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Autore: admin

6. L’informazione come elemento della rete dei servizi territoriali

di Franco Fioretto, responsabile Progetto ALI regione Piemonte

Sono felice di essere qui oggi per poter raccontare la mia esperienza, e al tempo stesso ascoltare le esperienze di chi sta lavorando nel settore analogo al mio.
Da più di sette anni è attiva in Piemonte la rete sperimentale del Progetto ALI, che significa Ausili Leggi Informazioni. Tutto è partito grazie a un contributo mirato della Regione Piemonte che andava a riconoscere un gruppo di enti sanitari e di servizi socio-assistenziali che già stavano svolgendo attività innovative in funzione di persone disabili. E questo gruppo di enti, che già stavano lavorando con risorse proprie, ha avuto la possibilità, grazie al contributo della Regione, di svolgere un’attività sovrazonale. L’architettura del progetto, ovviamente, si è modificata in modo naturale nel tempo, sia per cogliere alcune occasioni di finanziamento di natura europea (ad esempio l’iniziativa comunitaria di occupazione Horizon), sia per superare i punti di criticità e accogliere nuovi bisogni che emergevano. Tenete presente che il progetto in fase sperimentale copriva mezzo Piemonte, e quindi c’era un mezzo Piemonte che cercava di fare attività innovative e rispondere il meglio possibile ai bisogni, e l’altro mezzo Piemonte che era un po’ meno attivo. Di qui l’ulteriore bisogno di far diventare istituzionali queste iniziative, con risorse che fossero presenti su tutto il territorio del Piemonte. Ad esempio, una parte del progetto che faceva attività su sperimentazione di cartelle informatizzate socio-sanitarie o sull’utilizzo dell’ICD-10, che è un sistema di classificazione delle malattie dell’OMS, dopo qualche anno è diventata istituzionale e quindi in questo momento esiste una raccolta dati per l’età evolutiva, e ad esempio tutti i servizi di neuropsichiatria infantile in Piemonte sono tenuti a classificare i bambini con questi criteri dell’OMS e a collegare le prestazioni: quindi mentre prima si approssimavano i casi di bambini disabili certificati, ora si può dire con certezza “sono quasi novemila, hanno questo tipo di problemi, rispondiamo con queste soluzioni”. L’aspetto epidemiologico è fondamentale perché se non si riesce a dire quante sono le persone disabili, non si riesce neppure ad avere attenzioni.
Coi contributi del fondo sociale europeo siamo riusciti nel tempo da un lato a confrontarci con alcune esperienze straniere (ad esempio Access+ della città belga di Liegi e Ceapat di Madrid) e dall’altro ad avviare un corso di teleformazione a distanza per operatori di sportello informahandicap rivolto esclusivamente a disabili motori.
Il progetto prevedeva e prevede centri di documentazione e centri di risorse (quindi ausilioteche, laboratori di informatica, laboratori di comunicazione aumentativa) che essenzialmente nel tempo sono stati soprattutto a valenza sanitaria, e con una presa in carico o di età evolutiva o di età adulta. Mentre gli sportelli informahandicap, più collegati sul versante sociale, hanno dato prevalentemente attenzione all’età adulta.

Verso l’Osservatorio Regionale sull’Handicap
Dal prossimo anno, tutto quello che è il progetto ALI dovrebbe riuscire a confluire formalmente in un vero e proprio Osservatorio regionale sull’handicap.
Esiste un sito Internet del progetto ALI (www.alihandicap.org) che fotografa lo stato attuale dell’Osservatorio. Il sito in questo momento è costruito così: la parte più consistente è quella dell’informahandicap, articolato in una homepage che ospita le news e in una serie di nove macrosezioni, ognuna delle quali divisa in sotto rubriche. Di recente la parte dell’informahandicap è stata riorganizzata per privilegiare una veste grafica più semplice, una migliore navigabilità e accessibilità, ad esempio cambiando il motore del database in collaborazione con il Politecnico di Torino.
Poi c’è una sezione dedicata agli ausili, che corrisponde a una rete di ausilioteche e mette a disposizione dei volumi (in questo momento ci sono tre volumi gratuiti), in formato multiplo, quindi html, word, pdf per favorire le diverse modalità di lettura.
Ausili informatici offre una serie di software scaricabili direttamente dalla rete, o richiedibili per posta, in particolare per lavorare sul versante della riabilitazione dell’età evolutiva. Poi c’è un’area che è stata rinnovata grazie a un’altra parte di finanziamento, che è Domoticamica e che cerca di sostenere la cultura dell’ambiente accessibile, quindi presentando tutta una serie di soluzioni per la casa, le strutture, gli ambienti di lavoro, per l’abbattimento delle barriere architettoniche anche attraverso le tecnologie.
Poi c’è un’area dedicata all’autismo, che credo sia la maggiore raccolta in rete italiana sui disturbi pervasivi dello sviluppo, e va dalle classificazioni a tutti i metodi di trattamento possibili documentati.
C’è un’altra parte rinnovata sulle classificazioni per la disabilità, che presenta due classificazioni dell’OMS, l’ICF e la WHODAS II, che dovrebbero essere oggetto per il prossimo anno di sperimentazione. L’ICF vorremmo usarlo per fotografare la disabilità al momento cruciale del compimento della maggiore età. La WHODAS II dovrebbe essere sperimentata per cercare di andare a fotografare l’handicap grave, perché dal punto di vista medico-legale per determinare l’invalidità ci sono tabelle e parametri precisi, per determinare invece la persona handicappata in stato di gravità i criteri a volte sono estremamente soggettivi. La sezione di comunicazione aumentativa ospiterà dei materiali per il disabile grave, con gravi disturbi della comunicazione orale, e per i suoi familiari.
E poi c’è un’ultima area che presenta i progetti sperimentali per l’handicap grave in Piemonte, quindi ad esempio il monitoraggio di come vengono applicate le leggi 104 e 162, o il progetto in corso di attivazione chiamato “Durante noi per il dopo di noi”, che prevede una serie di iniziative di parent training rivolte ai familiari di persone disabili usando proprio gli strumenti informativi e formativi prodotti dall’Osservatorio.

Le difficoltà di trovare codici comuni
Proviamo ora a dire in sintesi che cosa non ha funzionato, che cosa non funziona tutt’oggi e che cosa invece sta funzionando o speriamo che funzioni.
Per quel che riguarda i punti critici, diciamo che, da un lato, per fare un Osservatorio regionale ci si scontra con un primo livello appunto regionale che è quello di mettere d’accordo Assessorati diversi. Ciò significa mettere d’accordo l’Assessorato alla Sanità, quello alla Cultura e all’Istruzione, quello al Lavoro e Formazione professionale, quello all’Urbanistica, quello ai Trasporti, quello al Turismo e allo Sport, e quello alle Politiche Sociali e della Famiglia. E questo non è facile. Poi c’è il livello sovrazonale, in cui i centri che in qualche modo sono stati dei propulsori e hanno prodotto materiali e documenti devono trovare prima di tutto un linguaggio comune. Ricordo la prima volta che abbiamo assemblato su scala nazionale la guida informahandicap: ognuno scriveva con un suo stile e quando si mettevano insieme i pezzi non sempre funzionava.
Il secondo aspetto è che spesso i centri si “affezionano” a un certo tipo di modello di lavoro, e quando cambiano le situazioni e le condizioni spesso non si riesce ad essere flessibili al cambiamento. Un terzo aspetto è quello del territorio. Tenete presente che in Piemonte ci sono ventidue ASL, quindi aziende sanitarie responsabili dell’area sanitaria in collaborazione con gli ospedali, e sessantasei enti gestori delle funzioni socio-assistenziali. Quindi la comunicazione tra sanità e assistenza non sempre è facile. Per quel che riguarda l’età evolutiva, sul versante sanitario i servizi di neuropsichiatria infantile in Piemonte funzionano, o diciamo che metà di questi servizi nei vari anni hanno funzionato tutto sommato bene, l’altra metà, con quei meccanismi di raccolta dati e di controllo di cui parlavo prima, sono ora obbligati a dimostrare che funzionano. Abitualmente, inoltre, questo tipo di servizio sanitario ha l’attitudine a confrontarsi con gli altri servizi e con gli altri enti e a favorire la nascita di gruppi di auto-aiuto per genitori.
Al momento, invece, del passaggio all’età adulta, e poi per l’età adulta vera e propria, gli aspetti sanitari e le responsabilità diventano più frammentati. C’è la fisiatria, la psicologia, la psichiatria, i distretti, l’assistenza sanitaria territoriale, la medicina legale, e non sempre è facile coordinare le cose. E’ evidente che in età adulta i servizi sociali e gli enti gestori delle funzioni socio-assistenziali hanno un ruolo maggiore di interfaccia con l’utenza. E sempre di più è importante il ruolo del privato sociale.

I punti di forza: la rete informativa
Poi invece ci sono i punti di forza del progetto che vanno sottolineati. Quando abbiamo iniziato, tanti anni fa, abbiamo scelto innanzitutto un filo rosso comune, cioè l’utilizzo delle nuove tecnologie e di Internet per collegare i centri e per divulgare i materiali informativi. E credo che questa sia stata una scelta vincente. Il secondo punto è che abbiamo deciso di utilizzare la realizzazione di tutti quei prodotti informativi (volumi, guide, depliant, video, software, pagine Internet) – che di solito si producono in corrispondenza di scadenze precise, come giornate di studio o convegni – proprio per verificare che le attività fossero svolte. E questo criterio, molto concreto e molto pratico, credo che sia servito. Spesso abbiamo anche attuato il meccanismo che fosse il privato sociale a verificare la qualità dei prodotti.
Un terzo aspetto da sottolineare è l’impegno dell’Assessorato alla Sanità e di quello alle Politiche Sociali e della Famiglia: da un lato hanno scelto in determinati momenti di valorizzare le migliori prassi del territorio, per far sì che queste esperienze potessero andare a ricaduta sugli altri, e al tempo stesso – attraverso meccanismi di formazione e di divulgazione delle attività svolte – hanno cercato di aumentare in maniera più omogenea il livello dei servizi su tutto il territorio della Regione Piemonte.

5. Informazione di fonte pubblica e “fasce deboli” della società

di Pina Lalli, docente di sociologia della comunicazione presso il dipartimento di discipline della comunicazione dell’università di Bologna

Grazie per l’ospitalità, e per questa opportunità di confrontarci sulle dimensioni pratiche ed operative di ciò che per noi è informazione e comunicazione sociale, in generale e soprattutto in relazione ai problemi dell’handicap. Io vorrei, con il mio intervento di oggi, provare a sottolineare due aspetti. Uno è di carattere più teorico, ed attiene all’importanza di valorizzare e di riconoscere il ruolo di rilievo che la comunicazione e l’informazione sociale possono avere dentro quel grande cappello che è la parola “comunicazione”, per cercare di capire se ci sono dei cambiamenti in atto e quali possono essere. Il secondo aspetto riguarda, sulla scia di questi cambiamenti possibili e riprendendo quanto l’intervento che mi ha preceduto ci suggeriva come punto interrogativo, quali obiettivi programmatici possiamo porci anche dal punto di vista della ricerca e della formazione. Personalmente lavoro all’Università, quindi il punto di vista che privilegerò e di cui potrò portarvi testimonianza è ciò che si muove nel campo della formazione e della ricerca.

Lo sviluppo della comunicazione sociale
Rispetto a soltanto qualche anno fa, ho la netta impressione che quella che si chiamava comunicazione e informazione sociale, e che era considerata in qualche modo la cenerentola del mondo fascinoso evocato dalla comunicazione, non sia più tale. Il termine “comunicazione” in primis evocava la pubblicità, il giornalismo, i mezzi di comunicazione di massa, e poi anche, pian piano, la comunicazione nell’ambito della Pubblica Amministrazione; la comunicazione sociale era appunto percepita un po’ come una piccola cenerentola. Questo anche se gruppi minoritari, pure all’interno del mondo della ricerca e della formazione, già cominciavano a muoversi: i centri di documentazione, per esempio, piccoli giornali d’informazione locale, o ancora alcune ricerche che si situavano accanto ad analisi di politiche e servizi sociali, e che cominciavano a rendersi conto dell’importanza del bene informazione, quando immesso in un processo di comunicazione che significava poi intervento reale e concreto.
C’era quasi timore, e mi sono spesso chiesta come mai; posso portarvi qualche piccolo aneddoto su questa cenerentola. Già anni fa, a un collega di un’altra Università – entrambi lavoravamo in contesti che si chiamano Scienze della Comunicazione – dicevo: mettiamoci in rete, costruiamo qualcosa, so che ci sono nella tua Università alcune persone interessate. La risposta fu: ma dai, cosa vuoi, sono settori secondari, non vale la pena di investire, eccetera. Tempo qualche anno (anche per un cambiamento, pure economico, nella collaborazione con il terzo settore), ed ecco invece che anche da quell’Università vengono stipulati contratti di consulenza, magari con privati o con l’associazionismo più che con il settore pubblico, al punto che mi è stato di recente “rinnovato l’interesse” a riprendere la vecchia proposta.
Un esempio rilevante, di carattere istituzionale, che difficilmente può essere messo in dubbio è relativo al nuovo quadro che si realizza oggi negli Atenei. Voi saprete, se avete a che fare in qualche modo con l’Università o leggete i giornali, che l’Università in questo momento è sottoposta a una grossa riforma, che riorganizza gli ordinamenti di studio. Ho trovato particolarmente significativo che una delle nuove classi di laurea di secondo livello, cioè una laurea specialistica, cui noi docenti siamo chiamati poi a dare contenuti, ha una dizione ministeriale che è “Comunicazione Sociale e Istituzionale”; c’è già dunque un riconoscimento di carattere giuridico, che addirittura prefigura le nostre risorse attuali in termini di ricerca e di didattica, della connessione stretta tra la comunicazione sociale e la comunicazione istituzionale. Questo, per esempio, rende possibile provare a costituire a Bologna – lo stiamo varando proprio in questi giorni – un corso di laurea specialistica denominato “Scienze della comunicazione pubblica, sociale e politica”. Su questo proveremo a misurarci, e proveremo soprattutto a cercare di mettere in rete non solo le nostre risorse conoscitive, ma anche tutte le risorse del settore, in modo da stabilire noi stessi dei meccanismi di scambio, delle capacità non solo propositive ma anche recettive delle nuove esigenze che si manifestano.

Comunicazione sociale contro le disuguaglianze
In realtà, tutto questo è sicuramente collegato a due elementi: uno riguarda di nuovo l’importanza che ha il riconoscimento della comunicazione cosiddetta pubblica, con gli operatori della comunicazione cresciuti all’interno delle pubbliche amministrazioni che hanno cominciato a dire: guardate che comunicare non vuol soltanto dire informare di come si chiama la legge x o y; comunicare vuol dire qualcosa di più complesso, più incisivo, che è il rapporto tra cittadino e istituzioni, e di ancor più incisivo in quanto è la costruzione dei cittadini e delle istituzioni insieme. E direi, e questo è il secondo elemento, che nei contesti in cui ci muoviamo, il sorgere di proposte, suggerimenti, associazionismi e minoranze o gruppi che si sono attivati per fare emergere voci prima poco ascoltate ai livelli dominanti, come si sarebbe detto una volta, anche questo ha reso possibile una nuova parola chiave all’interno dei servizi e della Pubblica Amministrazione: la parola “ascolto”, che di nuovo si ricollega strettamente al discorso comunicazione/informazione. Ci si pone insomma il problema di come ascoltare le esigenze ed i bisogni, ma non solo i bisogni: i diritti di cittadini che manifestano, che si esprimono, che si auto-organizzano proponendo anche essi stessi delle modalità di relazione, di messa in rete di conoscenze, di risorse, di modalità possibili di fare le cose.
In fondo, che cosa può voler dire oggi lo sviluppo di una sempre maggiore comunicazione sociale, in stretta interazione anche con la comunicazione pubblica? Può significare un aspetto che nella mia formazione, non solo come insegnante di Università ma come cittadina, ho sempre considerato rilevante nel rapporto con la costruzione di una cultura democratica; e cioè che le istituzioni pubbliche sono storicamente sorte con un compito fondamentale, quello di mettere tutti i cittadini in condizione di avere accesso alle risorse che storicamente i vari contesti, le varie città, i vari Paesi, ormai possiamo dire anche i vari continenti possono mettere a disposizione, colmando il divario delle disuguaglianze sociali. È un po’ come quando si diceva che la scuola pubblica è un grande progresso: non studia più soltanto chi può farlo, chi ha i mezzi per studiare, perché la scuola pubblica offre a tutti le stesse opportunità, in quanto per formare cittadini di una società democratica è importante articolare a fondo questo accesso.
Ora, allargando il discorso, quando ci rendiamo conto che le risorse e le opportunità non sono soltanto i libri che studi o le nozioni che impari a scuola, ma sono anche informazioni culturali, modelli di vita, atteggiamenti culturali e conoscenza dei propri diritti, ecco che il settore della comunicazione sociale e dell’informazione sociale diventa rilevante. Pensate ad esempio che entro quella che si chiama informazione sociale in ambito giornalistico – non solo nel nostro Paese: questo vale negli Stati Uniti come in Europa – i giornalisti che militano, che si riconoscono come specializzati nell’informazione sociale, si autodefiniscono come giornalisti che si rivolgono a cittadini che richiedono competenza; cittadini che vogliono partecipare ad una vita democratica e che vogliono che si parli dei loro diritti, e che nello stesso tempo vogliono essere messi a conoscenza dei diritti degli altri loro pari, cioè quindi degli altri cittadini, di coloro con cui convivono.
Ora, una delle tante disuguaglianze che riguarda la società in cui viviamo è quella che chiamiamo handicap; la vecchia, classica distinzione che si faceva tra deficit e handicap che cosa metteva in risalto? Che l’handicap è una disuguaglianza costruita socialmente, è la differenza di opportunità e di risorse. La crescita, l’emancipazione, la democraticizzazione di una società è la sua capacità di ridurre questa sperequazione di risorse e di opportunità tra cittadini che hanno tutti gli stessi diritti, a partire ciascuno da condizioni differenti., Anche rispetto a questo tipo di disuguaglianza, appunto, abbiamo scoperto quanto sia importante un lavoro di carattere informativo, ma non solo: un lavoro di carattere comunicativo, vale a dire che sia capace di incidere anche sulle dimensioni culturali, sulle interpretazioni che noi diamo.
Il quadro culturale della comunicazione sociale, come prima vi dicevo, faceva però sì che essa fosse una cenerentola, anche per il timore legato al fatto che quando si parla di sociale si parla, come dicono a Bologna, di “sfighe”, di problemi, insomma di cose che mal si conciliano con tutti gli aspetti ludici, festivi, che invece emergono nei valori culturali predominanti in un certo tipo di immaginario della nostra società. Allora si sarebbe detto: “vabbé, se proprio non posso fare a meno”, perché non c’era questa istanza; in qualche modo, chi si occupava di informazione o di comunicazione sociale, addirittura anche chi lavorava nei servizi sociali, in una sorta di immagine delle gerarchie di prestigio dentro le professioni, sembrava sempre essere in condizione inferiore.

Una comunicazione delicata per la società democratica
Mi ricordo, già nei primi anni ’90, una ricerca che mi è capitato di fare al di fuori del contesto italiano (dove quindi non esisteva ancora tutta una serie di normative per l’integrazione ma ci si cominciava a muovere), che verteva sulla rappresentazione sociale prevalente dei portatori di handicap di vario genere – si trattava della Svizzera Italiana, il Canton Ticino. Uno degli aspetti che emerse, e che mi ha fatto tornare in mente l’intervento della Dott.ssa Cesari, è che a un certo punto, per capire i quadri culturali di interpretazione non soltanto dei cittadini in generale riguardo ai portatori di handicap ed ai loro familiari, noi dicemmo: attenzione, è importante anche il quadro che ne hanno in mente gli operatori. Organizzammo allora incontri con degli operatori, e scoprimmo che era la prima volta che questi si incontravano – in un contesto tra l’altro piccolo, perché il Ticino è sì uno Stato, ma ha un minor numero di abitanti della città di Bologna – e loro ci dissero, e si dissero: ma è importantissimo che noi comunichiamo tra di noi, che mettiamo in rete le nostre esperienze, perché stiamo producendo del sapere, delle professionalità, delle analisi di caso, e non abbiamo noi stessi le informazioni su cosa fa il nostro vicino accanto a noi. Quindi già lì, a partire da una ricerca su un problema che apparentemente non c’entrava nulla con la comunicazione, immediatamente emerse l’importanza della messa in rete informativa e comunicativa.
In realtà, oggi, io direi che sono abbastanza soddisfacenti tutte le attività in questo senso che svolgono non solo i servizi pubblici, ma soprattutto – questo è stato trainante a mio parere nel nostro Paese – le associazioni, le auto-organizzazioni. Nessuno oggi metterebbe più in discussione l’importanza dell’informazione e della comunicazione sociale per la promozione stessa della società; e non più in termini di dover rispondere a dei bisogni di soggetti deboli, perché secondo me stiamo andando al di là. Il problema non è infatti quello del soggetto debole o forte, il problema è quello del cittadino, e della promozione di un contesto civile e democratico in cui la lotta contro ogni tipo di forma di esclusione è centrale per continuare a sopravvivere come società aperta e democratica – perché altrimenti ognuno fa le sue “gradazioni” possibili.
È allora arrivato il momento di rimboccarsi le maniche, anche per chi sta nel campo della formazione e della ricerca, per dire: OK, forse è il caso di valorizzare e quindi di potenziare la ricerca, di studiare risorse e metodi adeguati senza limitarci a riportarli dall’esterno, da quanto è stato già fatto altrove, il che pure può essere utile. Probabilmente non basta dire: faccio comunicazione sociale perché faccio una bella campagna pubblicitaria. Devo stare attento, un conto è vendere saponette, un conto è intervenire su determinati quadri culturali e valoriali; questo perché se ottengo degli effetti imprevisti faccio dei danni. Non è come la pubblicità: “vabbé, non hai comprato la mia saponetta”, con un danno soltanto di una società che ha diminuito le sue vendite. Ma se io ho prodotto una campagna pubblicitaria, una campagna di informazione sociale che ho rivolto a tutti i cittadini, e per certi gruppi sociali invece ottengo degli effetti imprevisti, magari di maggiore ghettizzazione, o di incomprensione, o di disorientamento, allora sto creando dei danni, non sto suscitando cambiamento, rischio anzi di rinforzare stigma, esclusione, eccetera. Con questo non voglio demonizzare nessuno, per carità, non è una critica generalizzata; voglio semplicemente dire che c’è bisogno di mettersi al lavoro per capire se ci sono delle risorse, degli strumenti e delle competenze specifiche che noi dobbiamo produrre in questo campo.
Nel nostro piccolo, qui a Bologna abbiamo provato da qualche anno a costituire nel nostro Dipartimento di Scienze della Comunicazione un gruppo informale che si chiama Osservatorio sulla Comunicazione Sociale, e grazie ai nostri giovani, studenti e laureandi, qualcosina abbiamo iniziato a produrre. Come volontariato, cioè non abbiamo fatto nulla su commesse di questo o di quell’altro. Abbiamo iniziato, per esempio, a cercare di capire una nuova agenzia di stampa quotidiana che è sorta l’anno scorso, “Redattore Sociale”; abbiamo provato a monitorarla, per capire: ma che vuol dire? Come si interpretano i fatti? A breve dovrebbe uscire il libretto con i risultati. Più di recente abbiamo organizzato dei seminari, ad esempio per capire come viene trattato l’episodio di cronaca sulla malattia mentale – l’abbiamo fatto in collaborazione con Bandieragialla; oppure, che vuol dire fare dei giornali di strada a Bologna? E farli a Milano, è una cosa diversa? Abbiamo messo a confronto vari modi di fare informazione da parte di diverse associazioni, cosa esplicitavano le varie scelte, e speriamo di poter avere le forze per continuare, ma soprattutto, credo questo sia il momento, di trovare un modo più strutturato di farlo, visto che nasce anche un Corso di laurea in tal senso.

