce autorevole del sud del mondo, scritta da giornalisti locali.
L’importanza di dare alla gente del luogo le competenze necessarie per produrre informazioneAttraverso contatti con persone che vivono in paesi africani sono nate delle proposte, delle idee, una delle quali era la realizzazione di un bollettino, scritto da giornalisti africani e fatto circolare in tutto il mondo in due versioni: una versione cartacea e una versione elettronica, un’esperienza abbastanza unica nel suo genere. Bisogna rammentare che stiamo parlando di un settore, quello delle riviste italiane missionarie, in cui nel 95’, non c’era nessuno che facesse editoria elettronica. Le riviste specializzate sull’Africa erano su carta, sarebbero entrate in rete negli anni successivi, per cui la nascita di questa rivista a Nairobi, in due formati, cartaceo ed elettronico, era una cosa abbastanza rivoluzionaria. Per sostenere questa iniziativa è partita la campagna “Peacelink for Africa”. L’ azione pratica volte a sostenere questo progetto si è concretizzata in un viaggio nell’ottobre del 95’ che ho fatto a Nairobi per aiutare la redazione composta da otto giornalisti kenioti, nell’uso del computer, dei programmi e degli strumenti telematici (quest’ultimi, allora, abbastanza pionieristici in Kenya). Nel ‘95 non c’era nemmeno un provider in Kenya, c’erano solo alcuni provider statali dell’università; il full internet, cioè la connessione diretta ad internet non c’era, esisteva solo la connessione fidonet, cioè quella delle bbs, per cui ci si collegava con un computer e un telefono alla linea telefonica di un bbs centrale. Pur avendo queste risorse limitate abbiamo fatto partire l’iniziativa.

Una redazione keniota
La rivista nasce nell’aprile del ‘96 continua tutt’oggi. E’ un’esperienza particolare, unica nel suo genere, perché è una voce del sud del mondo, scritta da giornalisti del sud del mondo, per cui non sono i solitiarticoli o dispacci di agenzia scritti da missionari o da giornalisti del nord che traggono le loro informazioni dalle varie agenzie sparse per il mondo, ma sono testi realizzati da giovani giornalisti locali che riguardano gli argomenti più disparati; non sono articoli su argomenti scottanti, su novità, su notizie che passano e il giorno dopo sono già vecchie, ma sono articoli e approfondimenti sulla vita, sul costume, su come vivono e come sentono, loro, i problemi dell’Africa. Queste informazioni sono molto interessanti per chi vive là, perché la rivista gira per tutta l’Africa, ma lo sono soprattutto per noi, perché abbiamo unostrumento genuino per capire che cosa pensano gli africani dell’Africa, cioè quello che non siamo mai riusciti a leggere nemmeno nelle riviste specializzate. Questa esperienza ha coinvolto me, come membro dell’associazione Peacelink e un gruppo di giornalisti kenioti in due momenti, nel viaggio del ‘95 e in quello del Natale ‘97, dove abbiamo tenuto un corso sulla realizzazione e sulla pubblicazione di un bollettino sul Web. Fino al dicembre ‘97 la redazione di Africa News non faceva altro che prenderei testi normali, spedirli in Italia, dove c’era uno staff che prendeva i testi, li impaginava in HTLM e li metteva su internet. Dal dicembre 97’ questa operazione viene fatta direttamente a Nairobi, questo dà a loro ilvantaggio di gestire meglio non solo i contenuti ma anche la forma grafica e la struttura della rivista, connotandola con la loro cultura e il loro gusto anche sotto questo aspetto. Nel 95’ non c’era nemmeno un provider in Kenya, ora ce ne sono otto che forniscono l’accesso full internet però ad un prezzo proibitivo. Più o meno il costo dell’accesso ad internet si aggira intorno a 150/200 dollari al mese, stiamo parlando di un paese in cui uno stipendio medio di uno statale (un privilegiato insomma) è sui 70 dollari al mese. Prezzi così alti sono il frutto di scelta politica, non economica, di discriminazione di chi gestisce gli accessi internet in Africa. Purtroppo sembra che l’Africa sia il nuovo terreno vergine di conquista e si sta praticando una seconda colonizzazione che è quella tecnologica e telematica. I grossi provider che aprono in Kenya, in Ghana, in Costa d’Avorio, in Senegal, sono grandi società con sede a Boston, o in California, o comunque negli Stati Uniti e che sono controllate dai figli, dai nipoti o direttamente dagli uomini politici potenti che governano questi paesi. Perchè potenti aziende hanno interessi ad aprire service-provider in un paese dove la corrente elettrica c’è solo nel 5% delle area urbana? Perché Nairobi è il quarto centro mondiale delle Nazioni Unite, e questo significa che ci sono almeno 10/20 agenzie con migliaia di persone; ha sede l’Uniceff, la Fao, altre agenzie per i diritti umani; Nairobi è situata proprio al centro della zona dei grandi laghi, Uganda, Sudan, in una zona strategica quindi. Di fatto solo i ricchi (che lavorano nelle agenzie sopracitate) e gli appartenenti alle grandi famiglie possono permettersi l’accesso ad internet. Ecco che allora diventa importante per un piccolo gruppo di giornalisti del Kenya, che vivono nella periferia della capitale, al limitare delle baraccopoli, acquisire conoscenze tecniche per la pubblicazione di pagine Web su internet e la loro diffusione in rete.

La colonizzazione tecnologica
E’ importante perché innanzitutto possono superare questo collo di bottiglia creato dalle multinazionali delle comunicazioni che tende a escludere tutta una serie di gruppi giornalistici ma anche le ONG e le organizzazioni locali. Questa agenzia di informazioni può anche diventare un servizio per tutte quelle organizzazioni non governative locali, ce ne sono moltissime in tutta l’Africa; in generale i piccoli bollettini, i notiziari, possono diventare una agenzia di servizio per quelli che non possono permettersi di far pubblicare le loro pagine a prezzi esorbitanti. Io mi ricordo di aver parlato a Nairobi con il direttore di New People, che voleva pubblicare l’intera rivista su internet e mi disse che in Kenya per pubblicare una rivista normalissima come quella, che aveva più o meno 30/40 pagine, costava 8000 dollari all’anno, una cifra esorbitante e non sostenibile. E’ importante allora dare la possibilità, la formazione, gli strumenti a gruppi di base. Io mi sono reso conto da queste esperienze che la cosa più importante ora è, si diffondere le informazioni, fare in modo che circolino più informazioni dal sud delmondo verso il nord e dal nord verso il sud, ma ancora più importante di questo è dare la possibilità, gli strumenti, la formazione alle persone che vivono sul territorio perché altrimenti saremo sempre noi a prendere i testi, a manipolarli, a usarli ecc.., mentre è giusto che siano loro a farne poi quello che vogliono dei testi, dell’informazione e della tecnologia.

4. L’informazione, il sociale e la telematica: cambiano le regole?

a cura di Nicola Rabbi

Internet e le nuove tecnologie danno la possibilità a chiunque di informarsi, attingendo le notizie là dove prima arrivavano solo i giornalisti o gli specialisti. Ora è possibile farsi delle opinioni al di là dei mass media tradizionali: ma fino a che punto oggi questo può essere, vero? Il fatto di potersi collegare con siti che danno informazione da ogni parte del mondo può essere uno strumento per conoscere cose che normalmente non arrivano mai sulle pagine dei giornali o sugli schermi televisivi e di cui non è possibile avere un’esperienza diretta; in questo modo possiamo conoscere dalle fonti dirette le informazioni che vengono dal sud del mondo, zone che tradizionalmente non vengono “raccontate” dai media.
Ma come non perdersi in questo oceano di informazioni, come fare delle ricerche efficaci, come essere critici e consapevoli del mezzo telematico?
Questo da un lato, dall’altro il discorso riguarda anche la possibilità di informare direttamente la gente: quali opportunità nuove si aprono a chi
opera nel mondo dell’associazionismo per fare informazione sociale? Quali sono i linguaggi, le forme da usare per fare una comunicazione efficace? Quali sono e saranno i rapporti da instaurare con i mass media tradizionali?
Gli articoli che seguono sono il resoconto del convegno omonimo svoltosi a Bologna e organizzato dal Centro Documentazione Handicap.

3. Le relazioni difficili

di Aurelio Sugliani

“Con queste righe intendo descrivere un tema raramente trattato nella letteratura sui disabili, quello relativo a certi micro-comportamenti di tipo sociale che influenzano la percezione di Sé e che possono strutturare la personalità su una errata valutazione delle interazioni e quindi dell’esperienza in generale”Questo conduce all’instaurarsi di meccanismi difensivi che assorbendo notevoli quantità di energia psichica depauperano la personalità di quegli aspetti e di quelle istanze che tendono all’integrazione e all’espressione sia delle emozioni, sia delle capacità in toto, sia delle espressioni creative proprie di qualunque individuo. Quanto segue riguarda in particolar modo quelli che vengono definiti portatori di handicap e in cui l’handicap sia visibile e non occultabile. Ben diversa può essere una situazione, che riguardi un cosiddetto non udente che un paraplegico. E’ evidente che nei primissimi scambi sociali (sguardi, mimica, postura, ecc.) non è rintracciabile immediatamente l’handicap di un non udente mentre in una persona in carrozzina l’handicap è visibilmente palese e questa “visibilità” comporta sull’immediato delle conseguenze, macroscopiche da una lato, molto più, sottili, ma non per questo meno devastanti, sull’altro.

Dar del “tu” ad un disabile
Le conseguenze macroscopiche possono andare da un rifiuto neanche tanto nascosto oppure da un atteggiamento eccessivamente sollecito e altruistico o ancora da condotte di tipo compassionevole/pietistico. Ma atteggiamenti meno evidenti non vuol dire, piena e totale accettazione del soggetto portatore di handicap. Sembra che l’handicap non permetta nella percezione del normodotato la qualifica di persona adulta. Questo fatto lo si nota da quei piccoli comportamenti che ogni disabile ha più o meno sperimentato, che vanno da dare del “tu” direttamente anche se non si conosce la persona, a chiedere brutalmente quale è la causa dell’handicap, a dare dei buffetti sulle guance o passare la mano nei capelli su una persona seduta in carrozzella.
Gesti che gli adulti si permettono solo nei riguardi dei bambini piccoli e a quanto pare anche su persone con handicap. E’ chiaro che in questo caso le “distanze” non vengono rispettate e il portatore di handicap è sottoposto ad una continua violazione dei proprio Sé.
Qui si pongono due ordini di considerazioni: il primo è come può reagire un disabile a queste intrusioni al proprio Sé; il secondo invece è perché il “normodotato” si permette di violare gli spazi del Sé socialmente determinati.
Una prima modalità del disabile può essere di tipo aggressivo. L’handicap è usato come un’arma. In questo caso vige il detto “La migliore difesa è l’attacco”. Al di là di rispondere in maniera più o mena brusca ad una eventuale interazione sociale, laddove il normodotato per esempio chiede in maniera diretta qual è la causa dell’handicap, il disabile può attuare una strategia difensiva che consiste nell’assumere degli atteggiamenti che mettono il normodotato in una posizione di “doppio vincolo”; da un lato si mostra in maniera più o meno evidente quello che è l’handicap inducendo nell’altro sentimenti pietistici “‘poverino, è stato colpito da una grave malattia o da un incidente”, mentre dall’altro si afferma la volontà di non essere considerato un handicappato. L’handicap in questo caso viene utilizzato strumentalmente come un’arma appunto – per spiazzare l’altro con cui si sta interagendo.
Questa modalità peraltro quasi sempre inconscia rischia di generalizzarsi a tutti i rapporti interpersonali pregiudicando quindi un approccio più aderente alla realtà. Questa è chiaramente una manovra difensiva che cristallizzandosi nel tempo porta ad una deformazione delle relazioni ed ad attribuire tutte le cause dei propri comportamenti all’handicap. L’identificazione con le proprie parti “handicap”, seguendo la legge del “tutto-nulla” sta a significare che tutto viene autoriferito al proprio handicap e che tutte le mancate realizzazioni o mancato sviluppo della personalità sono attribuite ad avere un handicap. In questo caso non si ha un handicap ma si “è” handicap, con tutto quel che ne consegue.
Un’altra modalità di risposta è quella paradossale di non rispondere e cioè di evitare o limitare nella maggiore misura possibile qualsiasi relazione. Non sono affatto rari i casi in cui un disabile rinunci completamente ad una vita di relazione. In questo caso il disabile sprofonda nel proprio handicap e si chiude a qualsiasi orizzonte. E’ la morte sociale. L’ansia che deriva dall’incontrare l’Altro è dovuta – credo -, alla discrepanza fra l’immagine che si ha di sé. profondamente svalutata e handicappata, e alle aspettative che si possono verificare nel relazionarsi con l’altro. Le fantasie dilagano e il senso d’inferiorità non può far altro che accentuarsi fino a scegliere di “morire” in senso sociale o comunque di non vivere e di limitarsi a una pura sopravvivenza biologica.

