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Autore: admin

R come Rat-man

Sfortunato. Limitato. Imbranato. Indelicato. Un topo si aggira fra le pagine del fumetto italiano e non è il noto roditore americano. Il suo nome non brilla per fantasia ma la sua parabola ha dello stupefacente. Premi, riconoscimenti, attestati di stima hanno fatto di Rat-man e di Leo Ortolani, il suo alter ego di carne, creatore e disegnatore, il fenomeno fumettistico della seconda metà degli anni Novanta. Un’idea del fenomeno è data dagli ultimi riconoscimenti avuti da Leo Ortolani. All’interno del noto Cartoon on the Bay, festival internazionale dell’animazione televisiva tenutosi a Positano (Na) nell’aprile dello scorso anno, Ortolani ha ricevuto il Pulcinella Net Award, premio per il miglior filmato d’animazione presentato per il web: un filmato di soli 3 minuti legato alla sua serie fumettistica Venerdì 12. Mentre Rat-man, il personaggio per antonomasia di Ortolani, ha vinto le elezioni del fumetto svoltesi nel gennaio 2001 nelle fumetterie di tutt’Italia. 5600 voti che hanno permesso al topo outsider di sbancare ogni pronostico surclassando personaggi quotati come Tex Willer, Lupo Alberto, e Alan Ford. A questo successo è seguita una dichiarazione che bene delinea l’orizzonte del nostro eroe: “Il successo non mi ha dato alla testa. Resto il semplice ragazzo di Betlemme che tutti conoscono”.
È la rivincita della marginalità, del disadattato, del perennemente fuori tempo e fuori luogo che s’impone come paradigma.
Rat-man è un personaggio a fumetti che utilizza tutti i registri dell’umorismo, dall’ironia al sarcasmo, dal sorriso solare allo sghignazzo più indecoroso. È un eroe da fumetto in cui è impossibile identificarsi eppure possiede una forza magnetica, capace di attrarre simpatia e attenzione, dedizione e smisurato senso di piacere.
Le origini di Rat-man, inquietante topo con la faccia da scimmia, sono narrate nella sua prima comparsa nel mondo dei fumetti: “Una misteriosa figura si aggira, senza pace per i vincoli della città…fruga tra le ombre della notte, come per trovare un significato alla sua esistenza…Mentre i ricordi tornano alla sua infanzia, segnata da un doloroso ricordo…quando perse entrambi i genitori ad una svendita in un grande magazzino” (1).
Rat-man nasce come un guastatore del mondo dei fumetti. Il suo genere preferito, sempre praticato, è quello della parodia. Assumendo questo registro appare sulla fanzine Made in U.S.A. e sul mensile Star Comix, dopo una fugace comparsa su di un supplemento de L’Eternauta. Siamo nel 1992 e il simpatico topo, nato nel 1989, viene presentato come una sorta di scimmiottatura di Batman. La parodia è un genere rischioso e difficile da gestire, Ortolani (2) riesce splendidamente nel suo intento anche grazie a una notevolissima conoscenza del mondo dei fumetti, soprattutto l’universo supereroistico americano, delle sue strategie e strutture narrative. Ortolani non si limita semplicemente a giocare con un soggetto prefissato, a mettere in ridicolo tic e manie di questo o quel personaggio o di un genere. Inserendo nel suo fumetto elementi tipici delle strutture narrative della Marvel degli anni d’oro, quella del duo Stan Lee e Jack Kirby, compie un’operazione più complessa.
Ortolani si rivela abilissimo a utilizzare stilemi, linguaggio, ritmi narrativi, enfasi dei dialoghi tipici della Marvel all’interno del suo fumetto ora ironico, ora parodistico, sempre esuberante e ad alto tasso di divertimento. Ma non solo. Ad Ortolani riesce un’operazione che gli permetterà, negli anni, di raggiungere un pubblico molto vasto. Grazie a una connaturata vena umoristica ben coniugata con quella parodistica, infarcisce le sue storie di una serie di dettagli buffi e spassosissime trovate. Questo permette diversi livelli di lettura dei suoi fumetti. La sua alchimia di elementi funziona perché riesce ad appassionare e a divertire l’impenitente lettore appassionato di fumetti superoistici americani e, contestualmente, anche colui che ne è quasi digiuno. Se ci sono sfumature che alcuni lettori possono cogliere, queste si presentano solo ad un livello d’approfondimento; resta uno strato base umoristico percepibile da tutti. È forse questa formula che ha consentito un successo così vasto della saga di Rat-man: un fumetto umoristico di grana fina, fatto di sfumature.
Rat-man comincia la sua avventura decidendo di indossare un costume e di combattere il crimine. Un inizio usuale per i supereroi anche se per quanto riguarda Rat-man non solo non conosciamo la sua identità segreta ma questa sembra non esistere; di lui non si sa nulla, neanche il nome. Nella sua esistenza tutto sembra essere in deficit, dal nome all’intelligenza, dall’arguzia alla prestanza fisica. Un fragilissimo monumento di inettitudine che si mostrerà assolutamente tenace nella sua lotta per la sopravvivenza, il diritto di esistere: sfortunato, magrolino, un po’ stupido, marginale.
Una marginalità che si sposa con la dimensione del sogno. Rat-man sogna di essere un supereroe (inconsapevole della formula dei fumetti supereroistici degli anni Sessanta: supereroi con superproblemi). In preda a questo suo sogno, quasi un delirio, non riesce neanche ad organizzare una strategia efficace di costruzione del suo sogno. Si concentra disperatamente sui dettagli. Primo fra tutti sul costume (essenza del supereroe da fumetto). Sappiamo che in questa annosa e strategica scelta un postino avrà un ruolo fondamentale nella costruzione della sua identità d’eroe. Busserà alla porta mentre il nostro è dilaniato intorno alla scelta del simbolo d’associare alla sua personale lotta contro il male: il postino gli consegnò una copia di Topolino e… il resto è storia!
Il gioco dei rimandi, fumettistici e non, nasce con Rat-man che come iniziale parodia di Batman assume i tratti tipici dell’eroe della DC Comics: vive in un lussuoso maniero con un maggiordomo, ha perso entrambi i genitori, con un costume maschera la sua identità. Un clone di Batman? Forse. Certo, nella prima avventura appare un avversario di Rat-man che è un evidente omaggio al Joker, eterno antagonista di Batman, un tragicomico personaggio dal nome: il Buffone. Personaggio che immetterà sulla scena Topin, il topo meraviglia, un’evidente analogia con Robin, ma già dalla seconda avventura gli scenari si fanno diversi. Compare il Ragno, un aracnide vero che dopo un morso radioattivo assume caratteri umani: avidità, egoismo, spietatezza. Seguono la vera storia del dottor Destino, ex-monaco perseguitato da un Rat-man in grande forma. Quindi le riletture di Wolverine o Elektra, la letale ninja. Ortolani con il tempo diviene un fiume in piena e mette a fuoco la sua poetica riuscendo ad assimilare e a riproporre personaggi e linguaggi pescando dal mondo dei fumetti, dal cinema o dalla televisione, senza scordare la letteratura. Da collante il temibile Rat-man.
Ecco allora The R-File oppure Il Grande Ratzinga. In Operazione Geode troviamo un ratto agente segreto che arriva dritto dritto dai romanzi di Jan Fleming supportati dalla versione cinematografica delle avventure di 007. Ortolani lavora con sagacia sia sui testi sia sulla grafica rendendo espliciti omaggi. Arriva a donare consapevolezza ai suoi personaggi attraverso lo sguardo in camera caro ai cartoni della Warner. Mostra il dialogo con il lettore ma anche con il disegnatore oppure un personaggio disincantato che assalito dalle domande di Rat-man replica: “Non lo so! La prossima volta fatti fare un giornalino più lungo”.
Rat-man e il suo autore, grazie alla gustosa, formula ne hanno fatta di strada. Partiti con le autoproduzioni sono approdati alla Marvel Italia, grazie alla lungimiranza di qualche redattore dotato di una buona dose di autoironia aziendale. È, infatti, nel 1995 che Ortolani lancia la testata autoprodotta Rat-man incontrando favore e fiducia prima delle Edizioni Foxtrot di Marcello Toninelli, quindi delle Edizioni Bande Dessinée e infine della Marvel, che stampa e distribuisce la testata Rat-man completamente prodotta da Ortolani. Con Rat-man collection la Marvel riunisce tutta la produzione di Ortolani aggiungendo alle esilaranti avventure di Rat-man altre serie sempre della produzione di Ortolani (3). E di ristampa in ristampa, esaurite le scorte di Rat-man collection, ecco la nuova ristampa integrale delle avventure del nostro eroe subnormale, in edicola alternandosi alle avventure inedite appare Tutto Rat-man.
Successo e fama per un topino piccolo, piccolo con un dono grande: sa far ridere di sé, delle proprie sconfitte, delle proprie disgrazie. Non è da tutti!

NOTE

1 Leo Ortolani, Tutto Rat-man n.1, Panini comics, 2002.
2 Leo Ortolani è il padre, padrone e creatore di Rat-man.
3 serie come Venerdì 12 o L’ultima Burba, striscia autobiografica dove l’autore racconta le disavventure dei militari di leva.

stupefacente. Premi, riconoscimenti, attestati di stima hanno fatto di Rat-man e di Leo Ortolani, il suo alter ego di carne, creatore e disegnatore, il fenomeno fumettistico della seconda metà degli anni Novanta. Un’idea del fenomeno è data dagli ultimi riconoscimenti avuti da Leo Ortolani. All’interno del noto Cartoon on the Bay, festival internazionale dell’animazione televisiva tenutosi a Positano (Na) nell’aprile dello scorso anno, Ortolani ha ricevuto il Pulcinella Net Award, premio per il miglior filmato d’animazione presentato per il web: un filmato di soli 3 minuti legato alla sua serie fumettistica Venerdì 12. Mentre Rat-man, il personaggio per antonomasia di Ortolani, ha vinto le elezioni del fumetto svoltesi nel gennaio 2001 nelle fumetterie di tutt’Italia. 5600 voti che hanno permesso al topo outsider di sbancare ogni pronostico surclassando personaggi quotati come Tex Willer, Lupo Alberto, e Alan Ford. A questo successo è seguita una dichiarazione che bene delinea l’orizzonte del nostro eroe: “Il successo non mi ha dato alla testa. Resto il semplice ragazzo di Betlemme che tutti conoscono”.
È la rivincita della marginalità, del disadattato, del perennemente fuori tempo e fuori luogo che s’impone come paradigma.
Rat-man è un personaggio a fumetti che utilizza tutti i registri dell’umorismo, dall’ironia al sarcasmo, dal sorriso solare allo sghignazzo più indecoroso. È un eroe da fumetto in cui è impossibile identificarsi eppure possiede una forza magnetica, capace di attrarre simpatia e attenzione, dedizione e smisurato senso di piacere.
Le origini di Rat-man, inquietante topo con la faccia da scimmia, sono narrate nella sua prima comparsa nel mondo dei fumetti: “Una misteriosa figura si aggira, senza pace per i vincoli della città…fruga tra le ombre della notte, come per trovare un significato alla sua esistenza…Mentre i ricordi tornano alla sua infanzia, segnata da un doloroso ricordo…quando perse entrambi i genitori ad una svendita in un grande magazzino” (1).
Rat-man nasce come un guastatore del mondo dei fumetti. Il suo genere preferito, sempre praticato, è quello della parodia. Assumendo questo registro appare sulla fanzine Made in U.S.A. e sul mensile Star Comix, dopo una fugace comparsa su di un supplemento de L’Eternauta. Siamo nel 1992 e il simpatico topo, nato nel 1989, viene presentato come una sorta di scimmiottatura di Batman. La parodia è un genere rischioso e difficile da gestire, Ortolani (2) riesce splendidamente nel suo intento anche grazie a una notevolissima conoscenza del mondo dei fumetti, soprattutto l’universo supereroistico americano, delle sue strategie e strutture narrative. Ortolani non si limita semplicemente a giocare con un soggetto prefissato, a mettere in ridicolo tic e manie di questo o quel personaggio o di un genere. Inserendo nel suo fumetto elementi tipici delle strutture narrative della Marvel degli anni d’oro, quella del duo Stan Lee e Jack Kirby, compie un’operazione più complessa.
Ortolani si rivela abilissimo a utilizzare stilemi, linguaggio, ritmi narrativi, enfasi dei dialoghi tipici della Marvel all’interno del suo fumetto ora ironico, ora parodistico, sempre esuberante e ad alto tasso di divertimento. Ma non solo. Ad Ortolani riesce un’operazione che gli permetterà, negli anni, di raggiungere un pubblico molto vasto. Grazie a una connaturata vena umoristica ben coniugata con quella parodistica, infarcisce le sue storie di una serie di dettagli buffi e spassosissime trovate. Questo permette diversi livelli di lettura dei suoi fumetti. La sua alchimia di elementi funziona perché riesce ad appassionare e a divertire l’impenitente lettore appassionato di fumetti superoistici americani e, contestualmente, anche colui che ne è quasi digiuno. Se ci sono sfumature che alcuni lettori possono cogliere, queste si presentano solo ad un livello d’approfondimento; resta uno strato base umoristico percepibile da tutti. È forse questa formula che ha consentito un successo così vasto della saga di Rat-man: un fumetto umoristico di grana fina, fatto di sfumature.
Rat-man comincia la sua avventura decidendo di indossare un costume e di combattere il crimine. Un inizio usuale per i supereroi anche se per quanto riguarda Rat-man non solo non conosciamo la sua identità segreta ma questa sembra non esistere; di lui non si sa nulla, neanche il nome. Nella sua esistenza tutto sembra essere in deficit, dal nome all’intelligenza, dall’arguzia alla prestanza fisica. Un fragilissimo monumento di inettitudine che si mostrerà assolutamente tenace nella sua lotta per la sopravvivenza, il diritto di esistere: sfortunato, magrolino, un po’ stupido, marginale.
Una marginalità che si sposa con la dimensione del sogno. Rat-man sogna di essere un supereroe (inconsapevole della formula dei fumetti supereroistici degli anni Sessanta: supereroi con superproblemi). In preda a questo suo sogno, quasi un delirio, non riesce neanche ad organizzare una strategia efficace di costruzione del suo sogno. Si concentra disperatamente sui dettagli. Primo fra tutti sul costume (essenza del supereroe da fumetto). Sappiamo che in questa annosa e strategica scelta un postino avrà un ruolo fondamentale nella costruzione della sua identità d’eroe. Busserà alla porta mentre il nostro è dilaniato intorno alla scelta del simbolo d’associare alla sua personale lotta contro il male: il postino gli consegnò una copia di Topolino e… il resto è storia!
Il gioco dei rimandi, fumettistici e non, nasce con Rat-man che come iniziale parodia di Batman assume i tratti tipici dell’eroe della DC Comics: vive in un lussuoso maniero con un maggiordomo, ha perso entrambi i genitori, con un costume maschera la sua identità. Un clone di Batman? Forse. Certo, nella prima avventura appare un avversario di Rat-man che è un evidente omaggio al Joker, eterno antagonista di Batman, un tragicomico personaggio dal nome: il Buffone. Personaggio che immetterà sulla scena Topin, il topo meraviglia, un’evidente analogia con Robin, ma già dalla seconda avventura gli scenari si fanno diversi. Compare il Ragno, un aracnide vero che dopo un morso radioattivo assume caratteri umani: avidità, egoismo, spietatezza. Seguono la vera storia del dottor Destino, ex-monaco perseguitato da un Rat-man in grande forma. Quindi le riletture di Wolverine o Elektra, la letale ninja. Ortolani con il tempo diviene un fiume in piena e mette a fuoco la sua poetica riuscendo ad assimilare e a riproporre personaggi e linguaggi pescando dal mondo dei fumetti, dal cinema o dalla televisione, senza scordare la letteratura. Da collante il temibile Rat-man.
Ecco allora The R-File oppure Il Grande Ratzinga. In Operazione Geode troviamo un ratto agente segreto che arriva dritto dritto dai romanzi di Jan Fleming supportati dalla versione cinematografica delle avventure di 007. Ortolani lavora con sagacia sia sui testi sia sulla grafica rendendo espliciti omaggi. Arriva a donare consapevolezza ai suoi personaggi attraverso lo sguardo in camera caro ai cartoni della Warner. Mostra il dialogo con il lettore ma anche con il disegnatore oppure un personaggio disincantato che assalito dalle domande di Rat-man replica: “Non lo so! La prossima volta fatti fare un giornalino più lungo”.
Rat-man e il suo autore, grazie alla gustosa, formula ne hanno fatta di strada. Partiti con le autoproduzioni sono approdati alla Marvel Italia, grazie alla lungimiranza di qualche redattore dotato di una buona dose di autoironia aziendale. È, infatti, nel 1995 che Ortolani lancia la testata autoprodotta Rat-man incontrando favore e fiducia prima delle Edizioni Foxtrot di Marcello Toninelli, quindi delle Edizioni Bande Dessinée e infine della Marvel, che stampa e distribuisce la testata Rat-man completamente prodotta da Ortolani. Con Rat-man collection la Marvel riunisce tutta la produzione di Ortolani aggiungendo alle esilaranti avventure di Rat-man altre serie sempre della produzione di Ortolani (3). E di ristampa in ristampa, esaurite le scorte di Rat-man collection, ecco la nuova ristampa integrale delle avventure del nostro eroe subnormale, in edicola alternandosi alle avventure inedite appare Tutto Rat-man.
Successo e fama per un topino piccolo, piccolo con un dono grande: sa far ridere di sé, delle proprie sconfitte, delle proprie disgrazie. Non è da tutti!