L’informazione come relazione personale
Piccole cose, ma al momento ci hanno fatto capire qualcosa che anche gli operatori, che talora ci hanno chiesto di ragionare con loro (per esempio gli assistenti sociali, o di recente alcuni operatori degli URP o della Regione nei servizi informativi), ci stanno facendo capire, avendoci chiesto un lavoro di osservazione e di ricerca. Per esempio che fare informazione – questo è il secondo e ultimo aspetto su cui concludo – soprattutto in situazioni che possono essere multiproblematiche, su servizi, su normative, su situazioni complesse, che spesso concernono persone e non soltanto categorie (visto che proprio una lotta contro la chiusura della categoria dobbiamo compiere), forse richiede delle riflessioni anche sulla relazione personale, non soltanto su come informare.
Faccio un esempio specifico: un’idea che ci sta venendo in questo periodo è di assimilare il problema dell’informazione al problema della presa in carico, già noto nell’ambito dei servizi sociali. In concreto si danno informazioni, come riportano i dati che prima ci dava la Dott.ssa Cesari – un tot % viene a chiedere informazioni di questo o dell’altro tipo. Poniamo ora che l’operatore quell’informazione non ce l’abbia: ed ecco, come si diceva, che è importante la messa in rete. Ma cosa significa questo? Che chi sta lì a dare informazioni è contemporaneamente qualcuno che sta prendendo in carico un caso, e quindi deve avere gli strumenti in uscita e in entrata, cioè all’interno della sua istituzione o di altre, per poter raccogliere le informazioni che non ha e nello stesso tempo per capire come mai non ha quelle informazioni. Ed inoltre, deve essere in grado di ascoltare l’esigenza che gli è arrivata da Mario Rossi, ma che in realtà può essere in tanti Giuseppe e Giannino che non conosce e che non sono nemmeno arrivati al servizio, e così quindi si può capire anche qualcosa di altri. Questo non è semplice: alcuni servizi riescono a farlo, altri fanno fatica, altri che riescono a farlo rischiano talora di perdere questa capacità. Pensate, magari basta un minimo cambiamento, introduci la telefonata, il computer, velocizzi certe cose, ma smette la presa in carico individuale; esiste cioè il rischio che magari si introducano strumenti innovativi importantissimi dimenticandosi che sempre, storicamente, occorre ibridare le competenze. Non è che una nuova modalità ne sostituisca un’altra, ma piuttosto essa si combina con le altre – il che rende più complesso il quadro. Questo è un aspetto apparentemente banale, ma che ho visto attraversare, se ho ben inteso, anche l’intervento della Dott.ssa Cesari: non solo i dati, le varie analisi e gli sforzi che un Comune sta facendo, ma anche il suo invito finale, come pista di lavoro su cui riflettere.

2. Un chilo di piume, un chilo di piombo

I bambini e la seconda guerra mondiale. In Italia, in Europa e nel resto del mondo
O ragazza dalla guance di pesca
o ragazza dalle guance di aurora
io spero che a narrarti riesca
la mia vita all’età che haiora.
Coprifuoco la truppa tedesca
la città dominava, siam pronti
chi non vuole chinare la testa
con noi prenda la strada dei monti.
Avevamo vent’anni e oltre il ponte
oltre il ponte che è in manonemica
vedevam l’altra riva la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte.

Mario Lodi, I bambini della cascina, Marsilio, Venezia, 1999
La guerra rimane sullo sfondo di questo bel libro che racconta come vivevano i bambini delle campagne del nord Italia alla fine degli anni ’20. Protagonisti sono proprio loro, i bambini, con i loro poveri giochi, i primi lavori nella fattoria, le amicizie e i litigi. Ma ogni tanto, fra le pagine, si fa largo qualche fascista alla ricerca di giovani contrari al regime o a caccia di nuovi tesserati ed emergono i ricordi di chi ha fatto la prima guerra mondiale.
E non sono bei ricordi: “…ragazzi, la guerra l’hanno inventata i matti, quelli veri, da legare. Far soffrire così e far morire tanti cristiani per niente! (…) Eravamo pieni di pidocchi, con le croste su tutto il corpo a forza di grattare…un tormento. Quando i soldati tornavano a casa per una licenza, si spogliavano nudi e facevano bollire tutti gli indumenti. E quando la licenza era finita, non volevano più partire: i parenti li dovevano accompagnare alla stazione perché se non tornavano al fronte venivano fucilati. Una tragedia. E loro piangevano e partivano. Io non sono mai andato in licenza, al loro posto non so che cosa avrei fatto. Questa era la guerra, ragazzi”. (p. 79)

Lia Levi, Maddalena resta a casa,Storie d’Italia, Mondadori, Milano, 2000
Uno sguardo nella vita di tutti i giorni dell’Italia del ventennio fascista e di chi ha cercato di combatterlo lavorando di nascosto, stampando e diffondendo volantini e notizie. La storia ci viene raccontata, con uno strano espediente narrativo, dalla casa dove abitano Maddalena e il suo papà ed è molto semplice ma ha il pregio di farci calare nella vita quotidiana dei ragazzini di quell’epoca e di mostrare, anche se in modo forse un po’ troppo lieve, che c’era chi al fascismo si opponeva facendo del suo meglio con semplicità. Gente comune e non necessariamente eroi.

Frediano Sessi, L’isola di Rab, Storie d’Italia, Mondadori, 2001
Frediano Sessi è uno studioso attento che si è occupato molto dell’epoca nazifascista e dei campi di concentramento. Questo rende il romanzo molto interessante perché vi si avverte, pur nella libertà dell’invenzione, tutta la tragicità di un storia vera. I ragazzi faticheranno a ritrovarla sui libri scolastici ma non vanno invece dimenticati questi campi di concentramento in cui i fascisti internavano le popolazioni della Jugoslavia in condizioni spaventose per poter ripopolare quelle zone con fascisti di provata fede e miglior razza.
La storia è raccontata da un ragazzino, Benito, fiero moschettiere balilla che segue il padre chiamato a gestire appunto il campo dell’isola di Rab. Nel volgere dei giorni la realtà si fa sempre più evidente e Benito, anche grazie alla sua amicizia con Sonja, una ragazzina croata che cercherà di salvare dall’internamento, prenderà coscienza e sceglierà autonomamente “da che parte stare”.

Mario Rivelli, Sotto le bombe di maggio, Condaghes, Cagliari, 1997
Una storia semplice che ha però il pregio di calarci nella realtà di gente qualsiasi che vive una vita qualsiasi in tempo di guerra. E così le avventure di Marco e di Lucia ci fanno sapere cosa si mangiava, come si organizzavano le giornate, cosa si faceva quando suonava l’allarme e cadevano le bombe. E anche ci mostrano, attraverso gli occhi di due bambini, la difficoltà di saper distinguere “i nemici” in un’Italia ancora fascista ma in attesa di essere liberata dai“nemici” inglesi e americani.

Beatrice Solinas Donghi, Il fantasma del villino, Einaudi Ragazzi, 1992
Un romanzo semplice ma avventuroso e avvincente, adatto per ragazzini di 9/10 anni, in cui si racconta di Lilli, sfollata con la mamma e il fratellino in un paesetto di montagna. E si racconta di Regina, piccola ebrea nascosta in un villino poco distante.
La guerra, le persecuzioni, i partigiani si muovono sullo sfondo di un’estate di scoperte in cui Lilli cresce e, pur da bambina, comincia a riflettere su quello che le accade intorno.

Donatella Ziliotto, Un chilo di piume, un chilo di piombo, Einaudi ragazzi, Torino, 1992 (riedito da Delfini, Fabbri, Milano, 2002)
E’ rivolto in particolare alle ragazzine il diario della triestina Fiamma, così chiamata dalla mamma, grande ammiratrice di D’Annunzio (“ma io volevo Tonina”), che racconta la sua vita sul finire della guerra mentre si aspetta che arrivino gli americani “un lungo bruco malato che si trascinasse a stento su per l’Italia. E noi quassù, gli ultimi…”
Il papà di Fiamma è “un mezzo ebreo perché la sua mamma era ebrea e ci teneva tanto che i suoi bambini fossero tutti ebrei. Mio nonno infatti non eraebreo ma socialista e ubriacone”. Si sorride alle descrizioni impietose della sorella grande che “dice che non bisognerebbe parlare bene di chi ci bombarda (…) e a me mi sgrida perché le pare che non amo abbastanza la patria” e ci si schiera con il papà e la maestra Rita che ascoltano radio Londra.
E così si passa attraverso vicende semplici e quotidiane che aiutano a capire come si viveva e soprattutto come vivevano i bambini in quel tempo.
Un libro per cominciare un viaggio della memoria, ancora “leggero”, adatto ai più giovani, inattesa che possano affrontare letture più impegnative. Ma che intanto lascia un segno indelebile e semina pensieri ancora abbozzati ma che matureranno e formeranno adulti rispettosi e uomini e donne di pace, come dice la maestra Rita: “Tonina cara, spero che la tua generazione non tolleri di stare per un ventennio seduta per terra. Noi abbiamo un galletto che per essere stato due giorni seduto s’è azzoppato definitivamente.”
E, come dice l’autrice: “…i miei diari scritti durante la guerra mi hanno aiutato a ricordare quante piume ci sono per un bambino anche in anni pieni di piombo: si pattina durante gli allarmi, si allevano conigli di nascosto, ci si innamora. E si cresce.”

Ermanno Detti, Estrella, Nuove Edizioni Romane, Roma, 2000
Si muovono nell’Italia divisa della fine del ’43, quando arrivarono gli americani, i due ragazzi protagonisti di questa storia: Van, proiettato quasi suo malgrado, in una vicenda più grande di lui mentre segue-insegue Estrella, figura misteriosa che potrebbe essere filo americana o spia dei tedeschi oppure….
Nel dipanarsi veloce della storia, il giovane protagonista acquisisce sempre maggior consapevolezza fino a poter scegliere liberamente da che parte stare.
Una storia in gran parte vera, raccontata all’autore dai due protagonisti.

Donatella Bindi Mondaini, L’albero buio, Le letture, E Elle, Trieste, 1992
Attraverso le riflessioni e le avventure di quattro fratelli rifugiatisi dalla nonna sulle colline fiorentine, vediamo cosa accadeva in Italia dopo l’armistizio del’43. Un libro semplice ma in grado di appassionare i ragazzini più giovani: sullo sfondo i tedeschi in ritirata verso nord, i partigiani, la gente comune schierata da una parte o dall’altra, fino ad un soldato tedesco che diserta perché contrario al regime del suo paese. Attraverso una progressiva presa di coscienza i quattro ragazzi, e i lettori insieme a loro, capiscono che il mondo non si può dividere semplicemente in buoni e cattivi.

Guido Petter, Ci chiamavano banditi, Supergru, Giunti, Firenze, 1995
Il libro è già apparso nel 1978 col titolo “Che importa se ci chiaman banditi” in forma di racconto delle vicende di guerra partigiana in Valdossola. Benchél’autore avesse precisato che si trattava di una sorta di “diarioin terza persona” fu considerato in genere dai lettori piùgiovani come un testo aperto ad invenzioni fantastiche. Per rendere più incisivo il taglio dell’esperienza realmente vissuta dall’autore negli anni giovanili, Guido Petter ha deciso di procedere ad una riscrittura passando dalla terza alla prima persona e dall’uso del passato a quello del presente. La versione attuale èdunque più incisiva, quel che il protagonista racconta sembraavvenire sotto i nostri occhi, in una sorta di presa diretta cheacquista una più forte intensità emotiva capace diparlare anche ai ragazzi di oggi.

Guido Petter, Nel rifugio segreto, Giunti, Firenze, 1998
Il libro, ambientato nell’estate del1944, si ispira ad un episodio della guerra di Liberazione in Valdossola: il lancio da parte degli aerei angloamericani di armi e rifornimenti ai partigiani che operavano in quella zona. Da questo spunto prendono il via le vicende di un gruppo di ragazzini, nati e cresciuti su quelle montagne e che proprio in quei luoghi imparano a conoscere da vicino la realtà della guerra e specialmente la lotta tra le armate partigiane e le milizie fasciste. Ne fanno anzi anche un po’ parte quando offriranno il loro rifugio segreto“la tana dell’orso” ai partigiani come riparo ai feriti.L’esperienza diretta di Guido Petter come partigiano, la concretezza delle situazioni, lo stile immediato e coinvolgente producono un racconto in cui la dimensione storica e gli slanci fantastici si fondono in modo equilibrato e convincente.

Mino Milani, Seduto nell’erba al buio. Diario di un ragazzo italiano. Estate 1944, Fabbri Editori, Milano, 2002
Una normale estate di guerra. Un’estate in cui niente è normale perché la guerra cambiatutto, il mondo intorno e le persone, la vita nelle città e ipensieri nella testa. Così anche per Nino, 15 anni nell’estate del 1944. Attraverso il suo racconto, strutturato su pagine di diario, riviviamo i mesi che portarono alla liberazione di Italia.Mesi scanditi dalla paura delle bombe, dei rastrellamenti, dalla ricerca affannosa di cibo. Mesi in cui l’ombra della guerra siallarga fino ad interrompere il normale scorrere dei giorni e asfumare gli accadimenti centrali di una giovane vita: le gite con gliamici, le desiderate vacanze, i patimenti dei primi amori. Le parole di Nino ci chiamano al confronto con i dubbi, gli interrogativi di fondo che ogni guerra impone: “Chi sono gli amici? Chi i nemici? Perché gli alleati bombardano e uccidono proprio chi li sta aspettando con tanta ansia? In tempo di guerra si può essere amici di un avversario? ” Queste e altre domande riempiono la testa di Nino, così come di tanti altri ragazzi italiani in quella lunga e drammatica estate.
Il ritmo quotidiano delle pagine di un diario, lo stile asciutto e forte, permettono a noi lettori di provare le stesse emozioni, paure, desideri fino a fare nostre le parole con cui il libro si chiude. “Mi sono seduto nell’erba. Non so nemmeno io perché, non di sicuro per aspettare il treno, chissà quando sarebbe partito, con tutti quei feriti da caricare. Non mi vergogno a dirlo, ho pianto. Ma tanto. Sono stato là per un po’, a pensare alle cose che stanno accadendo. Non sono riuscito a capirci nulla. Sono stato là fino a quando non mi sono accorto di tremare; per il freddo, credo; ma forse non era per il freddo. Poi ho ripreso la bici e sono tornato a casa, prima del coprifuoco.
Ecco. Adesso sono calmo. Non continuerò a scrivere il diario. No. Sono certo di no. Ma questa guerra sarà finita, prima o poi, e allora potremo vivere da ragazzi”.

Roberto Denti, Ancora un giorno. Milano 1945.  Storie d’Italia Mondadori, Milano, 2001
Quattro ragazzini nella Milano in guerra. Sono loro i protagonisti principali di questa storia che è quasi una testimonianza. Molto reali sono infatti gli avvenimenti raccontati e l’aspetto avventuroso, che pur si sente, è stemperato dalla concretezza dei problemi che giovani e adulti devono affrontare. È quindi un’occasione per incrociare le voci di un intera comunità, quella che si affaccia su un cortile di una vecchia casa di ringhiera, che tra paure e speranze attende la fine della guerra.

Ermanno Detti, Leda e il mago, (illustrazioni di Roberto Innocenti), Fatatrac, Firenze, 2002
Un episodio di guerra partigiana è il centro di questo romanzo, una guerra quindi che si è estesa sempre più, dalle città ai piccoli paesi, dalla pianura verso le montagne. È proprio sulle montagne del Monte Amiata che Leda, ragazzina che “aveva dieci anni e che ricordava soltanto la guerra” compie scelte e gesti coraggiosi e pericolosi.
Il tono della vicenda è dato dai tratti dei personaggi: Leda protagonista prima inconsapevole e poi sempre più convinta di dover avere spiegazioni riguardo a ciò che succede intorno a lei, Rufo suo coetaneo, più docile e meno ostile ai misteri che circondano le azioni di guerra e il Mago, personaggio ambiguo dal fascino misterioso ed inquietante che incarna il sentimento del coraggio ma anche la disperazione di ogni guerra.Splendide le illustrazioni di Roberto Innocenti che esprimono la gamma intera dei sentimenti provati e il senso di cupezza che si respira nell’aria.

Lia Levi, Da quando sono tornata, Junior +10, Mondadori, Milano, 2002
La guerra è finita e Brunisa, già protagonista di una Valle piena di stelle, torna nella sua città raccontandoci in prima persona le peripezie della ricostruzione. Il libro, infatti, intreccia le vicende private di Brunisa, il trasferimento della famiglia a Roma, le nuove amicizie con la dimensione collettiva dell’Italia del dopoguerra. Un racconto che riporta indietro, di fronte alle grandi scelte di quel periodo storico (il referendum fra Monarchia e repubblica, la nascita della giovane democrazia) ma anche ai modi e agli stili di vita che, per reazione agli anni duri della guerra, nacquero e si affermarono.

Josef Holub, Quell’ultima estate, Delfini, Fabbri, Milano, 1998
Bisogna lasciare da parte razionalità e pensieri da adulti per gustare pienamente questo romanzo in cui si narra la grande amicizia fra due ragazzini, l’uno tedesco e l’altro ceco, che in un paesino vicino al confine tedesco trascorrono un’estate indimenticabile. L’ultima estate prima dell’invasionedi Hitler. Il capolinea di tanti sogni e di tante speranze.
Nel paese i simpatizzanti nazisti sono pochi, la gente vive semplicemente senza farsi troppi problemi. Ma piano piano Hitler, l’occupazione, la guerra, prenderanno il sopravvento.
Tutto questo fa da sfondo alle avventure dei due ragazzi la cui amicizia è poi l’argomento centrale del libro. Le loro vicende li portano vicini alla guerra mali allontanano subito dopo fra capriole, scherzi, dispiaceri, propri di tutti gli adolescenti del mondo.
E le riflessioni “sulla vita” che sono portati a fare vanno oltre il momento contingente ma sono universali e fanno parte della fatica di crescere, di un’avventura nuova ed entusiasmante per tutti i ragazzi del mondo. Anche durante una guerra.

Renate Welsh, La casa tra gli alberi, Il battello a vapore serie rossa, Piemme, Casale Monferrato, 1997
La guerra sta finendo ed Eva è sfollata con la mamma e la sorellina in un paesino di campagna dove vive una bellissima amicizia con Peter. E della loro amicizia fannoparte la fame, il freddo e le sofferenze derivate da una guerra dicui nessuno sa o vuole dare spiegazioni. Mentre lo si legge, non si può che ricordare quante volte da bambini non abbiamo ottenuto alcuna soddisfazione alle nostre domande e ci si immedesima quindi nei due ragazzi che, da soli, cercano di rispondere a perché più grandi di loro. E non si può non pensare per quanti bambini, ancora, non c’è risposta a questi perché.

Peter Hartling, Viaggio controvento, Nuove Edizioni Romane, Roma, 2001
Berni è un ragazzino ceco, di lingua tedesca, e sta lasciando, insieme alla zia, la Cecoslovacchia.Siamo nell’estate del 1945, la guerra è appena finita e i cechi nella loro terra appena liberata dall’occupazione nazista, non vogliono più i tedeschi, anche se con le persecuzioni non hanno avuto nulla a che fare.
E’ una storia semplice che mostra, attraverso gli occhi di un ragazzo, uno spaccato di vita e di storia poco conosciuto. Come altri testi per ragazzi, ha il pregio di farci immergere nella vita di allora, di farci toccare con mano la fatica di sopravvivere, di trovare cibo e vestiti e, insieme, il desiderio di gioco e di amicizia, proprio dei bambini.
Se un difetto si può trovare in questi testi è la mancanza (a parte brevi note) di riferimenti storici precisi che possono confondere un poco le idee. Ma dopo tutto non è questo l’essenziale.

Peter Hartling, Porta senza casa,Battello a vapore serie rossa, Casale Monferrato, 1999
Una bellissima storia di amicizia fra Thomas, un ragazzino rimasto solo, e un giovane reduce che in Russia ha perso una gamba. Sullo sfondo Vienna, e poi la Germania, subitodopo la fine della guerra. Una storia di speranza che non nascondeperò la realtà di quel periodo. Una storia che ciricorda quella di Stef (il protagonista di “Vietato rubare lestelle”) che, come Thomas, perde di vista la madre alla partenza diun treno affollato di profughi ma che, a differenza di Thomas, nonritroverà più la madre e la speranza.

Leo Meter, Lettere aBarbara, Einaudi Ragazzi, 1993
Questo libro raccoglie le lettere cheLeo Meter scrisse alla piccola figlia Barbara dall’Ucraina nel 1943, dove era stato condotto dopo essere stato consegnato a forza dalla Gestapo alle armate tedesche.
Attraverso le sue parole e i disegni(Leo Meter era illustratore e scenografo) il padre cuce un legame di affetto, di ricordi, di speranza capace di resistere oltre il tempo duro del presente. Una grande tenerezza pervade il libro, il racconto si tinge di ironia e leggerezza, le deliziose illustrazioni rendono vivo quanto descritto e sotto tutto questo si sente lo sforzo e il desiderio di allontanare la realtà della guerra dalla mente dichi sta scrivendo anche come atto di amore per la figlia lontana ed in difesa. Così come un atto di amore e memoria ha permesso di ritrovare questa straordinaria e semplice testimonianza.

Pef, Mi chiamo Adolf, Giannino Stoppani Editore, Bologna, 1995
Non è molto conosciuto questo bel libro in cui si racconta di un bambino nato con un paio di baffetti e un ciuffo nero sulla fronte. Sentendosi solo e non amato, il bambino si inoltra in una foresta dove incontra una vecchia signora che lo accoglie e, sconvolta dalla sua somiglianza con Hitler, si ritrova a raccontargli di quei tempi bui e a spiegargli che “…assassini di stelle ce ne saranno sempre (…) quel che bisogna fare è imparare a riconoscerli, con o senza baffi e, soprattutto, prima che sia troppo tardi!”
Pur essendo sottile e con tante belle illustrazioni, non è un libro facile e sarebbe bene che i ragazzini più giovani lo leggessero con un adulto.

