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Autore: admin

10. L’identità dei Centri di Servizio: l’intreccio delle funzioni, le risorse locali

di Giovanni Nervo della fondazione Zancan

Documentare che cosa? Perché serva a chi?

Devo premettere che sono ammirato dal patrimonio di cultura sulla documentazione che il volontariato e i Centri di Servizio hanno già maturato; io ho imparato molte cose oggi stando qui con voi e vi ringrazio. C’è anche un grazie particolare, perché ho visto che nella nostra assemblea ci sono anche molti giovani, e questo è motivo di speranza per il futuro, no?
Il programma prevede le conclusioni “a cura di” e io mi son posto la domanda: devo sintetizzare le conclusioni vostre, o proporvi le mie? Correttamente credo che dovrei sintetizzare le vostre conclusioni, poi ognuno tirerà le sue, perché un vecchio detto latino, che trovo molto saggio e sapiente, recita “quid et qui derecipitur ad modum recipientis recipitur” (tutto quello che si riceve, lo si riceve secondo le proprie modalità). Perciò ciascuno di voi le sue conclusioni se le tira lui. Siccome però mi si dà anche un tema, vi dirò anch’io quali conclusioni tiro da questo convegno come osservatore esterno.
Il prezioso lavoro di questo convegno mi pare dia un importante contributo soprattutto alla raccolta documentaria e alla messa a disposizione dei cittadini, particolarmente di quelli impegnati nel volontariato, di quanto viene prodotto culturalmente sul volontariato stesso e sul terzo settore in generale. Io mi sono chiesto: se fossi responsabile di un Centro di Servizi del volontariato, che cosa porterei a casa questa sera da questo convegno? Vi dico quello che da esterno porto via. Partirei dal chiedermi: documentare che cosa? Perché? Perché serva a chi?
La risposta alla seconda domanda, cioè perché serva a chi, mi aiuta anche a rispondere alla prima: che cosa documentare? Allora io documenterei quello che serve per una continua e aggiornata informazione alle associazioni di volontariato. In questo momento, ad esempio, quello che riguarda la nuova legge sui servizi sociali e – se andrà in porto – la legge sui servizi nazionali; documenterei anche quello che avviene nelle altre regioni, per far conoscere anche quello che avviene al di fuori della nostra esperienza e per aiutare le associazioni di volontariato a non lasciarsi condizionare da informazioni parziali, o anche da pregiudizi che possiamo avere nei confronti, per esempio, del Meridione o di altre regioni.

Coltivare la memoria storica
Documenterei, poi, per aiutare le associazioni di volontariato a capire i fenomeni di esclusione sociale, come è stato detto nella prima relazione: le loro cause e le modalità per governarla, perché non possiamo illuderci dicendo “non voglio che domani spunti il sole”.
Documenterei, sempre per aiutare le associazioni di volontariato (e anche questo è stato detto), la memoria e le radici, per offrire un ponte di continuità con le nuove generazioni. Per esempio: del grande cambiamento che è avvenuto negli ultimi 20 anni, quelli che sono nati 20 o 30 anni fa non ne sanno niente, se non viene trasmesso come memoria. Che cosa è avvenuto?
Il Centro Servizi può stimolare la coltivazione della memoria storica; per esempio, mettendo a disposizione il proprio centro di documentazione per la preparazione di tesi di laurea, per ricerche scolastiche, per la formazione degli insegnanti, perché sono anche gli insegnanti che aiutano a coltivare la memoria storica, a documentarla.
Il centro di documentazione potrebbe anche creare incentivi con qualche premio, più simbolico che altro magari, ma che stimoli; attrezzerei bene i centri di documentazione in funzione – come giustamente è stato detto anche adesso – dei programmi di formazione delle associazioni di volontariato.
La settimana scorsa sono stato a un convegno molto ben riuscito, organizzato dalla Caritas di Napoli sulle nuove leggi ed il volontariato. Hanno presentato la seconda edizione di una guida di tutte le espressioni del terzo settore delle aree di Napoli,distinto per quindici ambiti diversi di intervento. Ho suggerito per quando verrà pubblicata la terza edizione di mettere per ciascun ambito anche una bibliografia essenziale, molto semplice, molto ben selezionata, che serva da formazione. Perché il grande limite del volontariato è quello che i volontari sono disposti a fare, ma ritengono di non aver bisogno di formazione: allora occorre anche – credo – un Centro Servizi che fornisca questo tipo di aiuto.

Raccontare la vita delle associazioni
Racconterei accuratamente la documentazione delle attività delle piccole associazioni di volontariato, di quartiere, di paese, di parrocchia, perché le grandi associazioni se la fanno già la pubblicità: di solito sono i più piccoli che non hanno voce.
Promuoverei anche, come è stato detto, il collegamento almeno con gli altri centri di documentazione della regione, per evitare sovrapposizioni e favorire il collegamento di sinergie, e utilizzerei la documentazione come supporto del cambiamento. Però qui avrei un problema: cambiamento in quale direzione? Perché l’innovazione, cioè il cambiamento, non è sempre piena evoluzione, può essere anche involuzione: è il pericolo di oggi, forse lo sarà ancora di più domani. Allora bisogna renderci ben consapevoli di questo operando nella società.
Se vuole esercitare il suo ruolo culturale e politico, il volontariato alle volte deve imparare ad andare controcorrente, a promuovere contro-cultura. Il problema è di non partire dall’alto, ma dal basso, anche come metodo, cioè partire dagli utenti e maturare scelte di reale cambiamento.
Non è facile. Io ho cercato di cogliere i valori che possono essere condivisi da tutto il volontariato e che consentono di individuare gli obiettivi, cioè il perché documentare, che servono a selezionare l’oggetto, cioè che cosa documentare, e gli aspetti delle relazioni odierne che ci hanno fornito indicazioni molto preziose, molto ampie, molto dettagliate. Il valore di fondo, però, che mi sembra non possa che essere condiviso da tutti, è che il punto di partenza e il criterio per orientare tutte le scelte non sono i Centri di Servizio, né le associazioni di volontariato, ma le persone cui sono rivolti i servizi del volontariato, il reclutamento dei volontari, i bisogni degli “utenti”, le loro attese, le loro scelte.
Diversamente, al di là delle migliori intenzioni, non potremmo parlare di esercizio di servizio, ma rischieremmo, al di là delle intenzioni e delle nostre consapevolezze, di cadere in un esercizio di potere. Io sono d’accordo sul fatto che l’informazione dà potere e credo che lo debba dare, però a servizio di chi? Qui è il problema.

Valutare le attività
Vorrei ora presentarvi un’altra accezione e dimensione della documentazione, rivolta sia ai Centri Servizi che alle associazioni. Questo perché a mio avviso rimane scoperta – o, meglio, aperta per il futuro – la funzione della documentazione come strumento tecnico e metodologico per verificare se le attività dei Centri rispettino e realizzino il senso e l’identità dei Centri stessi, e se le attività delle associazioni di volontariato realizzino con efficacia le finalità dei propri statuti, ovvero delle carte d’identità con cui si presentano.
La verifica e la valutazione costituiscono la fase finale della programmazione; però non sono possibili una verifica ed una valutazione attendibili, oggettive, se non c’è una documentazione tecnicamente valida, prevista e preordinata già in fase di programmazione. Non è una prassi alla quale siamo abituati nel campo dei servizi alla persona: nel campo del commercio e dell’industria moltissimo, ma nel campo dei servizi non molto. Nel documento preparatorio di questo convegno sono stati indicati gli ambiti d’intervento del Centro (la formazione, la consulenza, l’informazione, la progettazione) e giustamente è stato osservato che scarsa risulta l’attenzione per il tema della documentazione intesa nella sua accezione più estesa. Allora io mi aggancio a questa accezione più estesa, e vi pongo alcune domande per aprire la strada ad una riflessione ed anche ad una eventuale ricerca sulla documentazione, finalizzata alla valutazione delle attività sia dei Centri di Servizio, sia delle associazioni di volontariato. Io non sono un tecnico, quindi non so dirvi come si fa, ma vi dico dove a me pare necessario porre l’attenzione su documentazione e valutazione.
Per cominciare, la consulenza alle associazioni di volontariato, oltre agli ambiti legale, fiscale, amministrativo, contabile, così come previsto, si potrebbe estendere anche alla documentazione in funzione della valutazione, perché anche le associazioni imparino a documentare per valutare quello che fanno. Inoltre, vi propongo alcuni quesiti validi anche per i Centri di Servizio: sono ambiti su cui sarebbe utile documentare, per poi valutare.

A proposito della discussione sulle nuove funzioni dei Centri di Servizi
Ragionando con scioltezza ed in piena libertà, dovremmo innanzitutto cercare di individuare ciò che i Centri di Servizio non dovrebbero fare:
” devono fornire servizi di ricerca, di consulenza, di informazione e cosi via o possono anche erogare contributi, finanziare progetti? Se partiamo dal soggetto, cioè dalle associazioni di volontariato, che cosa è più utile per la promozione e la qualificazione del volontariato? Ricevere denaro o ricevere formazione, consulenza, informazione? Una ricerca, una riflessione e una documentazione su questo tema possono aiutare, cercando risposte non ideologiche, né drammatiche, ma verificate nella realtà.
” Secondo quesito: a chi sono destinati i servizi dei Centri? Alle associazioni di volontariato o a tutto il terzo settore? All’interno della cooperazione sociale e dell’associazionismo c’è una tendenza verso la seconda interpretazione. Appena approvata la legge sull’associazionismo di promozione sociale, i portavoce del terzo settore hanno subito avanzato l’idea che era auspicabile arrivare ad un testo unico per il terzo settore. Io non so come ne uscirebbe il volontariato. Ma comunque oggi, con le leggi che abbiamo, è legittima questa soluzione? I Centri non potrebbero distinguere fra servizi ad organismi di volontariato, che per legge devono fornire gratuitamente, e magari, contemporaneamente, fornire gli stessi servizi alle cooperative sociali e all’associazionismo a pagamento? Alcuni Centri di servizio già operano in questa direzione, ed è una scelta chiara e positiva per tutti.
” In numerosi Centri di servizio la componente politica è molto presente; potrebbero verificarsi strumentalizzazioni politiche, ad esempio in periodo elettorale: come riescono i Centri a prevenirle e a impedirle? Mi pongo queste domande perché, ad esempio, alla vigilia dalle elezioni regionali, il giorno prima del voto, un Centro di Servizi di una provincia del Veneto ha fatto un convegno, invitando tutti i leader politici della maggioranza della Regione medesima.
” Tenendo presente gli ambiti di intervento previsti dalla normativa, non potendo realizzare tutto e subito, con quali criteri vengono fissate le priorità dell’intervento dei Centri? Certamente un Centro Servizi può decidere di fare quello che ritiene più utile alle associazioni di volontariato: ha il potere di farlo; ma non sarebbe più promozionale partire dalle associazioni, sentendo da loro quello che ritengono più utile, caso mai aiutandoli a comprendere con un utile consulente che cosa è realmente più utile per loro? Sicuramente questo secondo metodo è più lungo, ma sarebbe più efficace e significativo all’interno di un Centro di Servizi, perché servire non significa fare quello che noi riteniamo più utile agli altri, quanto quello che gli altri chiedono di fare: chi fa quello che vuole non è servo, ma padrone. Anche i Centri di Servizio possono diventare centri di potere, operando una scelta dei programmi a favore e nell’interesse delle associazioni più consistenti, che contano di più, piuttosto che delle piccole associazioni di quartiere, di paese, di parrocchia che non hanno voce, anche perché spesso non si sono neppure iscritte a registri regionali, che comportano per loro eccessive complicazioni burocratiche. Allora credo che i Centri Servizi dovrebbero privilegiare l’erogazione dei loro servizi, prima che alle grandi organizzazioni, alle forme più semplici del volontariato organizzato.
Quando sono stati definiti con chiarezza gli obiettivi del programma annuale o pluriennale e fissate le priorità, ecco che anche la documentazione dovrebbe essere organizzata fin dall’inizio, in partenza, con strumenti idonei ed indicatori appropriati che consentano di verificare se quanto è stato programmato è stato fatto, di valutare l’efficacia degli interventi, cioè se gli obiettivi sono stati raggiunti, e anche l’efficienza, ovvero verificare il confronto fra costo e benefici. Mi ricordo che 40 anni fa, quando ero Direttore della Scuola del Servizio Sociale di Padova, un’allieva aveva fatto una tesi su una IPAB di Venezia e risultava che il 92% delle uscite erano destinate a pagare il personale e il costo della struttura, mentre solo l’8% veniva impegnato a favore dei poveri. Evidentemente una situazione paradossale, però storica: quando l’abbiamo documentato – ricordo – è diventato uno scandalo. I Centri Servizio non corrono certo questi pericoli, ma dovrebbero documentare oggettivamente e far conoscere pubblicamente quanto costano e quali servizi prestano con quei costi, sia per migliorare la propria programmazione, sia per aumentare la propria credibilità.
” Sostenere tutti i ruoli del volontariato, ma particolarmente quello dell’anticipazione di risposte ai bisogni emergenti, perché questa è proprio squisitamente la prima funzione del volontariato. Ora, nella legge 266/91 questo non è previsto, perché si tratta di una legge che regola i rapporti fra le associazioni di volontariato e l’istituzione pubblica, per realizzare le finalità fissate dallo Stato, dalle Regioni e dagli Enti locali: quindi la funzione di anticipazione non c’è, non è proibita ma non c’è. Anche nella nuova legge sui servizi sociali questa funzione non è molto esplicita; credo che bisognerebbe metterla nel fatto, questa è la forza del volontariato.