NOTE

1 Leo Ortolani, Tutto Rat-man n.1, Panini comics, 2002.
2 Leo Ortolani è il padre, padrone e creatore di Rat-man.
3 serie come Venerdì 12 o L’ultima Burba, striscia autobiografica dove l’autore racconta le disavventure dei militari di leva.

Q come Quore (il fumetto per l’handicap)

C’è un cuore pulsante, un cuore diverso non solo muscolo, non solo carne. Un cuore che batte nel mondo del fumetto. Una empatica vicinanza alle ragioni del cuore di pascaliana memoria. Una metafora.
È il fumetto che si mette in prima fila per rendere ragione delle sue convinzioni profonde. È il fumetto che esplicitamente si schiera, è il linguaggio-fumetto che mostra la sua efficacia e si veste da testimonial. Campagne sociali dove i personaggi a fumetti richiamano attenzione, mettono in gioco il loro physique du rôle. Ecco Dylan Dog che appare sul manifesto disegnato da Claudio Villa per sostenere una campagna di aiuto a favore degli alluvionati del Piemonte ( ) oppure ripetere da un manifesto “ne’ eroe ne’ eroina” sotto un esplicativo droga out. Martin Mystère e Lupo Alberto con l’apporto delle Giovani Marmotte disneyane si dedicano all’ambiente ( ). E poi tabacco, alcool, AIDS, diritti dei minori, diritti degli animali ( ).
Il fumetto, sempre in prima fila, mostra il suo cuore che per il mondo dei disabili non poteva che essere un cuore con la q. Campagna contro ciò che il comune sentire, che la cosiddetta normalità percepisce come una sorta d’errore.
Già nel 1955 il disegnatore statunitense Al Capp, contrazione dietro cui si celava il disegnatore Alfred Gerald Caplin, realizza un’avventura del suo celeberrimo Li’l Abner, simpatico beffeggiatore della società americana, dove si sottolineava il bisogno di un supporto psicologico e fattivo agli handicappati che tendevano ad autoescludersi dalla vita sociale (che ci metteva del suo naturalmente!). Una bella storia dove il sorriso si faceva amare e l’umorismo lieve.
Anche la Sergio Bonelli Editore ha schierato due sue personaggi di punta come testimonial per l’handicap, mentre le sue storie (da Dylan Dog a Nathan Never passando per Magico Vento e Nick Raider) non mancano di sfiorare, toccare, approfondire il tema della diversità, del limite, della rappresentazione dell’handicap. I due personaggi sono Dylan Dog e Zagor diventati, nel 1993, in una mostra “Due amici per i disabili”. Alla mostra organizzata in collaborazione con l’ANFASS (Associazione nazionale famiglie e fanciulli e adulti subnormali) era collegata la raccolta di fondi per il progetto di realizzare una comunità alloggio per ragazzi insufficienti mentali. Il manifesto della mostra realizzato da Claudio Villa è divenuto, qualche anno più tardi, anche la copertina del volume Diversabili. Figli di una nuvola Minore? editato da Cartoon Club nel 2001, in parallelo alla mostra su fumetto e handicap tenutasi a Rimini in quella stessa estate.
Interessantissima anche la riflessione del Centro emiliano problemi sociali per la trismoia 21, intorno all’utilizzo del fumetto come testimonial in campagne informative sul handicap ( ). Riflessione che ha trovato un suo sbocco anche nella creazione di un personaggio a fumetti, Colla (il cromosoma 47 responsabile della sindrome di Down), protagonista di un opuscolo ( ) che mostra la vita di un bambino con un cromosoma in più.
La rivista DM dell’Uildm (Unione Italia lotta alla distrofia muscolare) ha praticato la strada dell’umorismo per informare (e formare). Ha creato la campagna “Sorridere si può”, cui hanno aderito schiere di disegnatori umoristici da Altan a Bozzetto, Chaippori, Gianelli, Giuliano, Cavandoli, Silver, Novelli e per cui sono state recuperate vignette di Bonvi, Jacovitti, Quino, Mordillo. La sintesi fulminante di una vignetta, di una battuta per dire il mondo dell’handicap ha rappresentato un’idea vincente. Infatti, l’iniziativa ha avuto grande successo e si è articolata nella realizzazione di calendari e magliette, oltre che alla pubblicazione sulla rivista. Un invito alla riflessione fatto sorridendo.
Sempre la UILDM ha lanciato quest’anno una nuova campagna di sensibilizzazione utilizzando il cinema d’animazione, campagna dal titolo: Muscoli di cartone. Tre brevi cartoni animati (30- 40 secondi l’uno) di forte impatto, simpatici, limpidamente comprensibili nei contenuti. All’iniziativa hanno prestato la voce due noti personaggi televisivi: Fabrizio Frizzi e Claudio Bisio. Di due dei tre cartoni è stata anche realizzata una versione sonoro per le radio. Alla regia dell’operazione la fertile redazione di DM con la collaborazione di Silvio Pautasso e Giorgio Valentini, che hanno curato la realizzazione dei cartoni animati.
Un ammasso di forza e sensibilità è il personaggio Concrete creato da Paul Chadwick, che è nato con un futuro da testimonial già tracciato. Le sue storie hanno il loro perno nella diversità e nell’ecologia, e Concrete è stato il testimone della Giornata Mondiale della Terra e dell’italica Legambiente (che ha sponsorizzato anche la pubblicazione dei suoi fumetti in Italia). Concrete è un omone di sasso frutto di una tremenda esperienza. Il suo cervello è quello di Ronald Lithgow, collaboratore di un senatore americano, cervello che è stato trapiantato su di un corpo cyborg da misteriosi alienei che l’avevano rapito durante una sfortunata gita in montagna. Evoluzione delle tematiche supereroistiche, dalla trasformazione fisica ai poteri nuovi acquisita (forza, resistenza, etc.) Concrete si ritrova ad essere il classico eroe con problemi colossali. Un “eroe della nuova era”, come lumeggia il sottotitolo delle sue avventure, eroe che affronta la più assoluta quotidianità fatta di barriere architettoniche, di un mondo fuori dalla sua misura, di tutte quelle problematiche (trattate dall’autore senza la condanna di dover continuamente giustificare l’inabilità del suo personaggio, che fra l’altro non può “guarire”!) tipiche della diversità che porta con se l’handicap fisico. Un testimone eccellente ad ogni vignetta, la concretizzazione di quanto un’immagine possa valere più di mille discorsi.
Il fumetto si è mostrato in queste campagne, maturo veicolo di informazione e di sensibilizzazione. I nostri amici di carta sono apparsi influenti, autorevoli, capaci di pietas, capaci di prendersi a cuore la situazione dell’handicap mostrandone limiti e potenzialità. Un cuore necessariamente con la Q.

Note
La campagna è del 1995 e la scritta sul manifesto con un Dylan Dog immerso nel fango è: “Sfangando per gli alluvionati in Piemonte”.
2 Lupo Alberto nella sua campagna sul riciclaggio dei rifiuti ricordava: “A chi getta la bottiglia, diavolazzo se lo piglia”.
3 Per un approfondimento: Paolo Guiducci, Quando il fumetto di veste da testimonial, in Fumo di China n.57, 1998.
4 Giulio C. Cuccolini fornisce una bibliografia del caso nelle note del suo Handicap e fumetto, pubblicato in (a cura di Stefano Gorla e Paolo Guiducci, Diversabili. Figli di una nuvola minore? Cartoon Club, Rimini 2001, p. 44
5 a cura C.P.E.S Bologna, Colla: un incontro straordinario, Bologna, 1995.