Gaye Hicyilmaz, vietato rubare le stelle, Milano, Buena vista, 2001.
“Non ci resta altro che sperare che, dovunque essi siano anche loro possano ancora alzare lo sguardo e vedere le stelle” (p 89): Proprio le stelle uniscono con una limpida luce le vicende di un ragazzino Richard, la cui mamma sparisce misteriosamente con la storia di un uomo Stef, un anziano vicino di casa che gli racconta la sua vita e l’ombra che l’accompagna.
Deportato in Unione Sovietica con la madre e il fratello minore stremato dalla fatica e dalla vita del campo, Stef perde di vista i suoi durante un trasferimento in treno. Non li rivedrà più e di questosi sente responsabile tanto da essere quasi schiacciato anche se adistanza di anni, dal senso di colpa. E se l’incontro con il ragazzo gli permetterà di “prendere le distanze” da una colpa inesistente, questo stesso incontro permette a noi di rileggere eventi tra i meno conosciuti della seconda guerra mondiale, che danno vita sicuramente alle pagine più belle dell’intero libro.

Lois Lowry, Colpi alla porta, Einaudi ragazzi, 1995
E’ solo un romanzo, un bel romanzo, questo che racconta di Annemarie, ragazzina danese che vive nel periodo di occupazione tedesca. Così dichiara la postfazione che però ci dice anche che lo sfondo su cui si muovono Annemarie, la sua famiglia, la sua amica Ellen, ebrea, che riuscirà con il loro aiuto a rifugiarsi in Svezia…lo sfondo, quello sì, è vero. E’ vero che i danesi contribuirono alla salvezza degli ebrei nascosti nel loro paese ed è vero che seppero tenere alta la testa, nonostante l’occupazione.
La storia di Annemarie e di Ellen ci appassiona e ci commuove e intanto ci invita a credere nella possibilità di un mondo più civile, di un mondo di pace per il quale vale la pena lottare e lavorare.

Nina Bawden, Tempo di guerra, Junior Mondadori, Milano, 2001
Avventura in tempo di guerra. Potrebbe essere lo slogan adatto a questo libro; ma anche mistero, inquietudine, amicizia. Sono questi i colori della guerra per Carriee Nick, due fratelli, sfollati dalla città come tanti sudecisione del governo inglese per salvarli dai bombardamenti. Al pari di moltissimi altri bambini Carrie e Nick affrontano da solil’allontanamento da casa e l’incontro con la strana famiglia che li ospiterà. Troveranno facce e modi di vita diversi, dovrannoadattarsi, cambiare. Troveranno però il modo di fare amicizia, di tirare fuori le proprie forze e capacità.
Tutto questo sotto l ’ombra della guerra che, pur facendo da sfondo alle vicende, ne rende bene il senso di precarietà, l’incertezza verso ciò che ciò che verrà, il sentimento di solitudine, il coraggio di andare avanti costruendo legami che resistono.

Robert Westall
Uno dei più apprezzati scrittori inglesi per ragazzi, ha scritto numerosi romanzi sul tema della guerra che si rifanno in parte alla sua storia personale di ragazzo al tempo dei continui bombardamenti tedeschi sull’Inghilterra.
Non citiamo un titolo in particolare perché tutti ci sembrano significativi e in grado di far sapere ai ragazzi di oggi cosa è stata la guerra per chi era ragazzo allora.
“Sono opere nelle quali l’infanzia è sì vittima della guerra, ma quest’ultima offre al contempo un rovesciamento delle regole, un improvviso e inaspettato aprirsi di spazi e vie di fuga dal mondo degli adulti, un cambiamento profondo. Il conflitto diventa prova iniziatica, rito di passaggio, constatazione che dopo la guerra nulla è più uguale a prima, tutto muta negli uomini e nelle loro coscienze, nei paesaggi e nelle cose”. (Walter Fochesato, op. cit. pag 13-14)

Alki Zei, La storia di Petros, Superjunior, Mondadori, Milano, 1991
Petros vive ad Atene negli anni dell’invasione italiana, seguita da quella, molto più dura, dei tedeschi. E’ un ragazzino, ha degli amici, va a scuola, gioca. Ma partecipa in prima persona, con una consapevolezza sempre più piena, alle azioni della resistenza contribuendo, nel suo piccolo, ascrivere una pagina di storia poco nota ma di cui gli ateniesi possono andare fieri: l’autrice, anch’essa ateniese e vissuta a lungo in esilio, ci ricorda che il suo fu l’unico popolo a manifestare disarmato contro i tedeschi, scendendo in piazza in massa.
E’ un bel libro che non nasconde la realtà mostrando anzi in modo esplicito le diverse reazioni all’occupazione, dalla resistenza al collaborazionismo, passando per tutte le difficoltà di gente comune il cui pensiero principale era quello di sopravvivere, di non morire di fame. Ci racconta di Lela, prima fidanzata con un inglese subito dimenticato per il rude tedesco Yogurter; ci racconta dello zio Angelos che parte per combattere gli italiani e torna umiliato e stanco, senza grandi imprese da raccontare; ci racconta di Sotiris e di Drossula, poco più che bambini, uccisi dai tedeschi.
Ci racconta soprattutto la vita di gente semplice, non particolarmente coraggiosa, non particolarmente coinvolta, ma che non ha chinato la testa. Ci racconta che bisogna difendere le proprie idee e soprattutto la libertà.

Karl Bruckner, Il gran sole di Hiroshima, Supergru, Giunti, Firenze, 2000
In anni in cui pare perdersi la memoria di eventi passati e spesso si viene indotti a minimizzarne la portata, è bene che i ragazzi leggano questo bel romanzo, un classico che, insieme alle vicende di due bambini, Sadako e Scigheo, racconta di Hiroscima, di come ci si viveva prima della bomba e di quello che è accaduto in quei giorni “quando l’uomo aveva compiuto, con l’aiuto della scienza, il primo tentativo di annientare se stesso”.
La storia prosegue e ci parla ancora di Sadako e della sua famiglia, del dopo guerra e delle fatiche della ricostruzione. E’ una storia vera quella di Sadako che morirà dieci anni dopo di leucemia, contratta a causa delle radiazioni. Aveva quattro anni il giorno dell’esplosione.

Isoko e Ichiro Hatano, Lettere a mia madre, Ex libris E Elle, Trieste, 1994
10 maggio 1944 – primi mesi 1948. Nell’arco di quattro anni la vita del Giappone cambia radicalmente. La guerra vista dai giapponesi, o meglio da un ragazzino giapponese di quattordici anni, assume un’inedita prospettiva ed è interessante calarsi nei panni di Ichiro e faticare insieme a lui cercando spiegazioni. Quattro anni di vita, la guerra, la sconfitta, il dopoguerra, passando per Hiroshima e Nagasaki, ma soprattutto le fatiche quotidiane, la fame, la condizione di profugo, la paura e il diventare grandi dando il giusto valore alle cose davvero importanti.
“Questo nuovo tipo di bomba produce un lampo abbagliante e la gente viene uccisa all’istante. (…)Ridicolo aver sperato, anche solo per un attimo, di vincere con lancedi bambù. Ridicolo confidare nei kamikaze e credere che laleggenda degli avi durasse eternamente. Questa leggenda l’abbiamo tutti studiata, ma anche senza ciò il popolo nipponico era convinto istintivamente di essere invulnerabile nei secoli dei secoli. Hiroshima e Nagasaki gli aprono ora gli occhi e la sua combattività si affievolisce. Che fare? Il volere individuale conta poco nell’andamento di una guerra. La nazione si compone, è vero, di individui, ma la guerra s’evolve in direzione opposta a quella che la maggior parte di essi avrebbe scelto”. (p. 133-134)
La corrispondenza fra Ichiro e la sua mamma è autentica e offre uno spaccato inconsueto della vita familiare giapponese.

Meindert Dejonj, La casa dei sessanta padri, Junior Mondadori, Milano, 1999
E’ la storia di Tien Pao, piccolo profugo cinese in fuga davanti agli invasori giapponesi. Perde i suoi genitori ed è costretto ad una marcia estenuante con l’unica compagnia del suo amato maialino. Saranno i sessanta padri (un gruppo di aviatori americani parte di quei soldati che nella guerra cino-giapponese appoggiarono il Kuomitang) a salvarlo e a ricondurlo alla sua famiglia. E’ una storia piena di umanità, capace di descrivere con parole vere ciò che la guerra è per tanti bambini che, come Tien Pao, ancora oggi affrontano le traversie in molti luoghi della terra: la paura, la solitudine, la stanchezza, la fame. Ma anche la forza di una mano amica, la consolazione di unsorriso che aprono verso timide e fondamentali speranze.

Bette Greene, L’estate del soldato tedesco, Gaia junior Mondadori, Milano, 1998
La guerra arriva da lontano e lascia il segno. Patty, 12 anni, vive nel sud degli Stati Uniti in un piccolo paese dell’Arkansans dove la sua è l’unica famiglia ebrea. E’ qui che arriva un gruppo di prigionieri tedeschi tra i quali c’è anche il giovane Anton, bello e gentile di cui Patty pensa di essere innamorata. Il libro racconta in modo diretto e coinvolgente di un’estate in cui si intrecciano amicizia, amore e senso di colpa (Patty ragazzina ebrea tenta di salvare il “nemico” tedesco), il giudizio duro della quasi totalità della comunità che non riesce ad accettare le ragioni di un legame anomalo, la difficoltà di crescere sentendosi poco amata, la forza che nasce dal pensare di riuscire anche con le proprie forze.

Hadley Irwin, Kim –Kimi, Gaia junior, Mondadori, Milano, 1997
Sedici anni e un padre giapponese morto ancor prima che lei nascesse. La ricerca della famiglia paterna e delle proprie radici.
Tutto questo è Kim Kimi, due nomi per la stessa ragazzina che sta crescendo e cerca un’identità più precisa e definita e deve fare i conti con le sue origini.Può scegliere di accettarle o di rifiutarle.
Un bel libro che intanto ci fa conoscere, insieme alla protagonista, una pagina poco gloriosa della storia americana che è bene invece non dimenticare: i campi di internamento dove, dopo l’attacco di Pearl Harbor, furono rinchiusi tutti i giapponesi che vivevano in America, anche se cittadini americani. Tutti persero il lavoro mentre le loro proprietàvenivano vendute. Quando entravano nei campi, ai capofamiglia venivano consegnate delle etichette da mettere sui bagagli e sui risvolti delle giacche. E sulle etichette non c’erano nomi, masoltanto numeri. Erano più di centomila e rimasero nei campiquattro anni.

Robert Cormier, Darcy, una storia di amicizia, Battello a vapore serie rossa, Piemme Casale Monferrato,1999
Robert Cormier, Ma liberaci dal male, Battello a vapore serie rossa, Piemme, Casale Monferrato, 1998
Sono particolari i libri di questo apprezzato scrittore americano. Sono storie ambientate in paesini americani all’epoca della seconda guerra mondiale che fa da sfondo a vicende più legate all’amicizia fra ragazzi e alla loro fatica di crescere. E’ un’America triste quella che emerge dallepagine, troppi sono i problemi che i ragazzi protagonisti devonoaffrontare e tutti più grandi di loro. La fede, la violenza familiare, l’alcolismo….
Cormier scrive bene ma i suoi libri sono difficili per i ragazzi di oggi perché richiedono uno sforzo di immedesimazione troppo grande che, di conseguenza, ci allontana dal racconto invece di renderci più partecipi.

1. Introduzione

a cura di Annalisa Brunelli e Giovanna Di Pasquale

Il primo numero 2003 della rivista HP/Accaparlante è dedicato ai bambini e la guerra, tema che viene affrontato attraverso la proposta di una serie di percorsi bibliografici fra i testi rivolti al l’infanzia e all’adolescenza.
Ci sono alcune ragioni che sostengono questo nostro lavoro monografico; esplicitandole vorremmo rendere maggiormente evidente il senso che abbiamo attribuito a questa ricerca nella produzione editoriale degli ultimi anni.
La prima ragione potrebbe essere ben riassunta nella frase “La guerra è guerra e i bambini (non) lo sanno”. Sì, ma allora perché non troviamo mai modi e parole per parlarne con loro? Molti adulti indietreggiano di fronte a questioni che li riportano alle responsabilità di governo del mondo. E’ il mondo adulto che sceglie, è il mondo bambino che ne paga fin troppo le conseguenze. D’altra parte siamo anche noi confusi e spauriti di fronte ad eventi che incombono e ci sovrastano. Spesso è meglio il silenzio, il cambio di canale. Ma i bambini, quando ancora possono essere tali, domandano, chiedono anche solo con gli occhi, non vogliono (e non debbono) rimanere soli di fronte ai dubbi, alle domande, ai pensieri. È vitale dare spazio a questi interrogativi, non negandoli o facendo finta che non ci tocchino solo perché, a volte, sono altri paesi, altri popoli ad esserne direttamente coinvolti. I bambini “sentono” la guerra, la vivono emotivamente, senza pelle; così come percepiscono in modo totale tutti gli aspetti cruciali del vivere: l’amore, la morte, la malattia, l’amicizia. Dare parola a queste emozioni, permettere che escano allo scoperto è una strada che unisce i grandi e i piccoli in una trama che è fatta, alla fine, della stessa materia dei desideri, dei sogni e della paura di tutto ciò che li minaccia.
La seconda ragione riconduce all’idea che la guerra è un “handicap” per tutti. Questo percorso nasce all’interno di un luogo, l’Associazione Centro Documentazione Handicap, che vede fra i fondatori e i collaboratori più stretti persone cha hanno un deficit. Chiunque abbia un deficit sa che nell’incontro con gli ambienti di vita si possono generare delle situazioni handicappanti, di difficoltà e mancanza. All’inverso, quando il contesto è capace di accogliere ed integrare realmente le stesse situazioni di handicap non si producono necessariamente. La guerra è, invece, quella dimensione in cui tutti diventano vulnerabili, in cui pur non avendo nessun deficit molte persone vivono l’handicap della mancanza di cibo, di un rifugio sicuro, dell’allontanamento dalle persone care o dal luogo di origine. È una situazione devastante, che non permette a nessuno di crescere, perché viene minato il senso di sicurezza, la possibilità per i bambini di trovare una comunità adulta accogliente, perché gli stessi adulti sono spesso vittime spezzate ed indifese.
La terza ragione ha a che fare con la nostra idea di scuola e di servizio per i bambini e ragazzi in genere. Ci piace pensare che le scuole, le biblioteche, i centri di ritrovo vogliano e possano essere luoghi educativi prima di tutto. Luoghi in cui i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze imparino l’ascolto e la parola di pensieri anche distanti e diversi dai propri, possano discutere aiutati dagli adulti di cose difficili, poco affrontate eppure sempre presenti nella nostra quotidianità. La possibilità di trovare un tempo, uno spazio, dei modi adeguati diventa così una questione di attenzione concreta ai bisogni dell’infanzia e dell’adolescenza: il bisogno di essere accolti in un percorso di crescita fatto di domande, di un’espressione possibile dei propri pensieri e delle proprie idee, di uno stare in silenzio condiviso. Per le questioni già accennate in precedenza non è semplice anche per un adulto disposto ad accompagnare i più giovani in una riflessione sul tema delle guerre fare ciò. Il ruolo dei libri e della lettura può essere un supporto significativo in questo senso: le storie accomunano, parlano con voce mediata ed incisiva, permettono di immaginare e comprendere. Il circolo virtuoso che si crea tra un adulto che legge o racconta e una cerchia di piccoli e giovani ascoltatori ed interlocutori è una condizione di fiducia reciproca, di voglia di venirsi incontro, di momenti di pace.

10. Gli utenti, i servizi, le risposte

a cura di Massimiliano Rubbi e Andrea Pancaldi

Il Centro Risorse Handicap del Comune di Bologna, oltre alle attività di sportello ed informazione/documentazione proprie, si propone di favorire la circolazione delle informazioni sui diritti e le opportunità offerte dalla legislazione, dalla rete dei servizi degli enti locali e del tessuto associativo, dalla realtà culturale e sociale complessiva di Bologna e non solo. In questa azione diventa cruciale costruire relazioni con gli altri Informahandicap presenti sul territorio nazionale; e così come nelle nuove conoscenze personali il primo passo è presentarsi, ci è parso essenziale attivarsi per stilare un elenco dei nostri omologhi, in vista di uno scambio che vada oltre i semplici recapiti.
Inoltre, ci sembra utile delineare in maniera generale il target effettivo ed attuale di questo genere di servizi. Sfortunatamente, se non è facile costruire la rete tra gli Informahandicap, non può essere semplice fornire dati affidabili sulla loro utenza. Troppe finora sono state le differenze da un lato nell’impostazione dei servizi, inevitabilmente legati ai singoli contesti, e dall’altro nella rilevazione dell’utilizzo di questi servizi da parte del pubblico. È con queste premesse che va pertanto valutato questo tentativo di sintesi, che si limita ad evidenziare alcune tendenze emergenti.
Ci si è basati sulle informazioni fornite da un ristrettissimo campione di 4 Informahandicap: Orbassano (TO), Orzinuovi (BS), Padova e Bologna. Per quest’ultimo Informahandicap, va inoltre evidenziato che le richieste dei notiziari (mail e newsletter cartacea) possono aver reso i dati eterogenei rispetto agli altri esempi. Per evitare che i fondatori della teoria statistica si rivoltino più a lungo nella tomba, occorrerà un forte impegno di standardizzazione della raccolta dati; cosa non facile nelle attuali condizioni di molti Informahandicap, ma che potrebbe giovare molto a tutti.

– la modalità preferita per accostarsi al servizio sembra essere lo sportello, specie nei piccoli centri; molti importante anche il telefono (dominante a Bologna), mentre la mail e ancor più il fax riscuotono un successo più limitato.
– chi presenta richieste agli Informahandicap sono soprattutto disabili e loro familiari (genitori ma non solo), che in alcuni casi arrivano ad oltre il 70% dei contatti; a Bologna si ha comunque una maggior rilevanza anche di operatori e funzionari dei servizi;
– buona parte delle richieste riguarda nell’ordine agevolazioni fiscali ed economiche, trasporti e barriere architettoniche, servizi socio-assistenziali e informazione/documentazione, con significative oscillazioni in ciascuno dei casi:
– la buona novella è che nella maggioranza dei casi i servizi Informahandicap riescono a rispondere immediatamente alle richieste, e solo in circa 1 caso su 4 occorre rinviare ad altri uffici o prendere tempo per ottenere le informazioni necessarie. Considerando che le esigenze dei disabili hanno sovente il carattere dell’urgenza, questo ci pare un elemento assai rilevante.

Di seguito riportiamo invece l’elenco degli Informahandicap attivi in Italia di cui abbiamo avuto conoscenza, con tutti i recapiti disponibili. Dal momento che l’evoluzione di questi servizi è pienamente in corso, invitiamo a verificare novità ed aggiornamenti sul sito www.handybo.it.

 

10. Se tornavi era meglio, parlare ai bambini della morte

Beatrice Masini, Bimbo d’ombra, Arka, Milano, 1997
Difficile trovare libri per bambini che affrontino il tema della morte, a maggior ragione quando si tratta di un bambino. Eppure è un tema importante di cui i più piccoli hanno necessità di parlare. Ci riesce molto bene questo libretto che, attraverso le parole di un ragazzino, ci racconta com’è continuare a vivere dopo che il proprio fratello più piccolo è scomparso improvvisamente.

Beatrice Masini, Se è una bambina, Delfini, Fabbri, Milano, 1998
Una mamma e una bambina che si parlano, si raccontano quello che fanno, si confidano pensieri, sentimenti, emozioni. Non ci sarebbe niente di strano se non fosse che il dialogo è reso impossibile dalla distanza incolmabile della morte. Fin dalle prime righe si viene proiettati nei pensieri della bambina e si partecipa ai suoi sforzi caparbi per sentire vicina la sua mamma mentre deve affrontare, sola, la nuova vita, il collegio, la lontananza dall’amatissimo nonno.
“Non facciamo più finta mamma lo so che sei morta per via della polvere e anche lo so che non torni perché nel posto dove sei bisogna starci non si viene via quando si vuole tutti cercano di non dirla quella parola ma tanto io lo so e anche da subito poi ho fatto finta per tanto tempo perché comunque se tornavi era meglio e sapevo anche che se appena potevi di sicuro tornavi ma adesso lo so che non torni (…) io ti racconto le cose perché non sono sicura che vedi tutto ma proprio tutto quello che succede ma anche se sei morta se io ti penso sempre proprio sempre tu rimani con me” (p. 112).
Ma altrettanto vicini ci si sente alla mamma che da “lassù” cerca disperatamente di tenere stretto il filo sempre più sottile che la lega alla terra e in particolare alla sua bambina.
“Ho paura che col tempo ti mi dimentichi, piano piano, paura di diventare il profilo di una foto che sta lì ferma nella sua cornice e alla fine non è più un bel ricordo, ma solo un pezzo di arredamento (…) Mi sembra che tu sia troppo piccola per tutto, sia per tenerti stretti i ricordi di me sia per cancellarli e restare senza niente, senza un passato, senza un pezzo d’infanzia. (…) Forse l’inferno è proprio questo: non essere abbastanza in alto, abbastanza lontani dalla terra, desiderarla ancora e non rassegnarsi all’idea che non la si riavrà”. (p. 43-44)
“Ma è vero che sono pronta? Bambina, la verità è questa: che sono io ad avere bisogno di te. Ormai so che quello che posso fare da quassù, oltre ad apparirti ogni tanto in sogno, è pochissimo. Non posso tener vivi i tuoi ricordi, se non sei tu a rinfrescarli ogni giorno con la tua memoria, e con la voglia di tenerli stretti. (…) Ma io ho bisogno di te. Bisogno di guardarti e vederti crescere e ridere per sapere che non sono passata inutilmente (…) di sapere che sì, sono stata una brava mamma, per il tempo che mi hanno concesso, perché ho una figlia come te, perché ho te come figlia. E’ un male, credo, dipendere da un altro: ma è la condizione dell’amore. E allora io sono piccola e tu sei grande, così come io sono grande e tu sei piccola. Non voglio che mi strappino di mano quel filo che ancora ci lega. Non so se sono capace di aspettare che succeda quello che deve succedere, così, senza dire niente, senza dire nient’altro che sì” (p. 129-130). E così insieme a loro si riflette sulla morte e sulla vita, sulle cose importanti e sulle occasioni da saper cogliere quando si presentano.

Jacqueline Wilson, Alla faccia dell’angelo, Salani Editore, Mi, 2002
E’ una scommessa questo libro al pari di tanti altri dell’ormai nota scrittrice inglese Jacqueline Wilson. Prendere un tema difficile, in questo caso la morte di una ragazzina, è farne occasione per riflessioni importanti usando un punto di vista non scontato, personaggi che ribaltano i luoghi comuni e uno straordinario senso dell’ironia capace di mantenere alto il tono emotivo senza cadere nel pietismo. Vicky e Jade sono grandi amiche. La morte della prima porta un grande dolore ma anche una situazione inaspettata. Vicky, angelo senza ali, è sempre accanto a Jade e come in vita le è vicina, le si impone quasi a causa del suo inalterato carattere forte e dominante fino a quando anche Jade cresce, cambia e riesce a spezzare un filo troppo forte, senza perdere però il ricordo tenace e duraturo di un amicizia che vale. Accanto al tema della morte, infatti, si staglia quello dell’amicizia fra ragazzi così radicale nella capacità di pensare e vivere legami durevoli e “grandi” oltre gli stereotipati sguardi che troppo spesso gli adulti fermano sui più giovani.

