3. Piccoli lettori crescono: la diversità nei libri per ragazzi
- Autore: Annalisa Brunelli, Giovanna Di Pasquale
- Anno e numero: 2000/74 (monografia su letteratura infantile e diversità)
Rodman Philbrick
Basta guardare il cielo
I delfini Bompiani – 1999
Lasciamo parlare di questo bellissimo libro Antonio Faeti, nell’introduzione che apre il volume: “Sì, lo diciamo continuamente che i diversi vanno accettati, fatti viverenel mondo così stranamente definito “dei normali”. Sì, parliamosempre di solidarietà, di bontà, di sentimenti profondi, di valori, diumanità, di dignità. Sì, facciamo programmi, convegni, spot televisivi,interviste ad esperti, servizi giornalistici, copertine, manifesti, raccolte difirme. Poi, però, c’è sempre una barriera, noi di qua, loro di là. Libri comequesto che state per leggere ce ne sono davvero pochi. Qui non si resta comodi,al calduccio, tra gente pulita che odora di buono. Si scende in cantina, si raggiungono stagni puzzolenti, fogne, stamberghe. Si vede bene in faccia laviolenza, si scorge chi sta dall’altra parte, si frequentano cattive compagnie.E allora si impara davvero. E’ l’amicizia tra ragazzi, la prima scoperta, ilprimo tema, il contenuto più autentico, la trama che tutto unifica. Un argomento, anche questo, quasi impossibile da trattare. C’è il rischio dipasticciare, di riempire pagine e pagine di sentimenti a buon mercato, disdolcinature a prezzi da realizzo. Qui, i due amici sembrano davvero quello che ridendo proclamano di essere: due cavalieri antichi, due guerrieri, ammiratori di Re Artù nell’età dei computer. Hanno stabilito, fra loro, un rapporto così stretto, anche in senso fisico, da creare una terza persona che li comprende tutti e due e a cui hanno dato un nome cumulativo.
Dopo l’amicizia, è l’handicap che ci viene incontro e ci viene mostrato secondo una regola validissima, qui mai abbandonata: è severamente vietato il piagnisteo. Non ci sono pietismo, non ci sono consolazioni, niente carezze,niente languori. Non va bene neppure il bel sorriso educato: qui trionfa losghignazzo da brutte strade di periferia, qui si ritrova un tono che rimanda ai vecchi libri di pirati, di briganti, di grassatori. Vengono in mente anche ipicari, ovvero gli avventurieri spagnoli del Seicento che se ne andavano dicittà in città a cercar fortuna. E questo è un libro così intenso, bello, colorito e beffardo, da poter essere definito proprio picaresco.
Si rammenta anche Mark Twain, con i suoi Tom e Huck, anche loro affezionatifrequentatori di bassifondi, case abbandonate, grotte, cimiteri. Un libro come questo merita di essere collocato nello scaffale che contiene i libri di Twain.
Essere amici significa, soprattutto, trovarsi. E’ il vero incontro quello chedecide tutto. E due handicap uniti producono una forza irresistibile, dall’amicizia nasce un progetto, si rinnova la vita, cambia tutto. Gli adulti,qui, non sono modelli, non possono indirizzare o dirigere: i due ragazzi devono inventarsi tutto, la vita, il mondo, le regole, il comportamento, i giorni, il calendario. Oggi si ha quasi timore a parlare dell’amicizia, perché quella che meglio si conosce è quella superficiale, frettolosa, spesso falsa, nata incerte occasioni in cui si sta insieme nel gruppo. Qui c’è l’amicizia priva di smancerie e di svenevolezze che però è tenace come il cemento, qui c’è unpatto reso sempre più solido dalle disavventure e dalle avversità. A guardarbene, il mondo imbroglionesco, pasticciato, degradato, in cui si muovono i dueragazzi è assolutamente il nostro mondo di oggi. Sappiamo di stare assistendo, quasi ogni giorno, a cambiamenti mirabili, che richiedono capacità didecifrazione e di adattamento. Nel libro, che per l’appunto si legge voracemente, tutto questo sconquasso è tenuto d’occhio, è guardato bene,spesso si giunge anche a qualche spiegazione. Una, per esempio, è tale che gliadulti (anche per loro è adatto questo libro) fanno fatica ad accettarla. Spesso, nei cambiamenti vorticosi, nel succedersi frenetico di fasi storiche,nel crollo degli imperi, accade che la saggezza, tradizionalmente assegnata aglianziani, sia invece in possesso dei ragazzi. Osservando il comportamento dei dueprotagonisti si comprendono le ragioni di questo spostamento. Come in tutti igrandi libri del riso, anche qui si ritrova una vena, sottile e preziosa, dimalinconia. E’ fatta di quel misterioso umore presente nella comicità piùgeniale: in Charlot, in Totò, in Stanlio e Ollio inevitabilmente si ritrovanomomenti in cui, oltre allo spasso irresistibile c’è una breve pausa di tristezza. E la si sente affiorare anche qui, delicata, lieve, però, anche intensa. Solenni come i cavalieri dell’amato Re Artù, sprezzanti come i picari,incontenibili come i pirati, i due ragazzi sanno suscitare anche qualchelacrima, inevitabile e sincera.