Concludendo, vorrei dire che se i Centri di Servizio rimangono fedeli alle finalità fissate dalla legge 266 e confermate e rafforzate dalla legge di riforma dei servizi sociali, e sanno guardare con realismo e con coraggio ai nodi che vi ho presentato cercando di non ignorarli, in quanto sono fisiologici e propri di organismi in fase di crescita, allora credo che il volontariato abbia una grande potenzialità e potrà costituire veramente un motivo fondato di speranza per il futuro della nostra società.

2. A come Amore

Trovare un filo conduttore nel magma sentimentale dei “diversamente abili” eroi di carta è impresa ardua. C’è chi soffre, non ricambiato, e chi si sposa. Chi ricorda con sofferenza la perdita dell’amata e chi svolazza con la fantasia per compensare un’affettività mancata. Impresa ardua perché il fumetto non fa altro che ricalcare vizi e virtù degli “affari di cuore” della vita reale, magari esagerandoli un poco. Nel mondo di cellulosa è facile cambiare le regole del gioco ed esasperare i toni.
Prendete Steve Dallas. Non ne vuole sapere di rinunciarvi. La bella “moracciona” che fa coppia fissa con John Cutter è davvero splendida, specie quando lega i suoi nerissimi capelli nella trecciona che le scende la schiena. Potrebbe rivolgersi altrove e invece no, si è intestardito: le vuole provare tutte per conquistarla e così continua imperterrito dai di lei rifiuti a farle la corte. Serrata, spietata e psicologica. Steve Dallas è convinto di poter conquistare la ragazza se comincerà a comportarsi come lui, come John Cutter, il reduce dal Vietnam immobilizzato in carrozzella protagonista della striscia Bloom County. Comportarsi come lui per Steve Dallas ha un significato alquanto particolare: nell’ultima vignetta lo vediamo infatti impegnato a trafficare in modo del tutto maldestro con una sedia a rotelle, come se il fascino del paraplegico John fosse dovuto a “quel paio di arti inutili” come li ha definiti una volta il protagonista. Per fortuna l’amore, almeno nel caso della striscia di Berke Breathed, non necessita di tali stratagemmi, e il fascino di Cutter è semmai dovuto all’atteggiamento positivo e ironico del reduce nei confronti della vita. Risultato: nella sua donna non c’è traccia di pietismo nei confronti della menomazione, ma un sentimento che mira dritto dritto al cuore.
Come l’amore materno della mamma del paraplegico Guido, che rischia di diventare fin tropo protettivo quando vuole tarpare le ali al figlio tutto intento a misurarsi con gli altri ragazzini. O quello familiare che attornia Basimbo, il “bambino davvero speciale” colpito da una malformazione cerebrale che lo costringe in carrozzella senza l’uso delle mani e della parola. “Signora… come mai?” le domandano all’uscita del supermercato. “Perché a volte nascono bambini così…” risponde Daniela, la madre, che lungo la via crucis dei consulti medici e delle barriere sociali da superare ogni giorno, imparerà aiutata dal marito e dal figlio maggiore Checco ad amare il piccolo Tommaso così com’è.
Anche sulle nuvole però non sono tutte rose e fiori. Andatelo a chiedere ad Alan Ford, “titolare di testata e fotografia perfetta dell’uomo a zero dimensioni che questa società ricerca” come lo ha dipinto Davide Barzi. L’allampanato protagonista del grottesco fumetto di Magnus&Bunker, diverso perché ingenuo, “un buono letteralmente catapultato in un contesto dove la deformazione fisica è semplicemente specchio di una mostruosità interiore che spinge chiunque a sopraffare chiunque”, negli affari di cuore è un perdente nato. Il suo curriculum è “esemplare”: va in bianco con Violet Asar, che lo rifiuta e anzi lo detesterà quando “lui la renderà involontariamente calva, deturpandone la bellezza che la rendeva unica”. Non ha miglior sorte con Linda che pure inizialmente sembrava ricambiare l’amore sincero di Alan. E quando è lui stesso a ricevere avances, beh non possiamo scandalizzarci troppo se rifiuta con cortesia: la bruttezza di Bessie è da Guinnes dei Primati.
Dall’innocenza alanfordiana alla “perversione” del fumetto porno il passo non è poi così lungo: ci accompagna sempre la sconfitta. Là dei buoni sentimenti, qua del rispetto. Se dell’amore viene esaltato solo l’aspetto erotico, è la brutalizzazione della sessualità ad essere stigmatizzata. L’handicap, infatti, è utilizzato prevalentemente per accentuare i toni e i contrasti come potente-debole, bello-mostruoso, sano-malato. “In queste storie non è raro che vari soggetti erotici vengano ad incontrarsi in modi assurdi e morbosi con il minorato fisico e mentale. – ha rilevato Angela Orsi presentando una carrellata di situazioni – Il diverso qui è elemento di forte esasperazione e contribuisce a rendere ancora più assurda e psicopatologica la vicenda narrata”. Dai seviziatori di adolescenti agli scienziati pazzi, da Attualità nera a Zora, per rintracciare un vasto campionario del genere c’è solo l’imbarazzo della scelta.
Quando l’amore finisce che succede? Può capitare che una donna zoppa e maltrattata dal marito, benché non più giovane, decide di prendere la fuga. Il tentativo di storia quasi “femminista” porta la firma di Ferruccio Giromini e i disegni di Sergio Toppi, qui in una delle prime uscite “libere”. “Un’altra alba” in quattordici tavole raccontava sinteticamente la fine “tragica” della coppia, in una di quelle ambientazioni fantabarbariche che poi sarebbero diventate un marchio di fabbrica di Toppi. Il quale aveva confessato qualche difficoltà a disegnare una donna senza una gamba (anche se si trattava di un’amputazione chiaramente metaforica), perché diceva che gli sembrava una situazione “troppo forte”. Altri tempi, decisamente; quasi preistoria.
Tinte tragiche e sessualità sono gli ingredienti de “Il telescopio”, una storia breve che ha per protagonista un ragazzo che ha perduto in un solo colpo la gamba destra, la sessualità e il lavoro. Passa così le sue giornate sulla terrazza dei grandi magazzini, fino a quando con un binocolo incomincia a sbirciare gli incontri in camera da letto tra un signore di mezza età ed una prostituta. Quando lo stesso protagonista degli incontri amorosi a pagamento lo pagherà per essere spiato durante quelle prestazioni sessuali, il ragazzo sente crescere dentro di sé la vergogna che lo spingerà a suicidarsi gettandosi dalla terrazza. Da un epilogo tragico ed esageratamente fosco ad un amore altrettanto eccessivo. E’ quello che Yves nutre per la sorella Eva, un’affettività morbosa che lo ha spinto a perpetrare la sua presenza in un automa per giunta relegato in carrozzella. Dodici anni dopo la morte, sarà la bella Neve a scoprire non senza stupore il macabro segreto. In “Eva” come in altre storie, il belga Didier Comès tratta il tema delle diversità e dell’handicap circondandolo di “atmosfera magica, narrativamente accattivante, che però mal si concilia con un’accurata descrizione clinica dell’handicap – fa notare Giulio C. Cuccolini – Tuttavia, questa carenza è in parte compensata dal messaggio che promana da tutte e tre le vicende: l’importanza dell’amore nei rapporti interpersonali”. Soprattutto quando debbono superare le ruote di una carrozzella o gli stereotipi della società.

1. Presentazione – L’unione fa la forza

di Stefano Gorla e Paolo Guiducci

È contaminato. Un magnifico assemblaggio armonico di diverse competenze e capacità. La brillante unione tra iconico e verbale.
È il fumetto, il diversabile dei media.
Una potenza comunicativa che attraverso l’alternarsi di parole e immagini accompagna lo sguardo e la comprensione del lettore.
Un linguaggio che evoca, provoca, interpreta e, perché no, argomenta.
Abbiamo voluto lasciare alla sua voce, ai suoi tentativi tra il goffo e il geniale, il racconto della diversità, dell’handicap, della diversabilità. Alle sue sfrontatezze e alle sue finezze.
Un dizionario, lettera dopo lettera, per suggerire qualcosa, riempiendo quello spazio bianco tra una vignetta e l’altra: spazio per la riflessione, per riprendere fiato, per cercare un senso e giocare la propria sensibilità.
Dal primo simpatico personaggio dei fumetti, Yellow Kid, in avanti, strisce, tavole e vignette non hanno mancato di rappresentare la diversabilità, le diverse abilità presenti negli esseri umani.
Una voce per spostare continuamente la linea di confine tra diversità e normalità.
Specchio deformato e deformante della società, macchina da sogno, il fumetto ha provveduto a trasformare dei disadattati in supereroi. Uomini alle prese con problemi di natura fisica e psicologica in campioni del genere umano, sono divenuti difensori della terra, barriere contro il male, speranza per i deboli parte del cosmo. A volte ha prevalso il buonismo, un pizzico di pietismo o superficialità, più spesso un crudo realismo narrativo, raramente didascalico.
Se la diversabilità è quasi trionfalismo nel fumetto a stelle e strisce, in quello italiano non si disdegna la messa in scena dell’handicappato nevrotico, cinico e depresso, senza altra qualità se non quella, irrinunciabile, di essere umano. Così a muso duro.
Vero realismo che legge la realtà e rivendica il diritto a non essere macchiettizzati.
Ironici o poetici, i diversabili di carta hanno fatto di volta in volta sorridere, riflettere, commuovere, innervosire, arrabbiare, sghignazzare e ridere, grazie alla potenza dirompente dell’unione tra immagine e parola. Unione che testimonia forza.