La bandiera dell’handicap
Ci sono poi persone che invece dell’handicap ne fanno una bandiera. Sono gli apologetici dell’handicap. L’handicap viene sbandierato, ostentato come se questo fosse un pregio di cui il normodotato non è proprio dotato. La situazione si capovolge. E’ il normodotato ad essere un diverso. L’handicap viene ritenuto – a torto – come un dono che permette una maggior capacità di comprendere gli altri, una maggior sensibilità e un maggior senso di solidarietà. E’ pur vero che l’aver un handicap è come una ferita aperta la cui sofferenza non può essere che fonte di riflessione verso quello che sono i diversi aspetti dell’esistenza ma da qui a dire che i “normali” sono dei “poverini” – come capita di sentire dire – ce ne corre. Generalmente queste persone hanno subito una precoce e lunghissima istituzionalizzazione. Questa “detenzione” in luoghi lontani dai normali contesti sociali (gestiti generalmente da personale religioso del tutto impreparato ad affrontare non solo le tematiche legate all’handicap ma anche a quelle più comunemente pedagogiche) ha portato ad una identificazione con l’istituzione (identificazione con il proprio persecutore) di cui ora ne fanno lodi sperticate e rimpiangono i tempi che furono. Queste persone tendono a mantenere costanti e continui e contatti solo con persone con handicap e con le istituzioni che a suo tempo li avevano ricoverati e a fare dell’handicap il loro unico interesse.
Non c’è dubbio che queste modalità serve a ripararsi sia dalle profonde ferite narcisistiche ricevute sia dalle intense angosce che possono emergere in contesti relazionali distanti da quelli appresi/subiti durante il periodo dell’istituzionalizzazione.
Esiste poi quella che è la rimozione del problema handicap. La persona nega che ci sia un handicap. Si rifiuta categoricamente di prenderne coscienza. Tutti i suoi comportamento e atteggiamenti sono improntati a nascondere, mimetizzare o minimizzare quello che è l’handicap. La persona tende continuamente ad un modello di. “normalità”, peraltro impossibile da raggiungere, e paradossalmente tratta le persone con il suo stesso problema come se fossero dei “veri handicappati” a tentativo di confermare la sua pseudo-normalità. Anche qui i vissuti di inadeguatezza e di inferiorità agiscono come difese obliterando e nascondendo quelle parti sane del Sé che permetterebbero invece una integrazione delle parti scisse e lontane dalla coscienza, premessa indispensabile per un’armonica evoluzione dell’individuo.

La paura di fronte al deficit
Ho cercato di passare in rassegna alcune delle modalità, seppur in maniera sintetica che possono caratterizzare le risposte del portatore di handicap nelle sue interazioni sociali. In ogni caso i percorsi individuali e soggettivi possono essere alquanto sfaccettati e poliedrici e quindi prendere strade anche diverse da quanto sopra esposto.
Veniamo ora al secondo ordine di considerazione e cioè la domanda per cui un “normodotato” si permette dei comportamenti e atteggiamenti verso i portatori di handicap che con altri non si concede. La prima ipotesi può essere che il normodotato proietti le sue parti “handicap” sul disabile e che quindi – un atteggiamento eccessivamente sollecito, premuroso, altruistico non sia altro che un tentativo, attraverso l’altro, di curare o controllare le proprie inadeguatezze. Senza nulla togliere al valore del volontariato o a quelle istituzioni che si propongono la “salvezza” dei disadattati e proprio qui che si ritrovano la maggior parte delle persone che – a mio avviso – agiscono con questa modalità. Ribadisco il fatto che è l’atteggiamento altruistico eccessivo a stonare e non il fatto che una persona decida di dedicare parte del suo tempo a chi per un modo per o l’altro si trova in uno stato di difficoltà o necessità.
Un’altra ipotesi è che l’incontro con l’handicap possa generare delle angosce relative alla propria integrità “Così come è capitato a lui, questo può succedere anche a me”. E’ naturale quindi che nascano delle ansie perché questo smonta seppur brevemente l’illusione della propria immodificabilità e nel contempo può far sorgere delle fantasie relative alla perdita di parti importanti del proprio Sé. Questa forse è la ragione per cui alcuni domandano in maniera del tutto indiscreta quali sono le cause di un handicap. E’ un modo per poter razionalizzare e controllare le angosce che l’incontro con l’handicap può provocare. Non bisogna inoltre scordare che stiamo vivendo un epoca in cui si tende ad una perfezione corporea, ad una ricerca del “fitness” che non ha riscontri in altri periodi e che a volte francamente sembra che sconfini nel delirio. Non mi sembra dunque così peregrina l’idea che “incontrarsi” con il diverso possa risultare difficoltoso proprio perché va a scontrarsi non solo su quelle che sono le proprie problematiche individuali ma anche su stili di vita collettivi che esaltano sempre di più l’efficienza, il giovanilismo, l’utilitarismo…

Emai: arcas@rete039.it

2. Per chi rompe la campana

di stefania Baiesi

L’esperienza di lavoro di una educatrice disabile all’interno del Progetto Calamaio. “ Lavorare mi ha permesso di crescere personalmente e professionalmente, mi ha aiutato (e mi aiuta tuttora) ad ampliare le vedute, eliminare i pregiudizi che mi possono essere rimasti…”Ho cominciato ad avere un ruolo sempre più importante nel Progetto Calamaio soprattutto da quando alcuni miei colleghi, per varie ragioni, non vi hanno lavorato più, se non attraverso saltuarie collaborazioni. Da allora sono cambiate molte cose, è cambiato in parte l’organico e, in conseguenza di questo, anche i compiti. Nella nuova fiaba intitolata “Cane e gatto, scacco matto,” sono entrata al posto di Floriana nel ruolo di Pepito, il cane. Ho cominciato lavorando con Alberto. Ogni tanto mi capitava di sostituirlo, anche prima della sua recente scomparsa, recitando la parte dell’orsone nella fiaba dell’ “Orso”. Impersonando tale ruolo, ho capito di essere in grado di interpretarlo, guardando le sue mosse. E’ un onore fare quello che faceva lui, sarebbe ancora maggiore riuscire a far le cose come lui le avrebbe fatte. Ogni volta che scrivo o che lavoro in progetti per i quali lui ha lavorato, io ne sento la presenza, come se mi dettasse parola per parola.
In conseguenza di questo, mi sono stati affidati dei compiti di responsabilità, anche sotto mia esplicita richiesta, che riguardano soprattutto la scuola secondaria superiore. Sono stati messi a punto nuovi programmi su nuovi argomenti che ho voluto proporre: il capitalismo, l’egocentrismo, la sessualità, i valori della persona e tanti altri. Non può che farmi bene riflettere su questi problemi che meritano un approfondimento.

Andiamo a incominciare
Partendo dalla mia esperienza personale, di pregiudizi, in quanto disabile, ne avevo già subiti molti per cui quando Claudio Imprudente mi ha parlato del Progetto Calamaio mi è venuta la curiosità di saperne di più: ho chiesto all’USL se potevo lavorare a questo Progetto e, fortunatamente, mi hanno dato una risposta affermativa. Ritengo che il Calamaio sia un modo nuovo per affrontare i pregiudizi. E’ come se mi si fosse risvegliata la rabbia tenuta dentro per tanto tempo. Il pregiudizio è spesso soltanto una questione di ignoranza, nel senso vero del termine. Sul momento si può lasciar perdere, ci si passa sopra, ma dopo, se si vuole costruire qualcosa è importante mettersi in gioco attraverso il Calamaio.
Possiamo dire che il clima all’interno del Centro Documentazione, in particolare del Progetto Calamaio, è gioviale, ludico, molto familiare; inizialmente c’era un rapporto di scambio a due tra me e la mia operatrice, Floriana. Dopo si è trattato di mettersi nell’ordine d’idee di lavorare in gruppo. Sono emerse difficoltà, fatiche, in quanto non ci eravamo abituati.
Sono partita da una formazione aziendale. Secondo la mia qualifica professionale avrei dovuto fare tutt’altro tipo di lavoro in ufficio-magazzino o in ufficio di produzione: gestione scorte, materie prime, gestione di documenti ecc. Come la vivo adesso? Mi sento come tanti altri: alle volte studiano per fare un tipo di lavoro e magari ne faranno uno completamente opposto: si accontentano di quel che c’è.
Durante i primi incontri nelle scuole, avevo un’impressione sconcertante, mi sentivo male, mi sembrava di essere lì per caso, un pesce fuor d’acqua, a disagio: “Che cosa vado a dire? Come dirlo? C’è modo e modo di dire le cose; il mio modo sarà adatto?”
Mi veniva da pensare: “Ma guarda, io che non ho fatto il Liceo Classico o l’Istituto Magistrale, vado nelle scuole e mi sento un po’ una maestra. Da molto tempo oramai non ho più quella sensazione sconcertante un po’ per merito dell’esperienza pratica fatta all’interno del Progetto Calamaio,
un po’ per l’attenzione che i nostri colleghi “normodotati” hanno avuto nei nostri confronti. Ora so che la mia fatica e quella dei miei colleghi, rientra nella normalità della vita quotidiana, anche se a volte è maggiore, l’affronto in maniera diversa, la prendo meglio psicologicamente.
Si sa che se si vuole continuare a svolgere il Progetto Calamaio, una certa dose di fatica fisica è da mettere in conto, è insita nel Progetto stesso. E’ una fatica che porta i suoi frutti, per questo viene accettata. In questi ultimi anni, sono aumentate le richieste, soprattutto da parte delle scuole materne. E’ aumentato il mio senso di responsabilità e ho potuto trovare un mio spazio sempre più ampio dove potermi esprimere.
In quanto al futuro del Progetto Calamaio, mi piace pensare che possa continuare, perché è un lavoro utile e penso che abbia ancora molto da dire, indipendentemente dalle questioni economiche, che pur ci sono. Io lo faccio perché ci credo anche se è difficile capire come. Ci siamo resi conto che nel sociale ci sarà sempre qualcosa da fare, per quanto riguarda i rapporti umani che sono e rimangono molto complessi.

Nelle scuole 
Durante l’esperienza alle elementari a Mogliano Veneto, un bambino di nome Stefano, si è riconosciuto in me essendo anche lui portatore di deficit: mi ha vista come un suo simile, tanto che mi è letteralmente saltato al collo, sedendosi sulle mie gambe fin dalla prima volta che mi ha visto. Ditemi voi se questo non è gratificante, incoraggiante, sia per le insegnanti, sia per i bambini, sia per noi.
I bambini di Crespellano ci accompagnavano per il corridoio in giardino. Si è creata una atmosfera particolare, gioviale nella quale si sono rivelati intellettivamente vivaci ma calmi fisicamente. E’ stato uno dei percorsi meglio riusciti. Sono questi i momenti che lasciano il segno e i singoli componenti del Progetto stesso ne costituiscono la storia. Il Progetto Calamaio alla scuola materna nel quartiere Borgo Panigale, a Bologna, ha avuto inizio nel 1992. Erano presenti: Roberto, Floriana, Cinzia, Alberto, ed io. Per l’occasione abbiamo fatto un percorso utilizzando una versione ridotta del film “ l’Orso “ di Annaud. Questo per questione di tempi sia nostri che dei bambini. E’ stata un’esperienza memorabile: insegnanti, bambini e noi tutti coinvolti. Sono stati realizzati dei costumi per la drammatizzazione della fiaba, con la collaborazione di insegnanti, bambini, bidelli e genitori.
I bambini sceglievano a loro piacimento l’animale da impersonare, poi si dividevano in gruppetti. Ed ora tutti a giocare! Sdraiati per terra, saltare, cantare, mimare e travestirsi. Nell’esperienza del pesce nella fiaba dell’orso, c’è un momento nel quale l’orso dà da mangiare all’amico orsetto. Una bambina mi si è avvicinata e mi ha chiesto: “Che cosa stai mangiando?”. “Hai visto, sto mangiando un pesce”.
Durante un altro momento, quando il cacciatore cattura l’orsetto impersonato da me, i bambini tutti attorno cercavano di aiutare l’orsetto a liberarsi dalla corda al collo. In un incontro successivo un bambino mi si è seduto sulla schiena senza la paura di farmi male, in modo talmente naturale che da lì è nata l’idea di mimare la tartaruga con l’aiuto dei bambini. Per me era la prima volta che mi succedeva una cosa del genere, mi ha lasciato stupita. Io fin da piccola sono stata trattata come dentro una campana di vetro. Quel bambino con naturalezza ha rotto la campana e io ho provato una grande emozione.
Alla fine del percorso i bambini si sono messi a giocare liberamente con dei teli di stoffa. Durante il quinto incontro sono state fatte delle sagome di gomma piuma che possono rappresentare l’équipe del Progetto. Queste servono per comunicare ai bambini la differenza tra sé e l’altro; lo stesso vale per il gioco dello specchio.

Esserci o non esserci?
Il Progetto Calamaio mi ha permesso di crescere personalmente e professionalmente, mi ha aiutato (e mi aiuta tuttora) ad ampliare le vedute, eliminare i pregiudizi che mi possono essere rimasti, nei confronti di alcuni ambiti che esulano dalla mia esperienza diretta. Mi aiuta ad acquisire nuove competenze lavorative, a rimettere in discussione le mie motivazioni iniziali: dopo più di dieci anni di lavoro al Centro Documentazione Handicap ci è sembrato sia venuto il momento di farlo.
Ho scoperto di essere un po’ demotivata, ho dovuto prendere una decisione rispetto al futuro. Mi sono chiesta: ”Ci sto ancora al Progetto Calamaio o mi sono stancata? …Ho deciso di rimanere e trattare temi interessanti sia per me, che per gli studenti. Ho scoperto una peculiarità molto importante, fondamentale, alla quale non avevo mai fatto molto caso: la versatilità, la flessibilità del Calamaio, cioè il poterlo trasformare a seconda dei miei interessi, è più bello di quanto si pensi; è una peculiarità molto preziosa, senza la quale questo luogo di lavoro non potrebbe esistere. E’ senza dubbio un preludio alla creatività.