P come Politically Correct

Gli animatori dei cartoni animati dimenticavano sempre quale fosse la gamba di legno, che rischiava di passare a destra o a sinistra a seconda dell’autore in questione. Per semplificarsi la vita, quelli di Burbanks decisero di abolirla. Troppo complicato star dietro alla menomazione d’un figlio, seppur di celluloide. La drastica decisione si riflettè anche sulle strisce quotidiane e sui comic books (prima degli anni 50), contestualmente il nome di Gambadilgno (Peg-leg-Pete) si trasforma nell’anonimo “Pietro il Nero” (Black Pete). Bisognerà attendere Floyd Gottfredson e la sua vena d’autore per avere una benché minima spiegazione della “novità”. Sarà lo stesso Gambadilegno ad illustrare a Topolino di aver sostituito la vecchia gamba di legno con una modernissima protesi indistinguibile dall’originale. Magari involontariamente, frutto più di esigenze pratiche che di vera e propria censura, la storia di Gambadilegno è comunque un siparietto che la dice lunga sulla sensibilità di trattare certi temi. Anche nei Disney italiani; “La proibizione di toccare certi temi ha una lunga gestazione – spiega l’esperto Marco Barlotti1 – I primi vincoli nascono nel 1962, con l’adozione da parte dell’editore Mondadori del ‘Codice di garanzia morale’ tendenze ad assicurare ‘i genitori e gli insegnanti’ che i ragazzi possono leggere il fumetto’ senza che tale lettura sia nociva alla loro formazione morale”. Una posizione diventata addirittura più rigida nel corso degli anni, con l’aggiunta di ulteriori vincoli a disegni e dialoghi. Il fatto è che l’handicap non sembra generalmente agli autori (e forse soprattutto all’editore) un buon argomento per le storie (per defizione non impegnative) di un giornale a fumetti” conclude Barlotti.
Chi invece accetta il “dialogo” fedele al proprio motto “educare divertendo” è il settimanale paolino il Giornalino. Per esempio, pubblicando la storia di un pilota costretto a confrontarsi con la disabilità fisica. Alan infatti è un giovane campione automobilistico rimasto ferito ad una gamba in seguito ad un incidente. Secondo i medici l’unica soluzione possibile è l’amputazione. La notizia provoca una sbandata nel pilota, che non dà il consenso per l’operazione. “Preferisco morire”, ripete. La voglia di vivere e di affrontare la realtà gli tornerà solo grazie all’incontro con John, un ragazzo affetto da paresi agli arti inferiori, una vita in ospedale che non gli ha scalfito la voglia di sorridere e di affrontare la vita a testa alta. “Sono venuto per restituirti il tuo autografo! – lo affronta – L’altro giorno mi sono sbagliato credendoti un campione”. Così facendo gli sbatte in faccia la realtà non certo contrassegnata dal coraggio. La frustata ridesterà il pilota il quale – miracolo atteso durante tutto il racconto – in seguito all’operazione perfettamente riuscita, guarisce. “Il campione”2 è un esempio emblematico di un atteggiamento nei confronti della diversità talmente positivo da sembrare inevitabilmente idealizzato. Per contro, si respira pagina dopo pagina l’aria da “lieto fine”. Certo, la sofferenza non è bandita dalle pieghe del racconto ma in primo piano è sempre mostrato il lato positivo, l’atteggiamento forte e vincente nei confronti della malattia – e quindi della vita – del John di turno, una raffigurazione in fondo stereotipata e tutto sommato tranquillizzante tipica di un certo fumetto avventuroso-realistico, più incline “a prospettare guarigioni o soluzioni miracolistiche per casi irreversibili” che a scandagliare “la conflittualità interiore del disabile”, come ha ben mostrato in più d’una occasione Giulio Cesare Cuccolini3.
Non di rado, inoltre, i comics avventurosi hanno rafforzato i radicati e diffusi ma infondati luoghi comuni sull’handicap come il binomio deformazione fisica-abiezione morale. Esempio autorevole è il classico Dick Tracy4, il poliziotto dal mento quadrato creato da Chester Gould, un archetipo del giallo e non solo a fumetti, che ha proposto ai suoi lettori una galleria di cattivi che avrebbero fatto felice Lombroso. Prima ancora di essere giudicati per averli visti in azione, i cattivi secondo Chester Gould, cioè i vari Pruneface, Flattop e Sharkey che ostacolano il cammino di Dick Tracy e della giustizia, si riconoscono per le deformità del volto. Lo stesso Tex Willer, il longevo ranger nato dall’italica fantasia del duo G.L. Bonelli/A. Galeppini, in qualche maniera è un seguace di questa teoria, basti pensare al deforme El Muerto5 ma anche ai tratti luciferini che caratterizzano l’arcinemico Mefisto e l’altrettanto mefistofelico di lui figlio Yama. Incamminatosi su questa strada, Aquila della Notte arriverà a riconoscere i cattivi dall’odore: che sia lo zolfo ad orientare il sesto senso del ranger di Bonelli? Battute a parte, si tratta di un cliché che fa parte del dna del fumetto e rintracciabile anche nei più recenti serial. Non fa eccezione Magico Vento, peraltro è impegnato a smontare tanti dei pregiudizi verso i diversi di ogni razza e colore. Come giudicare altrimenti il Groddek di “Blizzard”7, un rapinatore ed assassino intento a semina il terrore in mezzo west eppure mosso da tanta pietà verso i suoi simili da nascondergli la vista del suo vero volto deforme e mostruoso sotto un comodo saio.
Certo, pensare al fumetto, ovvero una rappresentazione deformata e deformante della realtà, come ad un’isola felice in cui la trattazione della diversità avviene senza cadere in stereotipi più o meno politicamente corretti, non è pensabile. Per contro non mancano episodi, anche ben riusciti, in cui vignette e ballon riescono ad abbattere le barriere del conformismo. Le strisce di Bloom County8, a questo propisito, sono significative. Il protagonista, un reduce dal Vietnam costretto sulla sedia a rotelle, grazie al suo sense of humor riesce a sovvertire il comune modo di pensare e di comportarsi, fino a mettere a disagio gli interlocutori di ogni sesso e ceto sociale. E che dire di “Pasqua”9, il fumetto di Andrea Pazienza in cui il geniale autore abruzzese non ha difficoltà a mettere in striscia anche l’handicappato cinico, o quello depresso e il nevrotico, insomma l’handicappato senza qualità, in realtà “caratteri che la letteratura e il teatro europei avevano approfondito fin dagli Venti” ci fa notare argutamente Cesare Padovani10. Insomma è possibile raccontare la diversità senza far apparire nient’altra qualità se non quella irrinunciabile di essere umano. Lontano dal manicheismo handicappato buono/handicappato cattivo si è incamminato anche Filippo Scozzari. Più interessato all’handicap morale che a quello fisico, Scozzari ha preso spunto dalla vicenda, realissima, di Rosanna Benzi e della sua esistenza nel polmone d’acciaio dell’ospedale San Martino di Genova, per un fumetto con un handicappato di stampo “classico”. “Lorna”11 è l’omonima infermiera che assiste Arturo, ventisei anni, da ventisei anni in un polmone d’acciao. “Praticamente non ho mai smesso d’essere un feto” dichiara cinicamente. Arturo però ha Lorna, la sua amante onirica capace di entusiasmarlo con i suoi racconti di fanta-erotismo. Quando smette il camice, però, ai gesti dolci e alle premure per il paziente, l’infermiera sostituisce pensieri di morte. Il politically correct si è fermato nella sala anestetizzata dell’ospedale. La vita è sempre un’altra cosa.

1. M. Barlotti, “Prima e dopo il pc. Disabili Disney italiani”, in S. Gorla – P. Guiducci, DiversAbili, Cartoon Club, Rimini, 2001.
2. Montanari-Chiarolla, “Il campione”, in il Giornalino, luglio 1988.
3. G. C. Cucolini, “Handicap e fumetto”, in DiversAbili, op. cit.
4. Dick Tracy è il capostipite del fumetto poliziesco creato dall’americano Chester Gould nel 1931.
5. G.L. Bonelli – A. Galeppini, “El Muerto”, Tex n. 190, Daim Press, agosto 1976.
6. M. Manfredi-Barbati e Ramella, “Blizzard”, Magico Vento n.15, Sergio Bonelli Editore, settembre 1998.
7. B. Breathed, Bloom County, in Linus, Miano Libri Edizioni, aprile/maggio/giugno 1984.
8. A. Pazienza, “Pasqua”, in Tormenta.
9. C. Padovani, “Fumetti con handicap: quando la figura è in sequenza”, HP n. 72, 1999.
10. F. Scozzari, “Lorna”, in Frigidaire, Primo Carnera Editore, Roma, settembre 1988.

O come Obiettivo

Diciamo la verità: il fumetto il più delle volte (nella maggior parte dei casi) non lo è. Preferisce girarci alla larga, dalla fredda oggettività dei referti medici senza pietà e infarciti di paroloni, per imbucare la strada dell’omissione quando non incappa in veri e proprio errori che non fanno bene né alla letteratura disegnata né ai lettori, investiti di informazioni tutt’altro che raccomandabili.
Di Efrem non si accenna neppure alla sua malformazione. Il piccolo protagonista di una bella storia di Nick Raider1 per ammissione della madre “non è un bambino normale”, tanto “bambino” da aver compiuto 25 anni e possedere sviluppati poteri sensitivi che gli permettono di entrare in contatto con qualcuno al semplice tatto e vedere squarci del suo futuro. Nonostante abbia una prostituta come amica, venga coinvolto nel suo omicidio e rischi lui stesso la vita prima di condurre l’agente del Distretto sulle tracce del misterioso assassino, la diversità di Efrem non è per nulla indagata. Non è funzionale alla storia, per il cui “normale” svolgimento sono già stati seminati indizi sufficienti.
A volte sono gli stessi protagonisti dei comics ad offrire di se stessi indicazioni imprecise e fuorvianti. “Scrittore lievemente handicappato” scriverà in una richiesta di aiuto (è alla ricerca di un assistente) Ron Litgow. Quell’avverbio è già un’ammissione di diversità, anche se camuffata e poco rispondente alla realtà, nel caso di Ron, dura, durissima da accettare, imprigionato com’è in un corpo sassoso da far invidia alla Cosa dei Fantastici Quattro. Per questo è diventato Concrete2, ovvero “un disabile – è la tesi di Daniele Brolli, il suo primo editore italiano – una creatura che vive in un mondo di normali e deve tutti i giorni fare i conti con barriere architettoniche e impedimenti legati ad un corpo diverso, gigantesco, pesantissimo e goffo”. Solo con il tempo accetterà la propria condizione, e questo non gli impedirà di giocare con la diversità altrui, quando – per farsi largo tra la folla ed evitare folli gesti di un umano invidioso e instabile – additerà quest’ultimo come ammalato di Adis3, seminando il panico tra la folla, del tutto ignara delle modalità di contagio e delle conseguenze che il virus dell’Hiv porta con sé. In seguito Concrete si pentirà dello stratagemma utilizzato, ma nel frattempo la sua cinica azione ha messo in luce l’ignoranza della gente anche nei confronti di una malattia così “famosa” come l’Aids.
D’altra parte perché meravigliarsi di tali atteggiamenti, quando è stato proprio lo stesso fumetto realistico-avventuroso a “delineare in termini vaghi e imprecisi le tipologie dell’handicap, ripiegando volentieri sul cliché della carrozzella e della sindrome di Down”? Più indirizzato ai bambini, Remì offre il fianco a questa raffigurazione. Remì4 e il piccolo Arthur, il ricco e sfortunato signorino, sembrano riproporre al maschile le situazioni che hanno per protagonista la celeberrima Heidi5 e l’amica del cuore Clara. Se dall’incontro con i rispettivi personaggi, eroi dei fumetti ma soprattutto divenuti famosi grazie ai cartoni animati, entrambi i bambini in carrozzella traggono giovamento, l’inesattezza medico-scientifica con la quale si tenta di spiegare la paresi (causata nientemeno che da una artrite acuta!) non fa altro che rimandare al’ipotetica guarigione. Così Clara vincerà il suo problema di natura psicosomatica e Arthur rinascerà in “un bel giovanottone pieno di salute”. Il “vissero felici e contenti” aspetta i giovani lettori poco più in là nella pagina. Peccato che la realtà qualche volta sia diversa, fatta di bambini colpiti inesorabilmente da malformazioni gravi e senza via di scampo se non quella dell’accettazione totale da parte dei propri genitori. Ispirato ad una storia vera, “Un bambino davvero speciale” pubblicato a puntate su il Giornalino6 è un bel esempio di fumetto-verità che non lesina spiegazioni mediche senza cadere nella pedanteria, anzi aiutando il lettore ad immedesimarsi nella psicologia degli adulti e del fratello del piccolo Tommaso.
Una rondine non fa primavera, recita l’antico adagio, mai così veritiero come nel nostro caso. A classificare con puntualità le raffigurazione offerte dal fumetto di stampo realistico-avventuroso è Giulio Cesare Cuccolini7. E il quadro offerto dal critico mantovano è tutt’altro che rassicurante. Questo genere tende infatti a: “drammatizzare la situazione dell’handicap e a fornire del disabile un’immagine di disperazione e, a volte, di indigenza a causa dell’abbandono in cui si sarebbe lasciato; a circondare l’handicappato e chi si relaziona con lui di un’atmosfera pietistica; a prospettare guarigioni o soluzioni miracolistiche per casi irreversibili; e far scarsissimi riferimenti alla conflittualità interiore del disabile; a ignorare i quotidiani problemi materiali dell’assistenza e quelli psicologici di chi assiste il disabile; a rafforzare, a volte, radicati e diffusi, ma infondati, luoghi comuni sull’handicap, come: il binomio deformazione fisica-abiezione morale, l’attribuzione al diverso di poteri paranormali, la tendenza a ‘spiegare’ certi casi di diversità in chiave magico-folcloristica, cioè come conseguenza di una colpa atavica da scontare”.
Didier Comes è magistrale nel descrivere atteggiamenti di questa natura. In Silenzio7, per esempio, l’omonimo servo muto è costretto a subire la dura repressione del padrone solo perché lo stregone chiamato a tenere lontane improvvise disgrazie, ha decretato di diffidare di quell’idiota pericoloso del servo, financo trattato senza troppi problemi da Abele Mauvy.
Gli “scivoloni” non mancano anche in chi dovrebbe far ridere o perlomeno divertire. La Disney, per esempio. Paperino pronuncia una falsità medica sulla meningite (“è quella malattia che fa diventar scemi, se non si muore”) inaccettabile nel 1955 ma ancora meno comprensibile quando è stata ristampata tale e quale nel 1978 ricevendo tacita conferma dal dotto Archimede e dai nipotini, ai quali – evidendetemente – la partecipazione alle Giovani Marmotte ancora non aveva sortito effetto8.
Chi utilizza le nuvole parlanti per mettere alla berlina raffigurazioni errate e fortemente discriminanti è Giancarlo Berardi. In Ken Parker, fumetto per nulla scontato e capace di assommare tecniche espressive straordinarie e tematiche adulte, ci ha regalato alcune pagine esemplari a questo proposito. Parlando di Orion, il protagonista affetto da leggera sindrome di Down di “Quando muoiono i titani”9, il sapientone di turno lo addita snocciola la sua versione. Li chiamano mongoloidi, la loro età resta ferma all’età di cinque-sei anni, e non campano a lungo. Siamo alla fine dell’Ottocento nei pressi delle cascate del Niagara, ma discorsi così poco rispondenti al vero sono in voga anche oggi più di quanto non si pensi. E allora ben venga un fumetto come Colla10, “il primo fumetto che racconta la sindrome di Down ai bambini” come recita la pubblicità. L’utilizzo del medium non sarà troppo professionale, ma il risultato è una metafora a vignette realizzata appositamente dal Centro Emiliano Problemi Sociali di Bologna per diffondere con simpatia e cognizione di causa una maggiore cultura circa la trisomia 21. Con la complicità di Colla, il pupazzo con il numero 47 stampato sulla maglietta, e attraverso la vicenda di Piero, è fatta giustizia di alcuni, inutili, stereotipi sul down.