15. Il centro servizi della Toscana CESVOT

Il Centro servizi del volontariato toscano (CESVOT) ha attivato un progetto di rete dei Centri di documentazione toscani in area sociale, sanitaria e sociosanitaria. In questi ultimi anni, infatti, le esperienze dei centri di documentazione sono cresciute e si fa sempre più evidente l’esigenza di collegamento e scambio tra i centri al fine di favorire l’ottimizzazione delle risorse, l’accesso alle informazioni ed il loro reperimento, oltre a favorire la visibilità dei Centri.
Il progetto è iniziato nel marzo 1999. La prima fase è consistita in una ricerca sui centri di documentazione toscani in area sociale, sanitaria e sociosanitaria del pubblico, del privato e del terzo settore. La ricerca ha censito complessivamente 68 strutture, di cui 21 fondi documentari, 21 attività di documentazione organizzata e 26 tra biblioteche specializzate e centri di documentazione.
La ricerca ha consentito inoltre di avere un quadro dei centri presenti, delle loro caratteristiche e bisogni, oltre che delle risorse informative presenti in Toscana e dei fondi documentari delle realtà del Terzo settore, ancora non catalogati. Nel suo proseguimento il progetto mirerà all’attivazione operativa della rete, con gli obiettivi di:
– omogeneizzare gli aspetti metodologici di base nella gestione della documentazione, attraverso la definizione di criteri minimi e progressivamente realizzabili;
– favorire una maggiore fruibilità da parte dell’utenza esterna, indirizzando gli utenti ai centri secondo le specificità degli stessi, attraverso la pubblicizzazione delle risorse e dei servizi disponibili e l’individuazione di nuove strategie;
– favorire percorsi di specializzazione delle attività e del materiale raccolto, anche sulla base delle esigenze del coordinamento sia in termini organizzativi (migliore allocazione delle risorse, ecc.) che culturali;
– realizzare iniziative comuni di formazione, consulenza, sensibilizzazione rispetto alla gestione della documentazione. A questo scopo è previsto per il 2000-2001 l’organizzazione di un corso regionale di qualificazione professionale per l’assegnazione del titolo di bibliotecario documentalista.
La rete favorirà lo scambio di informazioni attraverso:
– la diffusione delle le pubblicazioni e i prodotti documentari rivolti all’utenza dei centri;
– la realizzazione di incontri periodici su tematiche specifiche;
– la creazione di un collegamento informatico tra centri (posta elettronica, collegamento delle banche dati documentarie);
– la produzione di una pubblicazione periodica dei centri di documentazione, dove siano riportate le iniziative e i progetti con le informazioni sulla documentazione;
– l’attivazione di rapporti con altre reti regionali (es.: quella dell’Emilia-Romagna) e tematiche.
Il progetto prevede la collaborazione della Regione Toscana, che è presente, con suoi rappresentanti, nel comitato tecnico scientifico.

Cesvot
via De Martelli 8
50129 Firenze
055-271731
infocesvo@cesvot.toscana.it

14. Il CSV Spes Lazio: la biblioteca virtuale

di Francesca Amadori e M. Paola Tavazza

Che cos’è Bibliotec@ online: il primo progetto, a livello nazionale, che prevede un collegamento telematico tra le biblioteche dei gruppi di volontariato locali; un progetto, promosso dal Centro di Servizio SPES e dal Settore Documentazione della Fondazione Italiana per il Volontariato, composto di due parti:
a) un archivio informatizzato secondo standard internazionali (ISBD per la catalogazione; norme RICA per la catalogazione per autori e ISO per la soggettazione) costituito dal patrimonio bibliotecario e documentale delle associazioni e organizzazioni di volontariato aderenti al progetto;
b) un software, di facile utilizzo, completo di tutti i campi necessari alla catalogazione documentale e costruito nel rispetto di criteri scientifici, che permette alle organizzazioni aderenti di poter archiviare tutto il materiale in loro possesso.
La possibilità, fornita a tutti i destinatari del progetto, di ricevere, tramite Internet, la localizzazione di testi e documenti presso organizzazioni e strutture facenti parte del mondo del sociale.
Quali le finalità del progetto: valorizzare il sapere prodotto dal mondo del volontariato e inerente alle sue tradizionali aree d’intervento nel sociale, contribuendo alla diffusione di una cultura della solidarietà e delle tematiche specifiche, proprie del settore.
Fornire un servizio in grado di informare una vasta utenza sul patrimonio bibliotecario e documentale presente presso le organizzazioni di volontariato, fornendo indicazioni sulla localizzazione dei documenti.
Creare competenze presso le organizzazioni sulle tecniche di catalogazione e gestione informatica dei propri archivi.
I destinatari: tutte le organizzazioni di volontariato aderenti e non al progetto, tutti i cittadini, gli enti locali, gli altri centri di documentazione, le biblioteche comunali e circoscrizionali del Lazio.
Come funziona: la biblioteca è poggiata sui siti delle strutture promotrici; collegandosi alla biblioteca è possibile sapere presso quale organizzazione è presente il materiale, assieme ad informazioni di base (titolo, autore, luogo e casa editrice, anno di pubblicazione, tipologia di materiale e struttura presso cui è possibile reperire il testo), grazie ad una maschera che ne consente l’individuazione, anche attraverso l’uso di parole chiave. Un apposito form di posta elettronica, compilato dalla persona interessata, consentirà l’invio della richiesta di disponibilità del materiale all’organizzazione dove questo potrà essere reperito.

http://www.spes.lazio.it
CSV Spes Lazio
via Pigneto 12
00100 Roma
06-70304704

13. CSV Bergamo: la biblioteca del volontario

di Claudio Di Blasi, direttore C.S.V. Bottega del volontariato a Bergamo

La Biblioteca del Volontario (BdV) è un progetto del Centro Servizi Bottega del Volontariato di Bergamo, realizzato in collaborazione con la Fondazione Serughetti La Porta, presso la quale ha sede.
L’obiettivo è offrire al ricchissimo e composito mondo del volontariato bergamasco – e, se occorre, anche delle altre province lombarde – uno strumento aggiornato e qualificato per affiancare alla propria attività il sostegno di una riflessione culturale che ne rafforzi le radici e le motivazioni. Un’utenza già dimostratasi interessata, inoltre, è quella dei ricercatori e degli studenti universitari, che nella BdV hanno trovato documentazione utile e difficilmente reperibile nelle biblioteche generiche.
Si è pertanto cominciato a costruire all’interno della Biblioteca della Fondazione – centro culturale attivo da vent’anni in provincia – un settore specializzato sui temi del volontariato, del terzo settore, dell’associazionismo nei diversi aspetti e sfaccettature: le questioni legislative, fiscali, organizzative; la storia e la cultura del volontariato, in Italia ed in Europa; i repertori e gli annuari; la riflessione sociologica, etica, economica…; le storie delle organizzazioni e quelle delle persone; i problemi e i risultati del volontariato socio-assistenziale e di quello educativo, di quello ambientale e di quello culturale, delle associazioni e delle cooperative sociali; il servizio civile e la finanza etica; la cooperazione internazionale e il volontariato senior…
Attualmente nella BdV sono consultabili alcune centinaia di volumi, cinquanta riviste ed un certo numero di documenti. Tutti i volumi sono catalogati nel Sistema Bibliotecario nazionale, consultabile via Internet. Un elenco dei libri esistenti è distribuito all’utenza ed è in preparazione un catalogo ragionato.
Avviata negli ultimi mesi del 1999, la Biblioteca del Volontario è pienamente operativa da gennaio 2000, con 24 ore settimanali di apertura al pubblico, servizio prestito e fotocopiatura, presenza di consulenti per assistere l’utenza nella ricerca; inoltre la sede della Fondazione offre sale riunioni per incontri e presentazioni di volumi, con proiettore di diapositive e videoproiettore.
L’orario di apertura è dal lunedi al venerdi dalle 15 alle 19, il sabato dalle 9,30 alle 13.
Viale Papa Giovanni XXIII, 30 – 24121 Bergamo
Tel. 035.219230
Fax 035.249880
e-mail: bibliodelvolontario@infinito.it

Centro Servizi Bottega del Volontariato
via Broseta 56/d – 24128 Bergamo
Tel. 035.234723 – Fax 035.234324
e-mail: csvbg@csvbg.org

Fondazione Serughetti Centro Studi e Documentazione La Porta
viale Papa Giovanni XXIII, 30 – 24121 Bergamo
Tel. 035.219230 – Fax 035.249880
e-mail porta@spm.it

 