11. Il piacere di giocare

di Rosanna De Sanctis

Ciascun gioco ha significato, anche quello di tipo più “normale”; i bambini a partire da un’età molto precoce, utilizzano il gioco come un mezzo per esprimere la loro relazione con il mondo che li circonda e con le altre persone.
Intervista a Licia Vasta psicopedagogistaNel 1921 la Klein aveva cominciato ad interessarsi al modo in cui l’apprendimento, un’attività presumibilmente intellettiva, potesse subire l’interferenza di blocchi causati da fantasie e paure inconsce.
Successivamente s’interessò non solo ai blocchi, ma all’attività stessa d’apprendimento, e affermò che tutto quello che il bambino fa nel suo gioco è un’espressione della sua fantasia inconscia. Ciascun gioco ha significato, anche quello di tipo più “normale”; infatti, proprio nel gioco libero l’accento passa dalla domanda “ che cosa fa quest’oggetto” alla domanda “che cosa posso fare io con quest’oggetto”. Winnicot afferma che solo giocando il bambino o l’adulto ha la possibilità d’essere creativo e di sfruttare pienamente la sua personalità; il gioco permette di ottenere un piacere, vale a dire una soddisfazione e uno scarico mediato e indiretto dei moti pulsionali attivati.
I bambini a partire da un’età molto precoce, utilizzano il gioco come un mezzo per esprimere la loro relazione con il mondo che li circonda e con le altre persone, e per affrontare le difficoltà sia fisiche sia emotive. Il gioco è così un primo passo nella formazione del simbolo. E’ la capacità di digerire, elaborare e riflettere su un’esperienza importante. Tramite il gioco, i bambini nella vita di tutti i giorni possono entrare in contatto con i propri sentimenti e avere l’opportunità di elaborare eventi esterni o interni a loro stessi.
Poiché questi sono in gran parte inconsci, i bambini non saranno capaci di parlarci direttamente del loro significato, anche se sono capaci di parlarci delle azioni e degli eventi che sono riprodotti nel gioco.
Il gioco si mostra dunque carico di significato, ed è un veicolo a tutti gli effetti per l’espressione delle fantasie infantili, vale a dire i pensieri e i sentimenti inconsci che stanno dietro alle azioni.
Di questo tema ne parliamo con Licia Vasta psicopedagogista: coordinatrice psicopedagogica servizi per l’infanzia, socia del Centro italiano di psicoterapia psicoanalitica per l’infanzia e l’adolescenza di Bologna.

Il tuo intervento a chi è rivolto con quale metodologia e orientamento?
La mia esperienza professionale mi porta a lavorare con la primissima infanzia 0/6 anni riconoscendo il gioco come primo strumento di comunicazione/osservazione.
Dopo la laurea ad indirizzo psicologico, il mio percorso di formazione è stato in pedagogia psicoanalitica e questo mi ha dato la possibilità di Ri-conoscere nell’indirizzo psicoanalitico un mio modo di rapportarmi all’altro, in particolare al bambino. Uno degli autori ai quali la Scuola di Formazione (C.I.Ps. Ps. I.A.) fa riferimento è Winnicot e quello che lo psicoanalista racconta nei suoi testi, dal mio punto di vista, è stato incisivo per incontrare il mondo interno del bambino.
Come psicopedagogista mi trovo spesso a lavorare in situazione, o ad incontrare i collettivi per supervisionare i casi. E’ importante definire il mio ruolo ed il mio intervento perché non rientrano in un campo perfettamente “terapeutico” ma in un percorso di “prevenzione “ al disagio. Riuscire a leggere i segnali che un bambino, anche di soli 14/15 mesi, presenta attraverso il corpo mi dà una sensazione di piacere. E’ la disponibilità dell’educatore, quell’adulto, che può muovere un cambiamento nell’altro. Solo attraverso il godimento dell’esperienza, del non farsi intrappolare dal dolore del bambino si può capire, o meglio sentire, il bisogno di questo. Ritengo il “piacere” la prima parola chiave che uno psicopedagogista dovrebbe tenere nella propria mente per sostenere l’altro. Il bambino può crescere solo attraverso una relazione, ma una relazione si sviluppa solo c’è la reciprocità del piacere.
Proverò a raccontare che tipo d’intervento faccio tenendo presente alcuni presupposti, sia quando sono io direttamente a giocare con il bambino, sia, quando sono le educatrici dei servizi educativi che seguo. Ormai sappiamo che ogni bambino c’è rivelato attraverso il gioco. Il gioco è anche osservazione, è la capacità di mantenere quella giusta distanza emotiva che mi fa osservare, ma anche osservarmi. Ascoltandomi posso differenziare me dall’altro, riconoscere ciò che posso temere io o teme l’altro. L’interpretazione del gioco, del transfert, come c’insegna Winnicott, è quasi totalmente interno a me, minimamente coinvolge verbalmente il bambino. Più il bambino è piccolo, più la lettura del gioco, i movimenti del gioco si ricercano nel pre-verbale. Quello che interpreto durante il gioco mi deve servire per modificare l’ambiente.

Perché è importante utilizzare il gioco in età evolutiva?
E’ una risposta breve ma è tutto poter affermare che il bambino mentre gioca ci porta il suo mondo interno, si presenta, ci racconta i suoi affetti, ci dice come le due energie di base (libidica e aggressiva) si muovono dentro/fuori di lui. Nel gioco è il non verbale che “entra in gioco”; gioco sta a significare “giocare dentro” e solo con un ascolto costante e continuo posso giocare, comprendendo l’altro nella comunicazione, nella disponibilità a tollerare dentro di me la diversità che incontro fuori.
Solo all’interno di questo rapporto è possibile la regressione, cioè il poter rimettere “in gioco” mancanze, frustrazioni per gestirle, non compensarle. Chiedersi quando si è con un bambino quali legami il bambino sente con l’ambiente, cosa ci sta narrando attraverso il gioco, come usa l’oggetto e lo spazio, a cosa sta dando importanza, quali sentimenti si stanno muovendo tra me e il bambino è di vitale importanza fra narrare il gioco, poter guardare se stessi mentre si guarda il bambino giocare.
Non c’è solo la tecnica nel gioco, c’è il sentimento nell’esperienza, il cambiamento in un bambino avviene dal momento che l’altro (l’adulto) coglie i suoi segnali e riesce a stare in contatto con l’ipereccitabilità, l’assenza, l’aggressività con affetti faticosi per il bambino.
Quando il bambino sente che l’adulto non scappa, il bambino si sente visto, letto, accolto, investito, celebrato anche nella parte non cosciente. In un movimento di questo tipo ritorna la parola chiave “piacere”, piacere di stare con l’altro e potersi permettere di cambiare; magari cambiare trasgredendo, condividendo un’esperienza di contatto e non di solitudine.
Questo, nel mio lavoro, mi dà la possibilità di muovermi non per situazioni che richiedono interventi terapeutici, ma che si attivano all’interno delle istituzioni educative (come asili nido e scuole materne) nelle lettura della prevenzione del disagio.
Alleggerire gli aspetti giudicanti, arricchire di immagini e di emozioni l’altro e condividere i “casi” all’interno del gruppo facilita il veicolare delle emozioni.
Il contatto con il bambino è decisivo nel nostro lavoro, ma sappiamo anche come certi atteggiamenti e movimenti possono diventare “pericolosi” se non filtrati dalla supervisione.
Altro passaggio nel gioco con il bambino è il dare un significato ai comportamenti del bambino; se l’adulto nei servizi educativi non propone un’organizzazione, se nella propria mente non ha una trama il gioco non si sviluppa, la fantasia non è feconda, non c’è sequenza narrativa, c’è solo la solitudine del bambino, perché ogni bambino ha dentro di sé una storia.
Per giocare deve raccontarla a qualcuno che lo sta ad ascoltare e le storie dei bambini sono legate alla quotidianità delle loro esperienze familiari. La presenza dell’adulto di quando gioca con un bambino, è il dare un significato allo stare insieme nei gesti quotidiani. L’educatore dovrebbe rispettare il sentimento vero del bambino, perché l’esperienza vera ha bisogno del suo tempo per costituirsi.
Il contatto presuppone il rispetto, l’ascolto, l’attesa.
Mentre gioco è il clima relazionale che “nutre” che trasforma e accoglie, che fa accedere nell’immaginario del bambino, alleggerendolo delle sue ansie. Il “buon gioco” è legato all’atmosfera che si crea nel rapporto con il bambino, alla capacità di contenere il disagio, le emozioni, la solitudine del bambino.

Qual è il tuo ruolo durante il gioco?
Dipende dalla situazione; il mio ruolo, di solito all’interno di un piccolo gruppo con 2/3 bambini, può essere diretto o di “osservatore partecipante”; è sempre però attento ad aiutare quel bambino a trasformare le sue azioni senza significato in atti aventi un significato ludico.

Come?
Facendo da “specchio”, accettando e sottolineando con gesti e voci la propria presenza senza che sia intrusiva; rilanciando gli “spunti” del gioco, riprendendo le espressioni dei bambini. Integrando ed estendendo i movimenti ludici del bambino.

Mi puoi parlare di una tua esperienza?
Vorrei brevemente narrare un’esperienza con una bambina della sezione grande di un nido che coordino. Sara, così la chiamerò, si presentava come una bambina competente, attenta a tutto ciò che la circondava. Sara manteneva però un “muro invisibile” tra lei e i bambini, tra lei e l’educatrice; se a casa aveva un’ottima competenza linguistica, al nido si rifiutava di parlare.
A seguito di diversi colloqui con la coppia emergeva un quadro di separazione (dai genitori) non del tutto risolta. Il mio intervento, come in altri casi, è stato quello di intervenire sulla bambina ma pensandola dentro a quella specifica dinamica della coppia genitoriale. Sara al nido non godeva dell’esperienza del gioco, l’uso dell’energia libidica e aggressiva erano quasi assenti. Il mio intervento, durato quasi tutto l’ultimo anno di nido, con scadenza quindicinale, era integrato dall’educatore di riferimento. Ogni mese con le educatrici ci ritrovavamo a leggere le osservazioni, discuterle, formulare ipotesi e individuarne strategie.
Un primo intervento sul gioco (nello specifico era il gioco della bambola) che si è rilevato fondamentale per incontrare Sara è stato quello di restituirle le “emozioni che la bambola provava” come ad esempio “la bambola piange perché vuole la mamma..”.
Il mio ruolo inizialmente è stato di un Io ausiliario. Il gioco di accudimento alla bambola ha portato via via Sara a ri-conoscersi in quei movimenti, a permettersi delle emozioni che inizialmente nel mondo esterno (nido) potevano essere estranee e sconosciute. Fidandosi e affidandosi all’adulto si è permessa un movimento di separazione, si è potuto esplorare gli affetti della bambina.
Spesso il mio ruolo era silenzioso dove l’attenzione era rivolta ai gesti, alla postura ecc. ma questo non sarebbe stato possibile se a monte non ci fosse stata un’alleanza psicopedagogica con i genitori. In quel caso l’elaborazione di un’esperienza faticosa come la separazione è stata rivisitata con una lente d’ingrandimento restituendo a Sara il piacere del gioco, del movimento ad andare avanti, dove separarsi non è perdersi e sparire, ma ri-incontrarsi con altre modalità.

10. Handicap e gioco

di Roberto Ghezzo

C’è una accezione della parola handicap che ha caratteristiche di positività e la traduciamo con la parola difficoltà. Positiva perché se noi riusciamo a connettere l’handicap-difficoltà ad un gioco allora scopriamo il valore dell’handicap, valore che non esiste in sé ma esiste in quanto inscritto in un sistema di regole, in un sistema di giocoProviamo a ripensare al collegamento tra handicap e deficit in relazione al gioco, tema che già da un po’ stiamo tentando di affrontare sulle pagine di HP. Premetto che ci sono molti tipi di giochi (noi abbiamo preso in considerazione in questo caso soprattutto quelli con regole) e come dice Wittgenstein, non esiste una unica logica sottesa a tutti i giochi linguistici, non esiste il Gioco dei giochi, che racchiude in sé il significato di tutti gli altri. In altri termini non pretendo di dire la verità ultima sul gioco perché equivarrebbe a svelare il mistero della natura umana ma a esplicitare alcuni meccanismi di funzionamento, alcune connessioni tra handicap e gioco.
Esistono due accezioni della parola handicap: una sicuramente negativa, tradotta con i termini svantaggio e ostacolo. In questa accezione l’handicap va per quanto possibile ridotto, va combattuto con tutta la creatività di cui siamo capaci.
Ma un’altra accezione della parola ha caratteristiche di positività e la traduciamo con la parola difficoltà. Positiva perché se noi riusciamo a connettere l’handicap-difficoltà ad un gioco allora scopriamo il valore dell’handicap, valore che non esiste in sé ma esiste in quanto inscritto in un sistema di regole, in un sistema di gioco.
L’handicap è come il sale, elemento non affrontabile in sé ma fondamentale se si riesce a connettere ad altro, ai cibi: da ciò trae il suo valore. Già da tempo diciamo che dell’handicap in quanto tale non ci importa nulla semplicemente perché, in sé, l’handicap non ha senso. L’indifferenza, tanto combattuta e stigmatizzata, verso il cosiddetto “mondo dell’handicap” è giustificata, anche solo per il fatto che questo mondo non ha senso di esistere, o per meglio dire è disabitato, come Cartagine è stato distrutto e sopra i Romani hanno cosparso il sale. Qualche volta la sensazione che si prova ad entrare in un centro residenziale per soli disabili equivale ad addentrarsi in una salina, in una landa desolata senza vita.