1. C. Colombo e C. Nizzi – B. Ramella, “Immagini di morte”, Nick Raider n. 45, Sergio Bonelli Editore, febbraio 1992. Nick Raider è una serie gialla creata da Claudio Nizzi.
2. Concrete, l’eroe della nuova era, moderno e maturo personaggio creato dallo statunitense Paul Chadwich.
3. “Una poltrona imbottita di dinamite”, Concrete n. 5, Phoenix, febbraio 1997.
4. Classico/feuilleton tratto dal romanzo di Hector Malot (Senza famiglia) Remì narra le alterne fortune di un bambino lungo le strade della Francia. Della vicenda è stato tratto un cartone animato di successo nel 1977-78.
5. L’orfanella Heidi è un personaggio tratto dal libro di Joanna Spiri, successivamente diventato famoso come cartone animato realizzato nel 1974.
6. S. Sandri – M. Bertolotti, “Un bambino davvero speciale”, in il Giornalino, Ed. San Paolo, marzo-aprile 2001.
7. D. Comes, “Silenzio”, in Alter Alter, febbraio 1981.
8. G. Martina, “Paperino e il misterioso mister Moster”, ristampata in “I Classici di Walt Disney”, n. 13, pg. 64, gennaio 1978.
9. G. Berardi – I. Milazzo, “Quando muoiono i titani”, pg. 152, in Ken Parker numero speciale, Parker Editore, 1992.
10. Colla: un incontro straordinario, disegni Marco Materazzo, a cura del C.E.P.S. Bologna, 1998.

N come Non vedenti

In un’epoca di revisioni linguistiche politicamente corrette, che elimina ciechi e zoppi dal dizionario, il fumetto è tra i pochi media a non cadere nel tranello della leziosità e del pietismo immotivato. L’ispettore Saboum, Mister Charade, Matt Murdock nei panni di Devil, la deliziosa fidanzata della mostruosa Cosa dei Fantastici Quattro, il guercio Sergente degli Angeli del West, non sono affatto patetici “non vedenti”, ma “ciechi” capaci però di sviluppare abilità proprie con le quali sopperiscono al loro handicap.
L’ispettore Saboum creato da Chakir ne è un buon esempio. Accompagnato dal classico bastone, è cieco e non si vergogna di esserlo. Anzi spesso la sua menomazione è un’arma per combattere (e vincere) malviventi poco sensibili e ancora meno furbi. Ne “Il bastone bianco”, pubblicato in Italia sul mensile per ragazzi Mondo Erre1, l’ispettore si imbatte in un truffatore di piccolo cabotaggio che si finge cieco per guadagnare qualche soldo come corriere per la droga. Gli spacciatori sfruttano degli ignari non vedenti nascondendo i traffici illeciti dietro lo sfruttamento criminale della cecità (il corriere era richiesto senza vista, affinché non vedesse il vero contenuto dei libri che consegnava). Finiranno però per sbattere contro l’abilità di Saboum, capace di smascherarli fino a farli letteralmente cadere dalla padella alla brace.
Da una rivista per ragazzi ad un’altra sempre nel segno dell’educare divertendo, una formula tanto cara al settimanale il Giornalino, il quale non teme di confrontarsi con la realtà mostrandola con un linguaggio in grado di colpire un pubblico compreso tra i 6 e i 14 anni, con qualche puntata, per tematiche e proposte, per gli over 14. E’ il caso di Mister Charade2, l’ex ispettore di Scotland Yard che ha perduto la vista in seguito ad un attentato della malavita. Creato nel 1975 da Alfredo Castelli e Renato Polese (al quale si affiancherà Alessandro Chiarolla), il protagonista di questa serie tiene la scena grazie alla sua sagacia e ad un buon impasto di logica ed enigmistica. Fedele al proprio nome, Charade si mantiene in forma ideando cruciverba per diverse riviste, svela enigmi e risolve casi per privati cittadini e per la polizia che spesso ne invoca l’aiuto. Un limite trasformato in potenzialità, quello di Mister Charade, limite che coinvolge totalmente i lettori. Infatti nel corso delle indagini l’ex ispettore si fa descrivere minuziosamente ogni particolare: dagli ambienti alla disposizione degli oggetti, in modo tale che lo stesso lettore ne acquisisca la conoscenza vignetta dopo vignetta. Così il lettore “stimolato da opportune didascalie, è invitato a svelare l’enigma e a svelare il colpevole di turno. – come ha messo bene in evidenza Stefano Gorla3 – Una sorta di partecipazione cooperativa al fumetto sapientemente guidata dagli autori: un doppio gioco, un gradimento elevato per il lettore continuamente stimolato e accompagnato nella sua fantasia e tutto questo, paradossalmente, attraverso la guida di un cieco”. Un po’ come accadeva, se è consentito l’accostamento, al poeta Eugenio Montale e alla amata moglie, quando lei avanti nell’età e pressoché cieca, “scendeva dandomi mille volte il braccio” eppure più “illuminata” del marito vedente4.
Per molti resta da chiarire se i problemi acquisiti siano in realtà un aiuto o un handicap, resta il fatto che il banale incidente che ha reso cieco il giovanissimo Matt Murdock (investito da un camion trasportante materiale radioattivo) ha consegnato ai lettori di più?????????[/COLOR][/SIZE]
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[SIZE=5][COLOR=darkrera di P; Guiducci – S. Gorla), Cartoon Club, Rimini 2001, pg. 49.
8. The Fantastic Four nasce nell’aprile 1961 ad opera di S. Lee e J. Kirby.
9. Per una trattazione più articolata si veda G. Guidi – R. Vinci, 30 anni di Marvel, Alessandro Distribuzioni, Bologna.
10. Ivi, pp. 10-11.

Z come Zagor

Odioso, crudele e malvagio, è riuscito persino a corrompere chi malvagio non era. Lo scienziato Prometeus, per esempio, cercava il bene dell’umanità ed è diventato un pazzo operatore di male che trasforma alcuni sventurati indiani in volatili sanguinari; Ultar era una creatura angelica prima di essere trasformato in un mostro sanguinario; mentre la gigantesca aquila Ayala ha volato sulle ali dell’odio. Il merito di queste terribili (maligne) conversioni è tutto di Ben Stevens, un cercatore d’oro scalpato vivo da una banda di indiani Munsee “con il volto deturpato da orribili ferite e la mente offuscata dalla rabbia” come insegna Graziano Frediani1. Per raggiungere il suo unico obiettivo, Stevens “alleva e istruisce una torma di rapaci affidando ai loro artigli il compito di realizzare la vendetta”2.
Gli evidenti debiti con i temibili Uomini Falco incontrati dal mitico Flash Gordon3 in una delle sue prime avventure sul pianeta Mongo, non impediscono a Ben Stevens di rimanere scolpito nella mente dei lettori di Zagor4 e con l’altisonante nome di Re delle Aquile prendere un posto in prima fila nella galleria degli avversari più temibili dello Spirito con la Scure.
Il fortunato personaggio creato da Sergio Bonelli5 con il nome de plume di Guido Nolitta quarant’anni fa, veste una casacca rossa sulla quale campeggia un’aquila stilizzata che rappresenta il leggendario uccello di Tuono, porta una pistola alla fondina ma maneggia preferibilmente una scure. Una sorta di giustiziere in costume che difende la pace della foresta di Darkwood e in ogni luogo in cui è minacciata dalle forze del male, siano che si incarnino in scaltri banditi, in indiani ribelli o in creature mostruose. Le sue sono avventure a 360 gradi, nelle quali il western tende la mano al fantasy mentre l’orrore si colora di thriller per sfociare, non di rado, nella fantascienza. Un affascinante mix di generi dal quale più d’una volta emergono villain un po’ stereotipati, caratterizzati secondo il cliché che tende ad accomunare, in un’ottica lombrosiana e nel solco della tradizione di tanta letteratura feuilletonistica, deformazione fisica e abiezione morale o vocazione criminale. Il volto deturpato di Ben Stevens è niente in confronto al diabolico ghigno del professor Hellingen6. Il più formidabile avversario dello Spirito con la Scure potrebbe benissimo recitare la sua parte in una galleria di “mostri” oppure andare ad infoltire la schiera di lombrosiani delinquenti che popolano la serie di Dick Tracy7. Esemplare caso di mad doctor, chiaro omaggio al primo scienziato pazzo del fumetto italiano, quel Virus (opera della premiata coppia Pedrocchi-Molino8) in grado di risvegliare contemporaneamente le mummie di tutto il mondo, Hellingen è tanto disgustoso da osservare quanto geniale nelle sue invenzioni, purtroppo totalmente votate al Male di cui è in qualche modo l’archetipo, la quintessenza con la fissa di conquistare il mondo e – ovviamente – sopprimere il coraggioso e leale Zagor.
Non è finita. Shonta Quassan9 è segnato dallo stesso handicap fisico di Ben Stevens ma i punti di contatto con il terribile Re delle Aquile si fermano qui. Perché il pellerossa mancante della gamba sinistra non ha proprio nulla di sanguinario, anzi è “una sorta di paria, emarginato a causa del suo handicap” hanno scritto di lui Giampiero Belardinelli e Giuseppe Pollicelli10. Il riscatto per Shonta Quassan è tutto racchiuso nelle parole proferite da Zagor, il quale ne caldeggia l’elezione a capo della sua tribù, quegli Onondaga vittime della cattiva influenza dell’acqua di fuoco. Con questo finale Marcello Toninelli (l’autore) “esce dai cliché di genere – cito ancora la coppia di esperti bonelliani – per i quali l’uomo guida di una comunità dovrebbe avere un aspetto fisico rassicurante, nel senso più ampio del termine”11. Il parallelismo con il più famoso Charles Xavier, il telepate capo degli X-Men12 recentemente portati con successo sul grande schermo, viene spontaneo ed è tutt’altro che banale. Che Toninelli abbia nella corde di narratore una sensibilità nei confronti di certe tematiche è testimoniato da un’altra storia zagoriana che tratta di handicap. Ne “Il grande buio”13 (Zenith Gigante 306-307), il Re di Darkwod prova i tormenti della perdita della vista, seppur momentanea. Sono così offerte al lettore vignette cariche di introspezione e scandagliamento psicologico. “Se rimarrò cieco per sempre (Zagor è persuaso di dover rinunciare alla vista per tutta la vita, ndr) come potrò proseguire la mia opera pacificatrice? E che ne sarà di Darkwood, quando si saprà che lo Spirito con la Scure non è più in grado di far rispettare le leggi?”. Il profondo interrogativo rimanda ai tormenti interiori di un altro giustiziere in calzamaglia, il cieco Devil14.
Parlare della diversità non è dunque un tabù sulle pagine di un campione del fumetto popolare italiano qual è Zagor, che anzi assomma agli esempi mutuati dal genere avventuroso alcune tipologie tipiche del fumetto umoristico. Su tutte si staglia Cico, il panciuto pard messicano dello Spirito con la Scure che incarna “l’ingenuità ai limiti della dabbenaggine”15 tipica di molti eroi umoristici (dai disneyani Pippo e Paperino alla goffa Olivia), grazie alla quale non di rado si fanno scudo nei confronti di “un mondo di esseri scaltri, arroganti, malvagi e crudeli”. In realtà, con il passare degli albi Cico ha perduta molta della primordiale ingenuità per trasformarsi da fifone bravo soltanto a cacciarsi nei guai o spettatore inerme a più valente scudiero alla Sancho Panza, in questo spronato da Zagor. Caricaturato fino all’eccesso, “il Piccolo Uomo dal Grande ventre” (come lo chiamano gli indiani) soffre di un’auxopatia (altrimenti detta obesità) che ne fa un essere di buon umore, sempre pronto alla battuta e perennemente affamato. Insomma, un pancione simpatico e per nulla preoccupato del rotondo deficit che si porta appresso. In due parole, politicamente corretto.

1. G. Frediani (a cura di), I mille mondi di Zagor. Quarant’anni di avventure di un eroe senza confini, Sergio Bonelli Editore, Milano, giugno 2001, pg. 55.
2. Ivi.
3. Character creato nel 1934 da quel grandissimo autore che risponde al nome di Alex Raymond, Flash Gordon è un capostipite del fumetto di fantascienza e avventuroso in genere.
4. Nome completo Zagor-Te-Nay, ovvero Spirito con la Scure, è un eore coraggioso e scanzonato nato nel 1961 dalla penna di Guido Nolitta e Gallieno Ferri.
5. Figlio d’arte (il padre Gian Luigi Bonelli è tra l’altro il creatore di Tex), Sergio Bonelli ha a sua volta inventato personaggi e scritto storie a fumetti, diventando editore di uno dei più grandi imperi di comics d’Europa. Con il nome di battaglia di Guiod Nolitta ha pure partorito vari personaggi, tra i quali va segnalato – oltre a Zagor, naturalmente – Mister No.
6. Il professor Hellingen è il più pericoloso nemico mai affrontato da Zagor nella sua pluriquarantennale carriera.
7. Capostipite del fumetto poliziesco, il personaggio dal mento a punta ideato nel 1931 da Chester Gould è stato pubblicato in Italia su Il Mago e Linus.
8. Virus, il mago della foresta morta è uscito a puntate su L’Audace. Era il 1939.
9. Cfr. Zagor Gigante 255-258.
10. G. Belardinelli – G. Pollicelli, Quando l’avventura è cieca. L’handicap nel fumetto bonelliano, in P. Guiducci – S. Gorla (a cura di), DiversAbili. Figli d’una nuvola minore?, Cartoon Club, Rimini 2001, pg. 53.
11. Ivi, pg. 54.
12. X-Men, popolare gruppo di supereroi creati da tandem Stan Lee / Jack Kirby.