Lise Thouin, Palla di sogno, Editori in sintonia & Five Show production, Torino-Milano, 1998
Palla di sogno è un giovane delfino cui spuntano le ali, emblema della trasformazione, del passaggio a nuovi piani dell’esistenza. Attraverso la poesia della metafora, in una dimensione di dialogo, l’autrice affronta il tema della morte, forte della sua esperienza pluriennale con bambini malati terminali. Questa favola, raccontata per la prima volta ad uno di questi bambini, è diventata la chiave per affrontare tutte le trasformazioni della vita, tutte quelle sfide e quei momenti difficili senza i quali non si può crescere.

STRUMENTI
Helen Fitzgerald, Mi manchi tanto!, La Meridiana, Molfetta, 2002
Uno strumento semplice e immediato ma altrettanto profondo e indispensabile per tutti coloro, genitori ed educatori, che non vogliono eludere il dovere di aiutare i bambini a gestire la morte di una persona cara. Spiegare la morte ad un bambino è difficile e proprio per questo spesso si sceglie di tacere o di non dire la verità. Ma la verità, comunicata nel giusto modo, con affetto e partecipazione, aiuta i bambini ad accettare anche le perdite più dolorose permettendo loro di vivere nel modo giusto l’esperienza del vuoto che lascia la scomparsa di una persona cara.

Arnaldo Pangrazzi, Aiutami a dire addio. Il mutuo aiuto nel lutto e nelle altre perdite, Erickson, Trento, 2002
Il testo propone un percorso di lavoro sull’elaborazione del lutto e di altre tipi di perdite a partire dall’esperienza condotta dall’autore negli Stati Uniti in gruppo di auto-aiuto. Spesso, infatti “ i professionisti e i servizi sociali non sono in grado di rispondere e soddisfare la varietà e complessità di bisogni umani legati a esperienze luttuose. Per questo la nascita di gruppi di mutuo aiuto per persone in lutto è diventata una risorsa sociale importante, per affrontare insieme ad altri il cammino della guarigione, rompendo le barriere della paura o della vergogna. Il gruppo rappresenta un luogo per uscire dall’isolamento, dalla depressione, dal vittimismo ”. Il libro si presenta quindi con una serie di indicazioni che possono servire da base per predisporre progetti di realizzazione di gruppi intorno al tema del lutto; i capitoli sono strutturati intorno ai tre nuclei: la trattazione del tema, la riflessione su un racconto e domande attinenti all’argomento proposto.

Clara Virgili, Come parlano della morte i bambini, in Bambini n. 3, marzo 2001

6. Soltanto acciaio e ossa

Le preghiere dei bambini
Non brucino più interi quartieri.
Non si vedano più bombardieri.
La notte sia per dormire.
Si cancelli la parola punire.
Le madri non debbano piangere.
Nessuno più debba ammazzare.
Che ognuno possa qualcosa creare.
Che di tutti ci possa fidare.
Che i giovani ottengano tutto questo,
e anche i vecchi…ma presto.
Bertolt Brecht

Lia Levi, Cecilia va alla guerra, Storie d’Italia, Mondadori, 2000
In forma di diario e quindi raccontato in prima persona, il racconto della prima guerra mondiale attraverso gli occhi di Cecilia, undicenne friulana. La storia è piacevole e fa intravedere come si viveva a quei tempi nelle zone di confine. E’ però una storia poco credibile, soprattutto nella seconda parte quando Cecilia, insieme all’amico Marco, insegue una spia che ha sottratto il diario del padre. E’ costruita in modo da “appassionare” e poter nello stesso tempo descrivere in modo meno “noioso” cosa succedeva tra i civili e i militari. Ma resta poco convincente e non sembra probabile che i ragazzini di oggi (a quasi un secolo di distanza!) possano immedesimarsi nei ragazzi protagonisti.

Gary Paulsen, L’uomo delle volpi, Superjunior, Mondadori, Milano, 1999
Intenso anche se breve, questo romanzo di Paulsen, uno dei più grandi scrittori americani per ragazzi, non è un libro che parla di guerra ma questo tema, anche se sullo sfondo, non è affatto secondario. Il bellissimo rapporto che si crea fra il ragazzo protagonista (un adolescente ospitato dagli zii, per allontanarlo dai genitori alcolizzati e violenti) e un vecchio dal viso sfigurato che vive isolato nei boschi, offre numerosi spunti sul tema della diversità, dell’amicizia e della crescita. Ma anche permette di vedere la guerra da due diversissimi punti di vista. L’uno, quello dell’Uomo delle Volpi, che ne rappresenta tutto l’orrore: “Hai sentito parlare di Verdun? (…) E’ stata la definitiva sconfitta della bellezza per mano della scienza; il trionfo delle macchine sulla carne” – indicò i libri – “In un certo senso ha cancellato ogni cosa contenuta là dentro, tutta la conoscenza umana (…). Ferro, ragazzo mio….acciaio contro carne, scienza contro bellezza. A Verdun pioveva ferro dal cielo, una pioggia di morte che durò mesi e mesi, uccidendo migliaia di uomini e storpiandone altrettanti, finchè non restò altro che ossa e acciaio (…). Acciaio, tanto di quell’acciaio che, perfino ora, dopo anni e anni, a Verdun non cresce nulla, neanche l’erba. Soltanto acciaio e ossa”. (p.61) L’altro, quello dei due vecchi zii che, nelle sere d’inverno, intorno al camino raccontano della guerra cercando di divertire. E anche di questo punto di vista sarà proprio l’Uomo delle Volpi a spiegare la ragione: “Quelle storie che raccontano alla fattoria…non lasciarti buttare giù. Vedi, per loro è semplicemente un tentativo di trovare una rosa in mezzo al letame. Gli uomini che le raccontano, tentano di ricordare quelle parti della guerra che può valere la pena evocare; tentano di scovare in mezzo a tutto quello spreco qualcosa di utile.” Ci pensai su e annuii. “Forse, ma non capisco come possano trovarci qualcosa di minimamente divertente quando tu…bè…” “Lo so, lo so, – la voce diventò sommessa e dolce – ma devono tentare, devono provarci; altrimenti è stato tutto per niente, e a nessuno piace fare qualcosa per niente” (p. 62).

David Kherdian, Lontano da casa, Gaja Junior, Mondadori, Milano, 1997
Il 16 settembre 1916, il Ministro dell’Interno turco ordinò “…la totale eliminazione di tutti gli armeni residenti in Turchia (dichiarando che) è necessario liquidarli completamente, per quanto tragiche siano le misure adottate, senza riguardo per età, sesso o scrupoli di coscienza”. L’autore è figlio di una donna, allora bambina, sopravvissuta allo sterminio, e in questo bel romanzo ne racconta la storia dal 1907 al 1924, accompagnando la madre, e noi insieme a lei, nel disperato viaggio verso i deserti della Mesopotamia, i campi di raccolta, le epidemie e le fughe fino alla sua partenza per l’America e la salvezza. Nel raccontarci una pagina di storia sconosciuta, Kherdian ci fa immergere nella vita e nella cultura di un popolo di cui molti ignorano l’esistenza, descrivendone con vivezza e partecipazione riti, usanze e tradizioni.

Sook Nyul Choi, Impossibile dirsi addio, Ex libris, E.Elle, Trieste, 1994
Pochi ragazzi saprebbero dare qualche informazione sulla Corea che non riguardi la produzione di scarpe da tennis o automobili. Eppure la storia di questo paese assomiglia tragicamente a quella di altri paesi più vicini, dominati da popoli “più potenti” e convinti di avere ragione. L’autobiografia dell’autrice si apre all’epoca della dominazione giapponese e si conclude dopo la divisione della Corea in due parti, tagliate dal Trentottesimo Parallelo e dal filo spinato che Sook riuscirà a scavalcare per sfuggire alla nuova dominazione russa, più subdola ma sostanzialmente opprimente come quella giapponese. E attraverso i suoi occhi di ragazzina vediamo la morte di una cultura antica e le sofferenze di un popolo cui non viene riconosciuta la dignità di esistere autonomamente e poter scegliere la libertà. Si viene catturati fin dalle prime pagine dalle vicende della famiglia di Sook e, seguendone le sorti, ci si ritrova a riconoscere il valore universale della libertà e della dignità dell’uomo, a qualsiasi etnia e religione appartenga.

Theodore Taylor, La bomba, Super Junior, Mondadori, Milano, 1995
Il primo pensiero, prendendo in mano questo bel libro, potrebbe essere che gli esperimenti nucleari nell’atollo di Bikini sono storia vecchia. Ma anche per questo è necessario rinfrescare la nostra memoria e far conoscere ai più giovani una pagina nera della storia americana che ha fornito ben poche informazioni in più rispetto a quanto già si sapeva sulle capacità distruttive delle bombe atomiche. In compenso, come ben racconta l’autore, che ha partecipato alle operazioni preliminari di sistemazione della laguna, ha segnato la fine di un piccolo paradiso e di tante persone cui è stato tolto tutto quello che avevano in cambio di niente.

Elizabeth Laird, La patria impossibile, Ex libris, E Elle, Trieste, 1993
Pochi ragazzi sanno (ma quanti adulti?) chi sono esattamente i curdi e dove vivono, perché sono sempre in guerra e fuggono sempre. Questo libro, attraverso le vicende di Tara e della sua famiglia, ci proietta nella vita e nella storia di questo popolo dimenticato, costretto a cercare rifugio in altri paesi dove non è ben accolto e deve vivere in campi profughi poverissimi. E proprio il racconto di Tara alle prese con le code per l’acqua e per il bagno, con la poca pulizia e il poco cibo, ci riportano ad altri campi dove altri popoli sono costretti a vivere. Leggere libri del genere potrebbe aiutare a formare una cultura dell’accoglienza vera e profonda che tenga conto della dignità delle persone. In tempi difficili in cui le idee sono confuse e molti parlano di patria, ma spesso a sproposito, è bene rileggere la riflessione finale di Tara, ormai emigrata a Londra, ma che non vuole dimenticare la sua terra.
“Sto dimenticando la mia casa. Sto dimenticando il Kurdistan. – pensò chiudendo gli occhi assonnata. Poi, quando aveva rinunciato a sforzarsi, incominciarono a presentarsi alla sua mente delle immagini chiare, come in un sogno. Vide gruppi di ragazze che ridevano correndo giù per il pendio di una collina, coi vestiti di tutti i colori dell’arcobaleno che si gonfiavano nel vento come enormi fiori. Vide pastori con il turbante e con le spalle incurvate, che guidavano gli agnelli attraverso pascoli disseminati di fiori vicini a sorgenti gorgoglianti. Vide vecchie nonne piene di rughe circondate da bambini, che sedevano serene in un cortile ascoltando Baji Rezan dalle mani irrequiete che disegnavano nell’aria i personaggi delle storie che raccontava. Vide un gruppo di ragazzi dalle camicie bianche appena stirate che leggevano il giornale vicino al muro della moschea. Adesso il sogno diventava troppo frenetico, non riusciva più a controllarlo. Sembrò che le ragazze salissero nell’aria e fossero portate via dal vento. I pastori e le pecore si disperdevano mentre un’esplosione squarciava il pendio. Le nonnine soffocavano mentre le inghiottiva una nuvola di gas asfissiante. I ragazzi alzavano le braccia tutti insieme mentre quel foglio di carta cadeva a terra svolazzando, poi cadevano in ginocchio e baciavano la polvere, la polvere del Kurdistan, mentre sotto di loro si allargava una pozza di sangue, e un corvo si staccava da un albero e sbatteva le ali scendendo a librarsi sopra di loro. E poi, mentre Tara si rigirava e si dibatteva nel sonno, da due porte gigantesche che sbarravano la via verso le montagne, uscì una figura. Ashti, che zoppicava leggermente, venne avanti e si unì alla famiglia mentre il Kurdistan del sogno di Tara lentamente svaniva. “Siamo noi il Kurdistan, tu, io, Baba e Daya e Hero – diceva Ashti – Il Kurdistan è dove siamo noi. Il Kurdistan è la sua gente. La terra del Kurdistan è il nostro cuore. E tutto questo non potranno mai portarcelo via” (pp. 308-309).

Billi Rosen, La guerra di Anna, Gaja Junior, Mondadori, Milano, 1989
E’ quasi un’autobiografia la storia di Anna, ragazzina greca che deve confrontarsi con gli interrogativi e le difficoltà della guerra civile. Siamo in Grecia, subito dopo la seconda guerra mondiale. I partigiani comunisti, divisi e nascosti su montagne e colline, combattono contro i monarchici al potere. E la vita è difficile per una bambina i cui genitori sono sui monti e che deve fare i conti con la realtà di tutti i giorni, le rivalità tra ragazzi, l’odio e l’inimicizia che riflettono quelle dei grandi. Come tutti i romanzi usciti dalla penna di chi ha vissuto sulla sua pelle le vicende che racconta, anche questo è appassionante e in grado di coinvolgere profondamente, mentre racconta pagine di storia vere e poco conosciute, di cui sarebbe bene non perdere il ricordo.

Billi Rosen, Oltre la montagna, Ex libris, E Elle, Trieste, 1993
Chi è curioso di sapere che fine ha fatto Anna può leggere anche questo libro in cui si racconta della sua vita in Svezia dove si è rifugiata con il padre. E’ un romanzo centrato sulla “fatica di diventare grandi” ma lascia intravedere anche le difficoltà dei profughi politici ad adattarsi ad una nuova vita e le difficoltà dei paesi ospitanti ad accettare le loro diversità e le loro sofferenze.

Robert Westall, Golfo, Superjunior,Mondadori, Milano, 1994
In questo periodo in cui incombe la minaccia di una nuova guerra contro l’Iraq è bene rileggere questo bel romanzo in cui Tom, un adolescente inglese racconta la storia del fratello Andy detto Figgis, dotato di una misteriosa e fortissima capacità di immedesimarsi e restare in contato telepatico con altre persone. Lo scoppio della guerra del Golfo lo trasporta nei panni del giovane iracheno Latif che deve difendersi dall’attacco americano. E nei panni di Latif soffre e trasmette con forza inconsapevole al fratello tutto il non senso, l’assurdità di una guerra che ha travolto e ucciso troppi civili, troppi poveri. E troppo poveri ha lasciato i sopravvissuti. Sarà Tom con l’aiuto di un medico, unici in grado di capire, a sostenere il fratello, fino al tragico epilogo. Latif morirà nei combattimenti e dalla memoria di Andy si cancellerà ogni ricordo mentre svanisce il suo potere telepatico. Vale la pena riportare le riflessioni finali di Tom che rimpiange la perduta sensibilità del fratello “Figgis era la nostra coscienza. Fisse o no, ci era indispensabile. Il deserto non è solo nel Golfo, è nel cuore della gente. Figgis era colui che vi portava la vita. Sono rimasto l’unico a preoccuparsi? Li sento, i ragazzi a scuola. Metà hanno già dimenticato la guerra del Golfo e gli altri sperano che Saddam commetta qualche sciocchezza, così potremo far saltare in aria il suo paese una volta per tutte” (pp. 80-81).

John Marsden, La guerra che verrà, Super Junior Mondadori, Milano, 1998
Siamo in un paesino australiano e sette ragazzi decidono di andare per qualche giorno a campeggiare in una zona isolata. Al loro ritorno scopriranno che il loro paese è stato invaso da nemici sconosciuti e che sono soli. La storia è avvincente e ha il pregio di stimolare una riflessione senza diventare didascalica. E’ attraverso le parole, i sentimenti e le azioni dei ragazzi che si può cercare di capire la differenza fra il bene e il male, il senso della guerra e della sofferenza e le inaspettate risorse dell’animo umano.

Arianna Papini, Pare un gioco, Edizioni Lapis, Roma, 2002
È un libro che si riallaccia all’attentato dell’11 settembre 2001 a New York per raccontare la realtà di tutte le atrocità. E’ scritto nella lingua dei sogni, dei ricordi, dei pensieri di una testa di bambina che non si sottrae di fronte alla tragedia di ciò che è successo. E’ un testo capace di intrecciare i fili delle guerre raccontando in modo pacato e deciso ciò che vedono e sentono i bambini quando, spettatori indiretti o protagonisti, passano attraverso il tempo della guerra. I bambini sanno della guerra, ne hanno istintivamente paura. Il libro esprime fino in fondo il loro bisogno di essere accolti in questa grande ansia, di non essere soli davanti al vuoto. Il libro, attraverso splendide illustrazioni e testi incisivi, diventa un’occasione di richiamo per tutti a ragionare sulle ferite indelebili che ogni guerra lascia e un invito ad imparare, in mezzo a tanto rumore mediatico, dal silenzio di chi le subite.

5. Cento proiettili per un uovo. Bambini dell’ex Jugoslavia e del Kosovo

Ha una scheggia piantata nel cervello,
portate pietà a vostro fratello.
Io sono il parto della guerra.
Io sono il senza nome, casa e terra.
Tra dentro e fuori hanno schiantato
il nesso, la lingua comune
hanno strappato.
(Testo di Franco Marcoaldi per il brano “Terra comune” di Fabio Vacchi)

Zlata Filipovic, Diario di Zlata, Rizzoli, Milano, 1994
2 settembre 1991 – 19 ottobre 1993, Sarajevo. In questi due anni la vita di Zlata cambia completamente. E, come la sua, cambia per sempre la vita di migliaia e migliaia di persone in tutta la ex Jugoslavia. Il diario raccoglie le confidenze di una bambina come tante altre. Di una bambina che vorrebbe vivere una vita normale, andare a scuola e in vacanza, giocare. Solo che non può. Perché vive in una città che viene distrutta giorno dopo giorno da una guerra di cui lei non capisce le ragioni: “…mi sforzo in continuazione di capire cosa sia questa stupida politica (…) mi pare che questi politici parlino di serbi, croati e musulmani (…). Fra i miei compagni di scuola, fra i nostri amici, nella nostra famiglia, ci sono serbi, croati e musulmani. E’ un gruppo molto eterogeneo, e io non ho mai saputo chi fosse serbo, croato o musulmano. Adesso, però, la politica si è immischiata in queste cose. Ha messo una “s” sui serbi, una “m” sui musulmani e una “c” sui croati, li vuole separare. E per scrivere queste lettere ha utilizzato la peggiore delle matite, quella più sinistra, la matita della guerra, che semina solo dolore e morte. Perchè la politica ci rende infelici, ci vuole separare, quando noi sappiamo distinguere da soli i buoni dai cattivi? E fra i buoni ci sono i serbi, i croati e i musulmani, così come ce ne sono tra i cattivi.” (p. 91) Agli adulti di oggi è stato messo tra le mani, quando erano ragazzini, un altro diario, quello di Anna Frank che li ha aiutati a capire qualcosa di quello che era successo negli anni della seconda guerra mondiale e del nazismo. Li ha aiutati anche, crediamo, a crescere con la convinzione che bisogna fare di tutto perché vicende come quella di Anna non si ripetano. Ai ragazzi di oggi, nello stesso modo, consegniamo il diario di Zlata.

Christobel Mattingley, Asmir di Sarajevo, Junior + 10, Mondadori, Milano, 1994
Sono tutti veri i personaggi che popolano questo romanzo scritto, dopo averli conosciuti nel loro esilio viennese, da una delle più note autrici australiane per ragazzi. Asmir con gli zii, la mamma e il fratellino riesce a rifugiarsi in Austria, dopo un periodo in cui vive a Belgrado. Il libro racconta la loro fuga e aiuta, con molta semplicità, a capire come ci si sente lontani da casa, in un paese di cui non si conosce la lingua e in cui è difficile ricostruirsi una vita. L’assurdità di questa guerra, come di tutte le altre, si riassume bene in questa frase di Milan, uno dei protagonisti: “A Sarajevo un uovo costa dieci volte di più di un proiettile. E per ogni uovo ci sono cento proiettili”. (p. 70)

Nenad Velickovic, Diario di Maja, Editori Riuniti, Roma, 1995
“Io mi chiamo Maja. (…) Scrivo perché non mi resta altro da fare. Non andiamo a scuola, non guardiamo la televisione, non ci allontaniamo dai rifugi. Non possiamo uscire perché sopra c’è la guerra. (…) Probabilmente (questa guerra) si fa come tutte le altre guerre per la conquista dei territori e per i saccheggi. Ma perché stiano bombardando una città di mezzo milione di abitanti dalla mattina alla sera dalle montagne vicine, a questa domanda non ho nessun “probabilmente”. Per quale motivo qualcuno (nel nostro caso l’artiglieria serba) distrugge le case, incendia le biblioteche, abbatte i minareti e i pioppi intorno? Perché questa primavera invece di ciliegie i bambini raccolgono schegge di granate e le barattano come se fossero figurine?” (p. 11-12) Un romanzo molto particolare, adatto ai ragazzi più grandi perché, con una scrittura ironica e disincantata, descrive la guerra, la situazione di Sarajevo e dei suoi abitanti, in modo quasi caricaturale, tanto che si potrebbe pensare che là non succedeva poi niente di grave. Ricordano un po’ i personaggi dei film di Kusturica, infatti, i parenti di Maja e le persone che le ruotano attorno, ma il sorriso resta solo sulle labbra e dietro le parole si può intravedere la tragedia di un popolo e di una città.

Hermann, Sarajevo tango, Eura editoriale, Roma, 1997
Mosso dall’indignazione e dalla rabbia per l’impossibilità di aiutare l’amico Ervin, bloccato a Sarajevo con moglie e figli, l’autore disegna d’impulso questo fumetto. La storia è completamente inventata ma lo sfondo in cui si muovono i personaggi è quello delle rovine di Sarajevo e della disperazione della sua gente. Era arrabbiato Hermann quando disegnava e non ha risparmiato nessuno, dai militari serbi ai cecchini della domenica, dalle potenze internazionali fino all’Onu dove Boutros Ghali danza improbabili tanghi mentre vengono diffuse le sue generiche dichiarazioni. E’ chiaramente un’immagine sbilanciata ma che dice bene le ipocrisie del mondo occidentale e l’assurdità di tutte le guerre. E per farlo utilizza un mezzo, il fumetto, di sicuro gradimento fra i ragazzi.