8. G come Genitori

Apprensivi, distanti e angosciati. Ma in qualche caso in grado di accompagnare il figlio passo dopo passo nel dramma senza che il loro amore ne risenta. Sono i genitori sulle nuvole, quelli rappresentati dal fumetto spesso all’indice per il disimpegno congenito quando non diseducativo, quei padri e madri che di fronte all’handicap reagiscono in maniera differente, in questo del tutto uguali ai loro simili di carne. I comics hanno però il merito di farci entrare laddove, a volte, la vita di tutti i giorni ci tiene fuori, permettendo così di osservare anche con occhio cinico e magari un po’ guardone il “dietro le quinte” anche quando questo si rivela drammatico e carico di sofferenza.
Carlo e Daniela sono una bella coppia. Checco, il primogenito, è un bel bambino, felice dell’arrivo di un nuovo fratellino. Per il piccolo Tommaso la storia inizia in salita. Afflitto da una malformazione cerebrale non parla, cammina e non può usare le mani. E a detta dei medici “probabilmente non vede né sente bene”. Per la società è già condannato, e con lui la famiglia, “vittima” di una situazione pesante della quale la grave malformazione di Basimbo (come lo chiama il fratello Checco) è solo uno degli elementi. “Un bambino davvero speciale” si sofferma sui passaggi del riconoscimento della situazione e sulla sua accettazione, affronta senza reticenze le situazioni che si creano in una famiglia con un bambino handicappato. E quando Carlo e Daniela, Checco e Tommaso recuperano dopo tante sofferenze ed angosce l’equilibrio familiare, c’è da fare i conti con la realtà che li circonda. Stefano Gorla propone un elenco esemplare: “gli scherzi dei compagni di scuola di Checco, gli incontri ai giardinetti, la fatica di raccontare per l’ennesima volta i problemi di Tommaso, le finzioni con il datore di lavoro. Una serie di situazioni che mettono in luce la quotidianità del disabile e della sua famiglia con semplicità e senza pietismo”. Compresi quei risvolti psicologici e quelle debolezze del tutto umane che conferiscono spessore (si perdoni il paragone e l’invasione di campo) al bel romanzo di Giuseppe Pontiggia, Nati due volte.
L’altra faccia della medaglia però è sempre in agguato. Chi ha descritto in maniera realistica e senza fronzoli l’incapacità di accettare l’handicap è la coppia Stefano Ricci e Davide Catenacci, autori di un breve racconto realizzato appositamente per Accaparlante, la “rivista per chi opera nel sociale” come recita il sottotitolo. Protagonista de “Il piccolo K” (il cui spunto è un tragico fatto di cronaca), è la madre di un bambino, K appunto, la quale costringe il piccolo sin dalla nascita (e per ben tredici anni) a vivere “sepolto vivo” dentro un baule. Un rapporto reso ancor più drammatico dal confronto dei primi piani, quello austero della madre e quello percorso da un sorriso del figlio. “L’ho allattato e lui mai un grazie” è la giustificazione adotta dalla madre per il terribile gesto, continuato nel tempo.
Chi al contrario non fa mancare attenzioni al proprio bimbo è la madre di Guido, affetto da paralisi e costretto per questo a vivere su di una sedia a rotelle. L’amicizia con Qui, Quo e Qua lo porta a conoscere l’esperienza delle Giovani Marmotte, compagnia alla quale vorrebbe accedere “proprio come tutti”. Per questo Guido si impegnerà a superare tutte le prove necessarie all’ammissione, superando la ritrosia della madre troppo apprensiva, costretta alla fine a rivedere le proprie teorie educative. “io ti volevo proteggere perché avevo paura per te, – ammette osservando la felicità del figlio attorniato dagli altrettanto festosi compagni di reparto – ma poi ho capito che vivere da bambino è molto più importante”. Un finale troppo moraleggiante? Completamente differente è il the end al quale assiste il lettore del capolavoro di David B., autore tra i più apprezzati della new wave europea. In Cronache del grande male5, toccante racconto sull’epilessia del fratello che affonda le radici nell’autobiografia dell’autore, David B. rappresenta una coppia di genitori impegnati ad evitare che il dramma del figlio si propaghi. La classica famiglia piccola-borghese alle prese con la difficile gestione di una malattia ripugnante. Nessuna concessione al politically correct è impartita nelle strisce di Cico & Pippo. Grazie al rapporto tra padre (cieco) e figlio, Altan riesce a prendere in giro tutti i luoghi comuni sull’handicap, fino a imprimere sulla tavola alcune rappresentazioni della menomazione che paiono fin troppo crudeli. Un’impressione dietro la quale si nasconde un’accettazione totale della diversità fino al riso. “Trattando i disabili senza atteggiamenti farisaici e compassionevoli, gli autori finiscono per equipararli ad esseri ‘cosiddetti’ normali dei quali si può sorridere” è la saggia opinione di Giulio Cesare Cuccolini. “Pippo, deve essere triste condurre un papà cieco”. “Sì” risponde con cinico candore il figlio. E quando questi lo accompagna al bowling per una partita e il padre mette a segno uno strike, Cico bara senza pudore: “Purtroppo non ne hai preso neanche uno. Ma è già molto per un cieco”. Semplici, affettuosi e tranquilli, insomma fin troppo normali i genitori (e il fratello “sano” Matteo) di Garbino, il simpaticissimo ragazzo affetto da una leggera sindrome di Down, protagonista di una serie di strisce comparse sulla rivista A.I.A.S.
L’incapacità di dialogare e sostenere un discorso che non si limiti al “ciao, come stai? Bel tempo oggi”, in attesa che siano altre le agenzie educative ad occuparsene, è illustrato in maniera egregia dal cartoonist argentino Quino (pseudonimo di Joaquìn Salvador Lavado) nelle strisce della sua creatura più riuscita, la bambina contestatrice più feroce e famosa del mondo, Mafalda. Nata per propagandare una industria di elettrodomestici, la piccola riccioluta che urla e aggredisce verbalmente, è sempre a caccia di risposte che soddisfino la sua sete curiosa e sincera. Una “battaglia” che non poteva non contemplare il mondo della diversità. Per questo rivolta verso il padre che sta leggendo, Mafalda domanda: “papà, che vuol dire handicappato?”. La risposta è tanto lapidaria quanto evasiva: “Va’, va’ a giocare, Mafalda, non sono cose per la tua età”. Obbedendo al padre, nell’ultima vignetta osserviamo Mafaldita che se ne va rassegnata brontolando: “Ho capito, si tratta di sesso”. Un “equivoco” che si ripete anche quando i protagonisti non sono i genitori della urlatrice argentina ma quelli di un’amichetta. “Mia mamma è talmente sensibile ai problemi sociali che la sola parola handicappato le fa saltare subito frrrssht! L’impianto emotivo. E, sai, tutte quelle fibre intime bruciate le bloccano l’altruismo”. “Eggià… I troppo buoni subiscono spesso questi disguidi tecnici” è il sarcastico commento di Mafalda.
E se i genitori non ci sono più, a chi tocca prendersi cura del fratello disabile? Orion è affetto da sindrome di down, e il west non è tenero con chi non sa difendersi, nemmeno se la scena si svolge alle Niagara Falls. Così in “Dove muoiono i titani”, Alex nasconde la sua femminilità pur di garantire al fratello una possibilità: di lavoro, di sopravvivenza, di “normalità”. E’ mamma, babbo e fratello nello stesso tempo. Non è una bocciatura per la famiglia, ma l’affermazione dell’amore oltre ogni incomprensione che può svilupparsi anche tra le mura di casa.

7. F come Fumetto

Ci sono cordiali affinità tra il mondo del fumetto e quello dell’handicap, o più in generale con il mondo della diversità e della marginalità. Il fumetto è stato sempre considerato un figlio di un dio minore nel mondo dei media, una sorta di cenerentola, il parente povero di cinema e stampa. Un media sì, ma marginale. Eppure è diffuso e penetrante come sono i media. Ha un suo linguaggio originale, riproducibilità tecnica ed è in grado di rappresentare la realtà; di comunicare, cioè mettere in relazione diversi soggetti; di fornire conoscenza, esperienza del reale.
Il fumetto è il frutto di un processo che lo inserisce, almeno come medium, nel contesto culturale di fine Ottocento. L’Ottocento è il secolo in cui si verifica l’esplosione della stampa di massa. Dopo l’impulso dato da Johann Gutenberg a metà del quindicesimo secolo con l’invenzione della stampa a caratteri mobili, il cammino dello stampa ha avuto il suo sconvolgimento più significativo nel Settecento, secolo delle grandi rivoluzioni. Il Settecento ha preparato il terreno, studiato formule (la periodicità), messo a fuoco contenuti.
Su questa base nacque il giornale di massa, la vera rivoluzione mediale dell’Ottocento. Sono qui le radici dell’egemonia degli strumenti d’informazione sul mondo moderno. E si coniugano con alcuni elementi che hanno reso possibile lo sviluppo. Elementi tecnologici e commerciali: l’applicazione dell’energia a vapore alle macchine da stampa da parte di Koening e Bauer, l’invenzione della fotografia grazie alle esperienze di Nicéphore Niepce e di Louis Daguerre, il telegrafo elettrico di Samuel Morse e la fondazione a Parigi di La Presse con cui Emile Girardin affronta il problema della pubblicità come strumento organico del giornale di massa.
Sul finire del secolo il giornale di massa era realtà ben strutturata sia in Europa sia negli Stati Uniti d’America. Ed è proprio all’interno dello scenario americano, e alle sue sperimentazioni, che si inizia a capire lo sviluppo del giornale di massa.
Questo lo scenario. L’offensiva in grande stile della pubblicità commerciale inizia, intorno al 1890, una vera e propria rivoluzione nella stampa americana. Joseph Pulitzer con il suo New York Times e William Randolph Hearst con il New York Journal inaugurano un nuovo capitolo della storia del giornale di massa, un capitolo di guerra. Ci si apre alla cosiddetta ‘stampa gialla’ dove si teorizza che “se le notizie non ci sono, si creano”. E così titoloni, fotografie, colore e…fumetti.
Secondo il mito di fondazione è in questo clima che nascono i comics o fumetti, coetanei dei primi sussulti dell’informazione-spettacolo, del cinema che stava nascendo in Francia con i fratelli Lumière, degli esperimenti bolognesi di Marconi intorno alla radio.
Tra l’egemonia della carta stampata, apogeo della galassia Gutenberg, e la nascita della nuova galassia audiovisiva si pongono le umili origini del medium fumetto che grazie al verificarsi di determinate condizioni culturali, tecnologiche e economiche si costituisce come apparato, sin dalla sua nascita sul finire del diciannovesimo secolo.
Nella transizione tra il ‘linguaggio Gutenberg’ e il linguaggio audiovisivo nasce il fumetto, quasi come una sorta di appendice o di elemento di congiunzione, sperimentazione e passaggio. Dalla esperienza Gutenberg si assumono la chiarezza, il carattere preciso e chiuso del termine, il progredire necessario alla trasmissione di un’idea. Dell’audiovisivo si anticipano e si preparano la forza della suggestione, il richiamo e l’allusione, lo sfumato tipico della fantasia. Ma, da subito, il fumetto è stato guardato con sospetto, considerato più nei suoi limiti che nelle sue potenzialità.
Anche se le cose si progressivamente modificate, curiosamente, per anni si è negato al linguaggio-fumetto la possibilità di esprimere cultura e si è guardato con sospetto all’autonomia di questo linguaggio, alla sua crescita, agli eccellenti risultati comunicativi e formativi. In un mondo dove ancora si divide la produzione culturale in alta e bassa (la musica è un ottimo specchio di queste distinzioni), dove il contesto culturale ha definito, in modo autoreferenziale, la superiorità della parola scritta su di altre forme di comunicazione, il fumetto con il suo verbo-iconico è visto come ancillare alla comunicazione scritta, è strumento al massimo didattico per chi si sta avvicinando al linguaggio principe, come ausilio per gli ipodotati. E di prove concrete di questi ragionamenti, non sempre dichiarati, né è pieno il mondo del fumetto. Basta pensare alle vicende del Corriere dei Piccoli e alla scomparsa dei “diseducativi” balloons sostituiti da compite filastrocche in rima. Un linguaggio depotenziato, tradito in nome di “normalità” presunta. Ma nel nostro paese a deficit si aggiunge deficit. Infatti, anche per un debito linguistico tipico della lingua italiana, un’ulteriore aurea negativa, di svantaggio, di limite ha accompagnato il fumetto (ricordiamo solo, per esempio, la solita frase sprizzante disprezzo d’illuminati critici cinematografici o letterari: “è un fumettone!…Trama da fumetto…”).
Da parte nostra sappiamo che le cose non stanno così e che il fumetto non deve affrancarsi da nessun deficit, da nessuna presunta incapacità di comunicare in modo autonomo e soddisfacente. Ma il percorso storico ha avuto anche queste tappe.
In questo percorso è curioso notare quante somiglianze e consonanze ci siano con il percorso della rappresentazione dell’handicap. In fondo il fumetto è, a tutti gli effetti, un diversabile!
Forse perché consapevole di questo percorso il linguaggio-fumetto nel suo modo di rappresentare la realtà, raramente ha escluso situazioni di svantaggio, qualunque siano. Anzi se rileggiamo la storia del fumetto troviamo che il primo personaggio a fumetti, Yellow Kid ( ), il monello giallo dalle grandi orecchie a sventola si presenta subito con i tratti del disadattato, forse con problemi di linguaggio e con una fisiognomica ambigua che corre tra l’anormalità e la normalità. Siamo lontani dalla rappresentazione dell’infanzia tipica della fine del XIX secolo. Questo tratto anticonformista, forse di denuncia, accompagna la nascita del fumetto come sistema di rappresentazione. Non c’è situazione che non venga rappresentata o che venga scartata in partenza, anche se questo non significa che le rappresentazioni della realtà siano necessariamente corrette. Una certa libertà anarchica ha sempre accompagnato questo medium anche grazie alla relativa semplicità di produzione e ai pochi passaggi che segnano la costruzione di un fumetto. Meno passaggi, minor controllo e maggior libertà d’espressione. Non solo. Come ogni linguaggio, più che specchio della realtà si pone come interpretazione della realtà palesando convincimenti e precomprensioni dell’autore. A questo indirizzo non sfugge neanche la rappresentazione dell’handicap o più in generale della diversità o dello svantaggio. Rappresentazione che troviamo maggiormente nei contesti piuttosto che coagulata in personaggi e, se di personaggi si tratta, parliamo di personaggi secondari, spalle o, più raramente, comprimari. Naturalmente, esistono luminose eccezioni, che però rimangono tali.