Noi, per questo, li amiamo anche di più”.
Ed è vero, non possiamo non amare Max che dice “Non ho mai avuto un cervellofinchè non è arrivato Freak e ha lasciato che prendessi in prestito un po’ del suo per un po’, e questa è la verità, la pura verità. (…) per un sacco ditempo è stato lui a occuparsi delle parole. Solo che io avevo un mio modo didire le cose coi pugni e con i piedi anche prima che diventassimo Freak theMighty, pronti a fare a pezzi draghi e sciocchi, camminando in alto sul mondo”.
E non possiamo non amare Freak che all’asilo “non sembrava tanto diverso, eravamotutti quanti sul piccolo, no? (…) Aveva l’aria come fiera, me lo ricordo così(…) dio quelle stampelle se erano forti. Ne volevo un paio anch’io. E quandoil piccolo Freak un giorno è arrivato con quei ferri luccicanti fissati allegambette storte, coi tubi di metallo che andavano su fino ai fianchi, bè,quelli erano anche più forti delle stampelle.
E non possiamo fare a meno di amare Freak the Mighty che nasce perchè Freak nonha portato le stampelle stasera, solo i ferri alla gamba, e ride così forte checade. Non che cada da molto in alto. Comunque, io lo tiro su e resto stupito asentire com’è leggero.(…) così mi chino senza pensare e tiro su Freak e melo metto sulle spalle. Freak si tiene sempre stretto alle mie spalle e quandogli chiedono il suo nome dice “Noi siamo Freak the Mighty, ecco chi siamo.Siamo alti nove piedi, nel caso non l’abbiate notato”. Ed è così che ècominciata, davvero, come siamo diventati Freak the Mighty, pronti a far stragedi draghi e di sciocchi, camminando alto sul mondo.”
Ci fermiamo qui anche se ci piacerebbe farvi notare tante altre cose diquesto libro triste e bellissimo e pieno di speranza. Leggetelo presto.
Jane Slepian
Le rose del Bronx
Gaia Junior Mondadori – 1996
Decisamente ben scritto questo bel libro tanto che viene naturale immedesimarsi nelle ragazzine di cui si narra. Magistralmente descritti i sentimenti, i desideri, le reazioni dell’undicenne Skip e il fascino che su dilei esercita una coetanea, trasgressiva e trascinatrice, a capo di una piccola banda che pur di farsi accettare da lei è disposta a fare scherzi di cattivogusto e ad infierire crudelmente su chi è solo.
Skip ha una sorella di quindici anni, Angela, dalla mente semplice come quella di una bambina piccola, ragione del trasferimento della famiglia nel nuovo quartiere dove frequenterà una scuola speciale.
Mentre spesso il tema della diversità emerge dalle pagine dei libri per ragazzi solo con un invito, più o meno esplicito, all’accettazione, in questo libro si affrontano temi più scottanti e forse meno appariscenti ma non per questo menoveri e concreti: le ansie e le aspettative dei genitori, la necessità-dovere diaccudire una sorella diversa, le divisioni che tale diversità può portare in famiglia.
E’ davvero molto reale questa madre apprensiva che si sostituisce alla figlia, non lasciandole autonomia, che la ritiene migliore degli altri (“…frequenterà quella scuola e gliela farà vedere, a tutti (…), chissà che un giorno o l’altro non possa insegnarci in quella scuola”) e che a lei ha dedicato la vita (“…non dimenticare che Angela ha una madre e una sorella. Non ha bisogno di lavorare. Ci penseremo noi, a lei.”).
Reale questo padre stanco, concreto (“la responsabilità di Angela è nostra, non sua. Skip ha la sua vita da vivere”) e che riversa sulla figlia minore le aspettative e l’amore frustrato dalla diversità dell’altra figlia e dalla “lontananza” della moglie, ma che per tutte lavora fino allo sfinimento.