Adriana Pedron Pulvirenti, I bambini di Hans, Città Nuova, Roma, 2000
E’ dedicata ai bambini, soprattutto ai bambini che vivono nei paesi in guerra questa fiaba che cerca di non far dimenticare la speranza, raccontando di Hans, soldato mercenario che, fra gli spari dei cecchini e le rovine dell’ex Jugoslavia, porta in salvo più bambini che può. E anche se la fiaba ha un lieto fine, come vuole la fantasia, ben più concrete e reali sono le descrizioni dei bambini dispersi e abbandonati a se stessi in una città fantasma. E’ l’autrice stessa che ci dice com’è nato questo libro: “Turbata dalla guerra nella ex Jugoslavia, dopo aver letto un articolo sul Corriere della Sera, rimasi colpita dalla figura di Heinz, un mercenario morto in Bosnia nel giugno 1993. Scrissi d’impulso il primo e l’ultimo capitolo della storia; mi rifiutavo di accettare la sconfitta del giovane mercenario che riassumeva in sé quella di molti altri giovani. (…) Non ho fatto nomi né individuato responsabilità, né mi sono schierata da una parte o dall’altra, perché la sofferenza, specie quella dei bambini, è di tutti. Ho preferito la speranza, perchè credo nel “giorno dopo”. (pp. 99-100)

Luigi Garlando, La vita è una bomba!, Battello a vapore serie arancio, Piemme, Casale Monferrato, 2001
Milan ha otto anni, ha perso a Sarajevo tutto quello che un bambino ha bisogno di avere per crescere: i genitori, gli amici, il suo paese e una gamba. Vive a Milano dove gli hanno messo un arto artificiale. Potrebbe essere una storia straziante e senza speranza e invece fin dalle prime pagine si viene catturati dalla voglia di vivere e dalla fiducia in un futuro migliore. Milan, con un espediente narrativo indovinato, ci racconta contemporaneamente della sua vita a Milano, della sua vita di prima della guerra e anche della guerra e di quello che può aver significato per lui e più in generale per i bambini. E allora lasciamo a Milan la parola: “Ma che razza di partita è questa se Marko Grobovic, che lavorava nel forno del mio papà vecchio da una vita, poi ci ha bruciato la macchina? Che partita è, se la mia mamma vecchia ha cucito gratis un bellissimo vestito da prima Comunione per la figlia della signora Kostulic, che piangeva perché non aveva i soldi, e adesso la signora Kostulic, quando passa mia mamma sputa per terra? Mamma una volta le ha detto: “ Risparmi la saliva, signora, presto ci toglieranno l’acqua!” Che razza di partita è questa, signor arbitro, se degli uomini con uno straccio in testa e coltellacci al fianco hanno preso a pugni e a calci il dottor Juric, e Radovan Topic che era lì non ha mosso un dito? Io ero sicuro che si metteva a parlare delle vedove di Sarajevo, invece ha detto solo: “Milan, torna a casa. Un consiglio, dottore: guarisci solo quelli del tuo sangue”. Il dottor Juric, il nostro portiere gli ha risposto che il sangue che esce dalle ferite ha tutto lo stesso colore. Io non sono andato a casa, ma ho bagnato il fazzoletto nella fontana e l’ho portato al dottor Juric. Che razza di partita è se i tuoi compagni improvvisamente ti giocano contro, e improvvisamente tu non puoi più giocare con loro? Che partita è se vado da Goran con la canna da pesca e lui mi dice: “Non so perché, Milan, ma non puoi più venire a casa mia?” (pp. 31-33)

Arianna Papini, Jovan non sa di Vlora, Fatatrac, Firenze, 2001
Bellissime illustrazioni accompagnano questo breve libro: la storia di due bambini e della guerra nel Kosovo. Jovan e Vlora, senza sapere l’uno dell’altra, hanno sogni comuni, “la stessa memoria. Ricorderanno il vento, la sera fresca e i pomi rossi sotto il sole d’estate. Sogneranno il fuoco e la paura, il viaggio e le farfalle di plastica e pietra che con ali grandi hanno protetto la loro storia piccola dai falchi infuocati della notte”. Pur non essendo un testo facile, può essere presentato ai bambini un po’ più grandi perché con grande poesia sa trasmettere i sentimenti che nella realtà tanti bambini, non solo dei Balcani, hanno provato e provano tuttora.

Emanuela Nava, Ciliegie e bombe, Supergru, Giunti, Firenze, 2002
Quando abbiamo chiuso questo libro ci è rimasto un dubbio: sarà vera la storia di Dragan? C’è qualcosa di stonato in questo libro che si dichiara adatto a ragazzini di 9/11 anni ma che poi indulge troppo sulla fantasia e su situazioni assolutamente irrealistiche che non aiutano, forse neanche i più piccoli, a capire e a partecipare a queste vicende. Un’occasione sprecata per raccontare come i piccoli e i ragazzi dell’ex Jugoslavia hanno vissuto durante la guerra e cosa può aver significato per loro essere trasferiti in Italia.

Gaye Hicylmaz, Il sorriso strappato, Buena vista, Milano, 2002
Nina vive con il nonno sulle montagne sopra Sarajevo da cui è dovuta scappare dopo aver perso i genitori. Anche da qui dovrà scappare per raggiungere l’Inghilterra e l’unica persona che, forse, potrà prendersi cura di lei. E noi seguiamo Nina in questo viaggio drammatico, pericoloso e disperatamente solitario che tanti piccoli hanno intrapreso alla ricerca di una salvezza non sempre certa.

4. All’ombra del lungo camino, la storia di un popolo: ebrei, ghetti e campi di sterminio

La farfala
Cuntent propri cuntent
A so sté una masa ad volti tla voita
mo piò di ttot quand ch’i m’a liberè
in Germania
ch’a m do mes a guardè una farfala
senza la voia ad magnela.

La farfalla
Contento proprio contento
sono stato molte volte nella vita
ma più di tutte quando mi hanno liberato
in Germania
che mi sono messo a guardare una farfalla
senza la voglia di mangiarla.
Tonino Guerra

Uri Orlev, Gioco di sabbia, Salani Editore, Milano, 2000
“Papà, e tu come hai fatto a scappare dai tedeschi?” E’ per rispondere a questa domanda che Uri Orlev, oggi scrittore conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo, racconta la propria storia di bambino ebreo. Con parole semplice, tono pacato, momenti di ironia ci riporta agli anni terribili vissuti prima, insieme alla madre e al fratello, nel ghetto di Varsavia e poi , rimasti orfani, nel campo di deportazione di Bergen- Belsen. Orlev è uno scrittore molto bravo nel trovare il modo giusto di porgere ai suoi giovani lettori una storia così drammatica e triste. Sono molti i momenti in cui comunque la voglia di essere bambino riesce ad essere espressa e leggiamo così di giochi inventati nel buio del nascondiglio segreto, di grandi battaglie inventate dai due fratellini usando i nomi dei personaggi dei libri letti; anche Robin Hodd, Tarzan, il capitan Nemo e molti altri eroi fantastici fanno compagnia ai protagonisti reali di Gioco di sabbia. E’ la forza vitale dell’infanzia che non molla e inaspettatamente compare a ridare fiato e speranza ma anche l’unico modo per Orlev per fare della sua memoria una storia. “I ragazzi spesso mi domandano : scrivere ti aiuta a superare tutto quello che ti è successo in passato?” Non so. Non so se scrivere mi aiuti a superare il passato. So solo che non posso parlare, raccontare o pensare a quanto è successo come un adulto. In altre parole: quando ricordo, torno ad essere il bambino che ero, e tutto mi ricompare davanti agli occhi”.

Hans Peter Richter, Si chiamava Friederich, Junior +10, Mondadori, Milano, 1994 Siamo in Germana nell’anno 1925 e in una cittadina qualsiasi, nella stessa casa, nascono due bambini. Uno, la voce narrante, è tedesco, l’altro ebreo. Ma non sembra che questo faccia alcuna differenza. All’inizio, la storia scorre veloce seguendo la vita e la crescita dei due ragazzi, amici per la pelle. Ogni capitolo è scandito, quasi un rintocco, dall’anno in cui si svolge ciò che viene descritto. E anche i lettori sono trascinati nella follia della persecuzione nazista e provano a farsi domande cui è difficile dare risposte. E’ un libro semplice in cui i fatti sono narrati senza fronzoli e sentimentalismi e proprio per questo sono così difficili. In pochi tratti ci viene presentata una folla di persone “normali” che non vollero e non seppero fare nulla per fermare qualcosa di più grande di loro. La famiglia del ragazzo che racconta non ha nome, non ne conosciamo le caratteristiche fisiche, è anonima…. La famiglia di Friederich invece è descritta con grande vivezza e simpatia. Ci vengono raccontati i momenti più significativi come la celebrazione del Sabbath e la festa del Bar Mitzvà cui sempre Friederich invita l’amico che osserva stupito, come probabilmente faremmo anche noi, lo svolgimento di riti antichi ma con profondi significati. E, anche se fra le due famiglie, e in particolare fra i due ragazzi, c’è amicizia e solidarietà, è sempre più chiaro che il destino si compirà, prima per i genitori poi per lo stesso Friederich che muore durante un bombardamento perché viene cacciato dal rifugio dove si trovano anche gli amici. Con una scrittura asciutta, l’autore riesce a farci rivivere la tragedia di un popolo che non “volle” capire (…“che cosa andremmo a fare all’estero? Crede veramente che altrove gli ebrei siano più ben visti che qui? E poi, con il tempo, la situazione migliorerà (…). Noi ebrei dobbiamo adattarci: nel Medioevo questi pregiudizi minacciavano la nostra vita, ma nel frattempo gli uomini sono diventati più ragionevoli”, dice il papà di Friederich all’amico che lo esorta ad andarsene) ma soprattutto punta il dito verso un popolo che non seppe fare altro che stare a guardare.

Enrico Deaglio, La banalità del bene, Feltrinelli, Milano, 2002
“Vedevo delle persone che venivano uccise e semplicemente non potevo sopportarlo. Ho avuto la possibilità di fare, e ho fatto. Tutti, al mio posto, si sarebbero comportati come me. Si dice: l’occasione fa l’uomo ladro ma di me ha fatto un’altra cosa.” Questo rispondeva Giorgio Perlasca a chi gli chiedeva perché lo fece. La storia vera e incredibile di un commerciante padovano che si finse console spagnolo a Budapest e salvò centinaia di ebrei dalla deportazione e dalla morte. Una storia che i ragazzi devono conoscere perché possano crescere pensando che non sono solo gli eroi che salvano il mondo e perché possano rispondere a testa alta alla domanda “Che cosa avresti fatto al mio posto?”. E se è vero che non sempre è possibile fare qualcosa è altrettanto vero che qualcosa è sempre meglio di niente.

Irene Dische, Le lettere del sabato, Feltrinelli Kids, Milano, 1999
E’ attraverso gli occhi di un bambino ebreo ungherese, ignaro delle sue origini e di quello che sta accadendo, che vediamo il nazismo prendere il potere, le prime persecuzioni, la notte dei cristalli… Tutto è raccontato con tocco leggero ma senza nulla nascondere della tragedia di quegli anni. E Peter, che da tutto questo uscirà “indenne” e che, apparentemente, capisce poco di quello che succede intorno a lui, porterà sempre con sé l’insegnamento del padre: “Chi è l’ebreo? E’ quel mostriciattolo che la tua maestra ha disegnato sulla lavagna? O forse è Herr Bauer? (…) Oppure, l’ebreo non esiste. Esiste una “persona ebrea”. In ungherese si dice zsidoember. E’ una parola che suona bene. Si può usare, per esempio, per Herr Bauer. Perché pratica la religione ebraica. (…) Non hai mai notato quella strana stella dipinta sulla sua vetrina? E’ la stella degli ebrei. I nazisti l’avevano dipinta per far vedere ai clienti che Herr Bauer era ebreo. Perché sennò non ce ne saremmo accorti. Perché naturalmente Herr Bauer è prima di tutto e soprattutto un abitante della Renania”. (pp. 52-53)

Judith Kerr, Quando Hitler rubò il coniglio rosa, Delfini Fabbri, Milano, 1995
Anna è tedesca e vive a Berlino. Ma è anche ebrea e viene il giorno in cui deve lasciare la sua città per salvarsi. Siamo nel 1933. Anna andrà in Svizzera poi a Parigi e, infine, in Inghilterra. Il libro racconta la sua vita di tutti i giorni, la vita di una semplice bambina di undici anni, le nuove amicizie, la scuola, i litigi con il fratello… Hitler, l’avvento del nazismo, le leggi razziali restano sullo sfondo come un’ombra minacciosa che non si può dimenticare. Ma l’elemento chiave di questo bel romanzo, quello che lo rende attuale, è la condizione di profuga di Anna e della sua famiglia. Faeti, nell’introduzione, ben sottolinea questo elemento: “E di profughi sappiamo che ce ne sono, anche oggi, e anche nelle strade delle nostre città. Tutto intero, questo libro, è una storia di profughi (…) La vita del profugo, del resto, interessa tutti noi, soprattutto quando è raccontata in questo modo, quando è distillata giorno dopo giorno come nelle pagine di questo libro”.

Helga Schneider, Stelle di cannella, Salani, Milano, 2002
“Stelle di cannella” è un libro denso e forte. Con tono pacato e per questo ancora più incisivo l’autrice racconta di come il tranquillo e benestante quartiere di Wilnersdoft si trasformi, nella Germania dei primi anni ’30 in un luogo di inimicizia e rancori razziali, vero e propri preludio alla persecuzione che di li a poco seguirà. David, il ragazzino ebreo protagonista insieme alla sua famiglia della storia, vive e subisce questo cambiamento tanto inaspettato e violento quanto più colpisce gli affetti più cari. Emblematica in questo senso è la figura di Fritz l’amico per la pelle, il compagno di banco di David che nel giro di pochi mesi, entrato nella gioventù hitleriana, diventa il suo peggior nemico fino ad uccidere Kotz, l’amatissimo gatto di David. La scoperta di questo gesto impone, in una delle scene più strazianti del libro, la decisione di partire, di lasciare la Germania. Come si diceva un testo forte, bello , coinvolgente, non privo di speranza. Pieno di speranza è infatti l’epilogo dove scopriamo che la storia di David e dei suoi genitori ha origini reali e li seguiamo nei brevi ma significativi sviluppi nella terra che li ha accolti. Simbolo di fiducia sono infine le stelle di cannella, un dolce tradizionale tedesco tanto amato da David, che la madre ostinatamente prepara per lui: ricordo di casa, di dolcezza, qualcosa di buono da portarsi dietro oltre l’orrore del giorno presente.

Frediano Sessi, Ultima fermata: Auschwitz, Einaudi ragazzi, 1996
Attraverso il diario di Arturo, ragazzo ebreo di Bologna, trasferitosi con la famiglia a Roma dopo le leggi razziali del 1938, ci scorre davanti agli occhi la storia dell’Italia e delle persecuzioni, le diverse reazioni di fronte alle discriminazioni sempre più evidenti e i primi germi di ribellione che porteranno poi alla Resistenza. Il diario si conclude il 16 ottobre 1943 con la deportazione. Sarà Giulia, amica carissima cui Arturo ha giurato eterno amore, a raccontare cos’è successo dopo e concluderà il suo racconto dicendo che “ad Auschwitz non sono morti soltanto cloro che sono scomparsi senza lasciare traccia, inghiottiti dall’inferno nazifascista. La mia vita e quella di milioni di persone sopravvissute alla guerra e alla dittatura è stata segnata indelebilmente dall’Olocausto. Il mio, il nostro imperativo futuro è: non dimenticare. Nelle parole che Arturo mi scrisse, prima di raggiungere coraggiosamente la sua famiglia, questo è un imperativo ben chiaro e ogni uomo dovrebbe farlo suo nel presente, incaricandosi di tramandarlo alle generazioni che verranno” (p. 129).

Rose Lagercrantz, La ragazza che non voleva baciare, Grand’istrici, Salani, Milano, 1998
E’ avventurosa, divertente e drammatica la storia di Orge, ebreo tedesco di cui la figlia racconta in questo libro. Sì, perché Orge è esistito veramente e ha davvero fatto il pugile, ha davvero preso parte, ragazzo, alla prima guerra mondiale e ha resistito al nazismo a cui è riuscito a sopravvivere. Raccontata in chiave umoristica la storia lascia capire la realtà drammatica di quegli anni e come doveva essere difficile vivere, lavorare ed amare per chi era perseguitato. Il grande pregio di questo romanzo è la sua apparente “leggerezza” che lo rende adatto anche ai ragazzini più giovani cui però non nasconde le persecuzioni, gli arresti ingiustificati e i campi di lavoro e di concentramento, fino ai forni crematori. Orge si salva e permette di credere che la salvezza è possibile anche ai più giovani per i quali forse sarebbe insopportabile affrontare subito la verità di una salvezza riservata a troppo pochi. Ma non si salva Annie che a Orge aveva riservato tutti i suoi baci e di cui resta solo un nome sul muro della sinagoga di Praga. Un nome insieme a quello di altri 77.926 ebrei della Moravia e della Boemia, deportati e uccisi dai nazisti.

Annika Thor, Un’isola nel mare, Feltrinelli Kids, Milano, 2001
Forse la maggioranza dei bambini non sa quanti loro coetanei, ebrei, sono stati salvati dall’ospitalità di famiglie di altri paesi disposte ad accoglierli in attesa di poterli riconsegnare ai loro genitori. E’ per tutti loro questo bel romanzo che ci parla di Steffi e Nelli costrette a lasciare i genitori a Vienna per andare ad abitare in un’isola della Svezia. Incontreranno tante persone nuove, nasceranno amicizie ma dovranno anche fare i conti con la nostalgia e le difficoltà ad essere accettate da chi (come tanti) pensava che se gli ebrei erano perseguitati dovevano aver fatto qualcosa di male.

Annika Thor, Lo stagno delle ninfee, Feltrinelli kids, Milano, 2002
Chi ha amato Staffi e la sua sorellina Nelli, leggerà volentieri questo libro che racconta cosa è successo alle due ragazzine, in particolare a Staffi, accolta da una famiglia di Goteborg perché possa proseguire gli studi. E’ una storia che parla di ragazzine, di amicizie, primi amori e gelosie, che parla del diventare grandi e del doversi misurare con cose più grandi. Ma parla anche della fatica di “dover sempre essere riconoscenti a qualcuno”, parla della condizione di profugo, accolto sì ma senza un eccessivo sforzo di comprensione, e anche della disperata nostalgia di casa, permettendoci di ripensare ad un’ospitalità poco sentita e di rivedere quindi la nostra capacità di accoglienza nei confronti di quelli, e sono ancora tanti, che bussano alle nostre frontiere, alle nostre case.

Uri Orlev, L’isola in via degli Uccelli, Le Linci, Salani, Milano, 1993
E’ Alex, un ragazzino di undici anni, che racconta la sua vita nel ghetto di Varsavia dopo che il padre è stato catturato dai nazisti. Alex vive nascosto in un palazzo diroccato e osserva quello che succede attorno a lui. Nella sua ricerca di cibo e vestiti fa anche numerosi incontri, non sempre piacevoli. E’ costretto a crescere in fretta e a misurarsi con cose più grandi di lui ma riesce anche a trovare il modo di divertirsi, conoscere altri bambini e addirittura a innamorarsi. E soprattutto non perde mai la speranza nel ritorno del padre e quindi in un futuro migliore. Orlev è realmente vissuto nel ghetto di Varsavia prima di essere internato nel campo di Bergen Belsen e quello che racconta, pur romanzato, può essere successo realmente. Ed è vero che racconta del ghetto di Varsavia ma…”pensa alla città in cui vivi o a quella più vicina al posto in cui vivi. Immagina la città completamente occupata da un esercito straniero che ha separato una parte degli abitanti dal resto: per dire, tutti quelli con la pelle gialla o nera, o tutti quelli con gli occhi verdi…” (p. 5). Dice così Orlev, nell’introduzione che spiega ai lettori più giovani com’era il ghetto. Ma queste poche righe riportano agli occhi una realtà più vicina nel tempo, riportano altri nomi, diversi eppure accomunati dalla stessa disperazione, dalla stessa tragedia. Come non pensare a Sarajevo? Come non pensare a quanti bambini nelle città dell’ex Jugoslavia hanno dovuto cercare di sopravvivere come fa Alex in questo racconto?

Roberto Innocenti, Rosa Bianca, Edizioni C’era una volta…, Pordenone, 1990
Poche righe di testo e grandi, bellissime illustrazioni accompagnano la piccola Rosa Bianca a pochi passi dalla cittadina tedesca in cui vive, nei boschi, dove trova un campo di concentramento. Nessuno si accorge della sua scoperta e dei suoi tentativi di sfamare i piccoli prigionieri. Il silenzio la circonda come circondava allora i campi di cui tanti, troppi, non vollero sapere.

Claudine Vegh, Non gli ho detto arrivederci. I figli dei deportati parlano, Giuntina, Firenze, 1981
Segnaliamo questo libro a molti anni dalla sua pubblicazione per il prezioso lavoro che ridà voce a quei bambini, orfani ebrei i cui genitori sono morti nei campi di sterminio, che per molti anni non hanno potuto o voluto parlare. L’autrice, francese, è medico e psichiatra e ha due figli. I suoi genitori sono stati entrambi deportati e suo padre è morto nel lager. Claudine Vegh si è salvata grazie a una coppia di coniugi che l’ ha tenuta con sé dal 1942 sino alla liberazione. Da questa sua esperienza è partita per raccogliere diciassette brevi storie di vita vissuta, diciassette infanzie tra i cinque e i quattordici anni, narrate in poche pagine dai protagonisti, gli orfani dei deportati. E’ un libro toccante, i racconti brevi, densi, incisivi, permettono almeno in parte quella difficile identificazione che è premessa indispensabile per una compassione autentica e una ribellione inevitabile di fronte a tante analogie con situazioni di guerra a noi più vicine.

Jona Oberski, Anni d’infanzia. Un bambino nei lager, Giuntina, Firenze, 1989
Sono gli occhi di bambino, gli occhi di Jona, quelli attraverso cui vediamo cosa è stato un campo di sterminio. E’ la voce di sua madre che filtra e media fin dove si può, alcune volte oltre ciò che è possibile, quella terribile realtà. E tutto il libro è un dialogo d’amore e protezione dentro l’orrore. Non ci sono connotazioni geografiche o temporali, non sono fornite spiegazione. Tutto è detto, senza compiacimento o retorica, tutto è insopportabilmente vero, un peso durissimo da portare sulle spalle di Jona bambino. Che riesce a farcela proprio grazie alla presenza rassicurante dei genitori, che costituisce il filo a cui aggrapparsi e che permetterà a Jona di uscirne vivo. Un libro molto bello, anche duro nella sua semplicità, una storia verso cui accompagnare i bambini anche attraverso la voce e la partecipazione degli adulti.