6. E come Esclusi

Debbono celare la vera identità (se mai ne posseggono ancora una, ma non è questo il luogo per dibattere il pur interessante tema della maschera sotto sfavillanti costumi d’ordinanza, con i quali combattono i mutanti attratti dal “Lato Oscuro”. Ciononostante, l’atteggiamento altruistico e la protezione continua che offrono alla terra, non sono sufficienti a garantire al professor Charles Xavier e alla sua schiera di X-Men (mutanti “nati con il cromosoma X alla base dei poteri preclusi agli homo sapiens” un normale trattamento da parte degli esseri umani. Ciclope, Ororo, Wolwerine e il resto della compagnia saranno costretti a vivere i loro giorni – tra una battaglia e l’altra – “reclusi” nella scuola fondata dal loro professore, unica barriera per schivare i pregiudizi razziali degli esseri umani che si sentono minacciati ed instaurare una parvenza di vita.
Il pregiudizio e la condanna a priori non sono una prerogativa degli X-Men e più in generale di supereroi (dall’Uomo Ragno a Hulk): il comicdoom è zeppo di situazioni di esclusione a causa della diversità, manifesta o latente. A Concrete è sufficiente guardarsi attorno per sentirsi tagliato fuori. Là nel mondo normale gli impedimenti legati ad un corpo diverso, fatto di grosse e sassose dita con le quali anche il più semplice esercizio quotidiano come lo scrivere, fare biglietti di auguri o spedire lettere d’amore, diventa una barriera insormontabile, si sprecano. A questi handicap fisici vanno sommate tutte le barriere architettoniche che gli si stagliano davanti, e che fanno del personaggio creato da Paul Chadwick un diverso a tutti gli effetti, allontanato dalla società normale. Se Concrete affida la risposta ad una tale situazione all’ironia e alla differenti abilità che il nuraghe che si porta appresso gli consentono, diversa è la posizione di Alcibiade. Con il volto coperto da una vistosa maschera da alce, Alcibiade è un opinionista sferzante e applaudito dal pubblico: nessuno sa che il suo umorismo crudele è frutto di una terribile deformazione al viso. E’ un uomo tormentato, insomma, che per sentirsi a proprio agio ed affrontare la realtà non trova altro rimedio che nascondere la propria deformità.
Le barriere però non sono solo di natura fisica, come c’insegna anche la stretta attualità. Herbert Lahace dirige una multinazionale alimentare prima di “trasformarsi” in disadattato e rinchiudersi volontariamente in una gabbia dello zoo senza più proferire parola con alcuno. E’ uno dei tanti esclusi sociali dipinti dalla coppia Pennac/Tardi nel loro Gli esuberati. Un amaro e grottesco affresco sociale nel quale non avrebbe stonato più di tanto neppure Ezechiele Bluff, l’operatore ecologico bevitore incallito che con il nome di Superciuck ha caratterizzato tanti episodi della saga di Alan Ford. Ezechiele si sente così estraneo che “per frustrazione non lotta per riabilitare la propria categoria”, bensì “fa di tutto per affossarla”. Diventerà così un acido Robin Hood alla rovescia, che ruba ai poveri per dare ai ricchi, errata trasposizione a vignette dell’evangelico “a chi ha sarà dato”. Esclusa è Marny Bannister, l’eroina nera di Magnus&Bunker, che dovrà ricorrere al siero magico per recuperare la perduta bellezza ricavandone in cambio una forza criminale senza scrupoli e il nome di battaglia di Satanik. Esclusi sono gli uomini deformi che popolano le favelas di Manaus. “Tematiche sociali e raccapriccianti atmosfere da incubo” sono rese dalla matita di Bignotti che traduce in immagini semplici ma efficaci la psicologia dei freak protagonisti de “L’orrenda invenzione”, una interessante storia della lunga saga di Mister No nella quale Tiziano Scalvi fa le prove generali per le tematiche che poi svilupperà compiutamente in Dylan Dog. Reietti dal mondo “normale”, i mostri di Manaus vivono in una sorte di corte dei miracoli fino a quando il malvagio Hel non li illude di poterli guarire e li soggioga alla sua cattiva volontà. “Non ho più saputo niente di loro fino ad una settimana fa – spiega a Mister No con un filo di voce il padre adottivo della banda Kluge – quando lessi, per caso, su un giornale brasiliano che Elsa (in confronto alla quale la donna cannone cantata da De Gregori fa la figura di una modella, ndr) si esibiva a Manaus in occasione del carnevale”. Da qui la conclusione: “A questo si era ridotta… della dignità che avevo cercato di dar loro non ve n’era più traccia… per questo dico che ho fallito…” termina sconsolato l’anziano signore. Sclavi va più in là, intenzionato com’è a smascherare i pregiudizi “borghesi”, regala a piene mani discriminazioni di ogni natura. Basta il colore della pelle, per esempio, per essere persone sgradite: “Ehi! Qui dentro non serviamo quei tipi lì” dirà il barman a Mister No indicando l’indio Taiku. Una scena che potremmo aver letto cento volte sulle colone di Zagor o nell’immarcescibile Tex, come si evince dal dialogo seguente: “Ma che ti prende Paulo? Che vi prende a tutti – sono parole del pard Kruger – Quell’indio dice ‘Ugh’ come cavallo pazzo… Tu ti comporti come il barman di un saloon dell’Arizona…”. “Mi ha sentito, tedesco: – è la piccata replica che arriva da dietro il bancone – non voglio selvaggi nel mio locale”.
Tra una nuvola e l’altra, insomma, il fumetto si mobilita per ottenere rispetto per chi merita dignità. Chi utilizza le nuvole parlanti per mettere alla berlina raffigurazioni fortemente discriminanti e sprezzanti è Giancarlo Berardi. In Ken Parker, lo sceneggiatore genovese ci ha regalato alcune pagine esemplari a questo proposito. Parlando di Orion, il protagonista affetto da leggera sindrome di Down di “Quando muoiono i titani”, il sapientone di turno lo addita snocciola la sua versione. Li chiamano mongoloidi, la loro età resta ferma all’età di cinque-sei anni, e non campano a lungo”.
Ken Parker non si tira indietra e propone la sua morale. “La gente se ne vergogna e li rifiuta solo perché sono diversi dagli altri. Ho letto di famiglie che li tengono nascosti, al buio…”. “Ja, chiaro! Stessa esperienza ti emigrante!…” rincara la dose nel suo “americano” zoppicante il tedesco emigrato, prima del gran finale. Ancora Martin: “Gli antichi greci erano più pietosi. Li gettavano da una rupe…”. Lungo Fucile ha però un’altra versione dei fatti. “Oggi si usano mezzi più civili. Basta ingnorarli, far finta che non esistano… anche questa è una specie di morte…”. Esclusi non si nasce, insomma, si diventa. Capito?

5. D come Diversabili

Ai nostri giorni un’attenta ascesi del linguaggio, che non si sposa semplicemente con il politicamente corretto, ha elaborato strategie comunicative e una terminologia rispettosa della diversità, del diverso approccio alla realtà, così come del limite e dell’handicap. Linguaggio che ha il suo perno nella dignità dell’essere umano.
Sociologicamente la categoria dell’handicap s’inserisce nel macro gruppo dello svantaggio inglobando tutta una sorta di devianze rispetto ad alcuni valori ampiamente apprezzati come la perfezione e l’efficienza corporea, l’autonomia e la capacità di raggiungere scopi prefissi in particolari istituzioni sociali. Si tratta, naturalmente, di devianze non responsabilizzanti, cui cioè la società non attribuisce al singolo una qualche responsabilità per la sua situazione.
Ecco una selva di superdotati, normodotati, di ipodotati, disadattati d’ogni bandiera. Sostanzialmente definizioni vuote. Punti di vista, prospettive da cui porsi per leggere la realtà, per scoprire nuove dimensioni, letture non convenzionali della realtà. Da questo punto di vista il fumetto è a tutti gli effetti un linguaggio privilegiato, radicalmente libero nell’espressione, anche grazie alle sue caratteristiche, al limitato numero di passaggi (e quindi di controlli) cui è sottoposta la produzione di un fumetto.
Il fumetto, infatti, nella sua costante ricerca di punti di vista ha riletto con risultati pregevoli il mondo della diversità in senso lato e quello dell’handicap in senso stretto. Con occhi lucidi ha letto la realtà ma ha anche provveduto ha modificarla, addirittura a ribaltarla indecorosamente. Ha saputo trasformare disadattati, psicopatici, o persone con evidenti limiti fisici in eroi o esagerando, in supereroi. Ha ribaltato situazioni in modo generalmente imbarazzante.
Matthew Murdock alias Devil nonostante, anzi, grazie a un incidente con un camion pieno di materiale radioattivo perde la vista ma potenzia tutti gli altri sensi e, addirittura si ritrova dotato di una sorta di sesto senso che gli permette evoluzioni proibitive a qualsiasi essere umano “normale”. Lo stesso vale per il timido e impacciato Peter Parker, in arte l’Uomo ragno, morso da un ragno radioattivo viene strappato a un’esistenza forse grigia, per una vita decisamente più movimentata. Oltre alle abilità fisiche, quasi sovrumane, per i nuovi eroi si incrementano relazioni sociali, successo, fama, nemici (molti nemici molto onore dicevano gli antichi!). Da scarse abilità e una personalità di basso profilo si passa all’evoluzione parossistica dei tratti personali e di diverse abilità che il soggetto acquisisce. Il fumetto mette in luce questo processo con simpatia e con arguzia. Valorizza altri lati della realtà, esagera e si permette di ironizzare, di sorridere, di colpire la sensibilità e magari di spingere alla riflessione. I diversabili esistono, sono in mezzo a noi anche se a volte divengono invisibili grazie a una categorizzazione rigida.
Giuseppe Pontiggia nel suo bel romanzo, Nati di due volte, Ci narra la storia di Paolo e di suo padre. Paolo nasce aiutato dal forcipe. È celebroleso: da subito si rivelano problemi motori e si intravedono i problemi futuri di linguaggio. I disabili, dice un professore ai genitori annichiliti dalla notizia: “nascono due volte: devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda, dipende da voi, da quello che saprete dare. Ma alla fine anche per voi sarà una rinascita”. Il fumetto questa rinascita l’ha mostrata più volte. È patrimonio comune dei supereroi. Per alcuni di essi esiste addirittura una figura vicaria dei genitori che li aiuta a rinascere; uno su tutti il professor Xavier e le sue funzioni e attenzioni verso i suoi X-man, agli inizi adolescenti incapaci di vivere con il proprio inatteso “dono”.
Sapersi rigiocare, scoprire e valorizzare diversità e abilità, è il banco di prova, un’apertura possibilista. Notava Alessandro Bottero in un suo intervento, scanzonatamente illuminante, che il concetto di diversabilità rischia di portare con sé una visione utilitaristica degli handicappati, e che per un tratto la relazione con l’handicap è passata proprio per questi concetti (i ciechi sono ottimi centralinisti, buoni manipolatori non distratti da stimoli esterni).
D’altra parte è quasi “normale” che nei fumetti i diversabili siano sostanzialmente degli eroi. Il bisogno di spettacolarizzazione di ogni momento dell’esistenza, il bisogno di narrare storie avvincenti, porta naturalmente a sviluppare in modo parossistico alcuni elementi tipici della costruzione del personaggio.
Il fumetto nella sua coniugazione di diversabilità ha saputo mostrare personaggi che sanno convivere con il proprio deficit, che anzi da quella situazione di partenza hanno sviluppato doti e abilità. Senza disdegnare i registri del comico, dell’ironico a volte del sarcastico.
In un ipotetico “quarto stato” del fumetto, freak, diversabili, mutati e “mostri” avanzano con Dylan Dog in una sorta di corteo a favore dell’alterità; avanzano con profondo rispetto per l’irriducibile dignità dell’essere umano.