Reale Skip nel suo desiderio di libertà, nella sua ansia di non doversi occupare della sorella (“…era cosciente solo del fatto che la causa di tutti i suoi problemi era Angela. Quando sua madre la sgridava, era per via diAngela. Quando i suoi genitori litigavano, era per lei. Faceva impazzire tutti.Skip non poteva fare questo, Skip non poteva fare quello. Non poteva neppure respirare per via di sua sorella.”).
La storia si dipana senza cedimenti mettendo sempre più in evidenza la necessità (e la difficoltà) di una scelta da parte di Skip. Da un lato l’amica, la libertà, l’assenza di obblighi, l’affetto incondizionato delle coetanee. Dall’altro la famiglia, la sorella, il padre adorato. In un crescendodi tensione, il libro si avvia alla conclusione semplice, forse un poco scontata ma senz’altro positiva, il cui messaggio non può non essere inteso e capito fino in fondo dalle adolescenti cui il libro è rivolto.
Nicholas Wilde
Ombre
Superjunior Horror Mondadori – 1993
Scritto da un maestro della ghost story, il libro è in realtà il raccontodi una settimana di vacanza sulle coste del Norfolk e di una straordinaria amicizia fra due dodicenni, Matthew, cieco, che ha vissuto sempre nei quartieri poveri di Londra, e Roly che lo guida, facendogli da “occhi”all’esplorazione della zona e dei sentieri che portano al mare.
Il libro è un invito a superare le barriere che un deficit sensoriale, come lamancanza della vista, può innalzare fra le persone, senza cadere però nel didascalico e nel pietismo.
Sono le sensazioni che prova Matt nei suoi rapporti con gli altri, la sua ricerca di autonomia e di libertà, la sua capacità di servirsi degli altri sensi per muoversi e vivere la sua vita, che indicano la strada da seguire. Naturalmente, insieme alla descrizione della capacità immediata di Roly di rapportarsi con lui con immediatezza e semplicità.
Ha poca importanza, alla fine, che Roly sia un fantasma e Matt la reincarnazionedi un suo amico, anzi la collocazione del libro nella collana horror forse dissuade dalla lettura chi non ma il genere.
Niklas Radstrom
Robert e l’uomo invisibile
Piemme, serie arancio -1996
Il mondo improvvisamente diventa tutto buio per Robert, un bambino di sei anni che si ritrova a fare i conti con “l’impossibilità di accendere la luce”. Il libro racconta con grande partecipazione, freschezza ed ironia le esperienze e le sensazioni di Robert, le reazioni della sua famiglia e degli altri (amici, maestra…).
L’incontro con l’uomo invisibile che “solo chi non vede può vedere”è una soluzione brillante per fare riacquistare al bambino la fiducia in sé stesso e la convinzione di poter fare qualsiasi cosa solo che lo voglia.
Il racconto si snoda con leggerezza tra il ritorno a scuola, la conoscenza diun’altra bimba cieca, la cattura di due ladri fino la finale un po’ retorico. Robert, così come inspiegabilmente aveva perso la vista, altrettanto misteriosamente la riacquista, riuscendo però a conservare la sensibilità e la capacità di attenzione nei confronti degli altri che il periodo di cecità gliaveva fato acquisire.
Fortissima la tensione iniziale che si snoda per una cinquantina di pagine fino all’arrivo dell’uomo invisibile, che non è solo un espediente per ridare fiducia a Robert ma che rappresenta in qualche modo tutte le persone condeficit, “invisibili” al mondo dei normodotati e ce lo dichiara con lapidarie osservazioni: “Solo perché non ci si vede non vuol dire che si sia invisibili. (…)E’ brutto non vederci ma ancora più brutto è quando nessuno ti vede. E’ la cosa più brutta che ci sia. Quando nessuno ti vede, sei solo al mondo, completamente solo, e questo fa soffrire molto”.
Aquilino
Il fantasma dell’isola di casa
Piemme, serie rossa – 1994
Peter Hartling
Che fine ha fatto Grigo?
Piemme, serie arancio – 1995
Due libri sulla diversità, sul deficit nascosto e non meglio dichiarato diun ritardo, di difficoltà di rapporti.
“Simili” ad una prima occhiata anche i protagonisti di circa diecianni, maschi, soli, l’uno in una casa bellissima dove i genitori passano veloci e se ne vanno presi dai loro problemi, solo anche l’altro, abbandonato in unistituto, con affidi falliti alle spalle e una mamma troppo truccata che compareogni tanto per una brevissima visita.