Trudi Birger, Ho sognato la cioccolata per anni, Piemme pocket, Casale Monferrato, 2000
Il libro racconta la storia vera di una ragazzina sopravvissuta ai campi di sterminio e trasferitasi poi in Israele. Le sue parole bastano a spiegare perché ha scritto questo libro: “Spero che la mia storia sia letta da adulti e da bambini, perché nessuno al mondo possa dimenticare il destino dei sei milioni di ebrei vittime della ferocia nazista”. (p. 6) “Quanto all’opera di commemorazione è estremamente importante. Provo grande rispetto per coloro che hanno costruito lo Yad Va-Shem, l’istituzione in memoria dell’Olocausto a Gerusalemme, e altri luoghi simili in Israele e all’estero. Se non si fossero dedicati a raccogliere documenti, a creare musei, e a organizzare programmi educativi, il popolo ebraico avrebbe potuto lasciarsi tentare e far scivolare l’Olocausto nell’oblio. Se noi ebrei avessimo dimenticato la terribile ferita riportata, una ferita che probabilmente non si rimarginerà mai del tutto, sarebbe passata sotto vergognoso silenzio, un male segreto nel cuore dell’umanità, che avrebbe portato altro male”. (p 211-212) “…ogni giorno qualcosa mi ricorda l’Olocausto (…). Questi ricordi sono così intensi e oppressivi che a volte mi chiedo: a che serve parlarne? Chi non li ha vissuti può riuscire a capire? Mi ha procurato un certo sollievo scrivere questo libro, sebbene a volte sia stato anche molto penoso. Prima di iniziare a lavorarci, i miei ricordi erano molto vividi e immediati, ma quando ho cominciato ad approfondire i dettagli, ho scoperto che c’erano molti terribili eventi che mi ero quasi permessa di dimenticare. Ho dovuto riviverli per poterne parlare. Comunque sia, anche dopo che il lettore avrà chiuso e riposto questo libro, io resterò con la mia pena. Quando accade qualcosa a qualcun altro, è terribile. Ma quando accade a te, il dolore non ti abbandona. Tu sei solo con la tua sofferenza. Nessuno, eccetto un altro sopravvissuto all’Olocausto, può pienamente comprendere quello che ci è successo. Questi ricordi non sono come degli indumenti, qualcosa di cui ci si può spogliare e mettere nell’armadio. Sono incisi sulla nostra pelle. Non possiamo liberarcene”. (p. 222)

Art Spiegelman, Maus, Einaudi, Torino, 2000
Un padre scampato all’Olocausto, una madre che non c’è più da troppo tempo, un figlio che fa il cartoonist e cerca di ristabilire un rapporto con quel genitore anziano, malato, così lontano per mentalità e abitudini. Forse, l’unica via per ritrovarsi è ripercorrere insieme, padre e figlio, la lontana vicenda di Vladek e Anja Spiegelman: dall’epoca felice del loro fidanzamento e matrimonio nella Polonia degli anni Trenta fino all’incubo della guerra, dell’occupazione nazista, della persecuzione e dell’internamento ad Auschwitz. Così, la Polonia invasa dai tedeschi si intreccia agli Stati Uniti dei nostri giorni, una baracca di Auschwitz a una casa di New York. Così, la piccola struggente storia di una famiglia ebraica travolta dalla più immane tragedia del Novecento si intreccia alla piccola struggente storia di un giovane uomo che tenta di fare i conti con le sue origini. Ma quel passato non riguarda soltanto lui: riguarda tutti, e tutti costringe a confrontarsi con quanto è successo e con un sotterraneo, inevitabile senso di colpa. La colpa di essere, ancora e comunque, dei sopravvissuti. (risvolto di copertina) E tutto questo Spiegelman ce lo dice utilizzando il fumetto e trasformando tutti i protagonisti in animali. E così gli ebrei sono topi (Maus appunto, in tedesco), i tedeschi gatti, i polacchi maiali e così via. Il fumetto è un mezzo inconsueto e che molti associano solo a letture distensive e poco impegnate ma quando si chiude questo libro si può proprio dire con Moni Ovadia che l’autore è riuscito “a dire l’impossibile attraverso la pietas artistica”.

Alison Leslie Gold, Mi ricordo Anna Frank, Delfini, Fabbri, Milano, 1999
Il libro raccoglie la testimonianza di Hannah Pick-Goslar, la più cara amica di infanzia di Anna Frank, cui l’autrice fa una lunga intervista; da qui nasce il racconto, in terza persona, della vita di Hannah, prima in Olanda, poi nei campi di sterminio. La storia si snoda su due binari: da un lato la vicenda della piccola protagonista, e di milioni di persone insieme a lei, che diventa sempre più drammatica dal luglio del ’42 quando si apre il racconto alla primavera del ’45, la liberazione. Dall’altro lato, vividi e divertenti, i ricordi della vita di “prima”, quando le due amiche erano sempre insieme e crescevano come bimbi qualsiasi. Il libro è, in qualche modo, anche l’ideale conclusione del diario di Anna Frank che si interrompe quando la famiglia viene scoperta e deportata. Sarà Hannah a raccontare gli ultimi giorni dell’amica, morta poco prima della liberazione. E sarà ancora Hannah a lasciarci con un interrogativo: “Perché lei e non io?” che si potrebbe semplicemente tradurre in “perché è successo?”. Proprio per impedire che si dimentichi, Hannah ha accettato di ripercorrere con la memoria un periodo lontano e così drammatico.

Andrea Molesini, All’ombra del lungo camino, Super Junior Mondadori, Milano, 1992
Un ragazzo ebreo e uno zingaro. Insieme, in un campo di sterminio. Una storia avvincente e realistica pur se contrassegnata da una vena fantastica che crea personaggi magici in grado di aiutare i protagonisti a salvarsi ma in grado anche di rendere il libro leggibile dai ragazzini più giovani. E non con l’intento di nascondere la verità che comunque emerge da tutte le pagine ma per lasciare ai ragazzi la speranza e insieme il desiderio di non dimenticare. E Molesini lo esplicita fin dalle prime pagine quando fa dire allo zingaro Merlino, rivolto al ragazzo, Schulim: “Quello che davvero vogliono è farci simili a bestie così, quando ci uccideranno, uccideranno delle bestie non degli uomini. Ma finchè avremo memoria e sapremo dare il giusto nome a ogni cosa, noi resteremo uomini e, a dispetto delle botte, della fame e delle umiliazioni, li costringeremo a uccidere degli uomini: così, fino alla fine dei tempi, gli assassini verranno chiamati assassini” (pp. 12-13).

Uri Orlev, I soldatini di piombo, Fabbri, Milano, 2001
Non è un libro facile questo che racconta l’infanzia dell’autore, passato dalla libertà nella sua Polonia al ghetto per finire col fratello a Bergen Belsen cui riesce a sopravvivere per essere accolto in un kibbutz in Israele. Non è facile perché non si tratta di un romanzo vero e proprio. Piuttosto di tanti flash più o meno lunghi, accesi su momenti diversi, su figure significative, su ricordi dolorosi o divertenti. E così la lettura non è fluida ma si è costretti a “faticare” insieme a Yurek e Kazik per poter sopravvivere anche nelle condizioni più difficili, insieme a loro si devono ingoiare lacrime cocenti per la scomparsa di persone care, a partire dalla stessa madre. Ed è con senso di stupore che si legge di come i due fratelli potessero trovare il modo di giocare e divertirsi anche se solo con qualche soldatino di piombo. E’ un libro difficile perché ha il grande pregio di raccontare la tragedia di un popolo con la voce di un bambino i cui occhi hanno visto solo singoli episodi, apparentemente non collegati fra loro e che quindi ci permette davvero di capire come hanno vissuto tanti, troppi bambini di cui Orlev si fa portavoce ideale.

Steve Schnur, Il segreto di Mont Brulant, Shorts, Mondadori, Milano, 1997
E’ più indicato il titolo originale “I bambini ombra” per questo bel libro che affronta un nodo difficile ed estremamente doloroso: l’impossibilità di dimenticare le tragiche vicende della guerra e dello sterminio e il dover continuare a vivere con i sensi di colpa e il rimpianto per non aver fatto niente, per essere rimasti a guardare. Etienne, un ragazzino di città, passa le sue estati dal nonno in campagna e un anno incontra altri ragazzini laceri e tristi che non aveva mai visto. Quando ne chiede ai grandi si trova di fronte un muro di silenzio. Gli dicono che non esistono altri bambini oltre lui ma che “nei boschi vagano le anime di un migliaio di bambini smarriti. – Fantasmi? chiesi ancora sorridendo. – Sì, fantasmi, rispose lei, brusca. – Sono troppo grande per crederci. – Allora chiamali memorie.” (p. 26) In un’atmosfera rarefatta trascorre l’estate di Etienne, tra le reticenze degli adulti e gli incontri irreali coi bambini ombra, finchè il nonno decide di raccontare come il paese fosse diventato un nascondiglio sicuro per i bambini ebrei che vi arrivavano soli, sperando di scampare al massacro. “…Poi, un giorno dell’ultima estate di guerra i nazisti arrivarono con carri armati e mitragliatrici e ci ordinarono d consegnare tutti i bambini (…) Se non avessimo consegnato i bambini avrebbero arrestato anche noi o ci avrebbero fucilato. “E avete consegnato i bambini?” domandai incredulo. “Prego Dio che non l’avessimo fatto – ammise lentamente Grand-Père – ma in tempo di guerra non esistono scelte facili; sono sempre angosciose, strazianti”. (p. 61). Nel racconto del nonno emerge l’impotenza della gente, di tanta gente che sapeva, vedeva, ma non faceva niente, e la difficoltà di scegliere di agire piuttosto che di girar la testa. Un tema poco trattato nei libri per ragazzi ma invece di fondamentale importanza proprio per loro, perché la riflessione sull’impegno e la capacità di difendere le proprie idee e quindi anche la vita umana li deve accompagnare mentre crescono, deve diventare punto saldo e scelta irrinunciabile per futuri adulti consapevoli. Così è bene che i ragazzi leggano del nonno di Etienne e di tanti che, come lui, non seppero fare nulla e che, insieme ad Etienne, ne ricavino anche una nuova consapevolezza.

Gaye Hicyilmaz, Vietato rubare le stelle, Buena Vista, Milano, 2001
“Non ci resta altro che sperare che dovunque essi siano, anche loro possano ancora alzare lo sguardo e vedere le stelle” (p. 89) Proprio le stelle uniscono con una limpida luce le vicende di un ragazzino, Richard, la cui mamma sparisce misteriosamente, con la storia di un uomo, Stef, un anziano vicino di casa che gli racconta la sua vita e l’ombra che l’accompagna. Deportato in Unione Sovietica con la madre e il fratello minore, stremato dalla fatica e dalla vita del campo, Stef perde di vista i suoi durante un trasferimento in treno. Non li rivedrà più e di questo si sente responsabile tanto da essere quasi schiacciato, anche se a distanza di anni, dal senso di colpa. E se l’incontro con il ragazzo gli permetterà di “prendere le distanze” da una colpa inesistente, questo stesso incontro permette a noi di rileggere eventi tra i meno conosciuti della seconda guerra mondiale, sicuramente le pagine più belle dell’intero libro.

George Layton, Io da te e tu da me, Istrici Salani, Milano, 2001
Raccontati in prima persona da un ragazzino, il libro raccoglie diversi episodi di un anno scolastico, in un paesino vicino a Londra, poco dopo la fine della guerra. L’episodio centrale, il più lungo di tutto il libro, riflette l’esperienza dell’autore, ebreo austriaco, che scappa dalla sua terra ed evidenzia molti dei luoghi comuni che hanno contraddistinto quell’epoca. Luoghi comuni cui tanti hanno creduto (tutti i tedeschi sono nazisti….gli ebrei hanno ucciso Gesù…), respingendo ed escludendo quindi, come succede appunto al ragazzino del racconto, chi apparteneva a quei popoli. Il racconto è anche un invito a non omologarsi, a non seguire il gruppo, ma a ragionare con la propria testa. L’apparente debolezza di Passerotto non lo farà soccombere alle minacce e all’isolamento dei suoi compagni, anzi. La profonda convinzione di avere ragione gli permetterà di uscire vincitore dall’ultima discussione con il bullo della scuola. Se ne andrà, è vero, in una scuola frequentata da altri ragazzi ebrei, ma non se ne andrà da perdente e lascerà un segno profondo, una strada tracciata, tanto che il protagonista continuerà a frequentarlo.

Myron Levoy, Alan e Naomi, Junior Mondandori, Milano, 1998
Questo è il racconto di una speranza di guarigione, della scommessa di una seconda nascita attraverso il legame dell’amicizia. Alan, ragazzino ebreo che vive in un quartiere popolare di New York, incontra Naomi, anch’essa ebrea, scampata alla furia della Gestapo dopo aver assistito all’omicidio del padre e rifugiatasi negli Stati Uniti. Da questo incontro difficile e spiazzante “Naomi è pazza, Naomi è diversa, lontana da tutto e da tutti” nascono nuove possibilità. Per Naomi certo che può ricominciare ad avere fiducia, ritornare a giocare e sorridere ma anche per Alan che attraverso lo sconcerto prima e il coinvolgimento poi impara a non scappare davanti alle prove difficili che l’amicizia con Naomi gli impone. Anche la fine, non lieta, si inserisce in questo percorso di crescita e di apprendimento. E’ un libro bello, appassionante, in grado di far nascere emozioni intense. Per questo più che ad una lettura in solitudine si presta alla narrazione da parte di una voce adulta che accompagna e media il racconto.

La storia di Redattore Sociale

di Valeria Alpi

Prende il via con questo numero di HP-Accaparlante una rubrica dedicata all’informazione sociale. Con tale espressione si intendono tutte quelle notizie che nei vari mass media (quotidiani, televisioni, radio, siti internet) trattano “eventi sociali” legati alle varie forme del disagio e della marginalità (ad esempio immigrazione, handicap, minori, anziani, senza fissa dimora, tossicodipendenza…). Ma in che quantità e in che modo viene prodotta l’informazione sociale? Cercheremo, nel corso dei mesi, di analizzarne i vari aspetti, quantitativi e qualitativi, prestando un’attenzione particolare alle tematiche dell’handicap. Questa volta iniziamo parlando di “Redattore Sociale”, il primo e tuttora unico seminario di formazione sociale per giornalisti che ogni anno, dal 1994 ad oggi, viene organizzato dal C.N.C.A. – Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza in collaborazione con l’Agenzia di stampa Redattore Sociale (www.redattoresociale.it). Da nove anni i maggiori professionisti del giornalismo, gli addetti al lavoro della comunicazione sociale, i protagonisti del no-profit e chiunque sia interessato, si riuniscono per tre giorni alla Comunità Capodarco di Fermo (AP) per fare il punto sullo stato dell’informazione sociale in Italia. Gli aspetti che emergono sempre ad ogni incontro sono essenzialmente due: la scarsità di questo tipo di informazione, vale a dire che le notizie sociali compaiono di rado sui mass media, e se lo fanno hanno comunque uno spazio ridotto e marginale; oppure, le notizie sociali compaiono e hanno anche ampio risalto, ma solo per fare sensazionalismo e scalpore. Pensate ad esempio a come viene reso giornalisticamente un fatto di cronaca con un genitore che uccide un figlio, e a come la stessa notizia assume invece toni diversi se il figlio è disabile. La parola “disabile” o “handicappato” compare già nei titoli e diventa il punto chiave della vicenda, spostando l’attenzione non sul fatto in sé già grave (un genitore che uccide un figlio) ma sull’handicap e il disagio sociale. Disagio però raccontato in maniera rischiosa, cioè col pericolo di alimentare o addirittura generare stereotipi e pregiudizi. E’ proprio sulla prevenzione di questi rischi che si concentra, allora, il lavoro di Redattore Sociale, cercando di avvicinare il giornalismo a un modo di fare informazione diverso ma fondamentale, e ad approfondire al tempo stesso il contatto e il rapporto tra gli operatori della comunicazione e gli operatori del no-profit (spesso è necessario che anch’essi siano formati ad informare). Al recente seminario svoltosi nel dicembre 2002 e intitolato “Maschere” è emerso un punto chiave dell’informazione sociale: i nudi fatti non si danno mai. Nel costruire e raccontare una notizia sociale influiscono troppi fattori: il contesto, la disponibilità delle fonti informative, la cultura di chi scrive o filma, la necessità di descrivere i sentimenti dei protagonisti, le sensazioni e i pensieri stessi del giornalista, il linguaggio, i filtri applicati, gli strumenti… Insomma, l’informazione sociale rischia di diventare una maschera sul volto dei fatti. Anziché assumere, invece, quella che dovrebbe essere una vera e propria funzione pedagogica: una corretta e neutra informazione sociale servirebbe, infatti, a produrre probabilmente maggiore sensibilità e una “sana” cultura della diversità. Redattore Sociale cerca di fornire gli strumenti necessari ad un’informazione il più possibile divulgativa, documentativa e educativa, partendo da quello che forse è il punto più difficile: cambiare la forma mentis di chi fa informazione e uscire dalla logica del mercato, delle vendite e dell’audience. Troppo difficile? Forse. Però dal 1994 ad oggi le edizioni dei seminari si sono svolte con sempre maggiore successo di pubblico e di visibilità, segno evidente che di informazione sociale se ne sente il bisogno.

Spazio Calamaio

Abbiamo pensato di inaugurare questa sezione dedicata al Progetto Calamaio intervistando il principale ideatore, Claudio Imprudente, presidente del Centro documentazione Handicap di Bologna

Caro Claudio, permettimi almeno all’inizio una domanda alla Marzullo, che cosa è per te il Progetto Calamaio?
 Non è facile rispondere a domande banali, è più facile dare risposte banali a domande profonde. Comunque proviamo: vedi, Elisabetta, tu mi conosci perché abbiamo anche lavorato insieme in questi anni e sai come sono fatto. Se non fossi nato con qualche “piccola problematica”, se non fossi handicappato grave  (come dicono quelli che non mi conoscono bene – ma già di per sé grave non vuol dire nulla!), se non fossi diversabile, chissà, magari avrei fatto l’uomo d’affari, mi sarei buttato nel commercio, sarei stato uno dei tanti della new economy. Ma, al di là di tutto c’è un fatto: mi piace proprio prendere su il telefono e organizzare delle cose, incontrare delle persone, mettere in piedi dei progetti. Se poi tutto questo si coniuga alla visibilità, ai media, dentro di me c’è qualcosa che fa: Bingo! Chissà, magari avrei lavorato nella pubblicità. Forse ti stupirai se ti dico questo perché nel Calamaio si fa educazione, animazione, e il Cdh è tutto rivolto in un senso ampio al “fare cultura”. Ti chiederai come si coniugano queste due cose.
Andiamo alle origini: per me il Calamaio è nato dalla voglia di mettermi in gioco e di sentirmi protagonista. In realtà è nato un po’ per caso, perché una scuola di Finale Emilia mi aveva invitato a parlare ad un centinaio di ragazzi. Insomma l’incontro è piaciuto a tutti e tantissimo a me, e ho voluto rifare altre volte l’esperienza, finché non ho intravisto la possibilità di un qualcosa di più continuativo e di qualità. Non mi vergogno a dirlo ma mi piace essere al centro degli avvenimenti quando questi accadono e ho sempre pensato in grande, anche contro la prospettiva di qualcuno che mi stava vicino. Il Calamaio è nato come una sfida, apparentemente impossibile: tornare nella scuola che ad un certo punto, come tu sai, mi aveva cacciato (non ho infatti finito le superiori) e tornarci finalmente in un ruolo forte come quello dell’animatore-educatore. Mi sono preso questa rivincita, ma ci tengo a dirlo non contro gli studenti o i professori. In fin dei conti se ho incontrato delle difficoltà di integrazione dipende dalla mancanza di cultura, di una nuova cultura, e non tanto, o comunque solo in parte, dalla bontà o dalla tristezza di una singola persona. Non ce l’ho con le persone ma ce l’ho con la struttura, qualsiasi struttura che dovrebbe accogliere il cosiddetto diverso e che invece non è abbastanza flessibile per farlo.

Sfida, visibilità, nuova cultura: sono temi che ti ho sentito ripetere abbastanza spesso, anzi è proprio un tormentone!
Sì, è vero. Chi lavora con me spesso non ne può più di sentirmi ripetere queste cose. Ma io sono testardo: è un mio pregio e difetto insieme. Non sono contento finché non riesco a raggiungere quello che voglio ottenere e in effetti stresso un pochettino i miei collaboratori. Ma del resto se non li stressi un po’ non si riesce a mantenere efficiente la macchina organizzativa. A pensarci bene non è che sono contento solo quando ottengo le cose, perché tutto sommato mi sento sereno sempre: ma  quando mi distendo a letto la sera il mio sorriso è più largo se durante il giorno ho dato, mi sono stancato su qualcosa.

Ti stanca molto il Calamaio?
Come ti dico mi stresso di più se sto in casa a non fare niente, e molte volte succede per mancanza di risorse, di operatori, di volontari. Dipendesse da me sarei più attivo. Ma non mi lamento: ho fatto molte cose in questi anni e cambiato varie macchine per i tanti chilometri di viaggio. Il Calamaio è proprio bello e per molti motivi: innanzitutto incontri i ragazzi e gli insegnanti e ti assicuro che ci sono molte persone in gamba. Ogni incontro, ogni gruppo è diverso e per quanto non ci schiodiamo molto dai percorsi abituali, non ci si annoia mai, o quasi mai. E’ un lavoro vario, il nostro territorio di azione è per adesso l’Italia ma abbiamo avuto anche la possibilità di farci conoscere all’estero. Il Calamaio è proprio una grande opportunità di lavoro per un diversabile che sia interessato al mondo dell’educazione e che voglia darsi da fare per cambiare le cose. Sì, penso che sia un lavoro molto bello anche perché ci credo e ho fiducia che un mondo più a misura d’uomo (non solo di diversabile) sia possibile costruirlo. 

Il Calamaio come modello, come modalità di lavoro per quelli che tu chiami diversabili è realmente possibile? Non credi che sia irripetibile quello che tu assieme al gruppo fate?
 Sì e no, allo stesso tempo. Sì, perché ogni incontro è diverso ma è anche unico, il nostro modo di lavorare è molto imperniato su chi siamo, i nostri interessi, i nostri caratteri, per cui non ci può essere un altro gruppo Calamaio uguale al nostro. No, perché abbiamo esportato questo modello, a Parma ad esempio, dove abbiamo formato un gruppo che attualmente opera in un modo simile al nostro e che utilizza solo in parte le nostre idee.
Per noi questo è molto importante: sapere che ci sono altre persone che condividono la nostra strada e che inventano percorsi, sperimentano incontri diversi dai nostri ma con le stesse finalità. Ci rincuora e ci stimola a continuare: essere contagiosi è un buon segno perché vediamo negli altri il nostro stesso entusiasmo. Ultimamente poi abbiamo avuto in particolare una soddisfazione. Devi sapere che molti anni fa abbiamo fatto a Roma un corso di formazione dedicato a spiegare le tecniche del Calamaio ad un gruppo costituito anche da diversabili già particolarmente attivi e propositivi. In pratica questo gruppo ha fondato il Progetto Girotondo che ha girato l’Italia, soprattutto nel sud, riscuotendo consensi e successi. Proprio pochi giorni fa abbiamo fatto un incontro a Bologna con questo gruppo e ci siamo confrontati sul nostro modo di lavorare. Vedi, noi lavoriamo per la nuova cultura dell’handicap: sapere che con un piccolo nostro input questo gruppo ha lavorato per molto tempo, senza che noi ne sapessimo molto, ci ha dato come una sensazione di sollievo, sì di sollievo. Pensa se tutti gli incontri che hanno fatto li avessimo dovuti fare noi! Ogni tanto ci viene l’angoscia perché la mole di lavoro qualche volta supera le nostre energie. Il nostro motto infatti è – “se tutto va bene siamo rovinati!”  – cioè se tutte le scuole che ci chiamano e alle quali mandiamo il progetto ci richiamassero, vivremmo perennemente fuori casa! Per fortuna che costiamo, così ci pensano due volte prima di chiamarci!