4. C come Carrozzelle

Sono il mezzo distintivo per eccellenza nella rappresentazione grafica dell’handicap. Strumento per supportare un deficit motorio, possibilità di movimento ma anche limite al movimento stesso. Di carrozzelle nel mondo del fumetto ne abbiamo di ogni foggia e di ogni qualità. Così come di diverse caratteristiche sono coloro che siedono sulla carrozzella, bambini, giovani, anziani, uomini e donne, un trono mobile coniugato sia nel fumetto umoristico che in quello avventuroso.
Trono mobile solo apparentemente poco nobile, è la carrozzella di Numero Uno, duce dell’allegra brigata di Alan Ford. Vecchi copertoni e una sedia di legno grezzo per lo stagionato Numero Uno, mente, padre e padrone dello scalcinato gruppo creato dal prolifico duo Bunker e Magnus. Appare nel fumetto e viene apostrofato come “vecchio rincitrullito in carrozzella” definizione che il cinico vegliardo farà ben scontare agli ingenerosi “adulatori”. Anziano, e in carrozzella, lanciato a folle velocità è il personaggio che appare sulla copertina del numero 10 di Johnny Logan ( ); sguardo triste e destinazione lontana.
Sulla carrozzella troviamo anche Guido, ragazzo che grazie alla solidarietà e all’amicizia diviene Giovane Marmotta vincendo i timori della madre. Timori misti a un’irrazionale vergogna come quelli che percepisce Daniela, la madre di Tommaso, in un fumetto-verità pubblicato da il Giornalino tra il marzo e l’aprile del 2001, dove il piccolo Tommaso e la sua famiglia si trovano a fare i conti con la quotidianità dell’handicap. La sua famiglia deve accettare con gradualità, oltre che la situazione, anche la carrozzella, segno visibile e testimonianza costante dell’irregolarità della situazione.
Fisso su di una carrozzella è anche l’energico e non domo Charles Xavier, il professore attorno al quale si radunano un gruppo di giovani “diversamente dotati”, dei mutati che imparano a controllare e gestire i propri poteri; un gruppo ben noto nel panorama del fumetto supereroistico: gli X-Men.
Gli X-Men sono esseri umani con un codice genetico modificato che il professor Xavier, brillante scienziato, ingegnere e genetista, raccoglie intorno a se, nascondendoli a un mondo che li giudica temibili, solo perché diversi. Potente telepate, il professore, addestra i mutanti adolescenti, nel sogno di poter vedere un futuro dove mutanti e non-mutanti possano vivere in pace e armonia.
Carrozzella e quotidianità è invece il rapporto delineato da uno dei personaggi di Luca Enoch nel suo Gea. Si tratta di Leonardo, batterista caparbio e per nulla incline all’autocommiserazione, batterista che ha modificato il suo strumento “ottimizzando quello che ancora funziona” nel suo corpo menomato, dice spiegando come ha collegato il pedale del bass drum ad una fascia che porta sulla testa e che aziona con il movimento della testa. Personaggio interessante perfettamente inserito nella quotidianità del gruppo di amici che gravita intorno a Gea, un ragazzo che si muove in carrozzella con assoluta naturalezza così come altri portano l’apparecchio per i denti o perdono precocemente i capelli. Caratteraccio, simpaticamente orgoglioso, Leonardo è affetto dagli stessi sbalzi d’umore tipici di ogni adolescente. Leonardo mostra una rappresentazione dell’handicap che nonostante utilizzi lo stereotipo più comune, quello della carrozzella. Lo stereotipo carrozzella viene utilizzando come chiave di volta per un messaggio indiretto lanciato attraverso il fumetto, palesando così la sensibilità dell’autore.
Anche nella quotidianità di Clara, la nota amica di Heidi, è presente la carrozzella anche se il suo deficit e a metà strada tra il motorio e lo psicologico; sarà, infatti, la piccola e vitale Heidi, che con tenacia aiuterà Clara ha liberarsi della carrozzella (cosa in quel caso possibile).
Quotidianità e sarcasmo è invece il binomio che accompagnano John Cutter, simpatico comprimario della striscia americana Bloom County, finito sulla sedia a rotelle grazie ai servigi resi alla patria in Vietnam. Quella del sarcasmo è anche la cifra di Altan, tra i maestri della vignetta satirica, papà di Cipputi ma anche della Pimpa, che nella veste di vignettista pubblica regolarmente su Repubblica e sull’Espresso le sue fulminanti intuizioni. Uno dei personaggi di Altan seduto su di una carrozzella superaccessoriata, scuro in viso, mentre esclama: “Maledetta tecnologia: adesso mi tocca andare da qualche parte”.
Sarcasmo, quotidianità, integrazione o segno di distinzione le carrozzelle sono ampiamente presenti nel fumetto anche se non sempre sono facile espediente per rappresentare l’handicap tout court. Spesso, soprattutto, se non si tratta di personaggi da sfondo che appaiono quasi per caso nella narrazione, i personaggi in carrozzella divengono tratto sensibile dell’autore nella rappresentazione dell’handicap, divengono occasione di confronto, spazio di solidarietà disegnata.

3. B Come Bambini

Non si muove, non parla, non ha l’uso delle mani e probabilmente non vede e non sente bene. Come è possibile allora che sia “Un bambino davvero speciale”? Se lo è chiesto il Giornalino che regalato ai suoi giovani lettori l’omonimo fumetto-verità (sulla scia di quanto fatto in passato dallo stesso settimanale paolino ma anche da Corriere dei Piccoli e Corriere dei Ragazzi), una storia che affronta senza reticenze la vicenda del piccolo Tommaso. Vittima di una malformazione cerebrale, Tommaso (o Basimbo, come lo chiama il fratello maggiore Checco) mostra sin dalla nascita i segni della diversità. Non cresce come dovrebbe, non risponde normalmente agli stimoli, piange continuamente ed è subito costretto in ospedale per un mese intero. Ma ha “diritto a tutto l’amore” dicono i medici.
Tratta dal libro di Daniela Nardini, la rilettura a fumetti di Sandro Sandri (testi) e Massimo Bertolotti (disegni) ha il pregio di mostrare con lucidità una storia vera senza indulgere nel pietismo anzi mettendo a tema alcune situazioni tipiche dell’inserimento del portatore di handicap in famiglia, a scuola, nella società. E i disagi, perlomeno iniziali, che la condizione di Tommaso crea nei familiari, dall’imbarazzo del fratello Checco di fronte agli amici, all’angoscia dei genitori di fronte alla crudezza del responso medico (“Accettare questo handicap dipende da lei e dalla concezione della vita che ha” dice la neuropsichiatra alla madre) fino ai problemi di natura sociale affrontati quotidianamente, siano le barriere architettoniche o gli sguardi pietistici dei vicini di casa. Arrivando così all’incontro con altri bambini disabili, bambini molto speciali come sottolinea il testo, riempiendo di significati nuovi il termine. Prendono così vita sulla carta Leonardo dalla voce d’angelo e il corpo che non risponde al controllo; oppure la bella Eleonora che parla un linguaggio tutto suo e aggredisce chi non è in grado di capirla.
Quando il fumetto coinvolge senza puntare sulla spettacolarità, garantisce perlomeno uno spazio per riflettere e per acquisire strumenti per affrontare la realtà. E’ il caso di un’altra storia dal sapore didattico, anche un retorica ma comunque apprezzabile anche per la professionalità messa in campo dagli autori (François Corteggiani e Giorgio Cavazzano sono due delle firme più prestigiose dell’attuale panorama Disney). Il protagonista, Guido, è un bambino costretto in carrozzella da una paralisi, eppure deciso a diventare una Giovane Marmotta “proprio come tutti”. Spinto da una notevole forza di volontà e assecondato dalla comprensione spontanea tipica dei bambini, Guido supererà le prove attitudinali meritandosi l’ingresso nel corpo ambientalista per eccellenza. Nessun lieto fine ma anzi una cruda e tragica realtà attende invece il mostruoso protagonista di “Bedlan”, ventesima episodio del serial horror-western Magico Vento. Rinchiuso nelle segrete del dottor Foster, la creatura vive dell’amore della madre, capace di vincere ogni pregiudizio e barriera e per contro, mostra (grazie all’abile sceneggiatura di Manfredi) come per il comune sentire il diverso sia fonte di paura.
Per certi versi più simile all’handicappato enfatizzato, quello che troppo spesso fa notizia in quanto protagonista di un fatto clamoroso, il piccolo Efrem compensa il suo handicap con incredibili doti di chiaroveggenza. Grazie alla facilità con cui entra in contatto con le persone, materializzando le proprie “visioni” sul foglio di carta, il deforme con l’aspetto e il cervello di un bambino di 10 anni sale suo malgrado alla ribalta di un giallo a fumetti come Nick Raider. Claudio Nizzi dà un calcio alle convenzioni sociali quando tratteggia con abilità i giochi erotici che Efrem vorrebbe fare con l’amica prostituta, la vittima del racconto, che lo rifiuta sdegnosamente. Il finale crudo e poetico, ci mostra il piccolo Efrem con la pistola in pugno intento a salvare il poliziotto Raider dall’orco cattivo. Efrem colpirà a morte Raoul ma l’agente della Squadra Omicidi si addosserà l’uccisione per proteggere il piccolo sensitivo dalla galera evitando così che diventi un fenomeno da baraccone.
Lontana dalla retorica, giocata nel segno dell’uguaglianza e rappresentata in maniera giocosa è la diversità di Anna, la ragazza vivace e sbarazzina protagonista del serial animato Anna et ses histories, ventisei episodi della durata di 13 minuti ciascuno firmati dal cartoonist italiano Pierluigi De Mas. Costretta su di una sedia a rotelle, Anna non esita a creare con i suoi amici fantasiose e divertenti storie a ritmo di rap che non risentono della condizione alla quale è costretta. Anzi, la sedia a rotelle sembra quasi il motivo scatenante che permette alla lentigginosa ragazzina di fantasticare ed avvincere così i propri amici.
Immagini forti e crude com’è nella tradizione del porno italiano, che vive spesso di contrasti, il cui accostamento ripetuto induce alla brutalizzazione, accompagnano una vicenda apparsa su “Attualità nera”, che si potrebbe anche far risalire a fatti di cronaca. E’ la vicenda di un gruppo di bambini provenienti dalla ex Yugoslavia, rapiti, seviziati, e costretti a mendicare una volta introdotti in Italia. L’handicap fisico di Silvana è provocato così da far commuovere maggiormente i possibili elargitori.
I bambini nel fumetto non sono rappresentati solo come portatori di handicap, bensì anche come interlocutori del diversabile, che nella loro spontaneità e assenza di pregiudizi riescono a considerare mettendo in crisi il giudizio comune verso l’incomprensibile. Un esempio d’autore è la bambina di Big Man (intenso racconto giocato sul binario del bicromismo da David Mazzucchelli), in grado di stabilire senza sforzo alcuno un rapporto negato al resto della comunità. Per nulla intimorita dal gigantismo del “Gigaa” (come amichevolmente lo chiama), Rebecca anzi si trova a suo agio con quell’essere venuto non si dove, mentre tutto il resto della comunità rurale è in preda a pulsioni nascoste e paure ancestrali. Il risultato è una violenta quanto ingiustificata caccia all’uomo che si alimenta della diffidenza e della paura della diversità.