Ma quanto diverse le storie!
Romolo (il fantasma) attraversa tutto il libro in un triste monologo in cui nonc’è spazio per la speranza, in cui non trovano posto amici (se non immaginari) e affetti significativi mentre sullo sfondo si muovono adulti inquietanti,concentrati su se stessi e privi di qualunque sfaccettatura positiva. All’inseguimento di soldi e di una posizione i genitori (il papà sarà arrestato verso la fine per tangenti); collerico e preso dal culto del “fisico in forma” nonno Giobbe che morirà solo nel suo letto e verrà trovato proprio da Romolo alla ricerca di una voce amica; superficiale appassionata di telenovelas la governante; piena di invidia per la sorella lazia Claretta che fa la maestra. Esemplare (in negativo!) è proprio il capitoloin cui la zia detta a Romolo l’inizio della Divina Commedia e gli corregge il testo: “Non riesce a capire che io non capisco, io scrivo bene solo sulla tastiera. Non faccio errori (altrimenti il computer non accetterebbe gli input)e potrei comporre endecasillabi in rima alternata, se solo mi interessasse”.
Inquietante anche la fine: quando Romolo scopre che sarà messo in istituto sichiude in camera sua e inizia a parlare con animaletti (veri? Immaginari?) ch egli fanno compagnia. Sarà su sollecitazione di una farfalla che Romolo deciderà di volare via attraverso la finestra aperta (davvero? o nella sua immaginazione?) e su questa immagine che velatamente suggerisce un agghiacciante suicidio si chiude il libro.
Grigo invece non lo vuole nessuno e così sta in un istituto dove ci sono altri bambini abbandonati, alcuni “buoni”, altri no, ci sono gli adulti (le educatrici, la direttrice, i custodi, le psicologhe, il dottore), alcuni “buoni”, altri no.
Su questo sfondo che permette ai bambini di non perdere di vista la realtà (cheè fatta proprio di buoni e di cattivi) si dipanano le avventure di questo bambino difficile.
Il linguaggio è chiaro e poetico, il libro, pur nella tragicità della vicendache narra, lascia spazio a sentimenti positivi anzi sottolinea con forza la necessità dell’amicizia e dell’amore trasmettendo ai piccoli lettori un messaggio ben chiaro: bisogna saper guardare e bisogna saper ascoltare.
“Tu non impari mai niente – dicevano i suoi genitori adottivi. (…) La gente diceva che lui era stupido, che non imparava niente ma aveva torto. Grigo imparava un sacco di cose. Imparava a vivere negli istituti, che non è una cosafacile. Imparava a memoria i test che i medici e le psicologhe facevano con lui. Imparava ad evitare le persone che non gli volevano bene. Imparava a difendersi dai bambini che lo picchiavano. Imparava ad avere mal di testa e a giocare lo stesso. Imparava molte cose. (…) Grigo imparava insomma soltanto ciò di cuiaveva bisogno per cavarsela abbastanza, cioè per vivere in istituti e cliniche senza farsi insultare o picchiare troppo spesso”.
Anche in questo racconto non tutti gli adulti fanno una bella figura ma, ancora una volta, non sono tutti cattivi! E anche questi ultimi sono tratteggiati con ironia e leggerezza. Così per esempio le psicologhe che, numerose volte, sottopongono Grigo a test ma…”piano piano Grigo ebbe così tanto allenamento a fare quei giochi da sapere esattamente quello chepiaceva alle psicologhe (che) non si accorgevano affatto che Grigo non giocava come avrebbe dovuto ma come volevano loro”.
Anche questo libro non è a lieto fine. Dopo l’ennesima fuga, Grigo verrà trasferito in una clinica e di lui si perdono le tracce.
Ma…c’è un poscritto per i bambini che andrebbe probabilmente letto e rilett oda tutti quegli adulti che hanno a che fare, poco o tanto, con l’educazione e lacura dei bambini speciali. E tutti i bambini sono speciali.
– E’ veramente esistito Grigo? – chiedono tutti i bambini a cui io raccontola storia di Grigo.
– Sì, Grigo è veramente esistito. Ma questo non ha tanta importanza. L’importante è che voi veniate a sapere che esistono bambini malati come lui, che vivono come lui, negli ospedali e negli istituti.
– Grigo era proprio malato? Che malattia aveva?