Vedi che la visibilità ti si ritorce contro!
Sì, per certi versi è vero, ma ne vale la pena. Io dico sempre questa cosa: puoi fare una cosa bellissima, un bellissimo convegno, una bellissima festa, ma se non riesci farlo sapere in giro è come se questa cosa non fosse mai esistita (oltre al fatto che vengono meno persone). Io invece ci tengo a far sapere in giro quello che facciamo e so per esperienza che è bene contattare i mass-media, muoversi bene con gli assessori, eccetera. Lo so, a molti questi discorsi non piacciono: eppure credo che la sfida del terzo settore sia quello di essere più organizzato, più manageriale. Il Cdh e il Calamaio non competono con gli altri, sennò saremmo degli enti profit: il nostro scopo è aumentare il livello di integrazione di tutte le persone svantaggiate e di farlo in un ambito culturale. Erroneamente si crede che questi obiettivi si devono raggiungere solo con molta buona volontà, e si storce il naso di fronte a tecniche ritenute tipiche del mondo profit. Io credo invece che una maggiore organizzazione, che maggiori risorse non possano che fare bene al nostro lavoro. Ogni giorno, quasi, salta fuori un’idea bella, ma non abbiamo le risorse anche economiche per affrontarla. Una maggiore visibilità, il sapersi muovere nell’ambito tecnico (ad esempio nella presentazione di un progetto alla comunità europea) è una sfida che il Cdh deve affrontare in questo periodo, altrimenti rimarremo sempre una realtà di qualità ma poco incisiva. Il Calamaio è nato per incidere, per incontrare, per cambiare. Immagina in un disegno delle frecce e una carrozzina: purtroppo per molti aspetti nella nostra cultura la carrozzina sta al centro come bersaglio di molte frecce, e raramente questa carrozzina diventa invece veicolo di energia, raramente si inverte il senso selle frecce verso l’esterno.

Mi ricordo che la prima volta che ci siamo incontrati mi hai spiegato che tutto nasceva dalla voglia di essere soggetti di cultura e non solo oggetto di assistenza, di cure, di aiuto o peggio di carità. Secondo te in questi anni la situazione è migliorata?
Enormemente, ma non quanto vorremmo. Come dicevo, le cose belle sono anche contagiose e sono perfettamente convinto che si tratta di lavorare ed aspettare che le cose maturino. Andando in questi anni nelle scuole ho visto tutto e il contrario di tutto: insegnanti bravissimi, creativi, “umani”, e insegnanti sbadiglianti o addormentati del tutto; insegnanti con una gran voglia di fare e insegnanti inchiodati da una gran paura di sbagliare; bambini integrati, bambini disintegrati, classi allegre nonostante gli handicap, classi che vivono in stato di ibernazione creativa. La sensazione che ne traggo è comunque di movimento: qualcosa si muove, qualcosa inizia a maturare una esperienza ormai ventennale, qualcos’altro inaridisce e qualcos’altro si trasforma. Tutto ciò è difficile da fotografare, perché è cultura: al limite abbiamo dei segni, ci sono degli avvenimenti, ci sono esperienze che si consolidano che danno per un attimo una espressione al tutto. Ma bisogna stare attenti a non generalizzare: molte volte proprio di ritorno magari da una situazione positiva mi sono trovato a confrontarmi con una persona che mi testimoniava tutto il suo dolore perché le cose non vanno come dovrebbero andare. Sicuramente il trend è positivo: io paragono molto spesso il cammino verso la nuova cultura dell’handicap a quello del femminismo. In fin dei conti solo pochi decenni fa le donne non potevano votare, e pochissimi anni fa non era loro riconosciuta una pari dignità rispetto al modello maschile. Adesso la situazione è sostanzialmente diversa, certo con sacche di arretratezza, ma c’è in corso una trasformazione delle coscienze in senso positivo. E così avviene anche per l’immagine delle persone con deficit, sempre meno malate, diverse, sempre meno aliene, e sempre più, ad esempio, sportive, lavoratrici o, che ne so…sposate.  

Il tema della diversità è uno dei temi forti del Calamaio. Non pensi che ci sia una specie di contraddizione nell’essere i cosiddetti diversi che parlano della diversità? Non rischiate cioè, sottolineando la vostra diversità in quanto animatori-educatori con deficit, di farvi autogol?
Capisco quello che vuoi dire e in parte sono d’accordo. Noi infatti siamo in primo luogo animatori-educatori che sfruttano il loro deficit per poter arrivare al cuore di alcuni temi quali la diversità, l’handicap, l’accettazione di se stessi, eccetera. E’ una differenza molto importante, questa, rispetto a chi fa il disabile, fa la parte del disabile, veste quella maschera e se ne serve. Ce ne siamo resi conto con l’andare del tempo e abbiamo raccolto alcuni segnali che ci hanno fatto pensare. Innanzitutto ad un certo punto ci siamo chiesti se limitarsi ad affrontare il tema handicap fosse giusto, avevamo cioè voglia di spaziare, di portare fino in fondo le conseguenze dei nostri ragionamenti che ci portano a dire che avere un deficit non significa avere un handicap e che spesso anche le persone senza deficit hanno degli handicap, degli svantaggi o ostacoli mentali, causati o meno da un deficit. Siamo perfettamente convinti che il nostro andare nelle scuole serva a tutti e non solo ai cosiddetti disabili, perché aiutiamo i bambini e le insegnanti a prendere consapevolezza che tutti dobbiamo fare i conti con le nostre paure, i nostri pregiudizi, di cui spesso l’handicappato è solo una specie di cartina tornasole. Ecco che allora la nostra attenzione si è rivolta a percorsi all’educazione alla multiculturalità, per affrontare il tema della diversità come valore dal punto di vista privilegiato di un incontro diretto con una persona con deficit. Ultimamente stiamo incontrando il tema dei diritti dell’uomo, partendo da una considerazione che ha fatto un nostro collega, Fabio Garavini, rispetto al fatto che a ben vedere nel mondo i cosiddetti handicappati non sono una minoranza ma una maggioranza, perché moltissime persone sono svantaggiate a causa di deficit, determinati a loro volta da violazione dei diritti umani. Pensa solo ad alcuni paesi, come la Cambogia, disseminati di mine, nei quali in ogni famiglia c’è un menomato…

Mentre parli mi veniva in mente che nella stanza del Calamaio c’è una cartina geografica dell’Italia con sopra un cartello: Oggi l’Italia, domani il mondo!
Esatto, ricordo che era una battuta e nulla più e invece…il domani è già arrivato, perché anche il altri paesi, ad esempio il Brasile (Roberto è stato invitato a tenere delle conferenze nelle università di Porto Alegre e di Santa Maria, nello stato del Rio Grande do Sul), abbiamo trovato persone molto interessate al nostro progetto, proprio nel momento in cui anche la nostra testa si apriva ad una dimensione più globale del nostro fare educazione. Noi siamo ancorati al nostro territorio, da un lato (ad esempio adesso abbiamo anche impiantato una ludoteca per il quartiere Borgo-Panigale dove c’è la sede del Cdh); dall’altro pensiamo in grande e sentiamo la necessità di globalizzare l’integrazione, le pari opportunità, eccetera. Comunque, tornando alla tua precedente domanda, credo che non facciamo autogol nella misura in cui nell’espressione animatore-diversabile, sottolineiamo la prima parola, che è fatta di professionalità, di esperienza, di anni di lavoro. Non bisogna dimenticare che noi siamo l’espressione di un clima culturale e di un gruppo di persone. 

Scommetto che vuoi tornare al discorso della fiducia…
Come hai fatto a capirlo? Sì, credo che la parolina magica sia proprio fiducia. Su questa parola ho incentrato la lettera aperta pubblicata da La Stampa il passato dicembre ’99 al Presidente della Repubblica Ciampi. Credo che senza la fiducia nessuno può aprirsi al mondo e dare al mondo qualcosa di importante. Io come Claudio mi sento molto di ringraziare la mia famiglia, i miei amici e i miei compagni di viaggio che hanno creduto in me. Sono ormai venti anni che è nato il Cdh e se questo centro è cresciuto, partorendo il Calamaio, la rivista Accaparlante eccetera, lo si deve alla collaborazione continua con altre persone ed enti che ci hanno dato la loro fiducia. Certo siamo stati bravi anche noi a meritarcela questa fiducia: è come una specie di osmosi, purché non si stia nella riserva. Ti cito una persona per tutte che ci ha aiutato in modo particolare ed è Andrea Canevaro. Noi lo citiamo sempre come il santo protettore del Calamaio, come – ma questo non glielo dire – il Sig. French del telefilm “Tre nipoti e un maggiordomo”, per via della somiglianza: noi siamo i tre nipoti… A parte gli scherzi, nel corso degli anni siamo migliorati in qualità e aumentati in numero, attualmente siamo dodici persone nel gruppo. 

Toglimi un’ultima curiosità. Perché Calamaio?
Perché ci piaceva l’idea di essere rappresentati da quello che in passato è stato uno strumento per scrivere, per raccontare storie, uno strumento dei nostri padri. Era come stare nella tradizione innovandola. Eppoi il calamaio contiene un liquido prezioso, l’inchiostro, con cui, se non lo si sa usare bene, ci si può sporcare, ma se lo si sa utilizzare si possono incantare i bambini con le fiabe. Tempo fa ho trovato per caso una filastrocca di Rodari intitolata, guarda un po’, Il calamaio, ed è diventata parte integrante della mia personale grammatica della fantasia.

Il calamaio (di Gianni Rodari)
Che belle parole
Se si potesse scrivere
Con un raggio di sole.
Che parole d’argento
se si potesse scrivere
con un filo di vento.
Ma in fondo al calamaio
c’è un tesoro nascosto
e chi lo pesca
scriverà parole d’oro
col più nero inchiostro.

2003: anno europeo delle persone con disabilità

di Massimiliano Rubbi

Come molti di voi già sapranno, il 2003 è stato proclamato dall’Unione Europea “Anno Europeo delle Persone con Disabilità”. Questa rubrica, che intende occuparsi di esperienze e problemi relativi alla disabilità in una prospettiva continentale, o per lo meno cercando di allungare il naso oltre i confini nazionali, non poteva trovare miglior battesimo che in una tale iniziativa. Cerchiamo pertanto di capire su quali basi ci si predispone a sottolineare il ruolo dei disabili nella società europea di inizio millennio.

La dichiarazione di Madrid
L’Anno Europeo delle Persone con Disabilità nasce da una proposta adottata dal Consiglio dell’Unione il 3 dicembre 2001. In questa scelta molto hanno inciso gli sforzi dell’European Disability Forum (EDF), un’organizzazione-ombrello di promozione dei diritti dei disabili con sede a Bruxelles, nata a metà degli anni ’90 (entro il progetto Helios II) come voce indipendente di supporto all’attività degli organi ufficiali dell’Unione. Per capire lo spirito dell’Anno Europeo, è essenziale analizzare la “Dichiarazione di Madrid”, elaborata con il contributo decisivo dell’EDF. La dichiarazione è stata pubblicata il 26 marzo 2002 a conclusione del 1° Congresso Europeo sulle Persone con Disabilità svoltosi nella capitale spagnola, ed è una sorta di manifesto politico e pratico per il 2003. Il testo integrale, nell’originale inglese/francese e in traduzione italiana, è disponibile presso il sito web www.madriddeclaration.org. Innanzitutto, la Dichiarazione si apre affermando che “la disabilità è una questione di diritti umani”; ciò per sottolineare che l’approccio non deve (più) essere di tipo pietistico e caritativo, o teso a riabilitare l’individuo per adeguarlo alla società esistente, e che al contrario la società deve modificarsi per garantire uguali opportunità ai disabili come a tutti i propri cittadini. Questa precisazione è rilevante perché è ancora diffusa socialmente una mentalità che vede il disabile come persona “in situazione di bisogno”, marcandone così la differenza, e non come “portatore di bisogni” come tutti coloro che vivono in un contesto sociale. L’Anno Europeo deve perciò contribuire a proporre l’immagine del disabile come soggetto cittadino e consumatore, e non più come oggetto di assistenza. Un’altra annotazione importante: le persone disabili sono “cittadini invisibili”. A differenza di quanto accade con altre fasce sociali, discriminate in base ad un pregiudizio di carattere negativo (tossicodipendenti, zingari…), i disabili sono emarginati in quanto vengono ignorati e dimenticati dalla società in senso vasto. Questa assenza di stigma può forse facilitare una campagna per i diritti umani, ma finora ha contribuito al mantenimento di barriere che di fatto escludono il disabile da una piena partecipazione alle proprie comunità. Per di più, con il carattere di “muro di gomma” che può avere questo genere di barriere: mentre per non assumere un sieropositivo devo esplicitare il mio pregiudizio nei suoi confronti, il rifiuto di un disabile può trincerarsi dietro questioni di opportunità pratica apparentemente più condivisibili. Un terzo e importante punto attiene al concetto di “società inclusiva”, che soggiace a questa nuova visione della disabilità. Infatti, se Maometto non va alla montagna, la montagna andrà da Maometto – ovvero, la società non deve portare il disabile al proprio livello ma portarsi al suo. Occorre dunque ridefinire molte pratiche fin banali, dalle modalità di trasporto alla disposizione degli scaffali nei supermercati, per “disegnare un mondo flessibile per tutti” e permettere l’inclusione di tutti gli individui. Nella dichiarazione, per dirla tutta, non mancano punti controversi e un po’ contraddittori. Ad esempio, l’attività da compiere nel 2003 appare concentrata su leggi e norme sociali da promuovere, il che sembra stridere con la (giustissima) constatazione che “le persone disabili formano un gruppo diversificato”, con esigenze spesso peculiari del singolo individuo e non inquadrabili in provvedimenti generici. Ma questo è un problema inevitabile in una dichiarazione di intenti. Più significativo è il fatto che la Dichiarazione di Madrid insista moltissimo su quanto sia cruciale per la piena cittadinanza del disabile l’accesso all’occupazione e la tutela da discriminazioni sul posto di lavoro. Purtroppo, la tendenza generale in Europa sembra essere quella alla precarizzazione dei lavoratori, in qualche caso non senza l’avallo implicito delle politiche comunitarie sulla “occupabilità”, ed è facile ritenere che di questo smantellamento delle tutele i primi a fare le spese saranno proprio i lavoratori di più complesso inserimento. In ogni caso, la Dichiarazione di Madrid è di grande interesse e di portata molto ampia (diversi punti altrettanto importanti devo tralasciarli per ragioni di spazio), e costituisce un punto di riferimento per chiunque intenda proporre iniziative legate all’Anno Europeo in modo non episodico.

La lunga Marcia
In queste ultime settimane il calendario delle iniziative sul sito ufficiale dell’Anno Europeo delle Persone con Disabilità, www.eypd2003.org, si sta popolando di segnalazioni relative a diverse nazioni. Gli eventi non sono tutti strettamente legati alla celebrazione, ma l’Anno Europeo serve soprattutto ad accendere i riflettori sui “cittadini invisibili” e sulle iniziative da loro – prima e più che per loro – organizzate, orientandole al contempo verso obiettivi di lunga portata nell’integrazione sociale. Su proposte di questo genere legate al 2003 è possibile reperire informazioni sul web – più che su altri media, la cui carente e distorta rappresentazione della disabilità è questione su cui l’EDF stessa propone diverse campagne di pressione. C’è però un’iniziativa direttamente integrata nell’Anno Europeo, che ne costituirà l’aspetto più evidente: la “Marcia delle Persone”, un autobus coloratissimo che attraverserà l’Unione Europea e concentrerà intorno alla propria vistosa presenza campagne di sensibilizzazione ed eventi. Il bus parte dalla Grecia il 23 gennaio, e concluderà il suo percorso in Italia dal 29 ottobre al 4 dicembre; ci sono dunque quasi 10 mesi di tempo per non farsi trovare impreparati al suo passaggio. Inoltre, se passate le vacanze estive a Londra o Stoccolma e vedete spuntare fuori un pullman che sembra uscito direttamente dalla copertina di Sgt. Pepper, saprete di cosa si tratta… Purtroppo, ad inizio 2003 ancora non c’è traccia di un sito ufficiale sulle campagne in Italia; l’Organismo nazionale di coordinamento è stato recentemente istituito presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, ma la sua comunicazione appare finora carente. Questo nonostante il nostro paese abbia un ruolo di primissimo piano nell’Anno Europeo, ospitandone a Roma la manifestazione di chiusura il 3-4 dicembre in concomitanza con la presidenza di turno dell’UE. Mi pare che l’Italia, nel suo complesso, non abbia finora proposto molte iniziative concrete entro questa cornice; ci si può augurare che molto “bolla in pentola”, o che ci sia un bombardamento di manifestazioni nei mesi finali del 2003 all’arrivo della Marcia, ma è legittimo temere che si stia un po’ snobbando l’evento. L’opportunità offerta dall’Anno Europeo delle Persone con Disabilità è molto importante per tutti coloro che vivono o operano in questo mondo; è auspicabile che i riflettori che si accenderanno su di esso si mantengano ben vivi anche nel 2004, 2005…, ma questa attenzione è tutt’altro che certa. Insomma: datevi una mossa, prima del prossimo Capodanno!

Salve sono un geranio, per una cultura che valorizzi tutte le abilità

di Claudio Imprudente

Vi racconto di un mio recente incontro al Centro Documentazione Handicap di Bologna, dove lavoro. Erano presenti un gruppo di insegnanti tedeschi che ogni anno trascorrono una settimana nel bolognese per incontrare alcune realtà operanti nel sociale, come scuole e associazioni; solitamente l’ultimo giorno che trascorrono in Italia ci fanno visita per una chiacchierata di conoscenza. Io preferisco sempre rendere attivi questi incontri, andare un po’ oltre le chiacchiere, giocare, così da far toccar con mano ciò di cui si sta parlando. Quest’anno avevo messo al centro della tavola una bellissima pianta e ho iniziato dicendo che quella pianta era il mio biglietto da visita. Ho raccontato come solitamente la mia presentazione ai convegni fosse “Salve, sono un geranio”. Immaginate lo stupore negli occhi dei tedeschi, lo sguardo perso ma attento di chi non capisce ma rimane concentrato per intuire dove voglio arrivare con i miei giochetti. Ho poi spiegato che mi presento così facendo memoria di ciò che era stato detto a mia madre al momento della mia nascita: “Signora, guardi, suo figlio è vivo, ma resterà per sempre un vegetale”. Allora io ho scelto come vegetale di essere una pianta di geranio. Le facce dei tedeschi si facevano sempre più sconvolte e curiose nello stesso tempo. Uscendo dalla mia esperienza personale ho deciso di instaurare un dialogo che stimolasse anche il loro contributo sulla questione “pianta o persona?” Si tratta infatti di una questione che non riguarda solo me, tutte le persone handicappate gravi vengono definite dei vegetali sin dalla nascita e così sono dunque costretti a presentarsi per il resto della loro vita. Dico spesso, a questo proposito, che sono contento di essere handicappato e di esserlo fino in fondo, così tutto si mette in discussione, si mette in crisi…altrimenti non mi sarei mai valso del titolo di geranio! Allora di fronte a questo dato di fatto chiedevo ai tedeschi di avanzare ipotesi o proposte concrete per trasformare queste piante in persone. Sono uscite un po’ tutte quelle solite cose che si fanno con una pianta: la si annaffia, la si tiene al sole, le si cambia la terra, la si concima. Ma non basta ancora, facendo tutto questo, assolutamente necessario, la pianta rimane sempre pianta. Allora escono le proposte più folli e, a mio avviso, anche un po’ patologiche: le si parla, la si tiene in compagnia, le si fa ascoltare la musica. Ok, ma sempre pianta rimane, forse più bella, forse anche un po’ più frustrata, ma sempre pianta è. I tedeschi non sanno più cosa dire, come gestire la situazione: si legge nei loro occhi lo smarrimento più totale. Decido di buttarmi e dare la soluzione dell’enigma che li sta rendendo sempre più pensierosi. Tutto quello che è stato proposto appartiene a quella che si chiama assistenza, ma abbiamo visto come con la sola assistenza, seppur necessaria, la pianta rimane ancora pianta. Per farla diventare persona bisogna abbassarsi al suo livello, guardarla dritto negli occhi e instaurare con lei una relazione alla pari: ecco che la pianta diventa persona. Non è comunque uno sforzo unilaterale! La relazione alla pari si crea con il contributo di tutte le parti; in certe situazioni questo contributo è messo a disposizione incondizionatamente. Non lo trovate affascinante? Tutti sono capaci di fare assistenza, anche il Presidente del Consiglio fa assistenza, ma la pianta rimane pianta. Se non ci rapportiamo alla diversabilità nel giusto modo rischiamo di copiare un modello già vecchio, bisogna cambiare la cultura. Dobbiamo insomma fare un salto di qualità che è insieme politico e culturale. Attenzione però: se la persona diversabile non è disposta giocarsi in una relazione autentica, uscendo dalla logica del mero farsi aiutare, non otterremo una vera reciprocità. Quasi mai si pensa che l’integrazione non è solo l’accoglienza da parte della “normalità” del “diverso”, ma anche il “diverso” deve accogliere la “normalità”. Il diversabile deve accettare i propri deficit, averne consapevolezza, e fare in modo che l’handicap non influenzi negativamente il rapporto con un’altra persona, che a sua volta si sforza di fare altrettanto: entrambi devono accettare i propri limiti. Dobbiamo insomma fare tutti insieme, diversabili e normabili, un salto di qualità che è insieme politico e culturale. Perché la pianta diventi persona si deve pensare adulta, come diceva spesso il mio amico Mario Tortello. Per questo credo che l’anno duemilatre, anno europeo delle persone con disabilità, si presti bene ad essere un momento propizio per lavorare a questa cultura da cambiare e migliorare. Come ho già detto mille volte la parola disabilità proprio non mi piace, allora perché non trasformare il 2003 in “anno europeo della diversabilità”. Sarebbe l’occasione per fare un salto di qualità culturale e politico anche per chi si sente solo una persona portatrice di deficit. Ultimamente ho scoperto quanto sia importante mettere in rete tutte le idee e tutte le esperienze, allora ecco il mio indirizzo di posta elettronica: claudio@accaparlante.it. Se proprio poi volete innaffiarmi…fatelo con la birra Adelscott!
(Con la collaborazione di Alessandra Pederzoli)

12. Strumenti

“Se io potrò impedire
a un cuore di spezzarsi
non avrò vissuto invano
Se allevierò il dolore
o guarirò una pena
o aiuterò un pettirosso caduto
a rientrare nel nido
non avrò vissuto invano.
Emily Dickinson

Frediano Sessi, Sotto il cielo d’Europa, Einaudi ragazzi, Torino, 1998
Hans, Elisa, Remy, Pino, Simone, Franco, Cahia, Rom. Nomi qualsiasi di ragazzi qualsiasi, uniti dallo stesso tragico destino: il campo di concentramento dove insieme a loro sono morti migliaia di bambini e ragazzi. Raccontando le loro storie, l’autore ci accompagna in un viaggio molto particolare. Si fa tappa davanti ai cancelli dei più grandi campi di concentramento e sterminio d’Europa e, attraverso le semplici parole che ci richiamano agli occhi i ragazzi deportati, siamo costretti a rivivere quello che molti vorrebbero dimenticare. Ogni storia è accompagnata dalla descrizione del campo in cui si è svolta. Non ci sono commenti, bastano le cifre. Non è un libro facile, non lascia spazio a speranza e fantasia, parole sconosciute ai milioni di persone rinchiuse nei lager e proprio per questo è bene che i ragazzi non lo leggano da soli ma insieme ad adulti in grado di “fare memoria” di quello che è successo ma insieme in grado di crescere i ragazzi perché quello che è successo non deva più accadere. Accanto alle semplici storie di ragazzi veri che si possono ascoltare dalla voce di un adulto, si possono consegnare nelle mani dei giovani lettori romanzi che, seppur inventati, richiamano queste vicende. E così Cahia piccola contrabbandiera del ghetto di Varsavia potrà fra compagnia ad Alex di via degli Uccelli così come Rom rivive al fianco di Merlino e Schulim, nell’ombra del lungo camino.