Bianchi e Neri
La categoria del gioco diventa allora fondamentale. Ma proviamo ad approfondirla meglio: in che rapporto sta l’handicap-difficoltà con le regole del gioco? La prima cosa interessante da riscontrare è questa: da un certo punto di vista si ribalta la concezione per cui l’handicap deriva dal deficit in rapporto all’ambiente. In realtà in ogni gioco c’è già un handicap-difficoltà di vario tipo. Ogni gioco che merita questo nome ha in sé una difficoltà che costituisce il sale del gioco. L’handicap, nell’accezione di difficoltà, preesiste al deficit. Quello che si chiama deficit è uno scarto tra un elemento del gioco e le regole o le condizioni abitudinarie e usuali per poter giocare. Pensiamo al gioco degli scacchi: ogni giocatore parte con lo stesso numero e tipo di pezzi. Il Bianco ha le stesse potenzialità del Nero (a parte un leggero vantaggio iniziale per il fatto di fare la prima mossa). Proviamo ad introdurre un deficit: togliamo ad un giocatore, ad esempio al Bianco, una torre. Dal punto di vista del “materiale” si è creato uno svantaggio per il Bianco. In una partita tra due giocatori a pari livello di “abilità” la situazione del Bianco sarebbe già compromessa. Man mano che cresce il livello di abilità dei giocatori, e diminuisce l’incidenza del caso, della fortuna nel gioco, questo deficit diventa sempre più determinante. Un GM (grande maestro) di scacchi contro un GM che gioca con una torre in meno fin dall’inizio della partita ha quasi il 100% di probabilità di vittoria (a meno che non commetta una svista madornale e non giochi al suo livello). Abbiamo con questo esempio due tipi di handicap: un handicap preesistente al deficit, la difficoltà nel gioco degli scacchi, ciò che rende appassionante il gioco, e dall’altra una ulteriore difficoltà determinata dal deficit di un giocatore, difficoltà che in questo caso è realmente uno svantaggio tutto a carico però di un unico giocatore. C’è infatti da osservare che questo svantaggio si tramuta in vantaggio per il giocatore avversario che di fatto si trova ad avere un pezzo in più.

La vita è bella
Ma dobbiamo analizzare meglio la questione. Se ci pensiamo bene, qual è lo scopo del gioco? Si gioca a scacchi per mille motivi, ma il più importante sicuramente è la bellezza stessa del gioco: c’è un piacere di giocare. Ne “La vita è bella” di Benigni è evidente la ricerca di senso nelle cose, nei giochi che ci troviamo a vivere per varie ragioni. La ricerca di senso è il dato più importante, quello che è importante è il piacere di giocare, il piacere di condizionare e non solo essere condizionati dagli avvenimenti. Non è a questo punto nemmeno il gioco ad essere determinante ma la ricerca di senso nelle cose che accadono. Di fatto, da dati apparentemente oggettivi si arriva, nella storia raccontata dal film, alla ristrutturazione del significato. Ricordate la scena in cui il tedesco del campo di concentramento illustra le regole del campo e di volta in volta Benigni le traduce in un gioco per il proprio bambino? E’ importante il gioco ma è più importante il perché si gioca, la bellezza che sta nel gioco, che non va ridotta al gioco stesso, non va confusa con il gioco. Il soldato tedesco vuole imporre un sistema di regole: il padre-Benigni non accetta di giocare a quel gioco e lo cambia. La sua genialità sta nel cambiare il gioco apparentemente lasciandolo immodificato: lasciando immodificati i “dati oggettivi” ma trasfigurando totalmente agli occhi del figlio il significato di questo dati. Il soldato tedesco vuole fare paura perché lui rappresenta la razza superiore: nel gioco di Benigni il soldato tedesco vuole fare paura perché non vuole che il bambino vinca il carrarmato.
Se un gioco non valesse più la pena di venire giocato evidentemente dovremmo cambiare le regole o cambiare (come Benigni) il significato al gioco, perché non è l’uomo per il gioco ma è il gioco per l’uomo. La vita è un insieme di giochi ma non è la risultante di questi giochi: nessun gioco è assoluto ma la vita sì. Ecco perché il film di Benigni non si intitola “Giocare è bello” ma “La vita è bella”. Se il gioco diventa l’assoluto si rischia di fare la fine del medico tedesco che è talmente preso dai suoi indovinelli e giochi di parole, tanto da perdere il contatto con la realtà, disumanizzandosi.

Adattare, inventare, integrare
Se la presenza di un deficit impedisce di giocare abitudinariamente un gioco ci sono alcune strade possibili. La prima è una non-strada, cioè si smette di giocare: l’handicap del secondo tipo, ovvero lo svantaggio causato dal deficit, è talmente aumentato che conviene non giocare. E’ una specie di suicidio del gioco stesso. Ciò avviene perché si assolutizza il gioco, ovvero si ritiene che non sia tanto importante chi gioca e la sua ricerca di piacere e di senso, ma sia importante il gioco stesso. Se non ci sai giocare, amen…torna un’altra volta, torna in un’altra vita, sono problemi tuoi. L’altra strada è il gioco adattato, ovvero giochiamo lo stesso gioco ma cambiando le regole, introducendo degli ausili che permettono comunque di giocare nel modo più simile al gioco originario. Una ulteriore strada è il gioco speciale, ovvero si inventa un gioco che una persona con deficit riesce a fare, un gioco completamente nuovo e originale. Sto riproponendo la classificazione delle discipline sportive per disabili: le specialità degli sport adattati (il basket in carrozzina eccetera); gli sport speciali (il torball, ad esempio, giocato solo dai ciechi). Esiste una terza distinzione: gli sport integrati, giocati sia da atleti normodotati che disabili (gli unici due esempi per ora sono il calcio in carrozzina e il calcio a sei).
Ciò che alla fine è essenziale è il giocare, non l’insieme dei giochi storicamente esistenti. Giocare ovvero sperimentare la bellezza nel gioco, chiamiamolo il piacere del gioco.

Handicap, deficit e piacere
Nei giochi con regole il piacere è dato da una equilibrata interazione tra handicap e regole e l’handicap è determinato dalla connessione tra le abilità-potenzialità e le regole (il limite). Come si è detto prima, se l’handicap aumenta troppo o diminuisce troppo non ci si diverte. Esempio: tra due giocatori di scacchi ci si diverte quando i giocatori hanno le stesse abilità visto che le potenzialità, nel senso dei pezzi in campo, sono uguali. Il divertimento nasce da un confronto possibile tra due giocatori, tra due abilità. Se un maestro di scacchi gioca con un dilettante può trar piacere per molti motivi ma da un punto di vista strettamente scacchistico non si può più di tanto divertire perché vince facilmente. Per lo stesso motivo il dilettante si sente schiacciato dalla superiorità del maestro, e va incontro ad un risultato scontato della partita. E’ interessante notare che se in questo caso affibbiamo un deficit al maestro, togliendogli una regina e privandolo così di forze “materiali”, allora forse questo riequilibra le sorti della partita, aumentando l’handicap-difficoltà del maestro e diminuendo l’handicap del dilettante. Paradossalmente in questo caso al deficit non corrisponde in realtà un handicap come svantaggio, ma un handicap più gestibile, meglio distribuito tra i giocatori. L’handicap aumenta il piacere della partita, perché il risultato non è più scontato. Un altro caso in cui si può tentare di equilibrare l’handicap in presenza di un deficit, si verifica quando, in una partita tra due giocatori equivalenti in abilità, togliamo una torre ad uno ma la togliamo anche all’altro. La somma di due deficit tra due avversari ricrea una situazione di equilibrio.
La conseguenza di questo ragionamento è che non è corretto dire, come invece diciamo, che mentre il deficit è oggettivo, immodificabile, l’handicap è soggettivo e in movimento, quindi si può diminuire o aumentare. Anche il deficit, sebbene sia più oggettivo, più misurabile, in realtà non esiste in sé ma nel confronto tra una normalità-abitudinarietà del gioco e una situazione di originalità (come nel caso della mancanza di un pezzo nella formazione del Bianco o del Nero, nel gioco degli scacchi). Oltre a questo, è sì giusto affermare che il deficit esiste in questo rapporto, ma ciò che ci interessa non è il deficit in sé ma il suo significato in rapporto al gioco, le conseguenze del deficit in rapporto al gioco. Arriviamo al caso limite in cui il deficit del maestro (che gioca senza la regina contro un dilettante) aumenta il piacere del gioco, equilibra le sorti della lotta tra Bianco e Nero, rende l’handicap-difficoltà gestibile. Possiamo dire che il significato del deficit dipende dalla qualità dell’handicap-difficoltà del gioco, dalla gestibilità di questo handicap.

9. Mettiamoci in gioco

Dedichiamo questo approfondimento al tema del gioco inteso come modalità comunicativa ed espressiva primaria, prima strada del conoscere e dare forma al mondo, strumento attraverso cui i bambini costruiscono la propria identità.
Per questo il tempo del gioco è tempo vitale, fondante e non accessorio, spazio non riducibile che va protetto e salvaguardato. Per i bambini, tutti i bambini la dimensione ludica si pone come esperienza del provare, cercare, collegare; in poche parole come conferma di ciò che si è e apertura verso il nuovo.
Il gioco è anche il modo per poter dire qualcosa di importante di sé, qualcosa che in alcune circostanze le parole non vogliono o non riescono a dire. In questo senso si parla di risonanza terapeutica o di uso terapeutico del gioco nel momento in cui attraverso di esso ci si mette in contatto con i pensieri più intimi.
(G. D. P.)

8. Peacelink, la voce delle associazioni

di Francesca Ciarallo

Lo scopo di rete Peacelink è quello di mettere in rete tutte le persone e tutte le associazioni che in Italia costituiscono l’arcipelago del pacifismo e della solidarietà, di far dialogare dunque queste realtà spesso molto lontane fra di loroCome portavoce di Peacelink ho la necessità e l’obbligo di insistere sull’importanza che le associazioni entrino in rete e approfittino dei mezzi che hanno a disposizione. Rete Peacelink nasce proprio per questo, abbiamo già detto e ridetto che Peacelink nasce nel ‘92 fa uso delle tecnologie povere, collega fra loro computer sparsi in tutta Italia che da allora non hanno mai smesso di scambiarsi informazione riguardo a pace, diritti umani, cooperazione e solidarietà umana. Lo scopo di rete Peacelink è proprio quello di mettere in rete tutte le persone e tutte le associazioni che in Italia costituiscono l’arcipelago del pacifismo e della solidarietà, di far dialogare dunque queste realtà spesso molto lontane fra di loro. Peacelink quindi come spazio aperto a chiunque la voglia utilizzare in conformità ai principi di pace e di solidarietà che sono alla base del suo statuto, una sorta di condomino dove ogni associazione può avere il suo piccolo appartamento, a patto che non rimanga comunque sganciato da quello degli altri. Oltre ad essere un insieme di computer collegati fra loro, Peacelink è anche un insieme di persone che si organizzano in club. E’ importante che ci siano questi club, perché essi sono l’interfaccia fra la rete e la realtà locale e permettono quella bidirezionalità dell’informazione, quell’interattività che spesso nella rete manca e permettono anche il fatto dell’aspetto della conoscenza personale, perché la conoscenza avviene anche perché i club si incontrano fra di loro, si vedono, organizzano.
Alla base dell’attività di Peacelink c’è una ben precisa visione della realtà, della realtà economica e sociale. Noi quando parliamo di telecomunicazioni, di internet, immaginiamo tutta questa ragnatela mondiale di linee telefoniche, di modem che comunicano fra di loro in ogni angolo del pianeta; c’è questo mito del villaggio globale, però, nell’era delle multinazionali, anche il mondo delle telecomunicazioni e della telematica è diviso fra chi ha e chi non ha. Se noi guardiamo anche la situazione della connetività mondiale, è vero che internet copre praticamente tutto il mondo, ma è anche vero che ci sono notevoli differenze in tutto il pianeta, differenze di densità e di potenzialità tra tutte le reti dei vari paesi.