– Probabilmente aveva due tipi di malattie: una che i medici sapevano individuare – il mal di testa, i crampi, i dolori allo stomaco. Queste sono le caratteristiche di una vera malattia. Avrà anche un nome difficile. L’altra malattia i medici non la possono curare: Grigo era malato perché nessuno si occupava di lui, perché viveva quasi esclusivamente in ospedali e istituti, perché nessuno giocava con lui e nessuno aveva fiducia in lui. Questa, secondo me, è la malattia peggiore. E’ inguaribile se non viene un aiuto da tutti, se non esistono delle persone che vogliono bene a bambini come Grigo.
– Però la signorina Bianchi voleva bene a Grigo!
– Forse non basta. Ci devono essere tante persone, e lui deve poter vivere inmezzo a loro, poter vivere normalmente, e solo allora imparerà com’è la vita.
– Dei bambini così possono guarire?
– Non accade spesso. Noi tutti abbiamo troppo poco tempo per occuparci di loro. Per questo restano malati.
– Allora questi istituti devono diventare più belli.
– Costa un sacco di soldi. E con questi soldi la gente preferisce costruirestrade, automobili, aerei, case e preoccuparsi della propria comodità.
– Ma forse questi istituti non servono a niente.
– Chi è malato deve essere curato. Ha bisogno di aiuto.
– Però non esistono solo questi istituti per aiutarli.
– No. Si potrebbe aiutarli in modo diverso. Ma sarebbe faticoso. E molte persone dovrebbero comportarsi diversamente da come si comportano adesso. Dovrebbero pensare ai bambini come Grigo – che vengono dimenticati perché gli istituti nonli lasciano più davanti agli occhi della gente. E allora i bambini sembrano scomparsi.
– Sono matti e combinano un sacco di guai.
– Fanno tante cose senza senso solo perché noi non ci preoccupiamo di capirli. Non abbiamo pazienza. Potrebbero giocare all’asilo con gli altri se tutti si prendessero cura di loro e nessuno li prendesse in giro. Potrebbero anche esserci delle scuole per loro. E dei genitori adottivi che avessero imparato a fare i genitori di bambini come Grigo.
– Ma tutte queste cose non esistono?
– No. Per questo Grigo stava in un istituto. E poi in clinica. Ed è così che lo hanno dimenticato.
Nicola Cinquetti
La mano nel cappello
Piemme, serie rossa – 1998
Se da un lato questo libro è azzeccatissimo e sa porre i lettori di frontealla diversità e alla sua possibile accettazione dall’altra rimanda un che di “superato”. E’ come se l’ambientazione, il protagonista e la suafamiglia vivessero negli anni ’60. Eppure è stato pubblicato nel ’98! Se sottolineiamo questo “difetto” è perché, ci pare, non aiuta illettore ad immedesimarsi nella situazione e, pur posto di fronte a personediverse, accolte con tutte le loro caratteristiche dal protagonista, che nescopre i valori e gli aspetti positivi e supera la paura del contatto con loro, fatica a trovare riferimenti concreti con la sua esperienza di oggi.
Si tratta di uno dei pochissimi testi che raccontano il tema della diversità mettendo al centro del racconto l’incontro fra William, solitario e timido quattordicenne e gli abitanti della comunità ” Le stelle” giovani adulti disabili e i loro operatori.
E’ questo il motivo di interesse centrale del libro: attraverso la reciproca conoscenza il lettore scopre la realtà quotidiana di questi luoghi ormai presenti nella nostra società ma nello stesso tempo ancora appartati. L’iniziale diffidenza che si apre alla curiosità e alla voglia di conoscersi meglio delineano il clima emotivo del libro seppure in alcuni passaggi si rischia un eccesso pedagogico quasi si volesse, attraverso l’esempio virtuoso del protagonista, insegnare ad essere solidali.
Questo tratto è in gran parte compensato da riflessioni intime e profonde chene fanno una lettura adatta per chi sta vivendo la fatica del crescere.
Dennis Covington
Lucius Lucertola
Piemme, serie rossa – 1997
Si sarebbe tentati di collocare anche questo libro nell’elenco di quelli che hanno, fra i personaggi, persone con deficit senza che quest’ultimo sia particolarmente significativo ai fini della storia. Ma è un libro piuttosto particolare, come particolare è il protagonista che vive in un istituto per ragazzi ritardati e ha un viso deforme.
Mi chiamo Lucius Sims. Ben presto scoprirete che sono più in gamba di quello che sembro. Nessuno è mai riuscito a dimostrare che sono ritardato come gli altri ospiti dell’istituto, ma se vi capitasse di vedermi, temo che non avresteuna gran considerazione di me. E’ per via del mio aspetto fisico che la signorina Cooley mi ha mandato alla Leesville.