La classe: un gruppo al lavoro

Un apologo
“Tanti e tanti anni fa, gli animali decisero che dovevano fare qualcosa per affrontare i problemi del ‘mondo nuovo’ e così organizzarono una scuola. Essi adottarono

 

un curricolo di attività consistenti nel correre, arrampicarsi, nuotare e volare e, perché ne fosse reso più facile lo svolgimento, tutti gli animali presero tutte e quattro le materie. L’anatra era un’alunna eccellente nel nuoto, migliore di fatto dello stesso istruttore, e fece dei buoni passi in avanti nel volare, ma era una frana nella corsa. Dato che era così lenta in quest’ultima materia fu costretta ad andare al doposcuola e anche a saltare il nuoto per praticare la corsa. Questo finché le sue zampe membranose si consumarono in malo modo e fini per diventare mediocre anche nel nuoto. Ma la mediocrità a scuola la si accettava pure, sicché nessuno se ne preoccupò tranne l’anatra stessa. Il coniglio fu dall’inizio il primo della classe nella corsa, ma ebbe un crollo nervoso tanta fu la fatica che dovette porre nel nuotare. Lo scoiattolo era bravissimo nell’arrampicarsi, finché non sviluppò una grave frustrazione nella classe di apprendimento del volo, dove il suo insegnante lo fece cominciare dal basso in alto, anziché dalla cima dell’albero in giù. Si beccò pure, a causa della iperesercitazione, delle contrazioni muscolari e fini quindi per avere un "buono" nell’ arrampicamento e un "discreto" nella corsa . L’aquila era un bambino problema e si dovette sottoporla a severa disciplina. Nella classe di arrampicamento batteva tutti gli altri nel raggiungere la cima dell’albero, ma insisteva nell’usare il suo proprio modo di arrampicarsi. Alla fine dell’anno, un’anguilla anomala che poteva nuotare straordinariamente bene, e un poco anche correre, arrampicarsi e volare ebbe la media più alta e, promossa, ebbe l’onorifico incarico di tenere il discorso di commiato”.

 

(Favola del curricolo, o delle differenze individuali, di. G.H. Reavis, pedagogista celebre e fondatore della PhiDelta Kappa Educational Foundation)

Che cosa è un gruppo?
"I gruppi di lavoro si caratterizzano per la compresenza di vincoli derivanti dal sistema di attività e dalla stessa natura degli obiettivi considerati. Hanno natura contrattuale nel senso che attività e obiettivi ne definiscono l’ ambito operativo, la durata, la connotazione organizzativa. Intervengono altri fattori che consentono di descrivere il funzionamento, la natura dei problemi affrontati, i fattori di contesto interno – esterno, le risorse impiegate, i soggetti coinvolti, I ‘organizzazione delle responsabilità. I gruppi di lavoro sono ‘gruppi in apprendimento’ in quanto i loro membri sperimentano la capacità che le relazioni hanno di suscitare intuizioni, di mettere a confronto chiavi di lettura, esperienze, motivazioni, metodi, appartenenze. I processi comunicativi ne rappresentano il tessuto nervoso e regolano l ‘utilizzo delle risorse e delle potenzialità. Stanno anche alla base di molte patologie quando non si fa manutenzione delle motivazioni e delle responsabilità quando non si costruiscono condizioni organizzative per fare della comunicazione un tessuto connettivo fra parti diverse, chiamate ad operare per conseguire gli stessi obiettivi. (T.Vecchiato, Tipi di gruppi per diversi problemi in Servizi Sociali n. 4/1995 pp. 7-22) Sono possibili molte definizioni che aiutano ad avvicinare la dimensione del gruppo. Nel brano proposto viene sottolineata come caratterizzante un gruppo di lavoro la questione comunicativa. I processi comunicativi costituiscono il vero e proprio tessuto nervoso del gruppo e ne regolano la vita. E’ attraverso il funzionamento del sistema comunicativo che si possono far coesistere all’interno dello spazio/tempo del gruppo aree molto diversificate che fanno riferimento sia all’area socio-emotiva (storia , vissuto, competenze dei partecipanti), all’area del metodo (procedure di lavoro che si utilizzano) che a quella del contenuto, correlata al tipo di compito che ci si prefigge. Che cosa è un gruppo classe?

Avviare una riflessione sulla gestione della classe significa in primo luogo interrogarsi sulla natura della stessa tentando di metterne a fuoco caratteristiche e variabili che ne definiscono la fisionomia. Si tratta senza dubbio del sottosistema più significativo all’interno del sistema relazionale più generale che si crea tra le componenti che agiscono nella scuola. Gestione della classe rimanda alla necessità di analizzare quel contesto interattivo ricco di scambi emotivi e cognitivi, con una storia e una stabilità notevole di rapporto nel tempo. Di questo aspetto fanno parte: • le caratteristiche del gruppo classe • la comprensione e sviluppo delle relazioni nel gruppo • l’interazione alunno-insegnante • i materiali mediatori per imparare e per vivere una situazione di gruppo finalizzata • la comprensione della propria cultura e di quella altrui. La valorizzazione delle differenze. Il gruppo classe è un gruppo in cui, ad un’analisi più approfondita, coesistono a livello di organizzazione una struttura organizzativa di superficie che è quella che persegue gli obiettivi didattici e nella quale gli individui investono le proprie motivazioni alla realizzazione e una struttura sub-istituzionale, caratterizzata da sentimenti di attrazione e repulsione, nella quale gli adulti, i bambini e i ragazzi investono le motivazioni di aggregazione e di potere. E’ soprattutto a questo livello che emergono problemi di gestione e adattamento reciproco proprio perché entrano in gioco gli aspetti emotivi e le problematiche nei rapporti. La vita di una classe procede e si sviluppa all’interno di una ampia gamma di relazioni sociali e di rapporti tra i membri del gruppo che incrociano regole, divieti, obblighi, comportamenti attesi, propri di quella particolare istituzione. La dimensione istituzionale non basta a spiegare la complessità degli eventi e situazioni che si manifestano ogni giorno tra i banchi di scuola. Accanto, talvolta anche in contrapposizione a questa, si scorgono esigenze di tipo socio-emotivo che si connettono con quella che è definibile in linguaggio tecnico la struttura sub-istituzionale del gruppo. La classe appare allora una realtà socio-dinamica e in evoluzione, al cui interno vivono problematiche di accettazione, stima reciproca o rifiuto…

Il gruppo classe come sistema complesso
In uno studio compiuto a livello internazionale da Anderson nel 1987 si sono valutate le variabili che esercitano un influsso sull’ambiente in classe, eccole: – caratteristiche della comunità – caratteristiche della famiglia di origine e della scuola – caratteristiche dell’insegnante – percezioni dell’insegnante – caratteristiche di entrata degli studenti – caratteristiche della classe – quantità di istruzione e capacità di orientamento degli studenti – attività di insegnamento e di valutazione – tipo di conduzione degli alunni – percezioni degli studenti – partecipazione degli studenti all’apprendimento e risultati dell’apprendimento. Analisi più approfondite hanno poi posto l’accento sull’influenza della percezione che insegnanti e studenti hanno della classe. Le percezioni di quanto succede in classe possono essere vissute in modo diverso da quanto effettivamente avviene. L’influenza delle attività e degli eventi della classe è mediata dai pensieri e sentimenti degli studenti stessi e i comportamenti e le percezioni degli studenti sono influenzati dal contesto di vita scolastico e dalle richieste che sono loro poste. In molte situazioni formative abbiamo ragionato con insegnanti e figure educative sul “peso” di queste percezioni reciproche, su come esse incidono positivamente e negativamente nella costruzione del ruolo insegnante e anche nell’immagine di ogni singolo allievo. Forse anche per questo è sempre molto apprezzata questa piccola metafora.

Il peso sulle spalle
Due monaci zen stanno camminando verso il loro monastero in una strada fangosa e piena di pozzanghere, quando incontrano una giovane donna che chiede aiuto per attraversare senza bagnarsi. Il monaco più giovane la prende in braccio, attraversano la strada e arrivati all’altra parte, la mette giù e la saluta. I due monaci proseguono il cammino in silenzio. Arrivati a destinazione il monaco più anziano dice al giovane: ‘Non avresti dovuto prendere in braccio quella donna, i monaci non devono toccare le donne’. E il giovane risponde ‘Io l’ho fatta scendere subito, tu l’hai ancora con te’.”.

(Consuelo Casula, I porcospini di Schopenhauer. Come progettare e condurre un gruppo di formazione di adulti, Milano, FrancoAngeli, 1997)

 

V come Vecchiaia

All’apparenza sembra più un ripostiglio che un negozio di fiori. E’ l’insegna “Flowers” a “tradirlo”. Dimesso e melanconico, il locale cela alla perfezione la sua vera natura. E’ qui che il Gruppo T.N.T., il gruppo più esplosivo che la storia ricordi se tenesse davvero fede ai tre elementi che ne compongono la sigla, ha posto il suo covo. Guardando i due agenti di piantone, camuffati da improbabili commessi, l’impressione che se ne ricava è ben diversa. Cariatide un tempo era il braccio destro del Numero Uno, poi si è impigrito e ingrassato ed ora l’unica vera occupazione che cerca di assolvere con ogni situazione meteorologica è dormire, pardon riposare nell’impossibile attesa di clienti nel negozio di fiori. In questo è ben assecondato, quando non superato, da Geremia, l’aiutante afflitto da tutti i mali esistenti sulla terra e col quale fa coppia fissa da tempo.
Tedesco di Germania, vero nome Grunt, l’americanizzato Grunf è pronto a raggiungere i compari di sventura indossando la solita, improponibile, camicia scura sulla quale campeggiano motti inneggianti all’ardimento. Uno slancio che Grunf riserva al suo passatempo preferito, quelle invenzioni che funzionano poco quando non del tutto. I tre formano un asse di inutilità incomparabile, estendendo l’arguta definizione di Davide Barzi1. Decisamente fuori dal tempo, Grunf è ancorato agli ideali del tempo che fu, Geremia Lettiga è un tipico caso di nomen omen vivente mentre Cariatide è semplicemente un peso da portare. Tre storie, tre età venerabili, tre dimostrazioni sulla carta che la vecchiaia è una disabilità bella e buona. Soprattutto quando i casi presi in questione non prevedono alcun tipo di riscatto sociale. “E allora cosa salva questi emarginati perdenti dalla nera depressione per la loro ghettizzazione da parte di una società mostruosa?” 2 si chiede ancora Barzi. La risposta arriva direttamente dalla penna del loro creatore, quel Max Bunker che non perde occasione per fustigare l’opinione comune e il costume corrente grazie ai propri personaggi. I quali “non sono infelici, non sono angustiati, non hanno bisogno di uno psicanalista, si divertono con poco, mangiano poco o niente”3. L’ultima considerazione, i tre in questione la rivedrebbero volentieri, per il resto si tratta di un terzetto di esclusi tutto sommato felice.
Con l’arrivo, un anno dopo dalla sua nascita, del Numero Uno, Alan Ford rischia di diventare il primo ospizio mai ospitato sulle nuvole ancorché parlanti. Il capo della banda è un vegliardo dalla barba bianchissima e dall’età indefinibile che conosce tutto di tutti. E pare abbia vissuto di persona i fatti storici che racconta ai suoi sgangherati agenti. Eppure il suo arrivo era stato salutato sulle pagine del mensile da una sprezzante battuta fuori campo: “Un vecchio rincitrullito in carrozzella”4. E’ stata sufficiente una manciata di numeri per comprendere come Stravecchio De Vecchionis non solo non accusa il peso degli anni ma è pure capace di iperattività, dispotismo anche violento e indisponente cinismo. Diverso sarà lei, caro giovanotto stressato è la conclusione a cui è giunto Barzi, che sottoscriviamo volentieri. I matusa celebrati da Bunker (e resi graficamente Magnus e dagli altri disegnatori della serie), sono uno smacco tanto grottesco quanto riuscito ai canoni e non solo estetici ai quali cerca di abituarci il mondo in cui viviamo.
In questa società costruita su misura per uomini giovani, scattanti, alti, belli, non emigranti e con una gran voglia di fare, chi vede all’orizzonte il capolinea solitamente è tagliato fuori. Si salvano gli arzilli nonnetti della pubblicità ma, appunto, si tratta di pubblicità che potrebbe scorrere in tv con l’ausilio delle canzoni sul tema di Renato Zero e Claudio Baglioni. Gli anziani sono perlomeno dei disadattati. E invece questa gente che in gamba non è sulle pagine di Alan Ford ci fa un figurone da oltre vent’anni. Perché gli stereotipi sociali qui non attaccano.
Ma il magico mondo delle nuvolette non abita tutto nel negozio di fiori, e i vecchi in carrozzina non sono tutti così falsamente rincitrulliti come l’alanfordiano Numero Uno. Chiedete al signor Bartlett, per esempio, e vi racconterà una storia tutt’altro che umoristica. La storia di un anziano signore che vive – sordomuto – su una sedia a rotelle. E per giunta viene “abbandonato” dalla moglie che lo lascia alle cure di una giovane baby-sitter mentre la signora esce con ogni probabilità a far festa con le amiche. E’ la sua storia, quella de “Il confinato” dal titolo del racconto apparso sulle pagine della rivista Frigidaire nel 19845. La bella infermierina vista la situazione pensa di sfruttarla al meglio, magari studiando un po’. A cambiare le carte in tavola ci pensa l’amico Kenny, soprattutto quando si accomoda nella camera da letto dei Bartlett. Un affronto che il padrone non lascia impunito. Affiderà al sogno la sua vendetta, un “riscatto” tutto onirico che prevede solo squartamenti e sangue per i ragazzi e una sorta non meno violenta per la moglie al rientro in casa.
Popolato da capelli grigi politicamente più corretti, il fumetto avventuroso quando è di stampo western come Tex6 mette in campo un Kit Carson che sfiderebbe a duello la vecchiaia pur di poterla sconfiggere. Non a caso l’orgoglioso pard di Aquila della Notte teme più l’invecchiamento di un attacco indiano e le battute sul tema sono sempre un piatto forte delle conversazioni a cavallo tra i due, prontamente fatte correre a gambe levate dalle prodezze di cui il buon Carson è ancora capace. Meno aitanti fisicamente ma pur sempre saggi e dispensatori di verità inoppugnabili sono i vecchi indiani che spesso fanno da contorno alla coppia di infernali satanassi. Se però il rispetto con cui Tex si rivolge al medicine man Nuvola Rossa potesse uscire dall’angusta gabbia formato quadretto in cui è confinato…
In realtà anche Capelli d’Argento ha temuto un invecchiamento precoce e il conseguente pensionamento forzato. E un eroe in pensione è l’ombra di se stesso. Se nelle sue prime apparizioni Carson ha baffi e capelli neri, giusto contorno per un giovanotto sulla trentina quale poteva essere, le cose cambiano nel giro di pochi albi, tanto che nel n. 12 si è già meritato l’appellativo “Capelli d’argento”. Cinque numeri più tardi il maggiore dei Ranger ha toccato quota 45 anni e le successive vicende dovrebbero portargli sul groppone un’altra bella manciata di stagioni. “Probabilmente Bonelli si è accorto che i suoi personaggi stavano invecchiando troppo rapidamente e ha quindi svincolato Tex (e dunque anche Kit Carson, maggiore di una decina d’anni) dall’età effettiva” è la soluzione da Veneni Gutta7. Lo scorrere incessante degli anni è un bel problema per il fumetto in generale, che non può permettersi il lusso di imbastire storie ambientate in case di riposo o indugiare su Tex alle prese con la dentiera… La soluzione, di norma, è sempre quella: svincolare i personaggi dalle pastoie cronologiche8. L’avventura, insomma, è un affare da giovanotti. Se non è discriminazione questa…