Le risorse tecnologiche sono concentrate al nord
Vi volevo comunicare alcuni dati, che ritengo importanti, dell’International University of People Instituction for Peace, che ha realizzato una bellissima pubblicazione ” Guerra, Media e Pace”, edita in Italia dall’edizione del Gruppo Abele. Questi sono i dati fondamentali : tutti i paesi in via di sviluppo messi in insieme possiedono soltanto il 4% dei calcolatori del mondo, il 75% dei 700 milioni di telefoni del mondo si trova nei 9 paesi più ricchi, i paesi poveri possiedono meno del 10% dei telefoni del mondo e in molte zone rurali c’è un telefono ogni 1000 persone, vi sono più telefoni nel solo Giappone che in tutti i 50 paesi dell’Africa, nonostante l’Africa abbia una popolazione 4 volte superiore al Giappone. Nel 1988, 30 fra i paesi più poveri non avevano nessun giornale quotidiano, mentre il solo Giappone ne contava 125 e gli Stati Uniti 1687, nei 34 paesi periferici non ci sono assolutamente apparecchi televisivi.
Come si può capire da questi i dati, il panorama dell’informazione e delle telecomunicazioni è totalmente dominato dal dominio di una oligarchia di nazioni del nord del mondo, di una oligarchia di società commerciali, di multinazionali che hanno nelle loro mani praticamente la totalità delle risorse. A questa triade pochi-nord-ricchi, noi abbiamo un dovere di dare una risposta. Secondo me è indicativo che Peacelink nasca a Taranto, in una città del sud, in una città ad alto tasso di delinquenza minorile, con uno dei tassi più elevati di disoccupazione.
Peacelink basa le sue attività su mezzi poveri, sull’auto tassazione, sui contributi volontari, non propone una oligarchia ma un modello di partecipazione allargata da realizzarsi proprio attraverso lo strumento della telematica che rende possibile diffondere le informazione. In sostanza, noi per contrapporci a questa triade, stiamo cercando di essere sempre di più, di coinvolgere un maggior numero di persone, persone soprattutto del sud, che hanno mezzi poveri, che si auto tassano, che non hanno bilanci milionari e che cercano di far fronte alle bollette telefoniche con le loro risorse. Come funziona tutto questo? Rete Peacelink ha un server centrale, che si chiama Alex Langer, dove è permesso tenere degli spazi Web gratis da parte delle associazioni, gruppi di volontariato e piccole case editrici che in questo modo non sono obbligate a rivolgersi ai servizi commerciali per diffondere le loro informazioni. E’ importante tener presente l’importanza di utilizzare questi spazi comuni, che possono migliorare la comunicazione fra le associazioni, perché solo con una reale comunicazione le associazioni possono avere una efficacia di azioni e non essere disgregate.

Le associazioni come fonte di informazione qualificata
Poi vi è un altro aspetto importante, cioè quello di diventare noi associazioni fonti qualificate dell’informazione alternativa, che come è stato già detto, passa difficilmente sui media tradizionali. Vi faccio un esempio, io lavoro per una associazione che si occupa molto di America Latina; tempo fa è stato ucciso un sacerdote in Guatemala, Monsignor Gerardi, ne hanno parlato un po’ i giornali ma poi la cosa finisce lì. La situazione oggi dei diritti umani in Guatemala è disastrosa, noi attraverso internet sappiamo che Monsignor Gerardi è stato ucciso e che il suo rapporto sul recupero della memoria storica del Guatemala ha suscitato grandi traumi nel governo; anche il prete che è con lui, Pietro Nota, è in costante pericolo di vita. Questo per noi, cioè appropriarsi del mezzo, significa poter diventare una fonte qualificata.
Per fare questo bisogna sfatare dei miti, il primo dei quali è che internet sia costosa. Qui in Italia io non trovo assolutamente che internet sia costosa. Per mandare un fax a 100 associazioni minimo devo fare 100 scatti telefonici, per mandare 100 e-mail ne faccio uno solo, tra l’altro oggi noi associazioni abbiamo comunque la possibilità di avere una connettività gratuita attraverso le reti civiche, attraverso altri enti che ci mettono a disposizione possibilità simili, dunque in relazione agli altri mezzi di comunicazione non trovo che internet sia costosa.
Il secondo mito da sfatare è che internet sia difficile da usare; sì è vero che ci vuole alla base un discorso di alfabetizzazione, però gli strumenti a disposizione oggi per i collegamenti intenet non hanno tutta questa difficoltà, hanno comunque delle procedure semplificate che spesso celano all’utente tutti i particolari tecnici che ci sono sotto. Ora non vorrei presentare la rete come il rimedio a tutti i mali, perché non è assolutamente così, però resta comunque uno strumento di cui appropriarsi prima che venga definitivamente colonizzato da tutti gli interessi del mercato globale, così come è avvenuto per gli altri mezzi di comunicazione tradizionali.

7. I missionari di Misna

di Padre Raimondo Ottavi

Un’agenzia stampa che esiste solo su internet, realizzata in tre lingue, italiano, inglese, francese: la sua finalità? Dare voce alle popolazioni del sud del mondo impegnate a costruire un futuro di libertà e di sviluppo ma troppo spesso vittime dell’emarginazioneSono un missionario, l’iniziativa che vi presento nasce dalla federazione di 15 istituti missionari. Un grande missionario del secolo scorso diceva: “Vorrei avere a disposizione 100 lingue e 100 cuori per presentare la situazione della povera Africa”. Questo stesso missionario diceva che in 5 mesi aveva scritto 1347 lettere, in mezzo a situazioni difficili, in mezzo al deserto, sotto un sole tremendo e nel 1873 in un’altra comunicazione diceva che aveva sul tavolo 900 lettere a cui rispondere. Proprio in questa scia di bisogno di comunicazione, nel 1882 nascono in Italia due grandi riviste missionarie che sono ancora in vita, “Nigrizia” che ha 116 anni di vita e “Mondo e missione” che ne ha altrettanti.
Nel 1973, facciamo un salto, nasce una casa editrice frutto di una confederazione di 15 istituti missionari che si chiama EMI, editrice missionaria italiana, che sta compiendo 25 anni di vita. Alcuni anni dopo. nel’84, gli istituti si uniscono e danno vita ad una attività video, la EMI video. Nel 96 si uniscono e fanno una rivista di antropologia e teologia della missione e nel 1997 un’altra felice realizzazione che è “Misna”, di cui parleremo.
Il nostro lavoro deve essere inserito in un cammino, in una scia di uomini che non solo si sono impegnati a livello intellettuale, ma a livello vitale, a livello pratico in favore degli ultimi, degli esclusi. La seconda premessa è che noi ci siamo accorti, come ve ne siete accorti voi, che del sud del mondo se ne parla poco e quelle poche volte che se ne parla, se ne parla male, che l’informazione è una merce strategica in mano ai governi e alle industrie, che quattro grandi agenzie emettono l’80% delle notizie che circolano, che il sud del mondo praticamente non ha voce, che la famosa globalizzazione non è tanto uno scambio in tempo reale di notizie prodotte in tutto il mondo, ma piuttosto la distribuzione mondiale delle informazioni delle agenzie occidentali. E allora di fronte a questo grande gigante, noi piccolo sassolino abbiamo detto: “Cominciamo ad agire”, e abbiamo fondato questa agenzia che si chiama Misna.

Un’agenzia stampa telematica e missionaria
Quali sono le caratteristiche di questa agenzia ? E’ una agenzia solamente in internet che fornisce notizie di attualità, in tre lingue, italiano, inglese e francese, con una ventina di lanci al giorno e che nei primi 5 mesi di attività è già riuscita a farsi uno spazio. C’è un direttore, che è un giornalista missionario, Padre Giulio Albanese e una struttura è minima; abbiamo una impiegata a tempo pieno per la lingua italiana, una persona part-time, 6 ore, per l’inglese , una persona part-time, 4 ore, per il francese; siamo quindi ridotti a una situazione minima di personale perché minime sono le risorse; non abbiamo nessun tipo di finanziamento pubblico.
Vi elenco i punti principali dell’iniziativa:
a) la finalità, dare voce alle popolazioni del sud del mondo impegnate a costruire un futuro di libertà e di sviluppo ma troppo spesso vittime dell’emarginazione, dello sfruttamento e del conseguente impoverimento, perché nel sud del mondo non ci sono i poveri ma gli impoveriti.
b) dare voce alle giovani chiese del sud del mondo, a questa grande ricchezza che è sempre di più in fermento e che spesso paga, in prima persona, con quelli che noi chiamiamo i martiri, le conseguenze dell’oppressione e dell’emarginazione.
c) dare spazio alle voci e alle iniziative che nascono nel nord del mondo a favore del sud del mondo. Perché queste iniziative della Misna possano avere un futuro, noi abbiamo bisogno di ricevere notizie, di trovare dei nuovi soci, di trovare sostenitori.

6. Le associazioni in rete

di Carlo Gubitosa

Dobbiamo uscire un po’ dall’ottica che l’informazione è o non è professionale, per imparare che anche noi con un computer e un po’ di buona volontà e una carica ideale, possiamo fare informazione qualificata quanto e come quella delle grandi agenzie di stampa internazionali, che nonostante le grandi risorse, a volte si fermano alla veste patinata per mancare di contenuti profondiUn limite che sembra caratterizzare le informazioni che ci arrivano, è quello di un sovraccarico, di un overdose da informazioni che sembra essere il maggior problema. Il problema appunto non è la mancanza di informazioni, per noi che viviamo nel nord del mondo, e abbiamo a disposizione tante risorse; il problema non è la mancanza di informazioni quanto la loro sovrabbondanza e il fatto che il tempo che abbiamo a disposizione è comunque finito. La tipica reazione delle persone che si affacciano per la prima volta su internet è proprio la sindrome da “overdose” da informazione; avere la sensazione di poter trasferire tutto lo scibile umano nel proprio computer, ci spinge a diventare delle spugne di immagini, di testi, di suoni che poi magari rimarranno lì dimenticati per mesi. C’è anche un altro fatto, che gli sprechi fisici di risorse di energia, di luce elettrica, di acqua, di gas sono una cosa tangibile, che abbiamo sotto mano e che possiamo condannare, mentre lo spreco di informazioni viene visto come una cosa tollerabile e anzi positiva, perché c’è ancora chi pensa che l’informazione non sia mai troppa, caso mai troppo poca. In questo contesto è pensabile un cambio di prospettiva, anche una visione “ecologica” dell’informazione in cui cerchiamo di eliminare i rumori di fondo che caratterizzano le informazioni che noi riceviamo per arrivare a riappropriarci del nostro tempo e di una informazione essenziale, che non deve essere finalizzata a farci sapere più cose o a farci avere più fogli sul tavolo o più messaggi di posta elettronica, ma deve essere finalizzata a vivere più consapevolmente e a migliorare la qualità della nostra vita e di chi ci circonda.
In questa ottica le associazioni e il mondo del volontariato in generale giocano un ruolo chiave. Io ad esempio, mi faccio da tramite tra le informazione che ricevo e quelle che poi diffondo in rete, perché la rete mi dà la possibilità di essere recettore e distributore, lettore ed editore di me stesso. Le associazioni hanno un ruolo chiave proprio perché possono, così come le associazioni nel mondo concreto, risolvere molti problemi pratici della vita di tutti i giorni. Così come le associazioni aiutano persone che hanno bisogno di centri di prima accoglienza, mandano dei volontari sulle ambulanze senza i quali il pronto soccorso crollerebbe, così come si risolvono problemi concreti, in rete, il ruolo delle associazioni è quello di svolgere un opera di sintesi e di controllo del traffico ormai infinito e incontrollabile di informazioni che ormai ci subissa. Il mio ragionamento procederà, per essere chiaro e sintetico, per parole chiave.

L’informazione sull’informazione
La prima parola è METAINFORMAZIONE, che è un’informazione sull’informazione; per dirla in altri termini, dove posso trovare delle risorse bibliografiche su un certo argomento? Per esempio, una metainformazione sulla scuola sarebbe: “Dove posso trovare delle risorse didattiche per svolgere delle lezioni di educazione alla pace nella scuola? “. Questa metainformazione è un collegamento all’informazione vera e propria che è il libro sull’educazione alla pace, o il gioco o la scheda didattica. Per cui la prima parola chiave è metainformazione, e le associazioni volontarie in genere dovrebbero puntare più alla metainformazione che non all’informazione vera e propria, più agli strumenti per semplificare l’acquisizione di dati e di concetti che non a infarcire la rete di testi o dossier che, anche se interessanti, non vengono letti e rimangono lì, non fruiti e non hanno modo di raggiungere la maggior parte delle persone. Un esempio che ho avuto modo di toccare con mano, è stato un lavoro che ho fatto per la realizzazione di un dossier su Chiapas in occasione del massacro che è avvenuto in quei territori. Io non ho scritto una riga di testo, anzi ho imparato molte cose interessanti proprio nel mettere insieme delle cose che hanno acquisito un senso compiuto proprio perché collegate insieme. Pur non avendo aggiunto io una riga al testo, l’insieme delle informazioni ha comunque acquisito un valore aggiunto, perché non era un testo che rimaneva lì fermo, ma conteneva i collegamenti a tutte le fonti dei testi, a tutti i siti internet che avevano realizzato questi testi e, cosa, che è più importante, alle associazioni che nel mondo reale operano a sostegno e in appoggio ai diritti civili delle popolazioni del Chiapas. E’ importante, in questo caso, non la produzione diretta di informazione quanto la loro digeribilità, la loro reperibilità e, soprattutto, la loro interconnessione, come un testo mi rimanda ad un altro testo. In questo senso il mondo della rete rispecchia tantissimo il mondo reale. Io purtroppo non sono abbonato a nessuna rivista per spirito di equità, perché se mi dovessi abbonare a Mosaico di pace mi dovrei abbonare a Nigrizia, mi dovrei abbonare alle altre migliaia di riviste ugualmente valide che però purtroppo mancano di una redazione comune virtuale che potrebbe ritrovarsi in rete per una linea comune, per combattere con una linea integrata un altro sistema di informazione che è altrettanto integrato. Purtroppo, così come nel mondo dell’editoria delle associazioni si assiste a questa disgregazione, lo stesso sta avvenendo in rete; purtroppo questo è uno dei casi in cui il mezzo tecnologico offre delle possibilità e noi non riusciamo a stargli dietro perché siamo ancora legati a logiche un po’ da orticello.