(…)
Quando mi guardo allo specchio, io non mi vedo come mi vedono gli altri. E’semplicemente Lucius Sims che mi guarda…le mie spalle e il collo, la mia faccia, i miei occhi. Certo, i miei occhi sono spostati su un lato della testa più di quanto lo siano quelli delle altre persone, ma hanno un bel colore, simile alle alghe. Non devo nemmeno portare gli occhiali. La gente crede che io non ci veda bene solo perché il mio sguardo va in due direzioni diverse e pensa che non respiro bene solo perché ho il naso piegato di lato.
(…)
Sono tutti convinti che siano la mia faccia, il modo in cui tengo le spalle curve e il fatto che zoppico ancora un po’ (…) a rendermi diverso dagli altri. Ma io non ci casco. Voglio dire, so benissimo di essere differente, e la cosa mi preoccupa un po’. (…) E so anche chi il mio aspetto non è la ragione per cui sono diverso, ma semplicemente la sua manifestazione esteriore.
Lucius se ne andrà dall’istituto con un uomo che dice di essere suo padre e, dopo diverse esperienze, troverà nel teatro la sua realizzazione e il coraggio di tornare “a casa” e di diventare grande.
Per la prima volta mi resi conto che la signorina Cooley non era molto più vecchia di me, e proprio come me doveva imparare un sacco di cose. Durante i miei viaggi avevo sentito la sua mancanza ma in quel momento seppi come sarebbero andate a finire le cose tra noi: sarei rimasto un po’ con lei, almeno fino a quando avessi compiuto sedici anni, e dopo avrei potuto scegliere. In un certo senso, ero già da solo.
(…)
Trovai un po’ di conforto nel pensiero che mi ero dimenticato quanto fosse ampioil cielo sopra la cittadina in cui vivevo, e come d’estate rimanesse a lungo luminoso.
Lo stesso cielo che sta sopra Freak the Mighty e che collega con un filosottile di stelle i protagonisti di questi, e altri, libri di cui vi abbiamo parlato.
Janine Teisson
Cinema Lux
Shorts Mondadori – 1998
Sono stati una scoperta piacevole questi Shorts che sono “brevi come unvideoclip, appassionanti come un film. Romanzi che si leggono in un’ora e non sidimenticano più”. E, aggiungiamo noi, sono di qualità pur costando veramente pochissimo (4.900 lire!!).
Questo, che piacerà sicuramente agli adolescenti un po’ romantici ma che vivono nel 2000, racconta una tenera storia d’amore nata sulle poltrone di un cinema. Attenzione però, non è come pensate voi! L’amore nasce dalla passione che entrambi i protagonisti hanno per i film di una volta, film che il cinema Lux proietta tutti i mercoledì.
Entrando fà attenzione al gradino. Sfiora il velluto ruvido delle poltrone. Il paradiso si torva nella terza fila a partire dal fondo, settima poltrona.
Non amano i film muti, però…E piano piano scopriamo insieme a Marine e a Mathieu che entrambi sono ciechi; lo scopriamo un po’ prima di loro e li seguiamo in un mondo di sensazioni, di attenzioni diverse e di diverse possibilità.
Naturalmente sarà amore ma non c’è retorica nell’ultimo capitolo, quello delle rivelazioni, che è tutto da leggere.
Melvin Burgess
Innamorarsi di April
Gaia Junior Mondadori – 1997
Molte storie si intrecciano in questo racconto attorno al tema principale costituito dall’amicizia e dall’innamoramento di Tony e April, due giovani dalle vite non certo semplici.
Tony giunge nel paese di April dopo che il padre lo ha allontanato da casa insieme alla madre. April è sorda e per questa sua difficoltà viene considerata da tutti come la tonta del villaggio, per di più dalla scarsa moralità.
Dopo l’iniziale diffidenza i due ragazzi si conoscono e nonostante le ostilitàche li circondano vivranno qualcosa di importante per il loro percorso di crescita. Crescita che, come per tutti gli adolescenti, ha anche il sapore della scoperta della diversità, più evidente per April ma molto presente anche per Tony. Diversità che significa anche incontro con corpi diversi ed emozioni che nascono da questo incontro.
Il tema della sessualità è infatti un altro dei filoni che si ritrovano nel libro; è presente nella sua parte più gioiosa come scoperta reciproca dei due giovani ma è anche raccontata nella sua parte più oscura e difficile attraverso le molestie che April subisce da alcuni ragazzi e nell’uso spregiudicato che ne fa la madre di Tony.