Lia Levi, Che cos’è l’antisemitismo? Per favore rispondete, Mondadori, Milano, 2001
Lia Levi, forte della sua lunga esperienza di testimonianza nelle scuole, raccoglie in questo libro una ventina di domande cui risponde in maniera semplice e chiara, con molti riferimenti storici e culturali. L’obiettivo, centrato, è quello di eliminare dubbi, incertezze e perplessità su Israele, la religione ebraica e gli ebrei perché da qui nascono i pregiudizi più crudeli. Alcune domande sono più impegnative e affrontano i rapporti fra le religioni, il fascismo e il nazismo. Altre invece sono più legate agli stereotipi (gli ebrei sono ricchi, brutti, intelligenti, avari…) e potrebbero far sorridere se non riflettessero un credere diffuso che va combattuto in tutti i modi per crescere i ragazzi nel rispetto reciproco e nell’apertura a persone diverse di cui vanno scoperti i valori e le peculiarità piuttosto che le caratteristiche negative. Il libro è completato da una nota storica di Luciano Tas che ripercorre la storia degli ebrei dai tempi biblici al nostro secolo. Anche questa è semplice e chiara e può essere un ottimo strumento di lavoro e sicuramente un valido supporto ai testi scolastici, molto più sintetici e a volte imprecisi.

Annette Wievorka, Auschwitz spiegato a mia figlia, Einaudi tascabili, Torino, 1999
Attraverso le domande della figlia adolescente, l’autrice, una storica che ha dedicato molto tempo allo studio dell’ebraismo e della Shoah, cerca di spiegare che cosa è successo durante il nazismo e che cosa è stata la persecuzione nei confronti degli ebrei. Ma come lei stessa dice: “Una cosa mi ha colpito soprattutto mentre cercavo di rispondere a Mathilde, di spiegarle cos’era Auschwitz: il fatto che le sue domande fossero le stesse che continuano ad assillarmi. Le stesse che da più di mezzo secolo alimentano la riflessione degli storici e dei filosofi. Domande cui è difficile rispondere. Erano solo espresse in modo più crudo, più diretto. In qualità di storica, ovviamente, è piuttosto facile per me descrivere Auschwitz, raccontare come si è svolto il genocidio degli ebrei. A un certo punto ci si scontra, però, con un nocciolo assolutamente incomprensibile e quindi inspiegabile: perché i nazisti decisero di cancellare gli ebrei dalla faccia della terra? Perché spesero tanta energia per andare a scovare vecchi e bambini ai quattro angoli dell’Europa che occupavano – da Amsterdam a Bordeaux, da Varsavia a Salonicco – soltanto per sterminarli?” (pp. 4-5). “A questo punto saremmo tentati anche noi di porre una domanda alla Wievorka. La bambina, o meglio, l’adolescente Mathilde, si farà adulta, svolgerà forse la sua personale attività di intellettuale e – chissà? – anche di educatrice. Dal dialogo di cui siamo stati testimoni, ella avrà acquisito un patrimonio che non esitiamo a definire prezioso, per gli stimoli all’ulteriore riflessione e alla ricerca che sembrano lontani dall’essersi esauriti. Si continuano a pubblicare ricerche in proposito, ma il tema non è esaurito, perché la crudeltà umana si è nutrita e si nutre ancora, se funzionale a un disegno politico, di stermini di massa, di deportazioni, di torture. Non è esaurito perché a fronte di tali manifestazioni orribili, larghi strati di indifferenza continuano a manifestarsi. (dalla postfazione di Amos Luzzatto, pp. 76-77).

Andrea Canevaro, Elena Malaguti, Agostino Miozzo, Chiara Venier (a cura di), Bambini che sopravvivono alla guerra, Erickson, Trento, 2001
Questo libro è stato scritto con l’obiettivo di costruire un percorso di dialogo e di scambio con chi vive in paesi in guerra. Molto di rado si ha la possibilità di conoscere in modo diretto e approfondito la voce e le risorse delle persone che vivono tali realtà sulla propria pelle, soprattutto se bambini. In questo caso sono stati raccolti disegni e storie di bambini e ragazzi di Bosnia, Uganda e Ruanda che poi sono stati letti e commentati da alunni italiani. Lo studio e l’approfondimento, iniziati dal lavoro sui disegni, hanno portato alla conoscenza di ciascun paese che è stata approfondita anche cercando di spostare l’angolo di visuale e collocando la scuola in una dimensione più allargata, quella di un mondo in cui convivono, devono convivere, culture e stili di vita differenti. Il libro riporta i percorsi didattici accompagnati da una parte di approfondimento e da un’appendice con i disegni dei bambini. Come afferma Mozzo, nella prefazione, “Paradossalmente oggi, in un mondo non più delimitato dalle divisioni in blocchi, le condizioni dei bambini sembrano invece peggiorare in particolare in quei paesi che sono stati il teatro dell’esplosione di devastanti conflitti etnici, religiosi ed economici. (…) Il lavoro che ha generato questa pubblicazione va esattamente nel senso di testimoniare l’evoluzione del nostro agire, delle nostre azioni e del nostro percorso e risponde alla necessità di “storicizzare” un’esperienza significativa e attirare l’attenzione su tematiche che sono oggetto di grande attenzione mediatica, con tutti i limiti della semplificazione e della banalizzazione che i ritmi della comunicazione nell’era informatica impongono”.

Amnesty International, Quando i “grandi” fanno la guerra, Edizioni Cultura della Pace, 2000
Attraverso casi concreti e numerose testimonianze, il libro presenta il coinvolgimento dei minori nelle guerre di tutto il mondo, nelle sue varie sfaccettature, dal subire la guerra al diventarne protagonisti, dal fuggire dalle zone di guerra alla possibilità di crescere, malgrado tutto.

Leggere l’Olocausto, Idest, 1998
Una bibliografia accurata, suddivisa per fasce d’età e tipologie di racconto, accompagnata da un saggio di Frediano Sessi sull’atteggiamento che deve avere chi si avvicina alla lettura e alla comprensione dell’Olocausto.

Viaggio ad Auschwitz, Idest, 1998
Il resoconto di un gruppo di ragazzi di scuola media e le loro impressioni, insieme ad alcune testimonianze di sopravvissuti.

Mona Macksoud, I bambini e lo stress della guerra, Edizioni Scientifiche Magi, Roma, 1999
Un manuale pensato per i genitori e gli insegnanti di quei paesi in cui i bambini subiscono quotidianamente stress estremi dovuti alla guerra e ad altre forme di violenza sistematica. Semplici e pratici suggerimenti per non restare impotenti di fronte ai comportamenti problematici e distruttivi di tali bambini. Durante la guerra in Libano e in Kuwait, una prima versione di questo libro, tradotta in arabo, fu distribuita ad insegnanti, operatori della salute mentale nei campi giovanili e allo staff di svariati programmi di comunità.

Elena Camino, I bambini e la guerra, EGA, Torino, 1987
Il rapporto fra la realtà infantile e l’universo della guerra, vissuta, osservata o giocata, pone da tempo una lunga serie di controversi problemi psico-pedagogici, resi ancora più complessi dalla molteplicità degli aspetti della questione. Dopo quindici anni, è ancora attuale questo fascicolo che offre spunti per l’approfondimento e il dibattito, scegliendo di stare dalla parte dei bambini e della loro visione della guerra.

Daniele Novara, Silvia Mantovani (a cura di), Bambini ma non troppo, La Meridiana, Molfetta, 2000
Una prima possibile risposta al rapporto dei bambini con la memoria, la memoria del passato che diventa memoria del futuro: per garantire il futuro è necessario pensare in senso temporale, elaborare un concetto di tempo che permetta la rielaborazione delle esperienze vissute e la crescita. Questo il senso del libro che raccoglie esperti, psicologi, pedagogisti, scrittori con lo scopo di aprire un nuovo versante formativo che includa e integri l’educazione della memoria come obiettivo centrale nell’educazione alla pace e alla buona gestione dei conflitti.

Andrea Molesini, Nero latte dell’alba, Infanzie, Mondadori, Milano, 1993
Un percorso di conoscenza ed approfondimento bibliografico sull’Olocausto. Nel primo saggio, l’autore, ripercorre l’instaurasi del terrore hitleriano e puntualizza il peso delle responsabilità individuali di fronte a ciò che per la sua atrocità, profondità e costanza diventa emblema dello sterminio razziale sistematico ed organizzato. Segue poi la presentazione di quattordici schede che, attraverso una selezione ragionata fra la vastissima bibliografia esistente sul tema, indicano altrettanti percorsi di lettura particolarmente adatti per bambini e ragazzi, anche se non esclusivi. Per ogni volume, infatti, viene curata un’esposizione del contenuto e delle caratteristiche estetico-emotive che ne tratteggiano gli aspetti più significativi e anche i possibili collegamenti con altre letture.

Antonietta Marcucci, Ricordando…tra un asso di bastoni e un re di denari, Sovera Multimedia, Roma, 2001
Il testo presenta una raccolta di tredici testimonianze sulla seconda guerra mondiale raccolte nella località di Casteltodino in Umbria ed una commedia. Ad ogni storia è abbinata una breve scheda con alcune possibili indicazioni di lavoro didattico sia a livello individuale che per la discussione collettiva.

Brigitte Labbé, Michel Puech, La guerra e la pace, Piccoli filosofi, APEjunior, Milano, 2002
Nella collana “Piccoli filosofi” troviamo anche questo testo che si rivolge ai bambini tra i sei e gli otto anni per invitarli a ragionare sul tema della pace e della guerra. In modo diretto e concreto ma non banale si introduce il concetto che la pace non è una condizione naturale, anzi essa nasce e diventa stabile solo se ogni giorno, nei modi in cui ad ognuno è possibile, ci si impegna per costruirla. Il testo si presta molto bene ad una lettura guidata, in classe oppure in famiglia, da cui prendere lo spunto per rispondere e riflettere alle tante possibili domande che possono scaturirne.

Olek Mincer, Varsavia, viale Gerusalemme, 45, I mappamondi, Sinnos Editrice, Roma, 1999
La collana “I Mappamondi” presenta libri bilingui “scritti da autori immigrati per ragazzi italiani che hanno compagni di scuola stranieri e per ragazzi stranieri che hanno compagni di scuola italiani” Vogliono essere in qualche modo libri “ponte tra storie, lingue , tracce di culture diverse”. Questo testo in particolare presenta la storia dell’autore “ragazzo ebreo polacco così speciale e normale racconta se stesso con parole semplici di fanciullo adulto. Racconta agli adolescenti italiani di oggi il suo allora da un altro mondo”. Un mondo che non è solo personale o famigliare ma che porta il pegno di un’intera cultura, quella ebraica, segnata in modo indelebile dalla guerra, dalla deportazione, dalle cicliche ondate di persecuzione. Molto interessante è anche l’arrivo in Italia e la conoscenza con la comunità ebraica italiana che attraverso la testimonianza diretta dell’autore prende i colori vivi della convivenza quotidiana.

Angelo Ferrari, Luciano Scalettari, I bambini in guerra. Le storie, le stragi, i traumi, il recupero, EMI, Bologna,1996
Diamo la parola agli autori “L’idea di questo libro nasce di ritorno da una tavola rotonda, tenuta insieme, su questioni africane. Entrambi eravamo giunti alla consapevolezza che i bambini, nelle sempre più frequenti tragedie del Sud del mondo, erano “la notizia”, la foto da prima pagina, la storia d’apertura del servizio; ma regolarmente i media si dimenticavano di loro un attimo dopo. Quali erano veramente le conseguenze della guerra su di un bambino? Che gli accadeva, oltre a morire? Come superava i momenti più drammatici? E dopo, come si ricostruiva il suo mondo infantile, se ormai aveva attraversato il peggiore dei mondi d’adulto’ Che tracce rimanevano nella sua mente delle immagini di sangue, di morte, di sofferenza? Si sarebbero potuto dissolvere, o l’”ombra” avrebbe accompagnato per sempre la sua vita?” Da queste domande gli autori partono per raccontare, in modo documentato, l’emergenza della guerra (si fa particolare riferimento a quanto successo in Rwanda e in Bosnia) e il dopo-guerra, la vita azzerata, la psiche distrutta dai traumi, ma capace ancora di “volere la vita” e di saperla ricostruire.

Silvia Montevecchi, Vite sospese, EMI, Bologna, 2002
“Nascere in Africa oggi non è esattamente ciò che si dice un colpo di fortuna (…) ci sono ormai generazioni di persone che non hanno conosciuto nient’altro, se non la dimensione del perenne conflitto, del perenne odio, dell’eliminazione fisica del “nemico” (che poi non si sa neanche perché è nemico, né quando si è deciso che lo fosse). Ragazzi che oggi hanno 20-30 anni non sono mai andati a scuola, sanno leggere e scrivere sì e no, non conoscono nient’altro che il triste mondo che hanno avuto intorno, povero e belligerante, e non sanno che esistono mondi piacevoli e pacifici, in cui è possibile divertirsi, giocare, sentire musica…..” (p. 17). Un viaggio in Burundi, Sierra Leone, Somalia, devastate dalla guerra, realtà diverse ma rappresentative di tanti altri paesi non solo africani. Un viaggio per conoscere i progetti di sostegno e recupero degli ex bambini soldato e di scolarizzazione per tutti realizzati in questi paesi nella profonda convinzione che “i bambini hanno bisogno di luoghi protetti, di punti di riferimento per poter crescere con un minimo di serenità e quindi ricostruire il loro futuro, [hanno bisogno] di una buona scuola che dia la conoscenza e la forza per lottare sempre affinché la pace sia mantenuta, la giustizia raggiunta, l’odio etnico sconfitto e i diritti umani rispettati. Per tutti” (p. 154).

Angelo Ferrari (a cura di), Disegni di guerra, EMI, Bologna, 2000
Mentre ripercorre la storia della Sierra Leone e della guerra civile che l’ha devastata per otto anni, il libro punta l’attenzione sui bambini soldato di cui riporta disegni e drammatiche testimonianze. Illustra anche i programmi di sostegno e recupero il cui obiettivo principale è quello di “dare a questi bambini e queste bambine gli strumenti per costruirsi e scegliere il proprio futuro, all’interno delle loro comunità” (p. 104).

Paola Zannoner, La storia attraverso le storie, Infanzie/strumenti, Mondadori, Milano, 2002
Il manuale affronta l’argomento della storia interpretata dal romanzo contemporaneo per ragazzi, proponendo una metodologia che sviluppa percorsi di lettura in classe e a scuola. L’autrice propone quindi un approccio narrativo consapevole che l’apporto dei romanzi può contribuire a restituire l’impressione della storia come memoria di un vissuto e permanenza dei fatti che si arrivano a parlare in modo convincente ai ragazzi di oggi che, in questo modo, possono impadronirsene in modo personale e maggiormente duraturo.

Andrea Canevaro, Maria Grazia Berlini, Angela Camasta Pedagogia cooperativa in zone di guerra. Infanzia vulnerabile ed handicap, Erickson, Trento, 1998
Questo libro è frutto di elaborazioni e ricerche condotte nel corso degli anni di guerra in Bosnia e anche nel primo anno di pace. Elaborato tra i mesi di agosto 1996 e marzo 1997, contiene scritti, interviste e racconti in tempi diversi, con operatori e funzionari impegnati, a diversi livelli di intervento, attorno ai temi della cooperazione in emergenza, soprattutto per quel che riguarda il lavoro con bambine e bambini handicappati in Bosnia. E’ un libro di testimonianza che esprime una richiesta forte: “Non vi chiediamo aiuti, ma di provare a capire per non dimenticare, perché tutto questo non si ripeta in qualche altra parte della terra, per non dimenticare il mondo dell’infanzia ferita”. E ‘ uno strumento di formazione per chi lavora nell’ambito delle professioni di aiuto e di cura. La singolarità di questo intreccio, la capacità di tenere insieme due punti di vista (l’esperienza e la metodologia) fanno del testo un libro pieno di spunti di riflessione ed indicazioni di lavoro nonché di ampi squarci sulla terra di Bosnia nel tempo di guerra.

Walter Fochesato, La guerra nei libri per ragazzi, Mondatori, Infanzie/saggi, Milano, 1996
Walter Fochesato, uno dei più noti studiosi italiani di letteratura per l’infanzia e storia dell’illustrazione, propone un percorso storico- bibliografico fra la produzione editoriale rivolta a bambini e ragazzi sul tema delle guerre. L’autore, partendo dalla domanda su cosa sanno oggi i giovani della guerra (di quella vissuta dai nonni e di quella spettacolo fruita dagli schermi TV) ricostruisce i modi in cui autori e generi hanno affrontato il racconto di guerra attraversando la storia italiana del libro per bambini e ragazzi “movendo, perciò, dal processo risorgimentale per giungere ai nostri anni, passando attraverso la Prima Guerra Mondiale, l’avvento al potere di Mussolini, le guerre del fascismo, la Seconda Guerra Mondiale e la lotta di Liberazione”. Ampio spazio viene dato ai testi soprattutto a quelli in cui è possibile rintracciare la specificità dello “sguardo bambino” nei giorni della guerra. Per questo il testo non è solo utile a chi, insegnante o operatore culturale, voglia usare i libri segnalati come strumento di approfondimento didattico ma anche più in generale a chi è interessato ad un lavoro educativo sul “sopravvivere e crescere” visti come ”i nodi che, in tempo di guerra e in tempo di pace, l’infanzia deve sciogliere”.

Antonio Faeti, Dentro il rifugio, fuori dal guscio (p. 98 – 141), in I diamanti in cantina, Bompiani, Milano 1995
Faeti dedica alla guerra un intero capitolo di questo bel libro sulla letteratura per ragazzi e ne spiega molto chiaramente il motivo: “…so bene che non sono rari anche oggi quelli che, in buonissima fede, vorrebbero che il mostro fosse sempre occultato, che di esso solo si tacesse, che perfino la memoria si rendesse opaca, pur di privarlo del torvo, sanguinario, seducente sogghigno di cui è sempre dotato. Ho in mente, invece, che il rischio esista, ma vada corso: si deve rammentare, si deve testimoniare, si deve ammonire. C’è un altro rischio, a mio avviso, più grave: quello che porta alcuni proprio là, ancora là, sempre là, soprattutto perché non sanno, non temono, non conoscono…” (p. 101).

Maria Bacchi, Cercando Luisa, Sansoni, Milano, 2000
Uno strumento per insegnanti, bibliotecari, operatori culturali che possono affacciarsi sul mondo dei bambini italiani e, più in particolare, di quelli che vissero a Mantova fra il 1938 e il 1945. “I bambini e gli adolescenti passano leggeri nella storia, lasciano tracce che si cancellano facilmente, le loro parole vengono ascoltate distrattamente dagli adulti…” (p. 9) Ripercorrendo le loro strade, ascoltando le loro voci, si può costruire uno sfondo reale su cui collocare i molti romanzi che parlano ai ragazzi dello stesso periodo in forma più o meno romanzata, più o meno fantasiosa.

Gabriele Lo Iacono, Luigi Ranzato, Aiutare i bambini sopravvissuti a calamità: indicazioni per insegnanti e genitori, in Difficoltà di apprendimento vol. 7 n. 2, dicembre 2001
Le reazioni di stress dei bambini colpiti da una calamità e gli interventi scolastici e genitoriali che possono aiutarli a superare il trauma.

Autori vari, Arrendiamoci alla pace, in Bambini n. 10, dicembre 2001 (numero monografico)
Un’antologia delle riflessioni sviluppate negli ultimi vent’anni dal Movimento Cooperazione Educativa, impegnato a riflettere sul tema dei conflitti, dell’intercultura, del dialogo e della solidarietà.

Autori vari, Parliamo di guerra, in Cooperazione educativa n. 1, gen-feb 2002
Il rientro a scuola dopo l‘attentato alle Torri Gemelle e le emozioni che chiedevano allo spazio scolastico di potersi esprimere ma che una corretta azione educativa non poteva lasciar andare senza aiutare i ragazzi a rielaborare. (Non bisogna smettere di insegnare a pensare).

11. Cinema e guerra

John Boorman – Anni ’40 – 1987
Lo scoppio della guerra visto dalla parte di un ragazzino che vive in un quartiere popolare di Londra.

Luis Malle – Arrivederci ragazzi – 1987
Nel gennaio 1944, vengono accolti e nascosti in un collegio francese alcuni ragazzi ebrei. Scoperti, saranno deportati insieme al direttore.

Steven Spielberg – L’impero del sole – 1987
Un ragazzino inglese, nato in Cina, perde di vista i genitori mentre inglesi e cinesi lasciano Shanghai occupata dai giapponesi. Dopo un lungo peregrinare raggiungerà un campo di prigionia dove resterà fino alla fine della guerra.

Agnieszka Holland – Europa Europa – 1991
Le vicende di un ragazzo ebreo tedesco, soldato scelto e profugo in un’odissea di incognite e rischi.

Roberto Faenza – Jona che visse nella balena – 1993
Dal libro di Jona Oberski, Anni d’infanzia. Un bambino nei lager, Giuntina, Firenze , 1989. La vita di un bambino in un campo di concentramento e il difficile successivo recupero.

Andrej Tarkovskji – L’infanzia di Ivan – 1962
Un ragazzino cui i tedeschi hanno sterminato la famiglia fa la staffetta per i partigiani russi dai quali cerca affetto e protezione.

Roberto Benigni – La vita è bella – 1997
Per proteggere il figlio e non fargli capire la realtà del campo di concentramento in cui sono rinchiusi, il padre gli fa credere che stanno facendo un gioco a premi. Mentre il figlio uscirà “indenne” da questa esperienza, il padre verrà scoperto e ucciso.

Radu Mihaileanu – Train de vie – 1998
Per evitare la deportazione, gli abitanti di un villaggio dell’est europeo allestiscono un treno sul quale alcuni di loro faranno davvero gli ebrei e altri i nazisti e partono verso la Russia.

Steven Spielberg – Schindler’s list – 1993
La storia di Oskar Schindler e della sua progressiva presa di coscienza che lo trasformerà da commerciante in affari con i nazisti in salvatore degli ebrei. Ne salverà più di mille dalla deportazione e dalla morte.

Jerry Schatzberg – L’amico ritrovato – 1989
Tratto dall’omonimo romanzo di Fred Uhlman, racconta con lunghi flash back l’amicizia fra due ragazzi, l’uno tedesco e l’altro ebreo.

Saren Kragh-Jacobsen – L’isola in via degli uccelli – 1997
Dal romanzo di Uri Orlev, la vita di un ragazzino ebreo che riesce a sopravvivere da solo nel ghetto di Varsavia.

Gérard Jugnot – Monsieur Batignole – 2002
Siamo a Parigi nel 1942 e un bambino, unico della famiglia scampato all’arresto, si rifugia presso il macellaio dello stabile dove viveva. L’uomo, che aveva sempre mantenuto una posizione di comodo, senza prendere posizione, in una progressiva presa di coscienza, si trova a dover scegliere da che parte stare.