Non solo i giornalisti fanno informazione
Facevo l’esempio del dossier sul Chiapas per fare un’altra affermazione che, pur nella sua banalità, non è tanto scontata; l’informazione non è più un mondo per addetti ai lavori, non è più una casta sacerdotale in cui ha diritto di parola e di scrittura solo chi ha gli strumenti professionali e tecnici per farlo. Dobbiamo uscire un po’ dall’ottica che l’informazione è o non è professionale, per imparare che anche noi con un computer e un po’ di buona volontà e una carica ideale, possiamo fare informazione qualificata quanto e come quella delle grandi agenzie di stampa internazionali che, se dalla loro parte hanno i mezzi, le risorse e la professionalità, a volte si fermano alla veste patinata per mancare di contenuti profondi, (ovviamente, come tutte le generalizzazioni questo discorso si presta a delle eccezioni). Per i media mi piace usare la metafora dei lego. Finora ci hanno dato le macchinine già fatte con i lego, ce le hanno rivestite, verniciate, per non farci capire che sotto quell’oggetto c’erano tanti mattoncini che costituivano il quotidiano, la rivista, l’informazione, la notizia. Adesso abbiamo capito che possiamo modificarli noi i pezzi dell’oggetto, possiamo agire noi sul giocattolo informazione e nella nostra stessa casa, nello stesso ambito in cui operiamo, possiamo miscelare sapientemente fax, giornali, posta elettronica, telefono, e soprattutto le informazioni che ci arrivano dalle associazioni che sono il riferimento privilegiato di qualsiasi discorso. Facendo sempre riferimento al dossier sul Chiapas, la prima notizia riguardo al massacro di Chienalò mi è arrivata dal Chiapas che è un’associazione di Roma che ha rapporti privilegiati con la realtà del Messico. Per cui dobbiamo innanzitutto rimuovere i freni inibitori che ci procurano un senso di inferiorità rispetto a chi firma gli articoli sui giornali, o a chi scrive per le grandi agenzie di stampa. Anche noi abbiamo qualcosa da dire, anche chi ha strumenti più limitati può e deve dire la sua, soprattutto se teniamo in conto che l’informazione commerciale va sempre più acquistando forma accattivante e perdendo di contenuti. Non vorrei insistere troppo sul discorso delle associazioni, però spesso si grida “te lo avevo detto” quando succedono delle cose che erano state profetizzate dalle associazioni. Lega ambiente è stata interpellata con articoli a quattro colonne solo dopo che è successa l’alluvione in Campania, e stranamente non prima perché non fa notizia la denuncia di una associazione sui rischi ambientali di un territorio finché la tragedia non si compie.

Volontariato dell’informazione
Un altra parola chiave che volevo sottolineare è quella del VOLONTARIATO DELL’INFORMAZIONE. Mi sono posto delle domande sulla mia professionalità, sul fatto che pur non essendo giornalista professionista produco molta informazione; del resto io ho fatto anche per vari anni l’educatore volontario, senza avere nessun tipo di formazione professionale, nessuno mi è mai venuto a dire: ” tu giochi con dei bambini, fai delle attività ma non sei un professionista, ma allora che cosa sei ?” Appunto cerco di fare un volontariato dell’informazione, metto a disposizione tempo e scatti telefonici, perché mi diverte informarmi, rielaborare queste cose e offrirli in una forma più fruibile a chiunque trovi interessante queste informazioni. Questa idea, del fatto cioè che l’informazione sia un territorio del volontariato, è quasi rivoluzionaria, appunto perché siamo ancorati all’idea che informazione= giornalismo professionale, mentre ci sono tanti altri spazi che devono essere occupati e che finora non sono stati ancora sfruttati a sufficienza. Se da una parte sul piatto della bilancia c’è un’informazione professionale fatta con grande competenza, con grandi strumenti però a volte vuota di contenuti, dall’altra parte non c’è sufficientemente coraggio per dare peso ad una informazione, magari fatta di fotocopie e articoli di giornale attaccati male, ma con una forte spinta ideale e con dei forti contenuti alla base. Per cui insisto sul fatto che non bisogna avere paura di proporsi anche con una semplice fotocopia fatta circolare fra amici; bisogna sciogliere questi bavagli della timidezza che spesso ci fanno tenere per noi delle informazioni che sono molto importanti. In questo senso la rete offre molte possibilità, perché osservo come il volontariato dell’informazione attiri delle persone che si sentono tagliate fuori dal mondo dell’associazionismo, del volontariato, della solidarietà per problemi, ad esempio di tempo; penso a padri di famiglia che hanno un computer a casa e dicono ” O che bello, posso lavorare, dedicare tempo alla mia famiglia e trovare anche un po’ di spazio per mandare dei messaggi di posta elettronica, prendere un paio di testi rielaborarli e diffonderli in rete ecc, ecc,”. E’ questa la grande potenza dello strumento telematico. Si parla tanto di telelavoro e poco di televolontariato e di teleassociazionismo.
Un altro spunto di riflessione che mi sentivo di offrire, è quello di riflettere su tre critiche che si possono fare sull’informazione in rete fatta dalle associazioni. La prima è quella di dare delle informazioni troppo atomizzate, di avere ognuna la propria paginetta Web, staccata dalle altre. Io penso alle 700 associazioni del comune di Bologna che piano piano, con sforzo, fanno la propria paginetta. Immagino un sito Web del comune di Bologna dove tutte le associazioni collaborano fra di loro e offrono le loro informazioni in maniera integrata, fruibile ed efficace. Per cui occorre passare dall’arcipelago delle associazioni all’associazionismo, dall’arcipelago delle riviste all’informazione solidale, dall’arcipelago delle pagine Web alla rete, all’intelligenza collettiva della solidarietà virtuale, telematica. Un altro aspetto che volevo sottolineare è quello delle informazioni unidirezionali, nel senso che spesso l’associazione si sente arrivata se ha la pagina Web, se ha la sua vetrinetta con la quale poter dire venitemi a vedere. Invece io, come associazione mi sento arrivato se con un semplice indirizzo di posta elettronica nel momento in cui ho contatto con le persone, riesco a coinvolgere persone che vanno nella direzione in cui mi sto muovendo io, riesco a sollevare un po’ di polverone e fare in modo che la società civile si mobiliti intorno alle mie idee, perché ha più senso fare una buona informazione con la posta elettronica piuttosto che lasciare una paginetta Web lì a fare le ragnatele.

I poveri nella rete
Il concetto di interettività è proprio importante nel momento in cui ci si accorge che in rete non si può fare niente da soli; io non a caso lavoro all’interno di Peacelink, ci lavoro perché il concetto di comunità virtuale è proprio un idea in cui tu sviluppi dei contatti, una rete di amicizie e di persone tale per cui l’autorevolezza della tua fonte non è il nome, non dici più “Me lo ha detto l’Ansa, l’ho letto sul giornale, me lo ha detto il telegiornale”, ma penso “Me lo ha detto questa persona con la quale ho avuto dei contatti in rete e di cui mi fido”. Se Nicola o Marco o chi per loro mi mandano delle informazioni io traggo vantaggio da due fatti: primo dalla conoscenza diretta di loro, dal mio fare comunità diretta con loro all’interno di Peacelink e dal fatto che loro mi mandano informazioni che non ho bisogno di verificare o di testare, semplicemente perché esistono rapporti di fiducia, quindi, l’autorevolezza della fonte non si basa più sul nome che ha la tua fonte, ma sull’insieme delle relazioni che tu riesci a tessere all’interno della rete.
Per finire vorrei dire che quando faccio informazione in rete, punto l’occhio su chi è fuori dalla rete. Noi che bene o male viviamo in maniera agiata e abbiamo la fortuna di avere del tempo libero per fare del volontariato, dobbiamo avere come primo obiettivo chi questo tempo libero e questi agi non ha. Se noi non svolgiamo un opera di traghetto dalle strade, dalle comunità, dalle baraccopoli, se noi non traghettiamo la gente senza computer nel mondo delle informazioni, non lo faranno né i media tradizionali, né tantomeno il mercato, i siti commerciali, tutti i grandi gruppi economici. Noi abbiamo la responsabilità pratica e morale di prendere il mondo fuori dalla rete, con tutti i suoi problemi, di prendere quelle milioni di persone che non hanno il computer, non hanno il telefono, non hanno la luce elettrica e traghettarli nel mondo dell’informazione perché ” facciano notizia”. Quest’opera di travaso di fatti, di storia, di persone dal dimenticatoio dei dannati della globalizzazione al mondo dell’informazione spetta a noi, abbiamo questo ruolo e questa responsabilità anche storica. Concludo con una frase di uno scrittore che io ammiro molto, Howard Rheingold, che ha scritto un libro che si chiama ” Comunità virtuali”: ” Per ironia della sorte abbiamo bisogno delle reti di computer, figlie della rivoluzione tecnologica, per riacquistare il senso dello spirito cooperativo che è andato perduto proprio a causa di questa stessa rivoluzione tecnologica”.

3. Disabili e università

di Marco Cundari, psicologo, responsabile settore ausili informatici per lo studio

Il processo di integrazione delle persone con disabilità è sostenuto in Italia da alcune chiare disposizioni normative. Con la legge-quadro 104/92, in particolare, l’impegno verso un percorso integrativo ha subìto una svolta e l’attività di tutte le istituzioni, dal livello locale a quello centrale ha trovato una precisa direzione.
Nello specifico del diritto allo studio, di cui ci occuperemo in questo articolo, l’art.12 sancisce al comma 2 che “è garantito il diritto all’educazione e all’istruzione della persona handicappata nelle sezioni di scuola materna, nelle classi comuni delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado e nelle istituzioni universitarie”.
Non ci addentremo in questa sede a discutere la molteplicità di significati del termine “integrazione”, tuttavia va individuato che per la legge “l’integrazione scolastica ha come obiettivo lo sviluppo delle potenzialità della persona handicappata nell’apprendimento, nella comunicazione, nelle relazioni e nella socializzazione”.
Il possibile conflitto tra il criterio di valutazione del profitto (implicitamente richiesto dalle scuole) e la potenzialità di sviluppo e miglioramento di competenze sociali e relazionali portano le istituzioni deputate alla formazione a chiedersi, forse anche troppo spesso, la ragione di un inserimento in un contesto che da un punto di vista del solo profitto creerebbe frustrazione e disagio.
Fortunatamente, la molteplicità di esperienze portate avanti in Italia e nel mondo danno una risposta chiara a questo tipo di perplessità.
Il solo inserimento è in grado di far maturare la scuola verso percorsi di accettazione delle diversità e di creazione di competenze relazionali proprie di contesti fatti da diversità più o meno complesse.
Secondo quanto riportato nella relazione annuale del Ministero della Pubblica Istruzione al Parlamento nel 1997 su un totale di alunni di 7.709.183 compresi tra la scuola materna e la scuola secondaria è stato effettuato un inserimento di 113.133 studenti con disabilità.
La percentuale di inserimento (si badi bene non d’integrazione) nella scuola materna è dell’1,06%; diventa dell’1,87% nelle scuole elementari, si passa al 2,45% per le scuole medie, per cadere infine allo 0,49% nelle scuole secondarie.

La mancanza di dati
Non esistono invece dati ufficiali circa l’inserimento di persone con disabilità all’interno delle università italiane. Perché?
Innanzitutto il processo formativo passa di competenza dal Ministero della Pubblica Istruzione al Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica (M.U.R.S.T.).
Non essendoci per l’Università l’obbligatorietà, risulta evidente che l’entità del problema si riduce.
Mancando dati ufficiali (salvando alcune sporadiche situazioni) è lecito chiedersi se esista una rappresentazione sociale del problema da parte dell’Istituzione Universitaria che ne motivi la ricerca stessa di una soluzione e l’esigenza di dati certi sui quali basare i propri interventi.
Volendo fare una stima dei potenziali utenti universitari, sulla base dei dati di coloro che hanno frequentato le scuole secondarie nel 1997 vediamo che:
-561 sono con minorazione della vista;
-1433 con minorazione dell’udito;
-9876 con minorazione psicofisica prevalentemente fisica.
Di questi ultimi assumiamo che il 30% (circa 2962) possa accedere a studi universitari, avremmo che:
– nell’A.A. 1997/1998 avremmo dovuto avere circa 4956 studenti inseriti nelle varie università italiane.
In percentuale la potenziale popolazione sarebbe costituita dal:
12% di studenti con minorazione visiva,
29% con minorazione uditiva,
59% con minorazione prevalentemente fisica.
Un’analisi reale della situazione ci viene data dalla singola Università di Padova dove ha sede la prima commissione “Disabilità ed Handicap” universitaria.
Su 66.000 iscritti, 289 sono studenti con disabilità. Di questi:
19% con minorazione visiva,
8% con minorazione uditiva,
50% con minorazione motoria,
22% altro.
Se operiamo un confronto con la distribuzione percentuale da noi ipotizzata sulla base degli studenti delle scuole superiori, possiamo convenire che esiste una buona approssimazione tra le due distribuzioni percentuali, pertanto quei dati ipotetici possono essere considerati approssimativamente corretti.
Lo scarto più evidente è rappresentato dalla categoria “minorazione uditiva” che nella realtà padovana è rappresentata dal solo 8%. Questo dato può essere interpretato (nei limiti della validità di queste nostre inferenze) come “mortalità scolastica” a carico delle persone con disabilità uditiva.
Nella nostra esperienza, è un dato che trova un riscontro a causa della complessità di inserimento di studenti con problemi di sordità soprattutto profonda.