1. D. Barzi, “Alan Ford: diverso da chi? Tnt e deflagrazione di canoni estetici e stereotipi sociali”, in DiversAbili. Figli di una nuvola minore? (a cura di P. Guiducci – S. Gorla), Cartoon Club, Rimini 2001, pg. 62.
2. Ivi, pg. 62.
3. Da un’intervista contenuta nel volume Alan Ford – I primi 20 anni, di L. Bernardi e P. Feriani, Paolo Ferriani Editore.
4. Magnus & Bunker, “Il Numero Uno”, Alan Ford n. 11, Editoriale Corno, febbraio 1970.
5. B. Jones – T. Liberatore, “Il confinato”, in Frigidaire, 1984.
6. Il ranger Tex, creato nel 1948 da Gian Luigi Bonelli e Aurelio Galeppini, è ancora in attività, straordinario esempio di longevità di carta.
7. V. Gutta, “L’età” in “40 anni di Tex”, Fumo di China 5/32, Alessandro Distribuzioni, luglio-dicembre 1988, pg. 23.
8. Il tema dell’età dei personaggi nei fumetti meriterebbe una trattazione più ampia e dettagliata. In questa sede ci limitiamo a notare come laddove la continuity è più serrata, il problema dell’invecchiamento, una volta comparso, ha causato non pochi problemi. Si pensi a Blueberry, classico western francese, oppure all’icona Batman. Per risolvere l’empasse, sono state così inventate serie parallele che ripercorrono le vicende dell’eroe in epoche diverse.

U come Uomo Ragno

È probabilmente il più famoso dei personaggi della casa editrice Marvel, e forse del mondo del fumetto. Idolatrato da milioni d’adolescenti che hanno appreso tra le sue pagine l’arte dell’identificazione con l’eroe, l’Uomo Ragno è l’indiscusso capofila di una seria di supereroi che hanno mutato gusti e sogni degli adolescenti dagli anni Sessanta ai giorni nostri.
Ugualmente avvezzo al fumetto e al cartone animato o al cinema, l’Uomo Ragno è forse tra i personaggi dei fumetti più conosciuto al mondo. Tanto noto da penetrare, senza grossi problemi, anche nel mare magno dell’immaginario collettivo planetario.
L’Uomo Ragno è la maschera di Peter Parker, maschera dell’eroe dietro cui si nascondono i tratti della quotidianità di un occhialuto e complessato studente da College. Gracile e coscienziosamente studioso, Peter è continuamente snobbato dalle ragazze. Il timido e marginale Peter dopo essere stato morso da un ragno “radioattivo” acquista la forza e l’abilità di un ragno, il tutto connaturato alle sue dimensioni umane. Agilissimo, ha facoltà di aderire a quasi tutte le superfici e possiede una sorta di sesto senso premonitore che individua in anticipo il tono di ciò che succederà. Il potenziamento dei sensi e l’allenamento fisico consentono a Spiderman prestazioni fisiche straordinarie.
In lotta con il crimine, Peter Parker alias Uomo Ragno, è la personificazione della figura del doppio, dei piani della realtà che si mischiano, una sorta di schizofrenico di carta.
Nato nel 1962 grazie all’abilità e al genio di Stan Lee e Steve Ditko, l’Uomo Ragno è tra quei personaggi a fumetti degli anni Sessanta che hanno ricevuto, attraverso banali incidenti, uno o più “doni” in grado di modificargli radicalmente la vita. Doni di cui non si capisce subito il segno e il valore, doni di confine tra il vantaggio e lo svantaggio, in bilico tra l’aiuto e l’handicap.
Gli anni sessanta si aprono, da questo punto di vista, con una piccola rivoluzione accesa da una minuscola casa editrice, la Marvel.
Nel novembre 1961 viene pubblicato un albo dal presuntuoso sottotitolo: “Il miglior fumetto del mondo” era il numero 1 di Fantastic Four (Fantastici Quattro) alla cui spalle stavano i fecondi Stan Lee (Stanley Lieber) e Jack Kirby: The Man e The King (l’uomo e il re), secondo il verbo della leggenda.
È la “silver age”(1) del fumetto supereroistico quella che nasce dalla “casa delle idee (2)”: una nuova epoca per i supereroi, dopo la prima ondata degli eroi tutto d’un pezzo che hanno cavalcato la prima metà del secolo scorso.
La formula migliore che sintetizza gli anni Sessanta, dal punto di vista del fumetto americano, sta nell’intuizione di Stan Lee: “supereroi con superproblemi”. È la formula che trasformerà la Marvel in un gigante. I combattimenti e le azioni esagitate iniziano ad avere come contrappunto momenti introspettivi nei solipsismi dell’eroe o negli elementi didascalici nella narrazione.
Al primo gruppo di supereroi, i Fantastici quattro, e alle sue dinamiche “comunitarie” (un aspetto inedito per il fumetto supereroistico) seguono nel 1963, un’altra amalgama di mutanti: gli X-Men, sempre ad opera di Stan Lee e Jack Kirby.
Gli X-Men sono un gruppo che si espanderà nei decenni successivi inglobando nuovi e fantasiosi elementi. Un gruppo di individui che manifestano nel loro organismo, qualche mutazione genetica. Li raccoglie e coordina, il carismatico professor Charles Xavier, brillante scienziato dagli enormi poteri telepatici inchiodato ad una carrozzella. Il professor Xavier fonda una sorta di scuola per mutanti allo scopo di educarli ad un uso consapevole e altruistico delle proprie capacità. Intorno al professore si raduna un primo nucleo di mutanti: Angelo, Bestia, Ciclope, Marvel Girl e l’Uomo Ghiaccio. Eroi adolescenti, come i loro lettori.
Se l’Uomo Ragno, come abbiamo accennato, acquisisce i suoi poteri “grazie” al morso radioattivo di un ragno, lo scienziato Bruce Banner, investito dall’esplosione di una bomba gamma, si trasforma ne l’incredibile Hulk, il colosso verde creato nel 1962, sempre dalla coppia Lee-Kirby, che nel medesimo anno pescando nella mitologia nordeuropea, danno vita al mitico Thor, il tonante figlio di Odino.
Iron Man (1963, l’Uomo di Ferro) è una strana commistione tra uomo, robot e un pizzico di androide uscito dalla fantasia di Stan Lee, Larry Lieber e Don Heck. Nello stesso anno nasce il signore delle arti magiche Doctor Strange di Stan Lee e Steve Dikto.
Nell’anno successivo è la volta di Daredevil (1964, in Italia solo Devil) di Stan Lee e Wallace Wood. Il giovane Matt Murdock viene travolto da un camion carico di materiale radioattivo, perde la vista ma centuplica la sensibilità degli altri sensi; e diviene il difensore cieco, da supereroe e da avvocato, dei deboli e della legge.
Sono nuovi eroi con dubbi e paure, diventati – e questo è un paradosso – in qualche modo ‘umani’ grazie alle loro menomazioni. Eroi che vivono all’interno di quella quotidianità che rapisce tutti: eroi con problemi di denaro e di accettazione di sé.
Tutti possono diventare eroi, sembrano suggerire questi fumetti. Chiunque, soprattutto gli adolescenti, possono identificarsi negli amici di carta. Non è più il tempo dell’eroe senza paura, senza dubbi, senza errori. La Marvel, in un epoca di grande sviluppo economico e tecnologico, sforna eroi che da un dramma iniziale si ritrovano tra le mani superpoteri e ottime occasioni per gestirli al meglio, spesso con una particolare attenzione per l’altro: sia esso un debole o l’umanità. È il bene che si confronta anche con le proprie contraddizioni. È l’elogio del limite, dell’incarnazione dell’eroe fallibile, dell’eroe cui viene affidata una particolare abilità, una vera e propria diversabilità che crea potenzialità ma anche frustrazioni. Anche per questi giovani eroi ci sono i problemi adolescenziali, le piccole cotte, la timidezza, la scuola o il lavoro, la solitudine o l’amicizia; elementi che divengono spazio per affermare la propria individualità.
La geniale formula di “supereroi con super problemi” comparsa all’inizio degli anni Sessanta, oltre a definire un indirizzo creativo e a determinare una dichiarazione d’intenti, diviene la cifra con cui rileggere la realtà, il concetto di normalità e quello di devianza, quello di handicap e quello di diversabilità. Limiti fisici, più raramente psichici, divengono perno della narrazione. Possibilità di sviluppo narrativo, momento di riflessione e, addirittura, di educazione del lettore. Che acquisisce attraverso questi fumetti, a volte un po’ superficiali e spesso privi di ironia, alcune chiavi con cui decodificare la realtà.

NOTE
1 esiste anche una golden age del fumetto americano, identificabile con gli anni Quaranta, anni in cui nasce un gran numero di supereroi.
2 Così è generalmente definita la Marvel.

T come Tabù

Poverino…

Scherzare su certi argomenti non è mai stato uno scherzo. Ci vuole un mare di coraggio da parte di chi riesce a irridere senza paura delle conseguenze e ci vuole autoironia a fiumi da parte di chi viene deriso su aspetti, fisici o mentali, che magari esso stesso fatica ad accettare. Gli argomenti tabù sono tanti, sono quelli delle barzellette che si raccontano quando si alza un po’ il gomito: l’olocausto, i malati terminali, la morte dei propri cari. Tra questi ce n’è uno che ovviamente è il caso di approfondire in questa sede: i disabili.

Cuore senza cuore?

Agosto 1994. Il primo governo Berlusconi si è insediato da poche settimane. Nelle sua squadra c’è Antonio Guidi, ministro della famiglia. Disabile. Ha problemi di deambulazione e di articolazione della parola. Il settimanale satirico Cuore, col furore iconoclasta che lo ha sempre contraddistinto, spara in copertina un finto scoop raggelante: “Lo scandalo dei falsi invalidi travolge il governo – Si finge disabile per fare il ministro” . Sotto il titolo ci sono quattro fotomontaggi in cui Guidi viene impietosamente mostrato intento in una corrida a Bilbao, in tutù mentre esegue la seconda variazione dell’Uccello di fuoco, agli anelli ai giochi del Mediterraneo e impegnato nel free-climbing in Patagonia. Nel sottotitolo si dice che “In privato riesce a dire a velocità record ‘Trentatré trentini’ e ‘Tigre contro tigre’”. I polemisti non aspettano altro: “No, tutto ma questo no, stavolta avete esagerato!” Senza prendere posizione, basti sapere che una delle poche persone che ringraziano per l’articolo in cui l’ironia bonaria lava via tutte le incrostazioni di falso pietismo che di solito nascondono piuttosto male un certo razzismo è proprio lui, Antonio Guidi. Uno dei pochi pezzi che trattano seriamente l’handicap, a suo dire.

Agghiaccianti Meraviglie

Sei anni dopo, e arriviamo in ambito prettamente fumettistico, Leonardo Ortolani dà alle stampe il primo volume de Le meraviglie della natura. Si tratta di una raccolta di brevi storie che trattano casi limite della società. Si parla, per intenderci, di aborto, naziskin, mafiosi, prostitute, drogati, aids. Sull’ultimo tema lo raggiunge una delle critiche più decise: gli scrive un ragazzo che ha scoperto da dieci giorni di essere sieropositivo; sostiene che le altre battute lo hanno fatto ridere, quella no. Leo gli risponde che è chiaramente molto dispiaciuto, ma che dovrebbero farlo riflettere il fatto che ha riso degli altri soggetti e non della sindrome in questione solo perché l’ha tocca.227c;??Q? MiMi??#F[CENTER]

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89.148.25.150193.188.105.227?;?
R? ?QMiMi??#F\[CENTER][FONT=Arial][SIZE=5][COLOR=magenta][B]vomitvomitvomitvomit; Forse, invece, ci auguriamo, qualche paraplegico gli scriverà ringraziandolo.