11. I mostri siamo noi

Non è un caso se la dylandoghiana parafrasi a fumetti del famosissimo Terzo Stato di Pelizza da Volpedo mette sulla tavola un esercito di mostri, deformi e reietti che marcia verso un’ipotetica liberazione dalle convenzioni sociali e dall’estetica comune. Perché il confronto con la diversità, congenita o procurata non fa differenza, è davvero uno dei temi portanti per il personaggio ideato da Tiziano Sclavi ormai assurto al ruolo di icona e non solo giovanile.
Esseri dalla figura repellente, ritardati, deformi, poveri uomini infelici, indifesi e soli: l’universo dylandoghiano è popolato da rifiuti della società spesso così reali da farci dimenticare che ci troviamo sulle pagine di un fumetto. In fondo, cos’ha di tanto strano un mostro che ritorna per raccontare a Dylan la tristezza e lo squallore di un’esistenza da creatura braccata? E che dire di Gnaghi, di Charlie, dei pazienti di Harlech e di tutte le altre creature reiette dal giudizio comune, che di fronte all’Investigatore dell’Incubo sono semplicemente uomini? Come hanno ben sintetizzato Mantegazza e Salvarani, “davanti alla mostruosa deformità del corpo o alla incapibile mostruosità dello spirito, la risposta è sempre la stessa: una profonda, estrema, pietas”.
D’altra parte l’autore non ha mai fatto mistero di essere attratto, anche a causa di vicende personali, dal tema della diversità. “I personaggi che popolano le mie storie non sono persone “normali” ma devianti, “mostri” – ha scritto Sclavi in uno dei rari interventi sul tema – Il professore paralizzato di Phenomena dice: “So che cosa significa essere diverso”. Anch’io mi sono sempre sentito diverso in tutta la mia vita. Capisco che cosa vuol dire vivere nella società senza essere come tutti gli altri. Una parte di noi ha pena per la mostruosità, e una parte di noi capisce che il mostro potremmo essere noi”.
Questa sensibilità è tradotta di peso nell’intera vicenda editoriale dell’Investigatore dell’Incubo, lui stesso un incompreso nonostante il bel faccino alla Rupert Everett, per via di quel mestiere mezzo ghostbuster mezzo Philip Marlowe dell’impossibile nell’ordine della quotidianità. I mostri gli danno da vivere e da qualsiasi angolazione li inquadri, a Dylan i mostri piacciono. Li conosce bene, ne incontra tanti, e nello spazio bianco che separa una vignetta dall’altra offre al lettore, anche al più sprovveduto e indifferente alla visione sclaviana del mondo, la possibilità di guardarli bene in faccia. E interrogarsi. Perché non sono solo streghe e zombi a riempire di incubi la città, ma sempre più spesso è l’orrore che si annida nelle pieghe della “normalità”. D’altra parte non ha detto più volte Sclavi “i mostri siamo noi”?
Basta leggere il serrato dialogo finale de “Il ritorno del mostro” per averne conferma. “Insieme avevano fatto una cosa orribile, dieci anni fa…e tu li chiami gente?” domanda Damien, riferendosi alla scia di “cattivi” che ha ucciso. La risposta di Dylan è secca. “Sì”. “E io? Anch’io sono ‘gente’ per te?” prosegue Damien.”Sì” replica deciso l’Investigatore dell’Incubo.
Il manifesto del sentimento dylanoghiano nei confronti dell’altro è però “Johnny Freak”. Rileggendo questa storia anche i più duri non possono non provare un tuffo al cuore e ricevere una frustata ai pensieri. Debole e indifeso, con i suoi grandi occhioni spalancati, Johnny Freak è la vittima deturpata da interventi chirurgici abominevoli voluti dai suoi stessi genitori alla ricerca di “pezzi di ricambio” per il figlio “normale”. Rifiutato dalla stessa carne che lo ha generato, costretto ai margini della vita, Johnny Freak troverà in Dylan Dog più che un interlocutore, un uomo disposto a non piegarsi alla convenzione di una società che si vorrebbe sempre perfetta. Nasce così una relazione tra pari che porta alla conclusiva scelta d’amore di Johnny, un atto d’amore capace di superare anche l’umano ma inutile desiderio di vendetta, peraltro nascosto tra le pieghe del cuore dell’Investigatore di Craven Road.
Ancora più cruda è la vicenda di Ghor, il bambino nato deforme e rinchiuso in cantina dai genitori. E’ lo stesso Tiziano Sclavi a descrivercelo. “Faccia deforme, più ancora del Quasimodo di Charles Laughton, occhio che scende, pochi ciuffi di capelli, bocca storta, denti animaleschi, storti e disposti su più file (come quelli dei coccodrilli, per intenderci)”. Un corpo straziato e straziante, una “colpa” che i genitori gli fanno scontare trattandolo come un animale, rinchiuso nella cantina di casa, dove “il cibo gli viene portato in ciotole, appunto, da cani”. Il disegno essenziale di Attilio Micheluzzi e la sceneggiatura cruda e tenebrosa di Sclavi, conferiscono alla storia un tono altamente drammatico. Pugnalato a morte, il piccolo Ghor si allontana dalla sua prigione, per finire in un salone dove si sta svolgendo una festa in maschera. Tra gobbi di Notre-Dame, The Elephant man deturpati, l’esserino informe si sente a suo agio. “Ghor… more (…). Ma Ghor è… Felisce, adescio… Ghor ha trovato… Tanti amisci… Come lui Sciolo che… Alora… Sce Ghor è Normale… Mama… papà… Oh, prego… No, fate loro… Sofrire… No ditegli… Che loro è Mostri”. Una finale strappalacrime senza per questo essere retorico. Non è lo stesso Sclavi ad aver affermato in più d’una occasione che “io non sono né Dylan Dog né Groucho. Io sono i mostri”? Che la frase di Sclavi non sia una boutade ma nasconda un manifesto  vero e proprio, è idea rafforzata da alcune constatazioni sui romanzi sclaviani, a partire da Dellamorte Dellamore e Mostri. Nel primo volume, il pard di Rupert Evert/Francesco Dellamorte è Gnaghi, che Sclavi definisce “un minorato fisico e psichico, età indefinibile, espressione ebete e segni particolari: tutti”. E che dire di Mostri (edito nel 1985 da Camunia), in cui si incontra una comunità di pazienti che sembrano direttamente usciti dal film Freaks? Per i duri di cuore (e di mente), a chiarire una volta per tutte il discorso c’è l’albo “Frankenstein!. Il protagonista, anche in questo caso, è una creatura deforme, malata, curata solo con scariche di elettroshock. Il finale in crescendo dell’albo, ce lo rivela figlio ventenne di Corinne, concepito da uno stupro a cui la donna era stata condannata. Frank, il ragazzo, è un terribile assassino, del quale la madre dirà a conclusione dell’avventura: “Era intelligente, una specie di genio. A due anni sapeva già leggere… E poi aveva il potere… Lo usava per far sbocciare i fiori, e regalarmeli… O per parlarmi senza aprire bocca. Già, questo era il ‘mostro’. Lui, non la gente ‘normale’ che dichiara guerra… Non i medici che lasciano morire un poveraccio; perché non ha i soldi per pagarsi un letto… Non tutti quelli che sono mostri dentro… No, era il mio Frank il mostro. E la cosa più tremenda è che capiva di essere… che sapeva di essere anormale”. Un monologo che meglio di tanti discorsi rivela l’esatta Weltanschaung di Dylan e dei suoi autori: i mostri siamo noi”. Se non è del tutto vero – come invece afferma in un suo saggio Stefano Piani9 – che “I freak e i diversi nelle storie di Sclavi, anche i più ribelli e i deformi, sono sempre delle vittime”, è però evidente che per l’autore la mostruosità è una condizione più mentale che fisica.
Questa inclinazione a popolare Dylan Dog di “mostri”, ha condotto l’Investigatore dell’Incubo a diventare portavoce di numerosi problemi della società, il fumetto più ricercato in qualità di testimonial in operazioni di promozione culturale, sociale e civile sparse lungo lo Stivale11. Insieme a Zagor, DD ha partecipato a “Due amici per i disabili”, con il cui ricavato è stato finanziata una comunità alloggio per ragazzi insufficienti mentali. “Un impegno civile al quale abbiamo partecipato con entusiasmo – il commento di Sergio Bonelli dalle colone di una pagina della Posta – Mi fa piacere pensare che, grazie, al successo che riscuotono i nostri personaggi, possiamo far qualcosa per sensibilizzare un vasto pubblico, specie di giovani, a problematiche sociali di cui ci si dimentica troppo spesso”, riferendosi alla collaborazione sancita con l’Anfass (Associazione nazionale famiglie fanciulli e adulti subnormali). Con lo stesso spirito Sergio Bonelli ha consentito la realizzazione del film Dylan Dog e la donna che visse due volte”, cortometraggio amatoriale interpretato da diciotto ragazzi disabili, ospiti dell’Istituto Educativo Assistenziale “S. Giuseppe” di Castelverde (Cremona). Il progetto è frutto di un grande lavoro di gruppo che ha coinvolto ragazzi, educatori e volontari. Il film prende lo spunto dalle avventure dell’Indagatore dell’Incubo (rivedute, corrette e traslocate dalla capitale inglese alla campagna cremonese) e racconta dell’eterna lotta tra il bene e il male, lasciando ampi spazio alle citazioni che vanno da Manzoni a Hitchcook, dai telefilm anni ’70 a X-Festival. Prima di approdare a Rimini, il film ha partecipato alla rassegna nazionale “Festival del Cinema Nuovo”, aggiudicandosi il premio per la miglior sceneggiatura e la menzione speciale della giuria per il miglior attore, Angelo Pezzotta nella parte di Dylan Dog. Attualmente è in lavorazione una seconda pellicola interpreta dallo stesso gruppo di ragazzi.