E’ quindi un libro ricco di opportunità di lettura, reso in un qualche modomaggiormente atipico dall’ambientazione che rende forse un po’ demodè certi passaggi ma ne costituisce una misura di interesse.
Guido Quarzo
Clara va al mare
Salani – 1999
Clara, la protagonista di questo libro, è una ragazzina di quattordici anni. E’ una ragazzina down. Clara ha un desiderio, quello di tornare a vedere il mare. Il libro è il racconto di come Clara tutta sola si avventura verso il mare. Ed è l’occasione per conoscere un po’ meglio la storia di questa bambina già ragazza, dei suoi pensieri, dei suoi affetti, delle sue paure e desideri.
Che sono uguali a quelli di tutti ma anche ugualmente diversi. Il tono del libro è giocato proprio su questo doppio binario: la quotidianità di Clara così simile a quella di tante altre bambine e ragazze ma anche in parte diversa. Diversa perché differente è la sensibilità che la anima e i problemi, in particolare le reazioni che suscitano il suo aspetto e le sue difficoltà inalcuni coetanei. Clara non capisce la ragione di questa diffidenza ed ostilità ma è capace di affrontarla a modo suo.
Così come a modo suo, con volontà e capacità, affronta il viaggio fino al mare e si destreggia negli incontri per la via. Sola ma non in solitudine.
Paula Fox
Festa di compleanno
Shorts Mondadori – 1998
Questo libro si segnala per almeno due ordini di motivi. Il primo è collegato al tema affrontato: il legame ambivalente ed complesso che lega Paul, primogenito dodicenne e Jacob suo fratello Down. E’ davvero difficile incontrareuna storia che abbia interesse a scoprire il rapporto fraterno in una situazione dove è presente il deficit e a farlo in toni non favolistici ma ancorati al disagio e alla fatica di accettare questo legame. E’ Paul che racconta questa difficoltà, attraverso le sue emozioni intense e contraddittorie entriamo nella quotidiana convivenza, rileggiamo con gli occhi di un bambino, quale Paul è, quanti cambiamenti suscita la nascita di un bimbo diverso.
Il secondo motivo di interesse deriva dalla scelta di accompagnare la storia lungo il percorso del tempo che passa. Il libro segue infatti il rapporto tra Paul e Jacob lungo l’arco di sette anni. Questa collocazione temporale che accompagna la crescita dei due protagonisti da forza alla narrazione permettendo di seguirne gli sviluppi e le tappe. Attraverso questa evoluzione seguiamo losforzo di Paul per non essere tirato dentro ad una situazione che non vorrebbe vivere, le sue resistenze e gli slanci, le domande ed i silenzi. E’ solo dandosi il tempo di sentire disagi ed incomprensioni che Paul può vivere pienamente il momento di riconoscimento di Jacob come fratello, unico e diverso e parte della sua vita.
Patrice Kindl
Il gufo innamorato
Gaia Junior Mondadori – 1995
Difficile e, per alcuni aspetti, un po’ sgradevole questo romanzo che, in un crescendo di tensione e coinvolgimento, affronta il tema della diversità in un modo sicuramente originale. La protagonista racconta in prima persona.
Io mi chiamo Owl, ossia “Gufo”. E il mio nome corrispondeesattamente alla mia natura. Sono centinaia di anni che , ogni due o tregenerazioni, nella mia famiglia nasce un uccello rapace.
(…)
Meglio spiegare chiaramente la situazione, non vorrei che sorgessero equivoci.Di notte mi guadagno la vita in forma di gufo, tra i campi e i boschi che circondano casa mia. Di giorno sono una ragazza normale (più o meno) che frequenta il liceo cittadino.
Il racconto parla dei cambiamenti dell’adolescenza (amori, amicizie, distaccodai genitori…) ma la trama di panandosi ci porta sempre più sulle tracce del tema centrale ben più profondo e delicato. La vita di Owl, mutante accettata pienamente dai suoi genitori e in grado di gestire bene questa sua diversità, procede parallela e lontana da quella di Houle, rifiutato e rinchiuso in manicomio dalla sua famiglia proprio per la stessa diversità non compresa eri conosciuta: (è il padre di Houle che parla)
Si è sempre parlato, nella nostra famiglia, di una specie di maledizione: qualcosa di strano che spuntava ogni poche generazioni. Io la consideravo più che altro una pittoresca tradizione, e spesso ho pensato che si trattasse di una tara ereditaria. Più di una volta mi sono chiesto se tu ne fossi vittima.