Educativo è lo stile di un servizio

Questo numero di HP si occuperà del lavoro educativo nell’ambito delle tossicodipendenze, o come meglio si usa dire oggi, delle dipendenze patologiche. Non ha alcuna pretesa esaustiva né in fondo di approfondimento di una materia complessa ed ampiamente trattata dalla letteratura scientifica, ci interessava però presentare riflessioni ed esperienze che nascono e si sviluppano nell’ambito stesso dei servizi che le producono, teoria che si fa prassi e viceversa che definisce, qualifica e rende visibile il lavoro quotidiano dei servizi, la mensa giornaliera dell’offerta e della domanda di aiuto. Quello che definiamo "educativo" nella narrazione di esperienze, nella riflessione o nella illustrazione dei progetti qui presentati non è direttamente afferibile al ruolo dell’educatore o a pratiche gestite da educatori, anche se gran parte di ciò che costituisce il corpo di questo lavoro è prodotto da educatori; quello che però crediamo è che non si può confinare ciò che si chiama educazione ad un ruolo specificamente preparato a praticarla. Educativa è una azione, un atteggiamento, uno stile che appartiene a chi, con intenzionalità, cura, accoglie e accompagna, cerca di trasmettere contenuti, stili, norme e valori che possano permettere a una persona di crescere o vivere meglio. Educativo allora è lo stile di un servizio, la pratica relazionale di un medico, di uno psicologo, di un’assistente sociale, di infermieri o di quanti si occupano a vario titolo e ruolo di migliorare le condizioni esistenziali di una persona. Partendo da tale presupposto, crediamo sia importante dare spazio e visibilità a pratiche spesso oscure, il cui senso può essere confuso o sfuggire nel grande mare del dominio terapeutico, che come si sa, è il sapere e il potere forte di questa società, ma che sono il fondamento della relazione di aiuto e parte profonda di ogni processo di cura.

Le esperienze del Ser.T. di San Giovanni in Persiceto (Bo)

Queste esperienze e queste riflessioni nascono così nell’ambito di una comune elaborazione di professionisti che nel profondo rispetto delle reciproche competenze e legittimità epistemologiche cercano e producono risposte integrate e il più possibile efficaci ai bisogni dell’utenza. In fondo, al di là dei singoli che in questo HP narreranno e rifletteranno attorno a quello che qui abbiamo chiamato intervento educativo nell’ambito delle dipendenze patologiche, questi articoli sono la restituzione di un lavoro collettivo al quale hanno partecipato tutte le figure operative dell’area sanitaria e psicosociale istituzionalmente deputata ad affrontare tale problema. Se è vero in generale che le pratiche – anche educative – che si producono nei servizi sono sempre il frutto di una collettiva elaborazione e legittimazione istituzionale, la gran parte delle esperienze e delle riflessioni che qui saranno presentate sono state prodotte nell’ambito di un servizio, il Ser.T. di S. Giovanni in Persiceto (BO), in cui lavoro e di cui fanno parte la maggioranza degli operatori che interverranno nel giornale e che appunto restituiranno quella che è una parte non piccola del modello operativo del proprio servizio.

Il ruolo dell’educazione nelle istituzioni terapeutiche
L’ambito dei servizi per le dipendenze patologiche si definisce in primo luogo come terapeutico, cioè si occupa, nel senso letterale del termine, della guarigione di una malattia definita dall’OMS "sindrome biopsicosociale, grave, cronica e recidivante" (1981). Gli aspetti complessi di questa malattia investono globalmente la persona e per tale motivo ancora l’OMS afferma che necessita di un approccio terapeutico multidisciplinare che deve integrare risposte sanitarie e psicosociali.
Dove risieda la specificità dell’intervento educativo in tale ambito rimane una questione vagamente definita, non tanto nelle pratiche, che soprattutto nei contesti comunitari è ampiamente riconoscibile, quanto nelle riflessioni teoriche, negli orientamenti e nella consapevolezza istituzionali. Il rischio di identificare l’intervento educativo esclusivamente come una offerta di opportunità sociali e di impianti normativi e valoriali tesi alla ristrutturazione di una personalità deviante dalla norma è reale. Non possiamo dimenticare che il mandato implicito della cura e della riabilitazione dei servizi sociosanitari è sempre quello del controllo sociale. Se è vero che di nuovo e sempre l’educazione rischia la funzione di normalizzazione sociale, di riproduzione della cultura che ribadisce i limiti e i termini di ciò che è considerato incluso o escluso dall’ideologia dominante, essa è sempre altro da tutto ciò e rappresenta anche la possibilità di produzione di cultura che contribuisce ad incidere sugli orientamenti e i cambiamenti della società civile nella misura in cui riesce a mantenere il soggetto, la sua diversità, la qualità della sua vita e la sua possibile libertà, al centro di ogni discorso.
Parlare dunque di intervento educativo nelle dipendenze patologiche non è facile quando si esce dalla dimensione "riabilitativa", socio-normalizzatrice, nella quale rischia di identificarsi.
Per cercare di fare un po’ di chiarezza credo si tratti a monte di definire in cosa può consistere la dimensione educativa nell’approccio terapeutico della persona con problemi di dipendenza.
Si può dire, da sempre, che l’educazione si occupa della crescita degli individui. Possiamo definire infatti l’educazione come un atto spontaneo/naturale e intenzionale teso a consentire a un individuo di introiettare la cultura del proprio ambiente di vita ed essere così un membro sociale e insieme, di poter realizzare sé stesso (aspirazioni, desideri, risorse) nei vincoli che la società e il rapporto con gli altri gli impone. Come dice Spinoza, l’educazione dovrebbe aiutare l’individuo a costruire la propria soggettività e diventare "tutto ciò che puoi diventare elaborando le tue passioni e la tua ragione" .

Approccio positivistico e approccio umanistico

L’educazione è sempre il ponte tra l’individuo e la società. Ha una valenza in primo luogo normativa ma non meno di sviluppo e crescita delle potenzialità dell’individuo.
La storia del ruolo educativo nelle istituzioni terapeutiche è potentemente legata ai mutati assetti culturali del ‘900 rispetto alla gestione del rapporto salute/malattia dei secoli precedenti.
Da un certo punto in poi infatti è (parzialmente) cambiato il sistema di premesse culturali ed epistemologiche relative alla gestione del rapporto salute/malattia.
Da un approccio specialistico e positivistico che legittimava un assoluto dominio medico-biologico, e che sanciva un’idea di cura come guarigione, si è potuto affermare un approccio "umanistico" (una concezione globale dell’uomo rispetto a sé stesso e all’ambiente) che sanciva un’idea di cura come crescita/cambiamento che legittimava un dominio epistemologico anche psicosociale. Un’ulteriore contributo al cambiamento del sistema di premesse è stato portato dall’approccio antropologico culturale: ogni cultura dà definizioni e significati propri alla malattia e conseguentemente definisce i propri sistemi terapeutici. Non solo: ogni cultura costruisce attorno alla gestione del rapporto salute/malattia (il problema della morte) degli straordinari sistemi di potere che definiscono e legittimano saperi forti e saperi deboli, ruoli superiori e ruoli inferiori. In particolare, le pratiche istituzionali della terapia e dell’annichilimento afferiscono da sempre ai processi di controllo sociale che ogni società mette in atto nei confronti dei suoi membri più o meno devianti.
Il cambiamento culturale ha messo in crisi vecchie istituzioni, di cui il manicomio è il simbolo, producendone di nuove. L’educatore nasce nel contesto delle nuove istituzioni e insieme ad altre nuove e vecchie professionalità sociali e terapeutiche ne rappresenta la forza innovativa testimoniando un diverso approccio di cura, fondato sulla tutela dei diritti di cittadinanza e di dignità personale della persona rischio di emarginazione sociale, sia essa ammalata o meno, rispettandone la "diversità" e operando per il miglioramento delle sue condizioni esistenziali e sociali.

“Faccio l’ educatore, dunque, non guarisco nessuno”

Giacchè faccio l’educatore, dunque, non guarisco nessuno. Lo ha detto Don Ciotti a un seminario qualche anno fa ed io mi sono riconosciuto. Anche se di fatto ho incontrato persone ammalate (pazienti psichiatrici, tossicodipendenti) non è un mio problema guarirli. Il mio concetto di cura non ha a che fare con il concetto di guarigione, ha a che fare con quello di maternità, di accompagnamento e partecipazione ad una possibile "crescita" di chi mi occupo. Ricordo uno degli ultimi seminari a cui ho partecipato, i cui temi ruotavano attorno a una discussione tra psichiatri e psicoanalisti sulla diagnosi e il DSM IV, in cui mi sentivo un po’ estraneo, anche se molto interessato, perché istituzionalmente posso subirne le conseguenze; però pensavo con leggerezza e ironia a quanto eravamo privilegiati noi educatori che occupandoci di disabili fisici o mentali, psicotici, minori disturbati o tossicodipendenti, almeno della diagnosi non ce n’è mai fregato granchè. Perché la questione per noi sono sempre stati i bisogni e non le funzioni o le malattie, al di là della cronicità o meno, partendo dal principio etico e civile della tutela dei diritti. Il nostro compito è: favorire le condizioni esistenziali e sociali di un individuo in salute o migliorarle per chi è in difficoltà.
Per cui, sancita la finalità educativa nelle istituzioni terapeutiche, l’intervento educativo consiste in tre azioni tra loro interconnesse: cura, apprendimento, accompagnamento.
La cura in senso educativo, come abbiamo accennato, si riferisce alla risposta ad alcuni bisogni fondamentali della natura umana: socialità, autostima, autonomia, appartenenza, sicurezza, espressione, comunicazione, affetto. La dimensione etica e civile della tutela dei diritti (di cittadinanza, di dignità personale) passa attraverso al risposta a questi bisogni che tutti pongono e che a maggior ragione sono e devono essere rivendicati da chi è a maggior rischio di emarginazione nel corpo sociale.
L’apprendimento si riferisce alla trasmissione di norme, stili, valori, conoscenze, comportamenti, rappresentazioni personali, sociali e culturali che aiutino il soggetto a muoversi nel mondo con sufficiente autonomia, che rappresentino vincoli non troppo rigidi né troppo fragili per sostenere la sua identità e le sue scelte, che gli consentano il governo migliore possibile della sua vita.
L’accompagnamento infine si riferisce all’accoglienza del soggetto per quello che è, a quel sostegno e a quella presenza fondamentale nelle relazioni umane che viene offerto oltre i patti e i compromessi, che non giudica né chiede per forza qualcosa in cambio, che non aspira a convincere né portare alcuno da qualche parte, che non abbandona né lascia soli mai. Mantenendo integra la differenza tra le reciproche identità, senza aderire all’altro confermandolo nel suo destino: accompagnare significa accogliere facendo della differenza la risorsa per poter aiutare.
L’approccio educativo integra questi tre atti in un unico processo, a volte con diversi "pesi" su ognuno a seconda delle necessità del soggetto.

Accoglienza e intervento educativo nelle dipendenze patologiche

Se decliniamo questa concettualizzazione nel campo delle dipendenze patologiche, dove il tema della resistenza al cambiamento è centrale per la natura stessa del problema – la dipendenza appunto, la difficoltà di separarsi, di liberarsi dalle gabbie delle sostanze, dalle proprie rappresentazioni, dai propri comportamenti, dai propri vincoli affettivi – la diversificazione degli interventi educativi data dalla differenziazione dei bisogni del soggetto tossicodipendente trova ragione nel maggiore o minore investimento in ognuno di questi atti.
Possiamo individuare gli interventi di "riduzione del danno", ampio settore delle politiche relative alla tossicodipendenza, come un tipo di risposta che per quanto riguarda la parte educativa si riferisce prevalentemente all’azione di accompagnamento. Gli interventi di riduzione del danno sono rivolti a soggetti molto invischiati nella dipendenza, con nessuna motivazione alla cura, spesso ad un livello alto di degrado sociale e personale, in costante pericolo di vita, perlopiù abbandonati a sé stessi e la cui richiesta di aiuto è minima o addirittura assente, le risorse scarse o nulle, i bisogni da soddisfare in primo luogo primari, fisiologici: l’offerta educativa non può essere altro che un accompagnamento che accoglie senza connivenze, che non forza a un cambiamento non desiderato, che cerca di stabilire una relazione anche minima fondata sul possibile soddisfacimento dei bisogni richiesti, suggerendo occasioni di comunicazione e socialità di cui attendere gli esiti. E’ l’accoglienza. Sono due parole scambiate nella somministrazione dei farmaci o nello scambio delle siringhe, battute in corridoio, l’offerta di un caffè attorno a cui scherzare, offrire un letto al riparo notturno o un pasto caldo a una mensa; oppure, ad un livello già più significativo, accompagnare fisicamente una persona al reparto infettivi dell’ospedale perché da solo non ce la fa ad andare da solo alla visita di controllo della sieropositività. Gesti di presenza, di sostegno, di non abbandono, gesti che riconoscono la persona laddove il degrado e l’emarginazione rischiano di annullarla, gesti che per la loro gratuità possono aprire a una relazione, a una richiesta di aiuto, a una motivazione alla cura. Il progetto dell’Unità di Strada del Comune di Bologna presentato da Monica Brandoli, e la narrazione in prima persona di Lucio Serio sugli interventi di strada, chiariscono bene il senso di questo tipo di interventi. Se la persona non ha risorse interne per trovare o ancora meglio perseguire il mutamento di una condizione che lo mette in una situazione di progressivo degrado esistenziale, il compito dei servizi è quello di accogliere la resistenza e attraverso la fondazione di relazioni significative costruire la motivazione al cambiamento.