Una nuova legge
Certamente negli ultimi anni il numero di persone con disabilità che si iscrivono all’università è aumentato. E’ difficile stabilire se sia il risultato di una pressante attività culturale portata avanti dalle associazioni o se sia il risultato di un miglioramento dei servizi universitari.
Ciò che è certo è che dopo 7 anni dall’emanazione della legge quadro è stata promossa da alcuni deputati di centro sinistra e di centro destra una modifica della legge stessa nel senso di introdurre maggiori specifiche per gli studenti universitari con disabilità.
La legge 17/99 (modifica alla 104/92), che almeno su un piano normativo introduce delle interessanti agevolazioni per gli studenti disabili, proponendo un sistema organizzativo maggiormente mirato alla persona (con l’istituzione del tutoraggio e la facilitazione delle prove d’esame anche con l’uso di adeguate attrezzature), ci mette in “stand-by” sui potenziali cambiamenti che seguiranno.
L’impressione generale, comunque, ad oggi è che esista una tutela del diritto allo studio solo fino alle scuole superiori (e neanche tanto) e che il riconoscimento dell’individualità delle persone con disabilità, con le loro specifiche esigenze di studio, non sia praticabile nel dispersivo e complesso mondo universitario.
Le modifiche proposte vanno, infatti, nel senso di un riconoscimento di una specificità di studio e di una specificità di esigenze formative indipendentemente dall’appartenenza ad una categoria.
L’esperienza dell’ Associazione S.I.D.-Servizio Informazione Disabili, della quale io faccio parte, ci rivela un’effettiva difficoltà da parte dell’Università di recepire e prendersi carico delle molteplici e diverse richieste che uno studente con disabilità rivolge.
Forse anche l’assenza di una specifica competenza nel lavorare con persone con disabilità comporta il riproporre interventi di supporto che sono, per lo più, il risultato di ciò che si pensa sulla disabilità, seguendo uno stereotipo, e non sulle esigenze reali dello studente Bianchi, studente con disabilità.
In questo senso anche le statistiche periodicamente riproposte sulle dimensioni dell’inserimento non ci possono aiutare sulla programmazione di strategie di intervento efficaci.
I presupposti della realizzazione di un’effettiva integrazione degli studenti disabili universitari (e non del solo inserimento) restano sempre nella possibilità che l’università dà e darà di attaccare la propria struttura culturale-organizzativa.
Ciò significa:
1) investire soldi per attrezzature e servizi (ed è probabilmente l’aspetto meno impegnativo);
2) farlo “pensando” verso chi vengono investiti, “riflettendo” su quali siano le condizioni migliori che ne consentano l’uso, “programmando” strategie d’intervento adeguate (ed è già più complesso perchè richiede competenza);
3) far entrare la cultura delle disabilità nell’Istituzione, consentire, cioè, che l’università (docenti, amministrativi, ecc.) pensino prima e programmino conseguentemente tenendo conto di esigenze di gestione di bisogni diversi.
Ho paura, però, che i pensieri, di questi tempi, abbiano un costo superiore a qualsiasi attrezzatura o servizio.

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e-mail:marcocundari@tiscalinet.it
Sid-Servizio Informazione Disabili
Via dei Marsi 78, c/o Facoltà di Psicologia 00185 Roma
Tel. 064991-7703/7782, Fax 064451667 (specificare “all’attenzione del SID)

2. Professione educatore

di Roberto Ghezzo

Educatori si nasce o si diventa? Difficile rispondere, quasi quanto è stata ed è difficile la strada per la definizione della figura professionale dell’educatore. Cerchiamo di fare il punto sul decreto 520/98, che per adesso è l’ultima parola del Ministero della Sanità su questo argomento, intervistando Francesco Crisafulli, presidente dell’Anep (Associazione Nazionale Educatori Professionali).

Cosa ne pensa ANEP del Decreto 520/98?
Per esprimere un parere sul Decreto, occorre brevemente ricordare alcuni passaggi determinanti che hanno segnato la storia degli educatori professionali nel nostro Paese. Nel settembre del 1990 una sentenza del Consiglio di Stato annullava il cosiddetto Decreto Degan (D.M. 10 feb. 1984) che, pur nei suoi limiti, dava agli Educatori Professionali un profilo valido nella nazione. Come è noto il Decreto legislativo 502/92 prevedeva una riforma delle professioni sanitarie ognuna delle quali doveva essere riconosciuta attraverso un Regolamento ministeriale che, oltre a definirne un profilo professionale, ne stabiliva anche il percorso formativo. Dopo una complicata trattativa, nella quale anche la nostra associazione aveva partecipato con spirito di collaborazione ma con forti perplessità rispetto alle richieste del Ministero, veniva fuori una figura professionale “ibrida” che metteva insieme (non per nostro volere) i Tecnici della Riabilitazione psichiatrica e psicosociale e gli Educatori Professionali: il famoso “Tecnico dell’educazione e della riabilitazione psichiatrica e psico-sociale” (Regolamento Ministero della Sanità 7 gennaio 1997). Il Ministero dell’Università, mostrando una sorprendente attività decretativa, come suo dovere, pubblicava il Decreto 10 settembre 1997 che istituiva il Diploma Universitario per il Tecnico dell’educazione e della riabilitazione psichiatrica e psico-sociale. Mentre l’associazione si preparava ad esprimere il suo dissenso su tale figura, il ministro Bindi, intervenendo al Convegno internazionale dell’Associazione internazionale degli educatori, l’AIEJI, (svoltosi a Brescia nel giugno ’97) si impegnava a riprendere in esame il nostro profilo professionale ed a collocare su un “binario morto” il profilo di tecnico dell’educazione e della riabilitazione psichiatrica e psico-sociale. Si faccia attenzione alle date perché devono passare due anni prima della pubblicazione del nostro Decreto.
Passiamo ora al parere sul Decreto. Il 520 è un buon Decreto, almeno per la sua parte nella quale definisce il profilo professionale e l’abilitazione all’esercizio della professione; lo è un po’ meno dove prevede la formazione presso la facoltà di medicina e chirurgia in collegamento con le facoltà di psicologia, sociologia e scienze dell’educazione; d’altra parte la scelta, per il Ministero, è stata obbligata in quanto si parla comunque di una professione che opera nel campo sanitario. In ogni caso quello che anche a nostro parere rappresenta il limite del Decreto sarà, speriamo presto, superato dalla riforma dell’Università che prevede l’autonomia didattica degli Atenei ed introduce il sistema degli obiettivi formativi e dei contenuti minimi qualificanti. Non ci saranno più le facoltà di riferimento ma una serie di crediti da acquisire in un percorso formativo definito.

A che punto siamo con l’istituzione dell’Albo degli Educatori Professionali?
Gli educatori professionali hanno due proposte di Legge depositate in Parlamento (Progetto di legge – n. 1504 – e n. 771) ma nell’ultimo periodo c’è stato un interessante intervento dell’autorità antitrust che, insieme al parere del Governo, hanno fermato l’iter dell’istituzione di nuovi Albi. L’antitrust dice, in sostanza, che coloro i quali hanno conseguito un titolo abilitante dopo aver superato un esame di Stato, dovrebbero essere liberi di fregiarsi di tale titolo indipendentemente dall’iscrizione all’Albo; idealmente si potrebbe pensare di poter fare a meno dell’Albo ma praticamente è molto difficile, come categoria, tutelarsi se non esiste una legge nazionale che riconosca la professione e che definisca dei rappresentanti per le trattative con lo Stato, le organizzazioni sindacali, il privato sociale. E’ di questi giorni la notizia, ma purtroppo non posso confermarla, che dal Governo sia arrivato il via libera per riaprire la questione Albi: lavoreremo affinché venga riaperto anche il nostro capitolo.

Chi gestirà la formazione degli educatori professionali?
Mi sembra che il dubbio degli anni scorsi su chi deve e dovrà fare la formazione degli EP, l’Università o le Regioni e gli Enti Locali, sia superato dagli eventi. Il Decreto 520/98 prevede la formazione presso l’Università; il Ministero della Solidarietà sociale è disponibile a emanare un Decreto sul profilo professionale simile a quello della Sanità e quindi con lo stesso iter formativo; la Legge 42/99 (Disposizioni in materia di professioni sanitarie) ha già stabilito le equipollenze dei titoli conseguiti presso scuole non universitarie con il DU; il Decreto Legislativo di razionalizzazione del Servizio Sanitario Nazionale nell’istituire l’Area delle prestazioni Socio-Sanitarie prevede personale formato all’Università con Diploma Universitario.
Rispetto alla questione riqualificazione in servizio il Ministero della Sanità sta definendo, per il suo personale, i criteri attraverso i quali titoli anomali o lunghe esperienze lavorative verranno rese equivalenti al DU anche attraverso corsi di riqualificazione. Il Ministero ha assicurato che ci mostrerà detta tabella ed in quella sede faremo presente che tali corsi, pur con l’attenzione alle diverse situazioni lavorative e territoriali, dovranno essere sia qualitativamente che quantitativamente svolti con il riferimento e nel rispetto della formazione di base e dei suoi piani didattici.

Non pensi che ci sia una contraddizione tra quello che realmente è e fa un educatore professionale e il fatto che a definire la sua figura sia il Ministero della Sanità?
Potremmo parlare di contraddizioni se le tappe della definizione della figura professionale le avessimo stabilite noi; viceversa l’associazione si è vista costretta a salire sul treno della definizione in ambito sanitario per due ragioni importanti: la prima è che una parte degli educatori professionali nel nostro paese lavora presso le Aziende di Unità Sanitaria Locale; la seconda è, per le precisazioni riportate all’inizio, che se avessimo indugiato oltre, lo spazio della nostra azione professionale sarebbe stato occupato da altre figure professionali.

All’uscita del decreto c’è stato dissenso da parte di altre categorie quali gli Assistenti Sociali. Cosa ne pensi?
Rispetto alla polemica con gli Assistenti Sociali il loro Ordine, nella persona di Erma Zucco, mi ha comunicato personalmente che intendevano presentare un ricorso (e credo che non l’abbiano presentato) non contro gli educatori professionali ma contro il Ministero della Sanità che, a loro giudizio, con il Decreto 520/98 ha sconfinato dal suo campo di competenza. La nostra disponibilità nei confronti dell’Ordine, del Sindacato e della Associazione degli Assistenti Sociali è in ogni occasione rinnovata e quando ci saranno argomenti per lavorare insieme non ci tireremo indietro.

Regolamentare e aumentare la formazione sono sicuramente garanzie, non solo per gli educatori ma anche per gli utenti, perché i possibili rischi di una professione come questa sono molti. Tempo fa, ad esempio, l’opinione pubblica è stata scossa dal caso Artico, l’educatore accusato di pedofilia, cui Santoro ha dedicato addirittura una puntata di Moby Dick.
Il lavoro di educatore è poco seguito dai mezzi di comunicazione di massa. Si è parlato di educatori professionali in qualche programma pomeridiano, in qualche gioco a quiz dove la concorrente dichiara di essere una EP, nella cronaca rosa perché tizia che fa’ l’educatrice è stata insieme a quel famoso presentatore e per finire nel putiferio suscitato dal caso “Artico”. Rispetto a quest’ultimo ho avuto le informazioni dalla stampa e sono stato alla trasmissione “Moby Dick” dove si affrontava la questione; l’idea che mi sono fatto è questa: non so se Lorenzo Artico abbia commesso i reati attribuitigli da coloro che l’hanno denunciato, ma quello di cui sono sicuro è che in quel periodo la stampa andava a caccia di pedofili e di notizie shock. Non voglio cadere nel luogo comune e dire che i mass media siano il “lupo cattivo” ma ho sofferto molto per la morbosità con la quale alcuni giornalisti inveivano contro una persona colpevole di aver portato avanti un lavoro educativo da solo (a tal proposito, mi sono chiesto come mai nell’inchiesta non si riusciva a capire quale ruolo abbia avuto il responsabile di Lorenzo Artico e la struttura per la quale lavorava). Lorenzo Artico non è un educatore professionale così come credo non lo sia quel capo scout delle cronache di quest’estate colpevole di non aver vigilato a sufficienza i ragazzi a lui affidati, ma pensando al lavoro che tutti i giorni svolgiamo nelle nostre strutture, alle responsabilità che abbiamo e ai rischi che corriamo, voglio mandare loro un piccolo segno della mia solidarietà.