Ma le vite dei due ragazzi si avviano sempre più velocemente verso un punto di collisione. L’incontro e il riconoscimento non sarà immediato ma alla fine risolutivo.
E ben chiaro sarà il messaggio e l’invito a fare i conti con la propria diversità anche in rapporto agli altri senza chiusure, senza ghetti ma con un’accettazione piena gli uni degli altri.
E la “lezione” arriva molto semplicemente attraverso Dawn, compagna di scuola di Owl e sua unica amica, disposta ad accettarla nella sua duplice natura (Sì, proprio tu. So benissimo chi sei. Quello piccolo con gli occhi neri è Houle, o David, o come diavolo vuoi chiamarlo. Ma tu, gufo dagli occhi gialli, tu sei la mia compagna di scienze, vero?) ma che la invita a dare anche a Houle una possibilità: Parlo sul serio Owl. (…) Deve tornare a casa sua per sistemare tutto con i suoi genitori. (Houle) hai detto che non gliene fai una colpa se non hanno capito…Bene, allora dimostralo. Ora lo sanno: dai loro un’occasione. Tuo papà è biologo, scommetto che in un batter d’occhio potrebbe scoprire un sacco di cose sui gufi, non credi?
Melvin Burgess
La gigantessa
Junior +10 Mondadori – 1998
Una fiaba delicata sulla diversità e sui diversi modi di affrontarla. La piccola Amy, con il cuore e non con le parole, può comunicare con la misteriosa gigantessa uscita da un tronco durante un terribile uragano. E se il cuore le dice che non deve temere, lei fiduciosa offre il suo aiuto alla creatura misteriosa. Neanche il fratello poco più grande è in grado di vincere il timore suscitato da quest’essere con cui non riesce a comunicare. E questa è l’intuizione che fa di questo libro un testo importante: mentre Amy sa mettersi “nei panni di”, tutto quello che il fratello riesce a fare è insegnare alla gigantessa a parlare, cercando di avvicinarla a lui ma senza capirla fino in fondo, senza entrare in sintonia.
E così solo Amy capisce immediatamente quello che sta dietro le apparenze.
Una porta si aprì e loro uscirono (dalla nave spaziale). Erano due, un uomo e una donna (…). Erano uguali a Giga: lo stesso corpo alto e aggraziato, le lunghe facce immobili, lo stesso muso terribile e fremente. Ma erano molto più alti di lei.
– Sono enormi – disse Peter.
– Non lo sapevi? – gli chiese Amy.
Stava per chiederle: “Sapevo cosa?” Ma poi capì. Giga era una bambina. Una bambina non più grande di sua sorella.
Wendy Orr
La mia vita fatta di strati
Edizioni EL – 1997
In parte autobiografico, il libro racconta come può cambiare la vita inseguito ad un incidente automobilistico. In questi ultimi anni sempre più dobbiamo fare i conti con l’aumento dei deficit acquisiti in seguito a traumi elesioni e anche i ragazzi devono saper affrontare questa difficile realtà. Le riflessioni di Anna, diciassettenne sportiva e innamorata, la sua difficoltà adaccettare la sua nuova condizione, a lasciare andare l’immagine e il ricordo dell’Anna di prima ci accompagnano nel corso della storia che si apre proprio con l’incidente e si dipana fra crisi, speranze e delusioni fino ad un pieno riconoscimento della sua nuova esistenza. E’ un libro a tratti duro, molto realistico ed intenso che sa descrivere con grande incisività le sensazioni dichi si ritrova a dover dipendere da altri e non riesce più a vedere davanti asé il futuro che si era preparato. Ma è un libro che, pur senza indorare lapillola, aiuta ad affrontare una nuova vita disegnando un percorso che porta aduna piena accettazione di sé e stimola alla ricerca di nuove strade da percorrere per poter lo stesso vivere una vita piena.
E.B. White
Le avventure di Stuart Little
I Delfini Bompiani – 1998
E’ proprio una fiaba la vita di Stuart, alto cinque centimetri e con lesembianze di un topino, che nasce da una normalissima coppia (di umani) di New York che non si scompone più di tanto alla vista di un figlio così diverso. Le avventure di questo topo ragazzo non hanno alcun intento pedagogico eppure ci portano, con ironia e leggerezza, a guardare il mondo dal basso e a scoprire, stupiti, che non è poi così male.
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