11. L come Letteratura disegnata (nella rappresentazione dell’handicap)

Ormai è assodato esiste una letteratura scritta e una letteratura disegnata. Sul senso da dare a questo secondo termine, si è raggiunto un sentore comune, almeno nel mondo del fumetto.
La definizione di letteratura disegnata è legata a Hugo Pratt, il papà di Corto Maltese, che amava parlare in questi termini del fumetto, sottolineandone il valore letterario e la propensione alla narrazione. Lo stesso Pratt fu un grande narratore in grado di raccontare, con incredibile fascino, usando stili grafici semplici e raffinati, in un’estrema sintesi del tratto che narra. Nonostante questo, la definizione del concetto di fumetto come forma narrativa e artistica non è stata ancora pienamente assimilata. C’è un handicap che accompagna la definizione di fumetto come letteratura disegnata, anzi qualche problema l’abbiamo già con la definizione di fumetto (si veda la lettera F di questo dizionario).
Nonostante questo aspetto, per certi versi preliminare, non deve sfuggire che la letteratura sia essa disegnata o no, ha un grande compito riguardo alla rappresentazione dell’handicap. Essa può fornire all’immaginario collettivo una visione corretta oppure distorta dell’handicap e questa visione, prima ancora della menomazione o della sua percezione soggettiva, è fonte di disagio o di sofferenza per chi si trova in situazione di svantaggio, di deficit o diversabilità.
La conoscenza dell’handicap attraverso testi scientifici è, per certi versi, imprescindibile anche se attraverso il necessario processo di generalizzazione, di ricerca di una costante, di una media statistica, si rischia di perdere contatto con la vita vissuta, con l’individualità, con la irriducibile ricchezza della singolarità, del mistero racchiuso in ogni esperienza ed esistenza. Da questo punto di vista la letteratura può fornire straordinari strumenti d’indagine e di conoscenza, che trovano le loro radici nella narrazione, in un sapere narrativo, profondamente illuminante e certamente complementare del pur necessario sapere scientifico.
La letteratura da un contributo determinante alla conoscenza e all’indagine sull’handicap e, più in generale, sulla diversità. Crea scenari, scandaglia sensibilità, lumeggia tratti di situazioni, suggerisce percorsi, favorisce l’identificazione con il personaggio fornendo ipotesi di risposta ai problemi che si vanno via via creando. Fornisce una conoscenza vicaria, che stimola riflessione e aiuta nella crescita allargando l’ambito della conoscenza.
In questo percorso un posto principe spetta alla letteratura per l’infanzia, ai romanzi di formazione, ad alcune opere particolarmente elaborate di letteratura disegnata. Da questo punto di vista la relativa giovane età della letteratura disegnata (poco più di cento anni) riduce di un poco le possibilità del fumetto rispetto ad altre forme letterarie. La letteratura, ad un’analisi storica comparativa, risulta assumere anche uno splendido valore documentario rispetto al sentire comune, alla rappresentazione dell’handicap, all’influenza di stereotipi e pregiudizi.
Da un punto di vista storico l’Ottocento letterario mostra un qualche interesse per la rappresentazione dell’handicap, acquistando una particolare consapevolezza rispetto alla sua natura di “problema sociale”. Anche nei fumetti dei primordi si scopre qualche accenno di questo genere. La descrizione dell’handicap e dei suoi addentellati ha creato la consapevolezza della possibilità, prima, e della necessità, dopo, di prevenire la disabilità, di curare chi ne è colpito. Il disabile non è in grado di pensare, in totale autonomia, alla propria sopravvivenza; e in periodo in cui la capacità produttiva iniziava a divenire metro di giudizio, il valore di una persona rischia di essere strettamente correlato alla sua capacità produttiva ingenerando ulteriore marginalità.
Charles Dickens e Victor Hugo, assieme a Hans Christian Andersen hanno descritto questi processi, narrato storie facendo intravedere la possibilità di schierarsi dalla parte dei più deboli. Anche Collodi, con il suo Pinocchio, ha aperto qualche pista di riflessione mettendo sul piatto la rappresentazione dell’infanzia come handicap.
Se nell’Ottocento la letteratura ha svolto nei confronti dell’handicap una funzione di denunzia e al contempo di sensibilizzazione, creando e alimentando una sensibilità più articolata nei confronti della diversità, nel Novecento la letteratura si concentra sulla rappresentazione di come l’handicappato, il diverso, il non-normale si percepisce. C’è anche un filone che riflette sulle relazioni tra normalità e anormalità, giocando sul doppio, sull’ambiguità ma anche sulla ricerca di un’armonia sempre meno a portata di mano. È da queste premesse che vari generi si sono confrontati con il tema della diversità e del limite, prendendo in considerazione registri fino allora impensabili come quello comico o dell’ironia.
Nel mondo della letteratura disegnata si è passati dall’epica dell’eroe alla beatificazione dell’antieroe. Si è mostrato con libertà e sagacia, il limite, la diversità, l’handicap fisico e psichico. Si è superato prima che in altre modalità di rappresentazione dell’handicap, il bisogno di normalizzazione. Si è data visibilità al diverso per quel che è, per quel che porta, lo si è anche rappresentato con superficialità. Sarebbe disonesto negarlo. Anche la letteratura disegnata è stata incline all’uso dello stereotipo (fosse anche solo quello grafico della carrozzella) per narrare dell’handicappato. Il suo alto bisogno di spettacolarizzazione non ha disdegnato di offrire soluzioni miracolistiche per casi irreversibili. Ha, a volte, frainteso il discorso sull’handicap normalità, negando la sua diversità, in ultima analisi la sua specificità. Certo è che ha saputo narrare con perizia storie difficili come quella d’epilessia descritta da David B. in Cronache del grande male o nelle riletture de Lo strano caso del dott. Jekill e del Sig. Hide operate da Dino Battaglia e da Lorenzo Mattotti.
La letteratura disegnata ha anche accompagnato il delicato passaggio dal bisogno di normalità al concetto di diversabilità, di esistenze al plurale. Tutto sommato un contributo non indifferente.

10. I come Integrazione

La parabola dei mutati nelle avventure di Nathan Never rappresenta un ottimo esempio del percorso dall’esclusione all’integrazione. Un discorso articolato che argomenta ciò che in altri fumetti è solo intuizione o aspirazione.
Cronache dal futuro. 2076. “Il governo federale terrestre decide di vietare la produzione di esseri artificiali creati in laboratorio e destinati ai lavori più umili. Questi esseri nati dagli esperimenti genetici degli anni 2030, vengono chiamati Mutati e hanno la caratteristica di avere gli occhi neri e le pupille bianche. Inoltre ognuno di loro possiede arti e attributi fisici differenti, a secondo del lavoro al quale è destinato. La progenie di questi mutati continua ad avere le stesse caratteristiche dei genitori e vive con loro al primo livello della città, dove si assiepa la maggior parte dei rappresentanti di quella che a tutti gli effetti è una nova razza di derelitti”.
Le date sembrano relativamente vicine per noi proiettati nel terzo millennio anche se la data reale, calcolata con il nostro calendario, sarebbe il 2154 ovvero il 2076 del Nuovo Calendario, datazione in uso nelle avventure di Nathan Never , la fantascienza italiana a fumetti.
Cronache di un futuro quindi ancora lontano ma, come sempre accade nella migliore fantascienza, il futuro si avvicina al presente grazie alla lettura metaforica. Nel nostro futuro “bonelliano” ci attendono dosi massicce di progresso tecnologico (di cui stiamo già facendo esperienza nella realtà), stazioni orbitanti nello spazio, abitabili e abitate, inquinamento all’ennesima potenza, la sostanziale scomparsa della carta (notizia che provoca in molti contemporanei profonda tristezza) e lo strapotere mediatico.
Le città si trasformano in quelle tecnopoli molto care all’estetica del postmoderno, megalopoli tecnologiche difficili da governare dove a fianco della polizia corrotta sono cresciute agenzie private, come l’Agenzia Alfa, humus dove si muovono Nathan Never e gli altri comprimari della serie.
In questa società tra futuro e futuribile non mancano le categorie marginali, gli esclusi, nuovi handicappati tecnologici, portatori di una diversità che ben si sposa con la contemporanea definizione di diversabiltà, portatori di un’alterità biologica e sociologica: i mutati, esseri artificiali creati in laboratorio allo scopo di svolgere i compiti più pesanti e nelle condizioni climatiche più estreme, come apprendiamo nel secondo episodio della serie.
L’impatto del lettore con la categoria dei mutati è segnato dall’ambiguità. Se la descrizione fisica crea una sensazione di empatica tristezza (lo sguardo quasi perso nel vuoto, pupille bianche, le orecchie a punta quasi un futuribile elfo), il ruolo impersonato dal mutato è quello del cattivo. Anche l’approccio descrittivo è inquietante. Prima del corpo a corpo tra Nathan Never e un mutato, un losco personaggio avvisa l’agente speciale e il lettore che “i mutati non conoscono le buone maniere!” . I mutati non sono solo diversi, profondamente diversi, ma anche cattivi!
Ed è forse questo il motivo per cui vengono relegati al primo piano delle città (in quel futuro le città si estendono babelicamente verso il cielo, con l’unico inquietante risultato di creare veri e propri gironi danteschi persi nelle viscere della terra). Con queste premesse il primo livello diviene presto sinonimo (e in parte realtà) di degrado, illegalità, microcriminalità, terra dove vige la legge del più forte. Su queste basi si costruisce il pregiudizio razziale, la marginalità e contestualmente la coscienza della diversità, il bisogno e la volontà di riscatto.
Nell’evoluzione delle avventure di Nathan Never, dieci mesi dopo il primo episodio, troviamo il nostro eroe in azione nelle fondamenta della città, al primo livello, fra mutati di varia umanità e esseri umani di spietata disumanità. Inizia il gioco delle parti, così ben conosciuto nella rappresentazione dell’alterità in Dylan Dog.
E mentre il cattivo di turno, Franz Hoenzoller, politico intollerante, propone una legge che vieta e stabilisce come reato penale l’unione tra appartenenti a razze diverse , il figlio di una famiglia del sesto livello (benestanti, seppur sopra di loro esiste un settimo livello) Hans Schneider, si unisce al movimento dei mutati che chiede il riconoscimento dei diritti fondamentali per questa pseudo-razza. Di più. Innamorato di una mutata si batte per la parità dei diritti fra le due razze.
Le avventure di Nathan Never che vedono coinvolti i mutati sono metafora interrazziale con qualche debito ai discorsi sulla marginalità e sull’handicap. E questo siano i mutati buoni o cattivi, in lotta per il riconoscimento dei propri diritti o in distruttiva rivolta contro il resto del mondo, tristemente melanconici in cerca di normalità e integrazione, fieramente antagonisti o ben inseriti tra le reti di associazioni criminali. Non si disdegna uno sguardo benevolo verso i mutati che, progressivamente nella serie, assumono sempre più valenze positive, forse anche in considerazione della loro sostanziale simpatia. Può non attrarre simpatia chi nasce, suo malgrado, destinato alla schiavitù e poi diviene obsoleto per la produzione di robot sempre più resistenti e sofisticati?
Simpatia che raggiunge i mutati come singoli e come gruppo sociale. Non solo. Dopo tante avventure la parabola dei mutati sembra avere un’evoluzione definitiva nella figura di Branko, un gigantesco umanoide, il primo (resterà l’unico?) mutato che entra a far parte dell’Agenzia Alfa.
Branko fa la sua apparizione in una rischiosa azione terroristica messa in opera da un fantomatico “Gruppo di Liberazione dei Mutati” . Un dirottamento di uno shuttle in navigazione verso la luna; shuttle dove, naturalmente, è imbarcato Nathan Never.
Branko è un mutato cattivo, o incattivito dalla situazione, che viene arrestato dopo una lotta furibonda con Nathan Never. Il dirottamento compiuto dal suo gruppo si risolve in una carneficina e un paio d’anni dopo , troviamo Branko in un carcere di Luna City, un penitenziario di massima sicurezza.
Lo troviamo cambiato, più riflessivo, perplesso di fronte alla scelta della violenza per la rivendicazione dei diritti dei mutati. Perplessità che si tramuta in sfiducia e che attraverso una serie di avventure vissute fianco a fianco con Nathan Never, diviene certezza in una nuova modalità di far valere i propri diritti attraverso una solidarietà positiva e una ritrovata fiducia nella legge, impersonata dall’Agenzia Alfa. Da questo percorso Branko esce moralmente rinforzato, anche se il prezzo pagato è altissimo: compagni trucidati, la donna che ama uccisa. L’ideale, per quanto tragico, per iniziare una nuova vita: dal rinnegamento della lotta armata per la liberazione dei mutati all’integrazione paritaria, cruda e insperata vittoria della lotta per il riconoscimento dei diritti dei mutati.
Una parabola che coniugata secondo gli stilemi dell’avventura non si arena sulle sponde del dolciastro ma è accompagnata da un retrogusto amaro che si accompagna con la realtà e le fatiche della vita.
La parabola di Branko racchiude simbolicamente il percorso dei mutati nel mondo futuribile di Nathan Never. Branko, ormai cosciente che la violenza non è la via giusta per l’integrazione, approda all’Agenzia Alfa che diviene sempre più una sorta di grande famiglia allargata, tollerante e sensibile alla diversità, intesa come portatrice di diverse abilità componibili per un unico scopo.
Un percorso quello di Branko che non si compie solo in una direzione, lo stesso Nathan Never (e i lettori con lui) ha l’occasione di riflettere sull’alterità, sulla diversità e sulle degenerazioni del razzismo in ogni sua coniugazione.
“Purtroppo la razza umana non ha ancora capito che per riuscire a convivere in pace con se stessa, deve prima imparare a farlo con chi è diverso” considera amaramente Nathan Never nel corso dell’avventura in cui Branko diviene da antagonista a socio .
Un futuro, quello della serie, dove la convivenza con la diversità, anche estrema, risulta essere una chiave di lettura del reale. Un futuro dove la tecnologia crea razze, dove esistono robot e automi che hanno sviluppato una sorta di autocoscienza, dove ci sono esseri biomeccanici, con parti costituite da una sorta di metallo vivente, dove convivono homo sapiens e la loro evoluzione: i super sapiens, dove troviamo un popolo di tristi e variopinti freaks nati da mutazioni causate da virus e perverse sperimentazioni. Un mondo sempre in bilico tra egoismo e altruismo, tra integrazione pacifica e lotta per la supremazia, un mondo non molto dissimile dal nostro dove non sempre è facile districarsi tra concetti labili come normalità e devianza, un mondo sempre più al plurale.