Per maggiori informazioni:
ANEP Associazione Nazionale Educatori Professionali
Via S. Isaia, 90 – 40100 Bologna – Fax 051/52.12.68

13. Un’invenzione creativa

di Grazia Honegger Fresco, presidente associazione Centro nascita Montessori a Roma

“Il gioco costruisce in profondità, né sappiamo in quali rivoli si riverserà la ricchezza che, grazie ad esso, si accumula in ogni bambino lasciato libero di inventare a sua misura”. L’importanza del gioco libero e creativo, non pensato solo per soddisfare esigenze di mercatoSpesso si parla del bambino come se fosse un’entità astratta, mentre solo osservando nella realtà quello che i bambini fanno – Dario o Giulia, Giampaolo o Elisa – e mille, mille altri… possiamo intuirne il significato. Ognuno di loro gioca in modo personale, con fantasie tutte diverse, alimentate giorno per giorno da ciò che osservano attorno a loro. Guardano, ascoltano, fiutano, toccano, assaporano: attraverso quelle porte straordinarie aperte sull’esterno che sono i cinque sensi afferrano il mondo, lo “assorbono”, diceva Maria Montessori, geniale studiosa dell’infanzia. Questa mente assorbente è attiva fin dalla nascita: sembra così fragile e inetto il neonato, eppure è già pronto a entrare in relazione con la madre, a cogliere le risposte che da lei verranno ai suoi bisogni e ai suoi desideri che per ora sa comunicare solo senza parole.
E’ su tali risposte che cominciano a modellarsi il suo pensiero, la sua prima esperienza dell’ambiente, a sentire se – povero o ricco che sia – è amato e protetto, se può fidarsi degli altri e crescere nella stima di sé. E il primo gioco è proprio con il seno e con gli occhi della madre, come pochi mesi dopo sarà con la propria mano e con il piedino da portare alla bocca, come con altri oggetti che troverà a portata di mano.

Giocare per esplorare
Gioco? Nei primi due anni si può dire che sia soprattutto esplorazione: degli oggetti, di come entrano in rapporto tra loro (il gioco del “dentro e del fuori” è inesauribile), eppure subito creativo, originale, diverso da un bambino all’altro. Questa mente che ha tanto assorbito e che ormai produce un linguaggio più o meno sicuro è capace di creare simboli, di fare associazioni, di immaginare e quindi di agire secondo nuove invenzioni. Lucia, 2 anni, ha appena finito di mangiare e cerca il papà che è lontano. Prende la forchetta e l’accosta all’orecchio come una cornetta di telefono e dice: «Ponto, papi … ».
Roberto, 2 anni e 8 mesi, già da tempo interessatissimo alle automobili, ha visto sulla strada tre auto rovesciate e ha tempestato tutti di domande per sapere che cosa e come è successo… A casa, due giorni dopo, mette in fila le sue macchinine e le fa scontrare. Poi chiede alla nonna che gli compri un semaforo «perché così non si rovesciano più».
Lauretta, 3 anni, alquanto sconvolta dopo alcune iniezioni che ha dovuto subire, appare irritabile e dorme male la notte. Alcune mattine più tardi prende le sue tre bambole, le strapazza dicendo: «Cattiva, cattiva», poi le mette a pancia in giù e le colpisce rabbiosamente con una matita.
Susi e Mimma, due amichette entrambe di 4 anni, giocano moltissimo a strapazzare le loro bambole come bambine capricciose, che fanno solo disastri, da mettere in castigo. Le mamme si chiedono: «Come mai, se noi non le trattiamo così?»… Chiamiamo gioco il loro modo di rivivere la realtà a volte drammatica, dolorosa oppure i propri fantasmi, ingranditi dalla difficoltà di capire le intenzioni e le esigenze degli adulti: quando giocano insieme, le ansie segrete dell’uno sono subito colte dall’altro come un’eco profonda.
In una scuola materna i bambini sono in giardino: c’è chi corre, chi va sullo scivolo, chi si arrampica. Giulia, Rina e Francesco hanno organizzato un ristorante in piena regola: le foglie larghe sono i piatti; sassolini, bacche, foglie piccole e pezzetti di rami sono i cibi, le due bambine (5 anni) le cuoche, Francesco (4 anni) è il cameriere; alcuni pupazzi sono i clienti e una parte importante del gioco consiste nel fatto che Francesco con aria drammatica ogni tanto va a dire che non hanno avuto da mangiare, che era tutto cattivo…

Un’invenzione gratuita e felice
Il gioco di questa età è all’insegna dell’invenzione creativa, gratuita e felice come quella che può compiere l’artista. Provate a interrompere un gioco in cui siano totalmente immersi e avrete proteste, pianti (che dal nostro punto di vista definiamo capricci). Ma oseremmo altrettanto disturbare il lavoro dello scienziato, del pittore, del musicista? Il paragone non sembri eccessivo: la differenza consiste soprattutto nel fatto che gli adulti di solito giungono a un prodotto finito, evidente, monetizzabile, mentre l’azione dei bambini appartiene al mondo dell’effimero, si dice, perché non lascia traccia. Eppure è tutta apparenza, perché è giocando nei loro modi personali e unici che i bambini si costruiscono.
Dunque il loro è il prodotto più alto, senza prezzo: un individuo creativo e pensante, capace di decidere e di entrare in relazione con altri. Rivivono la realtà in cui sono immersi ed è così che la conoscono, si fanno una ragione del presente, del passato e del futuro come anticipazione dei propri desideri. Per l’impegno che vi mettono è un vero lavoro, dice ancora la Montessori, intenso, significativo, mai passatempo o relax come definiscono gli adulti i loro momenti di gioco. Tanto meno è perdita di tempo con l’idea soprattutto, dopo i 5, 6 anni, che: «Ora basta giocare: è tempo di fare qualcosa di più serio».
Ancora oggi, in un’epoca di tanto permissivismo spesso concesso a sproposito e fuori misura, troppi genitori e familiari giudicano negativamente il gioco dei bambini, le loro ripetizioni, che per i piccoli sono vitali conferme a ciò che hanno scoperto, così come il voler ricostruire sempre le cose secondo un certo ordine, con quegli oggetti, per ritrovare ogni volta il piacere e le emozioni della prima volta: quelle sottili e inespresse che noi dal di fuori ben poco riusciamo a cogliere.
Se non dobbiamo impedire, ironizzare, interrompere, tanto meno dobbiamo invadere la loro delicata sfera di gioco. Non hanno alcun bisogno che si “insegni” loro a giocare. Ben diversa è la situazione quando siano essi stessi a coinvolgerci.
Per esempio a Dario (3 anni e mezzo) piace moltissimo – e lo fa ripetutamente – un gioco con il nonno che fa la parte di un piccolo bambino malato, mentre lui è il bravo papà che lo cura. Lo fa sedere in poltrona, lo copre con un asciugamano, gli porta un bicchiere d’acqua, dicendo che è una «medicina difficilissima» e che deve berla tutta. Ma l’iniziativa è di Dario, il nonno paziente trae un suo piacere dal condividere con il piccolo questo gioco che va avanti per più giorni e che poi si esaurisce da sé, come altre situazioni simili.
Spesso per tradurre in concreto le loro immaginazioni i bambini hanno bisogno di oggetti e questo lo si è compreso da tempi immemorabili. Non è un caso che si siano trovati carrettini e trottole, fischietti d’osso o d’argilla, gabbiette, barchini e bambolotti fin dall’antichità e sotto i cieli più diversi: incaici, aztechi, greci, etruschi, romani, celtici, egizi, cinesi… per non parlare della pígotta, la bambola fatta di cenci, chiamata così in Lombardia (ma esistente con altro nome in altre regioni).
A questi oggetti abbiamo dato il nome di giocattoli, trastulli, balocchi che lo Zingarelli definisce «oggetti idonei a divertire i bambini». Sempre lo stesso pregiudizio: che i bambini si divertano e anche vero, ma che facciano qualcosa di serio al tempo stesso, questa è un’idea che gli adulti non vogliono riconoscere. In compenso si sono impossessati del gioco, l’hanno implasticato, trasformato in ambienti e in personaggi in miniatura sul modello dei grandi. La bambola di stracci o quella raffinata in panno lenci, dai lineamenti appena accennati, sono sostituite dalle Barbie e dai vari Ciccio Bello e successori, con smorfie fisse, meccanismi che emettono parole o che sanno fare la pipì.
I giochi di invenzione sui cibi, sulle cucine improvvisate su uno scalino o su un sasso sono sostituite con un vasto corredo di oggetti tutti in plastica di chiassosi colori: piattini, pentolini, pane, uovo fritto, pollo arrosto, cipolle, frutta. Anche le scuole ne sono invase e i bambini non se ne fanno nulla, il solo vedere tali falsi uccide l’immaginazione. Se i grandi si fermassero a osservare i bambini nelle loro situazioni spontanee, non ne comprerebbero, in primo luogo per rispettarli. Ma il mondo degli affari non tiene conto di simili quisquilie: è apparsa la notizia che gli industriali della plastica negli Usa tanto hanno premuto sugli organi competenti da ottenere il consenso alla diffusione di questi giochi?standard in ogni scuola materna, anche in quelle, come la Montessori o le steineriane, che per principio li respingono.

Cilindri e grembiuli
Non uccidiamo la capacità creativa alle origini: non c’è solo la televisione, ma gli interessi privati di talune industrie che non sanno più che inventare per soffocare la spontaneità dei bambini che devono giocare tutti con gli stessi oggetti. Un condizionamento precocissimo all’uniformità, al subire la moda. Se invece fin dal primo anno di vita del bambino si ha il coraggio di non seguirla, ci si può sottrarre quando cominciano a frequentare la scuola alla richiesta pressante del “lo voglio anch’io» perché li avremo aiutati a custodire il loro tesoro di immaginazione e tanto appiattimento della realtà avrà scarso significato per loro.
Cerchiamo bambole di stoffa o facciamole per loro (un bel libro che può aiutare adulti di buona volontà è Bambini e Bambole / Compagni di gioco fatti in casa di Karin Neuschutz, Filadelfia editore, Milano), cerchiamo costruzioni di legno con cubi, cilindri, prismi per cominciare, ma anche villaggetti con animali in miniatura, circuiti di treno, sempre in legno e componibili, evitando i soliti Lego o Fisher Price che, malgrado la grande disponibilità dei materiali, rispondono a procedimenti più razionali e poco adatti al periodo 3?6 anni.
Libri che possono orientare genitori dì buona volontà sono anche Giocattoli creativi e Bambini Barattoli Giocattoli, entrambi di Roberto Papetti e di Gianfranco Zavalloni (Macroedizioni, San Martino di Sarsina, 1995). E bello per i bambini non solo usare oggetti fatti «dal mio papà» o «dalla mia nonna», ma anche averli visti nascere sotto i loro occhi, un’esperienza del fare e del giocare con poco, anch’essa oggi perduta.
Altro aspetto interessante dell’attività dei bambini – specialmente fra i 2 e i 5 anni – è il loro piacere a cooperare alle attività degli adulti: se il padre prende in mano chiodi e martello o la madre prepara attrezzi e ingredienti per fare una torta o per lavare i piatti della merenda (questo secondo la classica divisione dei ruoli, ma oggi ogni tanto accade il contrario), subito il bambino è dappresso per curiosare, guardare e infine allungare le mani: «Voglio fare anch’io!». Al solito gli adulti mostrano poca pazienza: «Fa disastri, tocca tutto». La frase tipica dell’educazione tradizionale è ancora «guardare e non toccare, è una cosa da imparare». Ma se vogliamo bambini attivi, svegli, capaci più tardi di rendersi utili, dobbiamo renderli partecipi. Insegneremo loro l’uso appropriato degli attrezzi: faremo indossare un grembiulino impermeabile, come quelli da cucina ma in misura ridotta, quando si tratterà di lavare; profitteremo delle torte casalinghe per mostrare loro come si misura a tazze e cucchiai, come fanno gli americani, che per i piccoli è certo più semplice della bilancia. E poi tutto quello che è battere, mescolare, strofinare, lucidare, spazzare, rastrellare, innaffiare è davvero pane per i loro denti: gioco anche questo?
Giulia aveva 3 anni appena, quando, issata su uno sgabello, lavava con grande attenzione tazze e piattini, senza mai romperne alcuna e commentava: «Meno male, lavando io», come a dire: «Ti sto aiutando». Dunque un gioco di identificazione importante e la fiducia da parte dell’adulto che le ha affidato stoviglie pur sempre frangibili.
Penso a Silvano di 5 anni che i genitori avevano iscritto in una scuola Montessori con la speranza che imparasse in anticipo a leggere e a scrivere e che regolarmente sceglieva, tutte le mattine, dì lavare le bambole, strofinandole e spazzolandole con energia, quasi a voler recuperare un gioco basilare – quello con l’acqua – in casa decisamente proibito e da femmine. Taciturno e spesso aggrottato, sembrava ritrovare un po’ la sua serenità di bambino solo dopo questa cura quotidiana, da lui scelta e che la scuola gli consentiva. Un’ultima parola sulla mania di far bruciare le tappe ai propri figli. Li sollecitiamo in tanti modi, vogliamo che lascino presto il loro spazio di sogno e di fantasia. Eppure non si diventa più intelligenti e capaci, rubando occasioni al gioco spontaneo, spingendoli nell’apprendimento razionale e consapevole prima del tempo, è vero il contrario: il gioco costruisce in profondità, né sappiamo in quali rivoli si riverserà la ricchezza che, grazie ad esso, si accumula in ogni bambino lasciato libero di inventare a sua misura.

Articolo tratto dalla rivista “Famiglia Oggi”, n.8-9/1996