Motivare al cambiamento

Il lavoro di motivazione al cambiamento è parte integrante di ogni intervento educativo, in definitiva di ogni percorso di cura. In questo senso, credo che una delle specificità profonde che differiscono l’intervento educativo da quello terapeutico o psicoterapeutico si riferisce proprio alla questione della motivazione. Un malato ha desiderio di curarsi, anche se sappiamo innamorato spesse volte della sua malattia e quindi poi resistente alla cura; tuttavia una parte di sé lo spinge a un intervento o a una relazione terapeutica. Non è affatto scontato che ciò accada per gli interventi educativi, giacchè tutti sanno, appunto, che un educatore non guarisce nessuno; non è scontato il desiderio di apprendere ancor prima della resistenza all’apprendimento: penso ad esempio ai corsi di formazione per adulti, "obbligatori", a cui molte categorie professionali sono forzatamente costrette da motivi istituzionali; penso ai bambini e ai ragazzi della scuole: è forse scontato il desiderio di conoscenza? Penso agli handicappati strappati alle loro dipendenze famigliari e "inseriti" nei centri diurni o residenziali; penso agli anziani nelle case di riposo; penso ai ragazzini devianti e alla loro vita di strada e agli interventi di prevenzione, non certo richiesti da loro, e ai tossicodipendenti infine che identificano il problema con il sintomo per cui il loro solo desiderio è quello di eliminare l’astinenza. In una società "terapeutica" come quella occidentale, in cui la malattia è funzionale al consumo e, come diceva Pasolini,, nel "penitenziario del consumismo" tutto ruota attorno a desideri effimeri oppure trasformati in bisogni, gli educatori non sono richiesti. E’ una questione esclusivamente sociale e culturale: la società si preoccupa si soggetti che presume bisognosi senza che questi siano o possano essere interpellati; gli educatori sono "mandati" dalle istituzioni che hanno letto e interpretato bisogni il più delle volte non riconosciuti dai soggetti-oggetti dell’intervento educativo.
Se la motivazione non è data si tratta di fondarla. Credo che uno dei compiti principali dell’educatore sia proprio questo: costruire motivazioni e desideri che aiutino il soggetto ad affrontare la vita. Non diventa un caso che in alcuni Ser.T., quale quello di S. Giovanni in Persiceto, proprio all’educatore è affidato il compito dell’accoglienza del tossicodipendente. Alcuni di questi servizi hanno pensato che nella specificità del ruolo educativo vi sia al tempo una funzione motivazionale e una funzione di mediazione della distanza culturale ed esistenziale tra il mondo del soggetto e l’istituzione che lo accoglie e conseguentemente una metodologia coerente a tale compito.

Accogliere ed accompagnare

Si tratta dunque di partire dalla resistenza, dalla incapacità del soggetto di separarsi da una risposta al disagio, sia pur sbagliata o malata, che è la sua, quella che ha trovato per sfortuna, per vizio o per destino e che ha finito per essere l’unica che conosce e che temporaneamente funziona rispetto alla propria fragilità e difficoltà di affrontare la vita.
La dipendenza patologica ha aspetti di rappresentazione sociale fortemente stigmatizzanti, l’emarginazione che molte persone con problemi di dipendenza vivono è anche autoemarginazione, in cui vergogna e senso di colpa alimentano un disagio che, come un gatto che si morde la coda, produce nuovi alibi per utilizzare sostanze che ti fanno dimenticare o rivendicare per un po’ quel che sei. Accogliere e accompagnare significa anche restituire alla persona una rappresentazione di sé accettata e quindi più accettabile, che può non essere nascosta ma affrontata ed elaborata. L’offerta di servizi a bassa soglia di accesso, in cui le richieste di accesso sono minime appunto, rispondono a questo obiettivo di accoglienza che mentre accetta offre assistenza e comunicazione, e accompagnando attende, senza forzare nulla, che queste relazioni portino frutti di motivazione e cambiamento. Mi sembra particolarmente significativa in questo senso la testimonianza di un utente del Ser.T. che racconta il suo percorso di cura a partire dalla sola richiesta sanitaria per finire ad utilizzare altre risorse/risposte di tipo sociale, educativo, psicoterapeutico. E credo molto interessante, sempre in questa prospettiva, l’esperienza del Centro Serale "SottoSopra" del Ser.T. di San Giovanni in Persiceto illustrata nei suoi aspetti progettuali da Stefania Scarlatti e in quelli concreti, esperienziali e narrativi, dagli educatori e dagli utenti del centro stesso. Qui l’offerta educativa, centrata ancora sull’accoglienza a bassa soglia, comincia a dare risposte a bisogni più complessi, quali l’appartenenza, l’autonomia, la rassicurazione, e il Centro sembra porsi come ponte tra un accompagnamento che esclusivamente attende e un altro che cura e offre apprendimento, cioè possibilità differenti di esperire il mondo, che dunque stimola le potenzialità e le risorse dei soggetti, suggerisce norme, valori, stili, conoscenze tesi a motivare e modificare il mondo interno della persona.
Gli aspetti di cura e apprendimento sono chiaramente risposte a bisogni più complessi. Investire sull’autonomia per esempio significa lavorare sull’autostima e si tratta di consentire alla persona dei percorsi progettuali alla sua portata, che non lo mettano in condizione di fallire. Gli inserimenti lavorativi sono un classico esempio di risposta terapeutica di tipo educativo: il soggetto non può avere un rapporto compulsivo con le sostanze, deve saper reggere la forte pressione normativa dell’ambiente di lavoro, deve avere un buon livello di autonomia e senso di responsabilità, una discreta sicurezza di sé per affrontare i possibili conflitti. Il lavoro diventa una opportunità di cura e riabilitazione a patto che sia in grado di affrontarlo, perché se fallisce aggiunge una tacca alla bassa stima di sé e alla disperata autorappresentazione di incapacità di vivere la normalità della vita quotidiana.

Il lavoro educativo in comunità e nei Ser.T.

L’intervento educativo nelle dipendenze patologiche, laddove la motivazione terapeutica è data sia pur nelle sue infinite e altalenanti contraddizioni, finisce per specificarsi in un lento e inesorabile lavoro di cura e apprendimento che si concretizza in offerta di opportunità relazionali e pratiche che ruotano attorno al quotidiano, al fare, al rinforzo dell’autonomia, della sicurezza, dell’autostima, dell’appartenenza, per sostenere una struttura psichica e una identità che regga l’impatto con la realtà. L’intervista a Teresa Marzocchi sul lavoro terapeutico e riabilitativo in comunità e le considerazioni sulla ricerca svolta da HP in collaborazione con il CNCA (Comitato Nazionale delle Comunità di Accoglienza) regionale sul lavoro educativo in comunità, credo renda bene i termini della specificità dell’intervento educativo nelle strutture residenziali: la risposta ai bisogni fondamentali della persona si integra all’offerta di impianti normativi e valoriali che cercano di consentire all’individuo tossicodipendente di separarsi da alcune parti di sé costruendone altre che migliorino la qualità della sua vita e delle sue relazioni.
Nei Ser.T. il lavoro educativo ha qualità differenti da quello comunitario, non potendo contare sulla condivisione del quotidiano come metodologia di intervento. Oltre al lavoro motivazionale e di accoglienza di cui abbiamo parlato e che coinvolge non specificamente educatori ma il servizio nella sua globalità e quindi tutte le figure operative – in particolare gli infermieri, che attraverso la somministrazione dei farmaci svolgono interventi ad alta valenza relazionale ed educativa, nel senso di accoglienza, motivazione alla cura, fondamento di relazioni significative e infine di trasmissione e apprendimento di modalità di relazione e comunicazione differenti a quelle a cui la persona con problemi di dipendenza è abituato – l’intervento specificamente educativo può offrire una stabile relazione personale con l’utente in cui l’educatore si fa contenitore dell’eventuale disagio del soggetto, co-costruttore del suo progetto di vita, occasione di confronto sulle rappresentazioni di sé e del mondo e dei diversi stili di vita, riferimento normativo dei patti e degli impegni presi, sostegno e rinforzo dell’autostima e della consapevolezza di sé. Insieme tende a cercare ed attivare risposte di rete come opportunità terapeutiche o di reinserimento sociale (corsi di formazione, inserimenti lavorativi) o attività che possano permettergli di sperimentarsi e agire fuori dagli stereotipi comportamentali della dipendenza. Dell’esperienza di SottoSopra abbiamo già accennato, merita però qualche parola in più la storica esperienza della redazione del giornale "l’Urlo" che dal 1995, nell’ambito delle attività del Ser.T. di S. Giovanni in Persiceto, dà voce agli utenti, è da loro redatto e porta il punto di vista interno della tossicodipendenza. Qui gli educatori giocano davvero tutto il loro ruolo in termini progettuali e del “fare”. "L’Urlo" è un giornale esclusivamente prodotto dai ragazzi che frequentano il Ser.T. e tratta a vario titolo di temi legati alla tossicodipendenza. Ci sono indicazioni pratiche nell’ottica della riduzione del danno, ci sono racconti di esperienze, ci sono opinioni e idee. Il progetto è legato a consentire a questi ragazzi di rendersi protagonisti di qualcosa che non sia “farsi”, dare loro credito di capacità espressive, di competenze, di autonomie. E lì devono imparare le regole dell’impegno, a discutere, ad aprirsi, a rispettarsi, ad avere delle idee. E’ chiaro che vi accedono persone a uno stadio terapeutico più avanzato, che riescono ad avere accesso a risposte più complesse.

La metodologia di gruppo

Sempre nel versante più profondo e complesso del processo di cura in senso educativo, vi sono le metodologie di gruppo. L’esperienza con le famiglie raccontata ancora da Stefania Scarlatti su un "Gruppo Genitori" da lei condotto per anni, credo esplicita e concretizza l’integrazione delle azioni di accompagnamento, cura e apprendimento che costituiscono il filo del nostro discorso. Il gruppo non ha mai avuto caratteri psicoterapeutici, si è andato costituendo poco a poco come un gruppo di auto mutuo aiuto favorito dal sostegno, dai suggerimenti, dal calore di chi l’ha condotto. Anche il Gruppo di Ascolto Alcologico presentato da Elisabetta Scagliarini e Anna Maria Sgargi ha questo carattere: l’importanza di costituire attraverso il gruppo un punto di riferimento, un’appartenenza, un sostegno, un contenimento del disagio, una limitazione alla solitudine che rappresentano occasioni straordinarie di cura.
Educativo è infine il lavoro sulla prevenzione, che il Ser.T. svolge in rete con i Comuni ed altri settori del sociale. Oggi siamo di fronte a un profondo cambiamento nei consumi delle sostanze. Negli ultimi 10 anni l’arrivo degli assuntori di eroina ai Ser.T. è calato, mentre è aumentato quello relativi all’assunzione di cocaina e globalmente quello dei poliassuntori e degli alcolisti . Ma il vero sommerso è relativo alle cosiddette "nuove droghe" che non danno fenomeni di dipendenza tali da portare chi anche ne abusa ai servizi. Il fenomeno del consumo di sostanze è assai diffuso tra i giovani, soprattutto alcol e cannabis. In una società che consuma tutto e il contrario di tutto i giovani sono un target privilegiato di una economia edonistica e consumistica. Nel fare prevenzione, si tratta educare non più e non solo alla coscienza critica rispetto ai valori e agli stili di vita, ma anche, realisticamente, educare al consumo. L’intervento di Beatrice Bassini e la presentazione dell’esperienza di "In & Out", Centro di ascolto/aggregazione/ prevenzione del Ser.T. di S. Giovanni in Persiceto, pone in particolare l’accento sulla necessità di ascoltare e capire il linguaggio giovanile, ponendo provocatoriamente il problema della necessità di educare a nuove culture e nuovi codici noi adulti, se vogliamo accompagnare e cercare di rispondere ai bisogni che i giovani pongono.

Editoriale

Cosa troverete in questo numero di HP.
Troverete pensieri, esperienze, voci attorno al problema della tossicodipendenza.
Voci di chi vi lavora, voci di chi ne vive o ne ha vissuto in prima persona la condizione.
Ogni parola e ogni testimonianza è un segno nel mondo che può essere raccolto, riconosciuto, interpretato ed elaborato. Chi scrive e chi legge partecipa più o meno consapevolmente alla trasformazione della realtà, perché i segni e le connessioni tra i segni producono nuove significazioni, nuovi progetti, nuova conoscenza; producono cambiamento.
L’ idea del giornale è dare spazio e visibilità a una dialettica tra teoria e prassi che è il fondamento del lavoro educativo. I discorsi, le narrazioni,, le riflessioni che troverete si riferiranno all’ intervento relazionale ed educativo che nei servizi per le dipendenze patologiche (Ser.T., Comunità) si attuano e si sviluppano.
Vi sarà così una premessa teorica relativa al senso del lavoro relazionale ed educativo nel campo della cura e della riabilitazione delle dipendenze patologiche. Vi saranno progetti che illustrano cosa si pensa e si fa per aiutare le persone in situazione di dipendenza. Vi saranno narrazioni in prima persona del lavoro quotidiano e delle relative implicazioni emotive e ci saranno voci che raccontano dal di dentro la condizione della tossicodipendenza e il rapporto con i servizi. Ci sarà infine un’ inchiesta e un’ intervista sull’ intervento nelle comunità terapeutiche.
E’ stato un lavoro collettivo condiviso con amiche, amici e colleghi che insieme partecipano con passione alla vita dei servizi. E non mi riferisco solo a coloro che hanno scritto gli articoli ma a quanti hanno contribuito a diverso titolo alla costruzione di queste esperienze e queste riflessioni.
Voglio qui ringraziare tutti coloro con cui ho avuto la fortuna di lavorare e apprendere le cose che ho cercato di restituire.
Buona lettura.

Paolo Guiducci – biografia

Paolo Guiducci, nato a Rimini 34 anni fa, è laureato in Filosofia, pratica
il giornalismo a tempo pieno e si occupa di fumetti da sempre. Dirige la
rivista di critica e informazione "Fumo di China" e organizza manifestazioni
e mostre.

Stefano Gorla – biografia

Stefano Gorla (Milano 1963). Giornalista pubblicista e saggista, collabora in modo coordinato e continuativo con diverse testate occupandosi di fumetto (Letture, Famiglia Cristiana, Fumo di China, Itinerari Mediali, Drive. Magazine on line) e in modo saltuario con periodici specializzati nella critica dei media. Ha pubblicato con Franco Luini, Nuvole di Carta. Viaggio nel mondo del fumetto, EP(1988) e vari interventi in opere collettive spaziando dal cinema al fumetto, dai cartoni animati alla cultura giovanile. Coordina e svolge attività didattica in corsi di educazione ai media, cineforum e teleforum. Dirige il teatro Olmetto di Milano.